Archivi del giorno: 11 giugno 2011

Antimafia Duemila – Referendum 12-13 giugno vota 4 volte si!

Fonte: Antimafia Duemila – Referendum 12-13 giugno vota 4 volte si!.

Il 12 e il 13 giugno avremo la possibilità di dire la nostra al referendum abrogativo per l’acqua pubblica, contro il nucleare e contro il legittimo impedimento. Un appuntamento a cui non possiamo mancare. Di seguito vi proponiamo validi motivi per cui dobbiamo barrare quattro sì sulle schede che verranno presentate. In gioco il futuro nostro e dei nostri figli.

SI PER FERMARE IL NUCLEARE

Il 12 e il 13 giugno liberiamo l’Italia dal nucleare.

Abbiamo tutti l’opportunità di dare al Paese un futuro nuovo.

Il governo teme l’opinione degli italiani e sta facendo di tutto per impedire che si esprimano col referendum. Prima ha negato l’accorpamento con le amministrative (caricando così la spesa pubblica di ben 400 mln di euro), poi con la moratoria-truffa vorrebbe farci credere che il referendum è inutile. Non è così!

Oggi abbiamo la grande occasione di chiudere definitivamente l’avventura nucleare e aprire una nuova stagione energetica.

Thumbnail image for /public/upload/2011/4/634392427591654368_Comitato Sì contro nucleare.jpgNoi non abbiamo le risorse finanziarie e mediatiche dei grandi operatori energetici e della lobby nucleare. Non possiamo fare campagne pubblicitarie da milioni di euro. Noi abbiamo due sole grandi forze: i fatti concreti della storia che ci danno ragione – da ultimo il dramma che sta vivendo il Giappone – e il grande numero di persone che non vogliono per sé e per i propri cari un futuro nucleare e che oggi si possono mobilitare strada per strada, sul web, con le radio e le tv locali. Una grande squadra al lavoro in ogni città, in ogni quartiere, in ogni paese per convincere gli italiani ad andare a votare il 12 e 13 giugno per fermare il nucleare.

In queste settimane siamo tutti rimasti sconvolti dal dramma degli abitanti del distretto di Fukushima, costretti ad abbandonare chissà per quanti anni le proprie abitazioni. Per i milioni di cittadini di Tokyo che ancora oggi vivono sotto l’incubo degli effetti nefasti della radioattività, per i valorosi che stanno sacrificando la propria vita per tentare di impedire che il disastro assuma dimensioni catastrofiche. E’ lo stesso copione di Cernobyl, eppure ci troviamo nel Paese più tecnologico del mondo, che comunque non è riuscito a garantire ai propri cittadini la sicurezza dal rischio nucleare. Il motivo è semplice: oggi non esiste tecnologia in grado di farlo.

E il nucleare non è pericoloso solo in caso di incidenti, lo è anche nella gestione ordinaria, come dimostra lo studio epidemiologico fatto realizzare dalla Repubblica Federale Tedesca, che ha verificato un’incidenza di leucemie nei bambini sotto i cinque anni che abitano entro i 5 km dalla centrale di 2,2 volte superiore alla media nazionale.

Ma ciò che è davvero inaccettabile è che il nucleare rappresenta un rischio del tutto inutile. Basti pensare che sommando l’energia elettrica prodotta dal fotovoltaico e dall’eolico dal 2009 al 2011 all’energia risparmiata in questi tre anni grazie alla detrazione fiscale del 55% per la riqualificazione energetica degli edifici si raggiunge la stessa quantità di energia elettrica che sarebbe prodotta da tre centrali nucleari EPR, come quelle che si vorrebbero costruire in Italia. Se non bastasse, il Paese ha oggi una potenza elettrica installata di più di 110.000 megawatt, mentre il picco di consumi prima della crisi, nel 2007, non ha superato i 57.000 megawatt. Tanto che persino il più grande tifoso del nucleare e persecutore delle rinnovabili, il ministro Romani, è stato costretto ad ammettere che per sosituire l’energia elettrica eventualmente prodotta dalle centrali nucleari italiane basterebbe un po’ di pompaggio nelle centrali idroelettriche esistenti per farle lavorare sempre a pieno regime!

Infine i costi. Molte agenzie private e pubbliche (da Moody’s al Dipartimento Energia dell’Amministrazione USA) dichiarano senza ombra di dubbio che nel 2020 il nucleare sarà la fonte energetica più cara in assoluto!

La vittoria dei Sì all’abrogazione della legge che fa tornare il nucleare in Italia sarebbe un grande segnale anche per l’Europa ed il mondo sviluppato, che dopo il grave disastro di Fukushima si sta seriamente interrogando sul destino del nucleare.

Noi, in Italia, siamo fortunati e avvantaggiati. Perché non abbiamo centrali sul nostro territorio. E sostenere, come alcuni in malafede fanno, che averle oltre confine, di là delle Alpi, non diminuisce il rischio è una grande bufala. Fukushima lo dimostra ancora un volta: gli incidenti nucleari creano il massimo del disastro nel territorio circostante, più si è lontani più si riducono i danni.
Siamo fortunati e avvantaggiati perché non dobbiamo sopportare i costi del decommissioning di nuove centrali e dello smaltimento di sempre nuove scorie – per quelle vecchie continuiamo a pagare: solo l’anno scorso 280 milioni di euro.- Scorie per le quali nessun paese al mondo ha trovato una soluzione definitiva. Tutto ciò si traduce anche in un vantaggio economico perché, come ammette persino il ministro Tremonti, non dobbiamo portare sulle nostre spalle il debito nucleare. Liberi di questo fardello, possiamo perciò concentrare tutti gli sforzi del paese nella rivoluzione energetica, che si è già avviata; nello sviluppo delle rinnovabili e dell’efficienza energetica; nella produzione distribuita e nella ricerca e innovazione. Tutti cavalli di battaglia, nei prossimi anni, per creare nuovi posti di lavoro e costruire nuove filiere industriali capaci di competere sui mercati mondiali. Anche perché la lotta ai cambiamenti climatici obbligherà tutti i paesi sviluppati ad impegnarsi su questi terreni.

Allora perché insistere? Una volta tanto vogliamo essere lungimiranti?
Mentre nel mondo ci si interroga su come uscire dal nucleare, qualcuno ci vuole obbligare a cascarci dentro.

Il referendum del 12 e 13 giugno è una splendida occasione di democrazia, per alzare la voce nell’interesse di tutto il paese.
Mettiamoci la nostra energia, costruiamo ovunque comitati referendari, lanciamo iniziative, facciamo circolare le informazioni: per smascherare i trucchetti dei nuclearisti e far capire cosa davvero è più utile, sicuro e conveniente per gli italiani.

Votiamo Sì per fermare il nucleare.

Scarica l’Appello in pdf


Contattaci per comunicare la tua adesione come singolo o a nome di una organizzazione nazionale.

Sei invece sei rappresentante di una organizzazione territoriale  oppure rappresenti il mondo della Scienza, della Cultura, della Politica, dello Sport o dello Spettacolo ADERISCI SUBITO.

Tratto da: fermiamoilnucleare.it


giustizia
LEGITTIMO IMPEDIMENTO

Perché bisogna votare sì al referendum per l’abolizione del legittimo impedimento?

Perché la legge è uguale per tutti, anche per Silvio Berlusconi. Quando smette di esserlo è segno che non c’è più democrazia.
Perché se chi governa un paese è accusato di un crimine ha il diritto e il dovere di difendersi. Ma nel processo non dal processo.
Perché se al governo c’è un mascalzone i cittadini devono saperlo subito. Non dopo che ha lasciato il governo, quando il danno è già stato fatto.
Perché chi sta al governo deve fare leggi che servono al Paese e ai cittadini. Non a se stesso.
Perché assumere cariche pubbliche è una responsabilità che impone comportamenti trasparenti. Non un privilegio che regala l’impunità ai potenti.
Perché è una legge iniqua e ingiusta. Ma noi possiamo cancellarla.
Perché è il solo modo democratico per  dimostrare che la maggioranza degli italiani non vuole più Silvio Berlusconi al governo e per mandarlo a casa subito!!!!!

Tratto da:
sireferendum2011.it


2 SI PER L’ACQUA BENE COMUNE

ingrandisci acqua4.jpg“Noi la conoscevamo bene”. Sì, è la cosa più banale da dire in questi casi. Però è vera. C’è chi se la ricorda dai tempi delle partitelle di pallone al parco, e chi l’aveva vista appena ieri (e assicura che “aveva un aspetto splendido, freschissimo”).
“Sono sempre i più buoni che se ne vanno”, e lei era buona davvero. Sempre disponibile, sempre pronta ad aiutare, a rinfrescare, a dissetare tutti. E senza chiedere niente in cambio.
Perché era fatta così: pubblica per vocazione, incapace di discriminare e di escludere. Tutto il contrario: il suo compito era quello di unire.
Se la gestione dell’acqua pubblica passa in mani private, corriamo il rischio di dire addio a una delle nostre amiche più fedeli e più care. Ma questo si può ancora impedire.
L’acqua pubblica è un diritto di tutti, non un interesse di pochi. Per un futuro diverso, vota sì al referendum del 12 e 13 giugno.

Tratto da:
referendumacqua.it

“Il fotovoltaico fai da te fra due anni sarà l’energia più conveniente” | Andrea Bertaglio | Il Fatto Quotidiano

Fonte: “Il fotovoltaico fai da te fra due anni sarà l’energia più conveniente” | Andrea Bertaglio | Il Fatto Quotidiano.

Secondo uno studio del professor Arturo Lorenzoni del dipartimento di Ingegneria elettrica dell’università di Padova, nel 2013 sarà raggiunta la “grid parity”: il prezzo del chilowattora per autoconsumo prodotto con panelli solari sarà uguale a quello dell’energia acquistabile dalla rete elettrica

Nessuno l’aveva previsto. Eppure, entro due anni, l’energia solare “fai da te” sarà più conveniente, anche senza incentivi: autoprodurre elettricità con pannelli fotovoltaici, specie nel Sud, costerà meno della bolletta dell’Enel. Si avvicina infatti la “grid parity”, la coincidenza tra il costo del chilowattora per autoconsumo, prodotto con panelli da 200 kW di picco (kWp), e quello dell’energia acquistabile dalla rete elettrica. A rivelarlo sono i calcoli eseguiti dal professor Arturo Lorenzoni del dipartimento di Ingegneria elettrica dell’università di Padova. Ma le buone notizie non si fermano qui: per Vishal Shah, analista di Wall Street, il settore solare vedrà nei prossimi anni una riduzione dei costi di un ulteriore 40%.

Nel Sud Italia la grid parity sarà raggiunta già verso la metà del 2013, per gli impianti industriali da 200 kWp. Per gli impianti domestici (più piccoli, da 3 kWp) si dovrà aspettare un anno in più. Per i grandi impianti allo stesso risultato si arriverà nel 2015 al Centro e nel 2016 al Nord. Per quelli piccoli ci vorrà un anno in più. I calcoli sono stati eseguiti stimando una vita media dei moduli di 25 anni e includendo un tasso di interesse del 5,3%, ma concentrandosi appunto sull’autoconsumo, invece che sulla produzione di elettricità da vendere alla rete.

Lo studio di Lorenzoni ed il suo team, commissionato da Conergy Italia, è partito dall’analisi della variazione di prezzo degli impianti prevista per i prossimi anni da European Photovoltaic Association e altre agenzie di ricerca: i moduli fotovoltaici dovrebbero passare dai 1,4 euro/Wp di oggi a circa 1 euro/Wp entro i prossimi due anni. Questo porterebbe i sistemi fotovoltaici a costare molto meno: i piccoli impianti (3 kWp) passerebbero dagli attuali 3.600 euro/kW a 2.800 nel 2014, mentre quelli da 200 kWp da 2.800 euro/kWp a circa 2.000 nel 2014. Queste stime sono state elaborate prima del quarto conto energia, ma “con la riduzione delle tariffe incentivanti i prezzi caleranno anche più rapidamente del previsto”, spiega il professor Lorenzoni (fonte: QualEnergia).

Non solo, le ipotesi del gruppo di ricerca veneto sono approssimate per difetto: si è voluto stimare, ad esempio, un aumento annuale medio delle bollette elettriche del 3-3,28%. Un valore che potrebbe essere sottostimato, se si considera il possibile aumento del prezzo del petrolio. Se i costi legati alla produzione di energia dovessero essere maggiori di quanto stimato e gli impianti dovessero costare meno, la grid parity potrebbe quindi essere raggiunta anche prima di quanto previsto dallo studio dell’Università di Padova.

Fino a pochi anni fa, nessuno avrebbe azzardato una previsione del genere sull’autonomia energetica familiare, né tanto meno una diminuzione dei prezzi del fotovoltaico che, dal 2008 al 2011, è arrivato a sfiorare il 60%. Margini di riduzione che sono ancora ampi: nei prossimi 3-5 anni, infatti, il fotovoltaico potrà costare negli Usa tra 1,3 e 1,4 dollari per watt, ed è possibile arrivare presto alla soglia del dollaro per Watt. Ad affermarlo è Vishal Shah, analista a Wall Street specializzato nel settore solare.

Negli ultimi quattro anni, i prezzi del fotovoltaico sono scesi tanto da riuscire a superare in convenienza anche l’energia nucleare, secondo uno studio della Duke University in North Carolina. A differenza del professor Lorenzoni, però, Vishal Shah ritiene negativo il fatto che i governi possano rivedere le loro politiche di incentivazione: per l’analista newyorkese, infatti, ciò sarà l’unico freno al boom del solare. Sul prossimo raggiungimento della grid parity in alcune parti dell’Europa meridionale, però, si è tutti concordi. Non solo, per Shah nel vecchio continente l’energia elettrica da fonte solare sostituirà presto quella prodotta con il gas naturale, mentre in altre parti del mondo soppianterà anche quella prodotta con l’inquinante e sempre più costoso gasolio.

L’impianto nucleare di Sessa Aurunca: 23 anni per chiuderlo e mezzo miliardo di euro | Nello Trocchia | Il Fatto Quotidiano

Fonte: L’impianto nucleare di Sessa Aurunca: 23 anni per chiuderlo e mezzo miliardo di euro | Nello Trocchia | Il Fatto Quotidiano.

Dentro al sito che sorge sul Garigliano, in provincia di Caserta, gestito dalla Sogin. L’assenza di un deposito nazionale ha fatto slittare tempi e aumentare i costi

Alla stazione quando chiedi per la centrale, la evocano con misura, distanza, quasi paura. Da queste parti lo chiamano mostro, l’impianto che ha smesso la sua attività nel 1978, dopo 33 anni è ancora lì ad agitare paure e timori della popolazione, nonostante le precauzioni di chi la gestisce. E’ chiusa, ma aumentano i costi di gestione, prelevati dalle tasche dei cittadini. Siamo a Sessa Aurunca, in provincia di Caserta, ai confini con il Lazio. Nei pressi del fiume Garigliano sorge la centrale nucleare entrata in funzione nel 1964 e spenta dopo 14 anni a seguito di un guasto.

Il fatto quotidiano entra nell’impianto, oggi in fase di dismissione, insieme alla commissione bonifiche ed ecomafie della regione Campania. Il presidente Antonio Amato è impegnato, fin dal suo insediamento, in un tour. Da mesi attraversa scheletri, monumenti allo spreco, discariche e impianti disseminati lungo una terra, una volta appellata come felix. Dell’intera commissione presente solo un consigliere. “Quella del nucleare – denuncia il presidente Amato – è una scelta assolutamente sbagliata, per le primarie questioni legate alla sicurezza ed alla salute, ma anche in termini di costi benefici, il calcolo appare del tutto privo di logica. Ancora oggi paghiamo sulla nostra bolletta i costi della dismissione delle passate centrali. Pensare di realizzare nuove centrali è una scelta del tutto scriteriata”.

Il tema è di stretta attualità in vista del referendum del prossimo giugno che si propone di bocciare il ritorno all’atomo varato dal governo. L’accesso alla centrale nucleare di Sessa Aurunca è riservato, il sito è strategico e all’esterno è protetto dagli agenti di un istituto di vigilanza. La fase di decommissioning, il completo smantellamento dell’area, è affidata alla Sogin, la società per azioni, a capitale pubblico, che ha in carico la gestione, nel nostro paese, della fine degli impianti nucleari. Per chiuderli occorre una società, ma soprattutto capitali umani ed economici.

Il decomissioning prevede l’allontanamento del combustibile nucleare, nel caso della centrale di Sessa in parte trasferito in Inghilterra e in parte al deposito ‘Avogadro‘ di Saluggia, la decontaminazione delle strutture e lo smantellamento dell’esistente. “Del sito resterà solo la cupola, l’enorme sfera centrale – spiegano i tecnici Sogin – perché è stata costruita dall’architetto Riccardo Morandi”. La completa bonifica del sito era prevista entro il 2016, ma la data è slittata. ” I ritardi nelle autorizzazioni e la mancanza di un sito di stoccaggio nazionale per le scorie – chiariscono gli esperti Sogin – ha ritardato la data di conclusione dei lavori”.

Più passa il tempo e più aumentano i costi di mantenimento. La data ora prevista per il completamento delle operazioni di dimissioni è il 2022, ben 23 anni dopo l’inizio dell’attività di decommissioning. Non si escludono ulteriori proroghe, se il governo nazionale non avrà individuato e realizzato il deposito nazionale delle scorie. La Sogin ha un progetto: sito di deposito nazionale più centro di ricerca, in una zona ancora da individuare, che raccoglierà 80mila metri cubi di rifiuti radioattivi dalle centrali dismesse di tutta la penisola. La stima per i rifiuti del Garigliano si aggira intorno ai 6-7 mila metri cubi che saranno allocati, in attesa del deposito nazionale, nella stessa centrale casertana in un sito provvisorio in costruzione chiamato D1( che si aggiunge ad un altro deposito in loco già esistente). I costi, sempre secondo la Sogin, per la completa dismissione si aggirano intorno ai 450 milioni di euro per la sola centrale di Sessa Aurunca.

Un conto che al momento pagano gli italiani attraverso un contributo inserito nella bolletta elettrica, la cosiddetta componente A2. Per capirci la centrale non funziona da 33 anni, per smantellarla in termini previsionali ne occorrono 23, un quarto di secolo, ad un costo di mezzo miliardo di euro. Per smantellare tutte le centrali il costo è intorno ai 5 miliardi di euro(compresa la realizzazione del deposito nazionale), raddoppiato rispetto alle previsioni iniziali. Un impianto che produce reddito e ricchezza anche se fermo, ma per le ditte che si accaparrano gli appalti, sub-appalti con il giro dei fornitori. In terra di Gomorra il rischio è il lucro delle organizzazioni criminali, ‘ firmiamo protocolli di legalità e chiediamo certificati antimafia attenendoci con rigore al codice degli appalti’ assicurano gli esperti Sogin.

Anche Legambiente assiste alla visita della centrale. Nel marzo scorso il ministro della salute Ferruccio Fazio rispondendo ad una interrogazione parlamentare aveva negato ogni tipo di danno sanitario o ambientale causato dalla centrale. “Il ministro – denuncia Giulia Casella del circolo Legambiente locale – ha risposto, ma bisogna rimarcare che non c’è uno studio epidemiologico nell’area( dovrebbe partire a breve, ndr) e manca, in provincia di Caserta, un registro dei tumori per capire l’impatto sulla salute che ha avuto l’impianto, visti i numerosi casi di neoplasie, malformazioni, registrati in passato nel periodo di vita della centrale”. Per il presidente della commissione regionale Antonio Amato il lavoro di bonifica sembra procedere positivamente, ma rileva un ulteriore criticità: “La mancanza di un protocollo di monitoraggio con Arpac e Asl per il quale intendiamo promuovere un’azione di sollecita a questi enti strumentali della regione”.

Il popolo è sovrano- Blog di Beppe Grillo

Fonte: Il popolo è sovrano- Blog di Beppe Grillo.

