Archivi del giorno: 25 aprile 2011

I complici degli avvoltoi

Fonte: I complici degli avvoltoi.

Per il nostro Paese non è ancora arrivata una vera Liberazione. L’attacco virulento di Giuliano Ferrara pubblicato ieri in prima pagina sul Giornale contro il pm Antonio Ingroia rappresenta l’emblema della mossa finale messa in atto contro la magistratura da quel sistema di potere al quale Ferrara appartiene. L’arresto di Massimo Ciancimino ha scatenato immediatamente le ire di uomini di potere, servi, ominicchi e quaquaraquà delle più svariate categorie.  Un vecchio sociologo come Pino Arlacchi si è lanciato in sprovvedute quanto arroganti critiche nei confronti dei magistrati che si sono occupati di Massimo Ciancimino domandandosi il senso di continuare a investigare su una “favola mediatico-giudiziaria della trattativa Stato-mafia degli anni delle stragi di Capaci, via d’Amelio ed altre”. Dal canto loro esponenti politici come Maurizio Gasparri e Luigi Compagna hanno sentenziato che “non possono indagare su Ciancimino coloro che ne hanno fatto un oracolo”, chiedendo espressamente “una commissione parlamentare di inchiesta sulla gestione dei pentiti” e minacciando di presentare un esposto contro Michele Santoro per avere ospitato il figlio di Vito Ciancimino ad Annozero. In questo stillicidio di dichiarazioni atte unicamente a preparare il terreno alla definitiva delegittimazione di un pm come Antonio Ingroia, Antonino Di Matteo e in generale nei confronti della procura di Palermo, le parole al veleno di Giuliano Ferrara spiccano su tutte. Per il direttore del Foglio, Ingroia ha “la libido da convegno” e “usa il suo delicatissimo potere d’indagine e di accusa mescolando con un attivismo politico fazioso in forma incompatibile con la Costituzione e la legge della Repubblica”.

Nel suo editoriale Ferrara strumentalizza le accuse di Massimo Ciancimino nei confronti di uomini delle istituzioni che sarebbero coinvolti nella “trattativa” tra Stato e mafia per dimostrare la sua tesi. E cioè che “quando un magistrato avalla una cospirazione calunniosa contro i capi del governo, i parlamentari, i generali dei carabinieri, i capi dei servizi segreti e i vicepresidenti” bisogna “tirare fuori l’articolo 289 del codice penale, ‘attentato a organi costituzionali’ che punisce con dieci anni di galera chi cospira contro lo Stato”. Dimissioni, quindi, sono quelle che Ferrara invoca per Antonio Ingroia, sotto la minaccia di un’ipotetica azione penale nei suoi confronti. La tanto sbandierata difesa di chi “ama la Repubblica” di cui trasuda ipocritamente l’editoriale del Giornale si scontra con le stesse ammissioni di Giuliano Ferrara pubblicate il 13 maggio del 2003 sul Foglio, sotto il titolo “Curriculum dell’Elefantino”. In quel suo excursus vitae Ferrara raccontava tra l’altro come tra la fine del 1985 e la fine del 1986 “fra i tanti lavoretti fatti” vi era anche quello di “informatore prezzolato della Cia”, aggiungendo che “in politica non è la capacità di ricatto che fa le carriere ma la disponibilità ad essere ricattati”. Una sorta di “confessione” sulla caratura etico-morale del direttore del Foglio e soprattutto un’analisi lucidissima su un sistema di potere del passato, mai così attuale.

Dietro l’attacco di Giuliano Ferrara ci sono esattamente quegli “ibridi connubi” già individuati da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino prima di venirne fagocitati. Un vero e proprio “virus” che si attiva con ogni mezzo contro tutti gli “anticorpi” che vorrebbero debellarlo. Ecco che le campagne mediatiche contro quei magistrati che attraverso le loro indagini sono giunti “nell’anticamera della verità” assumono giorno dopo giorno contorni sempre più violenti e infamanti. Giornalisti più o meno noti, più o meno venduti a questo sistema di potere divengono complici degli “avvoltoi” che si preparano alla resa dei conti. Nel mirino finiscono uomini e donne che hanno giurato fedeltà alla Costituzione Italiana. Antonio Ingroia ed alcuni suoi colleghi diventano quindi l’obiettivo da abbattere. Delegittimazione, isolamento, eliminazione morale o fisica, l’iter che si prospetta è esattamente questo. Fino al prossimo eventuale martirio.
In un saggio di Antonio Ingroia pubblicato recentemente come prefazione al libro di Maurizio Torrealta “Quarto livello” non c’è una sola parola sulle indagini in corso su Massimo Ciancimino, ma anche in questo caso i nuovi “farisei” del tempio si sono stracciati le vesti per questa pubblicazione. E’ evidente che ciò che spaventa maggiormente è l’analisi lucida e dettagliata del pm palermitano sulla “ragione di Stato” che sovrasta la storia delle stragi impunite nel nostro Paese. L’analisi del magistrato affronta senza remore un “universo mafioso sempre più condizionato da quel ceto costituito da professionisti, consulenti, uomini politici, imprenditori, funzionari statali, che costituiscono l’élite della cosiddetta ‘borghesia mafiosa’”. Quello stesso “universo mafioso” vede ora in pericolo la propria esistenza e si appresta perciò a sferrare attacchi ulteriormente violenti. Il lavoro scrupoloso della procura di Palermo, così come quella di Caltanissetta, su temi tanto delicati come la “trattativa” Stato-mafia e le nuove indagini sulla strage di via D’Amelio procede in un percorso a ostacoli pericolosissimo. Una classe politica collusa e corrotta spinge sull’acceleratore per realizzare lo smantellamento sistematico della Giustizia così da impedire a tutti gli effetti che si arrivi alla verità sui mandanti esterni nel biennio stragista ’92/’93. In una vera e propria corsa contro il tempo se lo “scudo” della società civile saprà essere più forte e saldo di quanto non lo sia stato ultimamente magistrati come Ingroia, Di Matteo, Lari ed altri non correranno rischi e potremo arrivare alla verità; altrimenti non avremo giustificazioni di fronte a possibili nuove morti eccellenti. In quel caso gli “avvoltoi” avranno vinto. E anche i loro complici. Quindi se nuove stragi ci saranno, se nuove autobombe distruggeranno intere palazzine di Palermo, annientando persone, uomini e donne delle scorte, magistrati dal nome Ingroia, Di Matteo, Lari, Gozzo, Marino o giornalisti, sappiate che la Mafia è stata solo il braccio armato di quel mostro che pachidermi come Ferrara e premier piduisti come Berlusconi rappresentano e cioè il quarto ed il quinto potere.

Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo

Blog di Beppe Grillo – Ciancimino contro Ciancimino

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Ciancimino contro Ciancimino.

Buongiorno a tutti, oggi, quando va in onda questo Passaparola è pasquetta, io vi sto parlando, invece, sabato sera. Ho registrato questo intervento poco più di un giorno prima di quando va in onda. Non so quindi cosa è successo ieri, domenica, e questa mattina.
In ogni caso mi interessa, più che l’attualità, una ricostruzione: riguarda il caso di Massimo Ciancimino, di cui ci siamo occupati molto spesso in questo spazio, oltre che sul Fatto Quotidiano, ad Annozero etc. Quindi non possiamo assolutamente lasciar passare quello che è successo senza cercare, là dove è possibile, di dare una spiegazione anche se, come vedremo, le spiegazioni in questo momento sono varie, quelle possibili, e non ne possiamo scegliere una sola scartando le altre.

