Archivi del giorno: 24 aprile 2011

ComeDonChisciotte – RESTARE UMANI: L’EROICO RETAGGIO DI VITTORIO ARRIGONI

Fonte: ComeDonChisciotte – RESTARE UMANI: L’EROICO RETAGGIO DI VITTORIO ARRIGONI.

DI RAMZY BAROUD
palestinechronicle.com

Saranno celebrati oggi, giorno di Pasqua, alle 16.30 i funerali di Vittorio Arrigoni, a Bulciago (Lecco)

“Cara Mary”, scriveva l’attivista italiano Vittorio Arrigoni ad un’amica. “Tu sai [chi] sarà sulle navi?… Io sono ancora a Gaza, vi aspetto. Vi verrò incontro in barca. Resta umana. Vik”

“Mary” è Mary Hughes Thompson, un’appassionata attivista che ha affrontato i mari per scardinare il blocco israeliano su Gaza nel 2008.

È stato comunicato che Vittorio Arrigoni, o Vik, è stato assassinato a Gaza da un gruppo fondamentalista poche ore dopo essere stato rapito, giovedi 14 aprile. L’uccisione sarebbe avvenuta per rappresaglia alla repressione di Hamas sui membri di questo gruppo. Tutti quelli che hanno conosciuto Vik affermano che era una persona straordinaria, un modello di compassione, di solidarietà e umanità.

Il cadavere di Arrigoni è stato scoperto in una casa abbandonata poche ore dopo essere stato rapito. I suoi assassini non hanno rispettato la loro stessa scadenza di 30 ore. Il gruppo, noto come il Tawhid e Jihad, è uno dei gruppi marginali conosciuto a Gaza come i Salafiti. Solitamente si manifesta con nomi e modalità diverse per specifiche ragioni, spesso cruente.

“Oltre al dolore, l’omicidio ha portato la disperazione a Gaza”, si legge in un editoriale del giornale inglese The Independent del 16 aprile. “Non solo Arrigoni era molto conosciuto e amato, ma non è sfuggito a nessuno che il suo sequestro è stato il primo dopo quello del giornalista della BBC Alan Johnson nel 2007″.

I rapitori di Johnson, il cosiddetto Esercito dell’Islam (un gruppetto di fanatici affiliati ad un clan più grande di Gaza) avevano tuttavia trattenuto il loro ostaggio per 114 giorni. Ci fu quindi tutto il tempo necessario per organizzare e far pressione sui criminali per il suo rilascio. Nel caso di Arrigoni, solo una manciata di ore sono passate tra l’uscita di un raccapricciante video che mostrava l’attivista bendato e pieno di lividi e il ritrovamento del suo cadavere. I suoi amici dicono che è stato torturato.

Dell’omicidio di Vittorio Arrigoni hanno subito approfittato i sostenitori di Israele. Daniel Pipes ha scritto, in una breve nota sul National Review Online: “È curioso come certi palestinesi uccidano quelli che li sostengono nel loro sogno di eliminare Israele”. Pipes fa il nome di tre persone, tra cui il cineasta israelo-palestinese Juliano Mer-Khamis e Arrigoni stesso, e poi invita i lettori a “mandare altri esempi che possono essermi sfuggiti”.

Nell’elenco di Pipes, comunque, non si troveranno nomi come Rachel Corrie, Tom Hurndall e James Miller, perché questi furono tutti uccisi dalle forze armate d’Israele. Pipes evita anche di citare i nove attivisti turchi assassinati dagli israeliani a bordo della nave Mavi Marmara in acque internazionali, mentre si recavano a Gaza per tentare di rompere il blocco israeliano, così come non parlerà dei nove attivisti della nave ebraica Irene, in rotta per Gaza, che furono intercettati, rapiti e umiliati dalle truppe israeliane, e poi deportati nel settembre del 2010. L’82enne Moskovitch Reuben, un sopravvissuto all’Olocausto, era uno degli attivisti a bordo dell’Irene, come lo era Lillian Rosengarten, un’americana “che da bambina sfuggì ai nazisti a Francoforte”, secondo il blog del New York Times.

