BRUSCA, DELL’UTRI E COSA NOSTRA – La fermata – Cadoinpiedi

Fonte: BRUSCA, DELL’UTRI E COSA NOSTRA – La fermata – Cadoinpiedi.

di Luigi Grimaldi – 7 Maggio 2011
Gli intrecci pericolosi svelati dal pentito, fra rifiuti tossici, Somalia e partiti

Brusca, Dell’Utri e Berlusconi: qualcosa non torna, e non sono bruscolini. Riina mi disse “si sono rappresentati dell’Utri e Ciancimino che gli volevano portare la Lega e un altro soggetto”. Brusca, chiamato a deporre di fronte alla Corte d’Assise di Firenze nell’ambito del processo per la strage dei Georgofili è tornato sulla trattativa e sui referenti politici e sulle stragi del 1993 spiegando che servivano «a far tornare lo Stato o chi per esso a trattare» dopo l’interruzione di ogni contatto seguita alla strage di Via D’Amelio. Riina gli avrebbe ancora raccontato che Marcello Dell’Utri e Don Vito Ciancimino volevano portare la Lega a Totò Riina. Ma nella sua deposizione Brusca sembra voler dare un tono secondario, quasi incidentale, a questa vicenda rispetto alla sostanza del suo racconto e “butta là”, come niente fosse, la conferma che Berlusconi era stato individuato come futuro referente politico. Ed è qui che storia si fa, volenti o nolenti, assai succosa. Un po’ lunga ma interessantissima in quanto emergono elementi che fanno capire che nella deposizione del boss ci sono conti che non tornano affatto.
C’è un contatto con Dell’Utri, dice Brusca. Quando? Il quando è importante, molto importante: «A ottobre del 1993 con Bagarella ebbi un contatto con Dell’Utri, senza mai incontrarlo, attraverso Mangano, per avere modo di arrivare a Silvio Berlusconi….abbiamo convocato Mangano e lo abbiamo mandato a Milano con l’incarico di contattare Dell’Utri per dirgli che le bombe le avevamo messe noi e avremmo continuato a metterle se non cambiava qualcosa….So che Mangano si è incontrato con Dell’Utri e lui disse che si sarebbe messo a disposizione….».
Che potere potevano mai avere Berlusconi e Dell’Utri nell’ottobre del 1993 per “accontentare” Cosa Nostra nelle sue richieste? E perché mai gli attentati di Via Fauro, Via Palestro, Via dei Georgofili e alle chiese Romane avrebbero dovuto avere un potere ricattatorio su Publitalia? Brusca non lo spiega ma è questo il succo vero della sua deposizione. Ottobre 1993. Il quando è importante.
E’ clamoroso, ma per capire serve un passo indietro.
Nei mesi di agosto e settembre 1992, quindi subito dopo la strage di via D’amelio e l’interruzione della trattativa che, secondo Brusca avrebbe avuto come terminale Mancino, il responsabile dell’Agenzia dell’Onu per la Protezione dell’ambiente (Unep) a Nairobi, Mustafa Kamal Tolba, rivela in una conferenza stampa che imprese italiane e svizzere in collegamento con la “mafia italiana” stanno per realizzare un colossale smaltimento di rifiuti tossici in Somalia.
Che c’entra? Centra.
La denuncia del responsabile dell’Unep accende mille riflettori sull’operazione. Emerge così il nome di una società romana, la Fin Chart con sede in via Fauro 43 – proprio di fronte al luogo dove nel maggio 1993 esploderà la prima delle bombe della strategia mafiosa descritta da Brusca nella sua deposizione (l’esplosione aprirà un cratere tra il civico 41 e il 43). Questa società avrebbe infatti anticipato al ministro somalo della Sanità, Nur Elmi Osman, 13 miliardi di lire, scontando titoli di credito di proprietà somala di fatto senza valore. Il fatto è che il procuratore fiduciario del governo somalo per lo sblocco di fondi proprietà di quel paese bloccati in Italia in seguito alla guerra civile è tale Roberto Ruppen (precedentemente vicino alla sinistra Dc) che all’epoca è contemporaneamente il responsabile del Progetto Urano (snaltimento di scorie tossico nocive e nucleari in Somalia) ed uno dei pochi fidati personaggi incaricati da Dell’Utri di portare a termine un progetto ambizioso: trasformare Publitalia in un partito politico, Forza Italia. Anche qui il “quando” è importante: siamo a maggio 1992.

