Archivi del mese: marzo 2011

TEPCO MENTE – La fermata – Cadoinpiedi

Fonte: TEPCO MENTE – La fermata – Cadoinpiedi.

di Giorgio Ferrari – 29 Marzo 2011
Dalle sostanze emesse emerge una parziale fusione anche nei reattori 1 e 3

La fusione parziale del nocciolo al reattore 2 di Fukushima è notizia ormai certa. C’è il forte sospetto, però, che l’agenzia Tepco non dica tutta la verità. Anche al reattore 1 e 3 la parziale fusione pare esserci stata. Abbiamo sentito Giorgio Ferrari, ingegnere nucleare.

Cos’è il nocciolo e cosa succede quando si fonde? Il nocciolo è costituito dall’insieme delle barre di combustibile e delle barre di controllo che sono presenti dentro il reattore. Il combustibile è composto da un tubo di metallo (guaina), con dentro pastiglie di uranio. In ogni reattore ci sono diverse barre di combustibile. Il nocciolo è contenuto in un cilindro di acciaio, chiuso sopra e sotto, dove entra dell’acqua fredda e esce del vapore. Questo cilindro, chiamato vessel, ha uno spessore di 20 centimetri. Quando si parla di fusione parziale del nocciolo, significa che la temperatura del combustibile, che si aggira in normali condizioni di funzionamento sui 900 gradi, ha raggiunto temperature di circa il doppio (1800 gradi), temperature a cui sicuramente si fonde la guaina esterna di metallo, fatta di Zircaloy, che contine le pastiglie di uranio. La fusione dello Zircaloy, e prima ancora della fusione il danneggiamento (perché prima di arrivare alla fusione queste guaine si danneggiano, si fessurano, si rompono), comporta due cose: che i prodotti di fissione non sono più contenuti all’interno di queste guaine e quindi escono fuori, mischiandosi al vapore o all’acqua. La seconda cosa è che l’aumento della temperatura della guaina, che corrisponde a un aumento di temperatura all’interno della pastiglia di uranio, comporta l’inizio dei processi di fusione anche dell’ossido di uranio che fonde completamente a temperature di 2800 gradi.

La Tepco dice tutta la verità?

Secondo me non c’è solo il reattore N. 2 che ha subito questo tipo di incidente, ma anche l’1 e il 3 hanno subito una parziale fusione del nocciolo. Il danneggiamento delle barre di combustibile sicuramente c’è stato anche lì, in quale misura nessuno lo sa e si vedrà successivamente: ricordo che a Three Mile Island si scoprì dopo mesi che il 25% del nocciolo si era fuso. Perché dico che c’è stata parziale fusione anche nei reattori 1 e 3? Intanto per la dinamica con cui si sono svolte le sequenze post incidentali, ma soprattutto lo dico per la denuncia stessa della Tepco dei giorni scorsi del rilevamento di prodotti di fissione che non possono che venire dalla rottura delle guaine che contengono le pastiglie di uranio che sono il fattore indicativo principale dell’inizio di una fusione. La Tepco nei suoi bollettini ha dovuto ammettere che ha trovato bario, cobalto, tecnezio, tellurio e oggi anche plutonio che sono prodotti di fissione che non possono che venire dalla rottura del contenimento della guaina dei combustibili.

La fusione del nocciolo di un reattore può “agevolare” altre fusioni in altri reattori?

No, non può. La fusione di uno dei reattori non ha influenza sugli altri. Ora può succedere che nella migliore delle ipotesi riescono a stabilizzare questa fusione parziale e che quindi non arrivi a danneggiare il vessel, quel contenitore di acciaio spesso 20 centimetri che contiene il nocciolo, di cui la temperatura esterna, sempre a detta della Tepco ha già raggiunto i limiti di progetto, cioè 400 gradi. E questo è ulteriore indizio che se la temperatura esterna è a 400, dentro siamo ben oltre i 1500/1600 gradi. Riuscire a mantenere già questo e aspettando con il tempo che il tutto torni a una condizione più gestibile, è il risultato migliore. Il risultato peggiore è non riuscire a gestire lo stato attuale. La pressione interna al vessel, allora, aumenta a causa del calore di decadimento del combustibile nucleare. Il combustibile nucleare non si spegne come gli altri combustibili. E’ un po’ come le ceneri del legno, che sotto rimane la brace. Solo che la brace dura qualche ora, la brace del combustibile nucleare per usare questa metafora, dura anni. Dunque per anni c’è un calore che viene prodotto, questo calore è una quantità significativa, è almeno l’1 % del calore totale prodotto a regime, e l’1% di reattori come il 2 e il 3 di Fukushima, corrisponde a 25 megawatt. 25 megawatt sono 25 mila chilowatt: per dare un’idea a chi ha poca dimestichezza è come avere 25 mila stufette da un chilowatt messe dentro un volume della cubatura di un monolocale.

Cosa c’è sotto le centrali nucleari? C’è il rischio che le sostanze finiscano nel sottosuolo?

Sotto le centrali nucleari c’è un solettone di cemento molto spesso dell’ordine di 4, 5 metri. Prima ancora c’è un “liner”, che è una lastra di acciaio di un paio di centimetri che è interna a questa struttura di contenimento primario. Sotto tutto questo grande edificio di cemento armato come dicevo, c’è un solettone altrettanto di cemento armato, poi c’è la palificazione delle fondamenta etc., poi c’è il terreno ovviamente. Che tutto arrivi alla famosa sindrome cinese dove si buca tutto, finora non si è verificato. Ci sono state e ci sono ancora preoccupazioni per esempio per quello che sta accadendo a Chernobyl, però finora non c’è una prova evidente che questo sia avvenuto o che possa avvenire. Cos’è che può frenare questa massa incandescente, anche se poi non è veramente incandescente? Nel suo distruggere e penetrare le strutture sottostanti, comunque si mischierebbe a dei materiali inerti che in qualche modo sicuramente ne ritardano l’efficacia cioè ne diminuiscono le reazioni nucleari, la temperatura e quindi l’efficacia distruttiva. Quindi alla fine si dovrebbe fermare per la natura stessa delle strutture e delle dinamiche che in genere si sviluppano.

