Archivi del giorno: 12 aprile 2011

Blog di Beppe Grillo – Fukushima forza 7

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Fukushima forza 7.

L’allarme a Fukushima è arrivato al livello 7. Lo stesso di Chernobyl. Lo ha detto la Tepco. Quando lo denunciavano Greenpeace e altre organizzazioni si poteva dubitare. Ora non più. Fukushima ha acceso la spia di sorpasso rispetto a Chernobyl. Ma dopo il livello 7 che altro c’è? Cosa ci aspetta? C’è un livello 8, un livello 9? Lo sapremo solo vivendo. Un disastro nucleare, ambientale di questa portata non è mai successo nella Storia. Ipotesi verosimili prevedono una contaminazione sempre più estesa verso la grande Tokyo. In questo caso si dovrebbero sfollare 35 milioni di persone. Il Giappone si trasformerebbe in una Nuova Atlantide alla luce del sole. Il nocciolo sta fondendo. Sta penetrando nel terreno e se incontrerà delle falde acquifere esploderà rilasciando nell’aria una nuvola da far impallidire “La Nuvola nera” del romanzo di Fred Hoyle. La nuvola andrà dove la porterà il vento, in Corea e in Cina oppure in California dove sono già state trovate tracce di radioattività nel latte. Fukushima non è un problema dei giapponesi, è un problema dell’umanità. L’ONU ha trovato il tempo per far bombardare la Libia, ma non per affrontare le conseguenze di Fukushima. Il mondo è dominato da lobby a scopo di lucro. Il nucleare rende bene, così bene che Fukushima è scomparso dall’informazione. Non sta bene parlare del morto in casa, fa scappare i clienti e gli inserzionisti, come l’ENI e l’Enel, per fare degli esempi, o il codazzo delle imprese che fa riferimento a Scajola e alla Marcegaglia. Una parte del Giappone è morta per sempre. Fa impressione sentire queste parole: “Per sempre“, le sentiamo, ma istintivamente le respingiamo, non ci crediamo. Oggi pubblichiamo un video giapponese, un viaggio nell’Inferno intorno a Fukushima, dove tutto è silenzio, un immenso cimitero nucleare senza segni di vita, per decine e decine di chilometri.

Ernesto Burgio e Angelo Baracca mi hanno inviato una lettera contro le affermazioni di Veronesi, l’irresponsabile sponsor del Pdmenoelle del nucleare, nonché suo ex senatore. Veronesi deve dimettersi dall’Agenzia per la sicurezza nucleare italiana. Lo faccia per noi e per il suo passato.

La sicumera di Veronesi (espandi | comprimi)
L’intervista rilasciata da Umberto Veronesi a La Stampa lascia allibiti per la sicumera con cui il professore si lascia andare ad affermazioni prive di supporto scientifico, rischiando di banalizzare una tematica estremamente complessa e di condizionare con la propria “autorità” l’opinione pubblica, sempre più costretta a subire l’offensiva mediatica della potente lobby nuclearista.