Ciancimino e il documento taroccato
Avete letto come è stata trattata la vicenda sui giornali: Ciancimino arrestato per aver falsificato un documento, dunque tutti i documenti che ha portato sono falsi, dunque tutto quello che ha detto è falso, dunque i magistrati che lo hanno ascoltato e utilizzato come persona informata sui fatti, sia pur indagato per reato connesso e collegato, sono nella migliore delle ipotesi dei creduloni e nella peggiore dei falsari anche loro.
O lo hanno indotto a raccontare e portare carte false o hanno comunque recepito con gioia ciò che Ciancimino raccontava loro e ciò che loro volevano farsi raccontare, quindi i giornalisti che lo hanno intervistato o che hanno parlato di lui senza sparargli addosso sono anche loro dei falsari.
A un certo punto sembrava che avessero arrestato Santoro e Ingroia, mentre la notizia è che Ingroia, Di Matteo e Paolo Guidi, i tre PM di Palermo, hanno chiesto e ottenuto il fermo di Massimo Ciancimino sull’autostrada mentre da Bologna stava andando in vacanza in Francia, fermo che è stato oggi per me che vi parlo, l’altro ieri per voi che mi ascoltate, convalidato dal GIP di Parma su parere conforme della procura di Palermo che ritiene che Ciancimino debba restare in carcere perché c’è il rischio sia che scappi – stava andando in Francia in vacanza – sia che inquini le prove, cioè che ci siano manovre tra lui e qualcuno o di qualcuno su di lui o tra lui e questo qualcuno per intorbidare ulteriormente le acque di un caso abbastanza complicato.
La leggenda che ci viene venduta sulla traiettoria, il percorso della collaborazione di Ciancimino con la giustizia è una leggenda piuttosto fantasiosa, molto avvincente, poco credibile e cioè che Ciancimino, a un certo punto, decida di rovinarsi la vita cominciando a sparare a zero su alcuni fra gli uomini più potenti d’Italia. L’ultimo è De Gennaro, ma prima Mancino, Violante, il Ros dei Carabinieri il Generale Mori, il Capitano De Donno, i governi Amato e Ciampi e poi naturalmente Berlusconi, Dell’Utri, i mafiosi, etc… I magistrati, che non vedono l’ora di incastrare Berlusconi, Dell’Utri e tutti questi, ovviamente prendono per oro colato quello che lui dice e quindi si crea questo network che poi viene rilanciato mediaticamente dai giornali e in televisione da Santoro.
A parte il fatto che Ciancimino è stato intervistato dai giornali di tutto il mondo e dalle TV di tutto il mondo, a parte il fatto che Ciancimino, qualunque cosa si pensi su di lui, è giornalisticamente una notizia, perché dice delle cose molto forti: non si vede per quale motivo chi intervista una persona dovrebbe rispondere poi di quello che fa quella persona o di quello che ha fatto quella persona, ci mancherebbe altro. Montanelli diceva: “se mi dessero da intervistare il Demonio io vado a intervistare il Demonio”.
Quindi, stiamo assistendo sui soliti giornali a sciocchezze incredibili: il Corriere della Sera ha addirittura intervistato Dell’Utri come osservatore super partes, nel caso Ciancimino, dimenticando di ricordare che Dell’Utri è un condannato in appello per mafia a sette anni. Si fa confusione, Ciancimino e i pentiti… lui non è affatto un pentito, Ciancimino, i reati che gli vengono contestati li nega. E’ stato processato e condannato in primo e secondo grado per intestazione fittizia di beni, cioè per aver di fatto riciclato i soldi di suo padre, i soldi che suo padre gli aveva lasciato, a lui e alla sua famiglia, e lui ha sempre negato di aver fatto il riciclaggio, ha semplicemente detto “sono il figlio di mio padre, ho ereditato i soldi di mio padre quindi non ho riciclato un bel nulla”.
Quindi non è un pentito, Ciancimino è un dichiarante, una persona informata sui fatti, che in seguito alle cose che ha dichiarato è stato poi scritto nel registro degli indagati dalla Procura di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa, perché quando lui ha raccontato che aiutava il padre a portare i messaggi tra gli uomini dello Stato, del Ros dei Carabinieri, e gli uomini della mafia, Riina e Provenzano, portava i pizzini, i papelli avanti e indietro, evidentemente ha confessato un possibile reato, cioè quantomeno un favoreggiamento o forse addirittura un concorso in associazione mafiosa, sia pure non facendone parte personalmente, a differenza di suo padre che invece era proprio un mafioso DOC.
Questa è la sua configurazione giuridica: lui è un indagato di reato connesso, sia perché è sotto processo per aver riciclato il denaro di suo padre, sia perché in seguito alle sue dichiarazioni è stato indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e quindi, credendo al suo racconto su quella trattativa del 1992-1993, i magistrati proprio perché hanno preso sul serio quello che lui diceva e lo hanno verificato, hanno iscritto lui, anche per quel reato oltre ad altre persone.
Si è detto, infine, che siccome adesso lui è stato preso per avere taroccato un documento, praticamente tutto quello che ha raccontato, portato in questi tre anni di dichiarazioni e produzioni di documenti, non vale più niente. Allora, noi dobbiamo intanto distinguere l’aspetto mediatico da quello giudiziario. L’aspetto mediatico è che la figura mediatica di Ciancimino, che lui stesso aveva alimentato con questo iperpresenzialismo, libri, interviste, dichiarazioni, ospitate televisive, ecc, ne esce ovviamente a pezzi. Non so se irrimediabilmente, vedremo gli sviluppi di questa storia, ma senz’altro ne esce a pezzi.
Dal punto di vista giudiziario le cose stanno esattamente come prima: i magistrati non è che tutto quello che diceva Ciancimino o portava Ciancimino lo prendevano e gli mettevano il timbro di autenticità: ogni carta veniva spedita alla Polizia Scientifica per la perizia e se ne stabilisse l’autenticità. Cos’è l’autenticità? L’autenticità del documento, cioè se il documento appartiene alla persona che Ciancimino dice averla scritta, se la grafia corrisponde, se il periodo della carta e dell’inchiostro collima con quello con quello che lui attribuisce o è segnato nella datazione del documento. L’autenticità, invece, del contenuto di quei documenti è ancora un altro problema, che non risolve la Scientifica che può solo dire se una carta è autentica, dopodiché quello che c’è scritto in quella carta, se è autentico o no, se è vero o no, lo decidono poi i giudici con altri tipi di riscontri. Un conto è l’autenticità un conto la veridicità di un documento. Lo ripeto, l’abbiamo già detto mille volte, ma dato che anche io passo per uno di quelli che si bevevano qualunque cosa dicesse Ciancimino, vi ricordo che l’avevamo detto a suo tempo. Perché l’avevamo detto? Perché 55 documenti, alcuni in fotocopia, altri in originale, tra quelli, circa 150, che Ciancimino aveva portato ai magistrati erano già stati esaminati dalla Scientifica e 54 di quei 55 erano risultati autentici. La grafia di suo padre, sua, di qualcun altro era risultata quella, la datazione era quella, il documento non era artefatto. Uno di quei 55 documenti aveva suscitato dubbi della Polizia Scientifica perché era una fotocopia in formato A4, sulla sinistra c’era un appunto manoscritto di Massimo Ciancimino, fotocopiato nella stessa fotocopia in cui sul lato destro c’era un altro appunto, che invece aveva la grafia di suo padre. Li si era detto “ecco, ha messo insieme una cosa sua e una di suo padre, per trarre in inganno i magistrati!”, in realtà Ciancimino disse, “io, quando ho consegnato quel documento l’ho detto: questa è una fotocopia di due originali, mio e di mio padre, che io avevo fotocopiato uno vicino all’altro perché stavamo facendo una specie di promemoria per un libro di memorie di don Vito Ciancimino – e lui lo stava aiutando a scrivere – e serviva a me, quindi avevo fotocopiato questi appunti, in parte miei e in parte di mio padre, ma avevo detto subito cos’era, quindi non ho tratto in inganno nessuno”. Quindi, 55 su 55 documenti esaminati dalla scientifica erano risultati autentici; non dico veridici, dico autentici. Non erano taroccati.
Il 56° è risultato invece taroccato. Due o tre giorni prima dell’arresto di Massimo Ciancimino, che è avvenuto se non ricordo male mercoledì, quindi fine scorsa settimana, inizio della settimana appena conclusa, della Settimana Santa, arriva il referto della scientifica su un altro documento. E qui attenzione, perché altro che giallo! Altro che thriller!
Il documento che cos’è? Fa parte di una valigiata di documenti che Ciancimino ha portato in procura uno o due mesi fa, gli ultimi documenti che lui diceva di avere dell’archivio di suo padre. Perché ha impiegato così tanto a consegnarli? Forse perché gli piaceva creare un po’ di suspance, restare un po’ più a lungo sotto i riflettori, forse perché l’archivio di suo padre era disseminato in una serie di cassette di sicurezza e nascondigli sparsi per l’Europa e per il mondo, per cui nemmeno lui sapeva dove erano tutte, e di volta in volta con l’aiuto della madre, di altri collaboratori di suo padre è riuscito a ricostruire tutti i nascondigli e a svuotarli uno dopo l’altro da tutto quanto, e portare tutto in procura. Non era tutta roba che aveva in casa, che aveva nella sua disponibilità. Tra questi documenti che lui porta uno o due mesi fa, c’è un appunto, una lettera manoscritta di suo padre, originale, in cui suo padre parla di un magistrato, ormai in pensione, che si chiama Giuseppe Di Gennaro. Soltanto che il padre sbaglia e scrive Giuseppe De Gennaro”. Quando la scientifica vede “De Gennaro” scritto con quella grafia, si ricorda di aver visto la stessa scritta “De Gennaro”, uguale uguale, con gli stessi grassi, gli stessi magri, le stesse inclinazione, proprio identica a quella scritta – alla scientifica hanno l’occhio clinico – che compariva in una molto controversa cartolina, fotocopiata, che Ciancimino aveva prodotto nel giugno dell’anno scorso.
Cos’era quella cartolina? Diceva che fosse un appunto “che io e mio padre, quando preparavamo il libro di memorie, avevamo scritto con i nomi che mio padre chiamava quelli del Quarto Livello”. Una serie di funzionari di Polizia e dei servizi di sicurezza che lui chiamava il Quarto Livello. Il Quarto Livello, naturalmente, nell’ipotesi dei rapporti mafia-politica. Sulla sinistra c’era questa lista di nomi incolonnati, sulla destra ce n’era uno solo collegato con una freccetta alla colonna di sinistra. La freccetta e il nome a destra era scritto con un’altra grafia rispetto alla colonna dei nomi a sinistra. Come la spiegò Massimo Ciancimino? Disse: “io sotto dettatura di mio padre scrissi la lista dei nomi a sinistra, poi a un certo punto vidi mio padre che prendeva la biro, la matita, faceva una freccia vicino al nome “Gross”, e segnava ‘De Gennaro’, intendendo dire Gianni De Gennaro” nemico acerrimo di Vito e della mafia, già capo della criminalpol di Palermo, poi capo della Polizia, oggi coordinatore dei Servizi Segreti, condannato in appello per i depistaggi sulle violenze di Genova, non dimentichiamocelo.