Quali differenze fra Chernobyl e Fukushima? Perché non cementificano la centrale anche in Giappone? A Chernobyl c’è stata la fusione del nocciolo e poi l’esplosione del nocciolo, ma non un’esplosione nucleare. C’è stata un’esplosione meccanica. Il pericolo maggiore anche oggi a Fukushima e che non si riesca a gestire l’aumento di pressione dentro il vessel. Le pressioni altissime, la presenza di idrogeno, innescherebbero delle esplosioni di carattere distruttivo. La grande nube di Chernobyl che portò in aria i prodotti di fissione solidi, particelle solide, potrebbe avvenire anche a Fukushima se non riescono a gestire la pressione interna. A Chernobyl, si operò subito con gli elicotteri che portavano la sabbia, il cemento, e non l’acqua perché l’acqua vaporizza subito. Portare acqua è una sciocchezza che i giapponesi hanno commesso, anche se dettata dalle circostanze. A Chernobyl invece fu possibile perché a quel punto il reattore era allo scoperto e quindi si poteva raggiungere il cuore caldo, il nocciolo, questa massa informe fusa tra combustibile nucleare e strutture metalliche. Lì c’era anche la grafite, che qui non c’è (e sicuramente quella è un’aggravante). Speriamo però da un lato che questo non avvenga perché significherebbe un evento di carattere distruttivo come quello, molto pericoloso anche a lunghissima distanza perché porterebbe in aria veramente cose terribili. A Fukushima, adesso, non si può operare come a Chernobyl perché costruire un sarcofago intorno ai reattori, quando ancora il transitorio incidentale non è finito, sarebbe un errore.

Antimafia Duemila – Fukushima, tracce di plutonio

Fonte: Antimafia Duemila – Fukushima, tracce di plutonio.

Tracce di plutonio sono state rilevate in diverse aree dell’impianto nucleare di Fukushima. Lo rende noto la Tepco, il gestore dell’impianto.

Il plutonio rilevato, tuttavia, non sarebbe dannoso per la salute umana, al punto che i lavori per la messa in sicurezza di Fukushima “andranno avanti”.
Il plutonio e’ stato rilevato nel suolo in 5 punti diversi della tormentata centrale e, secondo la Tepco, sarebbe stato scaricato dal combustibile a seguito dei danni del sisma/tsunami dell’11 marzo, mentre i risultati delle analisi sarebbero maturati dai campioni presi una settimana fa.
Le ultime notizie dalla tormentata centrale non sono affatto buone e danno corpo all’ipotesi di danni al contenitore, alle condotte idriche del sistema o alle valvole di connessione del reattore n.3, il piu’ pericoloso perche’ alimentato a mox, il combustibile fatto di uranio e plutonio, usato nella forma di isotopo radioattivo piu’ letale.
Le tracce di plutonio a Fukushima portano all’ipotesi di danni alle barre di combustibile. Lo dice l’Agenzia per la sicurezza nucleare, citata dalla Kyodo, secondo cui “non e’ noto quale reattore lo abbia rilasciato” e la “vigilanza sull’impianto deve essere rafforzata”.
Anche acqua altamente radioattiva è stata trovata per la prima volta all’esterno di uno degli edifici che ospitano i reattori e adesso il timore è che contamini l’ambiente circostante, mare compreso.
L’acqua, scoperta in un tunnel sotterraneo per la manutenzione del reattore, ha un livello di radiazione di oltre 1.000 millisievert all’ora; livelli simili di concentrazione
erano stati rilevati in una pozza d’acqua nel seminterrato dello stesso edificio. L’esposizione a 100 millisieverti in un anno è la soglia in cui l’aumento del rischio di sviluppare il cancro è evidente.
La societa’ che gestisce l’impianto, la Tepco (Tokyo Electric Power) non è certa se quest’acqua possa arrivare direttamente in mare. Uno dei tunnel sotterranei termina ad appena 55 metri dalla costa e l’alta radioattività rilevata nei campioni di acqua prelevati al largo delle coste limitrofe fa pensare che ci sia stata una contaminazione diretta. Oggi il livello di radioattivita’ nei campioni prelevati a una trentina di metri dalla costa era di 1.150 volte oltre il limite; domenica il surplus era di 1.850 volte, un dato registrato anche quello poche centinaia di metri al largo e comunque maggiore rispetto alla rilevazione del giorno prima, sabato, quando era a 1.250.
Lo stesso governo nipponico ha ammesso che la priorità è assicurarsi che l’acqua contaminata non finisca nel suolo o nell’aria.
“Tracce di contaminazione” radioattiva sono presenti “ben al di là” della fascia di sicurezza di 30 km intorno alla centrale nucleare giapponese di Fukushima, secondo l’Autorità di sicurezza nucleare francese. Per l’Asn l’incidente ha provocato “una contaminazione che si estendera’ su zone considerevoli”. “Non è assolutamente sorprendente – ha spiegato il presidente dell’Asn, Andre’-Claude Lacoste – che si trovino qua e là contaminazioni anche oltre un raggio di 100km”.
Il governo ha anche ammesso che gli alti livelli di  radiazione di quell’acqua sono stati causati probabilmentedalla parziale fusione delle barre di combustibile nucleare. Il portavoce, Yukio Edano, ha aggiunto che questa fusione parziale è stata temporanea, ma l’alto livello di radioattività rende adesso ancora più difficile il lavoro degli operai. Tra l’altro, domenica la Tepco si è sbagliata nella misurazione della radioattività dell’acqua dentro l’unità: in un primo tempo ha detto che era di 10 milioni di volte superiore al normale, poi si è corretta dicendo che in realtà era di 100mila volte. “Considerando il fatto che monitorare la radioattività è una condizione essenziale per garantire la sicurezza, questo genere di errori sono assolutamente inaccettabili”, ha tuonato il portavoce del Governo.
Greenpeace ha fatto sapere che sono stati rilevati livelli di radiazione anomali a 40 chilometri dalla centrale e ha chiesto al governo di allargare l’area off-limits.