Il fatto è che Roberto Ruppen finisce sotto interrogatorio da parte della Procura della repubblica di Alessandria nell’ambito di una inchiesta che coinvolgeva anche altri protagonisti del Progetto Urano – per ricettazione di auto rubate e altro materiale – il 23 novembre 1993. Verso la fine dell’interrogatorio, a sorpresa, Ruppen mette a verbale: “Devo aggiungere peraltro che sono venuto a conoscenza che […] in Svizzera […] è stato […] arrestato tale Roberto Rupperi che ha molteassonanze con le mie generalità. […] Sono venuto a saperlo nell’ambito dell’attività che attualmente svolgo in seno al c.d. programma Forza Italia. Esibisco in proposito per le indagini del caso tutta la documentazione di cui sono in possesso. Trattasi di una documentazione che io ho trovato sul mio tavolo di lavoro in busta chiusa. Nella documentazione che ho rinvenuto si parla anche di Aldo Anghessa come soggetto partecipe di manovre di informazione e disinformazione in merito a diversi fatti di rilevanza nazionale”. Ruppen mette le mani avanti perché pochi giorni prima, e quindi poco dopo il “contatto dell’Ottobre del ’93 tra Brusca e Dell’Utri, è stato “bruscamente” allontanato dagli uffici di Publitalia con tutto il gruppo di lavoro. A raccontarlo è Ezio Cartotto, il capo di Ruppen, l’artefice della trasformazione di Publitalia in partito politico: «Un certo giorno venni a sapere che non avevo più l’ufficio all’ottavo piano. Addirittura mi ritrovai con la signora Lattuada, la segretaria di Dell’Utri, imbarazzata che mi comunicava che tutte le mie carte erano state messe in una scatola da ritirare. Ineffabile licenziamento in tronco senza essere mai stato assunto».
Cartotto chiede così spiegazioni a Berlusconi e si sente rispondere: «Ma sai… Marcello ha molti problemi… Ci sono in giro molte chiacchiere negative, informazioni negative sui tuoi collaboratori.
Ce li hai portati in casa». E ancora: «Sai, troppa gente viene e va, qui siamo in una situazione delicata […]. Girano dossier, girano informazioni…».
«A un tratto – continua Cartotto – scoprono cose che sapevano benissimo fin da quando era iniziato il tutto. Vengono scoperte a novembre.» Cartotto non spiega in modo esauriente a cosa si riferisse Berlusconi a proposito dei dossier e delle informazioni negative ma il ruolo e la deposizione di Ruppen, assieme ai riferimenti resi noti oggi da Brusca, chiariscono molto in merito. Insomma, se il messaggio con la bomba di Via Fauro del 14 maggio 1993 non fosse arrivato prima a destinazione, tra ottobre e novembre sembra essere arrivato al giusto destinatario.
Già perché assieme a Ruppen al progetto Urano è interessato anche un altro personaggio, Giancarlo Marocchino (al centro delle vicende legate all’assassinio a Mogadiscio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin il 20 marzo ’94) a sua volta legatissimo, e qui sta il punto, all’avvocato Stefano Menicacci, collegato a Paolo Bellini e assoluto protagonista della stagione delle Leghe del Sud, legato alla Lega Nord (di cui è stato anche avvocato) e al neofascista Stefano Delle Chiaie. Serve una conferma? Eccola.«I carabinieri – racconta Brusca in una deposizione di molto precedente alle attuali esternazioni – nel periodo delle stragi, avevano gli strumenti per capire le nostre mosse. Infatti con loro stavamo portando avanti contemporaneamente due trattative con lo Stato: quella del papello e quella riconducibile ai miei rapporti con Bellini per cui i carabinieri sapevano benissimo quello che noi volevamo ottenere.». Ecco, Bellini, appunto. Nell’informativa della Direzione investigativa antimafia di Palermo del 31 gennaio 1998 (Procedimento penale n. 3815/98) si fa infatti riferimento proprio ai rapporti fra l’avvocato Menicacci e Paolo Bellini, personaggio proveniente dalla destra eversiva, coinvolto nelle indagini sulla strage di Bologna e nel 1992 in contatto con il mafioso Nino Gioè nell’ambito di una delle cosiddette «trattative» che Cosa nostra avviò durante la stagione stragista. Il documento della Dia sottolinea anche qualcosa di clamoroso, stando alla odierna deposizione di Brusca quando afferma: «Nel ’93 su indicazione di Riina mandai Mangano a Milano da Dell’Utri e Berlusconi: senza revisione di maxiprocesso e 41 bis le stragi sarebbero continuate». «Dell’Utri e Ciancimino gli volevano portare la Lega e un altro soggetto che non ricordo». E infatti nel ’98 la Dia scrive in relazione a Menicacci e ai vertici delle Leghe del Nord: «Si evidenzia anche la partecipazione dell’on. Bossi, sempre nel 1990, ad alcune manifestazioni politiche organizzate da leghe costituite dall’avvocato Stefano Menicacci (ad esempio il 6 dicembre 1990 a Perugia in una manifestazione organizzata dalla Lega Umbra di Menicacci […])» e ancora: «Risulta, in particolare – scrivono i giudici di Palermo – che è stato candidato in alcune consultazioni elettorali nelle liste della Liga veneta l’avvocato Stefano Menicacci, uno dei promotori delle leghe meridionali, con un passato di primo piano negli ambienti degli attivisti della destra estrema, legale di Stefano Delle Chiaie, ma anche del leader della Liga veneta Franco Rocchetta, anch’esso proveniente dalle file della destra eversiva.». Un rapporto, quello di Menicacci col Carroccio, che dura nel tempo. Ancora nel gennaio 1993 l’avvocato viene incaricato dalla Lega Nord di presentare un esposto alla Procura della Repubblica di Roma per ottenere una ridefinizione della quota di finanziamento pubblico destinato al partito e relativo al risultato elettorale del 1992. Sulle strette relazioni tra Menicacci e il leghismo, la Dia giunge alla conclusione che l’avvocato Menicacci è «l’elemento di collegamento principale» fra la Liga veneta e le iniziative leghiste centromeridionali sviluppatesi negli anni Novanta. Signor Brusca, le sue deposizioni dovrebbero essere più precise ed esaurienti.

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