Le persone di cui Pipes non parla rappresentano un vero e proprio arcobaleno di umanità. Uomini e donne di tutte le età, razze e nazionalità sono stati e continueranno a rimanere dalla parte dei palestinesi. Ma questa storia è stata sistematicamente ignorata dagli pseudo-intellettuali, troppo intenti a fregarsene dell’umanità per sostenere Israele. Si rifiutano di vedere lo schema che hanno davanti agli occhi, perché troppo assorti nel confezionarne uno loro.

Scrivendo sul Guardian UK da Roma, il 15 aprile, John Hooper asseriva: “La vita di Arrigoni era tutt’altro che sicura. Nel settembre 2008 fu ferito (dalle truppe israeliane) mentre accompagnava pescatori palestinesi in mare. Due anni fa ricevette minacce di morte tramite un sito web di estrema destra americano, che forniva agli aspiranti assassini una sua foto e alcuni dettagli fisici, come un tatuaggio sulla spalla”. (Il sito è http://stoptheism.com/ di estrema destra filosionista, n.d.t., vedi immagine).

Come altri del suo tipo, il gruppo che ha assassinato Arrigoni è esistito per un unico, specifico episodio di violenza prima di scomparire del tutto. La loro missione, in questo caso, è stata quella di uccidere un attivista ISM (appartenente alla Missione Internazionale di Solidarietà) che ha dedicato anni della sua vita alla Palestina. Poco prima di essere rapito, Vik descrisse su questo sito l’assedio “criminale” di Israele a Gaza e pianse i quattro poveri palestinesi morti nel crollo di uno dei tunnel sotto il confine tra Gaza ed Egitto, mentre stavano spostando cibo e altri beni.
Prima del suo assassinio, Arrigoni si stava preparando all’arrivo di un’altra flottiglia – composta di attivisti di 25 Paesi diversi su 15 navi – che dovrebbe salpare per Gaza a maggio. Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano, ha perentoriamente richiesto ai paesi dell’Unione Europea di impedire l’imbarco su queste navi ai propri cittadini. Secondo un comunicato dell’AFP dell’11 aprile, rivolgendosi ai rappresentanti europei a Gerusalemme, ha detto: “Penso che sia nel vostro e nostro interesse che questa flotta venga fermata”.

I funzionari israeliani sono furiosi con la comunità internazionale che solidarizza con la Palestina, secondo loro delegittimando lo stato d’Israele. Arrigoni ha fatto così tanto per danneggiare l’immagine minuziosamente creata da Israele per farla sembrare un’isola di democrazia e progresso. Insieme ad altri attivisti ha frantumato questo mito semplicemente tramite il mezzo della comunicazione.

Vik firmava i suoi messaggi con “restiamo umani”, che è anche il titolo del libro che ha scritto sulle sue esperienze a Gaza. Mary Hughes Thompson mi ha fatto partecipe di alcuni messaggi di posta elettronica che Arrigoni le inviava. “Sopporto a malapena rileggerli”, ha scritto. Questo è uno stralcio di una e-mail: “Non importa come finirà la missione… sarà comunque una vittoria. Per i diritti umani, per la libertà. Se il blocco non sarà fisicamente rotto, si sbloccherà il cerchio dell’indifferenza, dell’abbandono. E tu sai molto bene cosa significhi questo per la gente di Gaza. Ciò detto, ovviamente vi aspetteremo al porto! Vi verremo incontro su barche a vela con centinaia di palestinesi e di compagni dell’ISM, come facemmo la prima volta, ricordi? Tutte le barche disponibili salperanno per Gaza per accogliervi. Scusa il mio cattivo inglese… un grande abbraccio… resta umana. Tuo Vik”.
Gli assassini di Vik non hanno riconosciuto la sua umanità, ma molti di noi ricorderanno sempre, e sempre continueranno a provare a “restare umani”.

