Archivi del giorno: 15 aprile 2011

Stay human, Vik | Sonia Alfano | Il Fatto Quotidiano

Basta guerra. Pace per tutta l’umanità.

Fonte: Stay human, Vik | Sonia Alfano | Il Fatto Quotidiano.

Restiamo umani è la frase con cui Vittorio Arrigoni firmava i suoi articoli per il Manifesto e per il web. E “restiamo umani” è l’unica cosa che mi sento di dire oggi, di fronte al suo barbaro assassinio. Una morte che mi lascia, tra tanti, un rimpianto: non averlo mai conosciuto di persona; ho imparato a conoscerlo leggendo, nel tempo, i suoi scritti e vedendo i suoi video.

Vittorio era un nonviolento, un volontario a tempo pieno, uno di quelli che non pensava al suo futuro perchè troppo preso dal dedicarsi al presente degli “altri”. Aveva dedicato se stesso alla causa palestinese. Ma riuscite a immaginare un italiano del genere? Nell’Italia di questi giorni sarebbe stato profano: Spariamo sui migranti,Mitragliamoli, e lui lì, fianco a fianco con i “barbari”, pronto a fargli da scudo. Lo rivedo ora in questo video, mentre gli sparano addosso in un campo sulla striscia di Gaza. Mentre, assieme ai pescatori su un peschereccio, viene mitragliato con piombo e acqua da una nave della marina israeliana senza apparente motivo.

Sono convinta di una cosa però, o forse la spero soltanto, con tutta me stessa: il sacrificio di Vittorio servirà a far aprire gli occhi agli italiani sulla questione palestinese. Grazie a questo video, ed altri ancora che Vittorio Arrigoni pubblicava sul web, molti per la prima volta vedranno cosa accade in quella terra avvelenata dalla cattiveria e dall’ignoranza umana.

Al Parlamento Europeo ci eravamo occupati di Gaza e della Palestina con la risoluzione di condanna dell’attacco da parte dell’esercito israeliano alla Freedom Flotilla del 31 maggio 2010, che aveva causato la morte di 9 attivisti pro-Gaza. Io avevo sia partecipato alla stesura della risoluzione finale, sia seguito con attenzione la discussione, intervenendo all’interno della riunione preparatoria del gruppo Alde. Avevo pregato i miei colleghi di non fare il “tifo”, di non schierarsi, ma di ragionare e capire. E avevamo portato a casa la risoluzione.

L’omicidio di Vittorio servirà a portare alla luce, tra i “comuni civili”, le gravi responsabilità dello Stato di Israele nei confronti non solo della popolazione palestinese, ma di tutti i volontari delle Ong che ogni giorno rischiano la vita sulla Striscia perchè non si vuole accettare che ogni popolo ha diritto al suo Stato. Israele non ha mai accettato i numerosi inviti della comunità internazionale a mettere fine al blocco di Gaza, ha sempre rifiutato il rispetto per i trattati internazionali, così come ha negato l’adesione al Trattato di Non Proliferazione Nucleare. E certo non mi si potrà accusare di antisemitismo se affermo che i diritti civili nella Striscia di Gaza sono pesantemente e costantemente violati da un blocco che causa una perenne emergenza umanitaria.

Cosa c’entra Israele con la morte di Vittorio? Già, cosa c’entra. Molti parlano del movimento salafita, che nel frattempo smentisce ogni coinvolgimento; alcuni vedono lo zampino dei servizi israeliani, altri di Al Qaeda. Israele ha le sue responsabilità, perchè Vittorio era lì per combattere i soprusi sulla popolazione palestinese e per aiutare un popolo a rialzarsi. Ne sono certa, affermare il diritto di ogni popolo ad avere un proprio Stato non è antisemita, nè sionista. Se anzichè fare il tifo per l’una o per l’altra “squadra”, o peggio ancora finaziare l’una o l’altra, gli Stati esteri avessero affrontato il problema come caso umanitario, forse oggi Vittorio sarebbe un cooperante, un volontario, un corrispondente, un ragazzo vivo.

Ciao Vik

Fonte: Ciao Vik.

Qui alcuni articoli e post, riportati su Pressante, di e su Vittorio Arrigoni.

Qui quello che forse è il più importante in relazione alla sua morte, un fatto che difficilmente sentirete raccontare: “Chiedono l’indirizzo di un cittadino italiano per ucciderlo”

Chi era Vittorio Arrigoni? Un pazzo, un utopista, uno che ha sperimentato le galere sioniste per la sua attività in Palestina? Vik era un costruttore di pace, questo si. Amava Gaza e voleva stare laddove era il suo cuore, insieme a quelli che… considerava suoi fratelli nella sventura, nel lager a cielo aperto dove Israele ha rinchiuso, dopo 60 anni di colonizzazione, 1 milione e mezzo di persone, il cui unico torto è non essere ebrei.
Di Vik famosa è la replica al filosionista Saviano, con la sua voce calma eppure ferma, che elenca lo scempio compiuto da Tel Aviv nel 2010, con il motto ormai famoso “restiamo umani“.

Ora, ad una settimana dalla partenza della Freedom Flotilla 2, arriva la notizia della sua morte, dopo un rapimento a cui gli stessi palestinesi hanno reagito duramente. I mandanti sono ben nascosti a Tel Aviv e a loro non bastava averlo ospitato per due volte nelle loro democratiche prigioni…
Era uno dei pochi di cui andare fieri come italiani, e in particolare come brianzolo atipico: utopista e concreto “cunt ul coeur in man”.
Ciao Vik, ci vedremo da qualche parte, Gaza e l’Italia han perso una stella…

Kolza

Blog di Beppe Grillo – In memoria di Vittorio Arrigoni

Fonte: Blog di Beppe Grillo – In memoria di Vittorio Arrigoni.

“Prendi dei gattini, dei teneri micetti e mettili dentro una scatola” mi dice Jamal, chirurgo dell’ospedale Al Shifa, il principale di Gaza, mentre un infermiere pone per terra dinnanzi a noi proprio un paio di scatoloni di cartone, coperti di chiazze di sangue. “Sigilla la scatola, quindi con tutto il tuo peso e la tua forza saltaci sopra sino a quando senti scricchiolare gli ossicini, e l’ultimo miagolio soffocato.” Fisso gli scatoloni attonito, il dottore continua “Cerca ora di immaginare cosa accadrebbe subito dopo la diffusione di una scena del genere, la reazione giustamente sdegnata dell’opinione pubblica mondiale, le denunce delle organizzazioni animaliste…” il dottore continua il suo racconto e io non riesco a spostare un attimo gli occhi da quelle scatole poggiate dinnanzi ai miei piedi. “Israele ha rinchiuso centinaia di civili in una scuola come in una scatola, decine di bambini, e poi l’ha schiacciata con tutto il peso delle sue bombe. E quale sono state le reazioni nel mondo? Quasi nulla. Tanto valeva nascere animali, piuttosto che palestinesi, saremmo stati più tutelati.”
A questo punto il dottore si china verso una scatola, e me la scoperchia dinnanzi. Dentro ci sono contenuti gli arti mutilati, braccia e gambe, dal ginocchio in giù o interi femori, amputati ai feriti provenienti dalla scuola delle Nazioni Unite Al Fakhura di Jabalia, più di cinquanta finora le vittime. Fingo una telefonata urgente, mi congedo da Jamal, in realtà mi dirigo verso i servizi igienici, mi piego in due e vomito

ComeDonChisciotte – LA SQUADRA OMICIDI

Articolo lungo che documenta gli omicidi a sangue freddo di civili commessi da numerosi militari americanio in Afghanistan e coperti dall’esercito.

Basta guerra, pace, pace, pace

ComeDonChisciotte – LA SQUADRA OMICIDI.

ATTENZIONE: FOTO ESTREMAMENTE CRUDE

DI MARK BOAL
uruknet.org.uk

Come i soldati americani in Afghanistan abbiano ucciso civili innocenti e mutilato i loro cadaveri – e come i loro ufficiali non siano riusciti a fermarli. In più: uno sguardo esclusivo alle foto criminali di guerra censurate dal Pentagono

All’inizio dello scorso anno, dopo sei duri mesi di servizio in Afghanistan, un gruppo di soldati di fanteria americana ha preso una decisione fondamentale: è finalmente arrivato il momento di uccidere un Haji.

