Mister B e la farsa delle navi dei veleni – parola d’autore – Cadoinpiedi

Fonte: Mister B e la farsa delle navi dei veleni – parola d’autore – Cadoinpiedi.

di Luigi Grimaldi – 16 Marzo 2011
Ecco come insabbiare un’inchiesta. Il caso Mills, il pentito Fonti e il procuratore Macrì

Lo scorso 16 marzo la Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro ha depositato la richiesta di archiviazione al giudice per le indagini preliminari, relativa all’inchiesta sulle “navi dei veleni” e in particolare sul relitto della nave “Cunsky” che, secondo le rivelazioni del pentito Francesco Fonti, sarebbe stipata di rifiuti radioattivi.
Le indagini avrebbero rivelato che la nave affondata al largo delle coste calabre in realtà sarebbe la “Catania“, un’unità passeggeri, affondata nel 1917, al cui interno non sarebbe contenuta alcuna traccia di rifiuti. Un esito assolutamente prevedibile che se da un lato non avrebbe potuto essere diverso, in relazione alle presunte rivelazione del “pentito” Francesco Fonti, dall’altro non consente affatto di chiudere il caso stabilendo che le navi dei veleni non esistono.
Certo che nel centrodestra su questo tema possiamo registrare punte di super attivismo tali da rendere la vicenda curiosa se non sospetta. Sono accaduti strani fatti che val la pena di ricordare nel loro quadro d’assieme a riprova che in questa storia degli smaltimenti illegali di tossici e forse nucleari c’é in ballo assai di più di quanto si creda.

Atto primo, scena prima. Don Diego e Mr. Mills.
Cominciamo col dire che la decisione del governo di assegnare il contratto di ricerca del relitto della “Cunsky”alla famiglia dell’armatore Diego Attanasio, proprietaria della nave Mare Oceano, utilizzata per le prospezioni, lascia allibiti. Infatti qui compare il primo colpo di scena: David Mills, l’avvocato londinese del Primo Ministro italiano Silvio Berlusconi, ha sempre sostenuto, al pari di Berlusconi, che Attanasio gli avrebbe pagato i famosi 600.000 dollari che, invece, secondo la giustizia italiana, sarebbero stati un “regalo” da parte del leader di Forza Italia come premio per la falsa testimonianza rilasciata in soccorso del Primo Ministro italiano.

Scena seconda. David Mills, Giorgio Comerio e Forza Italia.
Stando a quanto riferito nel 2004 dal governo al Parlamento italiano è esistito un piano, il Progetto Urano, «finalizzato all’illecito smaltimento, in alcune aree del Sahara, di rifiuti industriali tossico-nocivi e radioattivi provenienti dai Paesi europei. Numerosi elementi indicavano il coinvolgimento nel suddetto traffico di soggetti istituzionali di governi europei ed extraeuropei, nonché di esponenti della criminalità organizzata e di personaggi spregiudicati, tra cui il noto Giorgio Comerio, faccendiere italiano al centro di una serie di vicende legate alla Somalia». Ora il fatto è che Giorgio Comerio, uno dei protagonisti della vicenda delle “navi dei veleni” non è mai stato il responsabile italiano del progetto Urano riconducibile invece a Roberto Ruppen, procuratore fiduciario del governo somalo di Alì Mahdi e membro del gruppo di lavoro messo in piedi da Marcello Dell’Utri a Publitalia (nel giugno 1992) per trasformare la olding berlusconiana in un partito politico: Forza Italia.
Traffici e trafficanti, una rete in cui i dossier di Greenpeace inseriscono anche David Mills, il quale ha ammesso al quotidiano inglese “The Independent” di avere avuto un contatto telefonico con Comeio. Poca roba, se non fosse che, sempre Mills, risulta essere stato in affari, oltre che con Diego Attanasio e Berlusconi anche con Filippo Dollfus, azionista della Odm di Comerio impegnata in progetti per lo smaltimento in mare di rifiuti tossici e nucleari.