Ramzy Baroud (www.ramzybaroud.net) è un giornalista internazionale e direttore di PalestineChronicle.com. Il suo ultimo libro è “Mio padre era un combattente della libertà: la storia non raccontata di Gaza” (Pluto Press, Londra), disponibile su Amazon.com.

Fonte: http://palestinechronicle.com
Link: http://palestinechronicle.com/view_article_details.php?id=16810
18.04.2011

Scelto e tradotto per http://www.comedonchisciotte.org da GIANNI ELLENA

Paolo Franceschetti: Il vero motivo della guerra in Libia.

Fonte: Paolo Franceschetti: Il vero motivo della guerra in Libia..

Quale può essere il fil rouge che collega tutti i paesi attaccati – e presi di mira in varie forme – dagli USA e Gran Bretagna con l’aiuto di una serie di ausiliari tradizionali più o meno consapevoli?
Libia, Libano, Siria,Irak,Somalia, Sudan, Iran. Non hanno in comune l’etnia ( Iran è ariano mentre gli altri sono semiti o – Sudan – misti).

Non hanno in comune la religione: Libano ha cristiani, l’Iran è sciita, la Siria è mista. Non il petrolio: Somalia e Siria non ne hanno in quantità significative. Non la ricchezza: Somalia e Sudan non lo sono.

Se invece vediamo il negativo, vediamo che nessuno di questi paesi figura tra i 56 aderenti alla Banca per i Regolamenti Internazionali.

In pratica sono paesi che hanno rifiuutato di far parte della comunità finanziaria internazionale e la Libia in particolare se la stava cavando molto bene:

•Stando ai dati del FMI la Banca centrale libica possiede 144 tonnellate di oro nei suoi forzieri. Per un paese di tre milioni e mezzo di abitanti, non è niente male. L’educazione e l’assitenza medica sono gratuite; le coppie che si sposano ricevono 50.000 dollari a fondo perduto.
•I Ribelli, ancora prima di costituire un governo provvisorio, hanno annunziato ( il 19 marzo) di aver costituito la BANCA CENTRALE DI LIBIA. La Banca centrale di Libia ( quella di Gheddafi per intenderci) è pubblica e non privata, stampa la moneta e presta denari allo stato senza interessi per finanziare le opere pubbliche tra cui il famoso fiume sotterraneo fatto dall’uomo che utilizza le acque fossili del Sahara per irrigare tutta l’area agricola della Libia che si trova al Nord. A proposito l’attività agricola in Libia è esentasse. Completamente. Questa politica è l’esatto contrario di quella seguita dal mondo occidentale che fa pagare tutti i servizi quali l’educazione e la sanità ed ha privatizzato le banche centrali che fanno pagare gli interessi agli stati quando forniscono loro i fondi.
•La ragione ufficiale che ha spinto l’occidente a non mantenere le Banche Centrali come pubbliche è che questi prestiti aumentano l’inflazione, mentre prendere prestiti dalle Banche estere o dall FMI , non provocherebbe inflazione. In realtà prendere i denari a prestito da Banche centrali pubbliche – senza interessi – riduce grandemente il costo dei progetti pubblici di investimento e in alcuni casi li riduce del 50%.
•Gheddafi aveva da poco lanciato la proposta di creare una moneta unica africana IL DINARO ORO e l’unico paese africano che si era opposto, è stata la Repubblica del Sud Africa, che è stata proprio quella che si è presentata a Tripoli per la mediazione con i ribelli e la NATO. Su questa proposta c’è un commento di Sarlosi che l’ha giudicata “una minaccia per l’Umanità”.
•Sia Saddam Hussein che Gheddafi avevano proposto – entrambi sei mesi prima dell’attacco – di scegliere l’Euro ( o il dinaro) come valuta per le transazioni petrolifere.
ADESSO RESTIAMO IN ATTESA DI VEDERE – IN CASO DI VITTORIA DELLA NATO – SE EDUCAZIONE E SANITA’ RESTERANNO GRATUITE, SE LA BANCA CENTRALE LIBICA ADERIRA’ ALLA B.R.I. E SE L’INDUSTRIA PETROLIFERA LIBICA VERRA’ SVENDUTA A PRIVATI. Poi anche i più ingenui cominceranno ad avere sospetti

