Archivi del giorno: 28 marzo 2011

Antimafia Duemila – SPECIALE NUCLEARE

Antimafia Duemila – SPECIALE NUCLEARE.

VIDEO Tg3 Intervista a Carlo Rubbia : Il Nucleare “16 03 2011”

Perché essere contrari
Dopo l’esplosione nelle centrali nucleari giapponesi, dovute al terremoto che ha sconvolto la nazione nipponica, nel mondo torna ad accendersi il dibattito sul nucleare. Mai come oggi forse, di fronte a quella che il primo ministro giapponese Naoto Kan ha definito “la peggior tragedia dal dopoguerra” i governi di tutto il mondo si interrogano sui limiti dell’energia atomica, in attesa di sapere il destino delle centrali nucleari di Tokai, Onagawa e, soprattutto, Fukushima. L’Italia presto sarà chiamata a scegliere il proprio futuro con il referendum sul nucleare previsto per giugno.
Di seguito riportiamo i pareri di esperti ed opinionisti in merito ai rischi che comporta il ricorrere a tale fonte energetica.

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Blog di Beppe Grillo – La verità su Fukushima

Fonte: Blog di Beppe Grillo – La verità su Fukushima.

Quando si saprà la verità sugli effetti di Fukushima forse vorremo cambiare pianeta. Siamo arrivati al livello 7. Il massimo possibile. Il livello 8 nessuno sarà in grado di raccontarcelo. Uno studio commissionato da Greenpeace Germania a un esperto tedesco di sicurezza nucleare, rivela da giorni che l’incidente di Fukushima “ha già rilasciato un tale livello di radioattività da essere classificato di livello 7, secondo l’International Nuclear Event Scale (INES)“. È il livello massimo di gravità per gli incidenti nucleari, raggiunto solo da Chernobyl. Secondo Greenpeace, la quantità totale di radionuclidi di iodio-131 e cesio-137, rilasciata a Fukushima tra l’11 e il 13 marzo 2011, equivale al “triplo del valore minimo per classificare un incidente come livello 7 nella scala INES“.

Ps: Le “Facce da nucleare” dell’opposizione che si sono assentate alla votazione per l’accorpamento del referendum con le elezioni amministrative sono: Capano, Cimadoro, Ciriello, D’Antona, Farina, Fassino, Fedi, Gozi, Madia, Mastromauro, Porcino, Samperi.
Scarica il volantino delle “Facce da nucleare” e diffondilo
– Partecipa a “Spegni il nucleare” con il referendum su FB

IL PIZZO NUCLEARE – La fermata – Cadoinpiedi

Fonte: IL PIZZO NUCLEARE – La fermata – Cadoinpiedi.

Il business delle centrali in Italia è solo della Francia. Ma proprio i francesi che verrebbero a montarci il nucleare hanno in casa loro 34 reattori a rischio catastrofe su 58

La Francia ha 58 centrali nucleari. Recenti test hanno appurato che in 34 di queste, colpite da ripetuti incidenti, i canoni di sicurezza non sono rispettati. In caso di incidente il nocciolo è a rischio fusione. Le centrali francesi sono gestite dalle stesse società che dovrebbero costruire le centrali in Italia. Un piano interamente transalpino dove gli interessi economici del nostro Paese non esistono. Ne abbiamo parlato col giornalista Giorgio Meletti.

Contrariamente a quello che si crede in genere, dietro la questione delle nuove centrali nucleari in Italia, non ci sono poi grandissimi interessi economici, se non quelli francesi. Per quanto riguarda gli interessi degli italiani, questa operazione si può considerare un’operazione prevalentemente politica, di immagine. Tutto nasce nel 2008 quando appena insediato il nuovo Governo Berlusconi, l’allora Ministro dello sviluppo economico Scaiola disse che era ora di chiudere questo lungo digiuno nucleare imposto all’Italia dal referendum del 1987. Dopo 21 anni Scaiola disse: “basta, dobbiamo riprendere il discorso nel nucleare”. Ma dietro a tutto ciò non c’erano e non ci sono interessi economici italiani. Non ci sono neanche gruppi professionali, considerato che gli specialisti del nucleare in Italia si sono praticamente estinti dopo il referendum del 1987. Basti considerare che chi allora era un giovane ingegnere nucleare con un po’ più di esperienza, un quarantenne, adesso è all’età della pensione. Quindi non esistono più interessi professionali e non esiste più neanche l’interesse industriale, nel senso che chi costruiva allora le centrali nucleari in Italia, erano una serie di aziende abbastanza variegate, ma principalmente c’era l’Ansaldo. Oggi l’Ansaldo nucleare è ridotta a una piccola aziendina di poche decine di persone, peraltro senza i brevetti delle centrali Epr francesi che l’Italia ha deciso di costruire. E se si dovesse andare avanti con questo piano nucleare le centrali verrebbero costruite in Italia dall’Areva che è la grande azienda francese del settore e l’Ansaldo nucleare ne sarebbe sostanzialmente tagliata fuori, visto che da sempre, da almeno 30 anni, l’Ansaldo ha lavorato sui brevetti della Westinghouse che, com’è noto, sono stati scartati dal Governo Berlusconi.

Dunque gli interessi, o meglio, i guadagni sono tutti francesi?

Assolutamente sì, questo è il contenuto degli accordi che Silvio Berlusconi ha firmato con Nicolas Sarkozy. Le centrali nucleari che dovrebbe costruire l’Enel sono costruite da una società al 50% tra l’Enel e l’Edf che è la sua consorella francese e verrebbero costruite con la tecnologia Epr che è la tecnologia della Edf e dell’Areva, i due giganti nucleari francesi. Quello che è successo in Italia, infatti è che dietro a questa operazione, che è un’operazione di pura immagine. Ora è prevedibile che comunque, al di là delle vicende giapponesi, di questo piano nucleare non se ne faccia nulla. La cosa singolare è che quando è partito questo piano nucleare in Italia, la cosa che ha funzionato meglio, in maniera più tempestiva e più efficace è stata la campagna lobbistica, la campagna di comunicazione, per cui si è data la sensazione che ci fosse un grandissimo movimento, dei grandissimi interessi. In realtà sono dei professionisti del lobbismo che hanno lavorato in maniera molto intensa, ben finanziati ovviamente, e hanno dato questa sensazione, la sensazione di avere alle spalle degli interessi economici enormi, invece avevano probabilmente alle spalle solo un budget di comunicazione che l’Enel ha deciso comunque di stanziare.

Le altre misure che il Governo sta adottando nel campo energetico, sono comunque collegate al nucleare? Come il caos sui fondi per le rinnovabili ad esempio.

Sì, è collegato al nucleare nel senso che in Italia si stanno autorizzando la costruzione di centrali a gas, centrali convenzionali come si suol dire, termoelettriche convenzionali. Si stanno finanziando poderosamente le cosiddette energie rinnovabili su cui ci sarebbe molto da dire perché in quel settore c’è un largo spazio occupato sicuramente anche dalla criminalità organizzata, attratta da incentivi assolutamente fuori misura e nello stesso tempo si continua ufficialmente a dire che si fanno le centrali nucleari. Se si fa la somma di tutto questo, com’è stato osservato anche recentemente, l’Italia si predispone ad avere, nel giro di una decina di anni, il doppio della potenza installata per la generazione elettrica di quanto le serve. E’ il paradosso di un paese che anziché fare un piano energetico serio si limita a distribuire, come al solito, un po’ di denaro a pioggia a tutte le piccole e grandi lobby e a tutti gli amici e agli amici degli amici.

E’ delle ultime ore la notizia della moratoria. Un anno per riflettere sul nucleare dicono, questo però non pare poter bloccare il referendum, cosa prevedi?