Intervento integrale di Beppe Grillo all’ultima puntata di Annozero del 9 giugno 2011:

La RAI è finita
Intervistatrice – Bilancio di fine anno accademico, com’è andato quest’anno?
Beppe Grillo- Innanzitutto ringrazio dell’ultima ospitalità che mi fate, vorrei fare un’intervista all’insegna della pacatezza, non gridare perché sono contro questa politica urlata, basta, bisogna finirla. Innanzitutto vorrei ringraziare tutti dell’ascolto in questo momento che ha questa trasmissione,quindi se se ne va Santoro pazienza, se ne andrà anche la Gabanelli e se ne andrà anche la RAI perché è un motivo in più per non pagare il canone, lo faccio già da qualche tempo, siamo con un sito nel blog “Come non pagare il canone” è molto semplice, con vie legali, mandi 5,65 Euro con una raccomandata con ricevuta di ritorno, il numero del libretto, siamo quasi 300 mila, quando la RAI diventerà RAI come una volta, senza pubblicità e senza partiti dentro, noi riprenderemo a finanziarla molto volentieri.
Intervistatrice – Questo è un invito a non pagare il canone.
Beppe Grillo– Assolutamente, io non lo pago, quindi 5,65 Euro raccomandata con ricevuta di ritorno, richiedi che ti vengano piombati i canali RAI e loro manderanno qualcuno a piombarti i canali RAI per 5,65 Euro.
Intervistatrice – Però se lei non lo paga il canone già è insoddisfatto della televisione.
Beppe Grillo- Sono assolutamente insoddisfatto, non è più un servizio pubblico da anni, è una televisione privata, piena di politici, di giornalisti, di zecche di Stato che vanno lì a dire qualsiasi menzogna, perché oggi la televisione di Stato purtroppo è il ricettacolo delle menzogne come questo referendum che cercano di farlo slittare in tutte le maniere, questa è veramente una vergogna per una nazione civile che poi un politico, un uomo di Stato vada e dica di non andare a votare, dovrebbe essere perseguibile penalmente, perché puoi dire di andare a votare sì o no, parlo di un referendum, puoi dire di votare sì o no, ma di non andare a votare è un reato che si fa e adesso con i legali ci stiamo accordando a vedere se Formigoni, questa gentaglia che dice di non andare a votare, Bossi, sono perseguibili penalmente perché…
Intervistatrice – Il fatto che un Ministro dell’ambiente decida di non andare a votare, che segnale è?
Beppe Grillo- Questo è un reato, secondo me è un grande reato perché hanno una paura fottuta, innanzitutto devo dire una cosa: il nucleare non lo faranno mai anche se non raggiungessimo il quorum. Il nucleare in Italia è infattibile, non è fattibile primo perché succederebbe una guerra civile, secondo non ci sono i soldi, quindi sono più tranquillo sul nucleare perché… ma sull’acqua pubblica no, l’acqua è un business da miliardi di miliardi di Euro e è questo quello che non vogliono questi partiti perché sono dentro a tutte le multiutility, sono dentro le Spa dell’acqua e qui voglio dare un ringraziamento ai comitati, perché i comitati dell’acqua senza personaggi, senza uomini illustri, senza uomini di grido hanno raggiunto 1.400.000 firme, so cosa vuole dire di cittadini, si sono mossi i cittadini, hanno fatto una legge popolare di 400 mila firme, un referendum di 1.400.000 firme senza televisioni, senza grandi sponsorizzazioni, sono i cittadini che si sono mossi, vi devo dire che avete tutta la mia ammirazione, avete tutti il mio aiuto se lo volete richiedere sono disponibile per qualsiasi cosa. Detto questo è una fregatura incredibile questa dell’acqua, adesso voglio darvi dei dati precisi perché il fatto di disaccorpare il Fukushima dentro che non si aspettava nessuno, se non ci fosse stato l’incidente in Giappone sul nucleare non avremmo raggiunto il quorum perché non ci sarebbe stata questa spinta del nucleare per Fukushima quindi erano tutti d’accordo. Tutti insieme appassionatamente hanno fatto una riunione e hanno votato se accorpare il referendum alle elezioni o no e per un voto non è stata accorpata, è stata messa il 12/13 giugno. Voglio fare i nomi e i cognomi di chi non è andato a votare, perché per un voto noi potevamo seppellire il nucleare, seppellire l’acqua pubblica, il legittimo impedimento, l’avremmo già sepolto con le elezioni perché c’era il traino, l’avremmo già sepolto, se non l’abbiamo sepolto i responsabili devono pagare, metterci la faccia, nomi e cognomi e voglio i danni perché questo disaccorpamento è costato a noi cittadini 320 milioni, voglio i danni, vi dico i nomi di chi non è andato a votare. Voglio ricordarli in ordine alfabetico così non facciamo delle preferenze: Beltrandi, Capano, Cimadoro, Cirielli, D’Antona, Farina, Fassino, Fedi, Gozi, Madia, Mastromauro, Porcino e Samperi, ricordo che sono 13 persone 10 del PD, due dell’Italia dei Valori che uno si è alzato un attimo prima della votazione, spero che Di Pietro se mi sente li mandi via con ignominia e li denunci per danni, ognuno di loro deve risarcire 1/13 dei 320 milioni che costa questo disaccorpamento, 1/13 sono 24.615.000 che devono tirare fuori questi signori che ho nominato, se non ce l’hanno personalmente, i loro partiti preleveranno dai loro rimborsi elettorali che sono furto delle tasse degli italiani perché c’è stato un referendum per non avere i finanziamenti dei partiti e loro li hanno cambiati in rimborsi elettorali, prenderanno dai loro rimborsi elettorali e risarciranno il popolo italiano di 320 milioni di lire. Questo Fassino non è mai dove serve, Fassino era deputato e mentre era deputato non ha dato le dimissioni e si è fatto la campagna elettorale per diventare Sindaco di Torino, l’ha fatta essendo ancora deputato, con soldi pubblici e lui non c’era a votare e fa adesso il Sindaco. Fukushima li ha distrutti, li ha distrutti queste centrali di quarta generazione di cui parlavano il PD Bersanetor, c’è un discorso meraviglioso sulla quarta generazione, bisogna stare insieme, il progresso, la quarta generazione si è annichilita, completamente annichilita non c’è mai stata, non c’è quarta generazione, quello finlandese è bloccato lì che non si sa se la finiranno, costa già 7 miliardi di Euro, ma dove vogliono andare? Tutti i loro sponsor si sono azzerati come mosche con l’insetticida, parliamo della destra, della Prestigiacomo, di Scaiola, parliamo di questi vettori del nulla, questi, non so come chiamarli, parlo di Veronesi e di Chicco Testa che sono dei piazzisti di imprese funebri, sono stati spazzati via da Fukushima, tieni presente che non se l’aspettavano, poi c’è stato questo bieco tentativo del cadavere Berlusconi, di cambiare il referendum all’ultimo momento e la consulta meno male, ringraziamo, ci ha dato torto finalmente, il cadavere dovrà rientrare nella bara!

 

La metastasi delle società private dell’acqua
Intervistatrice – Questi sono i tentativi del centro-destra…
Beppe Grillo- Centro-destra e centro-sinistra! Guarda che qui i partiti non sono tutti uguali, né destra né sinistra perché per l’acqua se andiamo a vedere c’entra molto più il centro-sinistra che il centro-destra, parliamo del PD.Intervistatrice – Renzi ha detto che voterà 3 sì e un no, ma proprio sull’acqua.
Beppe Grillo- L’ebetino di Firenze deve ricordarsi che il garantire il 7 % ai finanziamenti di chi investe sull’acqua è pazzesco! Già nella sua città voglio che la gente sappia queste cose, già nella Toscana perché parliamo di Toscana, di Emilia Romagna, di Puglia, Campania dove c’è il PD da 20 anni che gestisce acqua, rifiuti, energia con le loro multiutility, vediamo chi sono le multiutility perché bisogna anche capire chi sono! Noi abbiamo due grandi multinazionali che sono Veolia quella citata da Bersani quando ha detto questo famoso discorso a Carpi che abbiamo messo in rete, bellissimo, quando ha detto che “l’acqua è di Dio, poi passa e ritorna a Dio, nessuno la vuole privatizzare, se poi in mezzo ci mettiamo per la gestione integrata la Veolia” quindi acqua di Dio in mezzo la Veolia e ritorna a Dio, con la Veolia tramite questi… sono fantasmi questa gente! Ti dico chi sono questi: Veolia e Suez sono due multinazionali, la Veolia è stata mandata via a calci nel culo dal Comune di Parigi che in 5 mesi, adesso è pubblica l’acqua di Parigi, ha ridotto le tariffe del 40%, risparmiando 80 milioni di Euro, sta andando via da Atlanta, sta andando via da Monaco, la stanno mandando via da Berlino e noi vorremmo dargli i servizi integrati per la gestione? Perché loro lo sanno fare. Vi dico chi sono queste società: partiamo dalla Suez, la Suez in Italia possiede Ondeo che ha partecipazioni in Acea, Intesa Aretina, Publiacqua, Acque Spa, Acque blu fiorentine, Acque blu Arno Basso, Acque Toscane, Acquedotto del Fiora, Acque e Ombrone, tutte Spa. La Veolia è presente direttamente nelle compagnie generali delle Acque Spa, la società dell’acqua potabile di Sestri Levante, la società italiana esercizi acquedotti di Torino e la partecipata Acqua Latina e la Geal. I casi più clamorosi che stanno succedendo adesso e di società pubbliche ora in borsa, diventate a tutti gli effetti Spa, sono Hera che prende Emilia fino a Modena, fino al mare e poi sono Acea e Iren Spa.
Intervistatrice – Lei sta accusando la sinistra di avere le mani in pasta
Beppe Grillo- Accusando? Sto portando le prove, oggi il Comune di Bologna, il Comune di Modena e il Comune di Ravenna stanno dibattendo un Consiglio per aumentare le tariffe del 10% perché gli utenti di Bologna, Modena e Ravenna hanno consumato meno acqua! Per rispondere alla prima domanda che mi hai fatto sull’ebetino di Firenze, nel 2005 le famiglie di Firenze, Prato, Pistoia, Empoli, Mugello, Val di Seve consumano non 92 milioni di metri cubi d’acqua come era predestinato, ma ne consumano meno 84 milioni, perché? Perché hanno fatto una campagna di risparmio, perché c’è la crisi, perché l’acqua costa… hanno risparmiato i cittadini, è un bel gesto risparmiare l’acqua, è preziosa! Cosa fa l’Ato? L’Ambiente territorio ottimale, l’Ato dice: riconosce a Publiacqua , quella che gestisce l’acqua di queste città che ti ho detto, un conguaglio per i mancati introiti, chi paga? I cittadini pagano, visto che questi 33 milioni di risparmio di acqua sono mancato introito per il gestore, verranno spalmati sulle bollette dell’acqua, tu risparmi e il risparmio ti viene addebitato sulla tua bolletta dell’acqua, ma tu pensa questa gente se non sono disonesti! E’ pazzesco!

 

I cittadini nelle società di gestione dei beni pubblici
Intervistatrice – Renzi parla della sua onestà e dice: Grillo non è affidabile, non è coerente..
Beppe Grillo- Io non sono un Sindaco, sono un comico, non sono affidabile! Non sono affidabile per niente, sono il più disonesto del mondo, va bene? Non dovete votare me, non sono candidato, mi guadagno i soldi con il mio lavoro, pago le tasse, con queste tasse paghiamo gli stipendi di questi ebetini di Firenze, paghiamo le tasse con tutti, sono un privato cittadino che si è messo in gioco per dire delle cose ma me le dovete far dire! Perché la Costituzione prevede, vi leggo l’articolo, l’Art. 43 dice: “ai fini di utilità generale, la legge può riservare originariamente o trasferire mediante espropriazione salvo indennizzo allo Stato e a enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti, determinate imprese o categorie di imprese che si riferiscono a servizi pubblici essenziali o a fonte di energia o a situazione di monopolio che abbiano carattere preminente di interesse generale”, vuole dire che la Costituzione afferma che beni di rilevanza pubblica, come l’acqua, possono essere dati e gestiti dai cittadini. Quello che vogliamo fare noi è questo: che è di un consorzio pubblico con cittadini che si candidano per la presidenza o per il Consiglio di Amministrazione con un curriculum, votati in rete dai cittadini, bilanci trasparenti messi in rete, controllati, vidimati e descritti attraverso la rete e determinati dai cittadini, è semplicissima la politica, solo che i cittadini sono tagliati fuori da qualsiasi decisione, anche la nostra Costituzione che prevede delle cose così, non ha previsto che possiamo solo come cittadini fare dei referendum abrogativi, togliere le cazzate di quella gente, possiamo solo togliere le cazzate di questa gente, allora dobbiamo inserire nella Costituzione che si possono fare i referendum propositivi senza quorum e poi per esempio le leggi popolari, continuiamo a fare leggi popolari, ne ho fatta una anche io di 350 mila firme, ma la Costituzione non ha l’obbligo della discussione in Parlamento, deve diventare obbligatoria la discussione? Sono 4 anni chiedevamo: via i condannati dal Parlamento, due legislature, il voto di preferenza, la legge elettorale, ci hanno accusato dell’anti politica, la sinistra ci aveva detto che noi siamo ostili, ostili perché vogliamo togliere i condannati dal Parlamento per avere l’acqua pubblica, per avere queste cose, siamo ostilissimi, ma mi devo calmare. Queste 350 mila firme sono nella cantina del Senato, allora calmo ti dico e ti do del tu perché non ho nessuna stima di te caro Schifani, caro Schifani cosa cazzo vuoi fare di queste 350 mila firme, vuoi che ce le veniamo a prendere? Vuoi che i 350 mila cittadini non facciano niente ma ti diano lo stipendio? Noi non vogliamo potere come Movimento Cinque Stelle che sono cittadini, noi non vogliamo cambiare il potere, vogliamo cambiare la civiltà, i cittadini che si occupano della cosa pubblica attraverso altri cittadini e controllati dai cittadini, è una democrazia dal basso che non c’è mai stata. Voglio chiudere questa discussione perché non si può pensare di andare avanti con questi trucchetti mistificatori che fanno queste persone, vanno in televisione a dire di non andare a votare sul referendum, il referendum va votato, va votato assolutamente, va votato per dare un colpo definitivo e è un colpo di democrazia, questa è una cosa che dobbiamo gestire noi cittadini, andare lì e mettere 4 sì meravigliosi, sì… proprio metti sì, sì, sì, è un orgasmo democratico. Per la prima volta possiamo farlo tutti insieme, quindi vi abbraccio, abbraccio Santoro, vattene da quella struttura, vai via da quella struttura e fai una trasmissione senza politici, senza questa gentaglia, li stai traghettando, sono morti, non sanno più cosa dire, adesso appendono il cappello alla trasformazione, non devono apprendere il cappello a niente, la trasformazione sta arrivando dal Maghreb, dalla Spagna in Inghilterra a Brighton, sta passando per altre zone, è arrivata anche qua, è una trasformazione mondiale di un vento per far sparire partiti, partitocrazia, questa gente, questi trombati dei partiti che li ritrovi nei consigli di amministrazione di qualsiasi multiutility, basta gestire inceneritore come gestire l’acqua, basta! Basta, fanno gli inceneritori e poi vogliono garantiti 500 tonnellate di rifiuti al giorno, i cittadini fanno la differenziata che ci sono meno rifiuti vanno in penale e i cittadini pagano la penale perché fanno la differenziata, è questa la struttura, fanno queste cose, vuoi fare un’autostrada la fai, mi garantisci 30 anni di pedaggio, se non hai 30 anni di pedaggio i cittadini pagano le penali, basta!
I cittadini non pagano più penali a nessuno, i cittadini vanno dentro le istituzioni e le gestiscono, molto, molto meglio di questi chiodi che avete lì, di queste zecche di Stato!
Fuori dalle palle, destra, sinistra fuori! I partiti sono una roba messa lì tra noi e il bene comune, facendoli fuori gestiamo noi il nostro bene comune, altrimenti non c’è futuro in questa Italia!
Le società di rating hanno detto che se passa il referendum sull’acqua, che diventa pubblica, abbassano il rating sull’acqua di quelli che investono. Abbassano gli investimenti, il rating, le banche non daranno più investimenti da investire sull’acqua delle multinazionali e allora Hera, Publiacqua, queste Spa dopo il referendum quanto potranno valere queste società? Ve lo dico io, zero, ecco perché sono tutti… adesso devono fare dei carpiati con triplo avvitamento questa sinistra, carpiati… perché la destra vedi mi fa meno incazzare perché sono cadaveri, è gentaglia, sai che sono dei disonesti, sono messi lì, sai che è un disonesto, ma i finti amici, quelli che fanno finta di fare le osservazioni e poi sono d’accordo e fanno slittare il referendum dalle elezioni, lo fanno slittare e lo fanno mettere in 12/13 giugno, porca puttana mi fanno più incazzare quelli, ma mi devo calmare. Santoro vai via oppure fatti un account sulla rete, fai pagare, ti garantisco che ti paghiamo e ti paghiamo mensile, 3, 5 Euro a testa per milioni di persone, fai i soldi che vuoi! Lascia perdere sponsor , lascia perdere gente, ascolti, fai una bella trasmissione fatta di persone normali e manda a ‘fanculo tutta quella gente, scusate ho detto una parolaccia ma sempre con toni molto messi e dismessi, quindi vi abbraccio e Padre Mariano è un dilettante in confronto mio oggi.

 

Gli inciuci dei partiti
Intervistatrice – Quindi lei è convinto che questo referendum ha un peso politico, no? Avrà un peso politico? Allora perché Di Pietro proprio adesso dice: bisogna, depotenziare il significato politico…
Beppe Grillo- Questa è la più grande mossa di democrazia, Di Pietro ha fatto un referendum sull’acqua che poi gli ha cassato la Cassazione perché voleva mantenere il 7% degli investimenti, lui era dall’altra parte, poi si è rinsavito, quando due dei suoi saranno mandati via a calci nel culo e pagheranno ognuno la quota di danno che hanno fatto per avere scorporato il referendum dalle elezioni potrò essere convinto di quello che dice.
Intervistatrice – Quindi ha un carico politico o no questo referendum?
Beppe Grillo- Tutto, ma scusa l’acqua non ha un carico politico? Cos’è la politica? La gestione dell’energia? Voglio che l’energia si faccia un piano e si dica: entro il 2030 usciamo da tutti i fossili del mondo e andiamo con l’energia rinnovabile almeno per l’elettricità 2030, 2050, 2080 tutta l’energia fatta con le energie rinnovabili, dobbiamo mettersi lì e dire: cos’è la crescita, la crescita non può continuare, la crescita ha più effetti negativi che positivi, dobbiamo capire cos’è la tecnologia, la tecnologia è un airbus o un dirigibile? Perché secondo me la tecnologia nuova è il dirigibile, non è l’airbus , non è fare treni da 600 all’ora, fare treni da 200 all’ora, fare macchine da 130 all’ora, ma non farne neanche più di macchine, ma se si fanno da 130 all’ora, non da 200, allora bisogna mettersi lì e dire: cosa vogliamo, cosa vogliamo per i nostri figli, questa gente non ha una dimensione di futuro, ce l’ha di 5 minuti, non sanno di cosa parlano, sono soldi, loro parlano di soldi, quando parli di politica con questi parli di soldi, di investimenti, di investimenti garantiti da una legge, il 7%, ma quale imprenditore ci ha garantito il 7% di introito? L’acqua non è una merce che puoi dare in gestione o mettere, investire o non investire, arrivano tutte le multinazionali del mondo, l’energia, la dobbiamo prendere noi cittadini, l’energia cittadini, l’acqua i cittadini, scuola i cittadini, la sanità i cittadini, che si prendono il resto, che si vadano a prendere tutto il resto, stanno spolpando tutto, De Benedetti si prende l’energia con le sue centrali a carbone e poi prende i finanziamenti per le rinnovabili, Benetton si prende i soldi per le autostrade, il cadavere Berlusconi si prende l’etere e Bersani si prendono l’acqua, ma basta, fuori dai coglioni! Fuori! Andate fuori!
Intervistatrice – Venerdì ci sarà la conclusione della campagna referendaria in piazza, ci sarà il PD, ci sarà l’Italia dei Valori …
Beppe Grillo- Voglio vedere le facce come il culo! Di questi di sinistra che parlano e poi hanno l’acquedotto pugliese, quello più grande… come fanno a parlare? Bersani come fa a parlare? Bersani è andato a fare un discorso dell’acqua di Dio a Carpi che l’acqua deve tornare a Dio ma deve essere gestita da una multinazionale, gestita da un’azienda privata perché noi non sappiamo gestire, tu non sai gestire! Bersani era quello che mandava le lettere ai medici dell’Emilia Romagna che gli chiedevano una moratoria per l’inceneritore perché fa dei danni alla salute, fa morire di tumori e lui ha minacciato dicendo a Mastella di intervenire, perché i medici non si devono permettere di intervenire quando è una questione di industria, non di salute, questo è il Signor Bersanetor quello della biomassa, adesso cambiano gli inceneritori in biomassa e la biomassa come quello di Ravenna, ma stai scherzando? Hanno il bioporto lì ma la biomassa da dove arriva, perché la gente pensa la biomassa brucia un po’ di foglie, pulisco i boschi e faccio un po’ di energia che sarebbe anche intelligente farla, cazzo ma dov’è? Ma guarda Scotti? Scotti bruciava camion, ha fatto venire tumori a mezza Pavia e faceva il riso cazzo, perché sono sovvenzionati, perché prendeva 30 milioni all’anno per fare energia con il suo cazzo di biomassa che doveva invece bruciare i suoi rifiuti, fanno così! A Ravenna fanno arrivare il proponente della biomassa che è l’olio di palma dall’Indonesia e dalla Malesia, perché hanno le sovvenzioni, basta! Sovvenzioni non ve ne diamo più! Basta, libero mercato significa far dire alle cose le cose vere, sono palle, sono prezzi nascosti, il nucleare ha un prezzo nascosto, se risparmi l’acqua ti aumentano la bolletta!Non ci starò mai e farò della battaglia fino alla morte, mi dovete sopprimere, arrestare, fate quello che volete ma basta, voi dovete andare via e se non andate via spontaneamente con pace, con parsimonia e con letizia e mestizia vi manderemo via noi!

 

Politica senza soldi
Intervistatrice – Ma qual è la fase costruttiva?
Beppe Grillo- La fase costruttiva è dare in mano la gestione della politica e del bene comune ai cittadini, non ai partiti politici, è questo il grande cambiamento, di questi non ne voglio parlare, me li tirate sempre fuori perché non avete neanche organicamente le parole per discutere di una politica nuova. Intervistatrice – Ci spiega però il successo di Pisapia e De Magistris a Milano e a Napoli?
Beppe Grillo- E’ l’insuccesso dell’altra parte, è sempre il meno peggio! Non discuto della persona, non la conosco neanche, so che è l’Avvocato di De Benedetti, quindi di cosa parliamo? So che ha gli architetti di Ligresti che metterà dentro, so che vorrà ristrutturare un po’ l’Expo, ma non ha detto no all’Expo che è una puttanata gigantesca l’Expo, un’idea dell’800 infatti ci eravamo noi e la Turchia che abbiamo combattuto per avere l’Expo, noi e la Turchia e basta non si è presentato nessuno! Perché con i mezzi tecnologici oggi puoi far apparire in tre dimensioni un oggetto dall’altra parte del mondo senza muoverti, non che fai delle strutture in cemento per esporre un seme, ma siamo deficienti! Sono solo speculazioni, cemento speculazioni e soldi, è questa la politica, soldi! Noi abbiamo dimostrato che la politica la possiamo fare senza soldi, senza! 4000 Euro abbiamo messo 10 consiglieri di rione a Milano e un consigliere dentro il comune con 4/5 mila Euro, perché sono ragazzi che si autosovvenzionano, abbiamo rinunciato ai rimborsi, vogliamo che i cittadini entrino dentro, io sono un mistificatore, ricordatevelo, non fidatevi di me, sono un delinquente, quello che stanno dicendo tutti su di me, stanno dicendo 5 anni di cose, non sono in gioco io, anche se credete queste cose che io sia un delinquente, benissimo, non sono io che mi presento al voto, non sono io che prendo gli stipendi con le vostre tasse, io non prendo niente, guadagno del mio lavoro, se sono un delinquente non comprare i libri, i Dvd, non venite sul blog che è gratuito, il Movimento è gratuito, mi sono messo a disposizione primo per i miei figli e poi per dare una mano per buttare via questa gente e passare da una democrazia di partiti a una democrazia dei cittadini, quindi o cittadini o sudditi, qui è quello che dobbiamo votare o cittadini o sudditi! Vi voglio bene lo sapete, che poi in fondo vi voglio bene, poi lo sapete che in fondo non sono un delinquente, voi lo sentite io lo so che lo sentite, quindi 4 sì, sì, sì, sì, sì, un orgasmino democratico è una sensazione fantastica!

ComeDonChisciotte – INSIDER DI UNA BANCA SVIZZERA SVELA I LEGAMI TRA BILDERBERG E FINANZA

Fonte: ComeDonChisciotte – INSIDER DI UNA BANCA SVIZZERA SVELA I LEGAMI TRA BILDERBERG E FINANZA.

DI NEW WORLD ORDER
Bilderberg2011.com

In un intervista fatta da WeAreChange a un importante banchiere svizzero il 30 maggio del 2011, vengono svelate le relazioni profondamente intrecciate tra i manager di alto livello delle banche svizzere e il club del Bilderberg. È oramai provato che il Bilderberg usa le banche svizzere per le attività di riciclaggio del denaro, per finanziare il rovesciamento dei governi, per pagare gli assassini e per mandare in bancarotta le nazioni.

Qui sotto trovate l’intervista:

D: Ci può dire qualcosa delle sue attività nel business del settore bancario svizzero?
R: ho lavorato nelle banche svizzere per molti anni. Sono stato uno dei massimi dirigenti di una delle maggiori banche svizzere. Nel mio lavoro sono stato coinvolto nel pagamento, nel pagamento in contanti a una persona che ha ucciso il presidente di una nazione straniera. Ho partecipato alla riunione in cui fu deciso di dare questo denaro al killer. Tutto ciò mi ha fatto venire tremende emicranie e ha fatto traballare la mia coscienza. Non è stata l’unica occasione difficile, ma è stata senz’altro la peggiore.

