Archivi del giorno: 27 aprile 2011

Blog di Beppe Grillo – Deliri nucleari di un vecchio pazzo

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Deliri nucleari di un vecchio pazzo.

Le parole pronunciate ieri da un vecchio pazzo segnano il confine tra la fine della democrazia in Italia e la sua, pur fioca, sopravvivenza:
Siamo assolutamente convinti che l’energia nucleare è il futuro per tutto il mondo. La moratoria è servita per avere il tempo che la situazione giapponese si chiarisca e nel giro di 1-2 anni l’opinione pubblica sia abbastanza consapevole da tornare al nucleare, l’accadimento giapponese a seguito anche di sondaggi che abitualmente facciamo ha spaventato ulteriormente i nostri cittadini, se fossimo andati oggi a quel referendum, il nucleare in Italia non sarebbe stato possibile per molti anni a venire“. Il governo “responsabilmente ha ritenuto di introdurre questa moratoria per far sì che si chiarisca la situazione e che, magari, dopo un anno, forse due anni, si possa ritornare ad avere un’opinione pubblica consapevole della necessità di tornare all’energia nucleare, i molti contratti stipulati non vengono abrogati (tra EDF e Enel, ndr), stiamo continuando e decidendo di mandare avanti molti settori di questi contratti come quelli relativi alla formazione”.
In queste parole c’è il totale disprezzo del cittadino, della volontà popolare.
La Cassazione deve pronunciarsi sul referendum contro il nucleare. Il Governo ha ritirato la legge per la costruzione delle nuove centrali per riproporla tra un anno (parole pubbliche del capo del Governo) nella speranza che il disastro di Fukushima venga dimenticato. E’, come capirebbe anche un bambino di cinque anni, una presa per il culo. L’Ufficio centrale della Cassazione, presieduta da Capotosti, deve decidere se il referendum si terrà ugualmente. Se lo cancellerà sarà complice.
L’articolo 39 della legge 352/1970 prevede “se prima della data dello svolgimento del referendum, la legge, o l’atto avente forza di legge, o le singole disposizioni di essi cui il referendum si riferisce, siano stati abrogati, l’Ufficio centrale per il referendum dichiara che le operazioni relative non hanno più corso“.
Qui, come è chiaro, non si vuole abrogare nulla, solo far passare il tempo. E’ una tecnica mafiosa: “Quannu tira u ventu fatti canna!” (quando soffia il vento fatti canna) di un governo nuclearista e di un’opposizione collusa che ha Veronesi come testimonial (ex senatore del Pdmenoelle) e che ha fatto fallire l’accorpamento delle elezioni amministrative con i referendum con le sue assenze in aula (10 Pdmenolelle, 2 Idv). La Cassazione è di fronte a un bivio. O con i cittadini, o con un corruttore piduista e i suoi lacchè. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

NUCLEARE: LA TRAPPOLA DEL REFERENDUM – La fermata – Cadoinpiedi

Fonte: NUCLEARE: LA TRAPPOLA DEL REFERENDUM – La fermata – Cadoinpiedi.

di Giuseppe Onufrio – 27 Aprile 2011
Berlusconi torna sui suoi passi e dice “sì” all’atomo nel giorno dell’incontro con Sarkozy. Ma la tecnologia francese non è sicura ed è già stata bocciata negli Stati Uniti

Il Governo italiano non ha abbandonato l’idea del nucleare. Abbiamo intervistato Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia.

Berlusconi è uscito allo scoperto. La moratoria sul nucleare è un bluff. Il governo non ha abbandonato l’idea dell’atomo. Che ne pensa?

