Archivi del giorno: 20 marzo 2011

Strada: “Bisognava pensarci prima – La guerra? Non si deve fare mai” | Wanda Marra | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Strada: “Bisognava pensarci primaLa guerra? Non si deve fare mai” | Wanda Marra | Il Fatto Quotidiano.

L’opinione pubblica tace e le coscienze dormono, ma secondo il leader di Emergency, nonostante sia stato preso alla sprovvista, “il movimento arcobaleno reagirà”

“La guerra è stupida e violenta. Ed è sempre una scelta, mai una necessità: rischia di diventarlo quando non si fa nulla per anni, anzi per decenni”. Gino Strada, fondatore di Emergency (che tra l’altro proprio in questi giorni sta lanciando il suo mensile E, in edicola dal 6 aprile), mentre arriva il via libera della comunità internazionale all’attacco contro la Libia e cominciano i primi bombardamenti, ribadisce il suo “no” deciso alla guerra come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, citando la Costituzione italiana.

Che cosa pensa dell’intervento militare in Libia?
Questo è quello che succede quando ci si trova davanti a situazioni lasciate incancrenire. L’unica cosa che auspico è che si arrivi in fretta a un cessate il fuoco. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu è molto ambigua nella formulazione: vanno adottate “tutte le misure necessarie per proteggere la popolazione civile”. Vuol dire tutto e niente.

Dunque, lei è contrario?
Assolutamente. Il mio punto di vista è sempre contro l’uso della forza, che non porta da nessuna parte.

Ma allora bisogna stare a guardare mentre Gheddafi bombarda la sua popolazione?
Sono un chirurgo. Non faccio il politico, il diplomatico, il capo di Stato. Non so in che modo si è cercato di convincere Gheddafi a cessare il fuoco. E poi le notizie che arrivano sono confuse e contraddittorie.

Però, alcuni punti sembrano chiari: che Gheddafi è un dittatore, contro il quale c’è stata una rivolta popolare e che sta massacrando i civili, per esempio…
Che Gheddafi sia un dittatore è molto chiaro. Che stia massacrando i civili è chiaro, ma impreciso: lo fa da anni, se non da decenni. E noi, come Italia, abbiamo contribuito, per esempio col rifornimento di armi. Se il principio è che bisogna intervenire dovunque non c’è democrazia, mi aspetto che qualcuno cominci i preparativi per bombardare il Bahrein. Che facciamo, potenzialmente bombardiamo tutto il pianeta? Sia chiaro, non ho nessuna simpatia per Gheddafi, ma non credo che l’uso della violenza attenui la violenza. Quanti dittatori ci sono in Africa? Bisogna bombardarli tutti? E poi: con questo ragionamento, la Spagna potrebbe decidere di bombardare la Sicilia perché c’è la mafia.

Questo conflitto però viene percepito come intervento umanitario, più di quanto non sia accaduto, per esempio, con quelli in Afghanistan e in Iraq. Lei non crede che questo caso sia diverso da quelli?
Ogni situazione è diversa dall’altra. I cervelli più alti del pianeta hanno una visione della politica che esclude la guerra. Voglio rifarmi a ciò che scrivono Einstein e Russell, non a ciò che dicono i Borghezio e i Calderoli. Sarkozy non mi sembra un grande genio dell’umanità. E dietro ci sono sempre interessi economici.

Ma qual è la soluzione?
A questo punto è molto difficile capire cosa si può fare. Si affrontano le questioni quando divengono insolubili. A questo punto che si può fare? Niente, trovarsi sotto le bombe. Non è possibile che si ragioni sempre in termini di “quanti aerei, quante truppe, quante bombe”. Invece, magari avremmo potuto smettere di fare affari con Gheddafi.

Che cosa pensa della posizione italiana?
Vorrei conoscerla. Frattini un paio di giorni fa ha detto che “il Colonnello non può essere cacciato”. Cosa vuol dire: che non si deve o non si può? Noi non abbiamo nessuna politica estera, come d’altra parte è stato ai tempi dell’Afghanistan e dell’Iraq.

Salta agli occhi come questa guerra stia scoppiando senza una vera partecipazione emozionale. E senza nessuna mobilitazione pacifista. Per protestare contro l’intervento in Afghanistan ci furono manifestazioni oceaniche in tutto il mondo.
A Roma eravamo tre milioni.

E adesso dove sono quei tre milioni?
Non è un dettaglio il fatto che le forze politiche che allora promuovevano le mobilitazioni, in Parlamento poi hanno votato per la continuazione della guerra. E, infatti, la sinistra radicale ha perso 3 milioni di voti.

Ma al di là della politica, l’opinione pubblica tace.
Questa guerra è arrivata inaspettata: se andrà avanti sicuramente ci sarà una mobilitazione per chiedere che si fermi il massacro.

Inaspettata o no, il silenzio del movimento pacifista colpisce.
Il movimento pacifista esiste e porta avanti le sue battaglie, da quella per la solidarietà, alla lotta contro la privatizzazione dell’acqua, al no agli esperimenti nucleari. E certamente si farà sentire per chiedere la fine del massacro.

Dunque, secondo lei non c’è un addormentamento delle coscienze?
Certo che c’è, e non potrebbe essere il contrario. Abbiamo un governo guidato da uno sporcaccione, e nessuno dice niente. Ha distrutto la giustizia, e nessuno dice niente. Sono anni che facciamo respingimenti e si incita all’odio e al razzismo. Non sono cose che passano come gocce d’acqua.

Lo dicevamo prima di Chernobyl | Jacopo Fo | Il Fatto Quotidiano

Lo dicevamo prima di Chernobyl | Jacopo Fo | Il Fatto Quotidiano.

di Dario e Jacopo Fo*

Dimmi quante vite umane sei disposto a rischiare e ti dirò chi sei. Da quando è stata costruita la prima centrale atomica nel mondo continuiamo a protestare spaventati dai rischi colossali che questa tecnologia comporta. Da decenni i sostenitori del nucleare continuano a ripeterci che siamo degli isterici, emotivi, ascientifici, retrogradi. Dicono che ci preoccupiamo per niente: “I nostri scienziati sono i migliori del mondo, abbiamo impiegato tutti i sistemi possibili per garantire l’assoluta sicurezza di questo impianto! Smettetela di fare i maniaci dell’ecologia estrema e ottusa. Guardate il labiale: non c’è nessun pericolo nucleare!!!” Poi regolarmente la tecnologia perfetta si inceppa. In questi decenni ci sono stati più di 150 incidenti in centrali nucleari con emissione di radiazioni pericolose. In alcune aree limitrofe alle centrali si sono registrati aumenti notevoli di tumori e malformazioni nei neonati.

Poi c’è stato lo spaventoso disastro di Chernobyl… I calcoli sulle morti causate da quella fuga radioattiva sono difficili e controversi… C’è chi parla di 200 mila deceduti e altri 200 mila a rischio. Dopo Chernobyl poi sono tornati a dirci di stare calmi: “Quella centrale è esplosa perché era di un tipo vecchio, tecnologia superata. Oggi i nostri reattori nucleari invece sono nuovi di zecca, supertecnologici, non c’è nessun pericolo!!! Smettete di agitarvi come indemoniati!” Ancora il giorno dopo il terremoto, sabato 12 marzo, appariva su Il Messaggero un titolo esemplare: “Nucleare sicuro, è la prova del 9!” a firma del povero Oscar Giannino: “Quando ancora eravamo alle prime notizie del tremendo sisma che si è abbattuto sulla costa nord-orientale del Giappone, ecco che i siti e le agenzie italiane hanno iniziato a diffondere notizie sull’allarme nucleare, orbene, se allo stato degli atti una prima cosa si può dire, è che proprio la terribile intensità del fenomeno abbattutosi sul Giappone ci consegna una nuova conferma del fatto che in materia di sicurezza di impianti nucleari, i passi in avanti compiuti negli ultimi decenni sono stati notevolissimi, tali da reggere nella realtà dei fatti senza creare pericoli per ambienti e popolazioni, proprio l’impatto di eventi terribilmente fuori scala, quale quello verificatosi e come prescrivono le norme nel cui rispetto si costruiscono oggi centrali atomiche”. Quando si dice le ultime parole famose

In queste ore stiamo vedendo come stavano realmente le cose, al di là delle reticenze del governo giapponese e di quelle ancor maggiori della ditta che gestisce gli impianti. Scopriamo che le informazioni diffuse negli scorsi giorni erano in gran parte false, scopriamo che ci sono state esplosioni, contaminazioni e che la situazione è estremamente grave, tanto che una fascia di 20 chilometri è stata evacuata e a Tokyo si è diffuso il panico e molti fuggono dalla città. Si tratta di una situazione spaventosa, agghiacciante per questo popolo, devastati dal maremoto, distrutti dal dolore per la morte dei loro cari, senza casa, al freddo, sotto la neve, con poco cibo e una nuvola di radiazioni che gli gira sulla testa, a pregare che almeno il vento sia clemente e si porti via la peste radioattiva. Una situazione di dolore inimmaginabile.

Certo, contro le follie della terra i giapponesi avevano fatto moltissimo, il terremoto di per sé ha provocato poche vittime pur essendo enormemente più forte di quello de L’Aquila. Ma lo tsunami non c’era modo di fermarlo… E ora la fusione delle barre radioattive rischia di provocare un’ecatombe ancor più gigantesca. Un orrore incommensurabile. Ma allora, se la natura può essere così imprevedibile e in modo tanto devastante, e travolgere un popolo che alla sicurezza ci tiene, non sarebbe il caso di non rischiare mai più di aggiungere un altro rischio a quelli che in nessun modo possiamo evitare? Già è duro accettare la nostra precarietà, accettare che ti può cadere un meteorite sulla testa e non c’è elmetto che tenga… Per non parlare dei vulcani… Ma perché costruire nel mondo centinaia di cattedrali (nucleari o chimiche) sulle quali se casca un meteorite è la fine del mondo? Nel famoso film di Kurosawa Sogni una centrale nucleare esplode e riversa un gas radioattivo che genera istantanee mutazioni nei pochi sopravvissuti in un mondo incredibilmente al panorama del dopo tsunami. Un uomo grida contro un dirigente nucleare e lo accusa indicandogli la devastazione intorno a loro: “Non pensavate che sarebbe potuto succedere?”.

Ma loro no. Non pensavano… Qualcuno, come la Prestigiacomo, povera infelice, continua ancora a ripetere che questo disastro non fermerà il nucleare in Italia… Dicono che quella centrale giapponese è esplosa perché era di vecchia generazione, non come quelle ultramoderne francesi che staremmo comprando noi. Ancora con queste frasi? Un’altra volta? Ma non si ascoltano quando parlano? Incredibile. E accusano chi da sempre si batte per fermare questa follia nucleare di sciacallaggio: “Vergognatevi di approfittare del lutto giapponese per sostenere le vostre idee bislacche…”. Lo dicevamo prima di Chernobyl, lo dicevamo dopo Chernobyl e continueremo a dirlo fino a che anche l’ultima centrale nucleare verrà chiusa. Solo allora staremo zitti. E proprio di fronte a questo immane disastro atomico ci rendiamo conto che c’è grande differenza nel valore che si dà alla vita umana. A nostro avviso nessun rischio è accettabile. Per i nuclearisti esiste un livello di rischio accettabile. Pensano sempre che riguardi solo gli altri.

Ps: Nei giorni scorsi il governo ha cancellato tutti i finanziamenti alle fonti rinnovabili. Dicono che ne creeranno di nuovi ma drasticamente tagliati e limitati. Ci sembra veramente un grande momento per massacrare lo sviluppo della produzione di energia da fonti rinnovabili in Italia.