Penso che l’esito del referendum è abbastanza scontato perché gli italiani ormai hanno capito, anche quelli più favorevoli all’energia nucleare, che i sostenitori dell’energia nucleare hanno una tendenza assai insidiosa a prendere in giro il prossimo. Però ho un sospetto. Non sono sicuro che si farà questo referendum, perché ho la sensazione che il Governo Berlusconi non ha nessuna voglia di avere il referendum sul nucleare in grado di portare alle urne il quorum per un appuntamento referendario dove c’è di mezzo anche il legittimo impedimento che interessa a Berlusconi molto più del nucleare. Ho il sospetto che prima del referendum il governo cercherà il modo di disinnescarlo con un provvedimento di legge che di fatto bloccherà un’altra volta il piano nucleare.

La scoria siamo noi | Elisabetta Reguitti | Il Fatto Quotidiano

Fonte: La scoria siamo noi | Elisabetta Reguitti | Il Fatto Quotidiano.

Da Nord a Sud: 23 siti dove è stata raccolta la “spazzatura” nuclare italiana. E sono a rischio. Solo a Saluggia sono stoccati 80 bidoni di materiale liquido altamente pericoloso. L’allarme di Greenpeace: “Buona parte dei rifiuti sono posizionati vicino a sorgenti”

La mappa del nucleare In Italia

Centrali sì, centrali no? Il vero problema è la monnezza nucleare che rimane, di cui non ci si occupa e che preoccupa. Dunque quando si parla di nucleare bisogna ricordare che le questioni che si aprono vanno poi anche chiuse. A lanciare l’allarme è il responsabile di Greenpeace Italia Pippo Onufrio.

Semplificando: esistono due categorie di scorie radioattive. Una, in termini quantitativi, rappresenta il 90 per cento con un tasso di radioattività del 10 per cento. Secondo le linee guida dell’agenzia atomica di Vienna andrebbe costruito un deposito di superficie vincolato per tre secoli (se fosse stato costruito al tempo dell’ Unità d’Italia saremmo a metà dell’opera). Mentre l’altra (denominata categoria tre) in termini di volume è solo il 5 per cento ma contiene il 90 per cento della radioattività. Per queste ultime, ad oggi, non esiste ancora alcuna soluzione. In Italia poi si complicano, perché come spiega Onufrio, “buona parte dei rifiuti si trova all’interno di impianti posizionati vicino all’acqua e dunque con un ancora maggiore pericolo di contaminazione con l’ambiente esterno. In questa situazione totalmente fuori controllo come si può anche solo tentare di rilanciare il nucleare?”. Ci sono però altri pericoli. Un esempio? “ Gli ottanta bidoni di scorie liquide, altamente pericolose, conservate a Saluggia e che pare non interessino a nessuno di quelli impegnati a promuovere il nucleare e contemporaneamente affossare la promozione di fonti rinnovabili”.

Riassumendo: cosa c’è di nucleare in Italia oltre ai quattro reattori dimessi (Caorso, Trino Vercellese, Garigliano e Latina)?
Ecco la situazione – aggiornata al 21 agosto 2009 – ricostruita attraverso Greenpeace.

Caorso. Il reattore nucleare, originariamente destinato alla produzione di energia elettrica, venne arrestato nel 1988. Da allora rimangono stoccati 1.880 mc di rifiuti radioattivi e 1032 elementi di combustibile irraggiato (pari a 187 tonnellate).

Latina. Il reattore nucleare modello Gcr venne fermato nel 1986 contiene circa 900 mc di scorie radioattive.

Garigliano (Caserta). Il reattore nucleare del Garigliano destinato alla produzione di energia elettrica venne fermato nel 1978 per problemi di varia natura, ad oggi contiene circa 2.200 mc di scorie radioattive.

Saluggia (Vercelli). Il centro nucleare di Saluggia, per ritrattamento del materiale radioattivo, venne fermato nel 1983. Oggi è utilizzato come deposito di rifiuti radioattivi. Si parla di 1.600 mc di scorie radioattive e 53 elementi di combustibile irraggiato (2 tonnellate). È gestito da Fiat-Avio.

Da non dimenticare poi anche i depositi per la raccolta di materiale a bassa radioattività e sorgenti radioattive dimesse come Compoverde (Milano), “Controlsonic” (circa 1.000 mc di rifiuti radioattivi), il deposito “Crad”, attualmente in esercizio e circa 1.000 mc di rifiuti radioattivi. Il deposito “Gammatom” altrettanti 1.000 mc di rifiuti radioattivi e “Protex”: impianto-deposito contiene 1.000 mc di rifiuti a bassa radioattività. Nel deposito nucleare “Sorin” gli mc sono sempre 1.000 stessa quantità è stoccata al centro “Cemerad” in funzione.

Ispra. Gli impianti del centro nucleare Ccr-Ispra comprendono: il reattore nucleare di ricerca “Ispra 1” ed “Essor”, attualmente in fase di disattivazione. Assieme ad altri sistemi, complessivamente, stiamo parlando all’incirca di 3.000 mc di materiale radioattivo ed alcune decine di elementi di combustibile irraggiato.

Legnaro (Padova). Impianto destinato alla ricerca universitaria, contiene poche decine di mc di rifiuti radioattivi e qualche decina di elementi di combustibile irraggiato.

Trino Vercellese. Nel reattore nucleare Pwr di Trino Vercellese creato per produrre energia elettrica (arrestato nel 1987) ad oggi rimangono stoccati 780 mc di scorie radioattive e 47 elementi di combustibile irraggiato (pari a 14,3 tonnellate).

Rotondella (Matera). Costruito come impianto pilota del “ciclo U-Th” subì però l’interruzione nel 1978. È gestito dall’Enea vi sono stoccati circa 2.700 mc di scorie ma soprattutto 64 elementi di combustibile irraggiato (1,7 tonnellate) provenienti da una centrale nucleare Usa.

Bosco Marengo (Alessandria). Questo centro nucleare fu costruito per la fabbricazione di combustibile per reattori è in fase di disattivazione ma contiene circa 250 mc di rifiuti radioattivi.

Pavia. Il reattore nucleare “Lena” dell’Università di Pavia usato per la ricerca è in funzione e contiene poche decine di mc di materiale radioattivo e qualche elemento di combustibile irraggiato.

Milano. Il reattore nucleare “Cesnef” usato per la ricerca è in funzione. Anche qua sono presenti poche decine di mc di materiale radioattivo e qualche elemento di combustibile irraggiato.

Montecuccolino (Bologna). Questo reattore nucleare è gestito dall’Enea ed è in fase di disattivazione.

Pisa. Centro “Cisam” per la ricerca militare. È in fase di disattivazione e contiene pochi mc di rifiuti radioattivi oltre ad elementi di combustibile irraggiato.

Casaccia (Roma). Esistono diverse attività tra le quali: l’impianto di trattamento e deposito di rifiuti radioattivi, attualmente in esercizio, dove sono stoccati circa 6.300 mc di rifiuti ai quali si aggiungono quelli dell’impianto “Plutonio” (60mc), “Opec1” utilizzato “per le celle calde per esami post irraggiamento”, non è attivo, ma viene usato per lo stoccaggio di rifiuti nucleari. Infine c’è “Triga”, attualmente attivo, che contiene 147 elementi di combustibile irraggiato.

Blog di Beppe Grillo – I bambini di Taranto

Fonte: Blog di Beppe Grillo – I bambini di Taranto.

