Archivi del mese: febbraio 2011

Mi allontanano dalla Polizia per impedirmi di indagare. Intervista a Gioacchino Genchi

Fonte: Antimafia Duemila – Mi allontanano dalla Polizia per impedirmi di indagare. Intervista a Gioacchino Genchi.

di Monica Centofante – 26 febbraio 2011
Ora il provvedimento è diventato definitivo. E Gioacchino Genchi, 25 anni di onorato servizio, è stato destituito dall’impiego di Vice questore aggiunto della Polizia di Stato.
La terza e ultima sospensione dall’incarico, prima della decisione definitiva, era arrivata un anno fa, il 22 marzo, un giorno prima del suo rientro in servizio e pochi giorni dopo le minacce pronunciate a mezzo stampa da Maurizio Gasparri: “Se Manganelli si avvalesse ancora di un simile personaggio, la cosa sarebbe sconcertante e non priva di conseguenze”.

Il “simile personaggio” è consulente di Procure e Tribunali di mezza Italia, già collaboratore di Giovanni Falcone, di magistrati che hanno svolto e svolgono le inchieste più delicate sui rapporti tra mafia, politica e istituzioni, oggetto costante di attacchi e tentativi di depistaggio.
E le sospensioni, discutibili per non dire assurde, sono arrivate sempre “al momento giusto”.

Gioacchino Genchi, come giudica il decreto di destituzione? E’ cronaca di una morte annunciata?
E’ evidente che il Capo della Polizia è stato costretto ad adottare il provvedimento di destituzione, dopo i tre provvedimenti di sospensione dal servizio.
Poi, se guardiamo le date, non c’è nemmeno bisogno di leggere le motivazioni per dimostrare qual era l’intento del Governo: tenermi fuori dalla Polizia così impedendomi in ogni modo qualunque possibilità di svolgere delle indagini e coaudiuvare l’Autorità Giudiziaria.
Non si spiegano in altro modo i provvedimenti adottatti prima con scansione di sei mesi e sei mesi e poi, dopo un anno esatto, allo scadere delle due sospensioni, quando sarei dovuto rientrare in servizio, mi è stata notifica la terza sospensione cautelare ed è stato avviato il procedimento per la destituzione definitiva, utilizzando la asserita recidiva delle due sospensioni precedenti.
Se io avessi commesso delle infrazioni, ammettiamo per assurdo che lo abbia fatto, è possibile che le abbia commesse con scadenza ad orologeria, di sei mesi in sei mesi?
L’ultima sospensione del 22 marzo 2010, peraltro, faceva riferimento a condotte – gli interventi al convegno degli amici di Beppe Grillo di Cervignano del Friuli del dicembre del 2009 ed il Congresso Idv dei primi di febbraio 2010 – verificatisi diversi mesi prima. Il regolamento di disciplina prevede che le contestazioni siano immediate e dal momento che loro sostengono che i miei interventi hanno avuto una vasta eco sulla stampa nazionale, ammettendo quindi che ne erano venuti a conoscenza, perché non me li hanno contestati subito?
Semplice: quando ho chiesto di rientrare in servizio e li ho messi in mora hanno grattato il fondo del barile. Non trovando altro mi hanno contestato la violazione del regolamento di servizio che io non ero tenuto a rispettare perché in quel momento dal servizio ero già sospeso.
Peraltro, si era alla vigilia di una campagna elettorale ed io, come un qualunque cittadino, ho espresso liberamente il mio pensiero in un contesto politico e non certo in un contesto elettorale.

Che pensa dell’operato di Manganelli?
Penso che Manganelli sia stato costretto ad emanare dei provvedimenti che mai avrebbe emanato di sua spontanea volontà. Indubbiamente hanno contribuito altri fattori, ma di questo non voglio parlare. In concreto, resistere alle pressioni di Berlusconi – specie dopo i fatti di Milano – sarebbe stato difficile.
Poi, come diceva Don Abbondio, il coraggio se uno non ce l’ha non se lo può inventare.
Per quanto mi riguarda, a parti invertite, posso confermarle che se io fossi stato al suo posto sarei stato destituito lo stesso dall’incarico.