Blog di Beppe Grillo – Odyssey Sunset

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Odyssey Sunset.

Cari politici e giornalisti, fatemi un favore, non prendete per il culo gli italiani, queste non sono azioni umanitarie, ma azioni di guerra. Una guerra sporca, per l’energia, per il petrolio, il gas. La Francia, che non ha più, dopo Fukushima, un futuro nucleare, ha bisogno di gas e petrolio. E’ almeno dai tempi di Ustica che Francia e Italia combattono per il controllo del petrolio libico, quando i nostri cieli diventarono un teatro di guerra con aerei francesi e italiani e Gheddafi, che era presente, si salvò a stento. Gheddafi è stato appoggiato da noi quando si insediò, dagli anni ’70, armato da noi, parte delle sue forze militari sono state addestrate in Italia in cambio di un rapporto privilegiato per il gas e il petrolio.
Questa è una guerra folle che gli europei non vogliono. Di cui sono stati informati come se fosse una notizia qualsiasi, un evento sportivo. Cina e Russia sono contrarie, la Germania si è astenuta nel Consiglio di sicurezza e il comitato dell’Unione africana sulla Libia ha rifiutato “ogni intervento militare straniero in Libia, quale che sia la forma “. Lo ha dichiarato il presidente mauritano Abdel Aziz, “la gravissima crisi che sta attraversando questo Paese fratello esige una soluzione africana“. Il presidente Aziz ha precisato che “nessun rappresentante dell’Unione africana ha partecipato al vertice internazionale di Parigi sulla crisi libica“.
L’ONU aveva deliberato per una “No fly zone“, non per bombardamenti a tappeto della Libia. Centinaia di missili lanciati da americani e inglesi verso “obiettivi“in un’operazione ribattezzata “Odyssey Dawn“, Odissea all’alba. Un linguaggio da playstation. Più che un Alba assomiglia al Tramonto dell’ONU, a un ‘ “Odyssey Sunset“. Sono morti più civili a Tripoli per mano di Obama, Cameron, Sarkozy o a Bengasi per mano di Gheddafi? Quelli per mano libica valgono forse il doppio? L’articolo 11 della Costituzione dice che “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…“. Dove sono i partiti con la Costituzione in mano che “scendevano” in piazza?
Stiamo bombardando una nazione africana e musulmana, ma non una sola nazione africana o musulmana ha partecipato all’attacco insieme alle potenze occidentali, ai “crociati“, come li chiama Gheddafi. L’Arabia Saudita ha invaso il Bahrain sconvolto dalle proteste, quando l’attacco agli sceicchi? Gaza fu trasformata in un camposanto, ma nessuno intervenne. L’Italia è una portaerei con navi canadesi, americane, inglesi che vanno e vengono dai nostri porti. Con che diritto? Siamo una nazione a sovranità limitata, ma questo è troppo. Fuori le basi americane dall’Italia e fuori, prima che sia troppo tardi, l’Italia dalla guerra. Non sappiamo nulla degli insorti di Bengasi, se si oppongono per ragioni democratiche, tribali, economiche, religiose. Nulla di nulla. Chi è senza petrolio scagli il primo Tomahawk. Gli Stati Uniti ne hanno lanciati già 110 per portarsi avanti con il lavoro.

LA LINGUA DI LEGNO

Fonte: ComeDonChisciotte – LA LINGUA DI LEGNO.

DI GIULIETTO CHIESA
megachip.info

Ha dichiarato la guerra, il piccolo capo francese. Voleva entrare nella storia, come ha lasciato capire, e ha deciso di farlo mettendosi l’elmetto. Misso dominico di una “comunità internazionale” in stato di palese confusione, perché non s’era ancora vista una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che dà mandato al primo che passa di cancellare uno Stato sovrano. Noi sappiamo bene chi sono, in questo caso, i “primi che passano”. E infatti i bravi soldatini dell’Impero calante si sono messi in fila (Italia compresa, seppur di malavoglia) per infliggere le loro bastonate al reprobo. Lui, il piccolo capo francese, ha parlato per tutti quelli che ci stanno.

Ma aveva la “lingua di legno”, se così possiamo tradurre, alla lettera, l’espressione francese “langue de bois”.

S’è visto, nella penosa apparizione televisiva, che la lingua gli pesava. Non perché Sarkozy non sappia dire le bugie, ma perché le ha ripetute troppe volte. Anzi sempre la stessa.

Un perfetto discorso in stile sovietico, come quello che i dirigenti del Cremlino amavano ripetere sempre quando parlavano della “indistruttibile amicizia dei popoli”, appunto sovietici. La esaltavano sempre, ripetutamente, ossessivamente. Al punto che era diventato un rituale automatico. Così si finiva per capire (lo straniero, perché i sovietici lo sapevano già a memoria) che era sul dente che doleva che la lingua finiva sempre per battere. E cioè che non c’era nessuna amicizia, e che, non appena tolto il guanto di ferro che sorreggeva la finzione, quei popoli si sarebbero sbranati tra di loro. Come fecero, dividendosi.

Ecco, il piccolo capo ha fatto altrettanto, senza rendersi conto di imitare il Cremlino comunista: ha ripetuto per ben tre volte, in un breve discorso, lo stesso concetto, consistente nell’unica affermazione (ovviamente bugiarda) secondo cui lo scopo della guerra sarebbe quello di “consentire al popolo libico di scegliere”.
Scegliere cosa? Ma, ça va sans dire, è ovvio: quello che ha deciso la cosiddetta “comunità internazionale”. Monumento a Orwell. Parafrasi del “comma 22“.

Ogni volta il giro di frase era leggermente diverso, ma l’idea era una sola. Quella di far pensare alla gente che ascoltava, che i fuochi d’artificio che sono cominciati servono solo per illuminare il cammino del popolo libico.

Verso dove? Questo è stato meno chiaro. Ma, con quella lingua di legno non poteva districarsi meglio.

La Libia, ex paese sovrano, diventerà una pompa di benzina per le grandi compagnie petrolifere occidentali. Il picco del petrolio è stato già superato da tempo, ma con questi chiari di luna giapponesi, con il nucleare che va a farsi benedire, bisogna pur mettere qualche cosa nel serbatoio, finché si può.

L’unica incognita è cosa ne penseranno di queste nuove bombe , e missili, e navi, e aerei, che l’Occidente manda per illuminare il loro cammino, i giovani con meno di trent’anni che stanno dando vita alla più grande sollevazione popolare della storia araba di tutti i tempi.

 

Giulietto Chiesa
Fonte: http://www.megachip.info/
Link: http://www.megachip.info/tematiche/guerra-e-verita/5849-la-lingua-di-legno.html
20.03.2011

LA GUERRA IN LIBIA

Fonte: ComeDonChisciotte – LA GUERRA IN LIBIA.

DI THIERRY MEYSSAN
voltairenet.org

Gli attacchi francesi alla Libia non sono un’operazione francese, ma un elemento dell’operazione Odyssey Dawn posta sotto l’autorità dell’US AfriCom. Esse non sono intese ad aiutare i civili libici, ma usano il pretesto della situazione per spianare la strada allo sbarco delle forze statunitensi nel continente, nota Thierry Meyssan.

Al vertice di Londra del 2 novembre 2010, la Francia aveva deciso di costruire una difesa comune con i britannici, che dipendono dagli Stati Uniti. Sono Francia, Regno Unito e Stati Uniti che hanno proposto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di adottare come risoluzione 1793, il testo che istituisce una no-fly zone sulla Libia. Questa iniziativa deve essere intesa in due modi:

In primo luogo, Barack Obama non volendosi assumere la responsabilità, nei confronti della sua opinione pubblica interna, una terza guerra nel mondo musulmano, dopo quelle in cui è sprofondato il suo paese, in Afghanistan e in Iraq. Washington ha dunque preferito delegare questa operazione ai suoi alleati.

In secondo luogo, Nicolas Sarkozy, che rappresenta gli interessi degli Stati Uniti favorevoli alla “relazione speciale” tra Londra e Washington, si è sforzato prioritariamente di cercato sin dall’inizio del suo mandato, di mettere insieme le difese francesi e britanniche. Ha raggiunto questo obiettivo con gli accordi sulla difesa del 2 novembre 2010, e trova nella crisi libica un’opportunità per l’azione congiunta.

 

Al vertice di Londra del 2 novembre 2010, la Francia aveva deciso di costruire una difesa comune con i britannici, che dipendono dagli Stati Uniti.

Con il ritorno al comando integrato della NATO, votato il 17 Marzo 2009, e attuato con il vertice di Strasburgo-Kehl, il 3-4 aprile 2009, Nicolas Sarkozy ha abbandonato il principio della difesa indipendente francese. Con il trattato di Lisbona, dove afferma esserne uno dei principali architetti, aveva già costretto l’UE ad abbandonare ogni difesa indipendente e ad affidarsi in modo permanente alla NATO.La sua politica ha segnato il trionfo, mezzo secolo dopo, del principio della CED, già combattuto da gollisti e comunisti. Con il pretesto di fare economie di scala in tempi di crisi, David Cameron e Nicolas Sarkozy hanno liquidato le ultime realizzazioni del fronte nazionalista gaullo-comunista e firmato due trattati.

Il primo prevede una maggiore cooperazione, condivisione e scambio di materiali ed equipaggiamenti, comprese le portaerei. Soprattutto, essa stabilisce una Combined Joint Expeditionary Force, ma non permanente, composta da 3000 a 3500 uomini, che potrebbe essere schierata, con preavviso, per le operazioni bilaterali militari della NATO, dell’Unione europea o delle Nazioni Unite Uniti. Il secondo inizio di progetti industriali di ricerca e sviluppo. Soprattutto, esso prevede la condivisione delle tecnologie per i test nucleari in laboratorio. Il che implica che il deterrente nucleare francese non è più indipendente, mentre il deterrente britannico è sotto il controllo degli Stati Uniti-.

Per concretizzare la forza di spedizione franco-britannica, i ministri competenti dei due Paesi, Liam Fox e Alain Juppé (Ministro della Difesa dal 14 novembre 2010 al 27 febbraio 2011) hanno pianificato una vasta esercitazione aerea comune, che doveva svolgersi il 21-25 marzo 2011 col nome di Southern Mistral.

 

Lo strano logo dell’esercitazione franco-britannica Southern Mistral. Il reziario non protegge l’uccello della libertà, ma lo fa prigioniero nella sua rete.

Esso doveva includere “missioni aeree tipo COMAO (Composite Air Operations) e un raid specifico (Southern Storm) per attuare un attacco convenzionale a lunga distanza. Oltre 500 persone saranno mobilitate per questa esercitazione bilaterale”, dice il sito web dedicato, pubblicato dal Comando della difesa aerea e delle operazioni di volo, “Southern Mistral”.

“Sei Tornado GR4, un aviotanker Vickers VC-10 e un Boeing E3D saranno mobilitati a fianco dei Mirage 2000D, 2000N e 2000C dell’aviazione francese, coinvolgendo una trentina di velivoli tra cui elicotteri, aerei-cisterna Boeing e aerei-radar AWACS (…) Allo stesso tempo, il Commando Paracadutisti Air 20 (CPA20) accoglierà a Digione uno dei suoi omologhi britannici, il Reggimento della RAF, e si allenerà nella missione di proteggere le basi aeree del teatro operativo, come viene praticato oggi in Afghanistan. Inoltre, i membri del Reggimento della RAF saranno addestrati alle misure di sicurezza del trasporto aereo, a partire dagli elicotteri. Tali procedure speciali sono applicate quotidianamente dagli elicotteri della “sicurezza aerea” dall’aviazione, al fine di intervenire contro aerei che volano a bassa velocità“, diceva il comunicato.

