Archivi del giorno: 25 marzo 2011

Acqua radioattiva a Tokyo

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Acqua radioattiva a Tokyo.

L’acqua di Tokyo è contaminata. Per ora è stata vietata ai bambini. E’ arrivata a 210 becquerel di iodio radioattivo, rispetto al limite massimo di assunzione di 100 becquerel per i neonati. Se raggiungerà quota 300 l’acqua del rubinetto sarà proibita anche agli adulti. La popolazione di Tokyo è di 13 milioni di abitanti e se si considerano i sobborghi arriva a 25 milioni. A Tokyo si fanno scorte di acqua minerale. I bambini potranno bere solo acqua in bottiglia, ma non credo che un solo adulto berrà l’acqua radioattiva, né che si farà una doccia, anche se il divieto non lo riguarda. Voi lo fareste?

La nube buona

Fonte: Blog di Beppe Grillo – La nube buona.

La nuvola nucleare di passaggio sull’Italia, prevista tra questa notte e nelle prime ore di domani, giovedì 24 marzo 2011, è buona. Lo ha detto Fazio, il ministro della salute “L’Italia è a rischio zero. Non c’è pericolo per la salute e la contaminazione degli alimenti“. La nube è tenuta sotto controllo da una rete capillare formata dall’ARPA, dalla rete del ministero degli Interni, da quella del ministero dell’Ambiente e di reti varie di sorveglianza distribuite dalle Alpi a Capo Passero. La Prestigiacomo e Maroni garantiscono.
Sarà una radioattività tranquilla, che passa e non lascia tracce. La nube che sta inquietando tutte le mamme italiane: “Domani a scuola lo porto oppure no?viene descritta con un linguaggio tra il curiale e l’encomiastico: “Secondo l’agenzia francese per la sicurezza nucleare alcune masse d’aria debolmente contaminate da materiale radioattivo rilasciato a Fukushima dovrebbero passare oggi sulla Francia e proseguire per l’Italia, che dovrebbe essere sorvolata fra oggi e domani. L’ASN precisa che il livello di radiazioni potrebbe essere addirittura più basso del limite registrato dagli strumenti“. In una sola nota di agenzia ci sono l’attribuzione della notizia a terzi (l’agenzia francese) se succede qualcosa la colpa è loro…, due minimizzazioni “alcune masse d’aria“, “debolmente contaminate“, tre condizionali (“dovrebbero“, “dovrebbe“, “potrebbe essere“) e una malcelata soddisfazione per un “livello più basso del limite registrato dagli strumenti“. Noi, quindi, siamo già più radioattivi dei giapponesi. La nube insomma non fa bene, ma quasi. Ce ne vorrebbero di più di nubi così riservate, educate, in fondo sono giapponesi, in transito nei nostri cieli.
Giancarlo Torri, responsabile del Servizio misure radiometriche del Dipartimento nucleare dell’Ispra ha dichiarato: “L’eventuale esposizione sarebbe molto rapida“. E’ ottimista, ha usato in una sola frase soltanto un’ipotesi e un condizionale. Giorgio Mattassi, direttore tecnico scientifico dell’Arpa del Friuli Venezia Giulia, rassicura: ”Nessun rischio per la salute. Non mi aspetto nessuna conseguenza confrontabile con quella provocata da Chernobyl, dove si ebbe la fusione del nucleo. Prima di tutto la nube si mescola ad altra aria non contaminata. Poi bisogna vedere se e dove pioverà. Comunque quella pioggia non avrà origine giapponese”.
Belin, mi sento come Attilio Regolo in una botte di ferro contaminata. Non è Chernobyl (che culo!) e la pioggia non è giapponese, forse è addirittura altoatesina. Aria altissima, purissima e poco radioattiva… “Meno pericolosa di una Tac” secondo Giuseppe Remuzzi primario dell’unità operativa di nefrologia e dialisi degli Ospedali Riuniti di Bergamo. Non vedo l’ora che arrivi la prossima nuvola per farmi un’aerosol.

Referendum nucleare europeo

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Referendum nucleare europeo.