http://corrieredellacollera.com/2011/04/17/africa-attacco-alla-libia-ecco-spiegazioni-inedite-ma-convincenti-vedremo-se-e-vero-di-antonio-de-martini/

http://www.stampalibera.com/?p=25517

Quando Provenzano fu salvato dalle pecore

Fonte: Quando Provenzano fu salvato dalle pecore.

Prima è stato un processo dimenticato dai maggiori organi di stampa . Poi definito – impropriamente – il processo sulla trattativa stato-mafia . Ma quello che dall’estate del 2008 si svolge a Palermo nei confronti del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu ha subito uno dei più incredibili “vuoti di memoria” che la recente storia giudiziaria possa annoverare. La cronaca ha infatti dimenticato di raccontare il reato per il quale i due ufficiali sono alla sbarra, scegliendo di esercitarsi sui mille rivoli in cui il processo nell’ultimo anno sta scivolando . E dimenticando il reato ha fatto cadere il silenzio su una delle pagine più oscure della mafia e dell’antimafia . Se ciò non fosse successo, se la libera stampa di questo paese avesse raccontato il reato e soprattutto il modo in cui si difendono i due imputati sarebbe successo un finimondo . Vediamo perché.

Mori e Obinu sono accusati di aver omesso l’arresto di Binu Provenzano, arresto che sarebbe dovuto scattare tra l’ottobre e il novembre del 1995. Entrambi erano venuti a conoscenza da un mafioso infiltrato, Luigi Ilardo, dove Provenzano teneva i suoi summit: in una casupola a Mezzojuso, a pochi chilometri da Palermo . Le cose però non andarono per il giusto verso. Il Ros pur conoscendo il covo dello zu Binu non operò alcun blitz. Di più: per altri sei anni “il fantasma di Corleone” continuò a frequentare indisturbato il covo di Mezzojuso . Questa l’accusa . Veniamo adesso al cuore del caso . Ecco come si difendono i due ufficiali che nel 1995 erano rispettivamente responsabile del reparto criminalità organizzata e numero due del Ros.

Obinu di fronte al pm Nino Di Matteo il 5 marzo 2002 afferma: “Noi abbiamo localizzato il casale (di Provenzano ndr) ma consideri la difficoltà tecnica di entrare, in quel posto, in quanto era costantemente occupato da pastori, mucche e pecore”. Alt, fermi tutti. Questa sì che è una notizia . Proviamo a titolarla: “Confessione choc di un ufficiale dei Carabinieri: ‘Sapevamo dov’era Provenzano ma le pecore fecero fallire il blitz’”. Oppure: “Provenzano salvato da mucche e pastori. Il Ros conosceva il suo rifugio”.

Questa la difesa di Mori: “Ma non ricordo – dice a Di Matteo nel marzo 2002 – io non vivevo solo delle vicende di Palermo, ero responsabile operativo di una struttura … quindi avevo una serie di problematiche… mi fu detto che Ilardo aveva dato delle notizie così, nel particolare non me le ricordo però… né probabilmente le ho chieste nemmeno io di sapere di più perché non mi compete… non era il mio livello di competenza”. Riproviamo con i titoli: “Provenzano sfugge alla cattura . Mori: ‘Non me ne occupo io’”. Fin qui abbiamo scherzato . Ma immaginate per un attimo se il Tg1 o La Repubblica avessero dato conto della difesa degli imputati. Cosa sarebbe successo? Qualcuno forse avrebbe pubblicamente chiesto ai due ufficiali conto e ragione di una simile sgangherata difesa che autorizza e legittima qualsiasi lettura, anche la più infamante. E invece nulla . I mass media hanno raccontato tutto – o quasi – di Massimo Ciancimino e nulla delle “pecore” che hanno salvato Provenzano.