Questa esercitazione è stata guidata dai generali de Longvilliers e Desclaux (Francia), e dall’Air Marshall Garwood e dall’Air Commodore Maas (Regno Unito).

Coincidenza o premeditazione? In ogni caso, questa operazione è reale e non un esercitazione che è stata lanciata il 19 marzo 2011, conformemente alla risoluzione 1793 del Consiglio di Sicurezza. Soltanto la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti hanno partecipato il primo giorno. In attesa della partecipazione di altri Stati membri della NATO e della formazione di un comando di coalizione, tutte le operazioni, tra cui quelle francesi, sono coordinate da AfriCom, con sede a Stuttgart (Germania) dal generale statunitense Carter Ham. Le forze navali, comprese le navi italiane e canadesi, che raggiungono la zona, e il comando tattico, sono posti sotto l’autorità dell’Ammiraglio USA Samuel J. Locklear, a bordo della USS Mount Whitney. Tutto ciò conformemente alla precedente pianificazione della NATO [1]. Si è lontani dal bla-bla ufficiale sull’iniziativa francese, ma nella logica sopra descritta dell’asservimento delle forze.

La parte francese dell’operazione è stata chiamata Harmattan, una parola che significa che “Mistral del Sud“, che sferza l’Africa occidentale. La parte britannica è chiamata Operazione Ellamy. Ma la componente degli Stati Uniti è chiamata Odyssey Dawn, in modo che ognuno capisca che segna l’inizio di una odissea degli Stati Uniti in Africa [2]. E’ importante notare che, a differenza dei discorsi giustificatori e falsi dei leader atlantisti, la risoluzione 1793 è formulato in termini talmente vaghi che possono autorizzare lo sbarco di truppe coloniali in Libia. Infatti, il divieto di “dispiegamento di una forza di occupazione straniera, sotto qualsiasi forma e su qualsiasi parte del territorio libico” non si applica alla creazione della no-fly zone, ma soltanto alle operazioni di protezione civile (§ 4). Questo punto è stato sollevato dagli ambasciatori di Russia e Cina nel Consiglio di Sicurezza, e non ha avuto risposta, di conseguenza si sono astenuti durante la votazione [3].

Alla conferenza stampa del Pentagono, il 19 marzo, il vice-ammiraglio Gortney ha spiegato che gli attacchi missilistici statunitensi, sono stati progettati per modellare il teatro in cui gli alleati dovrebbero combattere.

Per questo primo giorno dell’Harmattan, le forze francesi hanno schierato i dispositivi che dovevano essere utilizzati nell’esercitazione Maestrale del sud, così come due fregate anti-aerei e di difesa aerea (Jean Bart e Forbin) posizionate al largo della Libia. Avrebbero distrutto quattro blindati. Da parte loro, le forze anglo-sassoni hanno utilizzato un sottomarino inglese della classe Trafalgar e undici navi statunitensi, tra cui due cacciatorpediniere (Stout e Barry) e tre sottomarini (Providence, Florida e Scranton) – per lanciare 110 missili Tomahawk.

Questa operazione militare continuerà, se le forze libiche resisteranno. In ogni caso, la logica adottata dovrebbe condurre alla situazione che ha prevalso in Iraq tra Desert Storm e Iraqi Freedom: una partizione de facto del paese tra lealisti e ribelli.

NOTE

[1] “Conferenza stampa di Anders Fogh Rasmussen sulla Libia“, Réseau Voltaire, 10 marzo 2011.
[2] Sulla manipolazione della crisi libica e le intenzioni degli Stati Uniti in Africa, leggi: “Proche-Orient: la contre-révolution d’Obama”, Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 16 marzo 2011.
[3] «Résolution 1973» (con il testo del dibattito), Réseau Voltaire, 17 marzo 2011.

Versione originale:

Thierry Meyssan
Fonte: http://www.voltairenet.org
Link: http://www.voltairenet.org/article168973.html
19.03.2011

Versione italiana:

Fonte: http://aurorasito.wordpress.com
Link: http://aurorasito.wordpress.com/2011/03/20/washington-cerca-il-sopravvento-con-lalba-dellodissea-africana/
19.03.2011

Traduzione di a cura di ALESSANDRO LATTANZIO – Aurora03.da.ru

Riforma della Giustizia – Il comunicato dell’ANM

Fonte: Piero Ricca » Il comunicato dell’ANM.

Di seguito il comunicato diffuso ieri dall’Associazione Nazionale Magistrati, in risposta all’annunciata controriforma della giustizia.

“L’Associazione nazionale magistrati esprime la propria ferma contrarietà ai contenuti del disegno di legge costituzionale di riforma della giustizia approvato dal Consiglio dei ministri.

L’impianto complessivo della riforma si incentra su una netta alterazione dell’equilibrio tra i poteri, attraverso un incisivo rafforzamento del controllo della politica sul sistema giudiziario, in netto contrasto con il disegno originario della Costituzione del 1948. Le garanzie dei cittadini ed i diritti di libertà saranno privati della più efficace forma di tutela costituita dall’autonomia e dall’indipendenza della magistratura.

Nel disegno riformatore le garanzie di autonomia ed indipendenza, oggi puntualmente previste direttamente dalla Carta Costituzionale, sono rimandate a successive ed indeterminate norme di legge ordinaria, rimesse alle contingenti maggioranze politiche.

Con la riforma sarà la politica a indirizzare le indagini della polizia giudiziaria, che verrà sottratta alla direzione della magistratura; sarà la politica a scegliere i reati da perseguire.

Con la separazione delle carriere si creerà un organo di accusa che avrà il solo scopo di vincere il processo con la condanna dell’imputato e non quello di applicare in modo imparziale la legge; un pm separato accentuerà il carattere repressivo della funzione e il suo ruolo si avvicinerà a quello della polizia. A pagare, anche in questo caso, saranno i cittadini più deboli. Se le scelte del pubblico ministero saranno condizionate dalle indicazioni della politica, sarà difficile, se non impossibile, che possano ancora avviarsi indagini sui reati commessi dai potenti.
Aumenterà il numero dei componenti nominati dalla politica all’interno degli organi di governo della magistratura e risulterà dunque svuotato il principio di autonomia dagli altri poteri dello Stato: se la carriera del giudice e la sua vita professionale dipenderanno da scelte della politica sarà più difficile ottenere decisioni giuste, ancora una volta a detrimento dei cittadini, in particolare dei più deboli.

Quanto alla responsabilità del magistrato, deve essere ricordato che oggi esistono ben cinque forme di responsabilità: penale, civile, disciplinare, contabile e anche professionale. In Italia, come in tutti gli ordinamenti democratici, è già prevista una responsabilità civile indiretta per i casi di dolo o colpa grave e diretta nei confronti dello Stato che può poi rivalersi sui magistrati

Ma, in particolare, va rimarcato che questa riforma non ha niente a che vedere con il funzionamento della giustizia. Non ridurrà di un solo giorno la durata dei processi penali e civili.
Sarebbe davvero “epocale”, invece, una riforma che, come più volte richiesto dall’Anm, realizzasse:

· l’abolizione dei tribunali inutili;
· l’eliminazione degli inutili formalismi nelle procedure penali e civili;
· un’effettiva informatizzazione degli uffici e del processo;
· l’ufficio del giudice e la riqualificazione del personale amministrativo;
· un incremento e una razionalizzazione delle risorse umane e materiali per gli uffici giudiziari;
· una seria depenalizzazione;
· una reale riduzione del contenzioso civile

Invece, anche in questo ambito, il Parlamento sembra impegnato in proposte di legge che avrebbero l’effetto di aggravare lo stato della giustizia o di ostacolarne il funzionamento, anche attraverso la modifica dei più efficaci strumenti di investigazione.
Per questi motivi la magistratura intende rappresentare in tutte le sedi, politiche ed istituzionali, nel rispetto delle prerogative di tutte le istituzioni, nonché all’opinione pubblica le ragioni della profonda contrarietà alle proposte di riforma in discussione.
Il Comitato direttivo centrale proclama lo stato di agitazione ed invita le sezioni distrettuali ed i magistrati ad una mobilitazione diffusa, demandando alla Giunta esecutiva centrale di intraprendere ogni iniziativa volta a rappresentare nelle sedi politiche ed istituzionali le motivazioni della contrarietà alla riforma costituzionale.
Il Comitato direttivo centrale è convocato in via permanente e valuterà i tempi di convocazione di un’assemblea generale”.

Roma, 19 marzo 2011

Approvato all’unanimità dal Comitato direttivo centrale

L’ECATOMBE DEI TESTIMONI – La fermata – Cadoinpiedi

Fonte: L’ECATOMBE DEI TESTIMONI – La fermata – Cadoinpiedi.

di Luigi Grimaldi – 20 Marzo 2011
Diciassette anni fa a Mogadiscio venivano uccisi Ilaria Alpi e Milan Hrovatin. Da quel 20 marzo soltanto silenzi, menzogne e troppe morti sospette

Ricorre oggi il 17° anniversario dell’assassinio a Mogadiscio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. 17 anni di silenzi, di menzogne, di conclamati depistaggi e insistiti insabbiamenti. Uno sforzo permanente, di proporzioni mai viste ad eccezione della strage di Ustica o del caso-Moro. Uno impegno orchestrato da mani invisibili alla giustizia, sintomatico del fatto, ormai certo, che questo duplice delitto non possa essere considerato “normale” per quanto la parola “normale” mal si adatti a qualunque fatto di sangue.
Stranezze, calunnie, segreti e delitti a distanza di 17 anni affollano ancora uno dei più intricati misteri d’Italia. In questo contesto c’è un aspetto poco noto, mal sondato, ma gravissimo e del tutto ignorato dai media che, con una certa fatica e spesso con riluttanza, cercano di seguire la vicenda e le piste di questa brutta storia che talvolta si affaccia alla finestra della informazione nazionale. Sono le vicissitudini di tutti i testimoni più importanti del delitto Alpi Hrovatin che immancabilmente, per chi ha la pazienza di scavare tra le carte, si concludono con altrettante morti misteriose. La cosiddetta “donna del the”, che ha testimoniato sulle manovre preparatorie dell’agguato mortale ai due reporter della Rai davanti all’Hotal Amana, è scomparsa e di lei non c’è traccia. L’autista di Ilaria, Ali Abdi, venuto in Italia ha poi rinunciato al programma di protezione accordatogli nel nostro Paese: pochi giorni dopo il suo ritorno in Somalia è stato trovato morto (non si sa se per droga o avvelenamento, il termine somalo usato nei giornali di Mogadiscio che hanno dato la notizia ha entrambi i significati). Starlin Arush, una buona conoscente di Ilaria, presidente dell’associazione delle donne somale e impegnata anche a livello politico, dopo l’agguato del 20 marzo 1994 si era incontrata nella sua abitazione con l’autista di Ilaria, dopo aver rilasciato una nota intervista a Isabel Pisano (buona amica di Francesco Pazienza) e autrice di un documentario sul caso per la trasmissione Rai Format, andata in onda col titolo “Chi ha paura di Ilaria?”, è stata uccisa in circostanze misteriose, nel febbraio 2003, nel corso di una rapina lungo la strada che dall’aeroporto di Nairobi porta in città.
E ancora. Il colonnello Awes: capo della sicurezza dell’albergo Amana, nei pressi del quale avviene l’agguato mortale ai due giornalisti della Rai: è deceduto non si sa in quali circostanze né in quale periodo preciso. È stato forse l’ultimo che ha visto Ilaria e Miran vivi. Altri testimoni, o per lo meno persone ritratte nei filmati girati dalla Tv Abc nell’immediatezza del delitto, sono morte. Come, ad esempio, «l’uomo con la maglia gialla e grigio-azzurra» che si vede durante il trasporto del corpo di Ilaria sulla macchina di Giancarlo Marocchino (l’imprenditore italiano che per primo arriva sulla scena del delitto), mentre passa nelle mani dello stesso alcuni oggetti: un taccuino, una macchina fotografica, una radio trasmittente o un registratore. Di costui si sa che era un uomo della scorta di Marocchino, il quale ha riferito trattarsi di una persona (di cui non ha fornito il nome) deceduta «sparandosi accidentalmente».

