Basta morire per l’Afghanistan – l’Espresso

Basta morire per l’Afghanistan – l’Espresso.

di Giorgio Bocca

Un altro ragazzo è stato ammazzato nell’ovest del Paese. Ma quando capiremo che questa guerra è solo il banco di prova delle nuove tecnologie belliche Usa? E che serve solo a garantire un invito in più per Berlusconi alla Casa Bianca?

(25 febbraio 2011)

Perché partecipiamo alla guerra in Afghanistan? Perché i nostri soldati vanno a morire in quelle desolate terre, perché le autorità recitano il rituale cordoglio con cerimonia funebre e pianto dei parenti? Perché la guerra continua a essere necessaria alla politica internazionale e interna? Perché l’umanità non si è ancora liberata della voglia ancestrale di sangue fraterno? Senza ripetere che la guerra c’è per i buoni affari dei fabbricanti di armi?

Una risposta suggerita dalla storia recente è: la guerra permane come prova di nuove guerre, nuove armi, di nuove strategie, come la guerra di Spagna fu il banco di prova della Seconda guerra mondiale. Hitler e i nazisti vi fecero la prova dei bombardieri verticali, gli Stuka, e della guerra lampo delle divisioni corazzate che superavano la vecchia guerra di trincea, la prova della guerra totale che distrusse Coventry. Oggi in Afghanistan l’arsenale americano prova le sue nuove armi, come gli aerei senza piloti o i missili che colpiscono con una precisione assoluta dopo voli di migliaia di chilometri, e anche il resto come le torture psicologiche dello spionaggio totale.

La seconda ragione è quella dei buoni affari dei mercanti di cannoni. La guerra giustifica e nobilita ogni decisione del potere economico, le cerimonie funebri in cui i capi di Stato posano le mani sulle bare dei caduti vogliono affermare la sacralità della guerra, anche di quella fatta per avere più potere.
C’è anche, s’intende, il motivo politico. La guerra è sempre dalla parte della conservazione del potere da parte dei padroni, i Berlusconi di tutti i regimi riaffermano regolarmente che la guerra è necessaria e provvidenziale anche se razionalmente nessuno può spiegare il perché. Devono esserci anche ragioni di spettacolo, di modo di recitare: l’ultimo caduto in Afghanistan, un alpino sardo, è stato ucciso in modo mafioso, impensabile nelle guerre risorgimentali, da un soldato afghano in divisa che si è avvicinato con la scusa di chiedere come funziona un mitragliatore e gli ha sparato una raffica in viso.

Questa è la guerra per cui muoiono dei giovani italiani? E per cui si commuovono i reggenti della Repubblica? O è una storia di tipo gangsteristico in cui nessuno riesce più a distinguere il nemico dal sicario, il soldato fedele dal traditore? Una storia afghana dove l’ingenuo italiano soccombe all’astuto afghano, come si diceva nell’avanspettacolo.

Immancabile la cerimonia del ritorno in patria della salma, dei picchetti d’onore a Ciampino, di un lutto che nessuno riesce a capire, di un sacrificio che nulla può aggiungere o togliere al bene della patria. Un morto in Afghanistan come quelli sulla Cernaia per i giochi diplomatici di Cavour. Un giovane italiano che è andato a morire per povertà, perché si era sposato da poco e non aveva i soldi per mantenere una giovane moglie che viene mostrata in lacrime e in lutto.

Che significa per i giovani italiani questo rituale che si ripropone quasi ogni mese? È già difficile credere che sia bello e onorevole morire per la patria quando la patria è in pericolo, ancora meno accettare che la tua vita sia messa in gioco per una questione di potere o di diplomazia. I morti per Cavour servivano per fare l’unità d’Italia. Ma questi? Per un invito alla Casa Bianca del nostro premier?

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