FUKUSHIMA OLTRE IL LIVELLO 7 – La fermata – Cadoinpiedi

Fonte: FUKUSHIMA OLTRE IL LIVELLO 7 – La fermata – Cadoinpiedi.

di Giuseppe Onufrio – 12 Aprile 2011
A Chernobyl emissioni maggiori, ma non ci fu la contaminazione del mare. Dai dati Greenpeace in Giappone radioattività 3mila volte superiori e il livello 7 non basta

Chernobyl dal punto di vista dell’emissione di radioattività in atmosfera ha fatto molto più di quello che finora è successo a Fukushima. Analizzando bene la classificazione della scala Ines (oggi Fukushima è stata dichiarata al livello 7 – Livello catastrofico ndr), si capisce che per diventare la stessa classe di Chernobyl bisogna superare una certa soglia di emissioni in atmosfera, tradotte in equivalente di iodio 131. Noi avevamo affidato a un esperto tedesco già il 26 marzo l’analisi di radioattività, e avevamo pubblicato questo rapporto che indicava il livello 7. Il risultato lo avevamo avuto da due stime indipendenti, una di origine francese e una austriaca. Gli istituti ufficiali e la stima del nostro esperto tedesco, concordavano anche nei valori più bassi. Sono tre i reattori a Fukushima, ma anche suddividendo questa emissione stimata per tre, stavamo a circa il triplo di quello che ci vuole per dichiarare un incidente di classe 7. Questo adesso non vuole dire che la situazione è peggiore di quella di Chernobyl. Le emissioni di Chernobyl sono state molto maggiori. Quello che preoccupa, naturalmente, è che l’inventario radioattivo di quello che c’è ancora dentro i 3 reattori, nel suo complesso, è maggiore di quello che c’era dentro Chernobyl.

Noi, come Greenpeace, avevamo mandato in Giappone due squadre di radioprotezione. Già il 28 marzo avevamo stimato a 40 chilometri a nord-ovest dal Villaggio di Litate un livello di esposizione a radiazioni esterne, (quelle che si misurano con il Geiger), tali per cui la dose annua di radioattività per ogni uomo si raggiungeva in 4/5 giorni. A questa esposizione esterna, per chi vive in quell’area, bisogna aggiungere anche l’esposizione interna, cioè le radiazioni che vengono da elementi che vengono o ingeriti o inalati.
Ci siamo lamentati per l’eccesso di lentezza di decisione, perché era evidente già da tempo che quelle aree andavano evacuate, abbiamo sentito che ci sono delle aree anche a 25 chilometri, quindi fuori dalla vecchia zona di esclusione, dove una persona avrebbe immagazzinato 34 volte la dose massima consentita per la popolazione. Parliamo di dosi non letali, ma che hanno un significato statistico: su un milione di persone sottoposte a dosi del genere si stimano 1700 casi di cancro letali in più. Il problema delle esposizioni letali, invece, coinvolge quasi esclusivamente i lavoratori addetti che devono operare in condizioni di forte contaminazione. Solo loro a rischiare nel breve la salute. Resta il fatto che dosi anche più basse, soprattutto se protratte nel tempo e su un grande numero di gente, hanno un significato statistico per cui il danno atteso in futuro può essere anche molto significativo.