Ecco spiegato allora il vuoto di memoria del processo Mori-Obinu. Una grande amnesia che ha colto mafiologi e giornalisti, impegnati nelle congetture sul Papello e il misterioso signor Franco e decisi a rimanere ben lontani dal cuore della vicenda . Che rimane ancora inesplorato: perché il Ros di Mori non arrestò Provenzano nel 1995? Furono davvero le mucche a salvare il boss? O invece come sostiene la procura palermitana, il padrino fu “protetto” da altre logiche?

La corte che giudica i due ufficiali dovrà chiarire il perché di quel mancato blitz. E nell’attesa, ci auguriamo che qualcuno, ben più autorevole di noi, senta il dovere di pretendere dagli imputati una verità che almeno non insulti la logica . Né quella dei Tribunali, né quella umana.

Nicola Biondo

da: Livesicilia.it

Massimo Ciancimino nello stesso carcere dell’ingegnere “Lo Verde”

Fonte: Massimo Ciancimino nello stesso carcere dell’ingegnere “Lo Verde”.

Il destino talvolta è beffardo. E’ pronto a ricordarci che il mito di ER è davvero ineluttabile: il destino se lo creano gli uomini. E non vi è alcun dubbio che Massimo Ciancimino il destino della sua vita se lo crea da solo, anzi si può ben affermare che il suo è un destino ancora da scrivere. La quieta dei giorni di Pasqua è stata fortemente turbata dall’arresto di Ciancimino, accusato di avere manipolato un documento, in cui sarebbe stato inserito il nome di Gianni De Gennaro, quale presunto referente di Vito Ciancimino e quindi di Cosa nostra. Ma, la quieta era stata altrettanto agitata per un altro episodio che ha visto coinvolto l’uomo di fiducia dei fratelli Graviano, ovvero Fabio Tranchina, appartenente alla famigghia di Brancaccio. Questi, il Tranchina, nel giro di un batter d’ali, si pente, poi si pente di essersi pentito, tenta il suicidio, sembra che voglia di nuovo pentirsi. Intanto, la pantomima di Tranchina, procura un danno incalcolabile con la diffusione del suo pentimento e con la pubblicazione degli interrogatori. Ho già pubblicato in proposito un post dal titolo “ A chi giova il silenzio di Fabio Tranchina?”. Intelligenti pauca. Massimo Ciancimino, viene rinchiuso nel carcere di Parma e qui entra in gioco il destino. Nello stesso carcere è rinchiuso. oltre che uno dei fratelli Graviano, anche l’ingegnere Lo Verde, che altri non è che u zu Binnu, Bernardo Provenzano, ossia colui che attraverso Vito Ciancimino, “colloquiava” con alcuni apparati dello Stato per infarcire quella che oggi viene chiamata “trattativa”.

Nel frattempo, mentre ancora il clamore mediatico è al massimo dei decibel, scoppia una cluster bomb che irrompe nel mondo dei media già di per se in fibrillazione: Ciancimino dichiara di aver ricevuto un pacco contenete dei candelotti di dinamite, accompagnato da un biglietto minatorio e lo sotterra nel giardino di casa sua. L’esplosivo viene rinvenuto. Sin qui la cronaca.

Da quando Massimo Ciancimino è stato fermato, io sono stato subissato di richieste tendenti a fornire una valutazione non solo su Ciancimino, ma anche sull’eclatante “errore” non casuale di “bruciare”  il pentimento di Tranchina. Su quest’ultimo mi sono già espresso e adesso vorrei farlo su Ciancimino. In passato, dai miei post pubblicati su BlogSicilia, si evince chiaramente che ho sempre dimostrato apprezzamento e fiducia nei confronti del Ciancimino. E, spesso ho messo in risalto il suo coraggio e determinazione nel portare avanti il suo percorso a favore della legalità. C’è stato un momento di scoramento e Massimo Ciancimino voleva mollare tutto: non voleva fare più dichiarazioni. Io, pubblicamente  l’ho invitato  a resistere e continuare ed egli, altrettanto pubblicamente, mi ha ringraziato. Gli sono stato anche vicino quando ha subito delle minacce, soprattutto indirizzate, vigliaccamente, verso il suo bambino.