In che senso?
Nel senso che se io fossi stato il capo della Polizia e lui si fosse trovato al mio posto io non avrei mai adottato dei provvedimenti così gravi nei suoi confronti e sarei stato destituito lo stesso dal Governo. Così non è stato in quanto il Capo della Polizia è Antonio Manganelli e quindi sono stato io ad essere cacciato.

Quindi vuole dire che Manganelli non ha avuto sufficiente coraggio per opporsi ai desiderata di Berlusconi?
Io dico solo che il Capo della Polizia si chiama Antonio Manganellii e non Giovanni Palatucci.

E secondo lei, quel è stato nella sua vicenda il ruolo del Ministro dell’Interno Roberto Maroni?
Lo stesso di quello di Ponzio Pilato nel Vangelo secondo Matteo.

Ora presenterà ricorso al Tar?
Sì, farò ricorso al Tar, ma non chiederò la sospensiva del provvedimento, come non ho fatto per le precedenti sospensioni dal servizio, per non creare situazioni di imbarazzo al capo della Polizia.

E intanto che farà?

Dopo il ricorso attenderò tempi migliori, così come li attendono tutti gli italiani onesti.

Manganelli

Fonte: Antimafia Duemila – Travaglio – Manganelli.

di Marco Travaglio – 24 febbraio 2011
Se non fosse quello che è, verrebbe da domandare a B. perché mai da 17 anni si affanni tanto a proporre riforme della giustizia, che quasi sempre non funzionano (le pensa Ghedini) o si rivelano incostituzionali (le scrive Alfano). Anche senza riforme, con tutte le toghe rosse che turbano i suoi brevi sonni, non s’è mai trovato nemmeno a Milano un giudice che avesse il coraggio di negargli le attenuanti generiche, o in Cassazione uno che lo condannasse in via definitiva, o a Roma un gip che lo rinviasse a giudizio.

Che bisogno c’è di sottoporre i pm al governo, quando si sottopongono spontaneamente a lui anche i giudici? Ora vuole separare pure la Polizia giudiziaria dai pm per garantirsene l’obbedienza. Ma non c’è bisogno di cambiare la legge: affinché nessuno osi più disturbare il manovratore, basta colpirne qualcuno per educarli tutti.

Ieri, per esempio, il vicequestore Gioacchino Genchi è stato destituito dalla Polizia dopo 25 anni di onorato servizio “per aver offeso l’onore e il prestigio del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi”. Provvedimento firmato dal capo della Polizia, Antonio Manganelli. Consulente informatico di procure e tribunali, già consulente di Falcone e uomo-chiave nelle indagini sulle stragi del 1992, Genchi ha fatto arrestare e condannare centinaia di mafiosi, stragisti, estorsori, assassini, sequestratori, trafficanti di droga e colletti bianchi (ultimi della serie, Cuffaro e Dell’Utri). Non contento, ha collaborato alle indagini di Luigi De Magistris sul malaffare politico-affaristico-giudiziario in Calabria e Basilicata, guadagnandosi l’ostilità di destra, centro e sinistra. Insomma ha dato fastidio alle mafie e alle cricche bipartisan che infestano il Paese. Due anni fa, Manganelli l’aveva sospeso dal servizio per aver risposto su Facebook a un cronista che gli dava del bugiardo. E l’aveva risospeso per aver rilasciato un’intervista sul suo ruolo di consulente. Due condotte ritenute “lesive per il prestigio delle Istituzioni e per l’immagine della Polizia”.