Tra gli uomini della Compagnia Bravo, l’idea di uccidere un civile afghano era stata oggetto di numerose conversazioni, durante le chiacchiere dell’ora di pranzo e delle bull sessions a tarda notte. Per settimane, avevano soppesato l’etica del rapimento “selvaggio” e discusso sulla possibilità di essere catturati. Alcuni di loro erano dibattuti sull’idea, altri furono entusiasti fin dall’inizio. Ma non molto tempo dopo il nuovo anno, quando l’inverno scendeva sulle pianure aride della provincia di Kandahar, decisero di smettere di parlare e iniziarono a premere il grilletto…

Antimafia Duemila – Golfo di Augusta sempre piu’ a rischio Chernobyl-Fukushima

Fonte: Antimafia Duemila – Golfo di Augusta sempre piu’ a rischio Chernobyl-Fukushima.

di Antonio Mazzeo – 14 aprile 2011
Gli abitanti del polo chimico e petrolifero di Augusta-Melilli-Priolo, in provincia di Siracusa, sanno di vivere in una delle aree più a rischio e inquinate d’Italia.

Lo chiamano giustamente il “golfo della morte”. Alle spalle, le grotte e le cave naturali dei monti Climiti, per decenni depositi delle armi chimiche in dotazione alle forze armate italiane e statunitensi. Sulla costa, selve di ciminiere, raffinerie e oleodotti: hanno avvelenato le acque e i fondali con arsenico, mercurio, metalli pesanti, diossine, idrocarburi e scorie cancerogene. Infine il porto, uno dei più grandi d’Italia, 6,8 km di pontili dove si movimentano annualmente oltre 31,5 milioni di tonnellate di prodotti petroliferi. Un’area del complesso è off limits: serve per gli attracchi delle unità della marina militare impegnate nei pattugliamenti del Canale di Sicilia e per rifornire di carburante e munizioni la VI Flotta USA e le navi da guerra degli alleati NATO. Con la guerra alla Libia il via vai militare si è fatto ancora più intenso ed è sempre meno raro osservare nel golfo le minacciose sagome dei sottomarini nucleari delle classi “Ohio” e “Los Angeles” della US Navy, quelli che hanno sferrato gli attacchi con centinaia di missili da crociera “Tomahawk” all’uranio impoverito. Presenze dall’insostenibile impatto ambientale che mettono ancora più a rischio la sicurezza e la salute della popolazione, ignara – stavolta – di convivere a fianco di reattori simili a quelli della famigerata centrale di Chernobyl.
L’intensificarsi nella rada di Augusta dei transiti e delle soste dei sottomarini USA è stato denunciato dalla Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella e Legambiente Sicilia. Con un’interrogazione al Presidente della Provinciali Siracusa, il consigliere Alessandro Acquaviva (Gruppo Misto – SEL), ha chiesto invece di sapere “se sono state attuate dagli organi competenti tutte le procedure finalizzate a garantire alla popolazione la conoscenza sui rischi radiologici presenti e sulle eventuali misure di emergenza da adottare in caso di incidente nucleare. “L’art. 130 del decreto legislativo 230/95 – aggiunge Acquaviva – prevede che le popolazioni che risiedono in prossimità degli impianti siano regolarmente aggiornate sulle misure di protezione sanitaria applicate, sulla natura e le caratteristiche della radioattività e suoi effetti sulle persone e sull’ambiente, sul comportamento da adottare in caso d’incidenti e sulle autorità responsabili degli interventi di protezione e soccorso. Le informazioni su quanto accade nel siracusano sono invece inesistenti”. Dove si è invece avuto accesso ai piani di emergenza di altri porti nucleari (La Spezia, Taranto, Gaeta e La Maddalena), la loro valutazione ha dato esiti assai poso rassicuranti. E i punti di attracco e di fonda delle imbarcazioni nucleari sono posti a distanze minime da aree densamente abitate.
I reattori utilizzati per la propulsione di mezzi militari navali pongono serissimi problemi di sicurezza. “I sottomarini nucleari sono inevitabilmente sistemi accident prone, ovvero possono subire vari tipi di incidenti, anche molto gravi, con frequenza notevolmente maggiore rispetto ai sistemi nucleari civili”, segnala uno studio pubblicato nel novembre 2004 dal Politecnico di Torino, a firma di Massimo Zucchetti (docente di Impianti nucleari), Francesco Iannuzzelli (Peacelink) e Vito Francesco Polcaro (CNR). “In campo civile esistono numerosi sistemi di sicurezza e di emergenza che sono obbligatoriamente presenti nel reattore nucleare, senza i quali l’impianto non ottiene il permesso di funzionamento da parte delle autorità preposte. Su un sottomarino, la presenza di questi sistemi è assai più contenuta, per ragioni di spazio, di peso e di funzionalità. Inoltre, essendo vascelli militari, i sottomarini nucleari sono soggetti all’approvazione e alla responsabilità esclusivamente delle autorità militari, notoriamente e costituzionalmente poco sensibili al problema dell’impatto ambientale dei loro armamenti e della salute di coloro che li adoperano. Di conseguenza ci ritroviamo col paradosso che reattori nucleari che non otterrebbero la licenza di esercizio in nessuno dei paesi che utilizzano l’energia atomica, circolano invece liberamente nei mari”.
“I sottomarini sono progettati in genere per resistere alla pressione del mare non oltre i 500 metri di profondità”, aggiungono i tre ricercatori. “Se quindi uno di essi affonda e finisce a profondità maggiori, il vascello si danneggia irrimediabilmente e non si può fare affidamento sul contenimento di eventuali sostanze inquinanti a bordo. Siamo cioè di fronte ad una bomba ecologica aperta e soggetta ad interazione con le acque, incapace di impedire la dispersione nell’ambiente delle sostanze radioattive”. I sommergibili affrontano inoltre condizioni operative, anche in tempo di pace (esercitazioni, pattugliamento, etc.), che “possono comportare altri incidenti come l’esplosione di siluri, collisioni, urti col fondale, dalle conseguenze pericolose per l’impianto nucleare a bordo”. La statistica sul numero e la gravità di incidenti avvenuti in passato a questo tipo di reattori è amplissima, con dispersioni in mare di grandi quantità di radioattività e molte vittime. In quaranta anni, si sono verificate un centinaio di emergenze nucleari o radiologiche. “Ricerche in corso dimostrano la correlazione fra la presenza di sommergibili a propulsione nucleare e la concentrazione di elementi radioattivi alfa-emettitori in matrici biologiche marine”, segnala lo studio del Politecnico di Torino.
“Le caratteristiche dei reattori civili e militari sono analoghe, ma su un mezzo navale non possono essere imbarcate pesanti schermature di cemento e calcestruzzo, né potrà essere sempre garantita nelle vicinanze un’adeguata assistenza in caso di incidente”, segnala il fisico Giuseppe Longo dell’Università di Bologna. Dal punto di vista della tipologia degli incidenti e della quantità di radioattività diffusa, nel caso di navi e sottomarini, oltre alla veicolazione degli inquinanti nell’atmosfera si ha una diffusione anche attraverso l’acqua, con effetti sull’ecosistema marino. Tutt’altro che remota la possibilità di un surriscaldamento del nocciolo del reattore per il mancato funzionamento del circuito di raffreddamento e finanche la fusione parziale o totale del nocciolo, un incidente dalle conseguenze catastrofiche. “La fusione del nocciolo è un evento ipotizzato dai piani di emergenza di Taranto e La Spezia”, rileva il fisico Antonino Drago dell’Università di Napoli. “Ciò provocherebbe un possibile cataclisma tipo maremoto, dovuto allo sfondamento dello scafo da parte del nocciolo che fonde o evapora a milioni di gradi fondendo anche tutto ciò che incontra; si leverebbe una nube radioattiva che spazzerebbe larghe zone seminando morte, provocando un inquinamento del mare in proporzioni inimmaginabili, e in definitiva, attraverso le piogge, dell’acqua potabile e dei prodotti agricoli”.
Un caso di avaria all’impianto di raffreddamento, con conseguente perdita di refrigerante (LOCA = Loss of Cooling Accident) è avvenuto il 12 maggio 2000 al sottomarino d’attacco britannico HMS Tireless, mentre transitava al largo della Sicilia. Dopo aver ha spento il reattore, il comandante chiese di potere fare ingresso in un porto italiano, ma il permesso gli fu negato dalle autorità competenti per motivi di sicurezza. Alla fine il sottomarino si diresse nel porto di Gibilterra; l’entità dei danni subiti dal reattore costrinse l’unità all’ormeggio per diversi anni, generando le proteste della popolazione e una querelle diplomatica fra Gran Bretagna e Spagna.
Una tragedia ancora più grave avvenne venticinque anni prima nelle acque del Mar Ionio meridionale. La notte del 22 novembre 1975, la portaerei USS John F. Kennedy entrò in collisione con l’incrociatore USS Belknap, armato di missili nucleari “Terrier”. A bordo di questa unità scoppiò un incendio che giunse a pochi metri dalle testate (fu lanciato uno dei più alti livelli di allarme nucleare, il cosiddetto broken arrow – freccia spezzata). Le fiamme causarono la morte di 7 uomini dell’equipaggio. “Se le fiamme avessero raggiunto le testate atomiche, sarebbero esplose con effetti facilmente immaginabili, provocando la contaminazione radioattiva di un’area enorme, in teoria gran parte dell’Italia meridionale”, ha commentato l’esperto di Greenpeace International William Arkin, in forza all’esercito USA dal 1974 al 1978. L’incrociatore Belknap, parzialmente distrutto, fu rimorchiato nel porto di Augusta da un’altra unità navale USA. Nella città siciliana approdò il successivo 26 novembre pure la portaerei John F. Kennedy, anch’essa dotata di armi nucleari. Mentre il Belknap restò in rada per diversi giorni, la portaerei lasciò Augusta il 28 novembre per dirigersi a Napoli, dove fu sottoposta ad alcuni lavori di riparazione.
Su quanto accadde realmente quella maledetta notte del 1975 nelle acque ad est della Sicilia esistono scarne informazioni. Un rapporto del giugno 1976 del Comando del Carrier Airborne Early Warning Squadron 125 dell’US Navy ricorda che il 14 novembre 1975 “era stata avviata un’esercitazione di guerra anti-aerea (Anti-Air Warfare Exercise) per valutare ulteriormente le capacità di intercettazione a largo raggio dei velivoli E-2C ed F-14”. “Alle ore 22 del 22 novembre, la Kennedy e il Belknap si urtarono in mare durante le operazioni aeree notturne”, prosegue il rapporto. “Gli E-2C dello Squadrone 125 presero immediatamente il controllo della pista di volo della portaerei e misero rapidamente in salvo tutti gli aeroplani in una struttura diversa, la facility aeronavale di Sigonella, in Italia. A bordo della Kennedy suonarono i sistemi d’allarme e la nave fu impegnata nel combattere le fiamme che si svilupparono. Gli appelli eseguiti per tutta la notte permisero di localizzare tutto il personale dello squadrone, e parecchi degli uomini s’impegnarono attivamente nelle operazioni di spegnimento dell’incendio e di salvataggio”.
Ancora più drammatico il racconto di Tom Pruitt, uno dei militari imbarcati nella fregata USS Bordelon, giunta in soccorso delle unità in collisione. “La task force navale era posta sotto il commando dell’ammiraglio Dixon che seguì ogni fase di quella notte, dando personalmente gli ordini di assistenza al Belknap. Metà dell’incrociatore era investito dalle fiamme e successivamente ho appreso dagli uomini a bordo, che quelli che stavano a prua non sapevano se lo scafo si fosse squarciato a metà. Così come non lo sapevano quelli che stavano a poppa. Inizialmente l’ammiraglio Dixon ordinò alla fregata USS Claude Ricketts di posizionarsi a fianco del Belknap controvento, per spegnere l’incendio. Dopo alcune ore, egli si rese conto che non era questo il lavoro che andava fatto. Fu allora ordinato alla Bordelon di affiancare il Belknap sottovento alle fiamme e al fumo, in modo da poter dirigere il getto d’acqua nell’area dove nessuno poteva accedere in altro modo. Il nostro skipper, George Pierce, tenne la Bordelon a meno di 15 piedi dalla fiancata della Belknap – in mare aperto – fino a quando le fiamme non furono messe sotto controllo. Successivamente la Bordelon rimorchiò il Belknap sino alla baia di Augusta, in Sicilia, e aiutò l’equipaggio dell’incrociatore nelle attività di riparazione che durarono tre giorni”.
La foto di un ufficiale dell’US Navy immortalò l’incrociatore in rada ad Augusta il 23 novembre 1975. Anche se il ponte appare in parte intatto, la struttura d’alluminio dello scafo sembra essersi fusa del tutto.