Berlusconi ha il pregio di essere sincero, di questo bisogna dargli atto, quindi la legge che è stata fatta approvare per abrogare le norme sottoposte al referendum, sono un trucco per evitare che i cittadini si esprimano.
Che il nucleare sia il futuro lo può pensare solo una persona che ha la testa rivolta al passato. Se noi guardiamo l’andamento del nucleare negli ultimi 10 anni, vediamo che il peso di questa fonte nella produzione di elettricità – ricordiamo che l’elettricità è solo una parte dei consumi energetici – è sceso dal 17,5% del 1999 a circa il 13 del 2009.
La cosa che poi è importante da far sapere è che nonostante tutta questa propaganda sul supposto rinascimento nucleare, la realtà è un po’ diversa, questi reattori di terza generazione avanzata, in particolare l’Epr francese e l’Apmeal americano o nippo-americano, faticano non poco a vedere la luce e presentano problemi non risolti.
In particolare l’Epr francese, per ammissione dei progettisti che lo propongono, è un prototipo neanche completo, non ha ultimato neanche le procedure di sicurezza, i costi viaggiano a circa il doppio di quello che era promesso. Dunque la situazione nel mondo è questa: poiché non si riescono a fare questi reattori e l’industria nucleare ha questa difficoltà, in tutti i paesi, dagli Stati Uniti alla Germania fino alla Russia e anche in altri paesi, si cerca di estendere la vita utile dei reattori esistenti: ricordiamo che il reattore 1 di Fukushima aveva ottenuto l’estensione della licenza proprio a febbraio, quando aveva compiuto 40 anni.
Che significa? Significa che dopo l’incidente in Giappone questa strategia, come vediamo dal dibattito tedesco è molto meno accettabile. E’ molto meno facile per l’industria nucleare ottenere dai governi, dalle autorità e dal pubblico il consenso per portare avanti la vita utile dei reattori oltre quella che era prevista.
Ciò significa che per mantenere il parco nucleare attualmente esistente, bisognerebbe vedere un nuovo reattore da qui al 2015 ogni 3 mesi. E tra il 2015 e il 2025 per poter mantenere la potenza costante, il numero di reattori costanti, bisognerebbe averne uno ogni 19 giorni.
Siccome questa prospettiva è assolutamente impossibile, nessuno, neanche i più fanatici del nucleare pensano che questo sia possibile. Noi come conseguenza di Fukushima assisteremo a un declino assai rapido, più rapido di quello che era previsto dell’industria nucleare. Se guardiamo il grafico degli allacciamenti di nuovi reattori anno per anno, dagli anni 60 a oggi, vediamo che il picco lo si raggiunge tra il 1985/1986; dopo Chernobyl c’è un crollo, quindi è un grafico che se uno lo guarda indipendentemente dal fatto che sia il nucleare o qualunque altro oggetto, si capisce che il mercato della tecnologia nucleare è in declino da tanti anni. Se non fosse così, del resto, George Bush, che è stato uno dei Presidenti più liberisti della storia degli Stati Uniti, non avrebbe cercato di introdurre forti incentivi nel 2005 e nel 2007 proprio per convincere le imprese a tornare a investire su nuovi impianti nucleari. Ricordiamo che Bush è eletto nel 2001, nel 2002 lancia questo programma, ma dal 2002 al 2010 negli Stati Uniti non è stato costruito nessun nuovo reattore, nel frattempo l’energia eolica ha avuto un aumento di 37 mila megawatt che in termini energetici corrisponde all’aver costruito una centrale da mille megawatt all’anno per 10 anni.

L’ultima speranza rimane, allora, il referendum. Ammesso che si voti e che la gente voti “sì”

Questa è la nostra speranza, non sono un esperto di materia costituzionale, quindi non so prevedere quale sarà il comportamento della Consulta, perché noi siamo in questa situazione un po’ paradossale che probabilmente non ha nessun precedente. Se si fa un referendum abrogativo e la materia viene abrogata, poi per 5 anni non si può più rilegiferare in quella direzione. Qui siamo di fronte a un trucco che sostanzialmente tende a provocare degli effetti giuridici diversi, perché la Corte costituzionale come dice Rodotà, come dicono altri costituzionalisti, può accettare di sospendere o di abolire, o di far saltare il referendum perché il Parlamento ha legiferato nella direzione richiesta da chi ha proposto quel referendum. Si potrebbe verificare che abolisco questa legge per non avere il voto, dopodiché ne ripresento una simile l’anno prossimo e quindi i referendari devono ricominciare tutto da capo perché magari nel frattempo gli articoli delle leggi sono stati cambiati e quindi le firme raccolte non valgono più. Quindi siamo veramente di fronte al tentativo di affossare un istituto come quello del referendum che alla fine è uno dei pochi istituti di democrazia diretta che abbiamo in Italia.