Tratto da:
rainews24.rai.it

Antimafia Duemila – Il mercato criminale dell’industria italiana delle armi

Fonte: Antimafia Duemila – Il mercato criminale dell’industria italiana delle armi.

di Antonio Mazzeo – 29 marzo 2011
Cannoni, missili, carri armati, fucili, pistole, caccia e bombardieri. Produciamo strumenti di guerra di ogni tipologia per il mercato globale finanche braccialetti e manette che produco scariche elettriche da 50.000 volt, veri e propri sistemi di tortura per detenuti e migranti. Un business che non conosce crisi e che consente all’industria militare di affermarsi tra le prime cinque produttrici al mondo. Tra il 2008 e il 2009, quando tutti i settori produttivi del made in Italy registravano tassi di crescita negativi, l’export di armamenti è cresciuto del 74%. Un mercato che si caratterizza per essere tre volte criminale e criminogeno. Perché genera morti in ogni angolo della terra, orami quasi sempre e solo vittime civili ed innocenti, donne, bambini. Perché divora enormi risorse economiche-finanziarie e naturali, depauperando il pianeta e condannando inesorabilmente miliardi di persone alla fame e al sottosviluppo. Perché gli immensi profitti si dividono tra una ristretta minoranza di attori, manager, industriali, generali, politici, trafficanti (o più prosaicamente “mediatori”) e l’immancabile corte di faccendieri in odor di mafia.
Una zona grigia di illegalità in cui le potenti lobby dei mercanti prosperano aggirando la legge 185 del 1990 che disciplina il commercio delle armi e che vieta in particolare, le vendite ai paesi belligeranti, a quelli sottoposti ad embargo Onu e dell’Unione Europea e a quelli i cui governi sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. La lista dei destinatari dei gioielli di morte del complesso militare industriale italiano è proprio “nera”: al primo posto c’è la petromonarchia dell’Arabia Saudita (commesse per 1.100 milioni di euro), poi il Qatar (317), l’India (242), gli Emirati Arabi Uniti (176), il Marocco (112), la Libia (59), la Nigeria (50), la Colombia (44), l’Oman (37). Sembra più un elenco della geopolitica della guerra totale e permanente, dei diritti violati e negati e delle discriminazioni di genere e minoranze nazionali. Ma nel bel paese vige l’indifferenza e il cinismo. Così i parlamentari e i politici che si stracciano le vesti per le sorti di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna iraniana condannata a morte per lapidazione, restano in perfetto silenzio di fronte al fatto che tra gli stati lapidatori compaiono proprio quattro dei principali partner dell’industria di morte italiana. È a loro che sono state esportate nel 2009 più del 50% delle armi prodotte da Finmeccanica, la holding del settore a capitale in parte pubblico.
Con gli emiri in particolare, si profilano all’orizzonte affari a nove zeri. Dopo il voto unanime del Parlamento italiano – il 28 ottobre 2009 – che ha ratificato l’accordo di “cooperazione nel settore della sicurezza” firmato sei anni prima dall’allora ministro della difesa Martino e dal principe ereditario di Dubai e ministro della difesa degli EAU, sceicco Mohamed Bin Rashid Al Maktoum, sono state esemplificate le procedure di trasferimento di armamenti, munizionamenti, mine, propellenti, satelliti, sistemi tecnologici di comunicazione e per la guerra elettronica. Scambi che potranno avvenire anche in deroga alla legge 185 e che consentiranno la triangolazione di armi «a Paesi terzi senza il preventivo benestare del Paese cedente». E l’accordo di mutua cooperazione è stato prontamente festeggiato da Finmeccanica con una maxi-commessa da due miliardi di dollari: gli Emirati hanno affidato alla controllata Alenia Aermacchi la fornitura di 48 bimotori M-346 “Master” che saranno utilizzati per l’“attacco leggero” (sganciamento di bombe sino a 3.000 kg) e l’addestramento avanzato dei piloti destinati ai cacciabombardieri Eurofighter, Rafale, F-16, F-22 ed F-35 “Joint Strike Fighter”, acquistati di recente dall’aeronautica militare EAU.
Quando non è possibile mettere nero su bianco su triangolazioni e trasferimenti a paesi in guerra c’è sempre pronto a dare una mano l’alleato d’oltreoceano. Qualche mese fa il comandante della coalizione Usa-Nato in Afghanistan, generale Stanley McChrystal, ha rivelato all’agenzia Reuters la consegna alle forze armate afgane di due aerei da trasporto C-27A “Spartan” in dotazione dell’US Air Force, mentre altri 18 velivoli dello stesso modello saranno consegnati entro il 2011. Come dichiarato dall’alto ufficiale statunitense, «questo programma consentirà all’aviazione militare afgana di raddoppiare le proprie dimensioni per operare con efficacia dopo essere rapidamente caduta in disgrazia con l’avvento dei talebani». Velivoli prodotti nelle corporation a stelle e a strisce? Assolutamente no. I due biturboelica C-27A erano stati acquistati nel 1990 in Italia all’allora Aeritalia, oggi Alenia Aeronautica (Finmeccanica). Si tratta di una versione leggermente modificata degli aerei da trasporto G.222, in dotazione sino al 2005 alla 46^ Aerobrigata dell’Aeronautica militare di Pisa. Si dà poi il caso che il 19 settembre del 2008, proprio 18 G.222 ex AMI erano stati ceduti dal ministero della difesa italiano agli Stati Uniti in cambio di 287 milioni di dollari. Inutile aggiungere che si tratta proprio degli “Spartan” che il Pentagono consegnerà all’Afghan National Army Corps dopo che saranno conclusi i lavori di ricondizionamento delle apparecchiature di bordo, probabilmente proprio negli stabilimenti di Alenia. Anche stavolta da registrare l’imbarazzato no-comment del ministero della difesa e dei parlamentari di destra, centrodestra e centrosinistra.
Con un altro accordo di “cooperazione” sottoscritto da Silvio Berlusconi e dal colonnello Gheddafi, Italia e Libia hanno chiuso la lunga contesa post-coloniale. In nome della comune lotta all’immigrazione “irregolare”, si è dato il via ai pattugliamenti navali congiunti e alla realizzazione in pieno deserto di carceri-lager per richiedenti asilo in fuga dagli inferni del Corno d’Africa, Iraq e Afghanistan. Ma il vero cuore dell’intesa sta negli affari e nelle commesse per le fabbriche di armi. Con il disgelo italo-libico l’AgustaWestland ha trasferito alle forze armate locali 10 elicotteri A109 Power, valore 80 milioni di euro, che saranno utilizzati per il «controllo delle frontiere». La stessa società italiana, da tempo immemorabile al centro di inchieste giudiziarie, scandali e mazzette, ha pure sottoscritto un accordo con la Libyan Company for Aviation Industry per costituire una joint venture per lo sviluppo di attività nel settore aeronautico e dei sistemi di sicurezza. Finmeccanica, la holding che detiene il controllo di AgustaWestland, ha invece firmato un accordo con Tripoli per la creazione di una joint venture nel campo dell’elettronica e dei sistemi militari di telecomunicazione. Nel gennaio 2008, è stata la volta di Alenia Aeronautica a siglare con il ministero dell’Interno libico un contratto del valore di oltre 31 milioni di euro per la fornitura del velivolo da pattugliamento marittimo ATR-42MP “Surveyor”. Sempre nel campo della “homeland security” (o della militarizzazione in funzione anti-migranti), Selex Sistemi Integrati realizzerà un grande sistema di protezione e sicurezza dei confini della Libia e fornirà direttamente sul campo l’addestramento degli operatori e dei manutentori.