ComeDonChisciotte – IL VERO POTERE: CHI E’ CON TUTTI I NOMI

ComeDonChisciotte – IL VERO POTERE: CHI E’ CON TUTTI I NOMI.

DI PAOLO BARNARD
paolobarnard.info

Aggiornamento. Il Più Grande Crimine 14 – Prima Parte e Seconda Parte

Mai dovrà accadere che chiunque di voi divulghi la realtà del Vero Potere (tratta da Il Più Grande Crimine) rimanga a corto di parole alla domanda: “Sì, ma esattamente chi sono questi del Vero Potere?”. Sarebbe fatale, verreste allineati all’istante con i complottisti, gli impreparati. Marco Travaglio ha di recente scritto che chi gravita attorno ai temi del Vero Potere sono “gli idioti della rete” (per continuare indisturbato l’opera al servizio di chi gli permette di essere in televisione, quel luogo dove “tutti quelli che ci stanno hanno il guinzaglio… anche quelli bravi” – lo disse Trav. stesso a Faenza il 5/7/06, prima di essere in Tv, naturalmente). Dobbiamo invece essere, per dirla alla Lewis Powell, “superbamente competenti”, almeno il più possibile. Mi sono reso conto che in oltre dieci anni di inchieste e di serate sul Vero Potere ho snocciolato tutti i nomi e cognomi dei golpisti che ci hanno sottratto la democrazia e la vita, sparsi però in decine di scritti e racconti. Voi siete in difficoltà a metterli assieme in modo coerente, e così in effetti non potete divulgare bene. Allora bando alle ciance, eccovi lo schema completo da cima a fondo con tutti i nomi. Lo terrete in tasca, e alla domanda “Sì, ma esattamente chi sono questi del Vero Potere?”, lo estrarrete ammutolendo i diffidenti, gli scettici, i falsari. Forza, in cima come sempre le idee.

Le idee del Vero Potere

(e chi le ha pensate)

Quattro capisaldi storici.

Fra la fine del ‘700 e inizio ‘800 l’economista inglese David Ricardo disse: PER CREARE RICCHEZZA, BISOGNA PRIMA RISPARMIARE, E SOLO DOPO SPENDERE

Fra il 1870 e il 1873 gli economisti Neoclassici Leon Walràs, Carl Menger e W. Stanley Jevons dissero: IL MERCATO GENERA PERFETTO EQUILIBRIO DEI PREZZI

Nel 1890 l’economista John B. Clark dichiarò che: I LAVORATORI GUADAGNANO IN PROPORZIONE ALLA LORO PRODUTTIVITA’

All’inizio del ‘900 l’economista A. Cecil Pigou teorizza che: PER OTTENERE LA PIENA OCCUPAZIONE SI DEVONO ABBASSARE GLI STIPENDI

I capisaldi storici oggi: l’attacco agli Stati che spendono sovrani, ai parlamenti, alla democrazia.

Questi quattro concetti, partoriti oltre un secolo fa dal contesto storico, furono ripresi in tempi moderni con tragiche conseguenze.