Pazzo o ricattato?
A questo punto, i magistrati, per la prima volta si imbattono in un riferimento a Gianni De Gennaro come in qualche modo parte di quel presunto Quarto Livello che Vito Ciancimino aveva individuato come referenti di trattative e rapporti tra Stato e Mafia, quindi si sorprendono che Massimo Ciancimino non aveva mai parlato di De Gennaro, ma ancora rimaneva un nome su cui Massimo Ciancimino non sapeva dire bene cosa, se non “mi sono fatto l’idea che dietro a quel signor Franco, uno dei Servizi di Sicurezza che serviva come un’ombra Vito Ciancimino in tutto il percorso della trattativa e un po’ lo pilotava, ci fosse come referente una figura importante come De Gennaro”. Era una sua deduzione che Massimo Ciancimino comincia a raccontare ai giornalisti, ci mette del suo. Un giorno incontrando un ufficiale di Polizia Giudiziaria a Caltanissetta dice che praticamente il signor Franco e De Gennaro sono la stessa persona, quello là verbalizza, lui a verbale balbetta… insomma su De Gennaro fa un casino nell’ultimo anno che poi lo porta a essere incriminato a Caltanissetta per calunnia nei confronti di De Gennaro e poi all’arresto da parte dei magistrati di Palermo.
Qual è il giallo? Il giallo è appunto quello che succede alla polizia scientifica quando esaminano quell’appunto, portato uno o due mesi fa da Massimo Ciancimino insieme ad altre carte, sicuramente autografo del padre, in cui si parla di questo giudice Di Gennaro che era stato consulente del ministero della giustizia, poi era stato applicato come dirigente dell’ONU, aveva avuto vari incarichi extra giudiziari e Vito Ciancimino ne parlava nel su appunto. E’ un appunto di nessun interesse investigativo, quindi Massimo Ciancimino non avrebbe avuto nessun interesse a portare quel documento che riguardava questo giudice DI Gennaro, che suo padre aveva sbagliando chiamato De Gennaro. Allora perchè Massimo Ciancimino tra le carte porta questo appunto in cui suo padre parla di un magistrato che non sa nemmeno chi sia? Mistero, primo mistero.
Quello che è interessante è che quando vedono la scritta De Gennaro, scritta da Vito Ciancimino, gli esperti della scientifica fanno una prova per vedere se per caso Ciancimino lo scrive uguale perché è la sua grafia, oppure è proprio la stessa parola, diciamo fotografata col photoshop e appiccicata alla freccetta e alla cartolina? Loro, quando hanno stabilito che la cartolina era autentica, hanno stabilito che effettivamente la grafia della colonna sinistra, come diceva Massimo, era di Massimo e che quella della freccetta e “De Gennaro” era di Vito: per questo avevano detto che il documento è autentico. Ma adesso scoprono che potrebbe essere stato artefatto prelevando col photoshop quel “De Gennaro” dalla lettera di Vito e appiccicandolo sulla cartolina di Massimo, così che dalla cartolina si desuma che anche De Gennaro, che non era nella lista appuntata da Massimo, fosse stato inserito da Vito come parte di quel quarto livello colluso.
Fanno le verifiche e scoprono che la parola l’ha scritta una volta in quella lettera, non l’ha mai scritta nella cartolina, qualcuno ha estrapolato quella scritta dalla lettera e l’ha incollata sulla cartolina, poi fotocopiata. A quel punto, dicono: “quella cartolina è taroccata”. Chi può averla taroccata? I magistrati di Palermo dicono: “non può che averla taroccata Massimo Ciancimino”, anche perché Massimo Ciancimino ci aveva detto di aver visto con i suoi occhi suo padre, sotto i suoi occhi, aggiungere a quella lista la freccetta e il nome “De Gennaro”. Se invece ci avesse detto “ho ricevuto, ho trovato questa cartolina che non so da dove venga” prima di attribuire il falso a lui ce ne corre, ma dato che lui ha detto “ho visto mio padre scrivere quella roba” e la scientifica dice “no è stata appiccicata”, è evidente che i magistrati come prima ipotesi ne desumono che quel taroccamento l’ha fatto Massimo Ciancimino. Naturalmente si chiedono anche perché, ma nel frattempo scoprono che Massimo Ciancimino, e non è difficile scoprirlo perché ha la scorta, sta partendo per le vacanze in Francia e lo fanno fermare prima che espatrii, e lo tengono dentro. Lo interrogano, e lui fa un interrogatorio pure drammatico: piange, si contraddice, dà due-tre versioni degli stessi fatti, si dice minacciato, dice di avere paura, che gli han mandato una bomba e per “non preoccupare i miei e non fare sempre la figura di quello che grida al lupo al lupo non l’ho denunciata, l’ho annaffiata con la doccetta in giardino e l’ho nascosta”.
I magistrati mandano la Polizia a perquisire la casa a Palermo e scoprono che la bomba c’è, è disinnescata ma potrebbe autoinnescarsi e distruggere l’intero palazzo, una bomba ad alto potenziale, pericolosa, attiva.
Allora è vero che gli hanno recapitato quella bomba? Perché l’ha nascosta mettendo in pericolo anche i vicini oltre alla sua famiglia? Oppure se l’è messa lui, ma è matto a mettersi una bomba che potrebbe scoppiargli fra le mani? Nell’interrogatorio, ovviamente, il problema principale è la cartolina con l’appiccico del nome “De Gennaro”. Gli chiedono “l’ha fatto lei?”, “assolutamente no”, “E allora chi l’ha fatto?”, “non lo so!”, “ma come non lo sa, se ci aveva detto che aveva visto suo padre scrivere sotto i suoi occhi il nome De Gennaro, lo conferma?”, “non lo ricordo, può darsi che mi ricordi male, che l’abbia visto scrivere altrove quel nome, non so chi ha fatto questa cosa, io non ho le competenze tecniche per alterare un documento, non avrei mai fatto una roba del genere, non mi serve a niente aggiungere il nome De Gennaro perché non è mia intenzione calunniare nessuno, quelle carte me le ha passate un amico di famiglia”.
Poi cambia versione: “no le ho ricevute in busta chiusa”, e i magistrati gli dicono “ci dia la busta così verifichiamo”, “l’ho distrutta”… insomma dà versioni che si contraddicono e che non stanno in piedi e che comunque smentiscono quello che aveva dichiarato consegnandola, quella cartolina.