Un anno fa terza sospensione, quella letale, preannunciata da Panorama e sollecitata da una minaccia dell’apposito Gasparri (“Se Manganelli si avvalesse ancora di un simile personaggio, la cosa sarebbe sconcertante e non priva di conseguenze”). Motivo: Genchi, a un convegno degli amici di Grillo e al congresso Idv, ha osato criticare B. per la scandalosa strumentalizzazione dell’attentato di Tartaglia (il suo medico millantò una “prognosi di almeno 90 giorni” per un dente rotto). Pensava che anche i poliziotti, per giunta in aspettativa e sospesi dal servizio, fossero liberi cittadini con libertà di parola. S’illudeva. Non sapeva che, senz’alcuna riforma, è stato reintrodotto il reato di lesa maestà. Infatti, è proprio l’offesa all’“onore e prestigio del presidente del Consiglio” che gli è costata la cacciata dalla Polizia: offesa che nemmeno B. aveva notato, visto che non l’ha mai querelato.

Ma ormai l’Italia è di sua proprietà e chi tiene alla carriera dev’essere più berlusconiano di B., sterminando gli irregolari, gli spiriti liberi, i cani sciolti che osano stonare nel coro del conformismo bipartisan. Così il capo di quella Polizia che ancora nel giugno 2010 elogiava Genchi per gli “eccellenti requisiti intellettuali, professionali e morali”, l’ha destituito. Invece i poliziotti condannati per la mattanza e le torture al G8 di Genova 2001, per le violenze dell’anno precedente sui no-global a Napoli, per l’omicidio di Federico Aldrovandi e per vari casi di stupri e abusi restano tutti in servizio, anzi qualcuno ha fatto carriera. E l’ex capo della Polizia, Gianni De Gennaro, condannato in Appello per aver indotto il questore di Genova alla falsa testimonianza, coordina felicemente i servizi segreti. Le loro condotte non hanno leso “il prestigio delle Istituzioni” né “l’immagine della Polizia” né tantomeno “l’onore” del premier. La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti: zitto e mena.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Corruzione e malasanità in aumento

Fonte: Corruzione e malasanità in aumento.

I reati di corruzione sono aumentati di oltre il 30 per cento nel 2010. E nel settore della sanità s’intrecciano con sorprendente facilità veri e propri episodi di malaffare con aspetti di cattive gestioni talvolta favorire dalle carenze del sistema dei controlli. A rilevarlo è il procuratore generale della Corte dei Conti, Mario Ristuccia, in occasione dell’inaugurazione a Roma dell’anno giudiziario. L’importo del danno erariale da attività concernenti risarcimenti a terzi per errori sanitari ammonta a circa 254 milioni di euro, in gran parte concentrato nella regione Lazio, in Sicilia, in Calabria e in Lombardia. Altri consistenti importi attendono un’ulteriore verifica in Abruzzo e in Campania.

«Corruzione e frode sono patologie costituite da fenomeni delittuosi che continuano ad affliggere la pubblica amministrazione» – ha dichiarato Ristuccia. In particolare, sono stati denunciati 237 casi di corruzione, 137 di concussione e 1090 di abuso d’ufficio, che rispetto a quelli denunciati nel 2009 indicano un incremento del 30,22 per cento dei reati corruttivi. Un decremento del 14,91% si riscontra, invece, per i reati concessivi.

La Corte dei Conti punta quindi il dito contro «una situazione di cattiva amministrazione che, nonostante i progressi pur conseguiti in termini di efficienza, continua a caratterizzare in negativo l’immagine complessiva dell’apparato amministrativo, generando nel comune sentire dei cittadini, una forte attesa di contrasto ad opera degli organi a tale compito preposti dall’ordinamento». Dal canto suo il presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, fa notare come «la lotta alla corruzione debba fondarsi essenzialmente su quattro pilastri: l’etica, la trasparenza attraverso l’uso dell’Ict, la semplificazione e il controllo».

Catania: non è una storia di lap dance | Claudio Fava | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Catania: non è una storia di lap dance | Claudio Fava | Il Fatto Quotidiano.

Non esiste altra città al mondo in cui tutto il potere (politico, editoriale, economico) sia concentrato in così poche mani e tasche: è così a Catania, ostaggio da molti anni del democristiano Raffaele Lombardo, governatore della Sicilia, e dell’editore Mario Ciancio, padrone di ogni parola che viene pubblicata sui quotidiani dell’isola.