Altro pozzo di San Patrizio dell’export di guerra italiano è un altro paese leader della lotta ai migranti, il Marocco. Dal 1973 occupa militarmente l’ex Sahara spagnolo, massacrando attivisti indipendentisti, deportando intere comunità, disseminando di mine anti-uomo il muro-frontiera di oltre 3.000 chilometri realizzato per isolare i territori occupati. Per numerose organizzazioni non governative internazionali, il Marocco ha collaborato attivamente con gli Stati Uniti d’America nelle extraordinary rendition, i sequestri di presunti terroristi islamici, poi deportati nelle supercarceri di Medio oriente e Guantanamo, ed ospiterebbe ancora un centro di detenzione segreto per vecchi e nuovi desaparecidos. Amnesty International denuncia che in Marocco «sono aumentati nel 2009 gli attacchi alla libertà di espressione, di associazione e di riunione» e che «difensori dei diritti umani e giornalisti fautori dell’autodeterminazione del Sahara Occidentale sono incorsi in vessazioni, arresti e perseguimenti giudiziari». «Le autorità hanno continuato ad arrestare ed espellere cittadini stranieri sospettati di essere migranti irregolari senza prendere in considerazione le loro singole necessità di protezione o permettere loro di contestare l’espulsione», aggiunge Amnesty International. «Alcuni sarebbero stati scaricati al confine con l’Algeria o la Mauritania, senza adeguate quantità di cibo e acqua». Per rendersi conto che aria si respira in uno dei principali partner dell’establishment politico-militare industriale italiano, si pensi a quanto accaduto lo scorso 8 novembre, quando le forze armate marocchine attaccarono e distrussero il campo rifugiati di Gdeim Izik, nella capitale sahrawi di Al Aaiun. Per il Fronte Polisario si è trattato di un massacro senza precedenti: 21 i morti civili, 723 i feriti e 159 i “dispersi”.
Le più importanti commesse al Marocco? A fine 2008 l’immancabile Alenia Aeronautica ha siglato un contratto del valore di circa 130 milioni di euro per la fornitura di quattro velivoli C-27J, lo stesso aereo da trasporto e per il lancio di paracadutisti girato all’Afghanistan via Washington. In joint venture con Eads, Alenia Aeronautica consegnerà pure due Atr 42-600 e quattro Atr 72-600 alla compagnia di bandiera Royal Air Maroc. Apparecchiature integrate per comunicazioni e controllo terrestri prodotte da Selex Communications finiranno al FAR du Maroc, le forze armate marocchine che non mancheranno di utilizzarle in funzione anti-Polisario e anti-migranti. La marina militare marocchina si doterà invece delle nuove fregate multimissione FREMM co-prodotte da Francia (Thales e DCNS) e Italia (Fincantieri e Finmeccanica). Le fregate saranno superarmate: siluri MU90, missili Exocet MM40 e Aster 15 ed i cannoni 76/62 SR stealth della OTO Melara, altra società Finmeccanica. Con le autorità marocchine starebbe per essere avviato pure un programma per insediare a Casablanca un polo aeronautico per la fabbricazione di componenti meccaniche destinate a velivoli civili e militari che vedrebbe la compartecipazione (o forse meglio la terziarizzazione e delocalizzazione) di alcune delle maggiori imprese aeronautiche italiane.
La lobby filo-marocchina è assai potente tra parlamentari, ministri e industriali nostrani e non c’è stata inchiesta giudiziaria negli ultimi decenni che non abbia individuato transazioni più che sospette sulla rotta Roma-Rabat.. Nel 1992 erano state le Procure della Repubblica di Messina a Catania a indagare su un gruppo di faccendieri in stretto contatto con una delle più potenti cosche mafiose siciliane (quella etnea capeggiata da Benedetto “Nitto” Santapaola), che stava mediando la fornitura di armamenti prodotti dalla Breda Meccaniche Bresciane alla marina, all’esercito e all’aviazione del Marocco. L’inchiesta, come buona parte di quelle che tentano di colpire i santuari dei mercanti di morte, si concluse nel nulla. Quattro anni dopo però la Guardia di finanza di Firenze recuperò le montagne di intercettazioni telefoniche ed ambientali prodotte e inviò un’informativa alla Procura di La Spezia che indagava su quella che era stata definita la “nuova P-2”, l’ennesima organizzazione paramassonica in grado di “deviare” il funzionamento di istituzioni, istituti bancari ed holding industriali dell’Italia a sovranità assai limitata. Utilissimo rileggere alcuni dei passi dedicati al funzionamento del sistema criminale tessuto dai mercanti di morte, basati sulle risultanze delle indagini su mafie, droga ed armi condotte nei primi anni ’80 dall’allora giudice istruttore di Trento, Carlo Palermo. «La fusione tra interessi pubblici e interessi commerciali e la compenetrazione di uomini, istituzioni e risorse appartenenti alla sfera statale e al mercato rende difficile distinguere confini e responsabilità», scrivono i militari della  GdF. «La visibilità di tali gruppi di potere emerge solo in circostanze eccezionali, come le inchieste parlamentari e della magistratura, oppure in occasione di fatti di cronaca particolarmente eclatanti come lo “scandalo Lockeed” in Europa all’inizio degli anni ’70, o l’emergere della loggia P2 in Italia all’inizio degli anni ’80».
In particolare, il giudice Palermo era giunto a definire tre «diverse costellazioni» di poteri collegate alla produzione e al commercio delle armi. La prima comprende gli apparati imprenditoriali e finanziari delle industrie produttrici di armamenti, operanti in strettissimo collegamento con l’establishment militare ed i vertici dei servizi di sicurezza di quasi tutti i paesi. «I circoli in questione costituiscono l’elemento di continuità nel business dell’esportazione di armi, e la loro particolare collocazione li rende nello stesso tempo “fedeli al sistema” ed autonomi dal potere politico del momento, specie nei paesi caratterizzati da un tasso elevato di instabilità governativa. La tendenza di tali gruppi è quella di accrescere la propria coesione ed impermeabilità tramite la costituzione di associazioni segrete o semiclandestine, e di collegarsi a singoli esponenti politici di rilievo piuttosto che a partiti o correnti politiche».
Il secondo gruppo di potere comprende i mediatori e i commercianti all’ingrosso e al minuto, quasi sempre alle dipendenze dirette o in stretto collegamento con le industrie produttrici. «È presso tale categoria che troviamo gli “incroci”, molto frequenti con il mondo della droga e della finanza clandestina», prosegue l’informativa. «Si tratta della naturale tendenza ad usare circuiti di scambio semisegreti attivati per la circolazione di una data merce e per il commercio di altre merci: oggi le armi, domani gli stupefacenti, poi le informazioni politico-militari, l’alta tecnologia ecc. I motori del tutto sono quelli di sempre. Profitto economico ed ambizioni di potenza. Con l’aggiunta di una componente sempre più rilevante di “professionismo illegale”, causato dalla moltiplicazione dei soggetti e dei canali del mercato illecito». Infine il terzo tipo di coalizione di potere interessata all’esportazione di armi, composta da personalità politiche ai vertici istituzionali, in grado di percepire tangenti sulle vendite o sugli acquisti.
Un vero e proprio di blocco di potere i cui contorni sono stati ben delineati dalle indagini sui traffici gestiti dal pool di operatori vicini alle cosche siciliane e ai grandi manager militar-industriali. Oltre alla fornitura di materiali di armamento al Marocco, l’organizzazione stava seguendo freneticamente l’affare relativo alla vendita alla Guardia nazionale dell’Arabia Saudita di dodici elicotteri CH47 per il trasporto truppe ed armamenti, di produzione “Agusta SpA”. Il trasferimento dei mezzi da guerra vide scendere in campo le massime autorità saudite. Nel corso di una telefonata del 15 giugno 1992 tra un faccendiere siciliano e l’allora direttore generale dell’industria bellica, il primo forniva l’identità del suo diretto interlocutore: «È lo sceicco Hassan Hennany a tenere le fila con re Fahd. Hennany è il segretario del principe Feisal ben Fahd, il figlio del sovrano d’Arabia, e può darci una mano a vendere elicotteri anche al Marocco». Il mese precedente, lo stesso faccendiere e alcuni personaggi in contatto con i clan mafiosi erano stati ospiti del saudita a bordo del suo yacht ormeggiato a Cannes. I particolari di quell’incontro erano stati raccontati dal responsabile per le relazioni estere di Forza Italia al direttore commerciale di Pubblitalia-Fininvest, Alberto Dell’Utri. «In questi giorni sapremo le date, te le comunico e ci incontriamo. Ok?», dichiarava l’alto dirigente di Forza Italia. Poi aggiungeva: «Se per caso il tuo presidente, se potesse venire per dire… un incontro. Perché c’è pure in grande pompa magna quell’Hennany. Alberto, io non ci sto dormendo la notte!».
L’identità del “presidente” prendeva forma nel corso di una telefonata intercorsa il 3 giugno 1992 tra due delle persone sottoposte ad indagine. «Scusami Aldo, noi lunedì c’incontriamo. Possiamo parlare con questo Berlusconi o no?», domandava uno di essi. «Gioia mia, mi auguro di sì. Io non te lo posso dire in questo momento e neanche lui me lo sa dire», la risposta.