PER CREARE RICCHEZZA, BISOGNA PRIMA RISPARMIARE, E SOLO DOPO SPENDERE. E’ il teorema da cui nasce il ‘fantasma’ del debito degli Stati a moneta sovrana di cui parlo ne Il Più Grande Crimine, che è sfociato in una vera e propria isteria da deficit di bilancio che di fatto ha paralizzato per decenni quegli Stati impedendogli di fare l’unica cosa che dovevano fare: spendere la propria moneta a deficit per creare piena occupazione e pieno Stato Sociale per i cittadini (i dettagli ne Il Più Grande Crimine). Infatti ancora oggi il dogma dominante è che uno Stato probo PRIMA RISPARMIA, cioè taglia le spese e pareggia i bilanci, poi e solo poi spende. Eccovi scodellato l’assalto odierno alla pubblica spesa, coi tagli a tutto ciò che protegge i cittadini e agli stipendi pubblici, che di conseguenza si trascinano dietro anche quelli privati. In Italia si è distinto in ciò il centrosinistra, con “i tagli selvaggi ai bilanci pubblici del 1996-2000 e 2006-2008” (Joseph Halevi). I principali ideologi odierni dell’isteria da deficit sono Robert Lucas, Tom Sargent, Neil Wallace (scuola New Classical), Jude Wanniski, George Gilder (scuola Supply Siders), Greg Mankiw (New Keynesian conservatore).

IL MERCATO GENERA PERFETTO EQUILIBRIO DEI PREZZI. E’ l’idea secondo cui lo Stato deve starsene da parte e non interferire nel Mercato. Essa ha ispirato tutta la scuola Neoliberista dagli anni ’70 in poi, quella che ha colonizzato i governi, le università, le amministrazioni pubbliche e private, e i ministeri con i loro uomini formati a queste idee. Di fatto sono i padroni dell’economia oggi, quelli contrari a qualsiasi regolamentazione pubblica del lavoro, della previdenza, delle banche, del commercio. E se lo Stato deve starsene da parte, di nuovo esso NON DEVE SPENDERE a deficit per i cittadini. Gli ideologi odierni principali sono stati gli economisti Gerard Debreu, Kenneth Arrow, Frank Hahn (i Neoclassici), ma anche Milton Friedman, Carl Brunner, Alan Greenspan (i Monetaristi) e gli esponenti della scuola austriaca come Friedrich Hayek e Ludwig von Mises.

Nell’attacco gli Stati e alla democrazia, si aggiungono altre idee, che hanno origine nella modernità.

CI DOVRA’ ESSERE UNA UNIONE EUROPEA RETTA DA ORGANI NON ELETTI CON POTERI PIU’ FORTI DI QUELLI DEGLI STATI MEMBRI, E CON UNA MONETA UNICA. Il primo germe di queste idee fu di due politici francesi, Jean Monnet e Robert Schuman, e di un economista francese, Francois Perroux, negli anni ’30. Lo scopo era quello di riportare al potere in Europa le elite finanziarie attraverso un governo sovranazionale di tecnici (oggi la Commiss. UE), di accantonare la “massa ignorante” dei cittadini, e i governi stessi. Infine di sottrarre agli Stati la loro moneta sovrana e imporre una moneta unica che nessuno Stato possiede (oggi l’euro), così da privare quegli Stati della sovranità economica nientemeno. Altiero Spinelli, in Italia, è un entusiasta europeista fin dagli anni ’40, anche se non è chiaro quanto condividesse i piani dei francesi. L’Unione moderna nasce dal 1993 in poi (trattato di Maastricht e nel 2007 quello di Lisbona), ed è infatti retta dalla Commissione Europea di burocrati non eletti, che emana leggi sovranazionali, appoggiate dalle sentenze della Corte Europea di Giustizia che ha potere anche sulle nostre Costituzioni. Il Parlamento Europeo, che è eletto, non può ne fare né proporre le leggi. I governi membri devono oggi sottoporre i loro bilanci prima alla Commissione e solo dopo ai parlamenti nazionali. L’Unione ci impone regole di spesa domestica che sono micidiali e stanno distruggendo gli Stati stessi. L’euro non è di nessuno Stato e viene emesso dalle banche centrali dell’Eurozona direttamente nel mercato dei capitali privati, da cui ogni governo deve andare in prestito. Chi in tempi moderni ha voluto questo, sono stati in particolare, e con vari gradi di responsabilità, per la Francia, Jaques Attali, Jaques Delors, Francois Mitterrand, Valery Giscard D’Estaing, Jean Claude Trichet; per l’Italia i principali sono stati Giuliano Amato, Romano Prodi, Mario Draghi, Carlo A. Ciampi, Guido Carli, Carlo Scognamiglio, Giacomo Vaciago, Mario Monti, Tommaso Padoa-Schioppa, Marco Buti, e poi l’intera classe politica con persino l’IDV; per la Germania Helmut Schmidt, Otmar Issing (oggi Goldman Sachs), Theo Weigel, Helmut Kohl; per l’Olanda Wim Duisenberg (ex BCE, Bilder.); per il Lussemburgo Jean Claude Juncker (ex Banca Mondiale).

I CITTADINI PARTECIPATIVI VANNO DISATTIVATI. L’ultimo tassello per sottomettere gli Stati e le democrazie alle elite finanziarie, industriali e globaliste, erano i cittadini partecipativi cresciuti nello spirito delle rivoluzioni democratiche del XIX e XX secolo. Andavano messi da parte, resi apatici e incapaci di agire nella cosa pubblica. Due pensatori americani, Walter Lippman e Edward Berneys, diedero l’avvio alla manipolazione del consenso già negli anni ’30, secondo la convinzione che i cittadini sono degli “outsider rompicoglioni”; seguirono i profeti dell’Esistenza Commerciale e della Cultura della Visibilità massmediatica, con i nomi di spicco di Lewis Power (il Memorandum, 1971) e Samuel Huntington, Michel Crozier e Joji Watanuki (La Crisi della Democrazia, 1975). Risultato: le masse occidentali odierne del tutto paralizzate e manipolabili.

IMPEDIRE A OGNI COSTO AGLI STATI DI USARE LA PROPRIA MONETA SOVRANA E FIAT PER CREARE PIENO BENESSERE SOCIALE. Nel 1971 il presidente Nixon con una decisione unilaterale riportò in vita il denaro Fiat (dal latino), cioè il denaro sganciato da ogni limite di creazione (sganciato dall’oro e da altre monete) e che lo Stato s’inventa dal nulla. Come spiegato ne Il Più Grande Crimine, con questo tipo di denaro gli Stati potevano spendere a deficit senza quasi limiti per creare piena occupazione, pieno Stato Sociale e piene infrastrutture. Cioè: la piena ricchezza sociale pubblica. Ciò avrebbe però decretato la fine storica di ogni velleità del Vero Potere di dominare i destini economici degli Stati, che con l’arma della moneta Fiat e della legittimazione democratica popolare sarebbero divenuti incontrastabili. I sopraccitati fantasmi del debito, del deficit e dell’inflazione furono creati ad hoc per paralizzare gli Stati in questa loro funzione, e precisamente per paralizzare gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, ma anche tutt’Europa nel ventennio che occorreva per annientarla con la UE e l’euro . L’opera di colonizzazione dei cervelli in posizione dirigenziale con quei fantasmi (cioè di economisti, docenti, tecnici di ministero, grandi tecnocrati, giornalisti e infine politici) fu attuata da una rete di Fondazioni presso cui quasi tutti i cervelli sopraccitati sono passati nella loro formazione o come membri. Le principali sono: negli USA, American Enterprise Institute, Cato Inst., Heritage Foundation, Olin Found., Volker Found., Atlas Found., Coors Found., Rochefeller Found., Acton Institute, Washington Policy Center, Manhattan Institute for Policy Research; in Gran Bretagna, Adam Smith Institute, Institute of Economic Affairs, Stockholm Network, Bruges Group, International Policy Network; in Francia, Association pour la Liberté Economique, Eurolibnetwork, Institut de Formation Politique; in Italia, CUOA, Adam Smith Society, Istituto Bruno Leoni, Acton Italia, Arel, CMSS, Nomisma, Prometeia; in Germania: Institut fuer Wirtschaftsforschung Halle, Institut fuer Weltwirtschaft, Institut der Deutschen Wirtschaft Köln. E praticamente in tutto il mondo la Mont Pelerin Society.