Atto terzo: come ti insabbio l’inchiesta.
Davanti alla Commissione di inchiesta sul ciclo dei rifiuti, presieduta da Gaetano Pecorella, mente giuridica di Forza Italia e avvocato difensore di Silvio Berlusconi, il procuratore nazionale antimafia Vincenzo Macrì ha messo a fuoco alcuni dettagli dell’enigma rappresentato da Francesco Fonti, il pentito di ‘ndrangheta che con le sue rivelazioni sembrava aver svelato i misteri che ancora avvolgono il giallo delle “navi dei veleni”, e indicato la posizione del relitto della “Catania” scambiandolo per la “Cunsky”. Il tema dell’inchiesta che oggi pare indirizzata ad una inevitabile archiviazione.
Macrì sulla attendibilità del pentito ha espresso una convinzione: «Fino ad oggi alle parole di Fonti non sono seguiti riscontri ».
Il Procuratore Macrì, con Francesco Fonti, ha avuto molti colloqui investigativi in un periodo compreso tra il ’94 e il 2005, «ma con me – rivela – non ha mai parlato di navi affondate. Nel maggio del 2003 mi parlò per la prima volta di rifiuti tossici in parte interrati in Basilicata, in parte trasportati a bordo di camion al porto di Livorno e qui imbarcati su una nave battente bandiera norvegese diretta in Somalia. (…) A ottobre dello stesso anno tornò a parlarmi, facendomi anche alcuni nomi, del traffico di rifiuti tossici verso l’Africa e il Medio Oriente…». A settembre di quello stesso anno risale anche l’ultimo colloquio investigativo, «in cui – ricorda Macrì – Fonti mi parlò dei rapporti con un tale, conosciuto in carcere, che gli aveva parlato di un traffico di rifiuti radioattivi con la Somalia».
Secondo Macrì sull’attendibilità di Fonti occorre «essere cauti». «Eppure – riconosce – le sue dichiarazioni sul traffico di stupefacenti delle cosche di San Luca e sulla organizzazione interna della ‘ndrangheta sono attendibili e verificate (…); mi pare invece decisamente meno credibile quando racconta di rapporti con imprenditori, massoni, uomini politici e delle istituzioni», personaggi con tutta evidenza «superiori a quello che è il suo spessore criminale».
Insomma c’è il rischio che Fonti, non si sa se consapevolmente o no, sia stato manipolato da un terzo soggetto interessato a intorbidare le acque delle inchieste sui traffici di scorie nucleari. E indirettamente il Procuratore Macrì, proprio su questo punto, una vera e propria rivelazione, dalle importanti implicazioni, sfuggita a tutti, l’ha fatta. Basta leggere le relazioni conclusive dell’opposizione nella commissione parlamentare di inchiesta sul delitto Alpi-Hrovatin (i cui lavori sono terminati nel 2006 con roventi polemiche sull’operato del presidente Carlo Taormina, anche lui di Forza Italia), per scoprire chi sia con ogni probabilità l’autore delle imbeccate che Fonti ha poi propalato nei suoi interrogatori e nelle rivelazioni alla stampa.
Il magistrato ha riferito di aver compiuto un accertamento «dal quale risultava che Francesco Fonti e Guido Garelli erano stati detenuti nello stesso periodo presso il carcere di Ivrea ove occupavano celle diverse che si trovavano, però, sostanzialmente una di fronte l’altra. Da qui si poteva tranquillamente dedurre che, seppur non risultava che all’interno della struttura carceraria i due personaggi si fossero incontrati, era altrettanto vero che avrebbero potuto tranquillamente colloquiare relativamente alla posizione che le rispettive celle occupavano». Garelli, il sodale di Roberto Ruppen nella gestione del Progetto Urano. Traffici collegati allo scambio armi/rifiuti nelle aree più disparate del pianeta. Si tratta dello stesso Guido Garelli firmatario di una “lettera di intenti riservatissima”, risalente al giugno 1992, assieme a Giancarlo Marocchino (il cui nome è legato alle indagini sul delitto Alpi-Hrovatin avvenuto a Mogadiscio il 20 marzo 1994 e principale “collaboratore nella ricerca della verità” scelto da Taormina) e al console onorario di Somalia in Italia, il massone Ezio Scaglione (già membro della segreteria dell’onorevole Boniver ai tempi del Psi e prima dell’approdo di quest’ultima a Forza Italia), finalizzata alla prosecuzione del progetto Urano in Somalia.
E proprio Scaglione ha di fatto confermato in un interrogatorio reso davanti agli investigatori della procura della Repubblica di Asti l’intento che animava il progetto Urano in Somalia, ammettendo che l’impegno sottoscritto con la “lettera di intenti riservatissima”, siglata a Nairobi il 24 giugno 1992, non riguardava affatto – come scritto – partite di derrate alimentari, ma lo sviluppo del progetto di esportazione di rifiuti tossico-nocivi: «Detto progetto riguardava anche i rifiuti radioattivi e nucleari (hanno scritto i magistrati nella richiesta di archiviazione del procedimento del 19 febbraio 2004) i quali secondo i disegni esibiti dal Garelli dovevano essere contenuti in grandi cilindri metallici contenenti al loro interno una camera di stoccaggio, secondo un progetto asseritamente concepito, a detta di Garelli, dalla Oto Melara di La Spezia».
Insomma tutte le vicende connesse ai traffici di armi e di scorie tossiche e nucleari verso la Somalia, così come i corollari annessi alle indagini sull’omicidio dei due inviati Rai uccisi a Mogadiscio, ad una settimana dalle “storiche” elezioni del 27 marzo 1994, continuano ad essere oggetto di partite sotterranee, pilotate da mani esperte, misteriose e potenti, per allontanare una verità che evidentemente, nonostante siano passati tanti anni dai fatti, fa ancora molta paura.

Atto quarto: gran finale ma la commedia continua.
Nel frattempo continuano le attività della commissione parlamentare presieduta da Gaetano Pecorella che ha più volte ribadito l’impegno della Commissione sul fenomeno delle cosiddette “navi a perdere”. Anzi, Pecorella si appresta a ripercorrere le piste già battute da Carlo Taormina: “La Commissione parlamentare d’inchiesta sugli illeciti connessi al ciclo dei rifiuti riaprirà le indagini sulla morte di Ilaria Alpi – ha di recente annunciato Pecorella con squilli di tromba e rullo di tamburi – all’interno della più ampia inchiesta sulle cosiddette navi dei veleni e sul traffico transfrontaliero dei rifiuti tossici o radioattivi”. La commedia continua.

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