Incidenti nucleari in aumento (anche in Francia) (espandi | comprimi)
E infatti gli incidenti alle centrali sono in aumento in tutti i paesi (altro dato che il Professore evidentemente non conosce o trascura): al punto che persino in Francia, che rappresenta nell’immaginario collettivo il paese del “grande consenso” al nucleare civile e militare, stanno crescendo i dubbi e le ansie, dopo che alcuni sevizi televisivi sono riusciti a divulgare i dati concernenti il quadro preoccupante della contaminazione radioattiva del territorio. Ma l’aspetto più disarmante è la leggerezza con cui colui che il redattore di La Stampa definisce il più famoso medico d’Italia considera gli effetti biologico-sanitari della radioattività. Un incidente nucleare grave è in grado di contaminare un intero emisfero: eppure Veronesi “liquida” con poche battute persino la catastrofe di Chernobyl, così affiancando quei “nuclearisti” che a fronte di una realtà drammatica, costituita da città fantasma e da migliaia di casi accertati di tumori infantili a carico di tiroide e midollo, sono tuttora capaci di sostenere che le vittime del disastro sarebbero poche decine. Dimenticando che scienziati e ricercatori di chiara fama, che hanno dedicato la loro vita a documentare gli effetti di una nube radioattiva che ha colpito non solo URSS, Ucraina e Bielorussia, ma l’Europa intera, parlano di un milione di vittime! Come può un oncologo accettare di dirigere un’Agenzia per la Sicurezza del Nucleare, ignorando o trascurando questi studi? Come può il professor Veronesi non sapere che già negli anni ’90 solo in Bielorussia e Ucraina i casi accertati di carcinoma infantile della tiroide furono quasi 1.000 (con un incremento di 30 volte e addirittura di 100 volte nelle zone più vicine a Chernobyl). Come può non sapere che da alcuni anni aumentano, in molti altri Paesi europei, le segnalazioni di incrementi di leucemie infantili direttamente correlate alla dispersione di isotopi radioattivi del cesio che permangono in ambiente e catene alimentari per decenni? Come può un oncologo di chiara fama non sapere che alcuni ricercatori russi hanno pubblicato, su riviste prestigiose come Science e Nature, i risultati di studi e ricerche che dimostrano come i figli dei cosiddetti “liquidatori” di Chernobyl, siano portatori di alti tassi di mutazioni: un dato che può chiarire non soltanto i dati, lungamente contestati, concernenti l’incremento di leucemie in bambini nati da genitori residenti nei dintorni di impianti nucleari inglesi, ma anche e soprattutto i risultati allarmanti di un recente studio tedesco, noto con l’acronimo KIKK (Kinderkrebs in der Umgebung von KernKraftwerken, Cancro infantile nei dintorni delle centrali nucleari), che ha descritto 1.592 casi di tumori solidi (molti dei quali di origine embrionale) e 593 leucemie infantili in bambini di età inferiore a 5 anni, residenti negli anni 1980-2003 nei dintorni delle 16 centrali tedesche. Tanto più che importanti studi scientifici documentano il rilascio di isotopi radioattivi (trizio, cripto, ecc) in ambiente e catene alimentari durante il normale funzionamento delle centrali e che l’introduzione di materiale radioattivo per via alimentare in piccole dosi quotidiane, rappresenta con ogni probabilità la modalità di esposizione più pericolosa, anche perché collettiva e difficilmente valutabile.

Residui nucleari italiani, una bolletta da 400 milioni all’anno (espandi | comprimi)
E infine il “banale” problema dei residui nucleari, che costa ancora agli italiani 400 milioni di euro l’anno (almeno 10 miliardi dal 1987, e chissà per quanti anni ancora). Come può il professore non sapere che nessun Paese al mondo ha ancora trovato una soluzione per il problema delle scorie nucleari e che depositi geologici sicuri esistono solo nell’immaginazione di alcuni “nuclearisti”; che Yucca Mountain dopo decenni di lavori e milioni di dollari spesi è stato definitivamente accantonato,e gli americani non sanno più dove mettere gli enormi quantitativi di combustibile esausto sparsi in una settantina di siti; che nel deposito di Asse in Germania si sono trovate (solo ora !) infiltrazioni d’acqua che minacciano un vero disastro e richiederanno spese colossali per il recupero e il trasferimento (dove?) dei fusti. A questo proposito, in verità, il professore una soluzione la propone: sostiene che si tenderebbe a individuare un unico sito per Continente e che, per fortuna, l’Italia non sarebbe stata individuata quale sito ideale di questo stoccaggio. Speriamo che chi ha dato queste informazioni al prof. Veronesi non intendesse far riferimento a quella che taluni soggetti prospettano come l’unica soluzione possibile per materiali che rischiano di inquinare l’intera ecosfera per millenni (non è certo consolante il fatto che il continente designato a discarica planetaria non sarebbe in tal caso né l’Europa, né il Nordamerica). è facile prevedere che nei prossimi giorni si scateneranno le critiche contro un “oncologo famoso” che non si perita di fare affermazioni pubbliche tacciabili quantomeno di leggerezza. Alcuni probabilmente arriveranno ad accusarlo di inconfessabili conflitti d’interesse (in questo caso particolarmente gravi, visto il ruolo di garante della salute pubblica che il professore ha accettato di ricoprire). Noi siamo convinti che molte delle cose che abbiamo elencate il professor Veronesi non le sappia davvero e che ciò sia comprensibile in una persona che non si è mai occupata di questa materia. Siamo però anche convinti che il permanere in una simile condizione di “ignoranza” sarebbe pericoloso e rischierebbe di nuocere gravemente alla figura di un medico famoso, che anche in quest’ultima intervista afferma come proprio valore assoluto la certezza che i rischi per la salute siano minimi e di voler dedicare i prossimi anni ad assicurare i cittadini che non correrebbero alcun rischio.

