Afghanistan: una pace di carta | Massimo Fini | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Afghanistan: una pace di carta | Massimo Fini | Il Fatto Quotidiano.

Meno male che ci sono i leghisti. Ai quali dei principi non frega niente, ma dei danee moltissimo. È il Carroccio che sta spingendo Berlusconi a ridimensionare la nostra partecipazione alle cosiddette “missioni di pace”. Ma il Cavaliere ha puntato il dito sull’obiettivo più sbagliato: sull’unica vera missione di pace decisa dall’Onu in questi anni, quella in Libano che interpone un contingente internazionale fra gli Hezbollah e Israele impedendo così a queste due comunità di massacrarsi a vicenda.

Ma i leghisti spingono da tempo anche per il ritiro dei nostri soldati dall’Afghanistan, la cui presenza ci costa 800 milioni di euro l’anno in un momento di emergenza e di grave crisi economica. Tanti per noi, anche se non paragonabili al miliardo di dollari degli Stati Uniti il cui debito pubblico sta per far saltare in aria il mondo intero.

La differenza fra la missione in Libano e quella in Afghanistan è palese. In Afghanistan la Nato sta facendo una guerra (nel nostro caso in evidente violazione dell’articolo 11 della Costituzione) e occupa un Paese da dieci anni. Quali sono stati i risultati di questa brillante operazione? Dovevamo, secondo le intenzioni, ricostruire un Paese che proprio noi, insieme ai sovietici, avevamo contribuito a distruggere e invece lo abbiamo definitivamente devastato, dal punto di vista materiale, economico, sociale e morale.

Durante il periodo talebano a Kabul vivevano un milione e duecentomila persone, oggi ce ne sono cinque milioni e mezzo. Basterebbe questo. La disoccupazione era all’8% oggi è al 40 e in alcune regioni all’80. L’artigianato locale è stato distrutto (adesso i burqa li fanno i cinesi). Nell’Afghanistan governato dai Talebani non c’era corruzione, oggi è endemica, nel governo, nelle autorità locali, nella polizia, nell’esercito e anche in parte nei contingenti internazionali. Ma la corruzione forse più devastante è quella della magistratura. Per avere una sentenza bisogna pagare, per averla favorevole bisogna strapagare. Tanto che gli afgani, anche quelli che non condividono la sharia, preferiscono rivolgersi ai tribunali talebani perchè in assenza di qualsiasi giustizia la loro è perlomeno una giustizia, sia pur spiccia.

Ashraf Ghani, un medico afgano che ha fatto il dottorato alla Columbia University, che ha insegnato otto anni a Berkley e alla John Hopkins, che è stato funzionario della Banca Mondiale, il più occidentalizzante dei candidati alle elezioni presidenziali del 2009 (una farsa: 35% di votanti, con decine di migliaia di elettori che hanno votato due o tre volte), e quindi non sospettabile di simpatie talebane, ha commentato amaramente: “Nel 2001 eravamo poveri ma avevamo la nostra moralità. Questa alluvione di dollari ha distrutto la nostra integrità”. Nel 2000 il Mullah Omar aveva bloccato la coltivazione del papavero e la produzione di oppio era crollata quasi a zero. Adesso l’Afghanistan produce il 93% dell’oppio mondiale.

Oggi tutti gli afgani, non solo i Talebani, pashtun, tagiki, uzbeki, hazara, gente delle campagne, uomini e donne colti della città, vogliono una cosa sola: che le truppe straniere se ne vadano. Se il terrorismo internazionale ha avuto, con Bin Laden, una sua base in Aghanistan, oggi con tutta evidenza sta da altre parti. E allora perché ci ostiniamo a rimanere in quel Paese a farci ammazzare e ad ammazzare gente (60 mila morti civili) che non ci ha fatto niente di male e mai ce ne farebbe se non pretendessimo di stare in armi sulla loro terra?

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