Era un’ordine di pagamento emesso da un servizio segreto straniero, scritto a mano, dove si dava istruzioni di pagare una certa somma a una persona che aveva ucciso un alto dirigente di un paese straniero. E non è stata l’unica volta. Abbiamo ricevuto in varie occasioni queste lettere scritte a mano che venivano dai servizi segreti stranieri che ci ordinavano di pagare in contanti da conti segreti per finanziare le rivoluzioni o le uccisioni di persone. Posso quello che John Perkins ha scritto nel suo libro “Confessioni di un Sicario dell’Economia”. C’è davvero un sistema del genere e le banche svizzere talvolta ci sono in mezzo.

D: Il libro di Perkins è stato tradotto ed è disponibile in Russo. Ci può dire di che banca si sta parlando e chi era responsabile?
A: Era una delle tre maggiori banche svizzere in quel periodo e si tratta di un presidente di una nazione del terzo mondo. Ma non voglio dare troppi dettagli perché mi potrebbe rintracciare con estrema facilità se dicessi il nome del presidente e il nome della banca. Rischierei la vita.

D: Non può fare neppure il nome della banca?
R: No, non posso. Ma vi posso assicurare che le cose sono andate a questo modo. C’erano diverse persone nella stanza delle riunioni. La persona che doveva fisicamente fare il pagamento in contanti venne da noi e ci chiese se era autorizzato a versare una cifra così alta a quella persona e uno dei direttori spiegò il caso e tutti gli altri dissero “Ok, va bene così”.

D: Ma succede spesso? Si tratta di fondi neri?
A: Sì. Era uno fondo speciale gestito in un luogo specifico nella banca dove tutti gli ordini in codice venivano dall’estero. Le lettere più importante erano scritte a mano. Dovevamo decifrarle e c’erano degli ordini di pagare certe somme in contanti da questi conti per gli omicidi, per finanziare le rivoluzioni e gli scioperi, per finanziare partiti di ogni risma. So che alcune persone che fanno parte del Bilderberg erano coinvolte in questi ordini. Intendo dire che sono loro ad aver dato l’ordine di uccidere.

D: Ci potrebbe dire in quale anno o decennio tutto questo è successo?
R: Preferisco non darvi l’anno preciso, ma stiamo parlando degli anni ’80.

D: Ha avuto problemi per questo lavoro?
A: Sì, problemi grossi. Non sono riuscito a dormire per parecchi giorni e dopo un po’ ho lasciato la banca. Se vi dessi troppi dettagli mi rintraccerebbero. Alcuni servizi segreti esteri, soprattutto di lingua inglese, hanno dato ordini per finanziare azioni illegali, persino l’uccisione di persone all’interno della banche svizzere. Dovevamo pagare seguendo le istruzioni delle potenze straniere per l’assassinio di alcune persone che non avevano seguito gli ordini del Bilderberg o del FMI o della Banca Mondiale.

D: È una testimonianza davvero sorprendente quello che ci sta rivelando. Perché ha sentito l’urgenza di dirlo in questo momento?
R: Perché il Bilderberg si sta riunendo in Svizzera. Perché la situazione mondiale sta peggiorando sempre di più. E perché le maggiori banche svizzere sono coinvolte in attività senza etica. La maggior parte di queste operazioni sono fuori dalle pagine dei bilanci. Si parli di multipli di quello che viene ufficialmente dichiarato. Non sono revisionati e avvengono senza versamenti di imposte. Le cifre in questione hanno parecchi zeri. Sono somme enormi..

D: Quindi miliardi?
R: Molto di più, si parla di trilioni, completamente fuori da qualsiasi verifica, illegali e fuori dal sistema impositivo. In sostanza è un furto generalizzato. Intendo dire che la maggioranza delle persone normali paga le tasse e rispetta le leggi. Quello che succede in questo caso è totalmente al di fuori dei nostri valori svizzeri, come la neutralità, l’onestà e la buona fede. Nelle riunioni a cui ho partecipato, le discussioni andavano sempre contro ii nostri principi democratici. Vedi, la gran parte dei direttori della banche svizzere non sono più gente del posto, vengono dall’estero, sono principalmente anglo-sassoni, sia americani che britannici, e non rispettano la nostra neutralità, i nostri valori, vanno contro i principi della nostra democrazia diretta e usano solamente le banche svizzere per i loro propositi illegali.

Usano quantità enormi di moneta creata dal nulla e distruggono la nostra società e i popoli del mondo solo per avidità. Cercano il potere e distruggono intere nazioni, come la Grecia, la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda e la Svizzera sarà una delle ultime. E usano i cinesi come fossero schiavi. E una persona come Josef Ackermann, che è un cittadino svizzero, è a capo di una banca tedesca e uso il suo potere per la propria avidità e non rispetta le persone comuni. Ha alcune cause in corso in Germania e adesso anche negli Stati Uniti. Fa parte del Bilderberg e non gliene frega niente né della Svizzera, né di qualsiasi altro paese.

D: ci sta dicendo che alcune di queste persone che ha menzionato saranno al prossimo meeting del Bilderberg che si terrà di giugno a St. Moritz?
R: Sì.

D: Quindi sono ancora al potere?
R: Certo. Hanno a disposizione una quantità enorme di denaro disponibile e lo usano per distruggere intere nazioni. Demoliscono le loro industrie per poi ricostruirle in Cina. Dall’altra parte aprono i cancelli dell’Europa ai prodotti cinesi. La classe lavoratrice europea guadagno sempre di meno. L’obbiettivo vero è quello di distruggere l’Europa.

D: Lei crede che la riunione del Bilderberg a St. Moritz abbia un valore simbolico? Perché nel 2009 sono stati in Grecia, nel 2010 in Spagna e guardiamo cosa gli è successo. Ciò significa che la Svizzera si deve aspettare qualcosa di brutto?
R: Sì. La Svizzera è per loro uno dei paesi più importanti, perché qui ci sono tanti capitali. Si stanno riunendo qui perché, oltre che per altri motivi, vogliono distruggere i valori che sostengono la Svizzera. Vedete che per loro è un ostacolo il fatto che non siamo nell’UE o nell’Euro, che non siamo controllati in modo totale da Bruxelles e così via. Parlando dei valori, non sto parlando di quelli delle maggiori banche svizzere, perché non sono più svizzere già da tempo, la maggior parte sono guidate dagli Americani. Sto parlando del vero spirito svizzero che la gente comune conserva e sostiene.

Certo che ha avuto un valore simbolico, come hai detto, per la Grecia e la Spagna. Il loro scopo è quello di essere una sorta di club esclusivo elitario che concentra in sé tutti i poteri mentre tutti gli altri vengono impoveriti.

D: Cosa ne pensa del possibile obbiettivo del Bilderberg di creare una sorta di dittatura globale, controllata dalle grandi corporation globali, senza più alcuna interferenza delle nazioni sovrane?
R: La Svizzera è l’unico posto dove è ancora presente una forma di democrazia diretta ed è proprio sulla loro strada. Loro usano il ricatto del “troppo grande per cadere” come nel caso di
UBS per far sprofondare il nostro paese nel debito, proprio come hanno fatto con tante altre nazioni. Alla fine potrebbero voler fare con la Svizzera lo stesso che hanno fatto con l’Islanda, con il paese e tutte le banche in bancarotta.

D: E verrà realizzato anche nell’Unione Europea?
R: Naturalmente. L’Unione Europea è nelle grinfie del Bilderberg.

D: Cosa pensa che potrebbe fermare questo piano?
R: Bene, questo è il motivo per cui ti sto parlando. È la verità. La verità è l’unica maniera. Mettere in luce questa situazione, metterli in piazza. Non gli piace di essere sotto la luce dei riflettori. Dobbiamo creare trasparenza nel settore bancario e a tutti i livelli sociali.

D: Quello che stai dicendo è che c’è una parte sana nel mondo delle banche svizzere e poi ci sono poche banche che stanno abusando del sistema finanziario per le loro attività illegali.
R: Sì. Le grandi banche stanno formando il loro personale con i valori anglosassoni. Li stanno addestrando per essere avidi e spietati. E l’avidità sta distruggendo la Svizzera e il mondo intero. Posso dire che nel nostro paese abbiamo la gran parte delle banche più correte che operano nel mondo, se si parla delle banche di piccole e medie dimensioni. Sono quelle grandi che costituiscono un problema. Non sono più svizzere e non si considerano nemmeno tali.

D: Credi che sia una buona cosa il fatto che la gente stia facendo luce sul Bilderberg e che stia mostrando chi siano in realtà?
R: Io credo che il caso di Strauss-Kahn ci dà una buona occasione, perché ci fa vedere che queste persone sono corrotte, hanno la mente malata, tanto malate da essere piene di vizi e questi vizi vengono tenuti nascosti. Alcuni di loro, come Strauss-Kahn, violentano le donne, altri fanno del sado-maso o sono pedofili e molti sono dentro al satanismo. Quando entri in qualche banca, puoi vedere questi simboli satanisti, come nella Banca Rothschild di Zurigo. Queste persone sono vincolate dai ricatti a causa della loro debolezza. Devono seguire gli ordini, altrimenti verrebbero additati, distrutti o persino uccisi. Non solo Strauss-Kahn è stato assassinato nei media, potrebbe davvero essere ucciso.

D: Siccome Ackermann è nel comitato direttivo del Bilderberg, pensi che sia un personaggio chiave?
A: Sì. Ma ce ne sono molti altri, come Lagarde, che probabilmente sarà il nuovo direttore del FMI, ed è anche membro del Bilderberg, poi ci sono Sarkozy e Obama. Hanno in mente un progetto di censurare Internet, perché è ancora libera. La vogliono controllare e usare il terrorismo o qualsiasi altra cosa per questo scopo. Potrebbero persino pianificare qualcosa di orribile per avere una scusante.

D: Questa è la tua paura?
R: Non è solo una paura, ne sono sicuro. Come ho detto, sono capaci di cose terribili. Se hanno la sensazione di perdere il controllo, come nelle rivolte in Grecia e in Spagna e forse l’Italia sarà la prossima, potrebbero istituire un’altra Gladio. Sono stato vicino alla rete di Gladio. Come tu sai, hanno istigato il terrorismo pagato dai soldi degli americani per controllare il sistema politico in Italia e in altri paesi europei. Per quanto riguardo l’omicidio di Aldo Moro, il pagamento fu fatto nella stessa maniera che ho prima descritto.

D: Ackermann faceva parte di questo sistema di pagamenti in una banca svizzera?
R: (Sorride) Tu sei un giornalista. Guarda alla sua carriera e come velocemente è arrivato alla vetta.

D: Cosa credi possa esser fatto per ostacolarli?

R: Bene, ci sono molti buoni libri che spiegano il contesto e collegano i punti, come quello prima citato di Perkins. Queste persone hanno davvero dei sicari pagati per uccidere. Alcuni di loro prendono i soldi dalle banche svizzere. Ma non solo, hanno un sistema che è sviluppato in tutto il pianeta E per rivelare al pubblico queste persone sono preparati da fare qualsiasi cosa per mantenere il controllo..

D: Mettendoli in luce, li potremo fermare?
R: Sì, dicendo la verità. Siamo di fronte a criminali senza scrupoli, anche criminali di guerra. Peggio che il genocidio. Sono pronti e capaci di uccidere milioni di persone solo per rimanere al potere e tenere il controllo.

D: Ci puoi spiegare dal tuo punto di vista perché i mass media occidentali sono quasi completamente indifferenti al Bilderberg?
R: Perché c’è un accordo tra loro e i proprietari dei media. Non ne devi parlare. Li corrompono. Anche alcuni personaggi importanti del mondo della comunicazione sono stati invitati alle riunioni, ma gli è stato detto di non riferire niente di quello che avevano visto o sentito.

D: Nella struttura del Bilderberg, c’è un gruppo ristretto che è a conoscenza di questi progetti, con la maggioranza che semplicemente segue gli ordini?
R: Sì. C’è un circolo ristretto che sono nel satanismo e poi ci sono gli ingenui o le persone meno informate. Alcuni credono di fare qualcosa di buono, quelli che ne sono al di fuori.

D: In base ai documenti rivelati e alle tue affermazioni, il Bilderberg decise nel 1955 di creare l’Unione Europea e l’Euro, e così hanno preso decisioni importanti e di lungo raggio.
R: Sì, tu sai che il Bilderberg fu fondato dal Principe Bernard, un ex membro delle SS, aderente al partito dei Nazisti e che ha anche lavorato per IG Farben, le cui sussidiarie producevano lo Zyklon B. L’altra persona era il direttore di Occidental Petroleum che aveva strette relazioni con i comunisti in Unione Sovietica. Erano su schieramenti opposti ma in fondo queste persone sono fascisti che vogliono controllare tutto e tutti e chi si mette nel mezzo viene fatto fuori.

D: Il sistema di pagamento che ci hai spiegato rimane fuori dalle normali operazioni, compartimentato e segreto?
R: In queste banche svizzere i normali impiegati non ne sono a conoscenza. È come un ufficio segreto della banca. Come ho detto queste operazioni rimangono fuori delle pagine del bilancio, senza alcuna supervisione. In alcuni casi sono nello stesso edificio, in altri sono all’esterno. Hanno la loro sicurezza privata e un’area dedicata dove possono entrare solo le persone autorizzate.

D: Come riescono a tenere queste transazioni al di fuori della rete internazionale SWIFT?
R: Bene, alcuni dei listini
Clearstream erano veri all’inizio. Ci sono anche dei nomi falsi per far credere che tutta la lista sia falsa. Anche loro fanno degli errori. La prima lista era vera e da qui si può risalire a molte cose. Vedi, ci sono persone che scoprono le irregolarità e le cose vere e gliele riferiscono. Alla fine ci sono dei processi e queste persone sono costrette a rimanere in silenzio.

Il modo migliore per fermarli è quello di dire la verità, mettergli addosso la luce dei riflettori. Se non li fermiamo, diventeremo tutti loro schiavi.

Grazie per quest’intervista.

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Fonte: http://bilderberg2011.com/bilderberg-agenda/interview-with-swiss-banker-reveals-bilderberg-2011-plans-for-internet-censorship-are-coming/

07.06.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

ComeDonChisciotte – MEMORANDUM SEGRETI SVELANO LEGAMI TRA DITTE PETROLIFERE E INVASIONE DELL’IRAQ

Fonte: ComeDonChisciotte – MEMORANDUM SEGRETI SVELANO LEGAMI TRA DITTE PETROLIFERE E INVASIONE DELL’IRAQ.

DI PAUL BIGNELL
The Independent

Alcuni documenti rivelano l’esistenza di progetti che sono stati discussi dai ministri governativi e dalle maggiori compagnie petrolifere mondiali un anno prima che il Regno Unito assumesse un ruolo guida nell’invasione dell’Iraq.

Queste annotazioni, rivelate qui per la prima volta, sollevano nuove domande sul coinvolgimento della Gran Bretagna nella guerra, una questione che aveva diviso il gabinetto di Tony Blair e che era stata approvata solo dopo che il premier britannico affermò che Saddam Hussein possedeva armi di distruzione di massa.

Si è sempre negato un interesse per le risorse irachene, ma la cosa è sempre suonata strana.

I verbali stilati dopo una serie di incontri avvenuti tra i ministri e i dirigenti petroliferi di alto livello contrastano con le pubbliche smentite riguardo gli interessi delle compagnie petrolifere e dei governi occidentali di allora.

Questi documenti non furono forniti come prove per l’indagine Chilcot sulla partecipazione del Regno Unito alla guerra in Iraq. Nel marzo 2003, poco prima che la Gran Bretagna entrasse in guerra, la Shell denunciò che i rapporti dei colloqui avuti con Downing Street sul petrolio iracheno erano “altamente imprecisi”. La BP ha negato di aver avuto “qualche interesse strategico” in Iraq, mentre Tony Blair ha descritto “la teoria della cospirazione del petrolio” come “la più assurda”.

Ma i documenti di ottobre e novembre dell’anno precedente dipingono un quadro molto diverso.

Cinque mesi prima dell’invasione dell’Iraq del marzo 2003, la baronessa Symons, l’allora Ministro del Commercio, disse alla BP che il governo riteneva che le imprese energetiche britanniche avessero diritto a una parte delle enormi riserve di petrolio e gas dell’Iraq come ricompensa per il coinvolgimento militare di Tony Blair nei piani statunitensi per il rovesciamento del regime di Saddam.

Le carte mostrano che la signora Symons accettò di fare pressioni sull’amministrazione Bush per conto della BP perché il gigante petrolifero temeva di essere “tagliato fuori” dagli accordi che Washington stava silenziosamente raggiungendo col governo russo e quello francese e le rispettive imprese energetiche.

Nei verbali di un incontro del 31 ottobre 2001 con la BP, la Shell e la BG (ex British Gas) si legge:

“La baronessa Symons concorda che sarebbe difficile giustificare una perdita delle compagnie britanniche in Iraq se il Regno Unito non fosse un evidente sostenitore del governo statunitense durante la crisi”.

Il ministro poi prometteva di “comunicare alle compagnie prima di Natale” i suoi sforzi di pressione politica.

Il 6 novembre 2002 il Ministero degli Esteri invitava la BP a discutere le opportunità in Iraq “susseguenti alla caduta del regime”. I verbali attestano: “L’Iraq offre le più grandi possibilità per il petrolio. La BP farà di tutto per avervi accesso ed è impaziente di sapere che gli accordi politici non le negheranno tale opportunità”.

A seguito di un altro incontro avvenuto nell’ottobre 2002, l’allora Ministro degli Esteri per il Medio Oriente, Edward Chaplin, osservava: “La Shell e la BP non possono permettersi di non avere un interesse [in Iraq] in vista di un futuro a lungo termine… Eravamo determinati a dare alle compagnie britanniche una giusta fetta dei profitti ottenuti nell’Iraq post-Saddam.”

Mentre la BP ribadiva pubblicamente che non aveva “alcun interesse strategico” in Iraq, in privato confessava al Ministero degli Esteri che l’Iraq era “l’affare più importante da tanto tempo”.

La BP temeva che, se Washington avesse lasciato in essere il contratto esistente tra Total/Fina/Elf e Saddam anche dopo l’invasione, la conglomerata francese sarebbe diventata la compagnia petrolifera più grande al mondo. La BP fece sapere al governo di essere disposta a correre “grandi rischi” pur di ottenere una parte delle riserve irachene, le seconde al mondo per grandezza.

Grazie all’”Atto per la Libertà di Informazione”, oltre 1000 documenti sono stati raccolti in cinque anni dall’attivista Greg Muttitt. Questi rivelano che, alla fine del 2002, ci furono almeno cinque incontri tra i funzionari statali, i ministri, la BP e la Shell.

I contratti ventennali firmati dopo l’invasione sono stati tra i più grossi nella storia dell’industria petrolifera. Includevano la metà delle riserve irachene, 60 miliardi di barili di petrolio, acquistati in blocco da compagnie quali la BP e la CNPC (China National Petroleum Company), il cui consorzio da solo raggiunge un profitto annuo di 403 milioni di sterline (658 milioni di dollari) dalla zona di Rumalia, nel sud dell’Iraq.

La scorsa settimana l’Iraq ha portato la sua produzione di petrolio al livello più alto dopo quasi un decennio, 2,7 milioni di barili al giorno, un risultato molto importante visto il periodo, considerata la volatilità regionale e la perdita di produzione in Libia. Molti oppositori della guerra sospettano che una delle principali ambizioni di Washington nell’invadere l’Iraq sia stata assicurarsi una fonte di petrolio conveniente e abbondante.

Muttit, il cui libro “Fuel on Fire” uscirà la settimana prossima, ha dichiarato: “Prima della guerra, il governo fece ogni sforzo per ribadire che non era per nulla interessato al petrolio iracheno. Questi documenti sono la prova della falsità di tali affermazioni.

“È chiaro, infatti, che il petrolio rappresentava uno dei fattori strategici più importanti per il governo e che quest’ultimo si mise segretamente d’accordo con le compagnie petrolifere per dar loro accesso all’enorme bottino.

La 59enne baronessa Symons è diventata poi la consulente per una banca d’affari inglese che incassava proventi dai contratti per la ricostruzione dell’Iraq. Il mese scorso ha cessato un’attività non retribuita svolta per il Consiglio Nazionale per lo Sviluppo Economico libico dopo che il colonnello Gheddafi ha iniziato a aprire il fuoco sui dimostranti. La notte scorsa la BP e la Shell si sono rifiutate di commentare.

Il petrolio non c’entra? Cosa è stato detto prima dell’invasione

* Memorandum del Ministero degli Esteri, 13 novembre 2001, a seguito di una riunione con la BP: “L’Iraq offre grandi possibilità per il petrolio. La BP farà di tutto per avervi accesso ed è impaziente di sapere che gli accordi politici non le negheranno tale opportunità…”

* Tony Blair, 6 febbraio 2003: “Lasciatemi chiarire questa cosa del petrolio… la teoria della cospirazione del petrolio è una delle più assurde se la si esamina a fondo. Il fatto è che, se il petrolio iracheno fosse la nostra preoccupazione, potremmo prendere accordi al riguardo con Saddam anche domani. Non si tratta del petrolio, ma delle armi…”

* BP, 12 Marzo 2003: “Non abbiamo alcun interesse strategico in Iraq. Se chi va al potere vorrà un intervento dell’Occidente dopo la guerra, sempre che ci sia una guerra, tutto ciò che abbiamo detto è che dovrebbe essere ad armi pari. Non stiamo certo cercando un coinvolgimento.”

* Lord Browne, l’allora capo esecutivo della BP, il 12 marzo 2003: “Per il sottoscritto e per la BP non è una guerra per il petrolio. L’Iraq è un produttore importante, ma è lui a decidere cosa fare del suo patrimonio e del petrolio.”

* La Shell, il 12 marzo 2003, ha detto che i rapporti dei colloqui sulle opportunità petrolifere avuti con Downing Street erano “altamente imprecisi” e ha aggiunto: “Non abbiamo cercato, né tanto meno preso parte a riunioni con ufficiali del governo britannico sulla questione irachena. L’argomento è emerso solamente in alcuni discorsi durante i soliti incontri avuti con gli ufficiali a cui abbiamo partecipato di tanto in tanto… Non abbiamo mai richiesto dei ‘contratti’.”

Titolo originale: “Secret memos expose link between oil firms and invasion of Iraq”

Fonte: http://www.independent.co.uk
Link
19.04.2011

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di CRISTINA URONI

ComeDonChisciotte – I QUATTRO CAVALIERI DELLE BANCHE GLOBALI – LA STORIA DELL’IMPERO BANCARIO DELLE OTTO FAMIGLIE

Fonte: ComeDonChisciotte – I QUATTRO CAVALIERI DELLE BANCHE GLOBALI – LA STORIA DELL’IMPERO BANCARIO DELLE OTTO FAMIGLIE.