Ora a Ciancimino viene addebitata l’accusa d’aver inserito il nome di Gianni De Gennaro in un documento, appartenuto a Vito Ciancimino, e dove c’erano annotate altre personalità istituzionali che avrebbero avuto un ruolo nei rapporti con la mafia. Io, per diversi anni sono stato uno stretto collaboratore di De Gennaro per averlo coadiuvato nelle più importanti e delicate indagini su Cosa Nostra e mai e poi mai ho messo in dubbio la sua onorabilità. Mai, sono stato “fermato” nelle mie indagini d’iniziativa nei confronti di taluni politici o verso la leadership di Cosa nostra. Se avessi avuto pressioni e interferenze di qualsiasi tipo non avrei esitato un istante a ribellarmi. Il mio risentimento, verso Cosa nostra e verso quella classe politica, collusa con la mafia e da essa corrotta, era noto all’interno degli apparati investigativi: non ne facevo mistero.

Tornando a Massimo Ciancimino, mi preme sottolineare una cosa importante, ovvero distinguere Ciancimino prima e dopo il caso De Gennaro, ma soprattutto credo sia necessario dare valenza alle dichiarazioni rese nel suo complesso, anche quelle riconducibili a De Gennaro ma in senso negativo.

Appare evidente che Ciancimino con la sortita di De Gennaro ha voluto soddisfare qualche richiesta proveniente dai soliti “registi” invisibili che tracciano il percorso della vita palermitana e non solo. Ciancimino, conversando confidenzialmente con un agente DIA, riferisce che il famoso signor Franco è riconducibile a De Gennaro e che questi sarebbe uno dei promotori della “trattativa” tra mafia e Stato. Ovviamente il dipendente della DIA, mette nero su bianco ed ecco che scatta la denuncia di De Gennaro. Poi, l’inserimento del nome di De Gennaro nella lista è il modo per rafforzare il dialogo avvenuto con l’agente della DIA e costruirsi la difesa di quel che sarà il processo di calunnia in danno di De Gennaro.

Allora, Massimo Ciancimino, come ho fatto in passato, la invito ad essere chiaro e lei non può sottrarsi all’obbligo di farci conoscere chi è il “suggeritore” che ha avuto interesse a gettar fango su De Gennaro: mi rifiuto di credere che sia farina del suo sacco, per favore ci dica chi è!

Cosa diversa è l’affare della dinamite. Qui, mi spiace non oso nemmeno addentrarmi sull’accaduto e attendo che i PM di Palermo facciano luce.

Palermo, ultimamente è oggetto di “rivugghio”, ci sono uccellini che oltrepassando l’oceano ritornano alla casa madre e tentano di riappropriarsi dei nidi naturali che spettano da  diritti ereditari. C’è stato l’omicidio di Davide Romano, il cui copyright non lascia spazio ad altra interpretazione e infine il pentimento di Fabio Tranchina che ci mancava solo l’annuncio fosse pubblicato su Facebook.

Ora, assistiamo al fermo di Massimo Ciancimino che guarda casa avviene a Parma e rinchiuso nello stesso carcere dell’ingegnere Lo Verde. Cosa si diranno gli illustri ospiti del carcere di Parma, ovvero Ciancimino, Provenzano e Graviano?

Quello che accade intorno a Cosa nostra non è casualità!


Pippo Giordano

A proposito di Ciancimino…

Fonte: A proposito di Ciancimino….