Berlusconi è tornato alla carica sul nucleare proprio nel giorno dell’incontro con Sarkozy. Una strana coincidenza, considerato che il nucleare italiano è business francese. O no?

Può darsi, però quello che va ricordato è questo: prima di Fukushima l’unico progetto che addirittura avrebbe ricevuto anche dei sostanziosi sostegni pubblici negli Stati Uniti, di un reattore francese Epr è stato cancellato. Il costo discusso negli Stati Uniti era di circa 7 miliardi di Euro, su questo c’era un 80% di copertura pubblica per le banche, quindi le banche erano coperte per l’80% di questa cifra. Il resto doveva essere messo dall’impresa. Ma l’impresa ha rotto con i francesi dell’Edf e quindi a ottobre dell’anno scorso l’unico progetto, che era nella short list per arrivare a questi famosi incentivi e sostegni pubblici inseriti da Bush e oggi spesi da Obama era saltato e questa cosa che è comparsa sul Washington Post in Italia ha avuto qualche trafiletto qua e là. E’ bizzarro perché è una tecnologia in cui noi abbiamo un memorabile understanding, un accordo tra Enel e Edf per farne 4 in Italia. Il partner americano dei francesi cancella il primo progetto Epr negli Stati Uniti, lo cancella mentre discute un prezzo che è superiore a quello che discutiamo noi, nonostante il governo americano sia pronto a dargli una copertura finanziaria per le banche. E questo cosa significa? Significa che l’Epr, Europian Pressurized Reactor, forse sarebbe meglio significasse “Era per ridere”. Ma questo era già avvenuto prima di Fukushima, quindi oggi noi siamo nella condizione di dire: scusate ma perché in un paese che vuole prendere quella tecnologia, il partner americano non accetta neanche i soldi del governo per farla e noi dovremmo farla? In un paese normale questo avrebbe aperto un dibattito invece là non c’è stato, questo significa che c’è una lobby molto precisa in Confindustria, di cui la Marcegaglia è portavoce che è una lobby dei grandi consumatori di energia e anche dei produttori di cemento e acciaio che sono quelli interessati alla costruzione di questi impianti, che hanno spinto in una direzione e che non ha poi avuto esito altrove, quindi al di là poi del fatto se l’Epr resisterebbe a un terremoto etc. che è tutto un problema più tecnico. Credo che Berlusconi segua una linea che non guarda al futuro, perché chi dice quelle cose ha la testa rivolta al passato. Il nucleare è tutt’ora basato sulla fisica della fissione che è stata sviluppata negli anni 60 e 70 e che è figlia nel nucleare bellico dei reattori che servivano alla marina militare americana per i sommergibili e per le portaerei. Non siamo di fronte a una tecnologia nuova, siamo di fronte alla rivisitazione della tecnologia vecchia e che ripeto nella sua ultima versione trova crescenti difficoltà e in Francia e in Finlandia, negli Stati Uniti è stata cancellata e noi vorremmo farla qui in Italia.
Sul nucleare Berlusconi non vuole far votare gli italiani, quindi qui poi si pone un problema più generale: chi decide se questo rischio del nucleare è accettabile oppure no? Lo vogliamo delegare al governo? Lo vogliamo delegare all’autorità di sicurezza nucleare capeggiata da Veronesi che dormirebbe con le scorie in camera da letto? Credo che quello che va detto agli italiani è che questa è una situazione inaccettabile.
Bisogna scegliere cosa si vuole fare, non ci si venga a raccontare che il nucleare costa di meno perché questa è una balla, in nucleare comincia a costare di meno solo dopo 20 anni, ma il vantaggio va a chi l’ha costruito, non certamente ai cittadini!