La Merkel ha dichiarato che “Più presto la Germania uscirà dal nucleare meglio sarà“. La Germania ha 17 reattori che saranno spenti con un anticipo di nove anni, nel 2026 e non più nel 2035 come previsto prima di Fukushima. Nei prossimi tre mesi tutte le centrali tedesche saranno controllate con uno “stress test” e sette reattori saranno spenti per manutenzione e uno definitivamente., altri cinque saranno disattivati in maggio per controlli. Se la matematica non è un’opinione, come vorrebbero i nuclearisti (a proposito qualcuno sta ancora blaterando sul nucleare sicuro di “nuovissima” generazione?), la Germania entro l’estate, una potenza economica mondiale, disporrà solo di 4 reattori (17 – 8 – 5 = 4). Come potrà sopravvivere? Con lo sviluppo delle energie rinnovabili che valgono già oggi il 17% dell’elettricità prodotta (il nucleare è al 22%).
I reattori nucleari in Europa sono centinaia. La Francia è la prima nazione nucleare. La Francia dispone di 19 centrali con 58 reattori, nel 2009 l’energia nucleare ha generato il 75.17% del suo fabbisogno di energia elettrica, la prima al mondo, le altre nazioni arrivano al massimo al 30%. Un reattore EPR è in costruzione in Normandia, il secondo dopo quello finlandese di Olkiluoto che ha come partner l’Enel al 12,5% degli investimenti e che ha già raddoppiato i costi e i tempi di costruzione. La Francia ha un modello di sviluppo basato sull’energia nucleare, sul nucleare bellico strettamente connesso a quello civile, un modello mantenuto in vita grazie alle tasse dei francesi e all’approvvigionamento dell’uranio dal Niger da parte della società statale Areva (vedi Greenpeace “L’uranio di Areva sta uccidendo il Niger“). La Francia, dopo Fukushima, è rimasta con il cerino nucleare in mano e con la Francia anche l’Europa. Due modelli di sviluppo inconciliabili sono davanti a noi, uno legato alle rinnovabili e al risparmio energetico, rappresentato dalla Germania, e un’altro nucleare, della Francia. Su questo tema l’Europa deve pronunciarsi attraverso un referendum collettivo. Gli europei devono decidere della politica energetica dell’Europa e del loro futuro, non soltanto i singoli governi. Alle frontiere occidentali dell’Italia sono schierate 7 centrali nucleari francesi, da Super Phénix a Marcoule. Qualcuno ci ha chiesto il permesso? Se un aereo di linea, come è successo l’11 settembre, fosse dirottato su una centrale, parte della Francia e dell’Italia diventerebbero un deserto radioattivo.
Il Giappone, quando si sarà ripreso, abbandonerà l’energia nucleare. Le borse mondiali lo hanno già fatto, le industrie del nucleare sono andate a picco. Le lobby non si faranno mettere da parte così facilmente, controllano i media che hanno seppellito Fukushima con il corpo ancora caldo. L’Europa ha bisogno di statisti, non di affaristi alla Sarkozy o alla Berlusconi. Siamo in guerra e la vinceremo.

Romano ministro, un messaggio alla mafia | Peter Gomez | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Romano ministro, un messaggio alla mafia | Peter Gomez | Il Fatto Quotidiano.

L’indecente nomina di Saverio Romano a ministro dell’Agricoltura, fa paura. Dare un posto nel governo a un indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione che importanti boss di Cosa Nostra, come il capofamiglia di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro, nelle loro conversazioni intercettate dalle microspie, lodano e rispettano, equivale a lanciare ai clan un segnale preciso. E se poi l’esecutivo punta con testardaggine su Romano, sebbene il capo dello Stato si sia schierato apertamente contro la scelta, ecco che il segnale, agli occhi di Cosa Nostra e ‘ndrangheta, si trasforma in una sorta di messaggio: la tanto sbandierata lotta alla criminalità organizzata è solo di facciata. Intanto una sedia al tavolo del Consiglio dei ministri per chi, a torto o ragione, considerate un amico la troviamo sempre.