L’arresto di Massimo Ciancimino ha scatenato, come era immaginabile e legittimo, una ridda di commenti e di prese di posizione, più o meno autorevoli, più o meno informate.
Noi magistrati siamo abituati ai giudizi dei molti che sembrano saperla lunga sulle nostre indagini ed invece dimostrano di conoscerne poco. Il vecchio vizio italiano di sentenziare senza sapere di cosa si parla ci lascia indifferenti.
E poi, per carità, abbiamo il massimo rispetto del diritto di critica, anche la più aspra e spietata. Dispiace, però, che ai lettori debbano arrivare opinioni, spesso non solo faziose, ma anche così poco informate.
E quindi, nei limiti di quel che un magistrato può dire sulle indagini di cui si occupa, alcune certezze meritano di essere ribadite per farle conoscere ai lettori e ai (troppi) soloni.
In primo luogo, la Procura di Palermo non ha mai accreditato Massimo Ciancimino come icona dell’antimafia.
Anzi, io personalmente ho messo in guardia dal rischio che egli lo divenisse. Basta leggere cosa ho scritto su di lui per rendersene conto. Abbiamo sempre tenuto un atteggiamento di grande rigore e prudenza, e perciò ritenevamo (e riteniamo) utilizzabili le dichiarazioni di Ciancimino solo nella parte in cui sono frutto di conoscenza personale e confermate da puntuali riscontri obiettivi. Le altre sono sempre state accantonate, come quelle sul fantomatico «quarto livello». In questo recente caso, si sono acquisiti, a nostro parere, elementi di prova di un grave reato di calunnia, ed avevamo il dovere di procedere, come abbiamo fatto.
In secondo luogo, la cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, sviluppatasi dal ’92 in poi, non è una favola inventata da Ciancimino. È, al contrario, una certezza processuale.
Accertata da Corti d’Assise e consacrata in sentenze definitive. Le dichiarazioni di Ciancimino si sono soltanto aggiunte ad un complesso probatorio di ben consistenti elementi costituiti da dichiarazioni di attendibili collaboratori di giustizia, testimoni autorevoli ed elementi di riscontro che fanno affermare che una trattativa certamente ebbe inizio. Quello che va verificato è quale sia stato l’esito di questa trattativa, se venne conclusa e chi ne furono gli artefici, mediati ed immediati, e quali, eventualmente, le conseguenti responsabilità penali.
Sollevare un polverone, confondere le cose già accertate con quelle ancora da accertare, le calunnie con le verità, semplificare, riducendo tutto alla questione se Massimo Ciancimino fosse affidabile è fuorviante nei confronti dell’opinione pubblica ed offensiva nei confronti di chi questa indagine, senza supponenza e fra mille difficoltà, sta portando avanti in più di una procura d’Italia. La gravità della vicenda oggetto dell’indagine merita, credo, senso di responsabilità da parte di tutti. Meglio informarsi prima di sparare giudizi drastici a casaccio. Ne hanno diritto gli italiani, ne hanno diritto le vittime di quella terribile stagione, la stagione delle stragi, ma anche la stagione di quella irresponsabile trattativa.


Antonio Ingroia (L’Unità, 24 aprile 2011)

Adesione Organizzazioni e Singoli | Comitato Nazionale Vota Sì per fermare il nucleare

Fonte: Adesione Organizzazioni e Singoli | Comitato Nazionale Vota Sì per fermare il nucleare.

Imputato, ma con la stessa dignità

di Gioacchino Genchi, dal blog de “il Fatto Quotidiano” di sabato 23 aprile 2011

Ieri, 22 aprile 2011, i miei difensori Ivano Iai e Fabio Repici hanno depositato al Gup del Tribunale di Roma Barbàra Callari gli esiti di una importantissima attività difensiva, che smentisce in modo plateale le conclusioni del Reparto Tecnico del Ros di Roma, nel processo che mi vede imputato per la presunta acquisizione dei tabulati telefonici di alcuni parlamentari. Grazie alle corrette e puntuali testimonianze di una importante carica istituzionale dello Stato, sono state smentite le frettolose conclusioni con le quali si è sostanzialmente voluta impedire la prosecuzione della mia collaborazione con l’Autorità Giudiziaria, nei processi e nelle più importanti indagini che si stavano svolgendo in Italia.