“Con tutto rispetto dei bimbi di Chernobyl, vorrei parlarvi dei bambini di TARANTO. Quella città del sud della Puglia ridotta ad una fogna di polveri e gas tossici.Vivere a Taranto è molto peggio che vivere a Tokyo immersa nelle radiazioni nucleari. I bambini non hanno un colorito roseo sulle loro guance. Sono gialli,con occhiaie, malaticci, molti con tosse e bronchiti persistenti, che diventano croniche in poco tempo. Nel loro sangue ci sono tracce di diossina e metalli pesanti tossici. Le mamme vedendo i loro figli in quelle condizioni, credono di fare cosa buona rivolgendosi ai loro pediatri, che altro non fanno che avvelenarli di più con antibiotici, cortisoni, antistaminici. L’ospedale Moscati di Taranto è pieno di bambini con patologie molto gravi causate dall’inquinamento dell’aria, dei,cibi, del terreno, del mare. Bambini condannati a soffrire in futuro ,in nome di un’industria obsoleta, l’ILVA. Quest’azienda è a ridosso della città con ciminiere distanti solo 200 metri in linea d’aria che emettono veleni 24 ore su 24, festivi compresi. Beppe,ti dico che la situazione è veramente molto grave. Mi vien da piangere te lo giuro .Anch’io ho tre bimbi,e immagino se vivessero lì. Ci sono stato una settimana fa a Taranto e nel treno, nonostante ci fossero i finestrini chiusi e aria condizionata, all’ingresso di Massafra che dista circa 15 chilometri dalla città entrava un puzzo incredibile misto di gas maleodoranti e nauseabondi. Lì a Taranto stanno morendo.” Roberto Colla

Antonio Di Pietro: La guerra nascosta

Fonte: Antonio Di Pietro: La guerra nascosta.

Con tutto il rispetto per i morti nella guerra di Libia, sembra che gli organi di informazione non vedessero l’ora di poter far passare in secondo o terzo piano il problema del nucleare giapponese.
Ve ne siete accorti? Da una settimana sembra che a Fukushima non stia succedendo più niente. San Gheddafi ha fatto la grazia e del nucleare meno se ne parla, meglio è. Ogni giorno leggiamo che da questo o quel reattore sta uscendo un po’ di fumo, una volta bianco, l’altra nero, e che volete che sia?
Intanto, il governo fa finta di averci ripensato con la trovata della moratoria di un anno e la lobby nuclearista è tornata all’attacco. Quasi sempre con una pubblicità subdola e nascosta, facendo parlare in televisione quasi chi è a favore del nucleare e solo qualche volta gli scienziati che sono contrari, anche se hanno vinto il Nobel come Rubia. Oppure con editoriali che ci spiegano come senza il nucleare tra pochi decenni moriremo tutti di freddo. Ce n’è uno anche oggi sul “Corriere della Sera”, firmato da Giovanni Sartori. Dice che in Giappone è successo quello che è successo per colpa del terremoto, dunque basta costruire le centrali in zone sismicamente sicure per stare tranquilli.
Peccato che zone tanto sicure non esistano, come concluse nel 2003 una commissione nominata dall’allora presidente americano Bush proprio per trovare da qualche parte del mondo posti dove si potessero costruire le centrali senza rischiare niente. Quelli tornarono alla Casa Bianca e dissero: “Ci dispiace tanto presidente, ma posti così non ce ne stanno”. E peccato pure che i terremoti siano uno dei principali fattori di rischio, ma non il solo. Che succede se un terrorista pazzo riesce a fare saltare una centrale nucleare, o se un dittatore messo alle strette decide di vendicarsi prendendo di mira le centrali nucleari?
L’idea che hanno in mente è chiara: fare finta che il peggio sia passato e che il governo stia studiando nuove misure di sicurezza a prova di tutto, e intanto bombardare i cittadini con pubblicità esplicite e occulte sperando così che il referendum non raggiunga il quorum. Dopo di che ricominceranno come prima e come se a Fukushima non fosse successo niente.
Poi però, capita che di colpo, come è successo oggi, ci tocchi leggere che in quella centrale il livello di radioattività è salito di dieci milioni di volte oltre il normale. proprio così. Non è un errore di stampa. Dieci milioni di volte! Vuol dire che in Giappone le cose non solo non stanno migliorando come ci fa credere il sistema dell’informazione ma sono al contrario molto più gravi di quanto non ci abbiano detto sinora e di quanto non ci dicano nemmeno oggi.
Ormai si parla di 25.000 morti complessivi e del fatto che gli esperti giapponesi temono effetti permanenti sull’ecosistema giapponese e mondiale. Ecco perché parlo di “guerra nascosta”. Perché quando si tratta di questa, che è una vera e propria guerra, la stampa internazionale si comporta in maniera non chiara, e le televisioni, specie quelle italiane, peggio. Nascondono informazioni che dovrebbero essere invece diffuse a tutti i cittadini in modo che possano decidere con piena coscienza di causa se questo rischio folle lo vogliono correre o no. Minimizzano i rischi, persino quando la catastrofe è già successa come a Fukushima. Non dicono mai che al nucleare ci sono alternative molto più sicure e molto meno costose.
Per questo non bisogna abbassare la guardia nemmeno di un centimetro. A giugno, col referendum, possiamo battere questa pazzia e cancellare l’incubo nucleare. Ci riusciremo se sapremo battere la disinformazione e i trucchi con cui questo governo cerca di convincere i cittadini a fregarsene e a non andare a votare per niente. Ma quando in ballo c’è la vita nostra e dei nostri figli fregarsene è un delitto

Ma voi pacifisti che fareste? | Luciano Scalettari | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Ma voi pacifisti che fareste? | Luciano Scalettari | Il Fatto Quotidiano.

«Ma in questa situazione voi pacifisti che cosa fareste?» Tutte le volte è la stessa cosa. Quando scoppia un conflitto (Golfo 1, Kosovo, Afghanistan, Golfo 2, ora la Libia) puntualmente si assiste alla “liturgia” dei giornalisti che chiamano qualche illustre esponente del mondo pacifista/non violento e pone la domanda (convinto peraltro di aver posto una domanda intelligente). Il malcapitato intervistato cerca di articolare la risposta, ma il sagace cronista non lo lascia “tergiversare”: «Sì, ma Gheddafi voi lo avreste lasciato libero di continuare il massacro degli insorti? Come lo avreste fermato con la non-violenza?»… e via intervistando.

È una situazione difficile, per chi dice no alla guerra. Che può dire? «Sì, lascerei che Gheddafi terminasse il suo lavoro». Oppure, «no, in questo caso lo sommergerei di missili?»

Ebbene, la risposta è un’altra. Qualche anno fa feci un’intervista ad Alessandro Baricco (all’epoca stava cominciando la guerra in Afghanistan voluta da Bush). Il tema era tutt’altro, ma finimmo per parlare del non violento braccato dal quesito di cui sopra, il «voi-adesso-cosa-fareste». Lo scrittore disse che lui avrebbe risposto «adesso nulla; adesso che avete voluto la guerra, fatevela; adesso che avete compiuto tanti passi in direzione del conflitto, non vi resta che combattere, ma non chiedete la soluzione al pacifista». Già.

È come una partita a scacchi, durante la quale si chieda una via d’uscita quando mancano due mosse allo scacco matto. A quel punto c’è ben poco da suggerire. Ormai la situazione è compromessa.

È paradossale, ma i sostenitori della guerra (in questo come in tutti i casi precedenti) conducono un’azione politica che porta inevitabilmente al conflitto, salvo tacciare di disfattismo o di irenismo chi poi quella guerra contesta.

Prendiamo il caso della Libia. Chi, negli ultimi anni, ha sdoganato politicamente il ditattore Gheddafi? Chi ha sottoscritto contratti e accordi con lui? Chi lo ha invitato in visite ufficiali, in qualche caso baciandogli pure la mano? Chi lo ha chiamato a presiedere addirittura Commissioni per i diritti umani? Chi gli ha fornito l’apparato bellico? Non certo i pacifisti, per i quali Gheddafi è stato sempre e comunque un dittatore sanguinario. Non certo i pacifisti, che hanno sempre denunciato lo scandalo delle vendite di armi ai regimi autoritari e a quelli in guerra civile.