I POLITICI VANNO DI FRETTA E DEVONO ESSERE ISTRUITI IN BREVE (E OLIATI). Letteralmente questa fu l’idea del fondatore americano della Heritage Foundation, Ed Feulner, che comprese come si potevano condizionare le scelte dei politici fornendogli dei riassunti ad hoc sui temi da dibattere, comodi, semplici, brevi, e naturalmente ‘oliandone’ le campagne elettorali. Nacque l’industria delle Lobby e dei lobbisti. Finanziati con montagne di denaro, essi hanno accesso ai politici tutto l’anno, e sono oggi i veri decisori ai livelli più alti. A Washington stazionano dai 16 ai 40 mila lobbisti all’anno, budget 3 o 4 miliardi di dollari all’anno; a Bruxelles ve ne sono dai 15 ai 20 mila con un budget di 1 miliardo di euro all’anno. A Roma sono circa mille, in crescita, budget 150 milioni di euro. Negli USA si tratta direttamente dei grandi nomi della finanza o dell’industria che finanziano le campagne elettorali dei candidati in cambio di legislazioni favorevoli, o che piazzano dentro il governo i propri uomini – il gov. Obama è inzuppato di uomini di Wall Street: Larry Summers (legami con Citigroup), Bob Rubin (ex Goldman Sachs), Tim Geithner (FED di New York), Henry Paulson (ex Goldman Sachs), William Daley (ex JPMorgan Chase ), Gene Sperling (ex Goldman Sachs), Paul Volcker (Rothschild, Rockefeller). Infatti negli Stati Uniti il conflitto d’interessi è il più ampio del mondo, cioè il conflitto d’interessi è la politica stessa. In Europa invece si sono organizzati in gruppi ad hoc, le cui principali sigle sono: Trans Atlantic Business Dialogue, European Services Leaders Group, International Chamber of Commerce, Investment Network, European Roundtable of Industrialists, Liberalization of Trade in Servicies, European Banking Federation, International Capital Market Association, European Employer Association, Business Europe, tutti al lavoro presso la Commissione Europea, che è il nostro vero governo. In Italia le principali sigle sono: la Reti (6 milioni di euro), Cattaneo Zanetto & co., VM Relazioni Istituzionali, Burson-Marsteller, Beretta-Di Lorenzo & partners, Open Gate, FB Associati. Non si dimentichi poi che ogni grande azienda ha i propri uomini dediti al lobbismo, quindi alla fine una rete sterminata al lavoro.

Tolta la sovranità legislativa, politica e monetaria allo Stato, annullati i cittadini partecipativi: morta la democrazia.

I capisaldi storici oggi: l’attacco al lavoro.

I LAVORATORI GUADAGNANO IN PROPORZIONE ALLA LORO PRODUTTIVITA’. Oggi più che mai le macroscopiche ingiustizie e gli immensi disastri del capitalismo globalizzato devono ricadere sui lavoratori, cui viene chiesto di lavorare sempre di più con ogni forma di creativi accordi sindacali solo per garantire alle aziende margini sufficienti a rimanere sul mercato, quando non di giocarsi i profitti in scommesse finanziarie. Di fatto e conti alla mano, significa farli lavorare come limoni da spremere a stipendi fermi se non deprezzati (come i tedeschi). Gli stessi sforzi di probità lavorativa non vengono però chiesti ai manager, che sono liberi di rovinare le aziende con scelte di investimenti speculativi folli, al posto di investimenti in tecnologia e innovazione (che in Francia e Germania sono stati invece pagati dallo Stato); né alle banche che sono state lasciate libere di giocare con la finanza fino al collasso economico mondiale del 2007, che ovviamente è ricaduto sui lavoratori. Gli ideologi odierni della super produttività dei lavoratori a stipendi stagnanti sono i seguaci del Neomercantilismo (vedi sotto) e fra gli economisti John B. Clark, Dennis H. Robertson, e i loro seguaci nel Neoliberismo economico.

PER OTTENERE LA PIENA OCCUPAZIONE SI DEVONO ABBASSARE GLI STIPENDI. Pur essendo nato da convinzioni a volte genuine, questo mantra è oggi sfruttato per ben altri fini da Confindustria e da tutta la destra economica mondiale. Esso fu riconosciuto come fasullo persino da Henry Ford già negli USA degli anni ’30-‘40. Si tratta del concetto chiave in malafede del Neomercantilismo delle grandi industrie dell’export (in particolare quelle franco-tedesche), cioè: deprimere i salari – illudendo i lavoratori che così si creerà occupazione, per esportare a prezzi concorrenziali pur creando povertà domestica. La maggior povertà deriva dal fatto che abbassare i redditi significa anche tagliare il potere di spesa dei cittadini, che ovviamente acquisteranno meno beni e servizi, e questo a sua volta taglia i profitti delle piccole medie aziende che li offrono. Le p/m aziende sanno di non vedere e ovviamente non assumeranno in quelle condizioni, e non solo, neppure investiranno, e anche questo limita l’offerta di posti di lavoro. Infine esse licenzieranno e precarizzeranno, il che completa il girone infernale di una crescente disoccupazione. Ma è proprio la massa disoccupata che fa il gioco dei Neomercantili, che così possono ricattare i lavoratori in competizione fra loro assumendoli per paghe da fame. Si tratta del ‘vangelo’ di tutti gli economisti Neoclassici, come Gerard Debreu, Kenneth Arrow, Frank Hahn, ma anche della scuola austriaca di Von Mises e Hayek, dei New Keynesians conservatori come Greg Mankiw e dei Neoliberisti in generale.

Nell’attacco al lavoro, si aggiungono altre idee, che hanno origine nella modernità.

LA SUPREMAZIA FUTURA SARA’ DEGLI STATI CHE ACCUMULERANNO PROFITTI INFLIGGENDO POVERTA’ NEL LAVORO. Fu descritta dall’economista francese Francois Perroux nel 1933 e diventerà la legge suprema del Neomercantilismo franco-tedesco cui ho accennato sopra. Oggi è in piena voga in Europa. In passato l’unica arma degli Stati europei per difendersi dal Neomercantilismo franco-tedesco fu il potere di svalutare la propria moneta sovrana (lire, peseta, dracme ecc.) per vendere i propri prodotti a prezzi competitivi rispetto a Francia e Germania. Per impedirgli ciò, la Germania impose nel 1979 il Sistema Monetario Europeo, e dopo il suo crollo, il sistema euro moneta unica. Oggi gli Stati dell’Eurozona, non potendo più svalutare le monete sovrane (non le abbiamo più), sono costretti per competere a svalutare il costo del lavoro, cioè calo dei redditi.

ABBASSARE LA DISOCCUPAZIONE CREA INFLAZIONE. Fu partorita dal monetarista Milton Friedman, della scuola di Chicago negli anni ‘60 e ‘70. Egli sostenne che esiste un tasso ‘naturale’ di disoccupazione che non va assolutamente alterato con interventi governativi, perché se lo di fa si innesca una spirale di inflazione fuori controllo, e questa distrugge l’economia. Tali idee furono usate come trucco ideologico per mantenere la disoccupazione esistente, cioè in essere, e poterla usare come strumento di politica per ricattare il mondo del lavoro, mentre la si poteva eliminare del tutto (si legga LA PIENA OCCUPAZIONE ERA POSSIBILE, Il Più Grande Crimine).