L’interrogatorio viene chiuso, lui viene lasciato in carcere, viene convalidato il fermo. Questa settimana che inizia a Pasquetta ci saranno nuovi interrogatori e si spera che Ciancimino si sia dato una calmata e abbia organizzato le idee, perché è evidente che qualcosa di decente lo deve dire se non è lì per suicidarsi.
Perché il sospetto è che lui, nell’ultimo periodo abbia cominciato a fare delle cose per sputtanare quello che di vero aveva detto e consegnato in precedenza. Allora la domanda è: lo sta facendo spontaneamente, sotto minaccia, sotto pressione di qualcuno, sotto ricatto di qualcuno, è costretto a fare il kamikaze suicida oppure lo sta facendo spontaneamente magari in attesa di qualche tornaconto, o è semplicemente pazzo? Perché non c’è nulla di lucido e di lineare in quello che è successo. Ciancimino non aveva mai parlato di De Gennaro, quindi non aveva bisogna di portare delle carte false per dimostrare la veridicità di quello che aveva detto. Anzi, De Gennaro era uno dei nemici più acerrimi di suo padre, quindi accusarlo avrebbe comunque indebolito la sua posizione perché qualcuno avrebbe potuto insinuare che stava vendicandosi per conto di suo padre, mentre lui ha sempre detto di voler prendere le distanze da suo padre. Suo padre ce l’aveva coi magistrati, lui è solidale coi magistrati, suo padre era un mafioso, lui non vuole lasciare un cognome mafioso a suo figlio. Attaccare un nemico della mafia e di suo padre come De Gennaro poteva indebolire il suo tentativo di distacco progressivo dagli ambienti paterni, non aveva nessuna esigenza di taroccare quel documento per accusare De Gennaro perché lui non aveva mai detto nulla su De Gennaro, non sapeva nulla se non suo padre ogni tanto smoccolava contro De Gennaro e, a suo dire, aveva segnato il nome De Gennaro sulla cartolina. Dal che lui aveva dedotto che anche De Gennaro facesse parte del Quarto Livello, nulla di più, nulla di utilizzabile processualmente. Un sentito dire… poi sapete che Ciancimino è un uomo molto fertile di fantasia, lo racconta bene Ingroia nel suo libro “Nel labirinto degli Déi” e nella prefazione del libro di Torrealta “Il Quarto Livello”. Non è vero che Ingroia avalla tutto quello che dice Ciancimino, basta che leggiate le parti dedicate a Ciancimino, le ho pubblicate sul Fatto Quotidiano di sabato per chi è interessato: Ingroia dice “attenzione, quello che Ciancimino documenta lo prendiamo sul serio, quello che viene confermato da altri , come tutti discorsi sulla trattativa, dove poi ci sono state conferme di personalità autorevolissime – ci sono testionianze di Conso, di Martelli, di Liliana Ferraro, non ché dello stesso Mori e dello stesso De Donno che comunque parlano dei loro rapporti, dei loro colloqui con Vito Ciancimino. Quelle cose stanno in piedi anche se Ciancimino le negasse, perché hanno già avuto conferme e documenti.
Ma Ingroia diceva “quando lui fa le sue elucubrazioni sulle cose che diceva suo padre, su Ustica, su De Mauro, su Calvi etc… quelle sono cose che dice, noi non sapremo mai se sono vere o false ma processualmente ciò che non è documentabile e riscontrabile noi non lo utilizziamo nemmeno”.
Il Quarto livello… chissà se esiste, cos’è… Ingroia lo dice, basta che leggiate il libro comunque molto bello di Maurizio Torrealta.
Allora? La domanda è: mettiamo che Ciancimino ha fatto il tarocco, ha appiccicato la scritta De Gennaro sulla cartolina, perché ha deciso di attaccare De Gennaro calunniandolo. Ha preso quella parolina dalla lettera di suo padre riferita al giudice storpiata e l’ha appiccicata lì, gli è andata bene per un anno. Poi cosa fa? Un mese fa prende la lettera da cui è tratta la parolina appiccicata, e la porta ai magistrati, così dà ai magistrati il cappio per impiccarlo, dà ai magistrati la prova del falso che lui ha fatto. Vedete che o è pazzo o qualcuno lo ha indotto o costretto a farlo. E’ un suicidio in diretta: tu spari a qualcuno, dici che non sei stato tu, e poi porti in procura la pistola con le tue impronte digitali, con un colpo mancante dello stesso tipo di quello trovato nel corpo di quel qualcuno che hai accoppato. O sei scemo o c’è qualcuno che ti ha costretto ad andare a costituirti. O c’è qualcuno che ti ha costretto ad ammazzare quel qualcuno e poi ad assumertene la colpa per evitare che si risalga a chi ti ha commissionato il delitto. Chi lo sa? Questa è una spiegazione sicuramente più logica di uno che fa il tarocco, ci sono cascati tutti, e poi porta la prova del tarocco.
Tra l’altro una prova che non serviva a niente, nessun magistrato gli avrebbe mai chiesto, anche se fosse stata trovata, “perché non mi hai portato quella lettera?” “Perché parlava di un giudice Di Gennaro che a voi non interessa niente, sono carte di mio padre come la lista della spesa”, ha lo stesso valore giudiziario della lista della spesa. C’è qualcosa di inspiegabile in questo comportamento, che ha fatto pensare agli inquirenti l’esistenza di un “puparo”. Non esageriamo coi gialli, il puparo… il puparo può essere benissimo una persona che rappresenta uno degli ambienti che Ciancimino ha toccato, ambienti che sono molto preoccupati dalle indagini sulle trattative che vanno avanti anche se si dimostrasse che Ciancimino ha detto tutto fandonie, con quello che si è accumulato sulla trattativa, con quello che si è saputo su Dell’Utri e Berlusconi non c’era bisogno certamente dei pizzini di Ciancimino per sapere che Dell’Utri e Berlusconi hanno avuto rapporti con la mafia, tant’è che Dell’Utri è stato condannato in primo grado a nove anni quando Ciancimino era ancora in sonno, silente, non aveva mai parlato, quindi non c’è bisogno di Ciancimino per dimostrare i rapporti tra Dell’Utri, Berlusconi e la mafia, sono dimostrati a prescindere.