Eppure, poi, dovremmo essere noi, noi che prendiamo sul serio l’articolo 11 della nostra Costituzione (“L’Italia ripudia la guerra…”), a inventarci la quadratura del cerchio, cioè a evitare di rispondere alla guerra con la guerra, quando ormai gli insorti hanno le armi in mano e Gheddafi ha già fatto partire i suoi caccia.

No, la partita a scacchi la si conduce dall’inizio. Ci sarebbero state condotte politiche e strategie diplomatiche internazionali in grado di evitare i passi verso una guerra. Quei passi non sono stati fatti, quelle azioni non sono state messe in atto. L’Italia ha pensato al petrolio e ai respingimenti, la Francia al petrolio futuro, gli Stati Uniti a non farsi invischiare in un pantano euro-africano, e via di questo passo.

I pacifisti hanno le soluzioni. Le teorie e le prassi della non-violenza sono ormai antiche e collaudate. Ma occorre che i non violenti siedano a giocare la partita fin dall’inizio, non a tempo scaduto. A tempo scaduto continui a giocare chi ha voluto scendere in campo. E non chieda magiche soluzioni quando la partita della pace è ormai perduta.

Non fate fare la guerra ai generali! | Jacopo Fo | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Non fate fare la guerra ai generali! | Jacopo Fo | Il Fatto Quotidiano.

 

Dice bene Luciano Scalettari, nel suo blog su ilfattoquotidiano.it, che non ha senso preparare la guerra per decenni appoggiando Gheddafi e poi, quando la guerra è iniziata chiedere ai pacifisti “Cosa fareste voi per evitare il massacro dei ribelli?”. Tu gli spieghi che è un po’ tardi per evitare la guerra, che ormai è iniziata, e loro insistono: “Sì, va beh, ma adesso sei favorevole ai bombardamenti contro Gheddafi o no?” Se insisti a dirgli che non capiscono, s’incazzano e ti accusano: “Allora lei avrebbe lasciato Hitler al potere, libero di sterminare gli ebrei?”
No, io gli avrei impedito di andare al potere evitando la Prima Guerra Mondiale ed evitando di appoggiarlo agli inizi (faceva comodo contro il “pericoloso” movimento socialista tedesco) e avrei evitato di costruire campi di sterminio in Sud Africa per insegnargli come si fa un genocidio.

E potremmo anche aggiungere noi una domanda: come mai nessuno ha evitato i massacri in Ruanda? (1 milione e passa di morti.) E quelli in Congo? (Un numero non calcolabile di morti, secondo alcuni più di 3 milioni.) Come mai a nessuno interessa fare qualche cosa di vero ed efficiente ad Haiti, dove non c’è neanche il problema di distruggere la loro aviazione perché non l’hanno mai avuta, ma solo quello di dargli da mangiare, un tetto e un lavoro, evitando di contagiarli con il colera? Questi che parlano di guerra umanitaria evidentemente diventano umani solo quando c’è di mezzo il petrolio, se non c’è il petrolio qualunque pazzo può fare uno sterminio in santa pace e poi magari lo invitano anche a cena.

Comunque, volendo fare un esercizio filosofico, qualche cosa, come pacifisti, potremmo dirla. Ammettiamo per un attimo che esista un caso nel quale la guerra non si poteva evitare agendo prima, ammettiamo per un attimo che esista una guerra umanitaria.

Punto primo: durante una tale guerra, dovresti evitare di ammazzare civili come fossero mosche. Ma questo gli eserciti oggi esistenti non lo sanno fare. Se n’è accorto Obama… Chi ha seguito la vicenda afghana ha potuto vedere come, nonostante gli sforzi di Obama e del nuovo stato maggiore, nonostante pesanti pressioni, nuovi protocolli operativi, sanzioni gravi per evitare errori di bombardamento, gli aerei Usa abbiano continuato ad ammazzare donne e bambini. Non ci si riesce! Con tutte le attrezzature fantascientifiche che hanno non riescono a distinguere un battaglione di talebani da una festa di matrimonio… Perché succede?

Semplicemente non puoi pensare di prendere un ragazzo di 18 anni, trattarlo a pesci in faccia e marce forzate per mesi, lasciare che un sergente istruttore testa di cavolo lo insulti e lo umili, imbottirlo di idiozie sulla virilità e la forza, mettergli in mano un aereo da 100 milioni di dollari e poi pretendere che non si senta Dio e che ragioni in modo pacato quando sgancia un missile da 5 mila metri di altezza. Non funziona. I soldati occidentali studiano per uccidere in modo forsennato, non per ragionare.

E la logica che permea gli eserciti “dei paesi civili” fa da concime a questo disastro. Da 20 anni ormai i soldati vedono che i loro comandi utilizzano proiettili anticarro all’uranio impoverito. Si va a liberare la Somalia, l’Iraq, il Kosovo, l’Afghanistan e si contaminano vaste aree provocando una ricaduta di tumori e malformazioni… Un chiaro segnale di disinteresse dei generali per il destino delle popolazioni che vanno a salvare (oltre che per i loro soldati che sono morti a migliaia).

E tra l’altro colgo l’occasione per chiedere ai giornalisti sostenitori delle guerre umanitarie: “Avete chiesto ai comandi impegnati in Libia se stanno usando quei maledetti proiettili all’uranio impoverito anche in questa guerra?” Mi sa che i giornalisti guerrieri anche questa volta si sono dimenticati di chiederlo… Massì. Macchissenefrega… Un po’ di sostanze letali non hanno mai rovinato il petrolio…

Un’altra cosa che mi stupisce è quest’idea della guerra che hanno i generali di West Point e dintorni. Si occupano solo di sparare come se la guerra fosse una mera questione militare. Gengis Khan era un grande criminale ma almeno questo l’aveva capito, prima dell’eco delle sue vittorie militari arrivava all’orecchio dei popoli che andava a combattere la notizia che i mongoli abbassavano le tasse esose che i re locali pretendevano. Si chiama guerra psicologica. Ci dovrebbe essere un capitoletto su qualche manuale a uso dei generali. Un capitoletto che dice che se butti le bombe dovresti buttare anche cibo, antenne satellitari per collegarsi a internet (il web è un’arma potente contro i dittatori) e magari iniziare subito, nei territori liberati, a costruire scuole, ospedali, occasioni di lavoro… L’Onu ci ha vietato di mandare truppe di terra, ma non ha detto niente su idraulici e muratori.

Da Bengasi hanno chiesto a gran voce rifornimenti alimentari perché la popolazione è allo stremo. Berlusconi una cosa intelligente l’ha fatta (probabilmente si è distratto un attimo): ha riempito un paio di navi di cibo e le ha mandate ancor prima che iniziassero i bombardamenti. Ma due navi, insomma, non sono un gran che… È come mandare un panino con le aringhe per nutrire tutti gli spettatori di uno stadio. Lo puoi fare se poi sei anche Gesù e le moltiplicazioni ti riescono bene. Ma qui mi sa che sono bravi solo con le sottrazioni…

Nb: Per uno che vuol costruire la pace tra i popoli non ha senso ammassare migliaia di immigrati clandestini per giorni a dormire per terra, senza bagni, poco cibo schifoso, assistenza medica e neanche un servizio di raccolta dei rifiuti. Quando gli arabi vedono queste scene al telegiornale cosa volete che pensino? Che siamo esseri senza un briciolo di pietà! E’ così che si concima l’odio!

Per fortuna che i lampedusani sono più intelligenti del governo e hanno offerto vestiti, cous cous e medicine a questi poveretti. Dal governo molte chiacchiere e una lentezza esasperante. Cosa ci vuole a far arrivare 4 navi da guerra a Lampedusa e organizzare qualche cosa di umano? Se c’era da bombardare Lampedusa state certi che lo avrebbero già fatto. Vergognatevi!