DI DEAN HENDERSON
Global Research

Se vuoi sapere dov’è il vero centro del potere mondiale, segui i quattrini e dove vanno a finire. Secondo la rivista Global Finance, nel 2010 le cinque più grandi banche del pianeta sono tutte nei feudi dei Rothschild, in Regno Unito e in Francia.

Sono la francese BNP (3 trilioni di asset), Royal Bank of Scotland (2,7 trilioni), la britannica HSBC Holdings (2,4 trilioni), la francese Credit Agricole (2,2 trilioni) e la British Barclays (2,2 trilioni). Negli Stati Uniti l’incontro della deregolamentazione con la mania delle fusioni ha lasciato sul terreno quattro mega-banche che dettano legge su tutto. Sempre secondo il Global Finance, nel 2010 erano Bank of America (2,2 trilioni di dollari), JP Morgan Chase (2 trilioni), Citigroup (1,9 trilioni) e Wells Fargo (1,25 trilioni). Le ho nominate i Quattro Cavalieri del Sistema Bancario degli Stati Uniti.

Il consolidamento del potere monetario degli Stati Uniti

Il matrimonio del settembre del 2000 che ha portato alla creazione di JP Morgan Chase è stato la più grande fusione nella pletora di consolidamenti bancari che ha avuto luogo negli anni ’90. La mania delle fusioni è stata stimolata da una massiccia deregolamentazione dell’industria bancaria, che ha visto la revoca del Glass Steagal Act del 1933, indetto durante la Grande Depressione per mettere il freno ai monopoli bancari che causarono lo shock del ’29, che provocarono quella crisi.

Nel luglio del 1929 Goldman Sachs lanciò due fondi d’investimento chiamati Shenandoah e Blue Ridge. Tra l’agosto e settembre, da grandi imbonitori, riuscendo a vendere azioni del valore di centinaia di milioni di dollari con la Goldman Sachs Trading Corporation a 104 dollari per azione. Gli insider di Goldman Sachs, nel frattempo, stavano abbandonando il mercato azionario. Nell’inverno del 1934 le azioni valevano 1 dollaro e 75. Il direttore sia di Shenandoah che di Blue Ridge era l’avvocato di Sullivan & Cromwell, John Foster Dulles [1].

John Merrill, fondatore of Merrill Lynch, uscì dal mercato azionario nel 1928, così come gli insider di Lehman Brothers. Il direttore di Chase Manhattan, Alfred Wiggin, dette ancora ascolto al suo “intuito” formando la Shermar Corporation nel 1929 per cedere le azioni della propria compagnia. Dopo la crisi del ’29, il presidente di Citibank, Charles Mitchell, fu imprigionato per evasione fiscale [2].

Nel febbraio del 1995 il presidente Bill Clinton annunciò un piano per smantellare sia il Glass Steagal Act che il Bank Holding Company Act del 1956, che vietavano alle banche di possedere compagnie di assicurazione e altre istituzioni finanziarie. Quel giorno Barings, un vecchio mercante di oppio e di schiavi, andò in rovina quando uno dei suoi trader di Singapore, Nicholas Gleason, si trovò dalla parte sbagliata del commercio dei milioni di dollari in derivative currency [3].

L’avvertimento rimase inascoltato. Nel 1991 i contribuenti statunitensi, già depredati di più di 500 miliardi di dollari per il saccheggio realizzato da S&L, furono vessati da altri 70 miliardi di dollari per il bailout del FDIC, gli fu poi presentato il conto per il salvataggio segreto – che già durava da due anni e mezzo – di Citibank, vicina al collasso dopo l’ondata degli effetti dovuti alla contrazione del debito dell’America Latina. Con il conto già pagato dai contribuenti degli Stati Uniti e la deregulation portata a compimento, il passo successivo fu un turbinio di fusioni bancarie come non se ne erano mai viste prima.

Il Sottosegretario al Tesoro sotto la presidenza Reagan, George Gould, affermò che la concentrazione delle banche in cinque/dieci giganti era quello di cui l’economia degli Stati Uniti aveva bisogno. La previsione da incubo di Gould stava per avverarsi.

Nel 1992 Bank of America rilevò il suo più forte rivale nella West Coast, la Security Pacific, poi fagocitò la depredata Continental Bank of Illinois per pochi soldi. Bank of America acquisì il 34% di Black Rock (Barclays ne possedeva il 20 per cento) e l’11 per cento della China Construction Bank, diventando la seconda banca con asset pari a 214 miliardi di dollari. Citibank aveva il controllo di 249 miliardi di dollari [4].

A quel punto le due banche avevano incrementato i loro asset fino al valore di 2 milioni di dollari a testa.

Nel 1993 Chemical Bank ha inghiottito Texas Commerce per diventare la terza istituzione bancaria con 170 miliardi di asset. Chemical Bank si era già fusa con Manufacturers Hanover Trust nel 1990.

North Carolina National Bank e C&S Sovran si erano consolidate nella Nation’s Bank, la quarta istituzione bancaria degli Stati Uniti, con 169 miliardi di dollari di dote. Fleet Norstar rilevò Bank of New England, mentre Norwest acquistò le quote di United Banks of Colorado.

In tutto questo periodo i profitti bancari negli Stati Uniti erano in forte incremento, sempre più alti ogni quadrimestre. Il 1995 ha battuto tutti i record di concentrazione bancaria. Quell’anno si sono realizzate trattative per un totale di 389 miliardi di dollari [5].

Le cinque grandi banche d’investimento, che avevano già fatto carrettate di soldi pilotando le negoziazioni sul debito dell’America Latina, ora potevano sbancare il lotto con la mania delle fusioni industriali e bancarie degli anni ’80 e ’90.

Secondo Standard & Poors le prime cinque banche d’investimento erano Merrill Lynch, Goldman Sachs, Morgan Stanley Dean Witter, Salomon Smith Barney e Lehman Brothers. Una trattativa realizzata nel 1995 fu la proposta di fusione tra la più grande banca d’investimento londinese, S. G. Warburg, e Morgan Stanley Dean Witter. Warburg scelse invece come partner Union Bank of Switzerland, creando la sesta forza nel settore delle banche d’investimento, UBS Warburg.

Dopo il parossismo del 1995, le banche più importanti si sono mosse in modo aggressivo verso il Medio Oriente, fissando il centro delle operazioni a Tel Aviv, a Beirut e in Bahrein, dove si era insediata la Quinta Flotta degli Stati Uniti. Le privatizzazioni bancarie in Egitto, Marocco, Tunisia e in Israele hanno aperto la porta alle mega-banche. Chase e Citibank prestarono denaro a Royal Dutch/Shell e alla saudita Petrochemical, mentre JP Morgan faceva le consulenze al consorzio Qatargas guidato da Exxon Mobil [6].

L’industria globale delle assicurazioni ha dovuto anche lei affrontare la mania delle fusioni. Nel 1995 Traveler’s Group ha acquisito Aetna, Warren Buffet’s Berkshire Hathaway si è mangiata Geico, Zurich Insurance si è ringalluzzita con Kemper Corporation, CNA Financial ha acquistato Continental Companies e General RE Corporation ha affondato i suoi molari su Colonia Konzern AG.

Alla fine del 1998 il colosso Citibank si fuse con Travelers Group per diventare Citigroup, creando un gigante del valore di 700 miliardi di dollari con 163.000 impiegati in oltre 100 paesi che aveva al suo interno Salomon Smith Barney una joint venture con Morgan Stanley), Commercial Credit, Primerica Financial Services, Shearson Lehman, Barclays America, Aetna e Security Pacific Financial [7].

Lo stesso anno Bankers Trust e la banca d’investimento statunitense Alex Brown furono arraffate da Deutsche Bank, che aveva già rilevato la londinese Morgan Grenfell & Co. Nel 1989 Deutsche Bank era diventata la banca più grande al mondo con asset del valore di 882 miliardi di dollari. Nel gennaio del 2002 i titani giapponesi Mitsubishi e Sumitomo si sono accordati per formare Mitsubishi Sumitomo Bank, che sopravanzò Deutsche Bank con un asset di 905 miliardi di dollari [8].

Nel 2004 HSBC era diventata la seconda banca più grande al mondo. Sei anni più tardi i tre giganti furono eclissati sia da BNP che da Royal Bank of Scotland.

Negli Stati Uniti l’incubo di George Gould ha raggiunto il suo apice proprio in tempo per l’inizio del millennio quando Chase Manhattan ha fagocitato Chemical Bank. I Bechtel di Wells Fargo acquisirono Norwest Bank, mentre Bank of America assorbì Nations Bank. Il colpo di grazia fu dato quando la riunificata House of Morgan annunciò che si sarebbe fusa con l’apparato dei Rockefeller Chase Manhattan/Chemical Bank/ Manufacturers Hanover.

Quattro giganti bancari sono riusciti a dettare legge nella finanza degli Stati Uniti. JP Morgan Chase e Citigroup erano i sovrani del capitale della East Coast. Insieme avevano il controllo del 52,86% della Federal Reserve Bank di New York [9]. Bank of America e Wells Fargo erano i sovrani della West Coast.

Nel corso della crisi bancaria del 2008 queste compagnie si sono sempre più ingrandite, riuscendo a ottenere circa un trilione di aiuti governativi dal Segretario del Tesoro e allievo di Goldman Sachs, Henry Paulsen, mentre, nel frattempo, si impadronivano di patrimoni in sofferenza in cambio di spiccioli.

Barclays rilevò Lehman Brothers. JP Morgan Chase si prese Washington Mutual e Bear Stearns. Bank of America ha rilevato Merrill Lynch e Countrywide. Wells Fargo si è ingoiata la quinta banca del paese, Wachovia.

Le stesse banche controllate dalle Otto Famiglie che per decenni hanno portato al galoppo i Quattro Cavalieri a pesticciare il petrolio nei giacimenti del Golfo Persico sono ora più potenti che mai. Sono i Quattro Cavalieri del Sistema Bancario degli Stati Uniti.

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Note:

[1] The Great Crash of 1929. John Kenneth Galbraith. Houghton, Mifflin Company. Boston. 1979. p.148

[2] Ibid

[3] Evening Edition. National Public Radio. 2-27-95

[4] “Bank of America will Purchase Chicago Bank”. The Register-Guard. Eugene, OR. 1-29-94

[5] “Big-time Bankers Profit from M&A Fever”. Knight-Ridder News Service. 12-30-95

[6] “US Banks find New Opportunities in the Middle East”. Amy Dockser Marcus. Wall Street Journal. 10-12-95

[7] “Making a Money Machine”. Daniel Kadlec. Time. 4-20-98. p.44

[8] BBC World News. 1-20-02

[9] Rule by Secrecy: The Hidden History that Connects the Trilateral Commission, the Freemasons and the Great Pyramids”. Jim Marrs. HarperCollins Publishers. New York. 2000. p.74

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Fonte: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=24967

25.05.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

Antimafia Duemila – Fini – Usa: chi e’ il terrorista?

Fonte: Antimafia Duemila – Fini – Usa: chi e’ il terrorista?.

di Massimo Fini – 14 maggio 2011
L’Occidente si considera una “cultura superiore” (nuovo conio del razzismo, essendo diventato quello classico impresentabile dopo Hitler), ritiene di avere i valori migliori, anzi assoluti, e quindi il dovere morale di imporli, abbattendo dittature, autocrazie, teocrazie e quei Paesi, come l’Afghanistan talebano, dove si pratica l’intollerabile sharia (ma la sharia non c’è anche in Arabia Saudita? E che c’entra? Quelli sono alleati).

E vediamola allora, a volo d’uccello, la storia della “cultura superiore”. Dal 1500 al 1700 portoghesi, spagnoli e inglesi si specializzarono nella tratta degli schiavi (la schiavitù era scomparsa da mille anni, col crollo dell’impero romano). Ma nel 1789 arrivò la Rivoluzione francese con i suoi sacri principi: libertè, egalitè, fraternitè. Peccato che l’800 sia stato il secolo del colonialismo sistematico europeo. I “sacri principi” non valevano per gli altri. Gli Stati Uniti, gli attuali campioni della morale occidentale, hanno alle loro origini un genocidio infame e vile (winchester contro frecce) che non disdegnava l’uso delle “armi chimiche” dell’epoca (whisky).   Sono stati gli unici, in epoca moderna, a praticare, sul proprio territorio, la schiavitù, abolita solo nel 1865 e hanno avuto l’apartheid fino a 50 anni fa. Nelle ultime fasi della seconda guerra mondiale questi corifei dei “diritti umani” bombardarono Berlino, Dresda, Lipsia mirando appositamente ai civili, fra cui fecero milioni di morti, “per fiaccare il morale del popolo tedesco” come dissero esplicitamente i loro comandi e sono l’unico Paese al mondo ad aver usato l’Atomica. Sgretolatosi il contraltare sovietico hanno inanellato, in vent’anni, cinque guerre. Il primo conflitto del Golfo poteva avere qualche ragione perchè Saddam aveva invaso il Kuwait, peraltro uno Stato fasullo creato nel 1960 per gli interessi petroliferi Usa. Ma le guerre bisogna anche vedere come le si fanno. Per non affrontare fin da subito l’imbelle esercito iracheno bombardarono per tre mesi le principali città dell’Iraq. Sotto le luminarie che ci fece vedere il prode Del Noce morirono 160 mila civili, di cui 32.195 bambini (dati del Pentagono). 32.195 bambini. Quando lo scrivo o lo dico mi immagino che i miei connazionali, “italiani brava gente”, siano percorsi da brividi di orrore. Ma non è così. In questo momento, a detta della Tv di Stato, gli italiani e le italiane sono dilaniati dal lacerante dilemma: “Poichè la moda quest’anno non ha dato indicazioni, quale dovrà essere la lunghezza della gonna la prossima estate: al ginocchio, sopra, sotto, mini, maxi?”. Poi c’è stata l’aggressione alla Serbia del tutto immotivata (“Gli stupri etnici! Gli stupri etnici!”. I debosciati occidentali, che vanno a comprare le bambine e i bambini a Phuket, proiettano la loro ombra: vedono stupri dappertutto). I morti furono 5500. In Afghanistan sono, per ora, 60 mila, la maggioranza provocata, secondo un rapporto Onu del 2009, dai bombardieri Nato, spesso droni, aerei senza equipaggio teleguidati da Nellis nel Nevada. Gli occidentali, si sa, hanno uno stomaco delicato, gli fa orrore il corpo a corpo, il sudore, la vista del sangue. Gli sembra più morale schiacciare un bottone, fare qualche decina di morti a 10 mila chilometri di distanza e poi andarsene a cenare a casa. In Iraq i morti sono stati 170 mila. Il calcolo è stato fatto, in modo molto semplice, da una rivista medica inglese confrontando i decessi degli anni di Saddam con quelli degli anni dell’occupazione. Per la Libia i calcoli li faremo alla fine. Rimaniamo sul certo. Le cinque guerre occidentali hanno causato circa 400 mila vittime civili, il terrorismo internazionale circa 3500. Un rapporto di 110 a uno. E allora chi è il terrorista?

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Antimafia Duemila – Il vescovo di Tripoli: ‘La Nato uccide i civili’

Fonte: Antimafia Duemila – Il vescovo di Tripoli: ‘La Nato uccide i civili’.

Monsignor Martinelli accusa l’Alleanza di bombardamenti indiscriminati: “Sono una cosa immorale”. L’invito ai politici: “Venite a vedere cosa state facendo”. Informazioni distorte per coprire i crimini della Nato, morti innocenti, donne, vecchi e bambini e un Paese in cui è stata distrutta la vita sociale. A Tripoli non si può più nemmeno dormire, i bombardamenti sono costanti e indiscriminati: ordigni esplodono nelle vicinanze di case e ospedali. Monsignor Martinelli, vescovo della capitale libica, racconta a Peacereporter la disperata resistenza di una popolazione stretta tra le bombe dell’Alleanza e la morsa di un regime che è ancora in piedi e non sembra in procinto di cadere.

Cosa sta accadendo in Libia? Quello che succede è quello che la Nato fa succedere. Sono le bombe che cadono senza tregua. Lei può immaginare quello che dicono giornali e televisioni: la tv libica non fa che mostrare vittime civili a Brega, Tripoli, in ogni parte della Libia. L’Europa sta compiendo un diastro, distruggendo la vita sociale di un Paese.

Le vittime mostrate dalla televisione di regime sono vere? Non sono una messinscena? Sono vere! Le bombe cadono sulle case e io che devo pensare, che sono vittime false? Le bombe cadono sugli ospedali. Venga a vedere! Dica ai responsabili che vengano a vedere quello che stanno facendo le loro bombe che cadono vicino alle case. Muoiono bambini, muoiono anziani. Adesso a Marsa el Brega ieri sono morti sessanta imam, uomini di religione. Non sono storie, basta venire a vedere e constatatre. La televisione sta documentando costantemente quello che accade, le morti di innocenti. La notte, poi, è una cosa impossibile: tutta la notte sembra che ci sia un terremoto. Io non capisco che cosa vogliono colpire ancora, perché colpiscono siti civili. Dicono che sono siti militari ma non è vero. Forse non conoscono la Libia. Forse hanno una topografia sbagliata, informazioni sbagliate. Chiedo quindi di venire a vedere cosa sta facendo l’Europa, solo questo.

Quali cifre fornisce la tv libica per quanto riguarda i morti civili? Non lo so con certezza. So dei 60 imam morti nei bombardamenti Nato nella zona di Brega e di alcuni bambini morti vicino all’ospedale degli ustionati a Tripoli. Noi siamo stati invitati in una moschea della capitale per partecipare alla commemorazione degli imam morti giovedì.

Dalla Libia giungono informazioni contraddittorie ed è difficile farsi un’idea su come si stia evolvendo il conflitto. A Tripoli qual è la situazione? Al di fuori delle bombe della Nato, la situazione è tutto sommato tranquilla. Certo, ci sono molti problemi. La gente ha paura di uscire. La paura è il problema principale, perché impedisce una vita sociale normale.

Quindi le notizie che compaiono periodicamente su alcune testate occidentali, circa defezioni, ammutinamenti e rivolte nella capitale libica non corrispondono al vero? No, no, sono tutte bugie, per reggere il gioco della Nato e coprire quello che sta facendo con le sue bombe. L’Alleanza ha persino rifiutato una tregua per dare respiro alla popolazione, nonostante le richieste dell’Onu e del Santo Padre. Di notte e di giorno si bombarda, non si può più nemmeno dormire. Continuare a bombardare è una cosa immorale.

A lei che ha un punto d’osservazione privilegiato chiedo quale sia, a suo giudizio, la capacità di tenuta del regime: è ancora in piedi, è sul punto di crollare? Non credo crollerà, per lo meno non a Tripoli. Va avanti come sempre, anche se ha ridotto la sua attività e mantiene la sua autorità sulla capitale e su parte della Tripolitania. Certo, c’é un certo irrigidimento ma mi sento abbastanza sicuro. Le autorità ci proteggono, se ci sono problemi ci avvisano. Fonte: it.peacereporter.net Tratto da: megachip.info

Terremoti e test nucleari: solo una serie di coincidenze? | Ivan Ceci

Fonte: Terremoti e test nucleari: solo una serie di coincidenze? | Ivan Ceci.

I media in questi giorni stanno dando giustamente un grande risalto al devastante terremoto che venerdì 11 Marzo ha colpito il Giappone.
Il terremoto di magnitudo 8,9 ha provocato, come è noto, un enorme tsunami con onde alte oltre 10 metri e la preoccupante esplosione del reattore N°1 della centrale nucleare di Fukushima.
Il sisma è stato uno dei più devastanti negli ultimi 150 anni (il più tremendo si verificò nel maggio del 1960 in Cile quando la terra tremò ad un magnitudo 9.3) e ha provocato uno spostamento dell’asse terrestre pari a 10 cm, portando all’aumento della rotazione della terra di un microsecondo (un milionesimo di secondo).

Dagli anni 50 Stati Uniti, Russia, Cina e India hanno iniziato ad effettuare test nucleari e forti terremoti, superiori al magnitudo 7.0 della scala Richter, si sono succeduti alcuni giorni dopo questi test.

E’ noto che la crosta terrestre è in continuo movimento e le placche tettoniche che sfregano le une sulle altre provocano naturalmente vulcani e terremoti ma rimane il dubbio sul perché, tutti i terremoti avvenuti dopo esperimenti nucleari, siano sempre stati a un magnitudo pari o superiore allo 6.0 della scala Richter.

Nel 1974 il Dottor Matsushita, scienziato del National Center of Atmosferic Research, scoprì che dopo questi test nucleari la ionosfera e il campo magnetico terrestre venivano disturbati per un periodo da dieci giorni a due settimane portando addirittura ad oscillazioni dei poli terrestri.
Lo scienziato fu subito messo a tacere dal governo degli Stati Uniti e gli fu impedito di continuare le sue ricerche in merito nascondendo tutte le prove che egli aveva rilevato.

Di seguito una tabella con le varie date dei test e i relativi terremoti:

n° Test data del test data terremoto Località Magnitudine Vittime 
17 1953 17 Marzo 18 Marzo Anatolia 7.2 1.200
33 1956 6-16 Giugno 10-17 Giugno Afghanistan 7.7 2.000
54 1957 9 Dicembre 13 Dicembre Iran 7.2 2.000
145 1962 1 Settembre 1 Settembre Iran 7.1 13.000
67 1966 19 Agosto 19 Agosto Turchia 6.9 2.600
64 1968 27/29 Agosto 31 Agosto Iran 7.4 12.000
61 1970 26/27 Marzo 28 Marzo Turchia 7.4 1.100
61 1970 28/30 Maggio 31 Maggio Perù 7.7 68.000
46 1972 21 Dicembre 23 Dicembre Nicaragua 6.2 5.000
46 1974 27 Dicembre 28 Dicembre Pakistan 6.3 5.200
38 1975 6 Settembre 6 Settembre Turchia 6.8 2.300
45 1976 4 Febbraio 4 Febbraio Guatemala 7.5 23.000
45 1976 27 Luglio 28 Luglio Cina 8.2 800.000
45 1976 23 Novembre 24 Novembre Turchia 7.9 5.000
59 1978 13 Settembre 16 Settembre Iran 7.7 25.000
55 1980 8 Ottobre 10 Ottobre Algeria 7.3 4.500
57 1982 10 Dicembre 13 Dicembre Yemen 6.0 2.800
57 1987 26 Ottobre 30 Ottobre Turchia 7.1 1.300
40 1988 5 Novembre 6 Novembre Cina 7.3 1.000
40 1988 4 Dicembre 7 Dicembre Urss 6.8 60.000

 

ComeDonChisciotte – DA POUND AD AURITI. UN’ALTRA ECONOMIA

Fonte: ComeDonChisciotte – DA POUND AD AURITI. UN’ALTRA ECONOMIA.