C’è poi Carlo Mavroleon, l’operatore della Tv americana Abc, che ha girato le immagini: è stato assassinato in Afghanistan nel 1997. Anche Vittorio Lenzi, operatore della televisione svizzera, presente nei primi momenti dopo il delitto è morto qualche anno dopo in uno strano incidente stradale. Il colonnello Ali Jirow Shermarke ha firmato un rapporto investigativo per le Nazioni Unite che accusava Giancarlo Marocchino, a seguito di una indagine che aveva svolto in quanto capo della Divisione investigativa criminale di Mogadiscio. Anch’egli è morto senza che si sappia quando e come. Il suo rapporto, pervenuto nel dicembre 1994 al dottor De Gasperis della procura di Roma, ipotizzava un coinvolgimento di Giancarlo Marocchino (definito da Carlo Taormina ai tempi della Commissione parlamentare di inchiesta come «il principale collaboratore per la ricerca della verità») e sosteneva che Ilaria e Miran sarebbero stati visti uscire, prima dell’agguato, da un garage dello stesso faccendiere italiano.
Shermarke è stato sentito a verbale dal giudice Pititto il 26 luglio 1996: in quell’occasione ha confermato il rapporto e aggiunto che: «Appena Ilaria arrivò in albergo, ancora prima che lei potesse lavarsi, ricevette una telefonata… una chiamata del Marocchino, al che lei uscì fuori dall’albergo chiedendo chi ci fosse dei guardiani perché doveva andare subito a casa del Marocchino… io credo che a uccidere i due giornalisti sia stato il Marocchino».
Marocchino, collegato da un lato a personaggi oggetto della archiviata inchiesta Sistemi Criminali di Palermo (che vedeva indagati nell’ambito di un progetto eversivo tendente a minare l’unità nazionale anche la cupola dei mafiosi stragisti insieme a personaggi come Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie), e dall’altro ai protagonisti del cosiddetto progetto Urano (un piano di traffico e smaltimento di scorie tossiche e radioattive in Somalia in cambio di armi, coordinato da un uomo del gruppo di lavoro organizzato nel 1992 da Marcello Dell’Utri per la creazione di Forza Italia) non è mai stato iscritto nel registro degli indagati della procura di Roma per il duplice delitto.
C’è poi il nipote della fonte Gargallo. Il somalo da una vita in Italia, ex collaboratore di Marocchino, che ha consentito alla Digos di Udine di ricostruire nei dettagli la vicenda dell’omicidio dei due giornalisti della Rai rintracciando in Somalia testimoni oculari poi fatti arrivare in Italia e accompagnati nel nostro Paese proprio dal nipote: è stato ucciso da un gruppo di uomini armati a Mogadiscio, in un agguato, secondo quanto riferito dallo stesso Gargallo.
Insomma, accanto agli omicidi di Ilaria e Miran, c’è un ecatombe di testimoni, un tasso di mortalità spropositato: anche per coprire traffici di armi e di rifiuti.

Blog di Beppe Grillo – Morire per Bengasi?

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Morire per Bengasi?.

Quando l’Italia entrò in guerra il 10 giugno 1940, Mussolini almeno lo dichiarò dal balcone di Palazzo Venezia davanti a una folla oceanica. Ci mise, come si dice, la faccia dopo quasi un anno di attesa dall’inizio del conflitto europeo in cui, per starne fuori, si era inventato la “non belligeranza“, né guerra, né pace. 71 anni dopo, nel giorno del 150° anniversario dell’Unità, siamo entrati in guerra con la Libia, un nostro ex alleato (in questi voltafaccia abbiamo una certa esperienza…) senza un pubblico dibattito o che Berlusconi o Napolitano sentissero il bisogno di andare in televisione a spiegarne i motivi. La Libia non è l’Afghanistan, con cui pure siamo in guerra senza saperne assolutamente i motivi. E’ a due passi dalle nostre coste, è uno Stato che abbiamo riconosciuto fino all’altro ieri in modo plateale e anche cialtronesco. L’Italia ha fornito armi a Gheddafi, come pure molti Stati che ora si apprestano a bombardarla. I nostri interessi economici sono tali che, insieme alla Libia, stiamo costruendo da anni un gigantesco gasdotto, Greenstream, per collegarla all’Europa.
Ci troviamo in guerra e non sappiamo perché. E’ vero che gli insorti di Bengasi rischiano di essere passati per le armi, è altrettanto vero che si tratta di una guerra civile, un fatto interno al Paese, in cui l’Italia poteva e doveva porsi come interlocutrice di entrambe le parti, come mediatrice. Il nostro ruolo non è quello di gendarmi del mondo o di reggicoda degli Stati Uniti. Gheddafi è un mostro? Forse. Ma la distruzione della Cecenia è da imputarsi alla Russia di Putin e l’occupazione del Tibet alla Cina di Hu Jintao, ma nessuno ha mosso, né muoverà un dito all’ONU. Nel Darfur è stato massacrato, stuprato, mutilato, un milione di persone nell’indifferenza della Nato. In Africa sono in corso guerre civili e tribali da 50 anni a partire dallo spaventoso genocidio del Ruanda.
Vi ricordate l’attacco a Lampedusa del 1986? Gheddafi lanciò allora due missili Scud contro un’installazione militare statunitense dopo il bombardamento di Tripoli voluto da Reagan. L’unico atto di guerra contro il nostro territorio da parte di uno Stato dopo la Seconda Guerra Mondiale. Quante basi americane ci sono sul nostro territorio? Ognuna è un bersaglio. Frattini ha dichiarato: “Daremo le basi, possibili nostri raid“. Lo ha fatto con quell’aria stolida e tranquilla che lo accompagna dalla nascita. Qualcuno ha detto agli italiani che siamo in guerra e un missile libico potrebbe colpire in ogni momento una nostra città?

ULTIM’ORA: Lo psiconano ha dichiarato dopo l’attacco aereo francese in Libia: Nessun timore dai missili di Tripoli. “La loro gittata è tale da non poter raggiungere il nostro territorio“. Prepariamo i rifugi antiaerei…

IMPARARE DALLA CATASTROFE ? DOPO SENDAI

Fonte: ComeDonChisciotte – IMPARARE DALLA CATASTROFE ? DOPO SENDAI.

DI RICHARD FALK
informationclearinghouse.info

Dopo che le bombe atomiche furono sganciate su Hiroshima e Nagasaki ci fu, in Occidente, specialmente negli Stati Uniti, un breve momento di trionfo, attribuendo all’abilità scientifica e militare americana l’aver raggiunto la vittoria sul Giappone e l’aver evitato quella che sarebbe stata secondo previsione una lunga e sanguinosa conquista della patria Giapponese. Questo racconto ufficiale degli attacchi devastanti su queste città giapponesi è stata contestata da numerosi storici di fama che sostenevano come il Giappone avesse trasmesso la sua disponibilità alla resa ben prima che le bombe fossero state lanciate, che il governo degli Stati Uniti avesse necessità a lanciare gli attacchi per dimostrare all’Unione Sovietica che aveva questa super-arma a sua disposizione, e che gli attacchi avrebbero aiutato a stabilire la supremazia americana nel Pacifico, senza più alcuna necessità di condividere il potere con Mosca. Ma a qualunque interpretazione storica si creda, l’orrore e l’indecenza degli attacchi è al di là di ogni controversia.

Questo uso delle bombe atomiche contro città indifese e densamente popolate resta il più grande atto di terrorismo di stato nella storia umana, e se fosse stato commesso dagli sconfitti nella seconda guerra mondiale sicuramente i colpevoli sarebbero stati ritenuti penalmente responsabili e l’armamento proibito per sempre. Ma la storia delle grandi guerre dà ai vincitori un margine considerevole per plasmare il futuro secondo i propri desideri, a volte in meglio, spesso in peggio.

Queste due città di scarso significato militare non solo sono state devastate fino ad essere rese irriconoscibili, ma in aggiunta, gli abitanti in una vasta area circostante sono stati esposti a dosi letali di radioattività che hanno causano morte per decenni, malattie, ansie psichiche e difetti alla nascita. Oltre a ciò, era chiaro che una simile tecnologia avrebbe cambiato il volto della guerra e del potere, e che sarebbe dovuta essere eliminata dal pianeta o in alternativa gli Stati Uniti avrebbero insistito sul possesso delle armi, cosa che di fatto accadde; i cinque membri permanenti del il Consiglio di sicurezza divennero i primi cinque stati a sviluppare e possedere armi nucleari, seguiti negli anni successivi da Israele, India, Pakistan e Corea del Nord. Inoltre, la tecnologia è stata costantemente migliorata a caro prezzo, permettendo la sganciamento a lunga distanza di testate nucleari da parte di missili guidati e con carichi centinaia di volte superiori a quelle bombe primitive usate contro il Giappone.

Dopo Hiroshima e Nagasaki si sono diffuse espressioni di preoccupazione per il futuro rilasciate dai capi di governo e da una serie di figure di riferimento morale. I governanti delle nazioni occidentali parlarono della necessità del disarmo nucleare come unica alternativa a una guerra futura che avrebbe distrutto la civiltà industriale. Gli scienziati e il resto della società parlarono in termini apocalittici del futuro. Era uno stato d’animo di ‘utopia or else’, (‘utopia o altro’ ndt), la sensazione che ,a meno di una nuova forma di governo che emergesse rapidamente, non ci sarebbe stato alcun modo per evitare un futuro catastrofico per la specie umana e per la terra stessa.

Ma cosa è successo? I bellicosi realisti prevalsero, avvisando di diffidare ‘degli altri,’ insistendo sul motto ‘better to be dead than red’ (‘meglio morti che rossi’ ndt) e che, come in passato, solo un equilibrio di potere avrebbe potuto prevenire la guerra e la catastrofe. Il nuovo equilibrio dell’era nucleare fu chiamato ‘deterrence’ (‘dissuasione’ ndt), e si evolse in una pericolosa posizione di sicurezza semi-cooperativa conosciuta come ‘mutual assured destruction,’ (‘distruzione reciproca assicurata’ ndt) o più sanamente descritta dal suo acronimo, MAD (‘pazzo’ ndt). La principale forma di apprendimento che è seguita ai disastri di Hiroshima e Nagasaki fu quella di normalizzare le armi, bandire i ricordi, e sperare nel meglio. Gli stessi realisti, e forse principalmente John Mearsheimer, arrivarono addirittura a celebrare gli armamenti nucleari come ‘keepers of the peace’ (‘custodi della pace’ ndt), indicandoli come la migliore spiegazione del motivo per cui la rivalità tra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti non fosse sfociata nella Terza Guerra Mondiale. Tale compiacimento nel nucleare ritornò in evidenza negli anni ’90 ,dopo il crollo dell’Unione Sovietica, quando ci fu un rifiuto di proporre l’eliminazione delle armi nucleari, e ci furono segnalazioni affidabili che il governo degli Stati Uniti effettivamente utilizzò la sua influenza diplomatica per scoraggiare qualsiasi iniziativa russa verso il disarmo, che avrebbe potuto esporre in maniera imbarazzante la posizione nucleare americana ‘post-deterrence’ (dopo il periodo di dissuasione, ndt), e post-guerra fredda. Questo attaccamento è resistito, bipartisan nel suo carattere, condiviso con la leadership e la cittadinanza degli altri stati dotati di armi nucleari a vari livelli, e si unisce a un regime anti-proliferazione che include ipocritamente la maggior parte degli stati (Israele è stata una notevole eccezione) che aspirano ad avere armi nucleari proprie, come fuorilegge criminali e pertanto soggetti ad un intervento militare.