Ora che ci penso: bombardare Lampedusa è un’idea geniale. Via il dente, via il dolore. A Lampedusa ci sono solo cinquemila abitanti e hanno delle dichiarazioni dei redditi patetiche… Mi sembra un prezzo collaterale più che accettabile! In fondo ce l’hanno chiesto proprio gli abitanti di Lampedusa di risolvere il problema! E poi di isole ne abbiamo così tante…

Ideona: bombardiamo Lampedusa e poi ci costruiamo una centrale nucleare! Praticamente in Africa… 2 piccioni con una fava.

Se non vi va bene di sterminare i lampedusani almeno sparate dagli elicotteri sui barconi appena entrano in acque italiane. Cosa le tenete a fare le mitragliatrici? Per bellezza? E’ disumano? Balle! Quanti clandestini sono morti per cercare di raggiungere Lampedusa? Migliaia! Ne facciamo fuori qualche centinaio in un paio di giorni e vedrete che non vengono più a rompere… Ne ammazzi 100 per salvarne mille. Ok, il prezzo collaterale è giusto!

Tricolori e propaganda di guerra

Fonte: Tricolori e propaganda di guerra.

Siamo in guerra ormai da una settimana, ma dai balconi delle case italiane, anzichè le bandiere arcobaleno della pace continuano a garrire i tricolori di quella patria, riscoperta anche da tanta sinistra, proprio nel momento del suo totale asservimento al padrone a stelle e strisce ed ai suoi vassalli di Bruxelles.

Il popolo dei pacifinti, presente in massa nelle piazze e nelle strade qualche anno fa durante l’invasione dell’ Iraq, quando lottare contro la guerra era esercizio prodromico alla conquista di facili consensi elettorali ed ambite poltrone “che contano” sembra essersi dissolto senza lasciare traccia ed i pochi aneliti di contestazione passano perlopiù inosservati, poichè privati della sponsorizzazione di quei partiti e quelle organizzazioni che dal dopoguerra in poi gestiscono “le piazze” a proprio piacimento.
Diventa impossibile non domandarsi… dove siano finite le 150.000 persone con le quali il 18 febbraio 2007 ho condiviso la manifestazione oceanica di Vicenza contro la costruzione della nuova base militare americana Dal Molin. A rigore di logica chi si oppone con fervore alla costruzione di una base militare dovrebbe manifestarsi ben più indignato di fronte all’entrata in guerra del suo paese, ma evidentemente in questi giorni, di logica in giro se ne ravvisa davvero pochina.
Così come diventa diventa impossibile comprendere che fine abbia fatto il popolo cattolico delle marce della pace Perugia-Assisi, dal momento che il mondo cattolico in questi giorni di guerra ha finora manifestato solo inanità e desistenza, in perfetta sintonia con l’assoluto disinteresse espresso dai suoi vertici, nei confronti dell’aggressione armata a Tripoli.
E altrettanto ostica si rivela la ricerca degli strenui difensori della Costituzione, che quasi settimanalmente organizzano qualche marcetta, presidio, manifestazione, protesta di piazza, ma inspiegabilmente sembrano essere caduti vittima di una dissolvenza di fronte alla palese violazione dell’art 11, che in quanto estimatori della nostra carta costituzionale dovrebbero conoscere molto bene…..
Se il pacifismo e l’impegno di quelle forze politiche e sociali che per puro utilitarismo, della pace avevano fatto la propria bandiera, latitano e sembrano incapaci di proporre una qualche reazione degna di questo nome, la propaganda di guerra è invece ben presente, grazie all’impegno di una nutrita schiera di giornalisti prezzolati, animali politici di ventura ed opinionisti militari d’accatto che non mancano mai quando s’invade in armi qualche stato sovrano.
Gli inviati della TV sono come sempre embedded da una parte sola, che naturalmente è quella degli “eroici” insorti affamati di democrazia, e raccontano una pseudo realtà unilaterale che potremmo chiamare quella di Bengasi, della CNN, di Al Jazeera, della Nato e dei militari. Gheddafi ha già ucciso più di ottomila civili, bisogna fermare le sue stragi ed aiutare “gli eroi” che nonostante le bombe del dittatore stanno pian piano riconquistando tutto quel paese il cui controllo spetta loro di diritto.
I missili e le bombe degli alleati impegnati nell’operazione Odissea all’alba (sarebbe stato più onesto chiamarla “Siamo in 20 energumeni che picchiano a sangue un bimbo dell’asilo ma ci piace così”) sono buoni, come lo sono gli animi degli alleati stessi. Distruggono le postazioni radar, ma anche i blindati e le jeep dell’esercito libico, ma anche le strutture aeroportuali, molte case di civile abitazione e perfino qualche ospedale. Dentro agli automezzi non ci sono uomini, così come non ci sono uomini negli aeroporti, nei porti, nelle costruzioni civili e neppure negli ospedali. Al più ci sono criminali al soldo di Gheddafi, scudi umani e malati immaginari, ai quali lo status di essere umano è stato revocato di diritto dall’Onnipotente.
La TV ed i giornali di Gheddafi raccontano una storia diversa, fatta di morti ammazzati dai bombardamenti alleati, quartieri in fiamme e stragi di varia natura. Ma quella di Gheddafi è solo propaganda, costruita ad arte per creare disinformazione e mistificare la realtà.
Lo sappiamo bene noi giornalisti italiani ed occidentali che siamo tutti a Bengasi, embedded fra gli insorti, quelli buoni, ed a Tripoli ci guardiamo bene da andare. A Tripoli ci sono i cattivi che sostengono Gheddafi e quando se ne vedono sfilare in piazza a migliaia siamo certi che si tratti di un barbatrucco del Rais. A Tripoli c’è un odio (naturalmente ingiustificato) nei confronti della stampa occidentale. E soprattutto a Tripoli cadono le bombe, quelle buone degli alleati, quelle che non fanno mai alcuna vittima fra i civili, perchè li trasformano in mercenari di Gheddafi e psicopatici sanguinari, sempre un istante prima di morire.

Antonio Di Pietro: I referendum del buon senso

Fonte: Antonio Di Pietro: I referendum del buon senso.

“Dar da bere agli assetati”, ha detto Gesù Cristo. Non ha mica aggiunto “soltanto se hanno i soldi per pagarsela”. Non è Marx a insegnarci che l’acqua è il primo bene comune e che farla diventare una fonte di profitto è una bestemmia. E’ il Vangelo. E per chi non è né marxista né credente, basta il semplice buon senso. Due cose appartengono a tutti e non si possono mai trasformare in proprietà privata di qualcuno: l’aria e l’acqua. Perché l’aria e l’acqua sono la vita e la vita non può essere venduta a qualche imprenditore privato.

I furboni che pensano di arricchirsi o di fare arricchire qualche cliente con la privatizzazione dell’acqua dicono che nessuno mette in discussione il fatto che l’acqua sia un bene pubblico. E’ solo la gestione che diventerà privata. Bella presa per i fondelli! Sai che me ne faccio dell’acqua pubblica se quando apro i rubinetti non scende niente perché non ho pagato la bolletta ai privati che si occupano della gestione.

Queste sono le solite bugie. La verità è che vogliono fare diventare l’acqua un bene privato con cui qualcuno si arricchirà e qualcun altro dovrà sudare per comprarsi quello che è sempre stato un diritto inalienabile di tutti i cittadini e di tutte le persone al mondo.
Oggi pomeriggio l’Italia dei Valori sarà a Roma a manifestare per il sì ai due referendum che vogliono impedire di privatizzare l’acqua e a quello che vuole difendere l’aria dall’inquinamento nucleare. Noi dell’Italia dei valori abbiamo raccolto le firme per quest’ultimo, il Forum dei movimenti per l’acqua pubblica per i primi due, ma la battaglia è la stessa. Perché gratta gratta anche dietro alla decisione assurda di riportare il nucleare in Italia ci sono soldi. Tanti, tantissimi soldi.