In nessun’altra città d’occidente un’indagine per mafia a carico dei due supremi intoccabili della città, verrebbe tenuta sotto chiave per mesi dal capo della procura in attesa che il proprio pensionamento per raggiunti limiti di età lo liberi da ogni imbarazzo.

In nessun luogo del creato su una storia come questa si tace così sfacciatamente. A Catania, il padrone della politica e il rais della stampa sono accusati di essere amici di Cosa Nostra, ma continuano impunemente a governare e a pubblicare.

Lo so, non è una storia di lap dance: ma c’è più decadenza civile e morale nei silenzi di quella procura che nella camera da letto di Silvio Berlusconi.

Un testimone da Tripoli: “Ci stanno ammazzando tutti! Rapiscono anche i bambini” | Informare per Resistere

Fonte: Un testimone da Tripoli: “Ci stanno ammazzando tutti! Rapiscono anche i bambini” | Informare per Resistere.

La minaccia delle armi chimichei morti per le strade e le truppe di mercenari africani che si aggirano per la città. Il racconto che Diritto di Criticaha ricevuto via Skype da una ragazza libica è drammatico: “Ci stanno ammazzando tutti! Stasera siamo sicuri che finiranno di ammazzarci — esclama — I mercenari entrano nelle case e rapiscono uomini e bambini che poi vengono fatti sparireGheddafi lo sa che queste sono le sue ore finali ma vuole che tutti muoiano con lui, la sua è una vendetta contro l’intero popolo libico”. E a rischio sarebbero anche gli oleodotti: «potrebbe bombardarli».

A farle rabbia però è l’immobilismo della comunità internazionale e degli Stati Uniti: «Sebombardassero le basi militari come già hanno fatto negli anni Ottanta, sarebbe la fine di Gheddafi. In tutto — racconta — si tratta di una ventina di persone al potere, il resto del lavoro lo fanno i mercenari». Per un eventuale intervento militare, prosegue, «non vogliamo la Nato, non ci fidiamo perché andrebbe a proteggere solo gli oleodotti e il petrolio». Nel discorso di ieri, inoltre, Gheddafi ha chiesto ai suoi fedelissimi di scendere in piazza per dimostrare «ma oggi — spiega la ragazza — per strada non c’è nessuno, tutto il Paese è deserto. La gente adesso è nascosta perché teme i mercenari: non abbiamo il telefono, internet, la tv né la radio. Si deve essere fortunatissimi per riuscire a comunicare con l’esterno. I mercenari, invece, adesso entrano nelle case, uccidono la gente, prendono i nostri uomini e i bambini poi distruggono ogni evidenza: i corpi non so dove li portino ma scompaiono. Allo stesso modo cancellano le frasi scritte sui muri dai manifestanti, fidando nel fatto che oggi nessuno è sceso in strada». Glaciale il giudizio sull’Italia: “È il peggior Paese d’Europa”.

Le armi italiane potrebbero fare strage in Libia: e’ ora di intervenire

Fonte: Antimafia Duemila – Le armi italiane potrebbero fare strage in Libia: e’ ora di intervenire.

da perlapace.it – 23 febbraio 2011
Il nostro paese è il principale partner militare del regime di Gheddafi. Rete Disarmo e Tavola della Pace chiedono il blocco immediato della vendita di armi e ogni altra forma di collaborazione militare con la Libia.

Le armi fornite dall’Italia al Colonnello Gheddafi in questi ultimi anni (in particolare elicotteri e aeromobili, bombe, razzi e missili) sono forse state in prima linea nella sanguinosa repressione di questi giorni della popolazione civile libica, che sta protestando pacificamente contro il regime.
Basterebbe questo a dare forza alla richiesta di sospensione di ogni forma di fornitura di armamenti e di cooperazione militare col governo libico che la Rete Italiana per il Disarmo (coordinamento che raccoglie oltre 30 organismi italiani impegnati sul tema del controllo degli armamenti) e la Tavola della Pace rivolgono in queste ore concitate e dolorose al Parlamento e al Governo italiano.