Ecco la lezione da applicare al presente: lo stato di shock che gli attacchi atomici portano fuori, è sostituito da un ripristino della normalità, il che permette di creare le condizioni per la ripetizione a maggior magnitudo di morte e distruzione. Tale modello è accentuato, come in questo caso, se l’oggetto di un disastro è offuscato dalla politica quotidiana che oscura la lorda immoralità e criminalità degli atti, che ignora il fatto che ci siano forze governative associate con l’istituzione militare che cercano la massima potenza d’impatto, e che questi professionisti della guerra sono rafforzati da ben pagati scienziati, intellettuali della difesa, e burocrati che costruiscono le proprie carriere sull’armamento, e che questa struttura è rinforzata in vari modi dal settore privato in cerca di opportunità a scopo di lucro. Queste condizioni valgono in generale per l’attività di vendita di armi.

E poi dobbiamo tenere conto dell’ incredibile ‘Faustian Bargain’( ‘patto faustiano’ ndt) venduto al mondo del non-nucleare: ossia rinunciare all’ opzione di avere armi nucleari e in cambio ottenere un ‘accesso’ illimitato ai ‘benefici’ dell’ energia nucleare e, inoltre, gli stati dotati di armi nucleari, si strizzano l’occhio al momento di negoziare il famigerato Trattato di Non Proliferazione (1963) con la promessa in buona fede di perseguire il disarmo nucleare, anzi il disarmo generale e completo. Naturalmente, solo la metà peggiore del patto è stata rispettata, anche a fronte alle terribili esperienze di Three Mile Island (1979) e Chernobyl (1986), mentre la metà migliore del patto (ossia sbarazzarsi delle armi) non ha mai dato luogo a proposte e neanche a svogliate trattative (e invece il mondo assiste di volta in volta alle irresponsabili correzioni gestionali, note come le misure per ‘il controllo delle armi’ progettate per stabilizzare la rivalità nucleare tra gli Stati Uniti e l’ Unione Sovietica (oggi Russia). Tale affermazione è confermata dall’impegno presidenziale di dedicare ulteriori 80 miliardi di dollari per lo sviluppo di armi nucleari prima della ratifica del Senato del New START Treaty alla fine del 2010, l’ultimo stratagemma che era stato falsamente presentato come un passo verso il disarmo e la denuclearizzazione. Non c’è nulla di intrinsecamente sbagliato nel controllo degli armamenti, si può ridurre rischi e costi, ma non si tratta di disarmo, e non dovrebbe essere presentato come se lo fosse.

E ‘con questa premessa in mente che deve essere inteso lo svolgersi della mega-tragedia giapponese e i suoi effetti sulla futura politica discussi in via preliminare. Questa catastrofe straordinaria originata da un evento naturale al di là di ogni calcolo e controllo umano. Un terremoto di furia inimmaginabile, della misura senza precedenti di 9,0 gradi della scala Richter, che ha scatenato uno tsunami che ha raggiunto un’altezza di 30 piedi (9 metri ndt), e spazzato via la zona di Sendai nel nord del Giappone arrivando ad una distanza incredibile di oltre i 6 chilometri. E ‘ancora troppo presto per contare i morti, i feriti, i danni alla proprietà, e il costo umano complessivo, ma ne sappiamo abbastanza per renderci conto che l’impatto è colossale, che questo è un avvenimento terribile che sarà permanentemente impresso nell’immaginario collettivo dell’umanità, forse tanto più, perché è il verificarsi epico visivamente più registrato in tutta la storia, con le registrazioni video in tempo reale dei suoi catastrofici ‘momenti della verità’.

Ma questo disastro naturale che è stato responsabile di enormi sofferenze umane è stato aggravato dalla sua dimensione nucleare, la cui piena misura resta ancora incerta, sebbene a generare un profondo presentimento ,che forse è esagerato, ci sono le calme rassicurazioni dei responsabili aziendali del nucleare in Giappone che hanno sorvolato sui difetti delle loro registrazioni di sicurezza, così come dai capi politici, compreso Naoto Kan che vuole comprensibilmente evitare di causare nel pubblico giapponese il passaggio dalla sua posizione attuale di testimoni traumatizzati ad una di vero e proprio panico. Vi è anche una mancanza di credibilità basata, soprattutto, su una lunga lista di false rassicurazioni e insabbiature da parte dell’industria nucleare giapponese, nascondendo e minimizzando gli effetti del terremoto del 2007 in Giappone, e ora tacendo circa l’entità del danno del reattore in questo momento e in altre occasioni. Quello che dobbiamo capire è che la vulnerabilità della società industriale moderna accentua le vulnerabilità che derivano dagli eventi estremi della natura. Non vi è alcun dubbio che la costellazione di forze legate al grande terremoto / tsunami è stato la responsabile del grande danno del disagio sociale, ma il suo impatto complessivo è stato esponenzialmente aumentato dagli acquisti di energia nucleare del patto faustiano i cui rischi, se obiettivamente valutati, sono stati ampiamente noti per molti anni. E la ricerca dell’avido profitto a ridurre al minimo tali rischi, sia nel Golfo del Messico o a Fukushima o a Wall Street, e poi ci si affretta follemente al momento del disastro con un trasferimento di responsabilità sulle vittime, cosa che mi fa tremare al contemplare il futuro dell’umanità. Queste forze predatorie sono più temibili perché hanno persuaso la maggior parte dei politici alla complicità e hanno molti alleati privati nei mezzi d’informazione che superano nel mondo i mezzi pubblici, con dosi costanti di disinformazione.

La realtà degli attuali pericoli nucleari in Giappone è molto più forte di queste parole di rassicurazione che sostengono che i rischi per la salute siano minimi perché la radioattività è stata contenute al fine di evitare pericolosi livelli di contaminazione. Una misura più attendibile dell’aumento del pericolo percepito può essere raccolta dalle continue espansioni ufficiali della zona di evacuazione intorno ai sei reattori Daiichi di Fukushima da 3 km a 10 km, e più recentemente a 18 km, insieme con le istruzioni per tutti coloro che si trovano nella regione a rimanere al chiuso a tempo indeterminato, con finestre e porte sigillate. Possiamo sperare e pregare che le quattro esplosioni che hanno finora avuto luogo nel complesso dei reattori di Daiichi a Fukushima non porteranno a ulteriori esplosioni e a un crollo completo in uno o più dei reattori. Per evitare la fusione anche l’espulsione del vapore radioattivo altamente tossico, che impedirebbe l’aumento dell’acqua bollente che porterebbe ad una pressione ingestibile nel nucleo del reattore, rischia di ripartire i rischi e gli effetti cattivi. Si tratta di un dilemma politico che ha assunto l’aspetto di un incubo vivente: o permettere che al calore di salire ed affrontare l’alta probabilità del crollo del reattore o dar sfogo al vapore e render soggetti alla radioattività un gran numero di persone nelle vicinanze e oltre, soprattutto in caso di vento verso sud che porterebbe il vapore verso Tokyo o verso ovest nel Giappone settentrionale o in Corea. Nei reattori 1, 2 e 3 ci sono rischi di crolli, mentre con l’arresto dei reattori 4,5, e 6 si ha il rischio di rilascio di vapore radioattivo dovuto all’incendio di barre di combustibile esaurito.

Sappiamo che in tutta la sola Asia circa 3.000 nuovi reattori o sono in costruzione o sono stati pianificati e approvati. Sappiamo che il nucleare è stato propagandato in questi ultimi anni come una fonte importante di energia per affrontare il fabbisogno energetico futuro, un modo per superare la sfida del “picco del petrolio ‘e di lotta al riscaldamento globale, e da parte di alcuni della diminuzione delle emissioni di carbonio. Sappiamo che l’industria nucleare sosterrà di sapere come costruire reattori sicuri in futuro che possano resistere anche ad eventi ‘impossibili’ come quelli che hanno portato il caos nella regione di Sendai in Giappone, mentre allo stesso tempo avvieranno attività di lobbying per i regimi di assicurazione onde evitare tali rischi. Alcuni critici degli impianti di energia nucleare in Giappone e altrove avevano avvertito che questi reattori di Fukushima ,alcuni costruiti più di 40 anni fa, erano a rischio di incidenti e non avrebbero dovuto essere più mantenuti operativi. E sappiamo che i governi saranno sotto pressione per rinnovare il patto faustiano, nonostante quello che avrebbe dovuto essere chiaro dal momento in cui le bombe sono cadute nel 1945: Questa tecnologia è troppo spietata e letale per essere gestita in modo sicuro nel tempo con le istituzioni umane, anche se fossero gestite in modo responsabile, cosa che non accade. E’ follia persistere, ma è avventato aspettarsi dalle élite del mondo un cambio di rotta, nonostante questa drammatica consegna di vividi ricordi della fallibilità e della colpevolezza umana. Non possiamo sperare di controllare le crudeltà della natura, sebbene anche queste siano state intensificate dal nostro rifiuto ad adottare misure responsabili per ridurre le emissioni di gas serra, ma possiamo, se esiste la volontà, imparare a vivere entro limiti prudenti anche se questo significa meno abbondanza di materiale e uno stile di vita alterato. L’incapacità di prendere sul serio il principio di precauzione come guida per la pianificazione sociale è una nuvola nera che minaccia il nostro futuro.

Speriamo vivamente che questo disastro di Sendai non abbia conseguenze peggiori, anche se questi ammonimenti hanno già incorporato tali eventi, e che si risvegli la coscienza di abbastanza gente per i pericoli di questo cammino verso l’iper-modernità, in modo che una politica dei limiti possa sorgere a sfidare la politica prevalente della crescita senza limiti. Tale sfida deve includere il ripudio di una visione del mondo neoliberista, insistendo senza compromessi su un economia basata sui bisogni e sulle persone piuttosto che sui margini di profitto e l’efficienza del capitale. Il sostegno a tale corso è certamente un grande passo, ma lo è anche il mortale realismo utopico di restare sul campo nucleare, sia con le armi che con i reattori. Questo è ciò che Sendai dovrebbe insegnare a tutti noi! Ma lo sarà?

Richard Falk è uno studioso di diritto internazionale e di relazioni internazionali che ha insegnato alla Princeton University per quarant’anni. Dal 2002 ha vissuto a Santa Barbara, California, e ha insegnato presso la sede locale dell ‘Università di California in Global e Studi Internazionali e dal 2005 ha presieduto il consiglio di amministrazione della Nuclear Age Peace Foundation. Ha iniziato questo blog in parte in occasione del suo 80 ° compleanno

Fonte: http://www.informationclearinghouse.info
Link: http://www.informationclearinghouse.info/article27697.htm
16.03.2011

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ELFONS

Antonio Di Pietro: Bisogna mandarlo via / Non ti puoi fidare del nucleare

Fonte: Antonio Di Pietro: Bisogna mandarlo via.