Gli assegni di Berlusconi e le telefonate di Ciancimino
Il bello di questa leggenda che ci viene raccontata è che si dice appunto che Ciancimino, furbo, se ne stava bello e tranquillo. Gli avevano sequestrato i beni del padre, 64 milioni di euro nel 2004-2005, ma per il resto era un signore benestante, faceva la bella vita, nessuno gli andava a chiedere niente. Poi, a un certo punto, si sveglia e si inventa calunnie contro Berlusconi, Dell’Utri, De Gennaro, Mori, De Donno, Mancino, Violante per vivere meglio. Pensate che genio! Uno che accusa uomini potentissimi, inventandosi le accuse, per migliorare la sua qualità della vita. Ma ve lo vedete?Ma la genesi della collaborazione di Ciancimino non è questa, non aveva alcuna intenzione di parlare con la giustizia. Non è andato lui dai giudici a dire “sapete che so delle cose? Ve le dico adesso perché mi sono svegliato storto…”.
Non è che si faccia carriera andando dai giudici a dire qualcosa di brutto su Berlusconi, Dell’Utri in Italia. Si fa carriera a non dirle, certe cose.
Pensate a Ruby… a Ruby hanno promesso e dato dei soldi per stare zitta e per fare la matta dicendo cazzate. Ricordatevi quell’intercettazione in cui lei racconta che il premier le ha detto “fai la matta, dì cazzate e io ti copro d’oro”. Perché potrebbe essere la stessa cosa che è successa a Massimo Ciancimino: “fai il matto, dì cazzate e io ti ricopro d’oro” oppure “fai così altrimenti la prossima bomba non te la faccio trovare, la faccio detonare”. Potrebbe essere, chi lo sa? Almeno ci sarebbe una logica in questo comportamento non lineare di uno che porta 54 documenti tutti autentici e poi ne porta uno falso, la fa franca per un anno ma poi porta le prove che il falso l’ha fatto lui. Non c’è niente di lineare in tutto questo. C’è una cesura, c’è un qualcosa che è successo nell’ultimo periodo.
E se uno conosce la genesi di questa collaborazione capisce che la genesi è genuina perché Massimo Ciancimino quando vengono sequestrati i 64 milioni di suo padre, stiamo parlando del 2004-2005, procura di Palermo ancora retta da Piero Grasso e Pignatone, perquisizione a casa, nella villa al mare, intercettazioni telefoniche, processo per riciclaggio, gli fanno la perquisizione, gli trovano in casa un documento tagliato in cui qualcuno – chi dice Provenzano chi dice Ciancimino sotto dettatura di Provenzano – promette appoggio elettorale a Berlusconi in cambio della messa a disposizione di una sua televisione e in caso contrario minaccia eventi tristi contro Berlusconi, quel documento, ricorderete, non finisce agli atti ma nascosto in uno scatolone dimenticato.
Quando Ciancimino viene interrogato dopo la perquisizione di quel documento non gli chiedono niente. Nelle intercettazioni lo si sente che parla con sua sorella di un assegno che negli anni Ottanta Berlusconi aveva staccato per Ciancimino padre, 35 milioni di lire, un finanziamento di Berlusconi al più mafioso dei politici siciliani, e il padre non lo aveva mai incassato, lo conservava evidentemente a scopo di ricatto, in una carpetta, così dice Massimo Ciancimino a sua sorella, intercettati nel 2004. La procura quelle intercettazioni le ha. Sapete quante domande hanno fatto i magistrati della procura di Grasso, interrogatorio condotto da Pignatone, a Massimo Ciancimino su quell’assegno di Berlusconi a Vito Ciancimino? Una domandina per dire: “ma lei è proprio sicuro?” Quando si fa una domanda così l’interrogato capisce che il magistrato non è proprio entusiasta, tant’è che quando lui risponde una supercazzola mentre al telefono diceva chiaramente di sapere dov’era quell’assegno, fine della domanda, si passa a parlare d’altro. E anche quella vicenda viene sepolta.
E Massimo Ciancimino continua a viversene sereno e tranquillo col suo processo fino al 2007, quando rilascia un’intervista. A chi la rilascia? A Panorama, diretto da Belpietro. Intrevistatore Gianluigi Nuzzi, 19 dicembre 2007. Racconta la sua vita con don Vito, racconta il suo ruolo di postino della trattativa, racconta che lui ha assistito agli incontri di suo padre col generale Mori, con De Donno ma anche con Riina e Provenzano, addirittura fino al 2002. Provenzano col nome di Ing. Lo Verde andava a trovare Ciancimino agli arresti domiciliari a Roma, lui c’era.
Storia bellissima nella quale Nuzzi, ottimo cronista, fa una domanda e dice: “ma lei sulla trattativa è stato mai interrogato dalla procura di Palermo?” Risposta: “no, su questo non mi hanno mai chiesto niente”. Nel frattempo la procura di Palermo è cambiata, è arrivato il procuratore Messineo che ha rimesso al lavoro in antimafia i magistrati che Grasso aveva emarginato, i Caselliani, e infatti appena leggono l’intervista di Massimo Ciancimino e gli fanno verbalizzare quello che racconta sulla trattativa, e dal gennaio 2008 all’altro giorno, riempie decine e decine di verbali, racconta una serie di cose, quelle che aveva raccontato a Panorama più altre.
A un certo punto una fonte che noi non conosciamo, fa sapere alla nuova procura che sta facendo sul serio su Massimo Ciancimino, a differenza dell’altra, guardate che nelle perquisizioni i Carabinieri han trovato molto di più di quel che sapete, come un appunto che parlava di promesse di appoggio elettorale a Berlusconi in cambio della messa a disposizione di una delle sue televisioni. Che fine ha fatto? Vanno a cercare nel processo a Ciancimino e agli atti non c’è. Vanno a cercarla nel verbale di perquisizione e i Carabinieri hanno regolarmente segnalato “in caratteri stampatello, parte di foglio A4 manoscritto contenente richieste all’On. Berlusconi per mettere a disposizione una delle sue reti TV.” Dicono i magistrati: “dov’è questa roba?”, Vanno nel magazzino dove ci sono tutte le cose portate via da casa Ciancimino e non ritenute utili per le indagini e trovano pure questo foglio.
Qui si parla di mafia e di Berlusconi, di attentati possibili, di messa a disposizione di televisioni… ovviamente lo portano nel processo a Dell’Utri e chiamano Ciancimino per chiedergli: “cos’è quel documento?” Ciancimino sbianca, si mette a piangere, entra in confusione, dice l’ha scritto mio padre, no l’ha scritto mio nonno, no l’ho scritto io…” cerca in tutti i modi di distrarre l’attenzione, poi crolla e dice: “quello è un appunto di Provenzano, perché Provenzano aveva una corrispondenza epistolare con Berlusconi e Dell’Utri, mio padre faceva da tramite, a volte segnava le cose, di quell’appunto ci sono varie versioni di mio padre tant’è che in una mio padre scrive ‘se Berlusconi non dà quel che voglio io uscirò dal mio proverbiale riserbo perché non ne posso più che abbiamo fatto le stesso cose con la mafia, io sono in galera e Berlusconi è presidente del Consiglio’”. E saltano fuori questi documenti. E’ perché è costretto a parlare di Berlusconi e Dell’Utri, dalle carte che gli han trovato in casa, dalle telefonate che faceva con sua sorella sull’assegno, che Ciancimino comincia a parlare di Dell’Utri e Berlusconi, perché non può negare che quelle carte stavano a casa sua e quella telefonata l’ha fatta lui. Ma lui non è mai andato dai magistrati a offrirsi di collaborare, e non è mai andato dai magistrati a offrirsi di accusare Berlusconi e Dell’Utri.
E’ dalle condizioni di necessità che a un certo punto è stato costretto a spiegare quelle carte e quelle telefonate, che naturalmente valgono esattamente quanto valevano una settimana fa prima del suo arresto. Le carte la scientifica le ha ritenute autentiche, la telefonata l’ha fatta lui, se poi ha taroccato o qualcuno ha taroccato per lui il documento su De Gennaro questo vuol dire che lui ha calunniato De Gennaro. Del resto, a nessuno è mai venuto in mente di aprire un’inchiesta su De Gennaro sulla base di quella cartolina, i magistrati non hanno mai indagato su De Gennaro.
Processualmente, le carte che erano buone prima sono buone anche adesso, quella cartolina non è mai stata usata in nessun processo e quindi non è buona.
Questo è l’approccio giornalisticamente corretto, e anche giudiziariamente corretto: in america i testimoni di giustizia e i pentiti vengono protetti dallo Stato, gli viene data l’immunità per tutto quello che han fatto prima e dopo, l’immunità dura di solito a vita, le loro dichiarazioni vengono riscontrare, se si scopre che qualcuna è falsa, non vengono incriminati per falsa testimonianza. Semplicemente quello che hanno detto di non riscontrato non è utilizzato.
In Italia, per fortuna, siamo più severi: pentiti e testimoni di giustizia sono tenuti a dire la verità, se non la dicono e calunniano qualcuno vengono arrestati e processati come tutti i cittadini, non c’è nessuna immunità né protezione, anzi è rarissimo il caso di arresto per calunnia. E’ rarissimo: se voi calunniate un vostro vicino di casa, è raro che vi arrestino. Vi indagano, ma non vi arrestano.
C’è stato addirittura un surplus di severità in questo caso, evidentemente perché la posta in palio è molto importante.