FUKUSHIMA OLTRE IL LIVELLO 7 – La fermata – Cadoinpiedi

Fonte: FUKUSHIMA OLTRE IL LIVELLO 7 – La fermata – Cadoinpiedi.

di Giuseppe Onufrio – 12 Aprile 2011
A Chernobyl emissioni maggiori, ma non ci fu la contaminazione del mare. Dai dati Greenpeace in Giappone radioattività 3mila volte superiori e il livello 7 non basta

Chernobyl dal punto di vista dell’emissione di radioattività in atmosfera ha fatto molto più di quello che finora è successo a Fukushima. Analizzando bene la classificazione della scala Ines (oggi Fukushima è stata dichiarata al livello 7 – Livello catastrofico ndr), si capisce che per diventare la stessa classe di Chernobyl bisogna superare una certa soglia di emissioni in atmosfera, tradotte in equivalente di iodio 131. Noi avevamo affidato a un esperto tedesco già il 26 marzo l’analisi di radioattività, e avevamo pubblicato questo rapporto che indicava il livello 7. Il risultato lo avevamo avuto da due stime indipendenti, una di origine francese e una austriaca. Gli istituti ufficiali e la stima del nostro esperto tedesco, concordavano anche nei valori più bassi. Sono tre i reattori a Fukushima, ma anche suddividendo questa emissione stimata per tre, stavamo a circa il triplo di quello che ci vuole per dichiarare un incidente di classe 7. Questo adesso non vuole dire che la situazione è peggiore di quella di Chernobyl. Le emissioni di Chernobyl sono state molto maggiori. Quello che preoccupa, naturalmente, è che l’inventario radioattivo di quello che c’è ancora dentro i 3 reattori, nel suo complesso, è maggiore di quello che c’era dentro Chernobyl.

Noi, come Greenpeace, avevamo mandato in Giappone due squadre di radioprotezione. Già il 28 marzo avevamo stimato a 40 chilometri a nord-ovest dal Villaggio di Litate un livello di esposizione a radiazioni esterne, (quelle che si misurano con il Geiger), tali per cui la dose annua di radioattività per ogni uomo si raggiungeva in 4/5 giorni. A questa esposizione esterna, per chi vive in quell’area, bisogna aggiungere anche l’esposizione interna, cioè le radiazioni che vengono da elementi che vengono o ingeriti o inalati.
Ci siamo lamentati per l’eccesso di lentezza di decisione, perché era evidente già da tempo che quelle aree andavano evacuate, abbiamo sentito che ci sono delle aree anche a 25 chilometri, quindi fuori dalla vecchia zona di esclusione, dove una persona avrebbe immagazzinato 34 volte la dose massima consentita per la popolazione. Parliamo di dosi non letali, ma che hanno un significato statistico: su un milione di persone sottoposte a dosi del genere si stimano 1700 casi di cancro letali in più. Il problema delle esposizioni letali, invece, coinvolge quasi esclusivamente i lavoratori addetti che devono operare in condizioni di forte contaminazione. Solo loro a rischiare nel breve la salute. Resta il fatto che dosi anche più basse, soprattutto se protratte nel tempo e su un grande numero di gente, hanno un significato statistico per cui il danno atteso in futuro può essere anche molto significativo.