Non ti puoi fidare del nucleare:

 

Prima di tutto voglio ringraziare quei due milioni di cittadini che, firmando per i referendum, hanno dato la possibilità di porre oggi a tutti gli italiani alcuni quesiti fondamentali per la libertà, per la democrazia, per l’ambiente e per il futuro. Dobbiamo dire grazie anche a quegli altri due milioni di cittadini che hanno firmato per i referendum sull’acqua proposti dal Forum per l’acqua pubblica. I nostri referendum e i loro sono una sommatoria.
Più siamo, più riusciremo a entrare nell’informazione e a far sapere di cosa si parla. perché questo è il è problema dei problemi: ogni volta che c’è qualcosa che va contro il regime, contro le idee piduiste, allora si mette il bavaglio e si cerca il trucco. Il primo trucco è non fare referendum e elezioni amministrative insieme. Non c’è una ragione di alcun tipo per non fare insieme referendum ed elezioni. perché si devono buttare 350 milioni di euro? Quante cose si possono fare con 350 milioni di euro? Pensateci!
Non è stato un errore. Magari! Gli errori si scusano. Ma questo è stato un ladrocinio di Stato buttare via 350 milioni per impedire ai cittadini di dare il loro voto e fare il loro dovere.
Noi siamo qui per aprire la campagna referendaria ma ci troviamo anche in una giornata particolare, di vigilia di guerra, e su questo un partito politico come l’Italia dei Valori deve dire quello che pensa. Anche noi abbiamo avuto in passato il nostro Gheddafi. Si chiamava Mussolini. Qualunque soluzione al di fuori delle Nazioni unite è sbagliata, ma nell’ambito delle Nazioni unite dobbiamo dire forte e chiaro e da che parte stiamo, e lo diciamo: stiamo dalla parte del popolo libico contro il suo dittatore che lo sta distruggendo.
Dobbiamo dire forte e chiaro cosa è avvenuto nel nostro paese due mesi fa: c’era un signore con la sua tunica che si faceva fare il baciamano dal nostro presidente del consiglio. E c’era un signore, nostro invece, che ha svenduto la dignità del nostro paese per fare il giullare. Lui ha detto di essere un guascone, ma i guasconi stanno in guasconeria, non a palazzo Chigi.
E nel mentre si facevano queste guasconate, in Parlamento, col voto contrario dell’Italia dei valori, veniva approvato un trattato di amicizia con la Libia in cui l’art. 5 diceva e dice ancora ora che lì’Italia si impegna a impedire qualsiasi azione che possa ostacolare il governo di Gheddafi. L’esatto contrario di quel che dovevam fare e che l’Onu ci chiede di fare.
Oggi noi dobbiamo fare il nostro dovere, così come ci chiedono l’Onu e il popolo libico oppresso, e così come tanti altri paesi hanno fatto al momento della liberazione del nostro paese dal regime fascista. però noi oggi dobbiamo anche pretendere che si torni in parlamento e che questo governo, con la cenere sul capo dica, insieme alla sua maggioranza, che quell’art. 5 è stato un atto di contiguità e di complicità col regime gheddafiano. Del resto i due regimi si assomigliano nel loro aspetto ridicolo. In quello drammatico, purtroppo, quello di Gheddafi è molto peggiore.
Ma torniamo alla ragione per cui siamo qui. Molti vorrebbero che questo nostro partito non ci fosse, ma poi alla resa dei conti, dopo un po’ vengono tutti sulle nostre posizioni. Io penso che in un paese normale chi governa, chi sta nelle istituzioni, se inquisito dovrebbe essere processato prima degli altri, non dopo gli altri. Dicono che bisogna farsi processare dopo aver governato. Col cavolo! Io se uno è un delinquente lo voglio sapere prima che mi governi, non dopo. Ecco perché siamo contro il legittimo impedimento.
Tecnicamente, possono capitare casi di legittimo impedimento. Però se lo decidi tu quando deve esserci questo impedimento e non il giudice tu, se sei colpevole, avrai un legittimo impedimento tutte le volte che devi andare al processo. Specie se, essendo capo del governo, ti fai tu l’agenda dei tuoi appuntamenti. E’ l’arbitrio dell’imputato perché sta al governo. Invece sia che stai al governo sia che stai in mezzo a una strada, siamo tutti uguali davanti alla legge. Questo è un paese democratico. Questo è uno Stato di diritto. Tutto il resto sono furbate.
Ci sono due modi per violare la legge. Uno è facile: vai e rubi. L’altro modo è che ti fai una legge tutta tua per dire che se rubi tu non è reato, se rubano gli altri è reato. E’ un modo per non farsi processare mentre gli altri sono processati.
Per questo abbiamo voluto questo referendum sul piano tecnico. Altrimenti sai quanti berluschini nasceranno: prima si andava in latitanza, adesso si andrà in Parlamento! Tanto è vero che oggi la maggior percentuale di persone con problemi di giustizia non è nei bassifondi ma tra i parlamentari.
Ma la ragione più importante è quella politica.Posto che ci sono iuna coscienza civile e ua volontà popolare che vogliono dire “basta”, come si fa a farlo? Non possiamo aspettare il 2013 né sognare che lui si dimetta da solo. Ma quando mai! Il Parlamento non lo manderà mai via, perché con questa legge elettorale tutti sono o ricattabili o comprabili. Infatti hanno fatto un gruppo parlamentare apposta, che si chiama dei “responsabili” mentre dovrebbe chiamarsi dei “disponibili”.
Allora per mandarlo via dobbiamo usare lo stesso metodo in base al quale lui dice di essere legittimato a governare. Lui dice: “Ho dalla mia parte la volontà del popolo”. Vediamo se è vero. vediamo se questa volontà ce l’ha ancora. Perché il popolo lo puoi fregare la prima volta, la seconda, ma poi col cavolo che viene ancora preso in giro.
La ragione principale del referendum sul legittimo impedimento, sul quale ci appelliamo a tutte le forze politiche e civili e al popolo, è rispondere a questa domanda: “Ma tu Berlusconi lo vuoi ancora o no?”. E se non lo vuoi ancora, vota sì all’abrogazione del legittimo impedimento. E’ un voto che deve valere come voto politico per dire “vai a casa e cambiamo questo paese”.
Poi ci sono i referendum del Forum dell’acqua. io li spiego in un modo semplicissimo. Mettiamo che invece dell’acqua avessero fatto la privatizzazione completa della gestione della sanità o della scuola, dove sarebbe la fregatura? Facile: se c’hai i soldi ti curi o ti istruisci, e se non ce li hai ti fregi. Ma è mai possibile che se hai i soldi paghi l’acqua e se non muori di sete? Dicono: “Ma è solo la gestione, l’acqua resta pubblica”. Però se quando apro il rubinetto l’acqua pubblica non esce perché non posso pagare la bolletta, muoio lo stesso di sete! Io voglio un’acqua pubblica anche nella gestione perché voglio rispettare il Vangelo: “Dar da bere agli assetati”. Anche se sono morti di fame!
E veniamo all’ultimo quesito, il nucleare. Questi ogni giorno cambiano posizione, ma non per un intimo ripensamento. Lo ha detto il ministro Prestigiacomo: “Dobbiamo stare attenti col nucleare perché perdiamo le elezioni”. Non perché perdi il mondo, la salute, l’ambiente, perché perdi il futuro dei tuoi figli, perché perdi economicamente, perché perdi tutto e rischi un’apocalisse. Chi se ne frega se perdi le elezioni! E’ chi cambia dichiarazione a seconda della convenienza che fa sciacallaggio, non oi.
Noi le firme le abbiamo raccolte un anno fa perché riteniamo che le centrali nucleari rappresentino il passato. Chi le ha costruite lo ha fatto quarant’anni fa, quando la ricerca e la tecnologia non ave ano individuato altri e più moderni mezzi per realizzare con meno spesa e con più tutela della salute un’energia pulita.
La Germania dice che nei prossimi anni si convertirà all’energia ricavata dal sole e dall’aria, e di sole e aria la Germania ce ne ha poco. L’Italia invece l’unica materia prima che ha a disposizione, il sole e l’aria, non la sfrutta e anzi la penalizza. La settimana scorsa ha portato via anche gli incentivi per l’energia eolica e solare.
Dicono “Ma sennò dobbiamo comprare il petrolo”. Perché, l’uranio non lo compri? Dicono: “Ma il petrolio prima o poi finisce2. e perché, l’uranio non finisce? Cosìè che non finisce mai? Il sole.
Il terremoto, lo tsunami, il nubifragio non si possono fermare. Ma possibile che l’uomo debba essere così scemo da produrre lui una cosa che lo distrugge? Fosse l’unica soluzione, lo potrei pure capire. Ma non è l’unica soluzione, e anzi più passa il tempo più ci sono soluzioni alternative, meno costose e meno dannose. E allora che senso ha rincorrere il nucleare?

Per questo abbiamo voluto il referendum nel merito. Ma anche nel metodo contestiamo quello che ha fatto il governo. In un paese democratico, in uno stato di diritto, quando il popolo fa un referendum e dice “non voglio le centrali nucleari”, se le vuoi fare devi tornare dal popolo e vedere se ha cambiato idea.
Non solo non lo hanno chiesto prima di fare la legge, ma adesso non vorrebbero fare il referendum. Adesso boicottano il referendum. tutte queste pastoie che stanno mettendo per impedire il referendum sono un attentato alla Costituzione e allo Stato di diritto. Le stesse persone vanno a “Porta a Porta” un giorno a dire “Avanti sul nucleare” e un altro giorno a dire “Dobbiamo riflettere”. Che vuol dire “Dobbiamo riflettere”? Se ti sei pentito, devi solo fare una legge che abroga il nucleare come fonte energetica. Tutto il resto è una furbata che serve solo a “scollinare” il 12 giugno, ultima data utile per il referendum.
Vogliono imbrogliare i cittadini facendo credere che stanno facendo una riflessione, per invogliare i cittadini a non votare. o peggio vogliono fare una norma ponte per dire che tanno riflettendo. Dopo il 12giugno diranno “Abbiamo riflettuto. Faremo le centrali più sicure”. Ma non esiste niente di sicuro in materia di nucleare. Se arriva un kamikaze, che gli vai a dire?
Che vuol dire che gli altri paesi le hanno fatte vicino a noi? Noi dobbiamo essere promotori di un ricambio strategico, dobbiamo essere i primi della classe a proporci come l’innovazione verso il futuro.
Oggi abbiamo aperto questa campagna referendaria per informare i cittadini. Sono temi planetari quelli sui cui i cittadini devono dare una risposta. Questa battaglia non è dell’Italia dei valori: noi abbiamo solo fatto il nostro dovere per raccogliere le firme, ma il tema riguarda tutti i cittadini. Il nucleare, l’acqua, la legalità non sono né di destra né di sinistra. Per questo diciamo a tutte le forze politiche, sociali,l dell’informazione, economiche: dateci una mano a convincere i cittadini che in questo momento stare alla finestra è un po’ rinunciare a vivere. Andiamo a votare per mandare a casa al più presto un sistema piduista di governo e per garantire che sia l’aria che l’acqua siano un bene di tutti e per tutti.
Grazie.

IL NUCLEARE NON SERVE – La fermata – Cadoinpiedi

Fonte: IL NUCLEARE NON SERVE – La fermata – Cadoinpiedi.

di Simone Perotti – 19 Marzo 2011
La causa è lo spreco. A che servono tutte queste insegne luminose, i riscaldamenti sempre accesi, le lampadine ovunque? Non ne abbiamo bisogno

“Nel triste dibattito sul nucleare tutti parlano di come produrre energia. Nessuno, naturalmente, di come non consumarla. Un po’ come quando si parla di cambiare vita, quando tutti parlano di come guadagnare e nessuno è interessato all’idea di come non spendere. Che ci volete fare, è l’epoca… con il suo carico di addizioni e moltiplicazioni, allergica a sottrarre e dividere.”

