Il gioco del silenzio

Fonte: Il gioco del silenzio.

A Catania è in corso una delicata indagine per mafia di cui nessuno parla. Intanto la Procura attende un nuovo capo. E il tempo passa. Un furto grave di memoria sta per consumarsi a Catania, la nuova capitale degli interessi e delle impunità mafiose, se prendiamo per buone le cose che ci dice un galantuomo come il presidente siciliano di Confindustria Ivan Lo Bello. Catania è sempre stata città volubile e gradassa come certe pigre capitali orientali. Non esiste altro luogo almondoin cui tutto il potere (politico, editoriale, economico) sia concentrato in così poche mani e tasche: è così a Catania, ostaggio da molti anni del democristiano Raffaele Lombardo, governatore della Sicilia, e dell’editore Mario Ciancio, padrone di ogni parola che viene pubblicata sui quotidiani dell’isola.

In nessun’altra città d’occidente un’indagine per mafia a carico dei due padroni della città verrebbe tenuta sotto chiave per mesi dal capo della procura Vincenzo D’Agata, in attesa che il suo pensionamento per raggiunti limiti di età lo liberi da ogni imbarazzo. In nessun luogo del creato su una storia come questa si tace così sfacciatamente come a Catania: non una sillaba dagli onorevoli locali, non un cenno di preoccupazione dall’amministrazione, non una parola fuori posto. Mai. I nomi di Lombardo e di Ciancio continuano ad essere pronunciati sottovoce, preceduti da aspersioni d’incenso e dal segno della croce comefaceva la moglie del Gattopardo prima di concedersi al marito.

Spetterebbe alla Procura della Repubblica dirci, e in tempi brevi, che idea si sono fatti di questi due signori, assisi e inamovibili in cima ai loro regni nonostante l’accusa d’essere amici dei mafiosi. Ma la Procura è senza il suo Capo, il suddetto D’Agata, corso in pensione alla fine di febbraio e non ancora sostituito dal Csm. A Roma sono state presentate sedici domande, quasi tutte di risulta rispetto all’unica autocandidatura che, per titoli e anzianità, svetta sulle altre: quella dell’attuale Procuratore Generale della città Giovanni Tinebra. Ed è qui che rischia di consumarsi il più sfacciato furto di memoria: perché se i membri del Csm alla fine sceglieranno Tinebra, vorrà dire che si è smarrito ogni ricordo dei rapporti di consuetudine e amicizia che legano da un quarto di secolo il giudice Tinebra ai piani alti della città.
Cominciando proprio da Mario Ciancio, grande sponsor di Tinebrama agli atti formalmente indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Dicono che la candidatura di Tinebra, fortemente sollecitata dagli inquilini di quei piani alti, sia stata presentata l’ultimo giorno utile, e senza particolare entusiasmo. Forse peseranno le precarie condizioni di salute del futuro capo della Procura: ne parla un’interrogazione parlamentare presentata tre giorni fa dai deputati radicali al ministro Alfano. Vi si legge di un invito declinato dal dottor Tinebra, chiamato a comparire a Palermo come teste nel processo a carico del generale Mori. Non posso venire, scrive Tinebra il 19 gennaio del 2010, non sto bene: e allega un certificato medico in cui si fa riferimento, parole di Tinebra, «sia alla stancabilità di cui sono affetto ed alla non sempre brillante memoria di cui dispongo, sia in relazione alla scarsa coordinazione dell’attività fisica che mi affligge, scarsa coordinazione che mi comporta spesso reazioni emozionali assolutamente spropositate…». Un impedimento grave e permanente. Che impedisce a Tinebra di testimoniare in un processo importante (i depistaggi sulla strage di via D’Amelio) ma non di candidarsi alla guida della Procura più chiacchierata d’Italia. Inutile ricordare che in quegli uffici sui nomi di Lombardo e di Ciancio s’è consumato unduro scontro tra alcuni magistrati che pretendono di considerare la legge uguale per tutti (perfino per l’Editore e il Governatore) e il procuratore uscente che ha sempre cercato di negare, tacere, archiviare, dimenticare… Ora con l’arrivo di Tinebra, la linea della continuità è garantita: e su certi nomi e cognomi si tornerà a parlare nelle pieghe di un sussurro, con parole circospette, come in chiesa. A meno che il Csm dia ascolto alla lettera che centinaia di associazioni e di cittadini catanesi (tra loro, nessun parlamentare eletto in quella città) gli hanno indirizzato per chiedere «che la nomina a Procuratore Capo della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Catania ricada su una personalità di alto spessore che eserciti l’autonomia della magistratura rispetto al potere politico, che sia capace di operare al di fuori delle logiche proprie del sistema politico affaristico della città…». Parole di buon senso, ci sembra. O no?

Tratto da:
unita.it

fonte AntimafiaDuemila

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