Speriamo che tra la paura di restare in carcere e la paura di quelli che probabilmente lo minacciano Ciancimino decida di tornare a essere collaborativo sul serio con la magistratura, quindi se c’è qualcuno che lo ha costretto o lo costringe sotto minaccia o ricatto a portare una carta falsa e poi a mettere la firma di fatto sotto quel falso, ci dica chi è e perché lo fa. Se invece dietro di lui non c’è nessuno e ha fatto tutto lui, allora vuol dire che merita il manicomio, il reparto psichiatrico perché è completamente matto.
Ma per rispondere quale è vera e quale è falsa di queste due versioni, dobbiamo aspettare i prossimi giorni con i prossimi interrogatori.
Buona settimana a tutti, passate parola.

Lettera aperta al senatore Gasparri e Sgarbi

Fonte: Lettera aperta al senatore Gasparri e Sgarbi.

Egregi signori Gasparri e Sgarbi vi rammento che quando si parla, occorre sapere di che cosa si parla. Voi parlate di “pentiti” con una disinvoltura tale che sembrate dei conoscitori del problema. E, invero del pentitismo di uomini d’onore voi non sapete assolutamente nulla. In questo momento lei Gasparri, chiede una commissione d’inchiesta e tuttavia, lei siede accanto ad un suo collega, già condannato in appello per mafia. Ma, questo a lei non interessa, e non interessa nemmeno aver un ministro che è sotto la lente della magistratura, pure per mafia. Lei signor Gasparri sa bene che Ciancimino non è un collaboratore di giustizia, ma semplicemente un dichiarante. Quindi vedo nelle sue dichiarazioni un messaggio preventivo agli attuali pentiti e a quelli che potrebbero arrivare. Noto anche che il caso Ciancimino è da lei usato per attaccare nuovamente il Giovanni Falcone del ventunesimo secolo, ovvero Antonio Ingroia. Si rassereni Gasparri, Ingroia non è in vendita, come non lo sono gli appartenenti alla Magistratura italiana, tranne quelli già noti dalle sentenze giudiziarie e riferibili al suo premier. La richiesta di una commissione d’inchiesta sui pentiti è vetusta e viene tirata in ballo ogni qualvolta un politico e un appartenente alla casta viene citato dai pentiti. Quanto siete patetici. Da una parte strombazzate “lotta” alla mafia e dall’altra tentate di denigrare l’operato della Procura di Palermo con in testa Ingroia.

Evidenzio analogie dalle vostre accuse signori, Gasparri e Sgarbi ,con quelle rivolte a Falcone e a tutto il pool antimafia di allora. Prima c ‘erano i “Corvi” ora ci siete voi che prendendo spunto da un errato comportamento, censurabile e condannabile di Ciancimino, tentate di infangare l’operato di una Procura. Vedete, fin quando Buscetta, Gaspare Mutolo e tanti altri collaboratori di Giustizia, parlavano dei loro ex amici uomini d’onore, i pentiti erano l’oracolo, erano il vangelo, appena, ahimè, hanno cominciato a parlare dei politici, sono iniziati i problemi. Tant’è che proprio la sua parte politica, signor Gasparri, ha editato la famosa legge dei 18o giorni. Mettetevelo bene in testa, che se la mafia è diventata potente, se è diventata arrogante e stragista, in parte la colpa è di quel mondo politico che ha prestato non solo il fianco ma ne ha assicurato impunità attraverso “compiacenze” e “vicinanze”. Altro che commissione d’inchiesta sui pentiti. Piuttosto dovreste proporre una seria commissione per appurare a chi ha “giovato” il favoreggiamento fornito da Cosa nostra nelle tornate elettorali. Ma è certo che non l’ha proporrete mai perché ci potrebbero essere effetti devastanti e questo è notorio a tutti.I pentiti, che vi piaccia a no, sono uno strumenti indispensabile per entrare nel mondo delle mafie e che vi scrive è stato uno che con i pentiti ha sviscerato, sezionato quel mondo di contiguità tra Cosa nostra e politica. Quindi, per favore cercate di non prendere spunto da un comportamento di Massimo Ciancimino, per attaccare i PM di Palermo: capisco senatore Gasparri che, per la verità non solo lei, ha qualche sassolino da togliersi dalla scarpa nei confronti di Ingroia e si metta l’anima in pace, non ci riuscirà. Se ne faccia una ragione. Poi, vorrei consigliare la signor Sgarbi di interessarsi di cultura e della sua attività di Sindaco di Salemi e lasci lavorare i PM. Certo che lei se non erro ha avuto qualche problema con la Giustizia e quindi il livore nei confronti della Magistratura in generale le offusca il pensiero.

In ogni caso ricordo a Gasparri e Sgarbi, che potete fare qualsiasi commissione d’inchiesta sui pentiti, sull’operato della Procura di Palermo, ma tutto questo non riuscirà a coprire le malefatte della casta. E mi auguro col tutto il cuore che Spatuzza, Brusca, Tranchina, compreso Ciancimino e tanti altri potranno dissipare non solo a me ma a milioni di italiani, i dubbi su quanto di sporco e di marcio c’è stato e c’è nel rapporto tra mafia/Stato ed anche con gli integerrimi politici che si ergono a paladini della legalità. Che obbrobrio!

Pippo Giordano

Afghanistan: una pace di carta | Massimo Fini | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Afghanistan: una pace di carta | Massimo Fini | Il Fatto Quotidiano.

Meno male che ci sono i leghisti. Ai quali dei principi non frega niente, ma dei danee moltissimo. È il Carroccio che sta spingendo Berlusconi a ridimensionare la nostra partecipazione alle cosiddette “missioni di pace”. Ma il Cavaliere ha puntato il dito sull’obiettivo più sbagliato: sull’unica vera missione di pace decisa dall’Onu in questi anni, quella in Libano che interpone un contingente internazionale fra gli Hezbollah e Israele impedendo così a queste due comunità di massacrarsi a vicenda.

Ma i leghisti spingono da tempo anche per il ritiro dei nostri soldati dall’Afghanistan, la cui presenza ci costa 800 milioni di euro l’anno in un momento di emergenza e di grave crisi economica. Tanti per noi, anche se non paragonabili al miliardo di dollari degli Stati Uniti il cui debito pubblico sta per far saltare in aria il mondo intero.

La differenza fra la missione in Libano e quella in Afghanistan è palese. In Afghanistan la Nato sta facendo una guerra (nel nostro caso in evidente violazione dell’articolo 11 della Costituzione) e occupa un Paese da dieci anni. Quali sono stati i risultati di questa brillante operazione? Dovevamo, secondo le intenzioni, ricostruire un Paese che proprio noi, insieme ai sovietici, avevamo contribuito a distruggere e invece lo abbiamo definitivamente devastato, dal punto di vista materiale, economico, sociale e morale.