Quando ho pubblicato un articolo su un quotidiano con le parole che avete appena letto, molti hanno commentato innervositi: “ma come se ne parla da tempo” “niente di nuovo Perotti” “posizione molto utopistica”. Insomma, le solite banalità. Internet, con la sua facilità di accesso, consente a chiunque di dire la prima cosa che ha in mente, il che genera un fiorire di espertoni, di capoccioni che con tono sprezzante buttano lì due righe e liquidano qualunque argomento (su cui invece sarebbe bello discutere a fondo).

Nel frattempo tutto va in malora, alla faccia di internet e dei suoi vuoti commenti. E io dunque lo ridico: siamo troppi, e consumiamo troppo. Occorre evitare di crescere ancora, o almeno monitorare la crescita, e soprattutto consumare meno. Le aziende ne sono l’esempio: luci accese, computer accesi, riscaldamenti e flotte aziendali fuori controllo. Ma anche noi privati non andiamo male: si compra più del necessario, e di conseguenza si spreca, nessuno usa gli elettrodomestici nelle fasce orarie opportune, tutti i marchingegni accesi, neppure il parmigiano si gratta più manualmente. E’ così volgare farlo…

Però tutti discutono di come produrre energia. Ci infervoriamo, siamo pronti a fare battaglie ideologiche, ma a casa non siamo disposti a indossare due maglioni e tenere spento il riscaldamento fino a che non è proprio indispensabile. Eh no, che il discorso riguardi sempre gli altri, mi raccomando! Che la soluzione non passi mai per il singolo individuo, mi raccomando. L’individuo che se ne frega, che non ha rispetto per niente, o anche quello che si infervora, che va alle manifestazioni, si dichiara ambientalista ma poi prende l’automobile per fare due chilometri, e a casa ha 24 gradi e dieci lampadine accese. “Mettere la pelliccia?!” “Io orso grigio!” Ah già…

Quando la Francia pensò al nucleare lo fece per l’impresa, l’industria pesante, che ne usufruiva al 60% e oltre. Oggi a che serve pensare al nucleare? Il terziario, l’impresa attuale, ha bisogno di molta meno energia. Chi ne spreca di più sono i piccoli esercenti, il commercio, i privati.
Ma chi l’ha detto che debbano esserci tutte queste insegne luminose, che si debba lavorare così tanto tenendo tutto acceso, sempre, che in una casa ci possa essere più di una lampadina accesa per persona? Chi l’ha detto che non si possa ragionare in modo radicale sull’illuminazione dei locali pubblici, delle imprese?! Perché abbiamo 52 milioni di automobili in questo Paese e un ministro ieri diceva che occorre ricominciare a venderne? E perché non si impone a ogni azienda di mettere sul tetto stuoli di pannelli solari? Ho detto impone, esatto. Ci sono problemi su cui occorrerebbe prendere decisioni, non discutere all’infinito. Io un governo lo voto proprio perché poi faccia lui, e non chieda sempre a me. Solo che questi hanno tolto gli incentivi sulle rinnovabili… Che tristezza.

Ridurre il consumo, ridurre i costi, è da sempre il primo modo per finanziarsi. E’ vero per le aziende. E’ vero per chi vuole essere più libero. E’ necessario per salvare il pianeta. Dobbiamo vivere in stato di crisi, sia perché si vive meglio con meno (è evidente ormai) sia perché siamo già in stato di crisi, e non accorgercene fa solo paura. A quel punto, con consumi bassi, che decrescono velocemente, bastano le fonti rinnovabili e un po’ di fossile. Parlare di nucleare serve solo a chi vuole mettere le mani su una valanga di soldi. E non al Paese. Come non è servito al Giappone…

Il bavaglio al nucleare

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Il bavaglio al nucleare.

I nuclearisti hanno messo la sordina al Giappone. Per loro non è un problema, controllano televisioni e giornali, che hanno già declassato Fukushima nelle pagine interne. Nelle versioni on line è scivolato al terzo o quarto posto. Sedare, sopire, prendere per il culo con ritirate strategiche per arrivare al referendum in silenzio. In modo da non raggiungere il quorum. La Prestigiacomo, unico ministro dell’Ambiente nuclearista nel mondo, ha dettato la linea: “E’ finita, non possiamo mica rischiare le elezioni per il nucleare. Non facciamo cazzate. Bisogna uscirne ma in maniera soft. Ora non dobbiamo fare nulla, si decide tra un mese.” Per queste persone le elezioni, e il potere che ne consegue, sono la priorità, non la salute dei nostri figli. Se ne devono andare.

LIBIA: LA VERGOGNA SENZA FINE DI NOI OCCIDENTE IN GUERRA

Fonte: ComeDonChisciotte – LIBIA: LA VERGOGNA SENZA FINE DI NOI OCCIDENTE IN GUERRA.

DI GIUSEPPE GENNA
carmillaonline.com

Con un tempismo che non lascia àdito a dubbi, ecco in cosa si è tradotto lo “scatto d’orgoglio” che, secondo il nostro Presidente della Cosiddetta Repubblica, avrebbe manifestato l’Italia, nella giornata di marketing per i 150 anni dall’erezione di questo Stato Pietoso: si è tradotto nella cifra genica di questo stesso Paese, cioè la crudeltà, il trasformismo, la furbizia idiota e malvagia, l’entusiastica salita sul carro dei vincitori delle prossime ore. E’ come fosse “firmato Diaz” e invece è “firmato Giorgio Napolitano” questo intervento che lascia attoniti, a poche ore dalla rilettura del celebre quanto inutilissimo articolo costituzionale n°11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Noi, gli assassini che hanno massacrato libici decenni prima di baciare loro anelli e osculi anali, agiamo da Iago perché siamo consapevoli che è il petrolio che conta, e che si prepara il nuovo ordine del Mediterraneo. A cui la Penisola, che ne sarebbe una portaerei in mezzo al, fa proprio questo: porta gli aerei.

Con inusitata fantasia, tutta di marca Ansa, i maggiori quotidiani italiani on line hanno titolato che è “Pioggia di bombe sulla Libia”. Speravo di non leggere mai più, dopo i timori e tremori della mia pubertà condizionata dalla incertezza militare e geopolitica, il nome Cruise, se non negli annali di Scientology. Eppure eccoli di nuovo qui,i missili statunitensi, un centinaio, sempre di marca nordamericana, sempre la stessa solfa paratexana dell’esportazione della democrazia, quando l’evidenza denuncia la consistenza morale degli attori in gioco.

Anzitutto il Premio Nobel Per La Pace Barack Obama, questo eletto dagli svedesi, questa versione angosciante del Sir Bis di Mowgli, questo assassino che avrebbe pure origini africane, questo paladino della speranza che fa un discorso da illuminato al Cairo davanti a Mubarak pochi mesi prima di scaricarlo in quella che solamente gli ingenui entusiasti potevano salutare come “primavera”. Telecomandati da americani e francesi, i vertici militari di Egitto e Tunisi si sono mossi secondo direttiva. E lo spontaneismo, al solito, è stato virato contro la sincera volontà di masse enormi di popolo. Era stato predetto, qui, su Carmilla, grazie all’occhio di lince del compianto Sbancor, che entro la decade si sarebbe passati a una risistemazione geopolitica del Nord Africa e del medio Oriente. Dai sultanati più a est, dove si stanno muovendo rivolte ambiguissime, potrebbe nascere lo Stato-AlQaeda, come annunciava esuberante di colori la cartina Usa citata dallo stesso Sbancor. Mai però si sarebbe immaginato che, ad avallare una simile perversione politica, sarebbe stato questo Presidente che in due anni e mezzo ha già pareggiato il conto con Bush in fatto di sceriffato internazionale. La Cina dovrà andarsi a cercare il petrolio altrove, per il momento: era ora di agire e l’Occidente morente l’ha fatto. E lo ha fatto con una miopia inverosimile, oltre che vergognosa per il sangue che sta spargendo in questi drammatici minuti. E’ miope inseguire il petrolio nel momento in cui si sta per lanciare, come sostituto dello Shuttle, una nuova navetta che va a idrogeno.

La Francia è il secondo attore di questo affaire lurido e stagnante come i depositi di oro nero e cariato che stanno sotto le distese di sabbia libiche. E’ incredibile che, anche grazie all’intervento del filosofo del nulla Bernard-Henri Lévy, si dia appoggio a una unica fazione di una guerra civile di un Paese straniero, lanciando i valori e i missili della Marsigliese. La verità vera e ovvissima è che la Francia, così come la Gran Bretagna e la Germania, ha semplicemente interrato la presenza in quelle che non sono affatto le sue ex colonie africane: sono ancora propriamente le sue colonie. E che bella occasione sfruttare gli Stati Uniti per ampliare l’estensione del proprio dominio! Andare a prendere la Libia, considerata, non si sa perché, “territorio di conquista italiano”, quando da lustri è il contrario di ciò che accadde sotto Mussolini. Quanto contano le quote libiche in Fiat? E in Unicredit? E nella campagna elettorale dell’Ulteriore Nano a capo di una nazione europea? Questa “vittoria diplomatica” è, a nostro modesto parere, una delle macchie più ingiustificabili dai tempi dell’Algeria, per l’Eliseo.

Il terzo attore che brilla per indecenza, come già accennato, siamo noi: gli italiani, questa specie all’avanguardia di Fine Impero, gli spaghettari che condiscono col plasma altrui la loro pasta e le loro pastette. Non vorrei altro scrivere, poiché dispongo di un formidabile dialogo a distanza tra i paladini di quello che, nel 1994, fu battezzato come “il nuovo”, grazie a Tangentopoli, cioè la finta rivoluzione con cui l’Italia iniziò a praticare il piano di rinascita di Gelli: e cioè Bossi e Di Pietro. Saranno sufficienti le dichiarazioni di questi due emeriti paladini della sincerità a risultare più efficaci di qualunque commento:

Ha dichiarato Umerto Bossi:

«Il mondo è pieno di famosi democratici, che sono abilissimi a fare i loro interessi, mentre noi siamo abilissimi a prenderla in quel posto: il maggior coraggio a volte è la cautela. Io penso che ci porteranno via il petrolio e il gas e con i bombardamenti che stanno facendo verranno qua milioni di immigrati, scappano tutti e vengono qua. La sinistra sará contenta di quel che succede in Nordafrica perchè per loro conta solo portar qui un sacco di immigrati e dargli il voto. È questo l’unico modo che hanno per vincere le elezioni».Ha dichiarato Antonio Di Pietro:

«Bossi non ha fatto una dichiarazione ipocrita (“se bombardiamo la Libia ci porteranno via petrolio e gas e arriveranno immigrati a milioni”), ma nel merito fa un errore. Sul piano economico l’errore che fa Bossi è pensare che stando con Gheddafi un domani ci saranno ancora petrolio e gas. Ormai è partita la coalizione, bisogna giá pensare al dopo Gheddafi. Il “domani” e l’approvvigionamento delle materie prime dalla Libia sarà a disposizione di coloro che hanno aiutato la transizione, non di coloro che si sono messi contro. Fare parte della coalizione non crea problemi, semmai il contrario. Ma non deve essere questa – conclude – la ragione per la quale non andiamo in Libia, sarebbe ragione volgare».Non si tratta qui assolutamente di difendere un furbone vestito come se stesse recitando il Nabucco al teatro di Forlimpopoli. Che Gheddafi sia un criminale è patente dallo scorso secolo. Craxi e Andreotti gli salvarono la vita telefonandogli nel deserto un quarto d’ora prima che gli aerei di Reagan bombardassero la sua tenda da harem. Ciò fu interpretato patriottisticamente, quando era una servile delazione di un atto di killeraggio spietato.
Tuttavia è incredibile che si adducano le ragioni che si sono addotte all’ONU per intervenire in Libia, con la risoluzione-lampo. L’impegno umanitario per garantire la salvezza dei civili andrebbe speso anzitutto in Darfur, e non con le armi.
La risoluzione dell’ONU è per ragione filologica ciò che attende questo vergognoso Occidente che muove guerra costantemente: il ri-scioglimento è la fine delle esistenze comode, dello stile di vita garantitoci a spese della vita altrui. La fine del crimine made in Usa & allies. Non ci si illuda che il crimine sia emendato dalla storia umana. Soltanto, non avrà più questo retrogusto da Stranamore.