I PROFITTI FAVOLOSI SONO NEL MERCATO FINANZIARIO, NON NELLA PRODUZIONE DI COSE CONCRETE. E’ l’idea che travolge il mondo produttivo negli anni ’80, quando si fa strada la realizzazione che il denaro può rendere assai di più se sottratto agli investimenti tradizionali (beni materiali, produzione) e investito in speculazioni finanziarie (borsa, valute, derivati…). Nel gioco dei numeri che moltiplicano altri numeri si buttano sia i cittadini (fondi pensione, polizze vita, risparmi…) che le aziende, che deviano verso le scommesse finanziarie sempre più capitali, a scapito di investimenti e innovazione. Nascono i fenomeni del Pension Fund Capitalism e Money Manager Capitalism. La stessa realizzazione si accende fra le banche, che calano vistosamente nel loro tradizionale modo di far profitti (i prestiti) e si buttano anche loro a far diavolerie in finanza speculativa. Risultato: si creano così delle immense bolle speculative che poi regolarmente esplodono, trascinandosi con sé le banche, i risparmiatori e le aziende. Risultato del risultato: le banche vanno in rosso e smettono di prestare quel poco che prestavano, le aziende perdono i prestiti e anche i denari scommessi nelle bolle, e alla fine tutto ricade sui lavoratori, con la solita litania dei licenziamenti, precarizzazione ecc. Il padrino di questo disastro fu senza dubbio Alan Greenspan, quando da governatore della Federal Reserve (banca centrale americana) diede il via a politiche monetarie che rendevano disponibili quantità immense di denaro a tassi favorevoli agli speculatori: il notorio fenomeno del Greenspan put. A far profitti furono e sono ovviamente le grandi assicurazioni – le top sono AIG, ING, Allianz, Generali, China Life, AXA Group, Zurich, Munich Re, Prudential, Sun Life; i fondi pensione privati – i top sono General Motors Fund, General Electric, BT Group, AT&T, Verizon, Barclays Bank, Lloyds TSB, Citigroup; gli equity funds – i top sono The Carlyle Group, Goldman Sachs Principle, TPG, Apollo Global, Bain Capital, Balckstone Group, 3i Group, Advent, Providence Equity; le banche d’investimento, fra cui svettano Goldman Sachs, JPMorgan Chase, Morgan Stanley, Bank of America, Barclays Capital, Credit Suisse, Deutsche Bank, UBS, HSBC, BNP Paribas, ING Groep, Banco Bilbao, Rabobank, Banco Santander, Nomura, Wells Fargo, Societé General, Lloyds TSB. In Italia le top sono Unicredito Italiano, Intesa Sanpaolo, Monte Paschi Siena Finance, Market Capital Italia, Mediobanca, Eidos Capital; e infine un esercito di singoli investitori troppo immenso per essere nominati qui.

PRIVATIZZARE PER RIPIANARE IL DEBITO PUBBLICO E PER APRIRE ALLA CONCORRENZA A FAVORE DEI CITTADINI. Un altro mantra ossessivo del Neoliberismo economico, spinto dalle Fondazioni col solito meccanismo della colonizzazione dei cervelli dirigenziali. Le privatizzazioni e liberalizzazioni sono partite con impeto dai primi anni ’80 in USA e GB (Reagan e Thatcher), e negli anni ’90 in Italia (gov. tecnici e centrosinistra al top), imposte dai sopraccitati fantasmi del debito pubblico e del deficit. Oltre a non aver affatto alleggerito il debito pubblico, esse hanno permesso svendite di beni edificati con decenni di lavoro pubblico a speculatori privati con favoritismi scandalosi (prezzi stracciati e lo Stato che ristrutturava le aziende a sue spese prima di darle ai privati). Inoltre hanno di fatto portato alla creazione di monopoli (detti cartelli) in finta concorrenza dove i giganti finanziari hanno acquisito il dominio del mercato mangiandosi i concorrenti piccoli, e oggi ne dettano i prezzi (alti). Infatti il Price Cap prevede piena soddisfazione degli investimenti con le tariffe delle bollette, perciò più aumentano gli investimenti più van su le tariffe; inoltre, sui costi delle privatizzazioni, e quindi nella bolletta, pesano anche le enormi commissioni che le banche di intermediazione pretendono all’atto delle privatizzazioni. Infine, nel campo della privatizzazione dei servizi essenziali (acqua, gas, sanità, anagrafi, trasporti, autostrade ecc.), il cittadino diviene prigioniero dei privati, poiché non può scegliere di non acquistare quei servizi (non può non bere, non cucinare, non curarsi ecc.) e li dovrà pagare a ogni costo, anche a tariffe alte, garantendo ai privati i profitti (Captive Demand). Nel mondo del lavoro le privatizzazioni hanno portato a licenziamenti e precarizzazione in massa, fino al notorio fenomeno dello slimming down, dove le nuove aziende quotate in borsa acquistano di valore se licenziano, e i manager son premiati con bonus milionari.

I grandi privatizzatori italiani sono stati: Romano Prodi, Carlo Scognamiglio, Mario Draghi, Giuliano Amato, Franco Bassanini, Vincenzo Visco, Massimo D’Alema, Beniamino Andeatta, Carlo A. Ciampi, Guido Carli, Lamberto Dini, Tommaso Padoa-Schioppa, Enrico Letta, Mario Monti.

E naturalmente, LO STATO NON DEVE SPENDERE A DEFICIT PER IMPIEGARE I DISOCCUPATI, I LICENZIATI, I PRECARI. Di cui ho già detto sopra.

– FINE PARTE PRIMA –

Paolo Barnard
Fonte: http://www.paolobarnard.info
Link: http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=217
12.04.2011

GLI ALFIERI POLITICI DI QUELLE IDEE (SECONDA PARTE)

I nomi principali in ordine di responsabilità: USA, Bill Clinton, Barak Obama, Ronald Reagan, George Bush Senior. In Gran Bretagna, David Cameron, Margaret Thatcher, Tony Blair, John Major, Gordon Brown. In Germania, Angela Merkel, Helmut Kohl, Gerhard Schroder. In Francia, Francois Mitterrand, Valery Giscard D’Estaing, Nicolas Sarkozy, Jaques Chirac. In Italia, Giuliano Amato, Mario Draghi, Romano Prodi, Mario Monti, Tommaso Padoa-Schioppa, Massimo D’Alema, Enrico Letta, Massimo Tononi, Carlo A. Ciampi, Carlo Scognamiglio, Angelo Maria Petroni, Vincenzo Visco, Beniamino Andreatta, Maria Stella Gelmini, Emma Bonino, Antonio Martino, Lamberto Dini, Franco Bassanini, Giorgio Napolitano, Luigi Bersani, Guido Carli.

Dove decidono.

Gli ordini da impartire alla politica e da far atterrare sui banchi dei parlamentari per mezzo dei lobbisti vengono decisi in riunioni di Club riservati di uomini e donne del Vero Potere. Non è la massoneria, che certamente si trova diffusa in quei Club ma non ne è la madre. Le riunioni possono anche essere informali e avvenire nelle Fondazioni e nelle Lobby di cui sopra, ma in pochi casi esse prendono forma di gruppi istituzionalizzati. I principali da ricordare sono: la Commissione Trilaterale, il Bilderberg Group, l’Aspen Institute, e il World Economic Forum. Raccolgono la ‘Globocrazia’ occidentale (citazione da The Economist), il cui potere non ha bisogno di spiegazioni, basta leggere chi sono. Anche qui i nomi sono infiniti. Ne cito solo alcuni da ricordare: Peter Sutherland (ex WTO, Goldman Sachs, UE, Bilderberg), David Rockefeller (Trilat., Bilder.), Paul Volcker (ex FED, Aspen, Trilat., Bilder.), Leon Brittan (ex Commissione UE, Trilat.), Henry Kissinger (Aspen, Trilat., Bilder., WEF), John Micklethwait (Dir. The Economist, Bilder.), Zbigniev Brzezinski(ex gov. USA, ex Trilat.), Henry Paulson (ex gov. USA, Bilder.), Edmond de Rothschild (Bilder.), Ben Bernanke (govern. FED, Bilder.), Bill Clinton (WEF), Etienne Davignon (Bilder.), John Negroponte (ex Diplomazia USA, Trilat.), Karel de Gucht (Commissione UE per il Commercio, Bilder.), Condoleezza Rice (ex gov. USA, Aspen, Trilat., Bilder.), Jean Claude Trichet (govern. BCE, Bilder.), Timothy Geithner (Min. Tesoro USA, ex Trilat., Bilder.), Larry Summers (ex gov. USA, Bilder.), Carl Bildt (Min. Est. Svezia, Trilat., Bilder.), Joaquin Alumnia (Commissione UE per la Concorrenza, Bilder.), George Soros (WEF), Carlos Ghosn (Renault, WEF), George Papaconstantinou (Min. Finanz. Grecia, Bilder.), Peter Brabeck Letmathe (Nestlè, WEF), José Zapatero (premier Spagna, Bilder.), Cynthia Carroll (Anglo American, WEF), Josef Ackermann (Deutsche Bank, Bilder.), Neelie Kroes (Commissione UE per il Digitale, Bilder.), Christine Lagarde (Min. Finanz. Francia, Bilder.), Bill Gates (Microsoft, Bilder.), Donald Graham (AD Washington Post, Bilder), Robert Zoellick (Pres. Banca Mondiale, Bilder.).