Tutti, a partire dalla politica e dagli uomini d’onore, sanno infatti che Romano non è solo stato lo storico braccio destro di Totò Cuffaro, l’ex governatore della Regione Sicilia condannato in via definitiva per fatti di mafia. Il neoministro è pure stato uno dei pochissimi parlamentari a non aver votato nel 2002 la norma che ha reso permanente il 41 bis, il carcere duro per i boss. Mentre nel suo feudo elettorale di Belmonte Mezzagno, il comune dove Romano è nato e dove suo zio, Saverio Barrale è sindaco, sono oggi in corso le procedure che potrebbero portare allo scioglimento dell’amministrazione per infiltrazioni da parte di clan.

Per questo, al di là dell’esito delle inchieste in cui Romano è ancora coinvolto, quello che è accaduto fa paura. A Silvio Berlusconi e alla Lega non importa che il loro esecutivo venga percepito come un governo Gomorra. La maggioranza ha ormai un solo obiettivo: la propria sopravvivenza. Romano serve perché in Parlamento porta in dote il voto dei cosiddetti Responsabili. E se poi, al Nord come al Sud, qualcuno tra le famiglie di mafia si mette in testa qualche strana idea, non è un problema. Anzi, visto che le elezioni amministrative sono alle porte, è meglio.

Antimafia Duemila – Una nuova ombra sul governo Berlusconi

Fonte: Antimafia Duemila – Una nuova ombra sul governo Berlusconi.

Le riserve del Quirinale sulla nomina di Saverio Romano a ministro dell’Agricoltura
di Roberto Morrione – 24 marzo 2011
L’ombra della mafia ha varcato la soglia del Quirinale, lontana, forse volatile, ma pur sempre minacciosa e incombente.

L’ha portata con sé, ancora una volta, il presidente del consiglio Berlusconi, che ha costretto Giorgio Napolitano, nonostante le serie riserve da lui espresse per più giorni, a firmare la nomina a ministro dell’Agricoltura di Saverio Romano, su cui pendono due inchieste, una per corruzione aggravata e una per concorso esterno in associazione mafiosa. Per quest’ultima il pubblico ministero Di Matteo aveva chiesto l’archiviazione, per mancanza di prove, ma il Gip ha mantenuto aperta l’inchiesta, fissando la decisione al 1mo aprile. Subito dopo la firma della nomina, decisa perché non sussistevano “impedimenti giuridico-formali”, Napolitano ha diramato una dura nota senza precedenti in cui ribadisce le sue riserve e auspica un chiarimento sulle “gravi imputazioni” giudiziarie di Romano nei procedimenti in corso.

E’ evidente, in questa vicenda, che il Capo dello Stato ha voluto evitare, accordando la firma, un conflitto istituzionale di più vaste proporzioni, nonché le inevitabili accuse sulla presunzione di innocenza di un politico indagato, ma non imputato, che sarebbero venute dalla maggioranza, ribadendo però la sua fiducia nell’iter giudiziario e rivendicando nel pieno rispetto della Carta costituzionale l’autonomia di valutare alla fine se e come Romano uscirà innocente dalle inchieste ancora aperte. E’ altrettanto evidente che il premier ha forzato la mano, sfidando così apertamente il Capo dello Stato perché indotto dal diktat dei cosiddetti “responsabili”, che chiedono di riscuotere con posti al governo il prezzo del loro appoggio al governo. Proprio subito dopo la notizia della avvenuta nomina, nella Giunta per le Autorizzazioni a Procedere hanno salvato per un voto di scarto la decisione di far passare il conflitto di attribuzione al tribunale dei ministri nel processo Ruby.

Questa sorta di ricatto cui Berlusconi è sottoposto da coloro che ha faticosamente acquisito sul “mercato” degli acquisti in cui si è trasformato nei mesi scorsi il Parlamento, è per lui vitale soprattutto in vista di quel “processo breve”, rispolverato con l’emendamento “ad personam” sulla prescrizione riguardante gli imputati incensurati (costruito appositamente per lui) che approderà fra pochi giorni in Parlamento e che, se approvato, annullerà di fatto il processo Mills e quelli Mediatrade e Mediaset, già moribondi per le precedenti leggi “ad personam” su misura del premier.