DI UMBERTO BIANCHI
mirorenzaglia.org

L’attuale, grave crisi economica, che rende insonni le notti di molti governi europei e non, sta imponendo una riflessione collettiva sugli evidenti limiti e difetti di un modello, quello economico liberal-liberista, che sino ad oggi si riteneva inattaccabile, perché fondato sul diktat paradigmatico di uno sviluppo senza fine, in fase di perenne e vertiginosa ascesa, incurante di altro scopo che non sia quello di un illimitato profitto individuale, vera e propria “fons perennis” d’ogni umana felicità. Ma le cose non stanno proprio così. Anzi. Una serie di scossoni, a partire dagli anni ’90, hanno seminato sconcerto ed incertezza anche tra i più ottimisti tra gli analisti economici. Ma procediamo per ordine.

LE PREMESSE RECENTI

A partire dagli anni ’90 del secolo passato una serie di innovazioni tecnologiche che vanno dall’informatica alle telecomunicazioni, dall’elettronica all’ingegneria genetica, andranno accompagnandosi al crollo dell’ordine bipolare USA-URSS e quindi all’intransigente adozione delle dottrine del più spinto liberismo economico, quali per esempio, quelle di Rudiger Dornbusch e dei suoi “Chicago Boys”.

Quanto detto, si accompagna a un sostanziale aumento dei profitti delle varie grandi imprese che, sempre più svincolate da ostacoli di tipo giuridico e politico, grazie alla cosiddetta “deregulation” possono costituirsi in veri e propri blocchi oligopolistici, creando sempre più difficoltà alla crescita delle medie imprese e creando, quindi, maggior disparità sociale. Non solo. La graduale perdita di incisività e rappresentanza dei sindacati americani permette, da parte delle grandi concentrazioni economiche, il sempre più frequente utilizzo dei propri elevati profitti in investimenti di tipo speculativo-finanziario, avulsi quindi da qualsiasi reimmissione nei circuiti dell’economia reale, di per sé stessa produttiva. Uno di questi strumenti principe saranno i cosiddetti “fondi-pensione” che faranno sì che le pensioni dei dipendenti delle imprese saranno sempre più legate ai capricci dei mercati finanziari. Un altro sciagurato criterio sarà il reinvestimento in stipendi e benefit per i manager. Al contempo, la graduale e pericolosa perdita di potere d’acquisto dei ceti medio-bassi determina la pratica dell’indebitamento di questi ultimi attraverso l’immissione sul mercato di strumenti finanziari per incentivare il consumo, quali mutui immobiliari, etc., tutti legati a junk bonds/titoli spazzatura, swap ed altri ancora, che saranno alla base dell’esplosione della bolla speculativa del 2007. Gli anni ’90 sono anche gli anni del WTO, dell’Uruguay Round di Montevideo, gli anni della spinta decisiva in direzione di una marcata liberalizzazione dell’intera economia mondiale, sia attraverso l’apertura dei mercati nazionali dei paesi partecipanti, sia attraverso la concessione della possibilità di fare finanza anche a soggetti come le banche nel loro insieme che, sino ad allora, potevano farlo solo attraverso strutture qualificate, quali le banche d’investimento o attraverso mediatori finanziari con uno statuto ad hoc. Tutto questo permetterà una ancor più spinta finanziarizzazione dell’economia, non accompagnata da un contrappeso di garanzia e stabilità quale quello rappresentato dall’economia reale. Le crisi asiatica ed argentina di fine anni ’90 e la precedente recessione di metà anni ’90, incentrata più su Eurolandia, costituiranno i prodromi della grande crisi sistemica del 2007. Altro aspetto dell’intera questione è rappresentato dal lungo, lunghissimo stato di recessione e perdita di competitività delle economie dell’area euro occidentale, la cui causa va attribuita principalmente al costante allineamento di queste ai diktat del FMI ed alla sciagurata idea dell’adozione di una comune politica monetaria, attraverso l’introduzione dell’Euro. Quest’ultimo provvedimento ha definitivamente frenato l’economia di Eurolandia, avendo praticamente operato una virtuale omologazione delle economie europee, tutte oramai bloccate e legate ad un unico indirizzo di economia monetaria, con gli effetti sotto gli occhi di tutti.

LA QUESTIONE DEL SIGNORAGGIO BANCARIO

Problemi nuovi, si dirà, determinati da altrettante nuove situazioni ma tutti, invece, tragicamente legati ad un antico ma sempre attualissimo problema: quello legato al signoraggio bancario, ovverosia per dirla in breve, al costo occulto dell’emissione del denaro che noi ogni giorno teniamo in tasca. Il premio Nobel Paul R. Krugman definisce il signoraggio come “flusso di risorse reali che un governo guadagna quando stampa moneta che spende in beni e servizi”. E fin qui nulla di male, anzi. Il problema è un altro. E’ cosa risaputa che vi sono paesi in via di sviluppo o con difficoltà economiche i quali, per ovviare alle proprie situazioni, hanno fatto ricorso allo strumento del signoraggio per aumentare le proprie scarse risorse finanziarie tramite l’immissione sul mercato di denaro circolante in gran quantità. Questo molto spesso ha finito per generare iperinflazione, peggiorando assai le varie situazioni in esame e finendo con l’assoggettare i vari paesi ai diktat della finanza internazionale. Ma è altresì vero che vi sono stati paesi che, attraverso l’emissione monetaria e l’utilizzo delle risorse del signoraggio hanno dato luogo a tutta una serie di opere pubbliche, atte a creare nuovi posti di lavoro ed a risollevare, di conseguenza, economie disastrate. E’ la ricetta keynesiana applicata nella Germania degli anni ’30 o nell’ Italia di quello stesso periodo o negli USA della Grande Depressione di Roosvelt. Il vero problema sta semmai nello squilibrio che si è venuto a creare con il tempo, tra la massa di denaro circolante e le riserve auree delle varie banche nazionali.

LE RISERVE BANCARIE

Per lungo tempo le banche hanno dovuto sempre emettere denaro circolante sulla base di riserve (per lo più auree) poste a garanzia della solvibilità della banca nazionale emittenda. Con l’andare del tempo, a partire dal 19° secolo, con l’intensificarsi degli scambi commerciali su scala globale, di fronte all’altalenarsi delle valute, si doveva trovare un comune punto di riferimento per le varie valute. L’oro finì con l’assumere tale ruolo, ma tra le due guerre, in un periodo caratterizzato da una forte turbolenza dei mercati, causata dal crescente disaccordo tra i grandi competitori internazionali (in primis Germania, Inghilterra e Francia) tale ruolo fu surclassato dalla fluttuazione dei cambi. Sarà solamente con gli accordi di Bretton Woods del 1944, che il dollaro USA assumerà quella funzione di valuta-guida in condivisione con l’elemento aureo, a cui sarà legato da un rapporto di formale dipendenza sino al 1971, anno in cui il presidente americano Nixon decide l’uscita da quegli accordi, oramai superati dalla sempre più altalenante fluttuazione dei mercati. Abolendo però il ruolo formale ricoperto sino ad allora dalle riserve auree, si andava formalizzando un pericoloso precedente, ovvero quello della produzione di circolante ex nihilo, dal nulla, senza alcuna garanzia e la cui tenuta era quindi oramai lasciata totalmente nelle mani dei grandi operatori finanziari privati, banche in primis, che finivano in tal modo per ricoprire un ruolo sempre più esorbitante e condizionante nella gestione e nell’andamento delle singole economie nazionali. E qui arriviamo al nocciolo di un problema la cui entità e complessità non si possono limitare o semplicemente datare al 1971.

L’INTROMISSIONE DEI GRUPPI FINANZIARI

Il problema dell’intromissione di gruppi di pressione finanziari nella gestione e nell’emissione di denaro delle singole banche nazionali è connaturato alla nascita stessa dell’istituzione bancaria. Quando nasce nel 1671, la Banca d’Inghilterra è sostenuta dai cospicui prestiti dei finanzieri privati. Attualmente, la stessa Bankitalia è ufficialmente partecipata dai privati per il 94,33%, mentre in Francia o in Svizzera esse sono società di capitali pubbliche. Questo almeno dal punto di vista ufficiale. Dal punto di vista ufficioso, poiché a controllare e gestire i grandi flussi monetari in funzione di mediazione sono sempre le banche, ecco là che il trucco è scoperto: la massa di valuta circolante anche laddove è ufficialmente emessa da banche nazionali a capitale interamente pubblico, è concretamente controllata e gestita da gruppi di interesse privati. Poiché costoro detengono e orientano i flussi di circolante, ponendosi a garanzia delle emissioni delle varie banche centrali (che garanzie non ne hanno più, avendo illo tempore abolito l’oro o qualunque altra forma di riserva…) rappresentando il canale privilegiato per la collocazione sul mercato delle varie tipologie di titoli del debito pubblico, finiscono comunque con il lucrare su queste, accaparrandosi in pratica i proventi del signoraggio. Qualcuno dirà che di quanto detto non esiste una dimostrazione pratica, che sono tutte “bufale”, ma stranamente ogni qualvolta l’uso del signoraggio da parte di paesi economicamente inguaiati ha generato iperinflazione, a guadagnarci sono sempre state le grandi concentrazioni bancarie, speculando sugli interessi determinati da una vertiginosa emissione di circolante. Stesso discorso quando, per evitare un troppo disinvolto ricorso al signoraggio, si sono costituite banche nazionali slegate dai vari governi e sin troppo legate ai soliti noti. In pratica, il denaro che abbiamo in tasca non ci appartiene, esso ci viene letteralmente prestato con un tasso di interesse occulto (la cui entità ammonterebbe approssimativamente ad un 200%, sic!) versato direttamente nelle tasche delle banche private, che in tal modo si arricchiscono e speculano sull’emissione della massa del circolante. Il processo è andato chiaramente ingigantendosi all’indomani della sciagurata introduzione della moneta unica europea (EURO), che ha definitivamente tolto alle banche nazionali europee qualsiasi reale potere di controllo, demandando ad un ristretto gruppo di burocrati legati a doppio filo ai grandi centri della speculazione finanziaria, la gestione e l’indirizzo dell’intero meccanismo. Ora è chiaro che, essendo la valuta europea divenuta un titolo che funziona come una camera di compensazione per cui, ogni volta che si verifica una perdita o una spesa all’interno dell’Eurozona a pagare devono essere tutti i “soci”, si può immaginare a quale astronomico livello siano cresciuti gli interessi da emissione o signoraggio, che stanno in gran parte alla base dell’attuale fase recessiva dell’economia europea. Il debito pubblico, parola con cui oggidì si cullano i nostri analisti politici, altri non è che un micidiale mix tra spesa pubblica (determinata da quelle uscite in gran parte necessarie alla normale vita di una comunità nazionale, quali quelle determinate dalla previdenza sociale, dalla sanità, dall’istruzione, dalla sicurezza, etc.), massicciamente supportata, però, da interessi da devolvere a quelle banche private che sostengono e coordinano l’emissione del circolante.

LE RISPOSTE

A questo antico problema, vari studiosi e pensatori fuori dal coro generale hanno cercato di trovare una soluzione; tra questi in primis Ezra Pound, seguito in tempi più recenti dall’italiano Giacinto Auriti. Per incredibile che possa sembrare, a proporre una soluzione “forte” a un problema apparentemente inestricabile sarà, a partire dai primi anni del secolo, un poeta e un uomo di lettere, legato ad uno dei movimenti d’avanguardia d’inizio secolo, rappresentato dal vorticismo di John Wyndham. Pound tratta di questo argomento nel canto XLV dei Cantos, ma anche negli scritti ABC dell’economia ed in Lavoro ed usura. Principio cardine che muove tutta la polemica poundiana è la lotta senza quartiere alla mercificazione dell’uomo. Il denaro è anzitutto, a detta di Pound, una convenzione sociale, non una merce. A fondamento della ricchezza dei popoli sta, in secondo luogo, il lavoro che non è una merce. Distribuire lavoro significa, quindi, distribuire ricchezza. In terzo luogo, lo Stato ha il pieno potere di disporre del credito, non ha quindi bisogno di indebitarsi con le banche private. Partendo da questi presupposti ideologici, Pound ritiene che lo Stato dovrebbe applicare su ogni banconota circolante una tassa pari ad 1/100 del valore nominale di quest’ultima, senza tassare i cittadini produttori. In tal modo allo Stato verrebbe garantito un reddito annuale pari al 12% della massa monetaria circolante, esente tra l’altro, da qualunque rischio di evasione fiscale. Le banche tornerebbero a interpretare il ruolo per cui erano state inizialmente costituite, ovverosia quello di intermediari finanziari, poiché in caso contrario, continuando a detenere per sé il denaro, lo perderebbero in un tempo stimato in 100 mesi, perché corroso dalla tassazione. Non solo. In questo modo lo Stato potrebbe garantire un’adeguata emissione valutaria, ripristinando la propria sovranità monetaria. Della stessa impostazione sono le proposte formulate da Domenico De Simone, da Giuseppe Bellia, dall’associazione AFIMO e da Giacinto Auriti. Derivante dalle teorizzazioni di Clifford Hugh Douglas e Silvio Gesell, questa scuola di pensiero fa propria l’idea di spostare la tassazione dai redditi da lavoro e da consumo, direttamente ai redditi finanziari (creati dal risparmio, dalla speculazione finanziaria, etc.), liberando i cittadini-consumatori da una gabella che ne depaupera il potere d’acquisto. Non solo, a detta di questa scuola, mentre la tassazione sui redditi da lavoro e da consumo fa sì che lo Stato ricorra al debito pubblico per ripagare alle banche interessi che la leva fiscale da sola non può assolutamente coprire, tramite la fiscalità monetaria questo problema verrebbe ovviamente superato, agganciandolo tra l’altro, ad una proposta di reddito di cittadinanza. Queste proposte di sicuro interesse presentano però dei punti deboli. L’affermare che, per esempio la tassazione sui redditi da lavoro possa essere la causa principe dell’innalzamento dei costi di produzione e dell’inflazione, è pericolosamente semplicistica, perché non tiene conto di tutta una serie di fattori legati a tale problema, in primis l’intento volto alla mera speculazione ed all’arricchimento individuale che caratterizza il detentore del mezzo di produzione e che, rientrando nella sfera dell’umana istintualità, non può trovare correttivi in delle mere misure economiche, bensì in differenti indirizzi etici ed educativi. Non solo. Proviamo solo un momento ad immaginare cosa accadrebbe in un paese di grandi risparmiatori come l’Italia. Risparmio ed economia reale hanno qui da noi costituito da sempre una barriera a protezione dalla speculazione finanziaria pura. Lo stesso reddito di cittadinanza potrebbe trasformarsi in un’arma a doppio taglio: da forte misura di tutela sociale, a strumento capace di aumentare pericolosamente la spirale  debitoria dello stato, dando nuovamente spazio a tutte le scuole di impostazione ultra liberista. Per questo motivo, la lotta al signoraggio bancario, la stessa proposta di fiscalità monetaria, nella giustezza della loro intuizione, debbono essere formulate e rapportate all’attuale contesto senza cedere alla facile tentazione dell’utopismo. Il processo per addivenire alla sovranità monetaria, non può non passare attraverso l’uscita dall’Euro o, quanto meno, dal suo accantonamento al ruolo subordinato di moneta per gli scambi con l’estero, o addirittura per le sole manovre di contabilità internazionale, laddove per gli scambi commerciali si potrebbe optare per un ritorno alla Lira. D’altronde l’esperienza di quanto avvenuto nel secolo 19° negli USA, dove più stati adottarono una doppia monetazione per favorire una più rapida crescita economica, dovrebbe servire da memoria e da incentivo per quanto qui proposto. Diciamo che la tassa sul circolante di poundiana memoria potrebbe costituire una valida soluzione, solo se accompagnata da provvedimenti di tipo strutturale, quali la nazionalizzazione di Bankitalia con il conseguente obbligo di devoluzione alla cosa pubblica dei naturali proventi del signoraggio. Questi provvedimenti però, necessiterebbero di un riaggiustamento i cui tempi e le cui modalità non lascerebbero sperare per una realizzazione nell’immediato. Molto più facile sarebbe, a tal punto, bypassare il problema, attraverso l’emanazione di un apposito decreto legge che imponga l’immediato versamento dei frutti del signoraggio bancario nelle casse dello Stato, senza passare per altre mani; il tutto attraverso l’istituzione di una commissione di vigilanza istituita ad hoc. Strumento principe per scelte del genere dovrebbe essere l’istituzione referendaria. In tal modo, verrebbe inequivocabilmente sancito il diritto popolare all’intervento diretto su questioni di importanza strategica, così sottratte alla sfera di competenza di un ceto politico, troppo spesso legato mani e piedi ai poteri forti della finanza, i cui interessi, come si può ben vedere, non collimano assolutamente con quelli della gente comune.

Umberto Bianchi
Fonte:www.mirorenzaglia.org
Link: http://www.mirorenzaglia.org/2011/06/da-pound-ad-auriti-unaltra-economia/
6.06.2011

Il Paese delle ecomafie- Blog di Beppe Grillo

Fonte: Il Paese delle ecomafie- Blog di Beppe Grillo.

“Il business delle ecomafie in Italia vale 20 miliardi di euro all’anno. Il business dei rifiuti si muove in tutta la nazione e tocca ogni regione. Le indagini risalgono agli anni 90. La Campania è stata la pattumiera degli scarti industriali del settentrione ma non è solo questo. Anche Piemonte e Lombardia sono vittime delle ecomafie,l a Toscana, l’Emilia Romagna, le Marche, la Puglia. Milioni di tonnellate di rifiuti viaggiano da nord a sud e viceversa:ci sono siti specializzati in false bolle, specialmente al centro; i camion vengono ricaricati delle stesse schifezze che dovrebbero essere smaltite, il percolato è disperso nelle campagne e si contaminano migliaia di ettari di terre che vengono adibite a discariche, ma che in realtà non lo sono. Un esempio: le ceneri di Acerra vengono smaltite al nord, gli stessi camion non vengono ripuliti e caricati di mangime per animali che vanno al sud. Il risultato? Nessuno lo sa. Solo in questi giorni si sta facendo un’indagine dei Nas per l’incidenza dei tumori in Campania che, guarda caso, è uguale a quella in Lombardia e in Puglia anche se si tratta di cancri diversi, ma comunque i valori distaccano di gran lunga quelli delle altre regioni. Lo studio è partito 20 anni fa ma gli Italiani non si accorgono di niente. Dov’erano gli organi preposti al controllo? Nas, Carabinieri, Polizia, Arpac, le associazioni mediche, gli enti e i milioni di dipendenti pubblici che dovevano vegliare sul loro popolo mentre industriali e faccendieri mafiosi con una politica assente o collusa si spartivano enormi proventi sulla pelle degli Italiani? Si accusa Gheddafi o Assad perchè bombardano i loro popoli e non la catena delle ecomafie che ha fatto più morti delle guerre. Propongo una legge che equipari questa gente ai criminali di guerra.” bruno pirozzi, napoli

Genchi assolto. La sentenza: ma quale spia? Ha agito egregiamente

Fonte: Genchi assolto. La sentenza: ma quale spia? Ha agito egregiamente.

C’era una volta “il più grande scandalo della storia della nostra Repubblica”, l’uomo finito sulle prime pagine di decine di giornali ed esposto al pubblico ludibrio nei talk show televisivi perché aveva spiato ben 350 mila persone.
E c’è oggi una sentenza di assoluzione piena, perché il fatto non sussiste, depositata qualche giorno fa e che scagiona completamente quel mostro: non ha fatto nulla, scrivono i giudici, ha soltanto svolto il suo lavoro con estrema correttezza, collaborato con le procure, stanato delinquenti, contribuito a far scagionare innocenti. Ma sui giornali, questa volta, non ci è finito e nei talk show tutto tace: meglio che la pubblica opinione lo ricordi come il grande fratello intercettatore, chi teme le sue indagini preferisce così. E allora in pochi conosceranno la fine della storia, lei sì uno dei più grandi scandali della nostra Repubblica.
Il mostro è Gioacchino Genchi, consulente delle procure di mezza Italia, da almeno due decenni impegnato nelle più delicate inchieste del nostro Paese, a partire da quelle sulle stragi del ’92 e del ’93. La sentenza di assoluzione è quella del processo in cui era stato accusato di accesso abusivo al Siatel (Sistema Anagrafe Tributaria Enti Locali), un sistema informatico, protetto da misure di sicurezza, che garantisce il collegamento all’Anagrafe tributaria da parte degli enti locali: in sostanza mette in comunicazione diretta ed immediata l’ex Ministero delle Finanze, le Regioni e gli enti territoriali.

La nostra storia inizia il 1° settembre del 2004, quando scompare nel nulla, a Mazara del Vallo, la piccola Denise Pipitone. Il pm Luigi Boccia, della Procura di Marsala, avvia le indagini e sceglie come consulente proprio Genchi, incaricato di procedere alla corretta identificazione di alcuni soggetti intestatari e utilizzatori delle numerosissime schede telefoniche emerse dall’acquisizione del traffico delle celle di Mazara del Vallo e del territorio circostante per l’intera giornata del rapimento della bimba. Oltre che dei migliaia di tabulati che nel giro di pochi mesi vengono acquisiti insieme a centinaia di intercettazioni telefoniche, perquisizioni e altre investigazioni non solo in Italia, ma anche all’estero. Perché i rapitori con tutta probabilità si sono spostati mentre aumentano le segnalazioni di avvistamento della minore da parte di sciacalli e mitomani che finiscono, anche loro, sotto indagine.
Con il fine di identificare i soggetti individuati nel corso delle investigazioni Genchi interroga l’archivio dello Sdi, in uso alle forze di Polizia e l’Anagrafe del Comune di Mazara del Vallo, che presentano però alcune lacune ed è a questo punto che Mario Bucca, responsabile per i servizi informativi del Comune, coinvolto emotivamente nella vicenda della scomparsa della piccola Denise, suggerisce al consulente la possibilità di un collegamento con il servizio tributi realizzato in via informatica dal Ministero delle Finanze proprio per le esigenze dei Comuni italiani: ovvero il Siatel. A stretto giro di posta Bucca abilita Genchi che inizia quindi a consultare il sistema trovandolo assolutamente efficace. Le indagini però non sono affatto semplici e si protraggono nel tempo, tanto che il 6 luglio del 2005 Genchi invia una mail a Bucca chiedendo ed ottenendo il rinnovo dell’abilitazione all’accesso al sistema Siatel. Nel frattempo, il consulente tecnico viene incaricato da altre procure d’Italia in altre delicate indagini: in particolare dalle procure di Palermo, Catanzaro, Roma, Reggio Calabria. Sono gli anni delle inchieste Poseidone e Why Not, quelle condotte su incarico dell’allora pm Luigi de Magistris e contro le quali, di lì a breve, si sarebbero scatenate una serie infinita di reazioni politiche e mediatiche.