Durante il periodo talebano a Kabul vivevano un milione e duecentomila persone, oggi ce ne sono cinque milioni e mezzo. Basterebbe questo. La disoccupazione era all’8% oggi è al 40 e in alcune regioni all’80. L’artigianato locale è stato distrutto (adesso i burqa li fanno i cinesi). Nell’Afghanistan governato dai Talebani non c’era corruzione, oggi è endemica, nel governo, nelle autorità locali, nella polizia, nell’esercito e anche in parte nei contingenti internazionali. Ma la corruzione forse più devastante è quella della magistratura. Per avere una sentenza bisogna pagare, per averla favorevole bisogna strapagare. Tanto che gli afgani, anche quelli che non condividono la sharia, preferiscono rivolgersi ai tribunali talebani perchè in assenza di qualsiasi giustizia la loro è perlomeno una giustizia, sia pur spiccia.

Ashraf Ghani, un medico afgano che ha fatto il dottorato alla Columbia University, che ha insegnato otto anni a Berkley e alla John Hopkins, che è stato funzionario della Banca Mondiale, il più occidentalizzante dei candidati alle elezioni presidenziali del 2009 (una farsa: 35% di votanti, con decine di migliaia di elettori che hanno votato due o tre volte), e quindi non sospettabile di simpatie talebane, ha commentato amaramente: “Nel 2001 eravamo poveri ma avevamo la nostra moralità. Questa alluvione di dollari ha distrutto la nostra integrità”. Nel 2000 il Mullah Omar aveva bloccato la coltivazione del papavero e la produzione di oppio era crollata quasi a zero. Adesso l’Afghanistan produce il 93% dell’oppio mondiale.

Oggi tutti gli afgani, non solo i Talebani, pashtun, tagiki, uzbeki, hazara, gente delle campagne, uomini e donne colti della città, vogliono una cosa sola: che le truppe straniere se ne vadano. Se il terrorismo internazionale ha avuto, con Bin Laden, una sua base in Aghanistan, oggi con tutta evidenza sta da altre parti. E allora perché ci ostiniamo a rimanere in quel Paese a farci ammazzare e ad ammazzare gente (60 mila morti civili) che non ci ha fatto niente di male e mai ce ne farebbe se non pretendessimo di stare in armi sulla loro terra?

Campania, ecco gli impresentabili in lista | Vincenzo Iurillo | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Campania, ecco gli impresentabili in lista | Vincenzo Iurillo | Il Fatto Quotidiano.

Il caso Napoli: alcuni accusati per collusione con la camorra, altri indagati per riciclaggio

Altro che liste pulite. A setacciare le candidature delle amministrative in Campania scovi di tutto: arrestati per collusioni con la camorra, indagati per riciclaggio, ex ministri rinviati a giudizio, sindaci che collezionano inchieste e processi come fossero tappi di birra. E sullo sfondo le moine di sempre, di chi a parole censura l’arrivo di quei voti e nei fatti se ne servirà: io non sapevo, io mi dissocio, se vinco grazie a lui mi dimetto.
Lo disse anche il Governatore Stefano Caldoro l’anno scorso, quando gli infilarono di soppiatto in una lista alleata un condannato in primo grado per camorra, che peraltro è stato pure eletto e tra poco potrebbe essere reintegrato in consiglio regionale. Senza che nessuna testa sia saltata.

Da chi cominciamo? Il caso del momento è la presenza di Achille De Simone, consigliere comunale uscente, come capolista di Alleanza di Centro, una delle 11 liste a sostegno del candidato sindaco Pdl di Napoli Gianni Lettieri. Il Gip Antonella Terzi nell’ordinarne l’arresto il 26 novembre del 2009 commentò così la partecipazione di De Simone a un incontro in cui una donna del clan Sarno minacciava l’animatore di un movimento antiracket: “Autentico raccapriccio, è forse l’episodio più intriso di mentalità malavitosa, inquinato dal concorrente apporto dell’inqualificabile De Simone”. Inqualificabile per il giudice, ma non incandidabile per la politica napoletana. Anche se Lettieri ne ha preso le distanze, invitandolo a ritirarsi e annunciando di essere sin da ora dimissionario se i voti di De Simone saranno determinanti per la sua elezione. Pionati, il capo dell’Adc, ha definito il suo inserimento in lista “un errore di distrazione”. Mannaggia.

Ma non è l’unica candidatura che fa discutere. Nel Pdl di Napoli è in corsa Maurizio Matacena, commercialista, indagato per riciclaggio in concorso col senatore e sindaco Pdl di Afragola Vincenzo Nespoli, per il quale pende un’ordinanza di arresto fermata dal Parlamento. Matacena è accusato di aver fatto sparire circa 300mila euro nell’ambito delle indagini sulla bancarotta fraudolenta degli istituti di vigilanza riconducibili a Nespoli e sul dirottamento dei loro fondi verso alcune speculazioni immobiliari di Afragola.

Nella lista azzurra c’è pure Marco Nonno, consigliere uscente An. É imputato per concorso in devastazione, per aver coordinato la guerriglia urbana che impedì la riapertura della discarica di Pianura. Vicenda per la quale ha trascorso 13 mesi agli arresti, tra carcere e domiciliari. In questi giorni Nonno ha presentato un libro dove racconta la sua versione su Pianura. È un collezionista di armi antiche e il suo manifesto elettorale lo ritrae con l’elmetto in testa. “Per Pianura – spiega – ho combattuto”.

Qualche problemino giudiziario lo hanno anche alcuni candidati sindaci. Clemente Mastella (Popolari-Udeur) è fresco di rinvio a giudizio per la compravendita della casa di Largo Arenula a Roma, immobile che era nella disponibilità dell’Udeur (ospitava la redazione de Il Campanile) ma che attraverso un tortuoso giro di cessioni azionarie è stato intestato ai suoi figli. L’ex Guardasigilli è stato però assolto dalle accuse di associazione per delinquere: il giudice ha detto no al teorema partito-clan. Luigi De Magistris (Idv-Federazione della Sinistra) ha una richiesta di rinvio a giudizio a Roma per alcune presunte anomalie sulla gestione dei tabulati telefonici nel corso delle inchieste condotte dai pm a Catanzaro. Ma va ricordato che per simili anomalie Genchi è già stato assolto. Peraltro, non si tratta di reati comuni o a scopo di lucro ma contestati per via delle legge Boato del 2003, che si presta a varie interpretazioni. De Magistris poi è stato assolto poche settimane fa a Salerno da una fastidiosa accusa di omissione d’atti d’ufficio per l’accusa – caduta – di non aver indagato a dovere su una denuncia. C’è poi Lettieri (Pdl), che è sotto processo a Salerno per truffa e falso per la delocalizzazione in zona Asi di una delle sue aziende, la Manifatture Cotoniere Meridionali di Salerno. Prossima udienza, 7 giugno. La prescrizione è vicinissima: i fatti risalgono alla prima metà degli anni 2000.

In caso di vittoria di Lettieri a Napoli e del Pd Vincenzo De Luca a Salerno, si realizzerebbe una singolare coincidenza: due sindaci di due città capoluogo della Campania, imputati nello stesso dibattimento e per lo stesso fatto. De Luca il regista della variante urbanistica ritenuta illegittima, Lettieri l’utilizzatore finale, secondo la Procura. De Luca, che si candida a un secondo mandato consecutivo (sarebbe il quarto negli ultimi 18 anni) deve difendersi in un secondo processo per un’altra variante, la trasformazione dell’ex Ideal Standard in un Parco Marino da realizzare con capitali emiliani. Tra le accuse, quella di tentata concussione. Il dibattimento prosegue il 9 maggio. La prescrizione è vicina anche qui. C’è pure una recente inchiesta del pm di Salerno Roberto Penna che contesta a De Luca il peculato per un incarico assegnato al suo fedelissimo dirigente Alberto Di Lorenzo. Si tratta di una nomina firmata dal sindaco nella sua qualità di commissario governativo per la realizzazione del termovalorizzatore (ora non lo è più). L’inchiesta è praticamente finita, si attendono le determinazioni della Procura.