Patologia del profitto e Pianeta usa e getta

Fonte: ComeDonChisciotte – LIBERO MERCATO UBER ALLES.

DI MICHAEL PARENTI
Michaelparenti.org

Patologia del profitto e Pianeta monouso

Alcuni anni fa nel New England, un gruppo di ambientalisti chiese a un dirigente aziendale in che modo la sua azienda (una cartiera) poteva giustificare lo smaltimento dei suoi scarichi industriali non depurati in un fiume vicino. Il fiume, che era costato secoli a Madre Natura per formarlo – veniva utilizzato per l’acqua potabile, la pesca, il canottaggio e il nuoto. In pochi anni, la cartiera lo aveva trasformato in una fogna aperta altamente tossica.

Il dirigente si strinse nelle spalle e disse che scaricare nel fiume era il modo finanziariamente più efficace per rimuovere i rifiuti della cartiera. Se la società avesse dovuto assorbire la spesa supplementare di dover ripulire da sé, poteva non essere in grado di mantenere il proprio vantaggio competitivo e sarebbe quindi stata chiusa o trasferita in un mercato del lavoro più economico, con conseguente perdita di posti di lavoro per l’economia locale.

Libero Mercato Uber Alles

Era un argomento familiare: l’azienda non aveva scelta. In un mercato concorrenziale era costretta ad agire in quel modo. La cartiera non era nel business della protezione dell’ambiente, ma nel business del fare profitto, il profitto più alto possibile al più alto tasso possibile di ritorno. Profitto è il nome del gioco, come chiariscono i business leader se punzecchiati sull’argomento. L’obiettivo prioritario del business è l’accumulo di capitale.

Per giustificare il suo risoluto affarismo, l’Azienda America promuove la classica teoria del laissez-faire, che sostiene che il libero mercato — una congestione di imprese sfrenate non regolamentate e tutte che perseguono egoisticamente i propri fini — è governata da una benigna “mano invisibile” che produce miracolosamente uscite ottimali per tutti.

I liberi mercanti hanno una fede profonda e incrollabile nel laissez-faire perché è una fede che li serve bene. Significa non aver sorveglianza da parte del governo, non essere ritenuti responsabili per i disastri ambientali che si perpetrano. Come avidi marmocchi viziati, sono stati ripetutamente tirati fuori dai guai dal governo (bel libero mercato!) in modo che possano continuare a correre rischi irresponsabili, a saccheggiare la terra, avvelenare i mari, far ammalare intere comunità, gettare rifiuti per intere regioni e intascare osceni profitti.

Questo sistema corporativo di accumulo di capitale tratta le risorse di sostentamento della Terra (terra coltivabile, acque sotterranee, zone umide, fogliame, foreste, pesca, fondali marini, baie, fiumi, qualità dell’aria) come ingredienti usa e getta, considerate a fornitura illimitata, da consumare o avvelenare a volontà. Come la BP ha dimostrato così bene nella catastrofe del Golfo del Messico, le considerazioni sul costo pesano molto più di quelle sulla sicurezza. Un’ inchiesta del Congresso ha concluso: “di volta in volta, sembra che la BP abbia preso decisioni che hanno aumentato il rischio di una perdita per salvare il tempo o la spesa della Compagnia”.