L’Italia è il principale fornitore di armi alla Libia: al regime di Tripoli sono stati vendute diverse tipologie di armamento (aerei e veicoli terrestri, sistemi missilistici e sistemi di protezione e sicurezza) per un mercato di 93 milioni di euro nel 2008 e 112 milioni nel 2009. Un vero e proprio boom degli ultimi due anni favorito dalla firma del “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia” avvenuta nel 2008.
“I funzionari di Governo italiani che abbiamo incontrato negli ultimi anni ci hanno sempre assicurato che le tipologie dei sistemi d’arma venduti in giro per il mondo non potevano essere usati per violare i diritti umani – dice Francesco Vignarca, coordinatore della Rete. Ma le notizie degli ultimi giorni ci dimostrano come le repressioni di piazza si possono condurre anche con raid aerei contro i manifestanti. Una notizia che, se poi si confermasse l’uso di armamenti made in Italy, darebbe ancora più valore a quanto diciamo da tempo: una buona parte dell’export militare italiano è contrario alla nostra legge (la 185 del 1990) perché non tiene conto come prescritto delle possibili violazioni di diritti umani e dei grandi squilibri sociali che tali acquisti, con il loro impatto milionario, inducono nei paesi compratori delle nostre armi”.

“Non riesco a sopportare l’idea che armi italiane stiano facendo strage di civili in Libia” ha dichiarato Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace. “Così come non posso sopportare l’idea che l’Italia continui a sostenere anche in queste ore il regime di Gheddafi. C’è da vergognarsi. Ci vuole un sussulto di dignità. Basta con il silenzio e le complicità dell’Italia. Questo è il momento di rompere con il passato. Noi chiediamo al Parlamento di compiere un gesto chiaro e immediato: imporre il blocco della vendita delle armi e la sospensione di ogni forma di cooperazione militare con la Libia e con i paesi che non rispettano il diritto di manifestare liberamente e pacificamente.”
Le richieste dei due organismi italiani si uniscono ad altre autorevoli voci che hanno già interpellato in merito il nostro Governo, come quella del Segretario Generale di Amnesty International Salil Shetty che ieri ha scritto al Presidente del Consiglio Berlusconi e ai ministri Frattini e Maroni chiedendo “la sospensione della fornitura di armi, munizioni e veicoli blindati alla Libia fino a quando non sarà cessato completamente il rischio di violazioni dei diritti umani”.

Gli interessi italiani e in particolare di Finmeccanica (il cui secondo azionista è proprio la Lybian Investment Authority) hanno sicuramente frenato in questi giorni l’azione diplomatica dell’esecutivo italiano ed in particolare del Ministro degli Esteri, Franco Frattini. “Le possibili violazioni delle prescrizioni di legge (se si guarda alla sostanza delle questioni, non alla forma sicuramente rispettata) configurano un grosso problema etico e morale per il Governo Italiano – afferma Giorgio Beretta esperto di commercio di armi della Rete Italiana per il Disarmo – che non a caso è l’unico a non essersi espresso per una sospensione delle forniture militari come invece fatto nei giorni scorsi da Francia, Germania e Regno Unito nei confronti di diversi paesi della turbolenta area mediterranea tra cui la Libia. Che il ministro degli Esteri italiano sia all’oscuro delle dichiarazioni dei suoi colleghi? O forse non sa che sia la legge italiana che la Posizione Comune dell’Unione europea sulle esportazioni di armamenti chiedono di accertare il rispetto dei diritti umani nel paese di destinazione finale e di rifiutare le esportazioni di armamenti qualora esista un rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate a fini di repressione interna?”.