L’energia nucleare, oltre a essere pericolosissima, costa tanto e rende poco. Se guardiamo le cose dal punto di vista del Paese, riaprire le centrali ora che tutti le stanno chiudendo e lo stesso governo tedesco dice che bisogna eliminarle al più presto è la scelta più suicida che ci sia. Ma dal punto di vista dei pochi privati che ci si riempirebbero le tasche è vero il contrario. Per loro sarebbe un affare d’oro. Però solo per loro.

Questo governo, a parte difendere il presidente del consiglio dalla giustizia, non fa quasi niente. Ma quel poco che fa lo fa nell’interesse di pochi e a danno di moltissimi. E’ un governo che vuole arricchire qualche amico, alleato e cliente facendo dell’acqua una proprietà privata e imponendo al Paese una scelta disastrosa e avvelenata come il nucleare. Già solo per questo dovrebbe andarsene a casa al più presto.

Ma siccome non lo farà dovremo essere noi, i cittadini, la democrazia, a impedirgli di realizzare questi progetti scellerati votando sì ai referendum del 12 e 13 giugno: due sì per l’acqua, uno contro il nucleare, e l’ultimo per liberarci di chi l’acqua e l’aria vuole togliercele.

L’Europa dà ragione a De Magistris E multa l’Italia per 57 milioni | Marco Lillo | Il Fatto Quotidiano

Fonte: L’Europa dà ragione a De Magistris E multa l’Italia per 57 milioni | Marco Lillo | Il Fatto Quotidiano.

L’inchiesta Poseidone aveva svelato la truffa all’Unione europea. L’Olaf ha indagato per quattro anni, poi ha steso un rapporto di 35 pagine che condanna il nostro Paese

L’Europa chiede all’Italia 57 milioni di euro per gli sperperi del precedente governo regionale calabrese di centrodestra sui quali ha indagato Luigi De Magistris. Radio Londra chiama e Bruxelles risponde. Secondo Giuliano Ferrara, “Luigi De Magistris non sarebbe diventato nessuno se avesse impostato delle inchieste che mettevano capo a qualcosa di vero e di concreto”. Secondo l’Olaf, l’Ufficio Antifrode Europea, qualcosa di concreto quelle inchieste lo hanno prodotto. Grazie all’indagine Poseidone, per esempio, sono stati risparmiati 48,8 milioni di euro. Lo dice il rapporto 12127-I-2010 dell’Olaf, appena trasmesso agli uffici giudiziari italiani. Il Fatto Quotidiano è riuscito a visionarlo. Porta la data del 6 ottobre 2010 e si intitola “Depuratori-Procura di Catanzaro”. L’Olaf, una direzione generale composta di 500 uomini, fa proprie le ipotesi di accusa formulate nel lontano 2005. Sei anni dopo l’avvio dell’inchiesta sui depuratori calabresi a Catanzaro e quattro anni dopo l’apertura dell’indagine parallela a Bruxelles (essendo coinvolti i fondi europei) si può fare finalmente un bilancio. Nel febbraio scorso c’erano state le 35 richieste di rinvio a giudizio (su 40 indagati) del procuratore aggiunto di Catanzaro Giuseppe Borrelli (subentrato nell’accusa) ora l’Olaf presenta il suo conto: 114 milioni di euro di danno (“vero e concreto”, come dicono a Radio Londra) per il bilancio comunitario, il più grande mai accertato dall’Ufficio anti-frode comunitaria.

La relazione finale dell’Olaf si compone di 35 pagine fitte. Gli investigatori che firmano il rapporto, gli italiani Giorgio Brattoli (funzionario Ue) e Francesco Albore (maggiore dei Carabinieri) coordinati dal capo dell’Unità investigativa Olaf, James Sweeney, hanno fatto la spola con l’Italia per quattro anni per acquisire carte e testimonianze negli uffici della Regione Calabria; del Commissariato per l’emergenza ambientale del Tribunale di Catanzaro, dell’ufficio giuridico presso la Protezione civile e infine del ministero dell’Ambiente.
L’indagine dell’Olaf non cercava i reati come quella dei pm italiani, ma mirava a verificare se i fondi strutturali europei fossero stati spesi correttamente dal Commissariato all’emergenza ambientale guidato dal presidente della Regione di centrodestra, Giuseppe Chiaravalloti (oggi all’Autorità Garante della Privacy), e gestito dall’uomo di Alleanza nazionale Giovambattista Papello, divenuto poi tesoriere della Fondazione del ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli.

Nella sintesi finale della relazione si legge che il danno evitato per il bilancio comunitario è pari a 48,8 milioni di euro, dei quali 24,4 milioni di euro provenienti dai fondi strutturali dell’Europa. Purtroppo molti buoi erano già fuggiti dal recinto e così il “danno causato” è stato comunque di 114 milioni di euro dei quali ben 57 milioni di euro provenienti dai fondi strutturali europei.

Ecco perché a pagina 33 della relazione si legge la frase che non farà piacere al ministro dell’Economia Giulio Tremonti: “Alla luce dei risultati sopra descritti si raccomanda all’ordinatore della spesa della Commissione europea, DG REGIO, a prescindere dagli esiti delle indagini giudiziarie italiane (cioè anche se il Tribunale di Catanzaro dovesse dar torto all’impostazione di De Magistris e Borrelli, ndr) il recupero totale dei contributi elargiti per un ammontare alla data del 28 aprile 2009 di 57 milioni di euro” (….) “inoltre si raccomanda all’unità Olaf C1 di raccogliere gli esiti dei procedimenti penali e della Corte dei conti, di inviare il presente rapporto alle autorità giudiziarie italiane e alla magistratura contabile”.

Il rapporto ripercorre la storia dell’indagine: “Nel luglio 2007 a seguito dell’analisi delle informazioni ricevute nell’ambito delle attività di monitoraggio delle indagini giudiziarie condotte dalla Procura di Catanzaro, in Italia, l’OLAF apriva un’indagine amministrativa esterna, al fine di appurare la legittimità dell’uso dei contributi comunitari (…) Nell’ambito dell’indagine amministrativa l’OLAF ha rilevato, come meglio descritto nel corpo del presente rapporto, gravi irregolarità amministrative che hanno permeato tutte le fasi di esecuzione dei progetti co-finanziati nell’ambito delle azioni 1.2 c) e d) del POR Calabria 2000-2006. In particolare: la mancata osservanza delle norme relative agli appalti pubblici dovuta all’utilizzo di deroghe non applicabili a progetti inerenti la programmazione comunitaria; l’assenza di una contabilità analitica; la mancata osservanza delle norme sulla pubblicità; gli enormi ritardi nell’ultimazione dei lavori e nei collaudi; il mancato trasferimento nei tempi previsti delle competenze relative al settore della depurazione agli enti ordinariamente competenti e inoltre l’esiguo numero dei controlli effettuati”.

Per tutte queste ragioni, l’Olaf chiede indietro all’Italia “il recupero in toto dei sussidi elargiti per i 48 interventi oggetto della presente indagine, per un ammontare complessivo, alla data del 28/04/2009, di 57 milioni di euro”, sempre grazie all’inchiesta dell’ex pm “il commissariato delegato per l’emergenza ambientale ha provveduto ad escludere ulteriori 21 interventi per un ammontare di 40,4 ME e ulteriori spese per 8,4 milioni di euro”. L’Italia illegale che guadagna sugli sperperi dei soldi europei non sarà grata a Luigi De Magistris. L’Europa gli deve 57 milioni di ringraziamenti. Forse per questo l’hanno eletto presidente della Commissione di controllo sul Bilancio europeo.

Piduisti d’Italia, i soliti noti | Giampiero Calapà | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Piduisti d’Italia, i soliti noti | Giampiero Calapà | Il Fatto Quotidiano.