ComeDonChisciotte – IL PATTO (SUICIDA) PER L’EURO

Fonte: ComeDonChisciotte – IL PATTO (SUICIDA) PER L’EURO.

DI PAOLO BARNARD
paolobarnard.info

Aggiornamento Il Più Grande Crimine 16

Il 24/25 Marzo scorso il Consiglio Europeo ha approvato la proposta della Commissione Europea per un Patto per l’Euro, la cosa più scellerata finora voluta da coloro che sono decisi a rovinare milioni di vite umane per l’interesse di pochi. Ecco i punti decisi:

La Commissione Europea sarà al centro di ogni controllo sull’applicazione delle seguenti decisioni da parte dei governi dell’Eurozona.

La Grecia completi pienamente e velocemente il programma di privatizzazioni da 50 miliardi di euro che le è richiesto.

La competitività sarà giudicata sulla base degli aggiustamenti dei salari e della produttività, sarà monitorato il costo del lavoro. Si afferma che l’aumento del reddito di lunga durata può erodere la competitività. In sintesi: meno paghe e lavorare di più.

Sul costo del lavoro: rivedere i meccanismi di contrattazione salariale a livello centrale, riconsiderare gli aumenti legati al costo della vita, non permettere agli stipendi pubblici di minare la competitività degli stipendi nel settore privato.

Sulla occupazione: promuovere la “Flessicurezza” (!!), flessibilità e sicurezza dell’impiego, come dire di aumentare le vendite di auto e migliorare la respirabilità dell’aria.

Le pensioni si dovranno calcolare sulla base della loro sostenibilità da deficit, cioè: il deficit dello Stato sarà giudicato in base a quanto esso spende per pensioni, sanità e ammortizzatori sociali, e non, guarda caso, per le spese militari, per le parcelle alle megabanche che mediano sulle privatizzazioni, per il salvataggio dei banchieri con soldi pubblici, o per gli sgravi fiscali per i ricchi.

Le pensioni future andranno calcolate in base all’aspettativa di vita del lavoratore, indipendentemente dal tipo di lavoro. No comment.

E, GRAN FINALE, gli Stati aderenti dovranno passare leggi in Parlamento per dichiarare illegale il deficit di bilancio che supera il 3% del PIL come stabilito dal micidiale Patto di Stabilità, quello che sta distruggendo l’Europa. Cioè: la spesa a deficit dello Stato, unico mezzo legittimo nello Stato per arricchire i cittadini creando piena occupazione e pieno Stato Sociale (spiegato ne Il Più Grande Crimine), sarà un reato punibile per legge. Cioè ancora: essere Stato sarà reato.

La quasi totalità di queste misure furono suggerite alla Commissione dalla lobby industriale e finanziaria Business Europe prima che giungessero l’11 di Marzo 2011 ai capi di Stato e di governo dell’Eurozona.

Con questo vi lascio, e chiudo la mia presenza di giornalista in questo sito e altrove in Italia. Non rispondo a mail di lettori.

Antimafia Duemila – Giu’ le mani dai referendum per l’acqua!

Fonte: Antimafia Duemila – Giu’ le mani dai referendum per l’acqua!.

Il 26, 27 e 28 Aprile, scrivi anche tu ai Parlamentari
Il Governo nei prossimi giorni ha intenzione di provare a fare una “leggina” sull’acqua e il servizio idrico, che, sebbene non potrà bloccare la consultazione referendaria, contribuirà certamente a creare confusione…

…la strategia sarà quella di creare una cortina fumogena, di confondere le acque e i cittadini e poter dire che non c’è più bisogno dei referendum.
E’ in corso un pericoloso attacco alla partecipazione democratica in questo paese, si sta cercando d’impedire al popolo italiano di decidere su temi importanti come quelli sottoposti ai quesiti referendari.
Noi non ci stiamo!