Ai magistrati con i quali inizia a collaborare Genchi parla subito del sistema Siatel e i diversi uffici giudiziari, entusiasti per la sua potenzialità investigativa, autorizzano la richiesta di nuovo accesso.
Mentre il Procuratore nazionale antimafia Piero Grasso si fa promotore per ottenere un protocollo con la Siatel al fine di abilitare tutti gli uffici di polizia giudiziaria e tutte le procure per l’accesso a queste banche dati.
Genchi si rivolge quindi nuovamente al Bucca che gli dice di contattare gli addetti Siatel. E sono loro, una volta ricevuti i conferimenti incarichi delle Procure, a rispondere “che le comunicazioni sono inutili in quanto per loro, fin quando è titolare di una userid ha titolo per accedere”.
Insomma, tutto ok e le indagini con le diverse procure proseguono e si fanno sempre più delicate mentre sui giornali inizia a montare la polemica sulle condotte investigative di de Magistris e dei suoi consulenti che porterà all’epilogo ormai noto. E quando la macchina del fango è in piena corsa a Gioacchino Genchi viene tolta l’abilitazione alla consultazione del sistema e il dottor Stefano Crociata, Direttore Centrale dell’Agenzia delle Entrate, parla di accesso e di utilizzo indebito della banca dati del sistema Siatel.
Le indagini del reparto tecnico del Ros di Roma, diretto dal colonnello Pasquale Angelosanto, giungono alle stesse conclusioni, accolte dalla Procura capitolina, detta anche “porto delle nebbie”, che il 10 marzo 2009 iscrive Gioacchino Genchi nel registro degli indagati per accesso abusivo ad un sistema informatico e il giorno successivo emette decreto di perquisizione. I militari del Ros irrompono nell’abitazione palermitana del vicequestore aggiunto di Polizia e nei locali della sua società, la Csi, sequestrano computer e documenti, tra cui il sistema denominato Teseo, utilizzato da Genchi nell’espletamento degli incarichi di consulente e nel quale i militari del Ros troveranno – sorpresa! – i loro stessi nominativi. Il giorno dopo parte la bufala dei numeri: articolo dopo articolo, dichiarazione dopo dichiarazione il numero degli spiati sale fino a 7 milioni.

In sede processuale però è tutto diverso: all’imputato vengono contestate inizialmente 2600 interrogazioni abusive estese alle dichiarazioni dei redditi e ai redditi percepiti, che scenderanno rapidamente a 238 interrogazioni di persone fisiche e 8 di enti, aziende e persone giuridiche o imprese.
Nel frattempo, l’8 aprile 2009 il Tribunale del Riesame annulla il decreto di sequestro probatorio della Procura di Roma, secondo il documento non sussiste l’ipotesi di reato, ma la Procura si rifiuta sorprendentemente di restituire l’archivio e presenta ricorso alla Cassazione, che il 30 giugno ne dichiara l’inammissibilità e dà ragione al Riesame.
Le indagini contro Gioacchino Genchi intanto proseguono e nel marzo del 2011 l’imputato chiede ed ottiene il rito abbreviato. Arriviamo ai giorni nostri, precisamente al 13 aprile quando il Gup Marina Finiti è chiamata a pronunciarsi sull’imputato. Ed è lo stesso pm a chiederne l’assoluzione che il gup conferma dichiarando: il fatto non sussiste. Si è trattato soltanto di una gigantesca bolla di sapone.
“Per tutti i nominativi oggetto di contestazione – scrive il giudice nella motivazione della sentenza – l’imputato ha dimostrato, anche con allegati documenti informatizzati, di aver operato nell’ambito del conferimento incarico dei magistrati e dunque legittimamente”. “Ha dimostrato puntualmente ed analiticamente per i diversi accessi contestati di aver fatto un uso legittimo dell’accesso al sistema Siatel, accesso cui era stato autorizzato dapprima dalla Procura di Mazara del Vallo per l’inchiesta sulla scomparsa di Denise Pipitone, in seguito anche da altre Procure italiane. Genchi – prosegue il documento – ha sempre operato nel rispetto dei mandati conferitigli, mantenendosi nei limiti fissati dai magistrati, senza mai travalicarli, condividendo con loro tutti i risultati dei riscontri negli eleboratori di consulenza”.
Certo, ammette il giudice, un errore c’è stato: “L’autorizzazione all’accesso al sistema è stata erroneamente e irritualmente rilasciata al Genchi da Bucca, funzionario del Comune di Mazara del Vallo, in quanto avrebbe dovuto rilasciarla un amministratore del sistema in sede centrale”.
Ma gli errori di un funzionario del sistema Siatel possono ricadere sul consulente? Ovviamente no, sottolinea il Gup Finiti, “non possono gravare sull’imputato, che tempestivamente risulta aver comunicato i conferimenti di incarico e le autorizzazioni di volta in volta rilascategli”. Che colpa può avere il consulente?
Già, quale colpa? Ce lo chiediamo anche noi. Ma se si leggono le carte delle indagini a cui stava lavorando Gioacchino Genchi, improvvisamente bloccate, e fino a dove sarebbero potute arrivare la riposta non sembra poi così difficile.

Monica Centofante (Antimafiaduemila.com)

L’accordo

Fonte: L’accordo.

di Giorgio Bongiovanni e Anna Petrozzi

Un inquietante negoziato sul 41bis irrompe nel panorama delle indagini sui moventi e sui mandanti esterni delle stragi del 1993. Già il pm Gabriele Chelazzi aveva seguito questa pista che però non è stata mai ripresa. Il ministro della giustizia Giovanni Conso rivela che nelle alte sfere della prima repubblica già si conoscevano le intenzioni conciliatorie di Provenzano, il vero stratega della Cosa Nostra vincente, l’ideatore della mafia invisibile che, senza indugi, indicava ai suoi fedelissimi i nuovi referenti della pax mafiosa: votate Forza Italia.
Una trattativa, due, tre, quattro…, una dentro l’altra, una parallela all’altra, una che nasconde l’altra…
Più passano gli anni e più i fatti e le testimonianze dimostrano, ormai senza ulteriore dubbio, che il rapporto tra mafia e stato è basato sul reciproco dialogo. Da sempre. Possiamo pretendere di scollegare gli eventi della storia e far finta di non vedere il ripetersi degli stessi schemi, del ricorso da parte del potere alla violenza offerta da Cosa Nostra a partire da Portella della Ginestra e il patto continuamente rinegoziato a seconda della contingenza del momento, così come ci insegna la sentenza Andreotti. Fino agli anni Ottanta, anzi almeno fino al 1989, quando i rapporti nel mondo cambiano e anche il do ut des tra mafia e stato si adegua al nuovo ordine internazionale.
Nel momento in cui Giovanni Falcone, scampato al drammatico attentato all’Addaura, il 20 giugno 1989, spiega al giornalista e amico Francesco La Licata che c’è stata “la saldatura di interessi” ha inizio il conto alla rovescia per la cosiddetta prima repubblica. Non scende nei dettagli il giudice, non indica pubblicamente le sue intuizioni, ma quando il 12 marzo 1992 Riina fa ammazzare Salvo Lima, il “traditore”, Falcone lascerà a chi lo ascolta due indizi che ancora oggi potrebbero essere fondamentali.
Alla collaboratrice Liliana Ferraro in viaggio negli Stati Uniti chiede di rientrare immediatamente perché: “Adesso può succedere di tutto”. E ai colleghi con cui sta ragionando ad alta voce dice: “Non si uccide una gallina dalla uova d’oro se non ce ne è un’altra pronta a farne di più”.
Da un solo evento Falcone capisce che di lì a poco si sarebbe scatenato l’inferno e persino il movente: un nuovo referente, un nuovo interlocutore per ristabilire quei patti, spezzati ormai con una classe politica comunque in declino, con qualcun altro in grado di far tornare Cosa Nostra  ai tempi del grande guadagno e del controllo assoluto e silenzioso del territorio.
La miccia della strategia stragista scatta il 30 gennaio 1992, il giorno in cui la Cassazione conferma gli ergastoli per il gotha mafioso condannato nel maxi processo. Ad innescarla è stato ancora una volta Giovanni Falcone che spinge l’allora ministro della giustizia Claudio Martelli a firmare il decreto per la rotazione dei magistrati della Suprema Corte, sfilando così la sentenza finale dalla longa manus del giudice Corrado Carnevale.
L’atto formale porta il nome di Martelli, considerato dai mafiosi un “crasto”, un cornuto, un altro traditore, ma tutti sanno che la mente è lui, Giovanni Falcone, il nemico numero uno, adesso esposto più che mai.
Il giudice si è già fatto i suoi calcoli, probabilmente ne ha parlato anche con Borsellino. Ma non sono i soli a voler leggere nel futuro.
Mentre sta per dispiegarsi l’offensiva allo Stato, che terminerà definitivamente due anni dopo con il fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma, si muovono contemporaneamente più trattative. Le più chiare sono quelle che ci racconta Cosa Nostra. Una viene intrapresa personalmente da Giovanni Brusca tramite Nino Gioé, suo uomo, il quale, avvicinato da un ambiguo personaggio, contiguo ad ambienti dei servizi segreti, tale Paolo Bellini, cerca di scambiare opere d’arte in cambio di un trattamento carcerario di favore per il vecchio Bernardo Brusca e di altri “pezzi da novanta” della cupola mafiosa. La seconda è quella che appare come la principale: Totò Riina parla “con persone importanti” per cercare nuovi referenti e apre i dialoghi con l’omicidio Lima, pianificato appositamente in quella data per inviare un chiaro segnale a Giulio Andreotti che infatti, seppure sia il più quotato candidato alla Presidenza della Repubblica, è costretto a lasciare il passo e a rinunciare all’ambizione di una vita.
Lima non è che il primo, ci dicono le gole profonde di Cosa Nostra. Riina ha inserito nella lista nera altri politici tra cui Calogero Mannino, Vincenzo Purpura, Nino e Ignazio Salvo. Ma prima di procedere alla resa dei conti, alza la posta, per dare dimostrazione della sua potenza e della serietà delle sue intenzioni: uccide Falcone con il terrificante spettacolo di Capaci.
Dopodiché attende, ma non molto tempo perché, rivela a Brusca poco dopo,: “Si sono fatti sotto”.
Anni di ricostruzioni giudiziarie ci dicono che a farsi sotto sono i carabinieri nelle persone del colonnello Mario Mori e del capitano Giuseppe De Donno i quali, attraverso Vito Ciancimino, cercano un canale di comunicazione con Riina e lo trovano.
A questo punto il capo di Cosa Nostra, confortato dell’efficacia del proprio piano, avanza le sue richieste e spara alto. Questa volta il patto di coabitazione deve garantire l’immunità da personaggi come Falcone e Borsellino, carcere ragionevole e soprattutto azzerare il danno pentiti.
Le richieste, racconta Massimo Ciancimino, testimone diretto di quel dialogo, sono “esose” e irricevibili, come del resto aveva già spiegato Brusca. E mentre Provenzano prega don Vito di elaborare una soluzione alternativa, Riina non aspetta e va in scena il secondo atto eversivo: la strage di Via D’Amelio.
Oggi sappiamo che Paolo Borsellino era a conoscenza di questo dialogo ma nessuno dei tanti testimoni tardivi di quei tempi ci parla della sua reazione. Solo sua moglie, Agnese Borsellino, racconta che il marito era disgustato, profondamente turbato da quanto andava apprendendo mentre lottava per strappare ogni giorno alla morte.
Il prossimo in ordine di eliminazione nella lista nera del capo di Cosa Nostra sarebbe dovuto essere Calogero Mannino, altro uomo forte della Democrazia Cristiana, per anni sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa e poi definitivamente assolto dalla Cassazione.
Però accade qualcosa che induce Riina a cambiare le sue priorità. Senza spiegazione ordina a Giovanni Brusca di interrompere i preparativi per l’omicidio del politico perché era in corso un altro “lavoro”.
Con un’accelerazione improvvisa rispetto alle scadenze prestabilite Riina decide di “fare il fatto di Borsellino”. E’ poco il tempo, ma nella fase cruciale dell’esecuzione non ci sarà bisogno di provare e riprovare il piano come era stato per Falcone, sul posto, a fianco dei mafiosi, ci saranno professionisti, gente abituata a operazioni rapide e pulite. Gente altrettanto veloce a far sparire l’agenda rossa dalla macchina del giudice ancora fumante, gente preparata ad indirizzare le indagini nei bassifondi della Guadagna dove si può allestire la ricostruzione più incredibile e farla reggere a tre gradi di giudizio. Uomini di stato, ci dicono oggi le indagini, ma uomini infedeli? Sicuramente infedeli allo Stato che Paolo Borsellino impersonava, sicuramente fedeli a quello stato che li ha incaricati di togliere di mezzo l’ostacolo alla trattativa. Don Vito lo capisce subito. E lo mette per iscritto con una sorta di assunzione di responsabilità.
A questo punto avviene un cambio di strategia. Provenzano e Ciancimino si accordano per offrire sul piatto d’argento una contropartita che potrebbe consentire allo stato di riprendere il fiato e un po’ di credibilità: la consegna di Riina. Secondo quanto raccontato da Massimo Ciancimino la cattura del boss, il 15 gennaio 1993, annunciata in pompa magna dall’allora ministro Mancino, è proprio frutto del tradimento della triplice alleanza corleonese.
Se per Ciancimino il vantaggio potrebbe essere soprattutto personale è chiaro che Provenzano si aspetti in cambio molto di più. Contrariamente a Riina è uomo paziente, di grande lungimiranza e con indubbie doti tattiche che gli consentono di giocare su più tavoli. Contemporaneamente.

“La trattativa ha salvato la vita a molti politici”

Questa dichiarazione rilasciata al quotidiano La Stampa il 18 ottobre 2009 dal procuratore antimafia Piero Grasso potrebbe fornire un’interpretazione inedita di questi fatti se letta nella prospettiva delle inquietanti novità emerse nelle scorse settimane durante le sessioni della Commissione parlamentare antimafia.
A distanza di quasi 18 anni si è infatti appreso che il 12 febbraio 1993 durante una riunione del comitato per l’ordine e la sicurezza si accende un vivo dibattito sulla questione del 41bis. La norma che regola l’inasprimento della detenzione carceraria ha carattere speciale di emergenzialità e viene prorogata di volta in volta. Ad applicarla ai mafiosi è stato il ministro Martelli dopo la strage di via D’Amelio, ma a quanto pare non sono in molti a condividerne l’utilità benché sia evidente l’efficacia di questo strumento per isolare i boss dal mondo esterno e soprattutto per indurne altri alla resa e quindi alla collaborazione con la giustizia.
Di questo contrasto interno che i protagonisti insistono nel definire di natura metodologica e giurisprudenziale si apprende in una nota, datata 6 marzo 1993, inviata dall’allora capo del Dap Nicolò Amato al ministro della giustizia, Giovanni Conso (subentrato a Martelli nel frattempo indagato per lo scandalo del conto Protezione). Vi si legge: “Sono state espresse dal capo della polizia (Vincenzo Parisi, deceduto 16 anni fa) riserve sulla eccessiva durezza di siffatto regime penitenziario. Ed anche recentemente da parte del Ministero dell’Interno sono venute pressanti insistenze per la revoca dei decreti applicati agli istituti di Poggioreale e di Secondigliano”. All’epoca il ministro degli interni è Nicola Mancino e i due istituti di pena sono campani, regione d’origine del politico, che tuttavia ha già affermato in Commissione la sua totale convinzione per la linea della fermezza. Forse qualcuno al Ministero parlava per suo conto ma a sua insaputa.
Pressioni o meno il 15 maggio, il giorno successivo al fallito attentato a Maurizio Costanzo, in via Fauro, a Roma, non viene prorogato il 41bis per 140 detenuti. Se Cosa Nostra avesse inteso questo gesto come una risposta positiva alle sue istanze si potrebbe assegnare un ulteriore significato alla bomba di Firenze in cui morirono cinque persone innocenti e furono inferti danni ingenti all’Accademia dei Georgofili il 27 maggio immediatamente successivo. Però i primi giorni di luglio altri 325 “41 bis” vengono rinnovati e a fine mese, il 27,28 luglio esplodono altri ordigni a Milano e Roma con altri morti, altri feriti e altri danni al patrimonio.
Poi silenzio. I primi di novembre altri 340 “41bis” non vengono prorogati. E potrebbe anche dirsi che tutto questo alternarsi tra provvedimenti e bombe così contraddittorio e illogico sia casuale, o per coincidenza, se l’ex ministro Conso non avesse spiegato ai commissari, ma anche ai magistrati di Palermo che l’hanno voluto sentire subito, che i 140 decreti non prorogati a novembre di cui si ricorda (quindi ne rammenta solo una parte, gli altri 200 sono stati rintracciati dagli inquirenti) erano frutto di una sua scelta autonoma e personale con la finalità “di frenare la minaccia di altre stragi”.
“C’era già stato l’arresto di Riina – ha aggiunto l’anziano professore – e si parlava di un cambio di passo della mafia con il nuovo capo Provenzano che aveva un’altra visione: puntare sull’aspetto economico ed abbandonare le stragi. Ecco perché decisi di lasciar stare un atto che non era obbligatorio. E difatti di stragi non ce ne sono più state”.
Dichiarazioni bomba queste rilasciate da Conso, forse inconsapevolmente, poiché la teoria delle due Cosa Nostra e delle divergenze tra Riina e Provenzano risalgono a molto dopo quel periodo,  a meno che Conso e gli altri protagonisti di questa vicenda non fossero al corrente di quanto il nuovo boss della mafia stava pianificando con l’aiuto iniziale di Vito Ciancimino: vendere il capo sanguinario e dare inizio al processo di indebolimento della frangia estremista di Cosa Nostra (come in effetti avverrà) per poter così tornare alla coabitazione, agli affari, all’equilibrio delle parti. Sarebbe vero in questo caso quanto dichiarato da Massimo Ciancimino circa l’esistenza di una sponda istituzionale dietro i carabinieri quale terminale ultimo dei dialoghi.
Altrimenti non si spiegherebbe perché Conso possa aver fatto un tale ragionamento dato che all’epoca si sospettava che Bernardo Provenzano fosse addirittura morto poiché l’anno precedente, proprio prima dello scoppiare della guerra allo Stato, aveva fatto rientrare a Corleone la famiglia vissuta da sempre in latitanza. Era stato Salvatore Cancemi, consegnandosi ai carabinieri il 22 luglio del 1993, a sostenere invece che Provenzano era vivo e ad indicare il luogo dell’appuntamento che aveva con lui quel mattino, ma nell’immediato non fu infatti creduto. (E’ la prima delle mancate catture di Provenzano).
Troppo poco tempo quindi per elaborare un’analisi delle nuove dinamiche interne a Cosa Nostra anche perché, in realtà, per almeno tutto il 1993 e in parte anche successivamente, il vertice dell’organizzazione è spartito tra Provenzano da una parte, Bagarella, Brusca e i fratelli Graviano dall’altra. Tutti stragisti con cui il vecchio padrino concorda di compiere altre stragi, ma non in Sicilia, nel continente. Non va dimenticato infatti che la decisione di attaccare il patrimonio artistico viene maturata dalla cupola di Cosa Nostra nell’estate del ’92 a Mazara del Vallo con Riina ancora in libertà e dietro il suggerimento nemmeno tanto velato di Bellini, mediatore di quel primo mercanteggiare tra opere d’arte e benefici carcerari.
E’ Bellini infatti che insuffla nelle orecchie tese di Cosa Nostra un concetto molto semplice: “Un magistrato lo puoi sempre sostituire, un monumento no”.
Quindi seppur di strategica importanza per i dialoghi fra mafia e stato, appare alquanto riduttivo vincolare in maniera univoca le stragi del continente alla questione del 41bis. Cosa Nostra, ancora prima della cattura di Riina, sta pianificando attentati terroristici di grande clamore, con propositi eversivi e destabilizzatori. (Si ricordi la folle idea di cospargere le spiagge di Rimini di siringhe infette). Lo scopo ultimo della strategia stragista di Riina è “disarcionare dalla sella il vecchio” per far posto al nuovo. E non cambia nemmeno quando il capo viene arrestato. Cancemi racconta che non vi sono dubbi dietro le quinte, per nessuno dei capi mafia: “Si va avanti così come aveva detto lo zio Totuccio”.
E quindi via Fauro e poi Firenze, poi Milano, poi Roma. E nemmeno dopo la revoca dei 340 “41bis” si ferma la furia omicida di Cosa Nostra. Giuseppe Graviano spiega ad uno Spatuzza turbato dall’omicidio di innocenti come la piccola Caterina Nencioni, 50 giorni, che è una questione politica. Occorre fare un ultimo atto di forza per avere il Paese nelle mani.
Il 23 gennaio 1994 è domenica. Allo stadio Olimpico si gioca Roma-Udinese. L’obiettivo questa volta sono i carabinieri, tanti carabinieri. Spatuzza ha imbottito di tritolo una Lancia Thema e “per fare ancora più danno” l’ha riempito di tondini di ferro.
Per la pietà di Dio però il detonatore non innesca l’ordigno. Nessuno morirà.
Quattro giorni dopo, il 27 gennaio 1994, i registi di questo atto finale di megalomania omicida, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano vengono arrestati, a Milano.
Il 31 gennaio vengono rinnovati i “41 bis” ad un altro corposo gruppo di detenuti. A tal proposito Conso spiega ancora: “Può apparire contraddittorio ma si trattava di capi: Fidanzati, Calò e tanti altri. C’era lo stesso rapporto che c’è tra i ricchi e poveri”.
Nonostante si tratti di “pezzi grossi” la strategia stragista si interrompe definitivamente. L’attentato all’Olimpico non si ripete. Inizia l’era Provenzano, proprio quella evocata da Conso, della pax mafiosa e degli affari.
La prima repubblica cade definitivamente da cavallo e in sella sale la seconda, il nuovo.
Secondo quanto Vito Ciancimino racconta al figlio Massimo, è Dell’Utri il traghettatore, il mediatore, il burattinaio, assieme a Provenzano, del rinnovato patto tra Stato e mafia.
Convergono in questo senso anche le testimonianze di Salvatore Cancemi e Antonino Giuffré.
Quest’ultimo riferisce che il nuovo capo di Cosa Nostra, contravvenendo al suo abituale e cautelativo riserbo, non aveva temuto di esporsi personalmente nell’indicare a tutti gli uomini d’onore il nuovo partito di riferimento: Forza Italia.
In cambio di un regno di oltre un quindicennio quasi indisturbato, accuratamente protetto da qualsiasi tentativo di cattura, Provenzano agevola gli arresti di tutta l’ala oltranzista che piano piano, progressivamente, esce di scena.
“C’era una divinità che dovevano essere offerti dei sacrifici umani”, sintetizza con efficace metafora Giuffré e indica nel “sacrificio più grande” il tradimento di Riina, concepibile soltanto però per un fine più grande: Cosa Nuova.
Per quante e plausibili trattative si siano accavallate tra il gennaio del 1992 e quello del 1994 è evidente che rientrano tutte in un unico progetto di “gioco grande” in cui Cosa Nostra ha prestato il suo know-how della violenza, come dal 1943 in poi, affinché si instaurasse in Italia un regime in linea con il nuovo ordine globale.
Dopo vent’anni, sull’orlo del fallimento totale del liberalismo capitalista, tremano anche le fittizie fondamenta della seconda repubblica. Il futuro che si affaccia non lascia presagire nulla di buono e in ogni caso c’è da sperare che non irrompa, ancora una volta, con la violenza, terrorista o della mafia dell’ancor latitante Matteo Messina Denaro, probabile erede dei segreti e dei metodi corleonesi.