E’ però del tutto aperta e vale la pena di approfondire la posizione di Saverio Romano, siciliano rampante formatosi alla scuola di potere della DC, poi passato all’UDC al fianco di Cuffaro e ora capofila dei “responsabili”, divisi peraltro nella caccia ad altri posti nel rimpasto di governo. Già nella richiesta di archiviazione della Procura di Palermo per l’accusa di concorso esterno, si parla di una sua “contiguità” con ambienti mafiosi. Elementi emersi anche dalla sentenza definitiva di condanna che ha portato in carcere Totò Cuffaro e relativi a frequentazioni e scambi elettorali con il pentito di mafia Francesco Campanella, che ha chiamato in causa la potente famiglia mafiosa di Villabate. Non prove, ma certo consistenti dubbi, se il Gip ha tenuto aperta l’inchiesta e lo stesso Capo dello Stato ha voluto prendere clamorosamente le distanze dalla nomina.

C’è poi l’accusa di corruzione aggravata, lanciata da Massimo Ciancimino e che riguarda una mazzetta che Romano avrebbe ricevuto – secondo la testimonianza – nell’ambito di un’azione di intermediazione su affari della metanizzazione in Sicilia. Infine può investire Romano la vicenda del comune natale di Belmonte Mezzagno, suo feudo elettorale, amministrato dallo zio Saverio Barrale, su cui pende la minaccia dello scioglimento per infiltrazioni mafiose. L’imbarazzato silenzio del ministro Maroni, che ha inviato in quel paese 3 ispettori, è stato eloquente quando gli hanno chiesto un commento sulla nomina di Romano…

E’dunque ancora una volta la questione morale, con pesanti risvolti giudiziari, che investe il premier , richiamando altri casi di ministri e uomini di governo o essenziali nella maggioranza, indagati, processati, proposti per altisonanti carriere e ritirati o costretti alle dimissioni dopo le inchieste della magistratura o le resistenze costituzionali del Capo dello Stato, da Bertolaso a Verdini, al centro delle indagini sulla “cricca”, da Dell’Utri, pluricondannato per concorso esterno alla mafia, all’ex ministro Scajola e al suo successore Brancher, fino al sottosegretario Cosentino, che sarebbe stato da tempo arrestato per camorra se non fosse stato salvato inopinatamente in Parlamento.

Un’ombra lunga e pesante, dunque, alla quale devono opporsi con ben maggiore forza, incisività e unità tutte le forze di opposizione e i cittadini nel Paese che vogliono difendere la Costituzione, riaffermare il principio che “la legge è eguale per tutti”, esigere che chi governa l’Italia non possa avere scheletri nell’armadio o calpestare impunemente i principi che sono alla base della libertà della Repubblica.

Tratto da:
liberainformazione.org

Benny Calasanzio Borsellino: Mafia a Milano. Sessant’anni di affari e delitti

Fonte: Benny Calasanzio Borsellino: Mafia a Milano. Sessant’anni di affari e delitti.

Recensione scritta per Micromega.it

21 gennaio 2010. La commissione parlamentare Antimafia è in prefettura a Milano per studiare il livello d’infiltrazione della mafia in città e in Lombardia. Prende la parola il prefetto Gian Valerio Lombardi: «Anche se sono presenti singole famiglie, ciò non vuol dire che a Milano e in Lombardia esista la mafia».

22 gennaio 2010. Il sindaco Moratti, commentando le parole di Lombardi, lo difende così: “Nelle città economicamente ricche, il rischio naturalmente c’è sempre” ma “io parlerei più che di mafia di criminalità organizzata, perché ci sono delle differenze fra l’una e l’altra anche se i fini purtroppo sono sempre gli stessi“.