Le università che gravitano attorno al World Economic Forum sono niente meno che: Columbia, Johns Hopkins, London School of Economics, Georgetown, Harvard, Tokio Univ., ETH Zurigo, Oxford, Stanford, MIT, Yale, Cambridge, Chicago Univ. I leaders politici nel WEC… tutti.

Il drappello italiano non manca, fra cui: Piero Gnudi (ENEL, Aspen), Fulvio Conti (ENEL, Bilder.), Riccardo Perissich (IAI, Aspen), Gianfelice Rocca (Techint, Aspen, Trilat., Bilder.), Angelo Maria Petroni (Sole 24 Ore, Aspen), Mario Monti (Bocconi, ex Commissione UE, Aspen, Trilat., Bilder.), Roberto Poli (ENI, Aspen), Paolo Scaroni (ENI, Bilder.), Giacomo Vaciago (ex Citibank, Aspen), Carlo Secchi (Bocconi, ex UE, Trilat.), Mario Draghi (Banca d’It., Bilder.), Giulio Tremonti (Min. Tesoro, Aspen), Fedele Confalonieri e Franco Frattini (Aspen), Domenico Siniscalco (vice di Morgan Stanley, Bilder.), Ferdinando Salleo (Mediocredito, Trilat.), Lucia Annunziata (Aspen), John Elkann (Fiat, Aspen, Trilat., Bilder.), Tommaso Padoa-Schioppa (scomparso, ex FMI, ex Fiat, Bilder.), Emma Marcegaglia (Aspen), Pierfrancesco Guarguaglini (Finmeccanica, Trilat.), Enrico Letta (ex gov. Prodi, Aspen, Trilat.), Corrado Passera (Intesa, Aspen), Carlo Scognamiglio (ex gov D’Alema, Aspen), Marco Tronchetti Provera (Pirelli, Trilat.), Franco Bernabè (Telecom, Bilder.), Franco Venturini (Corriere, Trilat.), Paolo Mieli (Aspen), Romano Prodi (Aspen, Bilder.), Giuliano Amato (oggi Deutsche Bank, Aspen), Paolo Savona (Banca di Roma, Aspen).

Non ufficialmente, alcune fonti citano Francesco Giavazzi, Ferruccio De Bortoli, Rodolfo De Benedetti come membri del Bilderberg Group.

Chi incassa.

Il Più Grande Crimine ha storpiato intere esistenze e inflitto pene inenarrabili a milioni di noi cittadini, e inflitto direttamente la morte a centinaia di milioni di ‘negri’. I dettagli nel saggio. Ecco chi ci guadagna e chi di fatto finanzia The Machine.

Dal Neomercantilismo guadagnano tutte le grandi Corporations, che è inutile listare qui, ma sottolineo che si tratta esclusivamente di quelle che capitalizzano sull’export e che hanno oggi gli occhi puntati sui mercati di Cina, Brasile, India, Paesi emergenti dell’Opec, Stati Uniti. Il meccanismo è quello della deflazione degli stipendi ottenuta creando masse di disoccupati (in UE oggi 23 milioni) e sottoccupati. Ecco il meccanismo criminale creato a tavolino: coi fantasmi del debito e del deficit si paralizza la spesa dello Stato pro cittadini e si impongono i tagli al sociale e ai salari (in UE anche di più a causa del Patto di Stabilità che strangola gli Stati, che se sforano sono puniti e costretti a tagli selvaggi); i cittadini s’impoveriscono, le piccole medie aziende non vendono e licenziano/precarizzano e calano i loro salari; lo Stato deve usare gli ammortizzatori sociali e con la deflazione dei redditi incassa anche meno tasse, per cui aumenta il suo deficit, quindi ancora tagli e giù i salari, ancora giù le vendite e giù i salari di aziende, ancora disoccupati, e via daccapo, fino alla creazione di masse di disoccupati/sottoccupati che competono per uno stipendio, e a questo punto le industrie neomercantili li ricattano e li assumono per stipendi bassi/indecenti. Non solo, gli impongono la produttività esasperata che fa lavorare meno gente per produrre la stessa quantità di cose, per cui ancora meno posti di lavoro, e ancora più masse ricattabili.

Le grandi Corporations che ne beneficiano sono i mostri internazionali come Renault, Siemens, Boeing, Microsoft, Electrolux, Vodafone, General Electric, Procter & Gamble, Alcoa, Caterpillar, Volkswagen… Le italiane sono poche, fra cui Finmeccanica, Fiat, Benetton, Luxottica, Tod’s, A2A. Tuttavia non si dimentichi che le politiche di deflazione salariale delle Corporations neomercantili tedesche e francesi si riflettono immediatamente sui nostri salari industriali anche nelle aziende non direttamente neomercantili.

Dalla monopolizzazione della falsa concorrenza guadagnano in particolare i mostri dell’agribusiness come Cargill, ADM, Bunge, Potash Corp., Monsanto, Syngenta, Bayer, Dow, BASF, AGCO, John Deere, New Holland, coloro che hanno conquistato il monopolio di mercato nelle sementi, nei pesticidi, nei fertilizzanti, nelle attrezzature agricole. Essi però stanno sfruttando un altro immane capitolo del Vero Potere che ho trattato qui http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=214, che è quello della corsa agli alimenti.

Dalla distruzione degli Stati nella loro sovranità economica guadagnano: in primo luogo gli investitori che comprano a prezzi stracciati i beni pubblici privatizzati dallo Stato nella sua corsa disperata alla ricerca di entrate per ripianare i fantasmi del debito e del deficit (artificialmente indotti come spiegato più sopra). Essi passano spesso attraverso la mediazione delle banche d’investimento, o sono queste stesse che partecipano alle acquisizioni, in un intreccio incredibile di speculatori/banche che vede circolare sempre gli stessi soggetti in mille vesti diverse. I nomi dei maggiori fra questi colossi sono Goldman Sachs, JPMorgan Chase, Morgan Stanley, Bank of America, Barclays Capital, Credit Suisse, Deutsche Bank, UBS, HSBC, BNP Paribas, ING Groep, Banco Bilbao, Rabobank, Banco Santander, Nomura, Wells Fargo, Societé General, Lloyds TSB. In Italia svettano in cima Unicredito Italiano, Intesa Sanpaolo, Monte Paschi Siena Finance, Market Capital Italia, Mediobanca, Eidos Capital. Il salotto ‘buono’ del capitalismo italiano che ha investito in privatizzazioni vede i soliti nomi di Carlo De Benedetti, Luca C. di Montezemolo, la famiglia Benetton, Cesare Geronzi, Marco Tronchetti Provera, la famiglia Moratti, Roberto Colaninno, Corrado Passera, Leonardo Del Vecchio, Francesco Caltagirone, Antonio Angelucci fra i più noti, ma elencarli tutti è impossibile.

Oltre ai Neomercantili, dal sopraccitato girone infernale – dove gli Stati sono costretti sia dell’ideologia Neoliberista che dalla truffa dell’euro a imporre deflazione della ricchezza, che fa crollare gli stipendi che fanno crollare le aziende che licenziano, con di nuovo conseguenze catastrofiche nei conti pubblici che ancora trascinano gli Stati in basso al punto da rischiare il fallimento dei conti (il default) – guadagnano anche gli speculatori della finanza ad alto rischio. Essi si sono specializzati in scommesse con prodotti finanziari detti ‘derivati’ contro (l’insostenibile) euro, contro i nostri mercati al collasso, contro qualsiasi cosa contro cui si possa scommettere in economia. Si riuniscono in particolare negli Hedge Funds, capaci di portarsi a casa somme impronunciabili, come i dodicimilamilioni di dollari incassati dal Hedge Fund John Paulson speculando contro la crisi finanziaria che il suo partner Goldman Sachs aveva concorso a causare. Cioè: un mio amico ti spacca il vetro di notte, poi la mattina io incasso dalla scommessa che avevo fatto che ti si sarebbe rotto. Letteralmente. Ma qui c’è un twist della storia che è grottesco: perché le scommesse degli Hedge Funds contro l’Eurozona concorrono ad allarmare le agenzie di rating, come Moody’s o Fitch, che sono quelle che poi danno i voti o le bocciature alla credibilità degli Stati. Allora ecco che gli Hedge Funds scommettono contro la Grecia dell’euro, Moody’s da ciò desume che essa è instabile visto che gli squali le sono contro, e prontamente la declassa nella sua pagella. Ma la bocciatura rende ancor più difficile per la Grecia trovare investimenti, e questo la sospinge sempre più sull’orlo del burrone. Gli Hedge Funds avevano scommesso sulla bocciatura e sul burrone, e incassano cifre folli. Peggio dei pescecani, molto peggio perché tutto questo accade su sofferenze sociali immani. I nomi principali sono: JP Morgan, Bridgewater, John Paulson, Soros Fund, Man Group, BlackRock, Goldman Sachs Asset Management, Blue Crest, Magnetar, Tricadia. In Italia i principali sono: Generali I.A., Azimut Capital Management, Euroimmobiliare A.I., Capitalia I.A., Intesa, Lyxor, Pioneer A.I.M., Pirelli Re Opportunities, Zenit A.I., Duemme Hedge. Da ricordare che in Italia essi sono stati introdotti dal regolamento del Ministero del Tesoro emanato con decreto del 24 maggio 1999, n.228. Chi c’era al governo?