Credo che siamo dentro un esperimento. Diciamo che a Chernobyl l’esplosione aveva scoperchiato il reattore e oltre all’esplosione si era incendiata la grafite, quindi per 9/10 giorni il fuoco della grafite aveva portato buona parte dell’inventario dei radionuclidi che era dentro il reattore in strati molto elevati dell’atmosfera. Quell’incidente ha coinvolto l’intera piattaforma europea, e anche oltre. Qui abbiamo avuto delle esplosioni “controllate”: i vapori sono stati fatti sfiatare dal circuito primario. Contenevano idrogeno, l’idrogeno è esploso facendo saltare il tetto dell’edificio del reattore. Pare che in almeno due reattori (il due e il tre) il Vessel, il contenitore con dentro le barre, siano danneggiati. Mentre nel reattore 1 sarebbe ancora in corso il tentativo costante di raffreddarlo e di iniettargli azoto. Questa iniezione di azoto serve a ridurre il rischio che l’idrogeno esploda. La dinamica è ancora in corso. Poi c’è il problema di cosa fare con queste 50/60 mila tonnellate di acqua. Si tratta di un liquido altamente contaminato che andrà recuperato e smaltito. Una parte meno contaminata è stata sversata a mare, dunque ci sarà il problema di dover trattare una quantità significativa di acqua radioattiva, con tutti i rischi che comporta il trattare un liquido.

Per quanto riguarda quindi il rischio per la popolazione, per l’inquinamento dell’aria, naturalmente ci sono due aspetti: Il primo: c’è da vedere se ci sarà un’esplosione oppure no. Speriamo di no. Con il tempo questo rischio dovrebbe un po’ decadere, però ancora la situazione è dinamica. In quel caso se scoppiasse per esempio il reattore 1 e il vento soffiasse verso Tokyo, avremmo un’esposizione a dosi significative dal punto di vista radiologico. Dosi non letali che però coinvolgerebbero diversi milioni di persone (ricordiamo che Tokyo fa parte di un sistema urbano di 3 città dove vivono 35 milioni di persone). Il rischio è proprio la somma della dose collettiva che è fatta dalla somma delle dosi individuali: più individui ci sono in quelle condizioni, più il danno è grande.
Poi c’è un secondo aspetto da tener presente. Si deve apire l’area già oggi contaminata per quanto tempo rimarrà impraticabile. Due sono i radionuclidi principali che hanno creato problemi: sono quelli più volatili, uno è lo iodio 131, quest’ultimo dimezza ogni 8 giorni, quindi dopo 80 giorni è diventato un millesimo di quello che era all’inizio, quindi lo iodio dà immediatamente problemi soprattutto ai bambini alla tiroide, però sono problemi acuti e di breve periodo. L’altro è il cesio 137 che invece ha tempi di dimezzamento degli ordini di 30 anni, quindi diventa un millesimo dopo 3 secoli. Il cesio 137 è il responsabile forse più importante dell’esposizione alle radiazioni ionizzanti. E’ un invertitore gamma. La mappa del cesio a incidente finito, ci dirà quali saranno le aree che andranno tenute disabitate e per quanto tempo. Questo vale anche per Chernobyl.

Chernobyl ha un’area di esclusione a 30 chilometri, anche se noi nel 2005 scoprimmo frammenti di combustibile anche a 40 chilometri. Ma quei 30 chilometri inabitabili lo rimarranno per molto tempo. Chernobyl è stato un grande esperimento il cui studio è ancora in corso.
Fukushima non è ancora come Chernobyl però è classificato perché questo è un problema di come la scala Ines è costruita, e forse Chernobyl dovrebbe essere di livello 8. Bisogna aggiungere, però, che l’incidente non è ancora finito. Noi non sappiamo che fine farà quell’acqua, quanta radioattività effettivamente sarà scaricata nell’ambiente. Ricordo che la scala Ines fa riferimento alle emissioni in aria, però ci sono anche quelle in acqua in questo caso. Quindi bisognerebbe anche fare una valutazione per avere un’idea di quale inventario radioattivo è stato immesso in mare. Le emissioni in mare hanno un significato sanitario meno immediato di quello che accade con le emissioni in area. Il problema del mare è che la catena trofica, quindi la catena alimentare, tende a riconcentrare i radionuclidi. Questa roba rientra in catena alimentare e essendo noi in cima alla piramide alimentare, soprattutto in un paese come il Giappone che ha una grandissima parte della dieta basata sul mare, quello può diventare un problema in futuro. Quindi certamente ci sarà un problema di monitoraggio a lungo termine.