Osserviamo con denunciante avvilimento uno dei penultimi sussulti di una civiltà al tramonto, che si crede Sansone e però prima fa morire tutti i filistei e poi continua a non crepare.
Ormai siamo tuttavie alle ultime. Che sia la rivoluzione dell’idrogeno, l’avvento di India e Brasile sul piano militare globale o una catastrofe ambientale poco importa. Ciò che accadrà farà sì che una situazione tragica qual è quella libica oggi si ripeta con altre modalità e altri attori.

Giuseppe Genna
Fonte: http://www.carmillaonline.com
Link: http://www.carmillaonline.com/archives/2011/03/003839.html
21.03.2011

Prima che sia troppo tardi

Fonte: Prima che sia troppo tardi.

Usciamo dalla partita doppia dell’alternativa tra il tiranno libico che deve uscire di scena e i bombardieri «umanitari» della Nato. Diciamo chiaro quello che sta avvenendo. La decisione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, presa con cinque astensioni e dieci voti a favore – sotto pressione della Francia e della Gran Bretagna che torna in Medio oriente, e alla fine con i recalcitranti Stati uniti – è un intervento militare. Non devono esserci dubbi. Anche se è camuffata ancora una volta da intervento umanitario per «proteggere i civili» e anche se esclude, per ora, l’occupazione da terra.
La no-fly zone infatti, decisa senza alcun rapporto con Tripoli, deve essere per questo imposta, con i bombardamenti. In queste occasioni si preferisce dire che verranno usati obiettivi mirati e target «chirurgici». Con la possibilità cioè di nuove stragi di civili come è avvenuto in Iraq e in Afghanistan, come abbiamo visto nei Balcani. Abbiamo una serie infinita di prove di questa enorme menzogna.
Eppure dalla Russia e dalla Germania, paesi che si sono astenuti al Palazzo di Vetro, è stata espressa proprio questa preoccupazione, con l’inserimento all’ultimo momento della necessità, prima, di una dichiarazione di cessate il fuoco per entrambe le parti in conflitto. Non è un caso che ora la Germania motivi il suo rifiuto alla no-fly zone per i «considerevoli pericoli e rischi» che comporta. Pericoli e rischi confermati del resto dal fatto che, appena il cessate il fuoco è stato accettato a Tripoli, subito si è gridato al «bluff».
Ma non dobbiamo tacere nemmeno sulla necessità che Gheddafi esca davvero di scena. Lui, il suo regime che dura da troppo tempo e che è comunque andato in pezzi, i suoi deliri di onnipotenza le sue pesanti responsabilità rispetto alla degenerazione della crisi.
Da questo punto di vista tutto era ancora in gioco solo fino a dieci giorni fa. Era stata avanzata in sedi internazionali la possibilità di un esilio, per Gheddafi e la sua famiglia, con un salvacondotto verso un paese neutrale. Ma è stata avanzata, su insistenza degli Stati uniti che pure non riconoscono la Corte penale dei diritti umani, il deferimento a questo tribunale per «crimini di guerra» ancora tutti da provare. Nonostante l’insistenza di Fogh Rasmussen il segretario della Nato – che di vittime civili se ne intende – a denunciarli. Crimini che, insieme a troppa propaganda, ci sono certo stati e vanno puniti. Ma che, anche per il procuratore della Corte penale Moreno Ocampo, riguardano «tutte le parti in armi».
Così la possibilità che Gheddafi uscisse definitivamente di scena è andata persa. Ora tutto sembra finito in un vicolo cieco. Senza possibilità, se non quella di un bagno di sangue.
Perché al punto in cui stanno le cose, sembra che l’unico obiettivo rimasto sia l’attacco militare con i bombardamenti aerei. Dimenticando che alcuni degli apparecchi che stanno bombardando e uccidendo i civili e i ribelli in Libia sono gli stessi jet francesi venduti a Gheddafi proprio da Sarkozy, con una corte assidua capace di rifilargli aeroplani micidiali e tra i più cari al mondo.
Infine c’è l’ambiguità del governo italiano, fino a dieci giorni fa strenuo alleato di Gheddafi al quale chiedeva di «contenere» l’immigrazione del Maghreb relegando in nuovi campi di concentramento i disperati in fuga dalla miseria dell’Africa; e ora piattaforma di lancio dei raid aerei e del blocco navale militare. E forse nemmeno solo base, perché il dannunziano ministro della difesa Ignazio La Russa rivendica anche ai jet italiani il «diritto» di bombardare.
Mi chiedo se l’Italia sul piano storico si sente di ripetere a sessant’anni dagli avvenimenti del colonialismo, un attacco militare a un paese del quale ha già provocato la morte di 100mila persone, un ottavo della popolazione libica. Mi chiedo se ci arroghiamo davvero questa responsabilità. Per la memoria bisogna dire no. Ma anche per il presente.
Che triste epilogo sarebbe infatti per le primavere nel mondo arabo. Il segnale sarebbe quello del sangue e della repressione militare, come accade in Yemen, come è accaduto nel silenzio generale in questi giorni in Bahrein dove gli stessi paesi del Golfo fautori ora della no-fly zone sulla Libia, sono intervenuti militarmente a Manama per sostenere invece il «Gheddafi» locale.
Anche in queste ore, fino all’ultimo c’è ancora spazio per la mediazione di pace. La strada è quella del cessate il fuoco, come sembra emergere all’ultimo momento anche dalle parole del presidente Barack Obama alle prese ora con un altro conflitto armato che puzza troppo di petrolio. E insieme di un intervento di Osservatori dell’Onu sul campo che si frapponga e difenda le vite umane. Sennò vola davvero solo la guerra.

GREG PAGE, L’ UOMO CHE CONTROLLA IL CIBO DEL PIANETA

Fonte: ComeDonChisciotte – GREG PAGE, L’ UOMO CHE CONTROLLA IL CIBO DEL PIANETA.

FONTE: XLSEMANAL.FINANZAS.COM

Ha 59 anni e non concede mai interviste. Sicuramente il suo nome e quello della sua impresa non vi dicono niente. Eppure nelle sue mani passano la gran parte degli alimenti che riuscite a immaginare. Cargill è una delle quattro compagnie che controllano il 70% del commercio mondiale del cibo. Mentre il mondo affronta la più grande crisi alimentaria da decenni, loro fanno cassa “leggendo i mercati”….. Funziona così.

Voi non lo sapete, ma il pane della vostra colazione è una merce con più valore del petrolio. La farina con cui è fatto si chiama Cargill. Vi dice qualcosa? E si chiama Cargill anche il grasso del burro che spalmate sul pane e il glucosio della marmellata.

Nella foto: Greg Page, amministratore delegato della Cargill fotografato nel quartier generale della società a Minnetonka, Minnesota

Cargill è il mangime che ha ingrassato la vacca da latte e la gallina che ha fatto le uova che friggiamo in padella. Cargill è il chicco di caffè e il seme di cacao; la fibra dei biscotti e l’olio di soia. Il dolcificante delle bibite, la carne dell’hamburger, la farina della pasta? Cargil. E il mais dei nachos, il girasole dell’olio, il fosfato dei fertilizzanti…? E l’amido che le industrie del petrolio raffinano per convertirlo in etanolo e mescolarlo alla benzina? Indovinate.

Non cercate marche o etichette; non le troverete. Cargill ha attraversato la storia in punta di piedi. Com’è possibile che un’impresa fondata nel 1865, con 131.000 impiegati divisi in 67 paesi, con un fatturato annuo di 120.000 milioni di dollari, quattro volte quello di Coca-Cola e cinque quello di McDonald sia così sconosciuta? Come si spiega che una compagnia così gigantesca, con conti che superano l’economia del Kuwait, del Perù e di altri 80 paesi, sia passata inosservata? In parte perché è un’impresa familiare. Sì, i numeri stupiscono, ma Cargill non è quotata in borsa e non deve dar conto a nessuno. I soci sono uno sciame di discendenti dei fondatori, i fratelli William e Samuel Cargill, contadini dello Iowa che crearono un impero nel XIX secolo grazie a un silos di cereali collegato alla via ferroviaria in un paesino della prateria che non esisteva sulla cartina. Più tardi, un cognato – John MacMillan – prese le redini e per decenni, i Cargill e i MacMillan aggiunsero silos di grano, mulini, mine di sale, macelli e una flotta di navi mercantili. Oggi, circa 80 discendenti si suddividono i ricavati e giocano a golf. Di loro si sa poco, salvo che nelle feste gli uomini portano gonne scozzesi per onorare gli antenati. E che sette siedono nel consiglio d’amministrazione e sono nella lista Forbes dei più ricchi del pianeta, con fortune che si aggirano attorno ai 7000 milioni ciascuno. Il presidente della compagnia è Greg Page, un tipo flemmatico a cui piace dire, con lentezza, che Cargill si dedica “alla commercializzazione della fotosintesi”.

In realtà c’è poco da scherzare. Quest’anno i prezzi degli alimenti di base sono aumentati in modo vertiginoso: il grano l’80%, il mais 63, e il riso, quasi il 10; i tre cereali che danno d mangiare all’umanità. Sono massimi storici, avverte la FAO, maggiori dei prezzi che nel 2008 causarono rivolte in 40 paesi e condannarono alla fame 130 milioni di persone. E i prezzi continueranno ad aumentare, pronostica il Financial Times. “Il prezzo dei cereali è critico per la sicurezza alimentare perché è l’elemento di base dei paesi poveri. Se i prezzi continuano a crescere ci saranno altre rivolte”.

Le cause sono molteplici. Un insieme di siccità, cattivi raccolti e speculazioni. A guadagnarci sono in pochi. E tra loro ci sono le mastodontiche imprese che controllano il commercio mondiale dei cereali. Cargill ha triplicato i benefici nell’ultimo semestre e i suoi guadagni superano i 4000 milioni di dollari, record raggiunto nel 2008 nel pieno della crisi alimentare. La compagnia aveva scommesso che la siccità in Russia, uno dei grandi produttori mondiali, avrebbe obbligato Vladimir Putin a proibire le esportazioni per assicurare il consumo interno. E indovinò. “Abbiamo fatto un buon lavoro leggendo i mercati e abbiamo reagito rapidamente”, spiegò un portavoce di Cargill. In cosa consiste la reazione? Si tratta, essenzialmente, di giocare al Monopoli, comprando i raccolti nel mercato del futuro, cioè prima che sia piantato un solo seme, e di venderli poi in un posto o l’altro del pianeta, là dove risulti più proficuo..

Fonte: http://xlsemanal.finanzas.com
Link: http://xlsemanal.finanzas.com/web/articulo.php?id=66619&id_edicion=6127
7.03.2011

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.oreg a cura di MARIO SEI