Infatti, la funzione di una multinazionale non è quella di promuovere una sana ecologia, ma quello di estrarre più valore commerciale possibile dal mondo naturale anche se ciò significa trattare l’ambiente come una fossa biologica. Un capitalismo commerciale in continua espansione e una fragile ecologia limitata sono su una rotta di collisione catastrofica quanto più i sistemi di sostegno dell’ intera ecosfera — sottile strato di aria fresca intorno alla Terra, acqua e terriccio — sono a rischio. Non è vero che gli interessi politico-economici dominanti negano tutto questo. Molto peggio della negazione, essi hanno mostrato un assoluto antagonismo nei confronti di coloro che pensano che il nostro pianeta sia più importante dei loro profitti. Così diffamano gli ambientalisti come “eco-terroristi”, “Gestapo EPA”, “allarmisti della giornata della Terra”, “abbraccia-alberi”, e propagatori di “isteria verde”.

In un enorme allontanamento dalla ideologia del libero mercato, la maggior parte delle diseconomie delle grandi imprese vengono rifilate al popolo, compresi i costi di bonifica dei rifiuti tossici, il costo del monitoraggio produttivo, il costo dello smaltimento dei reflui industriali (che raccoglie dal 40 al 60 per cento dei carichi smaltiti dagli impianti fognari comunali pagati dal contribuente), il costo dello sviluppo di nuove risorse di acqua (mentre l’industria e le aziende agro-alimentari consumano ogni giorno l’ 80 per cento della fornitura di acqua della nazione), e i costi per curarsi una malattia e un male causati da tutta la tossicità prodotta. Con molte di queste diseconomie regolarmente fatte ricadere sul governo, il settore privato si vanta quindi della sua superiore efficienza economica sul settore pubblico.

I super ricchi sono diversi da noi

Non è forse un disastro ecologico una minaccia per la salute e la sopravvivenza dei plutocrati aziendali così come lo è per noi cittadini comuni? Siamo in grado di capire perché il ricco imprenditore potrebbe voler distruggere l’edilizia pubblica, l’istruzione pubblica, la Previdenza Sociale, la Sanità pubblica e l’Assistenza medica e ospedaliera per i più poveri. Tali tagli ci porterebbero a una società di libero mercato priva di quei servizi umani “socialisti” a finanziamento pubblico che le ideologie reazionarie detestano. E questi tagli non priverebbero di nulla i super-ricchi e le loro famiglie. I super-ricchi hanno una ricchezza privata più che sufficiente per procurarsi qualsiasi servizio e protezione di cui hanno bisogno per se stessi.

Ma l’ambiente è una storia diversa, non è vero? I ricchi reazionari e le loro lobby imprenditoriali non abitano forse lo stesso pianeta inquinato come tutti gli altri, non mangiano lo stesso cibo chimicamente trattato e non respirano la stessa aria intossicata? In realtà, essi non vivono esattamente come tutti gli altri. Risiedendo in luoghi dove l’aria è decisamente migliore rispetto alle aree a basso e medio reddito, vivono una realtà di classe diversa. Essi hanno accesso al cibo prodotto biologicamente e trasportato e preparato in maniera speciale.

Le discariche tossiche e le autostrade della nazione di solito non si trovano all’interno o nelle vicinanze dei loro quartieri alla moda. Perché in realtà, i super-ricchi non vivono in tali quartieri. In genere risiedono su latifondi con tante aree boschive, ruscelli, prati, e con solo alcune strade d’ accesso adeguatamente sorvegliate. Gli antiparassitari non vengono spruzzati sui loro alberi e giardini. La deforestazione non rende desolati i loro ranch, le loro proprietà, i boschi familiari, i laghi, e i principali luoghi di vacanza.

Eppure, non dovrebbero anch’essi temere la minaccia di un’apocalisse ecologica causata dal riscaldamento globale? Preferiscono vedere la vita sulla Terra, compresa la propria, distrutta? A lungo andare effettivamente segnano il loro destino insieme a quello di tutti gli altri. Tuttavia, come tutti noi, non hanno una vita a lungo termine, ma vivono qui e ora. Quello che oggi è in gioco per loro è qualcosa di più prossimo e più urgente dell’ecologia mondiale; è il profitto mondiale. Il destino della biosfera sembra un’astrazione remota rispetto al destino dei propri immediati – ed enormi – investimenti.

In definitiva, le grandi imprese leader sanno che ogni dollaro che una società spende per le cose stravaganti, come la tutela dell’ambiente, è un dollaro in meno in guadagni. L’allontanarsi dai combustibili fossili e l’avvicinarsi al solare, l’eolico e l’energia marina potrebbe contribuire a evitare il disastro ecologico, ma sei delle dieci principali imprese industriali sono coinvolte prevalentemente nella produzione di petrolio, benzina e veicoli a motore. L’inquinamento da combustibili fossili porta a miliardi di dollari in guadagno. I grandi produttori sono convinti che forme di produzione ecologicamente sostenibili rischiano di compromettere tali utili.

Il guadagno immediato per se stessi è una considerazione molto più convincente di una perdita futura condivisa dal grande pubblico. Ogni volta che si guida l’auto si mettono le proprie necessità immediate di arrivare da qualche parte prima del bisogno collettivo di evitare l’avvelenamento dell’aria che tutti respiriamo. Quindi, per i grandi: il costo sociale di trasformare una foresta in un deserto conta poco contro il profitto smisurato ed immediato che proviene dalla raccolta del legname e contro l’ andarsene con un bel fascio di denaro contante. E ci si può sempre razionalizzare sopra: ci sono un sacco di altre foreste che le persone possono visitare, non hanno bisogno proprio di questa; la società ha bisogno del legname; i boscaioli hanno bisogno di posti di lavoro, e così via.

Il futuro è adesso

Alcuni degli stessi scienziati e ambientalisti che vedono l’ urgente crisi ecologica piuttosto fastidiosamente, ci avvertono di una crisi climatica catastrofica per la “fine di questo secolo”. Ma questa è lontana quasi 90 anni, quando tutti noi e la maggior parte dei nostri ragazzi saremo morti— il che rende il riscaldamento globale un problema molto meno urgente.

Ci sono altri scienziati che riescono ad essere ancora più irritanti, avvertendoci di un’ imminente crisi ecologica per poi piazzarla ancora più lontano nel futuro: “Dobbiamo smettere di pensare in termini di ere e cominciare a pensare in termini di secoli,” fu citato un saggio scienziato dal New York Times nel 2006. Questo dovrebbe metterci in allarme? Se una catastrofe mondiale è a un secolo o a secoli di distanza, chi prenderà, oggi, le decisioni terribilmente difficili e costose i cui effetti si faranno sentire anche in futuro?