Da Silvio Berlusconi a Fabrizio Cicchitto, da Luigi Bisignani a Flavio Carboni. Passando per il giornalista Maurizio Costanzo. Erano negli appunti privati della senatrice Tina Anselmi. E ancora oggi sono al potere

C’è anche una lettera del futuro papa Joseph Ratzinger – prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (quella che un tempo si chiamava Inquisizione) – datata 26 novembre 1983, negli scritti della presidente della commissione d’inchiesta sulla P2 dall’81 all’85, pubblicati da Chiarelettere nel libro La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi a cura di Anna Vinci. Ratzinger spiega il “giudizio negativo” della Chiesa sulle logge massoniche: “I loro principi sono stati sempre considerati inconciliabili con la dottrina della Chiesa e perciò l’iscrizione a esse rimane proibita”.

Silvio Berlusconi

Il premier Silvio Berlusconi, all’epoca già imprenditore in ascesa, vicino ai “laici” socialisti di Bettino Craxi, era iscritto alla loggia di Licio Gelli, ben prima di proporsi anche come paladino del conservatorismo ultracattolico, seppur pluri-divorziato. Tina Anselmi scrive: “Berlusconi tessera n. 625 ha versato £ 100.000 il 5-5-‘78. Documenti Villa Gelli in Uruguay: iniziato con solenne giuramento. Berlusconi afferma che nel 1978 fu convinto ad aderire da Gervasio (Gervaso). Nel 1978 linee di credito aperte da banche controllate da piduisti. Berlusconi collabora al Corriere della Sera, direttore Di Bella (piduista) nel 1978. Il 27 gennaio 1994 Gelli dichiara di averlo incontrato 4-5-10 volte. Agli atti risulta di avere grado di apprendista”. Non mancano rapporti con uomini d’altre cricche, più che d’altri tempi, che poi si ritrovano anni dopo indagati in altre inchieste, per altre “P”. Flavio Carboni, definito “procacciatore d’affari” da Tina Anselmi che il 10 marzo 1983 scrive: “Nel 1980 Berlusconi dà cinquecento milioni a Carboni”. Nell’audizione completa di Emilio Pellicani, segretario di Carboni, viene nominato anche il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri, da sempre fedelissimo di Berlusconi: “Fedele Confalonieri, collaboratore di Berlusconi, si portò a Cagliari con cinquecento milioni in contanti…”

Bisignani & Valori

Eminenza grigia tra i più fidati “consiglieri” di Gianni Letta, Luigi Bisignani compare una sola volta negli appunti di Tina Anselmi. Ma in relazione a una vicenda drammatica della storia italiana, l’omicidio nel ‘76 del giudice Vittorio Occorsio, che indagava sui rapporti tra estrema destra e logge massoniche e fu ucciso dai neofascisti di Ordine Nuovo. Negli stessi appunti compare il nome di Giancarlo Elia Valori, potente manager italiano, in passato ai vertici di Autostrade, finito nell’inchiesta “Why not” di Luigi De Magistris. “Occorsio (molto amico di Valori) nel 1974, verso metà maggio, dice a Valori che Gelli era un delinquente. Che aveva le mani nell’Italicus. La sera del 7 luglio, Occorsio ripete la pericolosità di Gelli. Teneva le carte in macchina quando il 9 mattino è stato ucciso. Gelli-Ortolani-Cosentino. Gelli-Grassini-Santovito. Bisignani [Luigi, giornalista, piduista] (Ansa) pagato da Gelli, è ancora in rapporto con Gelli. Sera a Castelporziano con Leone e Gelli”.

Fabrizio Cicchitto

Capogruppo alla Camera del Pdl, riferisce alla commissione guidata da Tina Anselmi, che appunta quanto segue il 10 giugno 1982. F”abrizio Cicchitto: Momento difficile della mia vita personale e politica, lettere anonime che descrivevano nei particolari la mia giornata. Ho rifiutato nel governo Cossiga di diventare ministro, per l’imbarbarimento della vita politica. Entrai nella massoneria per avere protezione, sicurezza. Pedinamenti continuati per un anno, non denunciai il fatto. Le lettere erano su fogli bianchi non firmate. Gelli dava l’impressione di un’intelligenza modesta. Insisteva su ampi rapporti con gli Usa, non mi fece nomi italiani”.

Maurizio Costanzo

Volto arcinoto della televisione, in onda da anni tra Mediaset e Rai, come Cicchitto ha conosciuto Gelli grazie al medico Fabrizio Trecca. Il 2 febbraio 1982 Costanzo riferisce alla commissione di Tina Anselmi: “Ho conosciuto Gelli attraverso Trecca, suo medico. Gelli lo contattò per un’intervista (pubblicata dal Corriere della Sera il 25 ottobre 1980, ndr). Gli parlò sempre di massoneria e delle sue protezioni (…) Valutò Gelli un abile uomo d’affari, che mescolava piccole verità a millanterie”. Il 22 giugno 1982 Enrico Manca, già ministro del commercio estero, a proposito di Costanzo riferisce: “Visita di Maurizio Costanzo, che disse di essere massone, e a nome di Gelli chiese se ero disponibile a aderire alla massoneria. Quando mi vidi negli elenchi di Gelli telefonai a Costanzo, ma questi mi dichiarò di aver telefonato a Gelli la non disponibilità”. Tina Anselmi il 14 marzo 1983 scrive ancora di Costanzo (nel ‘78 direttore della Domenica del Corriere e nel ‘79 del giornale scandalistico l’Occhio edito da Rizzoli) sui diari: “Molte assunzioni volute da Gelli. Maurizio Costanzo voluto da Gelli. Costanzo superprotetto da Gelli”.

Internet: siamo 53esimi – VIDEO – parola d’autore – Cadoinpiedi

Fonte: Internet: siamo 53esimi – VIDEO – parola d’autore – Cadoinpiedi.

Istruzioni per rendersi conto visivamente del divario che il nostro paese accumula (volontariamente) in tema di connettività rispetto al resto del mondo, civilizzato e non.

– Prendere le ultime statistiche mondiali sull’utilizzo di internet;
– Importare, per ciascun paese, i valori di penetrazione della rete nella popolazione;
– Ordinarli per bene in un foglio di calcolo;
– Realizzare una mappa globale suddivisa per fasce di utilizzo di internet, utilizzando intervalli standard;
– Agitare bene e guardare il risultato.

La mappa che avete davanti è molto significativa. Il blog l’ha redatta sulla base dei dati provenienti da http://www.internetworldstats.com/stats.htm. Stabilisce una relazione tra il colore di ogni paese sulla mappa planetaria con il tasso di utilizzo della rete internet da parte dei suoi cittadini. Si va da un verde più marcato, più profondo, che denota quei paesi dove i cittadini sono maggiormente connessi, fino a un rosso scuro che denota i posti nei quali si naviga davvero poco. Per le aree in grigio non c’erano sufficienti dati oppure non mi sono dato la pena di cercarli.

Ma guarda… ci sono tante aree nel mondo dove il tasso di penetrazione è molto elevato, parliamo per esempio del Nord America, dove tocchiamo punte del 77,70% dei cittadini, ma anche dell’Australia, dove il tasso di penetrazione è addirittura dell’80,10%. L’Islanda la fa da padrone: tocca il ragguardevole traguardo di 97,60 cittadini su 100 collegati alla rete! Ma che dire della Norvegia? Si attesta su 94,80%. O della Svezia? 92,50%. E la Finlandia? 85,30%. Senza dimenticare ovviamente la Danimarca: 86,10%. Ma anche il Regno Unito non se la cava male: 82,50%. La Germania fa un bel 79,10% tondo tondo. L’Estonia (ragazzi: l’Estonia! Avete presente l’Estonia?) 75,10%!