Alla vigilia della riapertura delle indagini sulle stragi di Capaci e Via d’Amelio, mentre emergevano elementi incrontrovertibili sui depistaggi di Stato che avevo denunciato sin dal lontano 1992, qualcuno doveva impedire che io potessi dare il mio contributo ai magistrati. Ecco l’origine della mia delegittimazione personale e professionale, ad opera di quanti con quelle stragi e su quelle stragi hanno fondato le proprie fortune politiche. E’ proprio nella genesi del partito di Forza Italia e nella nascita della Seconda Repubblica che si colgono gli aspetti più inquietanti delle collusioni e dei depistaggi che hanno sorretto le “trattative” fra lo Stato e la mafia e determinato l’evoluzione della stagione stragista del 1993.

Ecco perché mi hanno delegittimato, nel tentativo – riuscito – di bloccare la mia collaborazione con l’Autorità Giudiziaria. Ci avevano già provato allo stesso modo nel 2004, con attacchi giudiziari e in Parlamento, quando mi stavo occupando delle indagini sulle “Talpe” alla Dda di Palermo e sull’onorevole Cuffaro, dopo avere collaborato alle indagini su Marcello Dell’Utri e su tanti altri politici siciliani collusi con la mafia (Franz Gorgone, Domenico Miceli, ecc.).

L’unica differenza con le vicende di Catanzaro è che grazie alla professionalità dei magistrati di Palermo, tanto “le talpe” alla DDA, che Totò Cuffaro e Marcello Dell’Utri sono stati condannati. A Catanzaro, invece, tutti gli indagati sono stati prosciolti ed ora siamo imputati a Roma io e l’ex pubblico ministero Luigi de Magistris, che conduceva le indagini. Giovedì 28 aprile, alle ore 9, all’aula del Gup del Tribunale di Roma, si terrà l’udienza preliminare. Vi terrò costantemente informati sugli sviluppi del processo. Confermo la mia piena fiducia nella Giustizia e con la stessa dignità con cui per tanti anni mi sono presentato nelle aule di giustizia, mi presenterò per la seconda volta al Tribunale di Roma nella veste di imputato, sicuro di potere dimostrare anche in questo caso la mia innocenza.

Ringrazio in primo luogo mia moglie, i miei familiari ed i tanti, tantissimi amici che mi sono stati vicini in questi anni con affetto e sincera solidarietà e che hanno avuto fiducia in me, al pari di quella che io, con loro, abbiamo nella Giustizia. Ringrazio Marco Travaglio e i giornalisti de il Fatto Quotidiano, che sono stati gli unici a dare delle informazioni vere e puntuali sulla mia vicenda. Altri hanno saputo solo tuonare a sei colonne nelle prime pagine dei giornali sulla mia incriminazione, senza scrivere nemmeno una breve quando sono stato assolto.

Per chi ancora non l’avesse capito, questa è l’ennesima conferma della compromissione col regime dei tanti pennivendoli, alcuni dei quali osano persino spacciarsi come “giornalisti di sinistra”, nel tentativo di dissimulare il portafoglio che riempiono a “destra”. Se il mio sacrificio potrà servire a far riflettere quanti ancora non hanno capito qual è il vero “scandalo” dell’Italia, sono contento di avere patito queste sofferenze. Esposto al ludibrio degli italiani, insultato, indagato, perquisito, destituito dalla Polizia ed ora anche imputato, nonostante il sommarsi delle prime ed ampie assoluzioni.

Con questo spirito io – il più grande scandalo della storia della Repubblica – mi presenterò rispettosamente davanti al mio giudice per farmi processare, con la stessa dignità con la quale nel lontano 1988 ho iniziato la mia collaborazione con la Giustizia a fianco di Giovanni Falcone.