Spesso ci viene detto di pensare ai nostri cari nipoti, che saranno interamente vittime di tutto ciò (un appello di solito fatta in tono supplichevole). Ma la maggior parte dei giovani a cui mi rivolgo nei campus universitari hanno difficoltà a immaginare il mondo in cui i loro inesistenti nipoti potrebbero vivere tra trenta o quaranta anni.

Tali appelli dovrebbero essere accantonati. Noi non abbiamo secoli o generazioni o addirittura tanti decenni prima che la catastrofe sia alle porte. La crisi ecologica non è tanto lontana. La maggior parte di noi, vivi oggi, probabilmente non avrà il lusso di dire “Après moi, le deluge”, perché sarà ancora in giro per sperimentare la catastrofe sulla propria pelle. Sappiamo che questo è vero perché la crisi ecologica sta già agendo su di noi con un effetto accelerato e aggravato che potrebbe presto rivelarsi irreversibile.

La pazzia della speculazione

Triste a dirsi, l’ambiente non può difendersi. Spetta a noi proteggerlo, o ciò che di esso resta. Ma tutto ciò che i super-ricchi vogliono è di continuare a trasformare la natura vivente in merci e le merci in capitale morto. Imminenti disastri ecologici non sono di alcuna importanza per i predatori imprenditoriali. Della natura vivente non hanno misura.

La ricchezza diventa dipendenza. La fortuna stuzzica l’appetito per fortuna maggiore. Non c’è fine alla quantità di soldi che uno vorrebbe accumulare, spinto in avanti dall’ auri sacra fames, la maledetta fame di oro. Così i tossicodipendenti del denaro arraffano sempre di più per se stessi, più di quanto può essere speso in mille vite di indulgenza senza limiti, spinti da quello che comincia a somigliare a una patologia ossessiva, una monomania che cancella ogni altra considerazione umana.

Sono più interessati alla loro ricchezza che alla terra sulla quale vivono, più preoccupati per la sorte delle loro fortune che al destino dell’umanità, così posseduti dalla loro ricerca di profitto da non vedere il disastro incombente davanti a loro. C’era una vignetta del New York Times che mostrava un dirigente d’azienda. in piedi davanti a un leggio, che fronteggiava un incontro di lavoro con queste parole: “E così, mentre lo scenario della fine del mondo sarà pieno di orrori inimmaginabili, riteniamo che il periodo immediatamente antecedente la fine sarà pieno di opportunità senza precedenti per il profitto”.

Non è uno scherzo. Anni fa ho notato che coloro che negavano l’esistenza del riscaldamento globale non hanno cambiato la loro opinione anche quando lo stesso Polo Nord ha cominciato a sciogliersi. (Mai mi sarei aspettato che esso realmente cominciasse a dissolversi durante la mia vita). Oggi siamo di fronte ad uno scioglimento artico che ha implicazioni terribili per le correnti oceaniche del golfo, per i livelli delle acque costiere, per l’ intera zona temperata del pianeta e la produzione agricola mondiale.

E allora, come rispondono i capitani dell’industria e della finanza? Nel modo in cui ci si potrebbe aspettare: come profittatori monomaniacali. Sentono la musica: ca-ching, ca-ching. In primo luogo, lo scioglimento dell’Artico aprirà un passaggio diretto a nord-ovest tra i due grandi oceani, un sogno più vecchio di Lewis e Clark. Ciò contribuirà a rendere più brevi e più accessibili ed economiche le rotte del commercio mondiale. Non ci si dovrà più affaticare attraverso il Canale di Panama o intorno al Capo Horn. Costi di trasporto più bassi significano più commercio e profitti più alti.

In secondo luogo, notano con gioia che lo scioglimento sta aprendo nuove, vaste riserve petrolifere da trivellare. Essi saranno in grado di trivellare più combustibile fossile, quello stesso che è la causa della calamità che si abbatte su di noi. Più scioglimento significa più petrolio e più profitti; tale è il mantra dei liberi trafficanti che pensano che il mondo appartiene solo a loro.

Immaginate ora che tutti noi siamo all’interno di un grande autobus che sfreccia giù per una strada diretta verso un tuffo fatale in un burrone profondo. Cosa fanno i nostri dipendenti del profitto? Vanno su e giù per il corridoio, vendendoci cuscini anti-urto e cinture di sicurezza a prezzi esorbitanti. Hanno pianificato tutto in anticipo per questa opportunità di vendita.

Dobbiamo alzarci dai nostri sedili, e metterli subito sotto la sorveglianza di un adulto, affrettarci verso la parte anteriore dell’autobus, strattonare via l’autista, afferrare il volante, far rallentare l’autobus e farlo tornare indietro. Non è facile, ma forse è ancora possibile. Per me è un sogno ricorrente.

I libri recenti di Michael Parenti includono: “Dio e i suoi demoni” (Prometeo), “Nozioni contrarie: il lettore Michael Parenti” (City Lights), “La democrazia per pochi”, nona ed. (Wadsworth), “L’Assassinio di Giulio Cesare “(New Press), “Superpatriottismo” (City Lights), e “La Lotta della Cultura” (Seven Stories Press). Per ulteriori informazioni, visitare il suo sito: http://www.michaelparenti.org

Titolo originale: “Profit Pathology And Disposable Planet”

Fonte: http://www.michaelparenti.org
Link
28.02.2011

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di C. DI LORENZO

ComeDonChisciotte – PERCHE’ QUELLI DI WALL STREET NON SONO IN PRIGIONE ?

DI MATT TAIBBI
rollingstone.com

I truffatori finanziari hanno messo a terra l’economia mondiale, ma la FED si muove più per proteggerli che per perseguirli.

Tra un drink e l’altro, in una noiosa e nevosa serata a Washington il mese scorso, un ex investigatore del Senato scoppiò a ridere mentre finiva di sorseggiare la sua bibita.

“Tutto è finito a carte quarantotto, e nessuno va in prigione” disse. “Ecco il succo della storia. Al diavolo, non c’è bisogno di aggiungere niente altro. Basta questo”.

Misi giù il taccuino. “Solo questo?”

“Esattamente” aggiunse, mentre chiedeva il conto alla cameriera. “Tutto è finito a carte quarantotto, e nessuno va in prigione. Può concludere l’articolo a questo punto”.
Nessuno va in prigione. Ecco il vero mistero dell’era della crisi finanziaria, un’era che ha visto praticamente tutte le più importanti banche e istituzioni finanziarie di Wall Street invischiate in osceni scandali che hanno impoverito milioni di persone e, in totale, hanno distrutto centinaia di miliardi, anzi triliardi, di dollari di ricchezza mondiale. E nessuno è finito in prigione. O per meglio dire, nessuno tranne Bernie Madoff, le cui vittime, guarda caso, sono state altre persone ricche e famose.