Scendendo un po’ sui pioli della scala dei cittadini connessi alla rete, ci si imbatte nella Francia: 68,90%. Poi nella Spagna: 62,60%. Nella Slovenia: 64,80%. Nella Repubblica Ceca: 65,60%. Nella Polonia: 58,40%. A questo punto, inutile dirlo: l’unico grande paese europeo dove la penetrazione della rete internet è giallognola, quasi un color marroncino diarroico, è quello a forma di stivale. Il tasso di penetrazione della rete internet italiano è di 51,70 cittadini su 100! Una vera ciofeca, che risulta anche dall’accostamento di questo dato a quello degli altri paesi che nel mondo si spartiscono la stessa fascia. Insomma, per un paese che crede ancora di potersela giocare alla pari con le grandi potenze economiche e industriali forse non è così lusinghiero essere accostati alla Russia, alla Turchia, all’Iran, all’Arabia Saudita, al Brasile, alla Colombia… luoghi caratterizzati da regimi repressivi, oppure da un elevato tasso di povertà, o ancora in mano alla criminalità organizzata, dove l’informazione tutto è fuorché libera e al servizio del cittadino. Perfino l’Argentina, appena fallita, fa meglio di noi.

Da ultimo, quasi a testimoniare come la rete internet possa realmente fare la differenza nella presa di coscienza, nella consapevolezza dei cittadini circa i loro stessi diritti, notiamo come nei paesi del Nord Africa dove le ultime rivoluzioni si sono fatte sentire, come Tunisia ed Egitto, il tasso di penetrazione della rete internet è significativamente più elevato rispetto ai propri vicini di casa. A parte la Libia, che infatti ha ancora seri problemi. Ma certo, questa è un’altra storia…

E se voleste chiedervi “dove” sia davvero questa benedetta internet, date un’occhiata alle statistiche di scaricamento in tempo reale della nuova versione del browser Firefox. Trovate una bella grafica nell’ultima parte del video. Ecco di cosa parliamo, quando parliamo di internet nel mondo: nella lunga notte della rete ci sono interi continenti quasi completamente spenti.

Forse sarebbe il caso di accenderli. Ma prima ancora… accendete un computer al vostro vicino di casa, perché siamo 53° nel mondo, dopo posti come la Malesia, il Liechnestein, il Tokelau e il Qatar.

E poi, per i pochi fortunati che internet ce l’hanno, ci sarebbero i dati sulla qualità della loro connessione, che se possibile sono anche infinitamente peggiori!

I SOLDI DI GHEDDAFI E LA LEGA – La fermata – Cadoinpiedi

Fonte: I SOLDI DI GHEDDAFI E LA LEGA – La fermata – Cadoinpiedi.

di Luigi Grimaldi – 27 Marzo 2011
Oggi Bossi prende le distanze dal colonnello libico. Ma alcune inchieste non lasciano dubbi. La Lega gli chiese aiuto per la secessione, per sgretolare l’unità d’Italia

La Lega Nord ha chiesto l’aiuto di Gheddafi per finanziare la secessione. Il caso è scoppiato dopo che, durante un’intervista rilasciata dal colonnello ad una Tv francese, era emerso che fra Gheddafi e Bossi sarebbe intercorsa una trattativa per un aiuto a sostegno della secessione della Padania dal resto dell’Italia: «Mi chiese soldi per finanziare la secessione della Padania». Ma Umberto Bossi, lo scorso 9 marzo, ha affermato che la Lega Nord non ha mai ricevuto aiuti da parte di Gheddafi, sia sotto forma di armi sia di altro per la secessione e ha smentito subito tutto, dicendo che le armi si fabbricano in Lombardia. Strana smentita.
Peccato per lui che già negli anni ’90 i carabinieri avessero già scoperto tutto. Secondo le risultanze istruttorie dell’inchiesta “Cheque to Cheque”, della Procura di Torre Annunziata, risalente alla fine degli anni ’90, è stato attivato un canale di finanziamento della Lega che, passando dalla Libia alla Russia, e dalla Russia alla Slovenia, finiva proprio in casseforti padane.
Secondo quanto ricostruito dai carabinieri il sostenitore di un progetto mirante alla frantumazione del vecchio continente in miriadi di piccoli staterelli locali, nati da spinte nazionaliste o da spinte autonomistiche, sarebbe stato tra gli altri il leader nazionalista russo Vladimir Zhirinovskji. Numerosi testimoni provenienti dalla ex Jugoslavia hanno rilasciato testimonianze che garantiscono «in maniera indiscutibile l’autenticità del giro d’affari tra un certo Nicholas Oman (trafficante d’armi e nazionalista sloveno nda ) e Zhirinovskji».
I carabieri danno poi conto anche di documenti riservati che hanno confermato l’esistenza, nei programmi di Zhirinovskji, di un progetto. Quale? Quello di «favorire ovunque movimenti nazionalisti e autonomisti, indipendentemente dal loro orientamento ufficiale filo o anti-russo, in modo da accelerare processi disgregativi che,in qualche modo, avrebbero favorito poi nuove forme di aggregazione».
Ed ecco il punto: «Il Colonnello Gheddafi risulta essere stato tra i principali sponsorizzatori e promotori delle campagne e dell’ascesa politica dello stesso Vladimir Zhirinovskji» hanno scritto i carabinieri di “Cheque to Cheque”. In sentesi, secondo le indagini dei Carabinieri il Colonnello Gheddafi, per il tramite del nazionalista russo e dei nazionalisti sloveni avrebbe concesso, di fatto gratuitamente, sostegno a «gruppi a carattere secessionista e indipendentista che operano nel nostro Paese».

Ora il fatto interessante è che dalle indagini di “Cheque to Cheque” sono emersi, scrivono gli investigatori, «numerosi riscontri che legavano alcune parti del movimento di Bossi proprio ai nazionalisti sloveni. Questi ultimi erano, del resto, come si è visto attraverso la figura di Oman, strettamente legati a Vladimir Zhirinovskji e ai nazionalisti russi», un circuito finanziato con i “dinari” di Gheddafi. Il leader nazionlista russo dal canto suo ha sempre perorato la causa della lega e dell’indipendenza padana al punto che Roberto Maroni, all’epoca capo del governo padano, l’aveva invitato “come osservatore internazionale” alle elezioni “padane” del 26 ottobre 1997 per il primo parlamento della Padania. Perche? Perché “le affermazioni di Zhirinovski – ha detto Maroni – sono importanti. Finalmente, la comunita’ internazionale si e’ accorta che esiste la Padania e questo non puo’ che confortarci e farci continuare con determinazione lungo la strada intrapresa”.
Oggi Bossi smentisce tutto e cerca di prendere le distanze da Gheddafi mentre il segretario del Partito Nazional democratico russo, Vladimir Zhirinovsky, offre ospitalita’ e rifugio a Mosca al leader libico Muammar Gheddafi. Nonostante tutto ciò e la stampa italiana, invece di gettarsi sulle tracce di Cheque to Cheque attenendosi alla verifica delle parole di Gheddafi, spettegola di una delegazione di camicie verdi, da barzelletta, che negli anni novanta fu spedita in Libia a caccia di finanziamenti per acquistare il quotidiano milanese “Il Giorno” chiedendo al Colonnello libico la bellezza di 300 miliardi di lire in cambio dell’appoggio leghista contro l’embargo della Libia. In sostanza a fronte del fatto che un partito rappresentato in parlamento e nel governo abbia chiesto finanziamenti ad uno stato estero per sgretolare l’unità nazionale (in favore di potenzialmente devastanti interessi stranieri), molti si sono attivati per ridimensionare il caso, gravissimo se vero, relegandolo alla richiesta di un semplice finanziamento per un investimento in campo editoriale. Dalla magistratura nessuna iniziativa. E tutto finisce qui. Siamo un ben strano Paese.