ANTIMAFIADuemila N°66

“Gli amici di Provenzano possono fuggire”

Fonte: “Gli amici di Provenzano possono fuggire”.

“Gli amici di Provenzano possono fuggire”. Il Pg chiede l’arresto, la Corte d’appello dice no

Nei giorni scorsi, la querelle fra la Cassazione e i giudici di Palermo, sulla scadenza dei termini di custodia cautelare, che aveva portato in libertà quattro favoreggiatori del capo di Cosa nostra. Ieri la Procura generale del capoluogo siciliano aveva sollecitato alla corte d’appello un nuovo arresto per gli imputati. Ma la richiesta non è stata accolta. E’ di nuovo polemica. I quattro avranno solo l’obbligo di restare in Sicilia e di firmare ogni giorno in caserma

Erano stati scarcerati a fine aprile, per scadenza dei termini di custodia cautelare, nonostante fossero stati condannati anche in appello per associazione mafiosa. Quattro favoreggiatori del boss Bernardo Provenzano erano finiti nei giorni scorsi al centro di una querelle anche politica. Ieri, in gran segreto, la Procura generale di Palermo aveva chiesto per loro un nuovo arresto, sostenendo il “concreto rischio” di una fuga dei quattro. Ma oggi i giudici hanno rigettato l’istanza e hanno disposto solo nuovi obblighi per i fedelissimi del capo di Cosa nostra: dovranno restare nel comune di residenza e firmare ogni giorno in caserma.FOTO Usciti dal carcere

L’ultimo provvedimento della corte d’appello è stato notificato dai carabinieri del nucleo operativo di Palermo a Gioacchino Badagliacca, che nel 2003 aveva accompagnato il capomafia di Corleone fino a Marsiglia. Poi, a Giampiero Pitarresi, che si era occupato degli affari e degli investimenti di Cosa nostra. Infine, a Vincenzo Paparopoli e a Vincenzo Alfano: il primo fornì la propria carta d’identità per assicurare al gruppo diretto a Marsiglia delle schede telefoniche pulite; il secondo, avrebbe messo a disposizione la sua ditta edile per far infiltrare i padrini in alcuni appalti. I quattro sono tutti esponenti del clan di Villabate, il centro alle porte di Palermo dove Provenzano trascorse la sua latitanza fra il 2003 e il 2004.

Si profila una nuova polemica sui quattro favoreggiatori del padrino di Corleone. Nei giorni scorsi, c’era stato uno scambio di accuse senza precedenti fra la Cassazione e la corte d’appello di Palermo: i giudici della Suprema Corte avevano addirittura diramato un comunicato per prendere le distanze dalle scarcerazioni disposte dai colleghi siciliani. Sostenevano che i termini di custodia cautelare sarebbero scaduti solo nel marzo 2012, dunque ben oltre la data del processo fissato a giugno. Era subito intervenuto il presidente della corte d’appello di Palermo, Vincenzo Oliveri, negando qualsiasi errore e ribadendo che in materia di termini di custodia cautelare “c’è molta confusione giurisprudenziale”, anche fra le diverse sezioni della Cassazione.

Sul caso era anche intervenuto il ministro della Giustizia Angelino Alfano, chiedendo chiarimenti. Mentre il centrosinistra aveva denunciato uno scandalo giudiziario “inaccettabile”.

Adesso, la corte d’appello di Palermo ribadisce le proprie ragioni. I quattro favoreggiatori aspetteranno in libertà il processo in Cassazione, fissato per il prossimo 14 giugno.


Salvo Palazzolo (La Repubblica, 9 giugno 2011)

Antimafia Duemila – Siino: ”Raccontai dov’era il covo di Provenzano, ma non fu arrestato”

Fonte: Antimafia Duemila – Siino: ”Raccontai dov’era il covo di Provenzano, ma non fu arrestato”.

Siino racconta che Mori e De Donno gli chiesero “informazioni sulla cattura di Provenzano e di Brusca.

Io diedi queste indicazioni con molta riluttanza. Le mie indicazioni erano abbastanza precise. Dopo io mi meravigliai che non l’avessero preso“.

15.12 Siino: “Fu l’avvocato Amato a impegnarsi per garantire la riservatezza degli incontri perché loro erano molto imprudenti”.

15.08 Siino: “Il capitano De Donno continuò a vernire a parlarmi in una serie di colloqui che duravano anche più di due ore. Io avevo paura che qualcuno ci vedesse e pensasse che avevo già iniziato a collaborare. Il mio avvocato era Nicolò Amato (ex direttore del Dap, ndr), e si mise in contatto con il colonnello Mori e con il capitano De Donno con cui facemmo un incontro nel policlino Umberto I e dicevano che loro non potevano fare niente perché la Procura della
Repubblica era contraria”.

15.04 Angelo Siino: “In carcere vennero il capitano De Donno e il colonnello Mori e altri uomini appartenenti allo Sco. Dopo il processo mafia-appalti lo vidi arrivare in carcere. Impurdentemente mi ha portato in una saletta che è molto riservata cercando di convincermi a collaborare facendomi delle promesse che si erano convinti di migliorare la mia posizione. Prima dell’udienza mi hanno praticamente rapito e poi interrogato, in una serie di colloqui con il capitano De
Donno e xon il colonnello Mori. Il capitano De Dono si irritò moltissimo perché un ufficiale delle forze dell’ordine assisteva al colloquio, che poi se ne andò, una persona molto gentile che poi fu incriminata. Questi colloqui si intensificarono quando fui condannato.
Mori e De Donno mi anticiparono: lei sarà condannato a nove anni di carcere, veda un po’ come vuole fare, la sua sentenza è già scritta”.

Tratto da:
agoravox.it

Antimafia Duemila – Brusca: ”Dopo omicidio Lima nuovi referenti politici”

Fonte: Antimafia Duemila – Brusca: ”Dopo omicidio Lima nuovi referenti politici”.

«Dopo l’omicidio di Salvo Lima incontrai Riina che mi disse che si erano fatti sotto alcuni politici, Ciancimino e Dell’Utri che gli avevano portato la Lega e un soggetto politico che stava per nascere. Io lo interpretai come una richiesta di autorizzazione da parte loro per l’avvio di questa attività politica». Lo ha detto, al processo Mori, il pentito Giovanni Brusca che non ha specificato, però, a quale Lega si riferisse e quale fosse il nuovo soggetto politico. Il pentito ha spiegato che dopo la morte di Lima si era creato un vuoto e che Cosa nostra aveva bisogno di un referente che la garantisse a livello nazionale come faceva prima Salvo Lima. Nella sua lunga deposizione Busca ha tratteggiato tre fasi della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia: quella accennatagli da Riina con l’offerta ricevuta da Dell’Utri e Ciancimino, quella tra le stragi del ’92 culminata con la presentazione del papello e che avrebbe avuto come terminale finale Nicola Mancino, e infine quella avviata tramite Vittorio Mangano con Dell’Utri e Berlusconi. L’evoluzione di quest’ultima, se non per una generica offerta di disponibilità che Dell’Utri avrebbe indicato a Mangano, non è nota a Brusca in quanto lo stalliere di Arcore venne poi arrestato. Il pentito ha anche detto che le stragi del continente del ’93 furono volute dal boss Bagarella per sollecitare la ripresa della trattativa.

ANSA

Brusca: ”Berlusconi pagava pizzo di 600 mln al mese”

18 maggio 2011
Roma.«Berlusconi pagava una ‘messa a postò di 600 milioni al mese a Stefano Bontade e successivamente a Totò Riina». Lo ha detto il pentito Giovanni Brusca nel corso della deposizione nel processo del rapporto tra Stato e mafia nell’aula bunker di Rebibbia. «Aveva smesso di pagare – spiega Brusca – e gli venne fatto un attentato. Il mandante era Ignazio Pullarà. L’attentato fu programmato perchè ricominciasse a pagare il pizzo». Il pentito ha poi sottolineato che «a Milano non era solo Berlusconi che pagava». «All’inizio degli anni Ottanta – ha detto ancora Brusca durante la deposizione nell’aula bunker di Rebibbia – furono fatti alcuni investimenti delle cosche perdenti in Lombardia a favore delle imprese di Silvio Berlusconi».

Adnkronos

ComeDonChisciotte – IL BOMBARDAMENTO DI MISURATA CON LE BOMBE CLUSTER

Fonte: ComeDonChisciotte – IL BOMBARDAMENTO DI MISURATA CON LE BOMBE CLUSTER.

DI HUMAN RIGHT INVESTIGATIONS
Global Research

L’indagine in corso dall’HRI sui bombardamenti dell’11 aprile su Misurata con le bombe a grappolo ha trovato prove convincenti del fatto che il bombardamento è stato compiuto dalle forze navali USA.

Il bombardamento di Misurata

Il 15 aprile del 2011, durante il giorno, a Misurata sono state mostrate agli uomini di Human Rights Watch (HRW) e a C.J. Chivers, un giornalista del New York Times, alcune sotto-munizioni di una bomba a grappolo MAT-120.

In quel pomeriggio, durante gli scontri tra i ribelli e le forze lealiste, il personale di Human Rights Watch ha assistito all’atterraggio di un gruppo di 3 o 4 ordigni nelle aree residenziali di Misurata. HRW ha assistito agli effetti di quei bombardamenti.

 

In questi attacchi sono stati uccisi dei civili e l’Alto Commissario per i Diritti Umani, Navi Pillay, ha condannato “il ripetuto utilizzo delle bombe a grappolo e degli armamenti pesanti da parte delle forze del governo libico nel loro tentativo di riguadagnare il controllo della città assediata di Misurata.”

 

Ha anche riportato che una bomba a grappolo potrebbe essere esplosa a un centinaio di metri dall’ospedale di Misurata dove altri due pazienti sembravano essere stati colpiti da proiettili di mortaio o dal fuoco dei cecchini: “Usare armamenti imprecisi come sono le bombe a grappolo, i lanciarazzi multipli, i mortai e altri tipi di armamento pesante nelle aree urbane affollate ha come conseguenza inevitabile il ferimento dei civili.”

 

La corsa nel giudicare

 

Sia HRW che C.J. Chivers hanno subito attribuito questi attacchi al regime di Gheddafi e la notizia è andata su tutte le prime pagine dei giornali e dei notiziari televisivi in tutto il mondo.

 

Ecco la copertura della notizia data da HRW e del New York Times:

 

Il report di Human Rights Watch del 15 aprile durante il quale le forze di Gheddafi hanno sparato armamenti a grappolo è stato verificato

 

Il report di CJ Chivers del 15 aprile, ‘Le truppe di Gheddafi sparano le bombe a grappolo nelle zone abitate’

 

Fred Abrahams sul programma della BBC, Radio 4 Today, del 16 Aprile del 2011

 

In risposta alla domanda del perché quelle munizioni, che fanno parte dell’arsenale NATO, fossero state sparate dai libici invece che dalle forze NATO, Fred Abrahams ha detto: “Perché il MAT-120 è sparato dal mortaio e la NATO non ha truppe sul terreno.”

 

Quando è stata informata del fatto che le bombe a grappolo erano state rinvenute a Misurata, la reazione di Hillary Clinton è stata: “È una notizia preoccupante. Ed è uno dei motivi per cui la battaglia di Misurata è così impegnativa, perché è uno scontro ravvicinato, si svolge in un’area urbana e ciò crea molti problemi alla NATO e all’opposizione.”

 

La bomba a grappolo MAT-120 può essere sparata dalle forze navali

 

L’armamento MAT-120 viene in effetti lanciato da un mortaio, ma è un armamento pesante di un tipo che può essere usato anche in specifici sistemi d’arma che sono montati su una torretta.

 

Ecco un sistema AMOS su un CB-90 in azione:

 

 

Armi scelte per le Operazioni Speciali

 

La combinazione del munizionamento del MAT-120 col Combat Boat 90H viene considerato ideale per il sostegno del fuoco negli ambienti urbani e l’unico tra i sistemi d’armamento in dotazione alla coalizione che può essere usato in queste operazioni.

 

Come ha riferito nel giugno del 2007 il capitano Evin H. Thompson, Comandante del Gruppo Speciale Navale da Combattimento Four, in relazione alla specifica domanda sull’utilizzo della marina USA dei sistemi d’armamento CB90-H e AMOS (che sparano il MAT-120), “gli Amos o armamenti simili – installati nelle mie imbarcazioni a segnale ridotto – offrono alle operazioni speciali e alla nostra marina la possibilità di essere clandestinamente in un luogo offrendo la capacità di agire se le circostanze lo permettono.”

 

La Squadra Speciale di Soldati da Combattimento del Gruppo Speciale della Marina USA è specificamente addestrata alle scorrerie notturne e al supporto ravvicinato per le unità SEALS nelle acque costiere e inoltre possiede una flotta di CB-90.

 

La NATO ammette il bombardamento di Misurata

 

Nel periodo in cui questi ordigni sono state utilizzati era in corso un aspro combattimento tra le forze ribelli e quelle lealiste, mentre le forze della coalizione stavano fornendo il fuoco di sostegno e altri servizi speciali ai ribelli per prevenire che i lealisti riprendessero il controllo della città, cosa che veniva considerata come la fine dell’ultimo caposaldo dei ribelli nella Libia occidentale.

 

Il nostro aggiornamento sul bombardamento di Misurata ci mostra che la NATO ha ammesso di aver bombardato usando “alcuni armamenti” all’interno della città di Misurata.

 

Le informazioni scorrette della vendita dei MAT-120 alla Libia da parte della Spagna

 

Abbiamo scoperto che l’informativa secondo cui Instalaza, il produttore spagnolo del MAT-120, avrebbe ammesso di aver venduto queste armi alla Libia era priva di fondamento. Infatti Instalaza ha negato di averle vendute alla Libia.

 

Le munizioni rinvenute a Misurata erano datate 2007 (lotti 02/07 e 03/07) e il governo spagnolo ha interrotto le concessioni per le esportazioni di armi l’11 giugno del 2008.

 

I falsi report secondo cui queste munizioni erano state vendute alla Libia sono sbagliati a causa di un errore di lettura dei dati delle esportazioni che sono elencate nel documento emesso dal governo spagnolo, e questo errore è stato riportato dai media fino alla pubblicazione di un articolo apparso su Solidaridad il 15 settembre del 2008. È probabile che gli organizzatori del bombardamento di Misurata conoscessero questi report e hanno così creduto che la Libia possedesse i MAT-120.

 

I documenti del governo spagnolo mostrano le licenze concesse dalla Spagna nel 2007 per l’esportazione in Libia di armi della categoria 4, che comprende bombe e missili, e un’esportazione fu in effetti conclusa per questa categoria nel 2008. L’ammontare del valore delle tre licenze del 2007 era di 3,823,500 euro e le effettive esportazioni hanno riguardato due licenze per 3,839,210 euro nel 2008. Non ci sono dettagli in questi report su queste spedizioni e da cosa erano composte o su quali fossero le compagnie (anche se i dettagli sono stati forniti separatamente per gli equipaggiamenti bi-uso nel 2008, radar e materiale di laboratorio).

 

Delle nazioni a cui la Spagna ha venduto munizioni di categoria 4 nel 2007 e nel 2008, solamente tre sono coinvolte nel conflitto libico e non hanno aderito al trattato sulle bombe a grappolo: queste nazioni sono la Libia, il Qatar e gli Stati Uniti. Ma tutti si sono precipitati ad incolpare la Libia in base agli errori di lettura di questo report.

 

Comunque, l’analisi dei documenti ufficiali del governo spagnolo dimostra che la compagnia spagnola Instalaza non ha esportato armamenti a grappolo in Libia nel 2007/08.

 

Infatti il MAT-120, essendo un proiettile di un mortaio, è un armamento di categoria 3 (munizione), non una categoria 4 (bomba) e la Spagna non ha esportato armamenti di categoria 3 in Libia nel 2007 o nel 2008. Quindi le bombe esportate dalla Spagna in Libia nel 2008 non erano i MAT-120 ma qualcos’altro. La Spagna ha invece esportato armamenti di categoria 3 negli Stati Uniti.

 

Qui sotto abbiamo un estratto da un Documento Ufficiale del Ministero spagnolo sulle esportazioni del 2007 che mostra come siano suddivisi i vari articoli:

 

 

DESCRIZIONE DEI 22 ARTICOLI PRESENTI NELLA LISTA DEL MATERIALE PER LA DIFESA (DECRETO REALE 1782/2004 DEL 30 LUGLIO)2 Armi leggere senza elica in canna con un calibro di 20 mm o superiore:
Armi da fuoco (inclusi pezzi d’artiglieria), fucili,
howitzers, cannoni, mortai, armi anti-carro, lancia proiettili, lanciafiamme, fucili senza rinculo, attrezzature per la riduzione dei segnali, fumo militare, proiettori o generatori di gas o pirotecnici e strumenti per la visibilità.3 Armamenti, ordigni e componenti
Munizioni per le armi soggette al controllo degli articoli 1, 2 o 12. Congegni per la regolazione delle micce che includono custodie, collegamenti, bandelle, erogatori di potenza dalla forte uscita, sensori, sottomunizioni.

4 Bombe, siluri, razzi, missili
Bombe, siluri, granate, candelotti fumogeni, razzi, mine, missili, bombe anti-sommergibili, cariche per le demolizioni, ordigni “pirotecnici”, cartucce e simulatori, granate fumogene, bombe incendiarie, ugelli per i missili, ogive per i veicoli da rientro.

Queste categorie, usate nello documento ministeriale sono in linea con quelle elencate nell’Elenco Comune delle Attrezzature Militari dell’Unione Europea.

Questo significa che l’affermazione secondo cui il MAT-120, l’armamento sparato dal mortaio, era stato esportato in Libia dalla Spagna si è basata su un errore di lettura del documento. Infatti, seguendo il Report, la Libia non poteva essere fornita di MAT-120.

Dei paesi a cui sono stati effettivamente esportati armamenti di categoria 3 nel 2007 e nel 2008 (dopo la data di produzione delle bombe rinvenute a Misurata e prima che il governo spagnolo non vietasse l’esportazione) solo il seguente paese non ha firmato la Convenzione contro le Bombe a Grappolo ed è coinvolto nel conflitto in Libia: gli Stati Uniti d’America.

Le tracce dei sistemi d’armamento

Un numero limitato di sistemi d’arma può essere utilizzato per sparare il MAT-120 e tra questi c’è il Combat Boat 90H (CB-90), costruito negli USA, con il sistema AMOS a bordo che è prodotto su licenza negli Stati Uniti da AAI Corp.

La leadership degli Stati Uniti approva in pieno gli armamenti a grappolo

Gli USA si sono rifiutati di firmare la Convenzione contro gli Armamenti a Grappolo e queste armi fanno solitamente parte del loro arsenale in cui è presente una dotazione veramente consistente di queste bombe.

Il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Robert Gates, ha detto che le bombe a grappolo sono considerate dagli USA “armi legittime con un’evidente utilità militare.”

Infatti, il Segretario Gates ha firmato il 9 luglio del 2008 la specifica secondo cui tutte le bombe a grappolo nell’arsenale USA devono essere del tipo simile alle M-120 entro il 2018.

Mentre Richard Kidd, Direttore dell’Ufficio per la Diminuzione e la Rimozione degli Armamenti del Dipartimento di Stato, ha scritto il 28 aprile del 2008 in “Is There a Strategy for Responsible U.S. Engagement on Cluster Munitions?”:

“Gli armamenti a grappolo sono presenti nell’inventario degli USA per essere a disposizione per l’utilizzo di tutti i velivoli da combattimento, fanno parte integrante di ogni elemento di manovra della Marina o dell’Esercito e in qualche caso costituiscono più del 50 per cento di sostegno al fuoco tattico indiretto.”

E ancora, il presunto crimine di guerra del bombardamento di Misurata è stato anche usato dal Segretario di Stato Hillary Clinton e da altre autorità per giustificare l’escalation del conflitto in Libia.

Le operazioni della coalizione a Misurata

Il 14 aprile, il Segretario Generale della NATO, Rasmussen, ha confermato che l’Ammiraglio Stavridis aveva riferito ai ministri degli esteri che le forze di Gheddafi erano all’interno dei aree abitate e che “per evitare il ferimento dei civili c’era bisogno di equipaggiamento molto sofisticato.”

Il Combat Boat 90 degli Stati Uniti o qualcosa di simile può essere velocemente traslato usando un velivolo da trasporto USA in qualsiasi parte del mondo o nelle regioni vicine usando un nave di supporto.

Le navi principali della Marina USA coinvolte – che ad esempio, il 14 e il 15 aprile nel “supportare l’Operazione Protettore Unificato al largo delle coste libiche” erano attaccate al Gruppo Anfibio Kearsarge, Kearsarge (LHD-3) – erano nel porto della baia di Augusta in Sicilia durante le notti in cui Misurata è stata oggetto di bombardamento con le cluster bomb.

La prima nave è la USS Barry (DG-52), un cacciatorpediniere e con tutta probabilità proprio quello segnalato da CJ Chivers al largo di Misurata.

Qui abbiamo un USS Barry che già prima aveva sparato missili Tomahawk nelle operazioni in Libia:

Da notare che l’ufficiale al comando dell’USS Barry è di solito l’Ammiraglio James G Stavridis, particolarmente incline alla guerra informativa e al controllo di Internet.

L’USS Barry ha partecipato ad un’esercitazione (FLEETEX 2-94) che ha eseguito un’estrazione segreta da parte di una squadra dei SEAL nelle acque poco profonde al largo della costa della Carolina. L’USS Barry ha la sua base alla Stazione Navale di Norfolk in Virginia, che è anche la base di Eva H. Thompson, il comandante dell’Unità Speciale da Combattimento Four, che abbiamo già citato prima nell’apprezzamento dell’utilità del Combat Boat 90 e del sistema AMOS.

La seconda nave che ci interessa è il USS Ponce (LPD-15), una nave anfibia da trasporto Austin-class. Una nave anfibia da trasporto è un natante di guerra che imbarca, trasporta e sbarca sul terreno elementi delle forze armate per missioni e spedizioni di guerra. Quest’imbarcazione ha a bordo 851 uomini di servizio arruolati e 72 ufficiali.

Poco dopo l’operazione di Misurata, sia lo skipper che l’ufficiale al comando del USS Ponce, il Comandante Etta Jones e il Tenente Comandante Kurt Boenisch, sono stati sollevati dall’incarico.

 

La terza nave d’interesse è la USS Carter Hall (LSD-50), una landing ship dock che ha attraversato il canale di Suez il 13 aprile, per unirsi alle altre, il giorno prima del bombardamento di Misurata. Una landing ship dock è un tipo di imbarcazione anfibia progettata per supportare operazioni di questo tipo. Trasportano e lanciano natanti anfibi e veicoli con i loro equipaggi e il personale imbarcato. Generalmente questo personale è composto da marines e/o da forze speciali.