Conclusione

Questo vademecum non è affatto esaustivo, ma di certo forma una mappa di nomi chiari dietro a sigle prima vaghe come ‘il sistema’, la ‘cupola del potere’, o semplicemente ‘i potenti’. E’ invece la mappa del Vero Potere, delle sue idee e di chi oggi lo rappresenta. Ora li conoscete.

Spero sia chiaro ai lettori che gli altri poteri minori, come i governi italiani in generale, le caste professionali, e persino le mafie regionali, non sono coloro che decidono del nostro destino con totale ampiezza di poteri. Solo una considerazione ad esempio: la Camorra potrebbe campare duemila anni, ma non ce la farà mai ad abolire la sovranità legislativa di 27 Stati in un colpo solo, o a creare 30 milioni di disoccupati in 2 anni. Il Vero Potere l’ha fatto.

Voi fate quello che si è sempre fatto nella Storia, combatteteli. Hanno abolito la democrazia.

– FINE –

Paolo Barnard
Fonte: http://www.paolobarnard.info
Link: http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=218
12.04.2011

i Quaderni de L’Ora – Dalla Trattativa alla terra dei cachi

Fonte: i Quaderni de L’Ora – Dalla Trattativa alla terra dei cachi.

La terra dei cachi. Cosi’ Elio, un cantante dalla vocazione eretica, qualche tempo fa, dal palco nazional-popolare di Sanremo, raccontava l’Italia dello scandalo sullo scandalo. Parcheggi abusivi, applausi abusivi, villette abusive, abusi sessuali abusivi; tanta voglia di ricominciare abusiva. Mai canzonetta fu piu’ profetica. Tutto nel nostro paese appare abusivo, ovvero truccato, ovvero fasullo. I figuranti nelle aule dei tribunali, chiamati in cambio di 20 euro ad applaudire Berlusconi che recita il ruolo di ‘’perseguitato politico’’. L’attrice che, fingendosi una terremotata de L’Aquila, legge su un gobbo il suo sperticato elogio dell’operato del governo, nella trasmissione ‘’Forum’’, trasformata in un palcoscenico della piu’ cinica propaganda politica, pronta a speculare persino sulla tragedia del sisma e delle sue vittime. Abusivo, nella sua violenza inaccettabile in un rappresentante delle istituzioni, appare Bossi che – di fronte all’inferno dei profughi a Lampedusa – non trova di meglio che urlare: ‘’Fuori dalle balle!’’. Abusivo e’ il mediatore, Tarek Ben Ammar, scelto dal premier per trattare il rimpatrio di mille profughi in Tunisia, scavalcando la diplomazia della Farnesina. Abusivo e’ lo stesso  premier che, approfittando della distrazione offerta dall’emergenza immigrazione, ordina al ministro della Giustizia Alfano di procedere a tappe forzate sul processo breve. E’ la terra dei cachi. Prepariamoci un caffe’ , non rechiamoci al caffe’ : c’e’ un commando che ci aspetta per assassinarci un po’.  Commando si’ commando no, commando omicida. E’ l’Italia della Seconda Repubblica. Quella che deriva direttamente dalla stagione delle bombe e dalla trattativa. Da una classe dirigente che ha preferito scendere a patti con i mafiosi stragisti piuttosto che combatterli a muso duro, rischiando di perdere credibilita’ e consenso.

Una trattativa che ruota attorno al ‘’papello’’, un fantomatico foglio di carta dove, nell’estate del ’92, Toto’ Riina ha scritto le richieste di Cosa nostra da recapitare allo Stato. Quel ‘’papello’’ che prima Brusca e poi – si scopre oggi – Cancemi avevano descritto minuziosamente ai magistrati inquirenti, gia’ nel ’98, anche se le indagini sulla trattativa sono iniziate solo dieci anni dopo, nel 2008, quando un certo Massimo Ciancimino ha deciso di diventare un testimone di giustizia, raccontando anche lui di quel biglietto con ‘’la lista della spesa’’ di Cosa Nostra, firmato da Riina & co., e arrivato – chissa’ come – ai rappresentanti delle istituzioni. Risultato? Ministri della Repubblica, parlamentari e capi dello Stato, compreso il cattolicissimo Scalfaro, in fila davanti ai pm, a far bella mostra di un’incredibile amnesia  collettiva. Chi ha trattato? Non Martelli, Non Mancino. Non Rognoni. Non Conso. Nessuno. E comunque nessuno, oggi, ricorda nulla della trattativa. Lo Stato che -nel tentativo di fermare le stragi- si piego’ a blandire la mafia, revocando il carcere duro per qualche centinaio di detenuti, oggi preferisce non ricordare, perche’ e’ impossibile ammettere che, dopo la morte di Falcone e Borsellino, il fronte antimafia dimentico’ gli ideali e si rifugio’ nel compromesso con i sicari dello stragismo.  Commando si’ commando no, commando omicida. Commando pam commando papapapapam, ma se c’e’ la partita il commando non ci sta e allo stadio se ne va, sventolando il bandierone non piu’ sangue scorrera’. .Che rimane della terra dei cachi? La divisa un po’ sbiadita del generale del Ros Mario Mori, l’unico rimasto col cerino acceso in mano, sotto processo per la seconda volta a Palermo come il protagonista di quel dialogo a suon di bombe che ha traghettato il Paese dalla Prima Repubblica a Berlusconi. E poi, che resta? Dell’Utri senatore. Romano neo-ministro. Mangano un eroe. L’etica pubblica finita, letteralmente, a puttane, nei festini di Arcore a base di Bunga Bunga. In fondo sta proprio qui, osserva lo storico Tranfaglia, il successo della trattativa di quegli anni. ‘’La rinuncia, o meglio, la impossibilità da parte delle classi dirigenti italiane, del centro-destra come è ovvio, ma anche del centro-sinistra, di mettere in campo una politica complessiva contro quell’attacco mafioso che ha prodotto la situazione attuale’’.

Una situazione al limite dell’emergenza democratica. Che rimane oggi? La riforma ‘’epocale’’ della giustizia, pensata per ridurre e cancellare l’indipendenza della magistratura, svincolando la classe politica del Paese dal controllo di legalita’, e’ l’ultimo traguardo di un cammino che parte da lontano. Dal sangue delle stragi. Dalla trattativa che poteva essere sventata con dieci anni di anticipo. Da quella stagione di patti e ricatti. Oggi il pm Di Matteo, segretario distrettuale dell’Anm di Palermo, ricorda le affinita’ della riforma di Alfano con il Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli. Quello stesso Gelli che prima ha indicato Berlusconi (tessera P2 n. 1816) come il suo piu’ degno ‘’erede’’, poi ha definito la politica italiana ‘’un puttanaio’’. Quanti problemi irrisolti ma un cuore grande cosi’. Italia si’ Italia no Italia gnamme, se famo du spaghi. Una pizza in compagnia, una pizza da solo; in totale molto pizzo e l’Italia e’ questa qua. L’Italia degli smemorati. E degli applausi a comando. Delle invettive contro la scuola pubblica, contro l’adozione da parte di single o gay, contro l’aborto, contro il diritto del morente a decidere se farsi o non farsi tenere in vita. L’Italia baciapile, conformista e furbetta. La terra dei cachi. Fora dalle balle, e cosi’ sia.