I PM IN MANO AI POLITICI – La fermata – Cadoinpiedi

Fonte: I PM IN MANO AI POLITICI – La fermata – Cadoinpiedi.

di Bruno Tinti14 Marzo 2011

La riforma della giustizia mette a rischio lo Stato democratico. Sarà la politica a decidere quali processi possono essere fatti. E i giudici temeranno i potenti per il risarcimento danni

Per parlare della riforma della giustizia partirei dal servizio che l’altra sera ha trasmesso Sky TG 24. C’erano Berlusconi e Alfano che spiegavano alla gente com’è questa riforma. Berlusconi aveva l’aria da poverino, che capiva poco; si è messo a giurare sui suoi figli che lui è innocente. Non ha parlato ovviamente di nulla perché non sa nulla, perché è una persona intellettualmente modesta.
Vicino a lui, Alfano era veramente una persona competente, intelligente e che sapeva spiegare. Ed è molto pericoloso perché ha detto una cosa che potrebbe far presa e che è invece la cosa più grave di tutta questa vicenda. Lui ha detto: “La riforma della giustizia in realtà è in due parti. Una costituzionale, che è quella che abbiamo fatto adesso, e una che riguarderà il processo vero e proprio, cioè quella che serve per rendere il processo efficiente, rapido, giusto. Quella la faremo, ma intanto ci stiamo portando avanti con la riforma della giustizia costituzionale.”

Perché è così pericoloso questo? Perché, come ha ammesso lo stesso Alfano, la riforma della giustizia fatta oggi, non ha nulla a che fare con l’efficienza del processo. Non serve ai cittadini, non accorcerà il processo penale e nemmeno quello civile. È semplicemente una riforma destinata a portare la magistratura sotto il controllo della politica. Che cosa succede a questo punto? Che quando, e se, si faranno le riforme che riguarderanno l’efficienza del processo, rimarrà comunque un processo che si farà solo quando, e se, la politica deciderà che si può fare. Quindi avremo anche un processo efficiente, ma servirà solo per quei reati che la politica permette che vengano perseguiti.
Per intenderci: falso in bilancio, corruzione, insider trading, frode fiscale. Tutti questi processi non si faranno più, perché la riforma costituzionale fatta attribuisce alla politica il potere di dire alla magistratura e alla giustizia: “questi processi non si fanno”.

Quindi è chiara la pericolosità di questa riforma, che viene presentata ai cittadini solamente come un anticipo della riforma vera, quella che riguarda il processo. Ma la verità è che è una vera rivoluzione, che attribuisce alla politica il potere di controllare la giustizia. Per dimostrare questo, basta fermarsi solo su due o tre aspetti della riforma costituzionale che stanno cercando di approvare adesso. Per esempio, a che cosa serve la cosiddetta “separazione delle carriere”, i giudici da una parte e i pubblici ministeri dall’altra? Serve a crearsi una verginità dicendo: “sia chiaro, i giudici sono autonomi, indipendenti e nessuno li può controllare. I pubblici ministeri fanno parte di una carriera separata e” – loro non lo dicono , ma dicono: “avranno il loro status giuridico regolato da una apposita legge.” Cioè i pubblici ministeri saranno sottoposti al controllo della politica. E allora che cosa me ne faccio io di un giudice autonomo e indipendente se poi il pubblico ministero non può cominciare determinati processi perché la politica non glielo permette?
Sarà autonomo e indipendente il giudice, ma per reati come i furti al supermercato, la guida senza patente. Perché niente altro gli arriverà, visto che la politica controlla il pubblico ministero e gli impedisce di fare i processi che devono essere fatti.
È evidente, per esempio, che un processo come quello di adesso nei confronti di Berlusconi, (il caso ‘Ruby”), non sarebbe mai stato fatto.
Lo stesso atteggiamento di tutta la destra attuale: “si tratta di una montatura, di una persecuzione dei giudici comunisti, ecc.”, come sarebbe domani, quando il pubblico ministero deve chiedere permesso a un ministro per iniziare un processo? Gli direbbero: “non se ne parla nemmeno, questo processo non si fa”. A questo serve dunque separare le carriere: a portare la giustizia sotto il controllo della politica.

Un altro esempio è la nuova regolamentazione della responsabilità civile dei magistrati. Questo che cosa significa? Che il giudice è continuamente sottoposto al rischio di richieste micidiali di risarcimento danni.
Ora, voi dovete pensare che ogni volta che un giudice fa un processo, scontenta qualcuno. Nel penale, se assolve l’imputato scontenta le parti offese; se lo condanna scontenta l’imputato.
Nel civile, dove ci sono due persone che litigano, una avrà ragione e una avrà torto e quella che avrà torto non sarà contenta. Quindi che cosa succederà? Che quelli che non sono contenti se la prenderanno col giudice, diranno che ha sbagliato e che deve risarcire il danno cagionato. Questo che cosa significa? Significa che i giudici faranno i loro conti prima. Hanno un imputato ricco e potente che può fargli molto male? Lo assolvono e la parte offesa si arrangia. Hanno un litigio tra un povero contadino e un signore ricco e potente? Daranno ragione al signore ricco e potente, perché il signore ricco e potente può fargli male, il povero contadino no.
Se non vogliamo arrivare a questi punti, comunque i giudici semplicemente si limiteranno ad applicare in maniera assolutamente solida, senza alcun senso critico, i precedenti della Cassazione, facendo un danno gravissimo, perché il diritto, come ogni scienza, si evolve. I principi della Cassazione di cinquant’anni fa non possono essere validi ancora oggi e infatti la Cassazione li ha cambiati. Ma chi si prenderà la briga di cambiare un principio consolidato, quando qualcuno gli può chiedere un risarcimento danni? Tutti si metteranno nella situazione di dire: “sia chiaro, io non ho fatto altro che applicare la legge, lo ha detto anche la Cassazione.
Insomma, tante cose si potrebbero dire. Il punto è che questa riforma mira semplicemente a sottoporre l’amministrazione della giustizia ai poteri della politica. Il che, in un Paese come il nostro dove la politica è fondata sul malaffare è sicuramente dannoso per la sopravvivenza dello Stato democratico.

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