Le due più alte cariche cittadine ancora oggi ne rimangono convinte. Per questo, dando per scontato che la mafia non appartenga al contesto milanese, si apprezza la riedizione di “Mafia a Milano. Sessant’anni di affari e delitti” (Melampo editore, in uscita oggi 25 marzo) di Mario Portanova, Giampiero Rossi e Franco Stefanoni. Scrivere quasi 500 pagine su una cosa che ufficialmente non esiste, e farlo con tale meticolosità, è davvero ammirevole da parte dei tre cronisti “nati” nel mensile “Società civile”.

Purtroppo per noi, invece, le cose non stanno come dicono il sindaco e il prefetto. A Milano non c’è la mafia, in effetti, ci sono le mafie, praticamente tutte. E questo è un libro che ha lo straordinario merito di raccontare passo passo come la mafia è arrivata nel capoluogo lombardo e nelle province circostanti e come si sia fatta padrona di ogni cosa senza alcun problema e senza lasciare nemmeno le briciole, gestendo la cocaina di mezza Europa e mietendo triliardi senza ritegno. E’ un libro che, me li vedo, aiuta i giovani magistrati a rinfrescare la memoria e farsi un quadro generale ma al tempo stesso preciso. Perché di fantasia, in “Mafia a Milano”, non se ne trova. C’è uno stile narrativo di alto livello, ma di fantasia, no. C’è una scrittura fluente e che costruisce attorno alla storia il contesto storico-sociale: i film e gli spettacoli che davano in città mentre i gangster si ammazzavano nelle bische clandestine, chi era in voga e chi no, quale bar bisognava frequentare per essere nel giro dei giusti, qual era la hit musicale del momento. Ma di fantasia, purtroppo, non se ne trova. Fatti, raccontati bene, ma fatti.

E a chi davvero pensa che la mafia a Milano l’abbia portata quella povera anima a servizio del re, ovvero Marcello Dell’Utri, questo libro da una pacca sulla spalla: Marcello ha fatto tanto, ma non tutto. La mafia qui ha le sembianze di tre siciliani, tre nomi che ormai conosciamo bene: Luciano Liggio “u sciancatu”, Gerlando Alberti “u paccarè” e Gaetano Fidanzati, l’anziano boss che il governo ha spacciato come un pericolosissimo latitante, arrestato a Milano nel dicembre 2009 mentre era tranquillamente a passeggio, alla veneranda età di 74 anni. Il particolare che non ci hanno detto è che a causa delle condizioni di salute lo avevano scarcerato l’anno prima, e che nella mafia contava come mazze quando comanda coppe. Ma è servito a far sparire dal primo piano le accuse rivolte in aula a Berlusconi e Dell’Utri dal pentito Gaspare Spatuzza, nonché ad oscurare il “No Berlusconi Day”.

Dagli anni 70, quando a Milano arrivano i tre siciliani, chi al soggiorno obbligato chi no, passando per il gangsterismo di Francis Turatello, Renato Vallanzansca ed Angelo Epaminonda “Il tebano”, fino alla definitiva e strabordante presenza della ‘ndrangheta, testimoniata, come una ricevuta di ritorno postale, dai 304 arresti del luglio 2010, più della metà effettuati in Lombardia. Un viaggio che ridicolizza i negazionisti e che arriva fino ai giorni nostri, a pochi passi dal Duomo, alle attuali mire della mafia calabrese, tra le quali spicca l’Expo del 2015. Quell’Expo per cui era stata pensata una commissione antimafia ad hoc, prima azzoppata dalle dichiarazioni del pompiere Lombardi (per il prefetto non avrebbe avuto i poteri necessari per condurre un lavoro del genere e perché la competenza specifica in materia di sicurezza è dello Stato e non dei Comuni a suo dire) e poi pensionata definitivamente dal consiglio comunale.

Un libro che chi pretende di parlare di mafia al nord senza cadere nei luoghi comuni – “la mafia guadagna al sud e investe al nord, i veri mafiosi sono al nord”, al pari del tempo e delle mezze stagioni – deve studiare. Perchè è solo dalla perfetta conoscenza dei fatti che si può aver ragione sulle folli posizioni delle istituzioni milanesi.