In realtà non tutto il Governo italiano è inattivo in questi giorni: mentre la repressione del regime libico si abbatte sulla popolazione, con probabile uso di armamenti italiani, il nostro Ministro della Difesa Ignazio La Russa si trova ad Abu Dhabi per partecipare alla locale fiera di armamenti (Idex 2011), nella quale i nostri esponenti di governo puntano a far confermare la nostra industria militare tra quelle leader a livello mondiale. Come si fa a spacciare la vendita dei sistemi d’arma come un simbolo di “vitalità del nostro Paese che riesce a portare con successo, ovunque nel mondo, i frutti della propria inventiva e laboriosità”.
Tavola della Pace e Rete Italiana per il Disarmo hanno già chiesto nei giorni scorsi la cessazione di ogni sostegno politico-militare verso Algeria, Egitto e Tunisia e a maggior ragione vista la situazione attuale in Libia richiedono con forza al Governo e al Parlamento italiano, oltre al congelamento di ogni collaborazione sul piano commerciale-militare con il regime di Gheddafi un deciso orientamento a favore di una restrizione e maggior controllo dell’export bellico italiano per evitare l’uso di tali armi per la repressione del dissenso in qualsiasi teatro di conflitto mondiale.

Contatti:

Rete Italiana per il Disarmo – Francesco Vignarca – 328.3399267 – segreteria@disarmo.orgIndirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
Tavola della Pace – Ufficio Stampa: Floriana Lenti 338/4770151 stampa@perlapace.itIndirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo 075/5734830 – Fax 075/5739337

DATI DI APPROFONDIMENTO
fonte: Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo – membro di Rete Disarmo

Il valore delle esportazioni italiane di natura militare verso la Libia è in costante crescita a partire dal 2006 e si è attestato per il 2009 (dato complessivo più recente) sul valore record di 112 milioni di euro.
In sintesi, questi sono stati i più importanti affari ed accordi stipulati negli ultimi anni:

Agusta Westland, una società del Gruppo Finmeccanica, ha venduto 10 elicotteri AW109E Power tra il 2006 e il 2009, per un valore di circa 80 milioni di euro. L’azienda, inoltre, afferma di avere venduto quasi 20 elicotteri negli ultimi anni, tra cui l’aereo monorotore AW119K per le missioni mediche di emergenza e il bimotore medio AW139 per le attività di sicurezza generale.
Joint-venture: la Libyan Italian Advanced Technology Company (LIATEC), posseduta al 50% dalla Libyan Company for Aviation Industry, al 25% da Finmeccanica e al 25% da Agusta Westlands. LIATEC offre servizi di manutenzione e addestramento degli equipaggi dei velivoli AW119K, AW109 e AW139, tra cui servizio di assistenza tecnica, revisioni e fornitura di pezzi di ricambio.

Nel gennaio 2008 Alenia Aeronautica, un’altra società del Gruppo Finmeccanica, ha firmato un accordo con la Libia per la fornitura di un ATR-42MP Surveyor, un velivolo adibito al pattugliamento marittimo. Inoltre, nel contratto, del valore di 31 milioni di euro, sono compresi l’addestramento dei piloti, degli operatori di sistema, supporto logistico e parti di ricambio.

Itas srl, una società di La Spezia (secondo il Servizio Studi – Dipartimento affari esteri della Camera, doc. 140-21/05/2010) cura il controllo tecnico e la manutenzione dei missili Otomat, acquistati a partire degli anni Settanta dal governo di Tripoli. L’Otomat è un missile a lunga gittata anti-nave.

A seguito degli accordi contenuti nel Trattato di Bengasi, nel maggio 2009, la Guardia di Finanza ha proceduto alla consegna delle prime tre motovedette alla Marina libica per il pattugliamento nel Mar Mediterraneo, seguite nel febbraio 2010 da altre tre imbarcazioni (da una di queste sono state sparate raffiche di mitragliatrice contro un peschereccio italiano nel 2010).
Il gruppo Finmeccanica ha stipulato diversi accordi con società libiche: nel 2009 ha firmato un Memorandum of Understanding per la promozione di attività di cooperazione strategica con la  Libyan Investment Authority e con la Libya Africa Investment Portfolio. La controllata SELEX Sistemi Integrati ha invece firmato nell’ottobre 2009 un accordo del valore di 300 milioni di euro per la realizzazione di un grande sistema di protezione e sicurezza dei confini.