Per questo sollecitiamo tutte/i ad inviare
il 26, 27 e 28 Aprile a tutte/i le/i Parlamentari la lettera che trovate di seguito

P.S.: è importante effettuare l’invio delle mail in modo coordinato, concentrandosi tutte/i nei giorni di martedì 26, mercoledì 27 e giovedì 28 Aprile.

Di seguito trovate il testo da inviare e in allegato l’elenco degli indirizzi e-mail delle/dei Parlamentari.

IMPORTANTE:

PER EVITARE DI VEDERSI BLOCCATA LA PROPRIA CASELLA DI POSTA (CHE AL MASSIMO PUÒ INVIARE MAIL A CIRCA 500 DESTINATARI OGNI 24 ORE), SCEGLIETE SOLO UNO DEI GRUPPI DI INDIRIZZO IN ALLEGATO, GLI ALTRI LI INVIERETE UNO AD UNO NEI GIORNI SUCCESSIVI.

PER FARE IN MODO CHE OGNI GIORNO SIANO COINVOLTI TUTT* LE/I PARLAMENTARI, SCEGLIAMO I GRUPPI A CASO E NON TUTT* IL PRIMO

Testo della mail da inviare:

Oggetto: giù le mani dai referendum per l’acqua!

Gentile Parlamentare,

è in corso un pericoloso attacco alla partecipazione democratica in questo paese, si sta cercando d’impedire al popolo italiano di decidere su temi importanti come quelli sottoposti ai quesiti referendari.

Noi non ci stiamo!

Come avrà avuto modo di apprendere, le dichiarazioni del Ministro Romani sull’intenzione di effettuare un “approfondimento legislativo” sulla normativa che regola la gestione del servizio idrico oggetto dei prossimi referendum del 12 e 13 giugno e quelle del Sottosegretario S. Saglia che propone di istituire un’Autorità terza e indipendente hanno suscitato grande attenzione e grande preoccupazione da parte di tutti quei cittadini e quelle cittadine che hanno a cuore la democrazia nel nostro Paese, così come la soluzione legislativa approvata dal Parlamento in tema di energia nucleare che non risponde all’intento dei promotori del referendum finalizzato a decidere l’uscita in modo definitivo da tale fonte di energia.

Come certamente saprà, i due quesiti per la ripubblicizzazione dell’acqua sono stati promossi grazie ad una straordinaria partecipazione popolare, che ha portato alla raccolta di oltre un milione e quattrocentomila firme, a dimostrazione della volontà dei cittadini e delle cittadine italiani di esprimersi in modo diretto sulla gestione del servizio idrico.

Sarà certamente concorde con quei cittadini e quelle cittadine sul fatto che degli affrettati interventi legislativi sulle norme oggetto della consultazione referendaria, a meno di due mesi dalla stessa, abbiano più il sapore di uno scippo di democrazia che di un “approfondimento legislativo”.

La invitiamo quindi ad agire, nel corso della Sua attività istituzionale, in modo da garantire l’espressione democratica, così come il Suo ruolo richiede, rifiutandosi di appoggiare qualunque provvedimento legislativo che possa inficiare il percorso verso la consultazione referendaria, che dovrebbe essere caratterizzato da un sereno confronto politico sul merito dei quesiti referendari, senza scappatoie di nessun genere.

A questo proposito sottolineiamo anche la gravità della situazione di stallo in cui si trova l’approvazione del regolamento in materia di comunicazione politica presso la Commissione di Vigilanza RAI, il cui ritardo, di fatto, impedisce alla maggior parte dei cittadini e delle cittadine italiani di accedere ad una corretta informazione sui referendum di giugno, come invece la Legge prevede.

E’ evidente come questi elementi pongano una questione di rispetto della democrazia, di fronte alla quale, qualunque sia la posizione personale sui quesiti referendari in oggetto, Lei, come cittadino e come Parlamentare, non può rimanere indifferente.