Gli altri, tutti gli altri, sono restati liberi…

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Antimafia Duemila – L’appello di Vincenzo Calcara all’incontro dell’Idv

Vincenzo Calcara parla della vera piovra di cui la mafia è solo un tentacolo, ma la testa sta altrove…

Fonte: Antimafia Duemila – L’appello di Vincenzo Calcara all’incontro dell’Idv.

Sabato scorso l’Italia dei valori di Modena ha organizzato un incontro con il collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara e il senatore dell’Idv Luigi Li Gotti.

Dopo la recente aggressione subita dalla moglie di Calcara e le reiterate minacce di morte rivolte nei suoi confronti, l’ex uomo d’onore di Castelvetrano ha chiesto il cambio di generalità per tutta la sua famiglia come ultima richiesta di protezione. Riportiamo di seguito un estratto dell’intervento di Vincenzo Calcara.

ARTICOLO CORRELATO
Due uomini alla moglie di Calcara. ”Devi dire a Vincenzo di stare muto’

Giudici e diritto di replica Caro lettore, che ne pensi? – Live Sicilia

Dite la vostra sul sito di LiveSicilia al link qui sotto.

Fonte: Giudici e diritto di replica Caro lettore, che ne pensi? – Live Sicilia.

Caro lettore, posso continuare a tenere questa rubrica? E scrivere articoli esprimendo liberamente la mia opinione? Posta la domanda in altri termini, può un magistrato dire il proprio punto di vista, specie a proposito di materie che riguardano il suo settore di competenza, e cioè la Giustizia?

Domande retoriche? Perfino provocatorie? Mi dispiace, caro lettore, ma non sembra essere più tanto così. Perché, a leggere certi giornali degli ultimi tempi, certe dichiarazioni di autorevoli uomini politici ed opinionisti sul mio conto, sembrerebbe che l’ovvio non sia più scontato, che il diritto di esprimere le proprie opinioni soffra sempre maggiori limiti. Che il clima di intolleranza verso il dissenso stia crescendo in modo allarmante. E la cosa mi preoccupa tanto che, senza paura di nuove polemiche, sono indotto a ritornare sul tema.

Prima i fatti. Un anno fa scrissi un libro, certamente critico nei confronti del disegno di legge governativo di riforma delle intercettazioni. Ritenevo e ritengo l’intercettazione uno strumento indispensabile per svelare ogni forma di criminalità occulta, sia essa mafiosa o politico-economica. Ritenevo e ritengo la disciplina attualmente vigente in materia di intercettazioni perfettibile, specie al fine di preservare più efficacemente segreto investigativo e privacy degli intercettati, ma ritenevo e ritengo deleteria ogni ulteriore limitazione dei presupposti per avviare un’intercettazione. Ed in ogni caso eccessivamente restrittiva la disciplina che si vuole proporre nel progetto di riforma, al punto da giustificare il titolo, volutamente forte, intenzionalmente paradossale, dato al libro: “C’era una volta l’intercettazione”. Nel senso che, se passasse una legge così, l’intercettazione sarebbe un ricordo del passato. Ce ne dimenticheremmo per sempre.

Le polemiche non mi hanno risparmiato, contestandomi che i magistrati devono applicare la legge e non criticarla. Contestazioni diventate vere e proprie invettive e insulti, non appena mi sono permesso di accettare l’invito di alcune associazioni apartitiche come “Libera”, l’associazione delle associazioni antimafia di Don Luigi Ciotti, e “Art.21”, l’associazione di giornalisti che si batte per la libertà di stampa, a dire la mia in occasione della manifestazione in difesa della Costituzione tenutasi a Roma qualche settimana fa. In quell’occasione, ho espresso la mia opinione fortemente critica nei confronti della riforma costituzionale della Giustizia preannunciata dal Governo, manifestando tutte le mie gravi perplessità per i rischi che corrono principi fondamentali del nostro Stato di diritto come la separazione dei poteri, l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla Legge, l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Apriti cielo! Sono stato accusato delle peggiori nefandezze attribuibili ad un magistrato, mettendo in dubbio – fra l’altro – la mia imparzialità, l’offesa che più mi brucia.

Non voglio entrare nel merito della questione perché non è questa la sede. Quello su cui voglio richiamare la tua attenzione, caro lettore, è un altro profilo. Quello relativo all’intolleranza verso le opinioni dissenzienti. La cosa che più mi preoccupa dell’Italia di oggi è proprio questa: una crescente insofferenza verso chi la pensa diversamente, la difficoltà di confrontarsi con serenità e rispetto delle opinioni altrui. Al dissenso segue sempre più spesso l’aggressione del dissenziente. Per fare un esempio, come mai ai magistrati sembra essere consentito di esprimere la loro opinione solo quando è allineata con le vedute della maggioranza politica del momento? Non è un sintomo di patologia della nostra democrazia? Non comincia a divenire un po’ troppo illiberale questa insofferenza? Come mai si riconosce il diritto di replica agli uomini politici (è successo al ministro Maroni al quale è stato giustamente consentito di replicare alle affermazioni sulle infiltrazioni mafiose nella Lega Nord che aveva fatto Roberto Saviano in una trasmissione televisiva, o all’imputato Salvatore Cuffaro che ottenne, qualche anno fa, di poter replicare contro le accuse rivoltegli in altro programma), mentre ai magistrati non solo non viene riconosciuto analogo diritto di replica, ma anzi sembra – da parte di taluni, almeno – volersi negare perfino il diritto costituzionale di esprimere la loro opinione.

Io, da parte, mia, l’ho detto e lo ribadisco, rivendico il diritto di esprimere il mio punto di vista, in modo rispettoso nei confronti delle opinioni altrui. Un diritto che diventa addirittura un dovere verso i cittadini, e verso le altre istituzioni, quando concerne un tema che mi riguarda direttamente come magistrato, e cioè il futuro assetto costituzionale della Giustizia, ed i diritti fondamentali dei cittadini in materia di Giustizia. Come si dice, ormai come in un refrain, più che mai a proposito, questa volta: se non ora quando? Se non in questa situazione quando un magistrato può esprimere la propria opinione, non necessariamente adesiva rispetto alle posizioni governative? E tu, caro lettore, che ne pensi?