Torniamo a Mastella, un nome che ricorre quando si scrive di politica e inchieste giudiziarie. A Benevento si candida al consiglio comunale l’assessore uscente Aldo Damiano. Fa parte di una lista civica a sostegno del candidato sindaco Pd, l’uscente Fausto Pepe, sfiduciato in extremis per impedirgli di fare campagna elettorale da primo cittadino in carica. Pochi giorni fa Damiano è stato raggiunto da un avviso concluse indagini per corruzione in concorso con il presidente del Palermo Maurizio Zamparini e con i coniugi Clemente e Sandra Mastella. Secondo l’accusa, da assessore all’Urbanistica in quota Udeur nella giunta del 2006, Damiano avrebbe concesso corsie preferenziali non dovute alla realizzazione del centro commerciale ‘I Sanniti’, realizzato da Zamparini, nello stesso periodo in cui dal conto corrente dell’imprenditore friuliano della grande distribuzione partiva un bonifico di 50.000 euro per l’associazione culturale ‘Iside Nova’, presieduta dalla signora Mastella. Per il pm quel bonifico era una tangente e Mastella ha parlato di ‘singolare coincidenza’ tra la notifica dell’avviso e l’ufficializzazione formale della sua candidatura a sindaco di Napoli. Che però aveva annunciato con sei mesi di anticipo. Ma il record di inchieste forse lo detiene Gennaro Cinque. Il sindaco Pdl di Vico Equense si ricandida a dispetto di quattro richieste di rinvio a giudizio per reati che vanno dall’abuso d’ufficio all’omissione d’atti d’ufficio. Più una quinta indagine – ma il fascicolo è ancora aperto – per omissione d’atti d‘ufficio.

Imola, così la cricca di Balducci decretò la morte dell’autodromo | Redazione Il Fatto Quotidiano | Il Fatto Quotidiano

Ecco quel che succede quando la cosa pubblica è gestita da delinquenti…

Fonte: Imola, così la cricca di Balducci decretò la morte dell’autodromo | Il Fatto Quotidiano.

I lavori vennero assegnati alla solita “Rocca Lupo”, sede a Gaeta. Ma vennero consegnati in ritardo e con gravi imperfezioni. Così il circuito Enzo Ferrari è uscito dal circuito della Formula 1. Oggi è stato nominato un nuovo commissario, sempre proveniente dalla protezione civile e che dovrà gestire nuove iniziative. Ma non sappiamo quali

“In mezzo c’era la Protezione civile? E a noi che importava?”. La notizia dei dieci milioni di euro in arrivo dal ministero delle Infrastrutture “per la messa in sicurezza urgente” della pista fu salutata come un’intesa bipartisan tra l’allora sindaco di Imola, Massimo Marchignoli (Pd) e il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, per il bene dell’Autodromo.

Era il 2005, e sul tracciato imolese pesavano numerosi problemi: prima fra tutti la morte di Ayrton Senna. Oggi, a quattro anni dalla fine dei lavori, il famoso tamburello dove nel 1994 si schiantò la Williams di Senna è stato  modificato. Sono stati anche costruiti 33 garage per la Formula 1 e una sala stampa al piano terra (che secondo l’attuale direzione, “è inservibile: le sale stampa degli autodromi vanno fatte in alto”). Ma a sorpresa accadde che proprio nell’anno dei lavori, Imola fu esclusa dalla Formula 1. “Non credo che tutti i lavori sarebbero stati completati in tempo per marzo”, dichiarò il patron della Formula 1, Bernie Ecclestone, motivando il trasferimento del Gp al circuito di Monza. “Per la stagione 2007 il discorso è chiuso, se e quando i lavori saranno ultimati vedremo”, aggiunse.

Ma di fatto, da allora a Imola la Formula 1 non ci è più tornata. E solo oggi se ne scoprono i reali motivi. La colpa furono quei lavori richiesti e mai eseguiti. Nonostante l’appalto milionario. Lo sappiamo solo oggi, a pochi giorni dalla nomina di un nuovo commissario delegato per l’autodromo (il successore di Balducci per i lavori straordinari della protezione civile, l’ingegner Gerardo Baione) che dovrà gestire le iniziative dell’autodromo, senza specificare quali siano. Sicuramente non la Formula 1, definitivamente persa per strada.

Il direttore dell’Autodromo di Monza, Enrico Ferrari, diede la colpa alla disorganizzazione imolese: “Posso confermare che l’autodromo di Imola era nel cuore di Ecclestone. Anche lui ha un cuore. Ovviamente, con tutte le richieste che giungono alla F1 da parte degli imprenditori di tutto il mondo, non poteva attendere che Imola si decidesse ad eseguire i lavori per anni”. Il patron della F1 spiegò che “finché attorno al tavolo c’eravamo io, Enzo Ferrari e Luciano Conti (presidente della Sagis, all’epoca, ndr) le cose sono sempre andate bene, nessuno era scontento. I problemi sono iniziati in seguito, quando troppe promesse non sono mai state seguite da fatti concreti”. Inoltre, “spesso ho avuto la sensazione di essere l’unico a volere che si continuasse a correre a Imola: le strutture stavano inveccchiando- sbottò Ecclestone- e c’erano sempre aspetti finanziari di cui discutere e mai di interventi al circuito”.

Eppure, il progetto era quello di Herman Tilke, il suo architetto di fiducia. Si trattava di un’opera da 14,3 milioni di euro (ma inizialmente dovevano essere non più di dieci), finanziata quasi interamente dal ministero delle Infrastrutture, e realizzata attraverso la procedura straordinaria dell’ordinanza di Protezione civile. Una procedura, cioè, che come è noto permette di affidare l’appalto attraverso la trattativa privata, in deroga alle normative nazionali e comunitarie. Ad aggiudicarsi i lavori del tracciato imolese, con il criterio della migliore offerta economica, fu la Rocco Lupo di Gaeta: la stessa ditta che in quel periodo lavorava a Orbetello per la messa in sicurezza del duomo (Angelo Balducci commissario straordinario), e a Isernia per la realizzazione dell’Auditorium (un’opera da 43 milioni di euro mai terminata). Si trattava, come poi si sarebbe venuto a sapere, di una delle ditte di fiducia di Balducci, l’ingegnere della ‘cricca’ arrestato l’anno scorso per corruzione. Commissario delegato fu nominato il sindaco e attuale deputato Pd, Massimo Marchignoli. Ad affiancarlo, nel ruolo di soggetto attuatore, c’era Claudio Rinaldi, meglio noto come commissario straordinario dei mondiali di nuoto, poi indagato dalla Procura romana per abusi edilizi e da quella fiorentina per irregolarità negli appalti dei “grandi eventi”.

Ecclestone aveva ragione: i lavori si conclusero soltanto nel 2008 (anno in cui il circuito fu inaugurato dal nuovo sindaco, Daniele Manca). Come furono svolti?  ”I pilastri per le fondamenta dei nuovi box erano troppo grandi: uno spreco di soldi”, riferisce  una fonde del Fatto che preferisce non comparire. Un consigliere comunale ammette addirittura che “lì ci sarebbe tanto da andare a scavare, ma nessuno lo fa perché tutti hanno famiglia”. Il dirigente comunale Stefano Mirri, che faceva parte del gruppo di supporto al sindaco, preferisce non parlare con i giornalisti.

Intanto, a quattro anni di distanza dalla fine dei lavori, si scopre che c’è ancora un commissario delegato. Si tratta di Gerardo Baione, l’ingegnere uscito dall’ombra della Ferratella dopo il caso della ‘cricca’: è lui infatti, l’homo novus scelto per sostituire Balducci nei diversi progetti gestiti dalla Protezione civile in Italia. A Imola, invece, Baione va a sostituire l’ex sindaco, Massimo Marchignoli. Lo si legge in un’ordinanza della Protezione civile datata 23 febbraio 2011 (e passata sotto silenzio): “Gerardo Baione è il nuovo commissario delegato per l’espletamento di tutte le iniziative di natura amministrativa e contabile ancora necessarie per la chiusura della gestione commissariale dell’autodromo Enzo e Dino Ferrari di Imola e sostituisce il commissario delegato nominato nell’ordinanza n. 3487 del 29 dicembre 2005″. Quali siano queste iniziative, tuttavia, non è ancora chiaro.

di Elena Boromeo