Non permetteremo che i cittadini siano calpestati, faremo il necessario affinchè i referendum rimangano quello strumento garantito dalla Costituzione che permette la partecipazione attiva da parte dei cittadini alla vita politica del proprio paese.

Perchè si scrive acqua ma si legge democrazia!

Cordiali Saluti

(Firma del Comitato o firma del singolo cittadino aderente alla Campagna Referendaria 2 SI’ per l’Acqua Bene Comune)

Info:
cipsi.it

Antimafia Duemila – Si stanno rubando l’Africa

Fonte: Antimafia Duemila – Si stanno rubando l’Africa.

Cina, Usa e Francia giocano una partita strategica nel Continente. Ecco la mappa degli interessi politici ed economici in gioco
di Federica Bianchi – 23 aprile 2011

Che questo avrebbe potuto essere un anno politicamente intenso per l’Africa lo si era cominciato a capire alla fine dell’anno scorso.
Poco prima di Natale, la Francia aveva dichiarato tutto il suo supporto ad Alassane Ouattara, il politico della Costa d’Avorio che, dopo essere stato ingiustamente escluso dalle presidenziali del 2000, era riuscito a vincere quelle del 2010 e ottenere il riconoscimento delle Nazioni Unite, ma non a varcare la soglia del palazzo presidenziale. Il presidente precedente, Laurent Gbagbo, si era rifiutato di lasciargli il posto trascinando il Paese nella guerra civile appena conclusa grazie all’intervento armato della Francia. Intanto in Tunisia il 17 dicembre, il venditore ambulante Mohamed Bouazizi si era dato fuoco per protestare contro le impossibili condizioni di vita del Paese innescando la rivoluzione che avrebbe portato, sulla scia del profumo dei gelsomini, non solo alla dipartita del dittatore Ben Ali, ma anche all’incredibile ondata di rovesciamenti di regime che sta cambiando per sempre il volto politico del Nord Africa e del vicino Medio Oriente. E mentre l’Occidente osservava tra l’allarmato e lo speranzoso gli africani in armi, decidendo più tardi di aiutare i libici nella loro lotta contro il dittatore Gheddafi, la Cina dichiarava con soddisfazione di essere diventata il principale partner commerciale del Continente nero, avendo superato sia gli Usa sia l’Europa, con uno scambio di 115 miliardi di dollari, in crescita del 43 per cento rispetto al 2009, e investimenti diretti complessivi per 9 miliardi di dollari (erano mezzo miliardo del 2003). Si è trattato di una vera e propria dichiarazione di guerra. E non tanto per l’ammontare della cifra, ancora molto bassa rispetto al volume di scambi commerciali che sia la Cina che gli Stati Uniti e l’Europa intrattengono con il resto del mondo, ma per il segnale che questo primato ottenuto da Pechino nel giro di un decennio lancia alle vecchie e meno vecchie potenze coloniali: l’Africa è diventata il Far West della geopolitica mondiale. In quello che una volta era il cortile d’Europa e un luogo di approvvigionamento secondario per l’America, nelle prossime due decadi si scontreranno le ambizioni economiche, politiche, e ben presto anche militari, di Usa e Cina, con la Francia e l’Inghilterra, e in misura di gran lunga inferiore l’Italia, nel ruolo di attori non protagonisti.
La presenza della Cina in Africa non è nuova. Tra gli anni Sessanta e Novanta ha combattuto qui la sua lotta – prima puramente ideologica e con gli anni soprattutto politica – contro Taiwan. Il patto era semplice: aiuti economici in cambio del riconoscimento di “una sola Cina”. Ma nella scorsa decade l’interesse per l’Africa è andato via via crescendo fino a trasformarsi in una forma di neo colonizzazione gialla dettata dalla sempre più urgente necessità di petrolio (che rappresenta il 70 per cento dell’interscambio cinese in Africa), legno e materie prime per alimentare il prodigioso sviluppo economico interno. Essendo