Credo che siamo dentro un esperimento. Diciamo che a Chernobyl l’esplosione aveva scoperchiato il reattore e oltre all’esplosione si era incendiata la grafite, quindi per 9/10 giorni il fuoco della grafite aveva portato buona parte dell’inventario dei radionuclidi che era dentro il reattore in strati molto elevati dell’atmosfera. Quell’incidente ha coinvolto l’intera piattaforma europea, e anche oltre. Qui abbiamo avuto delle esplosioni “controllate”: i vapori sono stati fatti sfiatare dal circuito primario. Contenevano idrogeno, l’idrogeno è esploso facendo saltare il tetto dell’edificio del reattore. Pare che in almeno due reattori (il due e il tre) il Vessel, il contenitore con dentro le barre, siano danneggiati. Mentre nel reattore 1 sarebbe ancora in corso il tentativo costante di raffreddarlo e di iniettargli azoto. Questa iniezione di azoto serve a ridurre il rischio che l’idrogeno esploda. La dinamica è ancora in corso. Poi c’è il problema di cosa fare con queste 50/60 mila tonnellate di acqua. Si tratta di un liquido altamente contaminato che andrà recuperato e smaltito. Una parte meno contaminata è stata sversata a mare, dunque ci sarà il problema di dover trattare una quantità significativa di acqua radioattiva, con tutti i rischi che comporta il trattare un liquido.

Per quanto riguarda quindi il rischio per la popolazione, per l’inquinamento dell’aria, naturalmente ci sono due aspetti: Il primo: c’è da vedere se ci sarà un’esplosione oppure no. Speriamo di no. Con il tempo questo rischio dovrebbe un po’ decadere, però ancora la situazione è dinamica. In quel caso se scoppiasse per esempio il reattore 1 e il vento soffiasse verso Tokyo, avremmo un’esposizione a dosi significative dal punto di vista radiologico. Dosi non letali che però coinvolgerebbero diversi milioni di persone (ricordiamo che Tokyo fa parte di un sistema urbano di 3 città dove vivono 35 milioni di persone). Il rischio è proprio la somma della dose collettiva che è fatta dalla somma delle dosi individuali: più individui ci sono in quelle condizioni, più il danno è grande.
Poi c’è un secondo aspetto da tener presente. Si deve apire l’area già oggi contaminata per quanto tempo rimarrà impraticabile. Due sono i radionuclidi principali che hanno creato problemi: sono quelli più volatili, uno è lo iodio 131, quest’ultimo dimezza ogni 8 giorni, quindi dopo 80 giorni è diventato un millesimo di quello che era all’inizio, quindi lo iodio dà immediatamente problemi soprattutto ai bambini alla tiroide, però sono problemi acuti e di breve periodo. L’altro è il cesio 137 che invece ha tempi di dimezzamento degli ordini di 30 anni, quindi diventa un millesimo dopo 3 secoli. Il cesio 137 è il responsabile forse più importante dell’esposizione alle radiazioni ionizzanti. E’ un invertitore gamma. La mappa del cesio a incidente finito, ci dirà quali saranno le aree che andranno tenute disabitate e per quanto tempo. Questo vale anche per Chernobyl.

Chernobyl ha un’area di esclusione a 30 chilometri, anche se noi nel 2005 scoprimmo frammenti di combustibile anche a 40 chilometri. Ma quei 30 chilometri inabitabili lo rimarranno per molto tempo. Chernobyl è stato un grande esperimento il cui studio è ancora in corso.
Fukushima non è ancora come Chernobyl però è classificato perché questo è un problema di come la scala Ines è costruita, e forse Chernobyl dovrebbe essere di livello 8. Bisogna aggiungere, però, che l’incidente non è ancora finito. Noi non sappiamo che fine farà quell’acqua, quanta radioattività effettivamente sarà scaricata nell’ambiente. Ricordo che la scala Ines fa riferimento alle emissioni in aria, però ci sono anche quelle in acqua in questo caso. Quindi bisognerebbe anche fare una valutazione per avere un’idea di quale inventario radioattivo è stato immesso in mare. Le emissioni in mare hanno un significato sanitario meno immediato di quello che accade con le emissioni in area. Il problema del mare è che la catena trofica, quindi la catena alimentare, tende a riconcentrare i radionuclidi. Questa roba rientra in catena alimentare e essendo noi in cima alla piramide alimentare, soprattutto in un paese come il Giappone che ha una grandissima parte della dieta basata sul mare, quello può diventare un problema in futuro. Quindi certamente ci sarà un problema di monitoraggio a lungo termine.

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