Tratto da:
perlapace.it

Unimondo: “Ecco perché l’Italia non revoca la fornitura di armi alla Libia” | Informare per Resistere

Fonte: Unimondo: “Ecco perché l’Italia non revoca la fornitura di armi alla Libia” | Informare per Resistere.

L’analisi di Giorgio Beretta: “Il silenzio italiano è motivato dagli affari siglati dalle industrie militari italiane con il colonnello Gheddafi, a cominciare dalle controllate di Finmeccanica”

MILANO – Perché l’Italia, a differenza di Francia e Gran Bretagna, non ha ancora revocato la fornitura di armi alla Libia? Una domanda a cui prova a rispondere Giorgio Beretta della Ong Unimondo, in un articolo pubblicato oggi sul sito unimondo.org (vedi lancio precedente). Secondo Beretta, il silenzio italiano è motivato dagli affari siglati dalle industrie militari italiane con il colonnello Gheddafi, “a cominciare dalle controllate di Finmeccanica”, tra cui Agusta Westland (elicotteri, anche da guerra), Alenia Aermacchi (aerei da combattimento) e Mbda (sistemi missilistici).

Secondo le relazioni annuali della Presidenza del Consiglio sulle esportazioni militari, citate da Unimondo, dal 2006 al 2009 le controllate di Finmeccanica in Libia hanno venduto elicotteri militari, aerei, dispositivi per l’ammodernamento di aeromobili, ricambi, servizi di addestramento e persino missili (attraverso la Mbda, partecipata al 25% da Finmeccanica, ndr), per un totale di oltre 164 milioni di euro. Non solo: la holding italiana, partecipata al 32,5% dal Ministero dell’Economia, ha come secondo azionista proprio la Lybian Investment Authority, l’autorità governativa libica che detiene una quota del 2,01%, “quota che Gheddafi mira ad espandere fino al 3% del capitale per imporre nel consiglio di amministrazione alcuni dei suoi uomini fidati e che comunque già adesso le permetterebbe di eleggere fino a quattro delegati”, spiega Beretta.

Anche le voci minori in apparenza minori, secondo Beretta, devono destare preoccupazione, come i 2,2 milioni di euro spesi in “ricambi e addestramento” per i velivoli F260W della Alenia Aermacchi, di cui la Libia possiede circa 250 esemplari. Questi aerei, “che in Europa vengono utilizzati come addestratori, in Africa e America latina sono spesso impiegati come bombardieri”, scrive Beretta, citando un articolo di Enrico Casale apparso sulla rivista Popoli. Secondo il giornalista del mensile dei Gesuiti, nel luglio 2009 Finmeccanica e la Libyan Investment Authority hanno stretto ulteriormente i loro rapporti siglando l’impegno a creare una nuova joint-venture (con capitale di 270 milioni di euro) attraverso la quale gestiranno investimenti industriali e commerciali in Libia, ma anche in altri Paesi africani. A cominciare da un accordo siglato da Selex Sistemi Integrati, società controllata da Finmeccanica, e dal governo libico: un contratto del valore di 300 milioni di euro che consentirà la creazione di un sistema di “protezione e sicurezza” dei confini meridionali della Libia per frenare l’immigrazione.

“Forse anche per questo il ministro Frattini è in difficoltà ad intervenire quando sente parlare di sanzioni contro il leader libico -chiosa Beretta-. Gli andrebbe ricordato che la legge 185 del 1990 e la Posizione comune dell’Unione europea sulle esportazioni di armamenti chiedono di accertare il ‘rispetto dei diritti umani nel paese di destinazione finale e il rispetto del diritto internazionale umanitario da parte di detto paese’ e di rifiutare le esportazione di armamenti ‘qualora esista un rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate a fini di repressione interna’”. Proprio per evitare questo tipo di utilizzo, Francia, Germania e Regno Unito hanno deciso nei giorni scorsi di sospendere le esportazioni militari a diversi paesi, tra cui la Libia. Info: http://www.unimondo.org (ar)

Fonte: Redattoresociale.it

http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=12141&catid=39&Itemid=68