l’ultima arrivata, per farsi spazio la Cina ha cominciato a sedurre le élite politiche nere con gli ormai celebri “pacchetti all-inclusive”: una miniera, una diga, una centrale idroelettrica, una ferrovia e pure un’autostrada, il tutto sovvenzionato da una banca di Stato cinese che sarà poi pagata in petrolio, alluminio, coltan o legno che sia. Oltre 35 paesi africani hanno accordi finanziari con la Cina, anche se il 70 per cento dei finanziamenti va ad Angola, Nigeria, Sudan e Etiopia. Naturalmente anche i contanti sono inclusi negli accordi, sia sotto forma di cancellazione dei debiti che di vere e proprie sovvenzioni delle cui modalità di utilizzo, a differenza della Banca mondiale, nessuno chiederà mai conto al dittatore di turno.
E così i cinesi si sono rimboccati le maniche. Stanno costruendo una ferrovia di 1.800 chilometri in Zambia, la contestatissima diga di Meroe in Sudan e in Etiopia quella di Gibe III che, al completamento, sarà la seconda diga dell’Africa subsahariana (a spese degli abitanti del lago Turkana in Kenya); tirano su città intere in Libia e in Angola e stendono autostrade in Nigeria e Kenya; lanciano il primo satellite per le telecomunicazioni in Nigeria; inviano Huawei e Zte, le principali telecom cinesi, a distribuire linee telefoniche mobili in decine di paesi; portano farmaci antimalaria in Uganda e retrovirali contro l’Aids in Tanzania. Sono solo alcuni esempi. Il ministero degli Esteri cinese stima che siano circa 500 le infrastrutture costruite o in via di costruzione con l’appoggio cinese, e che ormai siano un milione i cinesi in Africa. Il loro numero è destinato a moltiplicarsi rapidamente. “Abbiamo 600 fiumi in Cina di cui 400 morti a causa dell’inquinamento”, spiega uno scienziato cinese nel libro “Cinafrica” dei giornalisti francesi Serge Michel e Michel Beuret: “Non ne usciremo a meno di inviare 300 milioni di cinesi in Africa”.
Ad arrivare ogni anno sono contadini, operai ma anche manager e imprenditori improvvisati in cerca del nuovo Eldorado. Lavorano sette giorni su sette e quasi sempre tutti, dirigenti compresi, vivono sul luogo di lavoro: la priorità è mantenere le spese basse e conquistare i mercati. Non imparano le lingue, non si mescolano con i locali. Il paese che li accoglie non è importante: per tutti ciò che conta è la possibilità di guadagnare. Così la Cina sfrutta a suo favore il caos politico di paesi devastati da decenni di guerra come il Congo, non si tira indietro alle richieste di fornitura di armi, e non si fa scrupoli nel trattare con regimi ritenuti inaccettabili non solo dagli Usa e dall’Europa, ma perfino dall’India. In Zimbabwe il dittatore Robert Mugabe è tenuto in piedi soprattutto con aiuti di Pechino, mentre il Sudan di Omar Hasan al Bashir, il presidente accusato di genocidio, è il terzo partner commerciale della Cina, dopo Angola e Sudafrica. Ma è anche l’unico che le permette di estrarre petrolio utilizzando installazioni proprie, visto che perfino in Angola, altro Paese cruciale, Pechino è costretta a comprarlo, a differenze di società occidentali come la Texaco, in loco fin dagli anni Settanta.
L’espansionismo cinese non è sfuggito agli Stati Uniti che dieci anni fa hanno preso a monitorare attentamente i movimenti del rivale sul Continente Nero. La Cina è vista come “un concorrente economico aggressivo e pernicioso, privo di morale”. Johnnie Carson, vice responsabile per gli affari africani, spiega in un documento segreto pubblicato da WikiLeaks che “la Cina non è in Africa per motivi altruistici”, ma”solo per la Cina”. E aggiunge: “Una seconda ragione è per assicurarsi all’Onu i voti della nazioni africane”.
Proprio in funzione di contenimento cinese già nel 2006 David Rumsfeld cominciò a pensare alla formazione di un’unica regia di azione per tutta l’Africa. Nel 2008 il presidente George W. Bush diede l’assenso alla costituzione di Africom, il comando con a capo il generale William Kip Ward, il quartiere generale a Stoccarda, in Germania, e la base aerea a Sigonella. È responsabile dell’intero continente, ad eccezione dell’Egitto. Tre sono le macro aree che a cui fa più attenzione: il Corno d’Africa per la sua instabilità politica e le infiltrazioni terroristiche; la preziosa regione orientale dei grandi laghi che fornisce risorse idriche a gran parte del Continente; e il Golfo di Guinea, considerata oggi la regione più interessante del mondo perché potrebbe sostituire nel lungo periodo il golfo Persico e rappresentare un quarto delle importazioni Usa di petrolio. Secondo il think tank Center for International Policy nel giro di un decennio, se il prezzo del greggio si mantiene al di sopra dei 50 dollari al barile, i paesi del golfo potrebbero incassare circa mille miliardi di dollari, ovvero il doppio di tutti gli aiuti occidentali degli ultimi cinquant’anni.
Se, petrolio a parte, fino alla campanella d’allarme suonata dall’avanzata cinese, le imprese americane erano poco attive in Africa, relegandola a un ruolo di vittima, dipendente da sussidi stranieri, in questi ultimi anni gli investimenti, crisi permettendo, stanno aumentando: dall’agroalimentare Cargill alla californiana Tetratech per la gestione delle risorse idriche; dalla diga in Uganda della Sithe Global che dovrebbe essere ultimata l’anno prossimo all’impianto per l’estrazione del metano sul lago Kivu, al confine tra il Rwanda e la Repubblica Democratica del Congo, della Contour Global.
Come gli americani, anche i francesi non avevano nessuna intenzione di rafforzare il proprio impegno economico in Africa. Nessun paese africano è tra i loro primi 20 fornitori e solo l’Algeria è tra i primi 20 clienti. Ma la situazione sta cambiando rapidamente, complici i cinesi da una parte e dall’altra le ambizioni politiche di un Sarkozy che ha scommesso sull’interventismo africano per riscuotere successi in politica interna. A partire dalla Costa d’Avorio. Non è un mistero che la Cina sia stata in questi ultimi anni la grande protettrice di Gbabo, che ha difeso all’Onu, a cui ha garantito un lauto stipendio e concesso l’annullamento del 40 per cento del debito bilaterale (18 milioni di euro) in cambio di contratti petroliferi per Sinopec. L’intervento francese in Costa d’Avorio cambia le carte in tavola. Ouattara non solo è un vecchio alleato del Burkina Faso, uno dei quattro paesi africani che ancora riconoscono Taiwan come la legittima Cina (e che è a sua volta sull’orlo di una guerra civile), ma è anche amico personale di Martin Bouygues, il boss di Bouygues, il colosso francese attivo nei settori delle costruzioni e dell’energia, direttamente minacciato dalla concorrenza cinese.
La Costa d’Avorio non è l’unico paese africano dove Pechino rischierà di avere vita più difficile. I francesi sono in prima linea nell’intervento in Libia insieme agli americani e agli inglesi e saranno loro, non i cinesi, a trattare le condizione di un futuro governo e ad accapararsi generosi contratti petroliferi ed edili. Più in generale, tutta l’instabilità in Nord Africa sta mettendo a rischio gli investimenti cinesi, costringendo la nuova potenza a “sporcarsi le mani” con la politica e a scontrarsi direttamente con gli interessi occidentali.
E se per i grandi del mondo i safari africani diventeranno sempre più complicati, per la prima volta potrebbero essere i governi locali, sedotti da più pretendenti, ad avere una chance di sviluppo in più. A condizione che stabiliscano regole del gioco favorevoli alla loro gente.n

Tratto da: L’Espresso