C’erano alcune unità che erano imbarcate su questi natanti, tra cui il 26th Marine Expeditionary Unit (Special Operations Capable) (26MEU) e il Naval Beach Group Two (NBG2), TACRON 21, Four and Helicopter Sea Combat Squadron TWO TWO (HSC-22).

Il comandante della task force era il Capitano Dan Shaffer, che era anche comandante della Task Force 65 (CTF-65) e del Destroyer Squadron 60 (DESRON60). È sotto il comando dell’Ammiraglio Stavridis.

Operando da un’imbarcazione anfibia per il trasporto, le forze coinvolte nelle operazioni notturne possono avere la sicurezza di non essere scoperte nell’usare queste armi.

Le forze che avrebbero confidato sull’uso di queste armi hanno incolpato il regime di Gheddafi, mentre la ricerca di chi ha organizzato quest’operazione ha dimostrato (in modo sbagliato) che il MAT-120 era un’arma posseduta dalla Libia.

Human Rights Investigations richiede:

1) una piena indagine sul possesso e l’uso di tutti gli armamenti a grappolo di tutte le forze coinvolte nel conflitto libico senza impunità per nessuno;

2) la sospensione del personale militare coinvolto durante le investigazioni e il procedimento per crimini di guerra;

3) una piena indagine delle autorità statunitensi;

4) che vengano svolte indagini anche dalle Nazioni Unite e da tutte le nazioni che partecipano alla coalizione dato che l’uso di queste armi nelle zone residenziali è una chiara violazione della Risoluzione 1973 delle Nazioni Unite e che “le persone che ritenute responsabili o complici degli attacchi contro la popolazione civile, anche con attacchi aerei e navali, dovranno risponderne”;

5) che tutti i membri della coalizione, inclusi gli USA, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti dichiarino l’utilizzo delle munizioni a grappolo e devono firmare la Convenzione sulle Munizioni a Grappolo;

6) la fine della “guerra delle informazioni” e della distorsione militare nel dibattito pubblico;

7) la fine dei continui bombardamenti in Libia che sono contrari allo spirito e agli intenti della Risoluzione 1973 delle Nazioni Unite che aveva lo scopo di proteggere i civili e non quello di giustificare il bombardamento di aree residenziali, tanto meno quello di giustificare i crimini di guerra e il bombardamento con le bombe a grappolo delle città libiche.

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Fonte: http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=25004

27.05.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

ComeDonChisciotte – GAZA ASSEDIATA: LA TESTIMONIANZA DI UN CHIRURGO

Fonte: ComeDonChisciotte – GAZA ASSEDIATA: LA TESTIMONIANZA DI UN CHIRURGO.

DI SILVIA CATTORI E CHRISTOPHE OBERLIN
silviacattori.net

Intervista con il professor Christophe Oberlin

“Cronache di Gaza 2001-2011” è uno di quei libri scioccanti che non lasciano indifferenti. In un susseguirsi di capitoli molto brevi, l’autore, il chirurgo francese Christophe Oberlin, rivela a poco a poco, con un linguaggio semplice e sobrio, la commovente umanità di un popolo e il coraggio con cui affronta l’assedio imposto dall’occupazione coloniale di Israele con la vile complicità della comunità internazionale e dei nostri principali mezzi d’informazione. Nessuna retorica, ma un ripetersi di fatti e di esperienze a contatto con le persone oggetto di violenza per rivelarci la loro terribile realtà quotidiana. Christophe Oberlin risponde alle domande di Silvia Cattori.

Silvia Cattori: Il suo racconto è molto coinvolgente [1]. Ci fa entrare nella quotidianità di queste famiglie sotto assedio, sottoposte a difficoltà di ogni genere, in grado di sopravvivere e di ricostruire con uno sguardo al futuro, qualsiasi Israele faccia loro. Sappiamo che non appena lei è arrivato a Gaza nel dicembre 2001, è rimasto incredulo di fronte agli aerei dell’esercito israeliano che volavano a bassa quota oltre la la barriera del suono, che sganciavano bombe sulla popolazione inerme. Sono passati dieci anni da questo primo contatto con la violenza, cosa è cambiato nel suo punto di vista?

Christophe Oberlin: Ciò che è cambiato è che oggi faccio una correlazione tra quello che vedo qui a Gaza e quello che ci dicono i nostri media e i nostri politici. Il loro modo con cui presentano i fatti corrisponde raramente a quello che vedo io. Tutto ciò mi ha irritato e poi ho disdetto l’abbonamento a certi giornali. Ho smesso di leggere e di ascoltare le informazioni alla radio e alla televisione. Preferisco l’informazione di qualità attraverso altre fonti.

Silvia Cattori: Capiamo che il chirurgo, venuto a Gaza per salvare vite umane, quasi subito si è trovato di fronte a tanti corpi mutilati e questo l’ha portato a riflettere sullo sfondo politico di tutto questo spargimento di sangue. Testimoniare ciò che lei ha visto, correggere l’informazione parziale dei nostri imedia non era forse un modo per rendere giustizia e restituire dignità a questo popolo?

Christophe Oberlin: È molto chiaro, è per questo che da anni reagisco, scrivo piccole testimonianze e accetto di tenere delle conferenze. Per decenni sono andato in altri paesi a lavorare senza mai sentire il bisogno di esprimermi. Ma quando si scopre che gli eventi vissuti vengono totalmente distorti, allora mi arrabbio. Dopo l’aggressione israeliana del 2008-2009 sono stato invitato in una trasmissione televisiva di France 24 per parlare della mia esperienza a Gaza. La trasmissione era intitolata: “Ci sono stati crimini di guerra a Gaza?” La domanda era del tutto fuori luogo e portava a domandarsi se i morti e i feriti erano combattenti oppure no. Essendo sul posto ho potuto vedere che c’erano esclusivamente civili e intere famiglie. Questa è disinformazione che ci porta inevitabilmente a prendere la parola per dire quello che realmente è accaduto. È chiaro che per i mezzi di comunicazione la censura è la regola, un’autocensura e non sono interessati a quello che dicono o scrivono i testimoni.

Silvia Cattori: Nelle sue pagine incontriamo personaggi strazianti, come il chirurgo Fayez. Siamo sconvolti dal vedere, attraverso il suo percorso, che questo popolo costantemente perseguitato, non ha comunque odio o risentimento contro i suoi oppressori. È sorprendentemente ottimista; secondo lei, da dove trae la forza per mantenere questa straordinaria vitalità e umanità?

Christophe Oberlin: Credo che questo faccia parte delle caratteristiche dell’umanità. Tutti coloro che hanno vissuto all’inferno ci raccontano cose simili. Primo Levi ce ne dà un esempio. Ognuno di noi ha una capacità di resistenza assolutamente straordinaria che si manifesta in condizioni estreme. Non è una particolarità di Gaza. A mio parere non ci sono popolazioni che resistono più di altre. Ma è pure vero che la forza e la resistenza testimoniata dalla gente di Gaza è ammirevole. A proposito di Fayez, mi ricordo una mattina quando era molto avvilito e mi ha detto di sfuggita: “Ho passato una brutta notte. Mia cognata è morta per un tumore al seno. Non sapevo come dirlo a mia moglie.”
Nei nostri paesi dell’Occidente abbiamo i mezzi per individuare questi tumori e per salvare la maggior parte dei pazienti. A Gaza no. La semplicità con cui queste persone assediate vi parlano della loro quotidianità, ancora più atroce a causa delle malattie che non possono curare, è una lezione per tutti noi.

Silvia Cattori: Con quali postumi usciranno da questa situazione, in special modo i bambini?

Christophe Oberlin: Possiamo essere sorpresi dal fatto che non ci sia un numero più alto di persone che perde la ragione. Ho parlato con Maryvonne Bargues, un medico psichiatra che per anni ha fatto un ottimo lavoro con le famiglie che vivono nelle difficoltà, ammucchiate in dieci metri quadrati, con i bambini che hanno genitori gravemente feriti o uccisi. Il risultato è incredibile. Nonostante le condizioni di vita terribili, ci sono recuperi psicologici sorprendenti. Se oggi andate a piedi per le strade di Gaza, alla fine di una settimana di bombardamenti che hanno causato morti e feriti, avrete l’impressione di una popolazione che vive in pace.

Silvia Cattori: La sua descrizione delle personalità di Hamas che ha conosciuto sono molto positive. Sappiamo che ha stabilito rapporti di fiducia reciproca con queste persone che, malgrado le tragedie che hanno vissuto, sono rimasti pienamente umani. Il ritratto che lei fa del chirurgo e leader politico, Mahmoud Khalid Al-Zaha, ad esempio, è impressionante. Questo contrasta nettamente con l’immagine grezza, a volte pessima, che ci viene costantemente trasmessa. Vedendo la caricatura che ne fanno i giornalisti che, come te, hanno avuto la possibilità di incontrarli, cosa che l’ha ispirata?

Christophe Oberlin: Ero e rimango sconcertato. In realtà si dovrebbe sapere che i pochi giornalisti occidentali che si recano a Gaza hanno necessariamente l’accredito delle autorità israeliane. Per me il criterio per l’accreditamento [2] è chiaro: i giornalisti accreditati sono quelli che assicurano agli israeliani di denigrare tutto ciò che fa Hamas. Detto questo, ho avuto l’occasione di osservarli di nuovo. Non ho mai visto a tutt’oggi un giornalista, autorizzato a entrare a Gaza attraverso il valico di Erez, scrivere un articolo descrivendo con oggettività quello che è stato realizzato sotto l’amministrazione di Hamas.

Silvia Cattori: Questo costringe a interrogarci sui pregiudizi di questi ideologi che, dall’interno del movimento di solidarietà e non gradendo i ‘barbuti’, hanno privilegiato il campo dei ‘laici’, di questa Autorità Palestinese moderata che loro ritengono essere l’unica rappresentante legittima del popolo palestinese [3]. Le hanno rivolto rimproveri e le hanno chiesto spiegazioni sulla Carta di Hamas, che loro descrivono come antisemita [4]?

Christophe Oberlin: Purtroppo le cose non mi vengono riferite di persona. Mi dispiace perché è più interessante cercare di convincere coloro che non la pensano come te! Molto semplicemente, quelli che non sono d’accordo con quello che dico o scrivo, non mi invitano. All’interno del movimento di solidarietà, il modo di contrastare coloro che riferiscono cose positive sulla gestione politica di Hamas è quello di emarginarli. In fin dei conti, a loro volta il modo di comportarsi non è molto diverso da quello tenuto dai media.
uttavia sono regolarmente invitato a tenere conferenze in provincia. Qui gli attivisti hanno una certa indipendenza da Parigi, il quartier generale del movimento. Mi fanno presente che mi invitano perché sono interessati a conoscere tutti i punti di vista, pur sapendo che i loro dirigenti non mi apprezzano. Attraverso questi incontri pubblici mi rendo conto che, quando gli vengono descritti i fatti e vi sentono di buona fede, allora vi credono. Nelle “Cronache di Gaza” racconto solamente i fatti per quello che sono, le scene che ho vissuto con il minimo di valutazioni personali. Penso che i fatti parlino da soli, a ognuno spetta trarne le conclusioni.

Sulla Carta di Hamas. Io non ho cercato di diventare un esperto in materia, ma si scopre che, dal 2001, dopo ogni mio ritorno da Gaza, mi è stato chiesto di parlare di quello che accade. Da una conferenza all’ altra mi fanno ulteriori domande e questo ti costringe ad approfondire le conoscenze. Mi ha portato a chiedere ai miei interlocutori a Gaza una spiegazione sulla questione della Carta di Hamas, alcune parti della quale aspetti sono da noi a giusto titolo considerati inaccettabili. Mi è stato risposto che questa Carta, che risale al 1988, è stata scritta da alcune persone. Che Hamas da allora è diventato un partito politico e che dal 2006, ad ogni scadenza elettorale, è stato stilato un programma che poteva essere consultato. E che, di conseguenza, quella Carta non aveva più valore.

Detto questo vorrei dare maggior spazio al dibattito. Questo modo di riferirsi sempre all’accusa di antisemitismo, che permette di lanciare subito un’anatema su tutto ciò che si riferisce alla Palestina dopo aver sentito una frase o una parola che disturba. Questo è un procedimento molto sleale se si tiene conto del fatto che i palestinesi, che hanno intere famiglie decimate dagli ebrei e che poi sono stati costretti ad abbandonare le loro case nel 1948, hanno perso tutto. In Occidente, non appena si pronuncia la parola “ebreo” le orecchie si drizzano [5].
Comunque è stato nel nome del giudaismo, della coscienza ebraica che è stato creato uno stato ebraico. Ed è in nome di uno Stato che si proclama ebraico che le Autorità israeliane perseguitano tutto ciò che non è ebreo. Quindi, chiedere ai palestinesi che sono stati colpiti nella loro carne, di non dire di non amare i loro oppressori è un po’ troppo.
Ci possono anche essere delle ‘perdite di controllo’ slittamenti”, ma è qualcosa che, a mio parere, è del tutto veniale dopo tutto quello che hanno subito. È insensato rimproverare questo popolo che è oppresso in nome dello stato ebraico il chiamare ‘ebreo’ il suo oppressore. Il reato di antisemitismo, che viene cercato in ogni situazione, è qualcosa di profondamente ingiusto.

Silvia Cattori: Lei descrive con rara obiettività le circostanze che nel giugno del 2007 hanno portato Hamas a intervenire contro i mercenari di Al Fatah, finanziati e armati dagli Stati Uniti in accordo con Israele, per sventare il piano segreto che doveva portare alla loro liquidazione.
Anche in questo caso esiste un divario tra ciò che ha visto e quello che gli ‘inviati speciali’, accreditati da Israele o dai partigiani di Al Fatah, hanno riferito [6]. Tutte le prove erano state messe sul tavolo, ma i giornalisti dei media di regime hanno continuato a ignorarle. Sentire addossare la violenza alle forze di Hamas, e non al progetto criminale di Al Fatah, dovrebbe far crescere un sentimento di rabbia nella stragrande maggioranza dei palestinesi che non collaborano con l’occupante. A cosa servono queste menzogne, se non a legittimare il proseguimento delle offensive militari israeliane contro Hamas e mantenere al potere dell’Autorità Palestinese?

Christophe Oberlin: È una storia penosa. Ma è anche una storia che si ripete. Per quanto riguarda la guerra d’indipendenza algerina, ad esempio, la resistenza ha ricevuto un forte sostegno da una parte della sinistra, compresi i comunisti ma, quando poi era sembrato che l’Algeria indipendente non stesse passando nel campo socialista, c’è stato un certo numero di defezioni. Sono sempre gli stessi che, in Algeria nel 1992, hanno sostenuto quella che viene eufemisticamente chiamata “l’interruzione del processo elettorale”, in realtà un colpo di stato militare appoggiato dall’Occidente che ha provocato una guerra civile con 100.000 morti. Immediatamente dopo la vittoria elettorale di Hamas, si è verificato lo stesso fenomeno. Mi ricordo di un editoriale scritto da un noto sionista intitolato: “Hamas, il nemico comune”. Nel corso dell’ultima celebrazione della festa dell’umanità, sono stato avvicinato da un attivista che avrebbe sostenuto un’associazione di piccole imprese a Gaza “solo nel caso si rimanga in un contesto laico”.

Andare in giro parlare di laicità in un paese dove il 95% della popolazione ha dei sentimenti religiosi è completamente irragionevole. Bisogna sapere se vogliamo aiutare una causa perché ne vale la pena o perché vogliamo imporre un modello. È successo che alcuni attivisti, che volevano invitarmi a parlare del mio libro, si sono scontrati all’interno del loro comitato con i ‘laici’ che non vogliono assolutamente sentir parlare di Hamas.
Disprezzare Hamas è come disprezzare la popolazione che lo ha eletto. Gaza oggi è inseparabile dal voto dato a Hamas. E limitarsi a parlare della Cisgiordania è come passare dalla parte americano-israeliana che sostiene in modo rigido l’Autorità palestinese… quando poi sappiamo che se ci fossero elezioni libere anche in Cisgiordania sarebbe molto probabile una vittoria di Hamas.

Silvia Cattori: Il capitolo del suo libro intitolato “Sara” è molto forte. Sono rimasta sbalordita. Riuniti alla veglia funebre di una vecchia signora che si rivela essere la madre di Mohammed Dahlan [7], gli alti dirigenti di Hamas dialogano cortesemente con i partigiani di Al Fatah. Questi episodi sorprendono, questa mancanza di animosità da parte dei dirigenti di Hamas, i cui militanti sono stati torturati dalle forze di sicurezza di Al Fatah e incarcerati nelle prigioni della Cisgiordania, lasciano presagire che un domani, nonostante i tradimenti, la riconciliazione sia possibile?

Christophe Oberlin: Spesso ho assistito a scene di questo tipo. Mi è capitato di trovarmi in una famiglia dove erano radunati allo stesso tavolo membri di Hamas e un loro cugino medico pagato dai dirigenti di Al Fatah a condizione di non lavorare [8]. Sono rimasto stupito dell’atmosfera che regnava. Si davano solo piccole frecciatine, non c’era cattiveria. Tutto veniva detto in modo divertente. Questa fratellanza tra i palestinesi l’avevo notata prima dello scrutinio che ha portato Hamas al potere. Questo continua ancora oggi. Io credo che la riconciliazione sia possibile. Non ci sono rivendicazioni tra Al Fatah e Hamas. Si tratta di un litigio tra i dirigenti. L’Autorità Palestinese non rappresenta neanche più la base di Al Fatah. Si tratta di un falso litigio. In termini di elettori, non c’è animosità tra Hamas e Al Fatah. Se le elezioni erano organizzate in condizioni elettorali normali. si sarebbero svolte in modo pacifico anche nel 2006.

Silvia Cattori: Ancora una volta non si può non pensare che Israele non sarebbe potuto andare così lontano se gli ideologi che dettano la linea politica all’interno del movimento di solidarietà, invece di sostenere Al Fatah e coloro che hanno optato per la collaborazione con l’occupante, avessero chiaramente sostenuto il campo delle forze, come quelle di Hamas, che hanno rifiutato questo percorso e hanno continuato a rivendicare il diritto dei Palestinesi a resistere all’occupazione. Questa strana commistione non ha reso il compito più facile per Israele e prolungato la sofferenza del popolo palestinese?

Christophe Oberlin: Certo che hanno reso il compito più facile per Israele. Detto questo, non credo che avremmo potuto contenere l’escalation di violenza alla quale stiamo assistendo. Quando vediamo quello che sta accadendo oggi, che arriva – e tutto mi porta a pensarlo – sino all’assassinio deliberato di stranieri [9], quando mettiamo questi fatti in parallelo con quello che i palestinesi subiscono dall’inizio della colonizzazione ebraica in Palestina, temo che il progetto sionista dovrà necessariamente far uso di tutta questa violenza, e poi ancora più violenza e questo per sempre.

Silvia Cattori: In sintesi, l’elezione di Hamas nel 2006 fu, per molti aspetti, un momento di verità che ha contribuito a rivelare i compromessi irrisolti, anche per quanto riguarda le ONG. Tu racconti di essere stato escluso da due principali ONG francesi che non protestano mai pubblicamente quando le loro équipe mediche sono esposte a umiliazioni e vessazioni da parte delle autorità israeliane. Possiamo conoscere i nomi di queste ONG e quali pretesti sono stati invocati per privarti del loro finanziamento?

Christophe Oberlin: Si tratta in ogni caso di ONG che fanno un buon lavoro: Médecins du monde e Aide Médicale Internationale. Sono organizzazioni di grandi dimensioni che, almeno nel primo caso, coinvolgono governi importanti. Ci sono problemi di una certa rilevanza. Per accedere alla carica di presidente, ai posti di alta responsabilità, i candidati devono essere disposti a accettare ogni sorta di compromesso.
I loro superiori non vogliono sentire lamentele dalle loro équipe. Io rispetto questa posizione ma in Palestina, dove i medici subiscono ogni giorno vessazioni e umiliazioni da parte delle autorità israeliane, non accetto di stare zitto. Ci sono casi in cui è imperativo reagire.

Ci sono stati incidenti segnalati e adeguatamente documentati ma l’ONG Médecins du monde ha rifiutato di protestare. Ad esempio, a un posto di blocco israeliano, uno dei miei colleghi che era in ambulanza con un ferito, è stato oggetto di spari d’arma da fuoco poco prima dell’autorizzazione all’ingresso. Un altro esempio, quando al nostro arrivo all’aeroporto Ben Gurion, la polizia di confine ha sequestrato alcune attrezzature mediche essenziali e molto costose che stavamo trasportando a Gaza, o anche quando ci è stato chiesto di pagare una tassa sui prodotti di lusso, una cosa illegale, dato che si stava parlando di attrezzature mediche per scopi umanitari. Oppure quando i membri delle nostre équipe sono stati umiliati, molestati e bloccati non appena si sono identificati con un cognome arabo. Mai una protesta.

Silvia Cattori: Lei rivela che, già nelle prime ore dell’offensiva israeliana nel 2008, colpiti dalla carneficina, i chirurghi dei paesi arabi e musulmani, tra cui una sessantina egiziani, si precipitarono a Gaza entrando attraverso i tunnel e si misero subito a operare. Nel suo libro lei dice: “Sono stato molto colpito dalla bravura e dall’efficienza con cui hanno operato i feriti gravi e il ruolo straordinario che questi medici anonimi hanno svolto”. Lei li definisce “umanitari senza i riflettori”. È la discreta e incondizionata solidarietà che contrasta con la pesantezza delle nostre ONG, come si concilia con la sua speranza?

Christophe Oberlin: Assolutamente. Ha dato l’impressione di una forza straordinaria poter vedere tutti questi chirurghi altamente qualificati, che sono corsi a Gaza solo perché sono stati chiamati dai loro colleghi e hanno dichiarato di rimanere “fino a quando ce ne sarà bisogno”. È allora che ho pensato che la successione di Mubarak in Egitto era dietro l’angolo.

Silvia Cattori: Nel capitolo del suo libro intitolato “Scagliarsi contro l’umanitario”, lei aferma una cosa molto inquietante: sente il cappio stringersi [10]. Vuol dire che le autorità israeliane le impongono condizioni più severe, cercando di rendere sempre più difficile ottenere il permesso per entrare in Palestina. Pensa che potranno privare la popolazione di Gaza di un qualsiasi tipo di assistenza medica [11]? Quali azioni si auspica per impedirglielo?

Christophe Oberlin: I recenti omicidi dell’attivista italiano Vittorio Arrigoni a Gaza e dell’attore israelo-palestinese Juliano Mer Khamis a Hebron [12] mi hanno colpito. Dietro queste uccisioni non ci si può impedire di pensare alla mano di Israele. Quale modo migliore per demonizzare i palestinesi e per rompere il sostegno dell’opinione pubblica internazionale che uccidere due figure carismatiche tra i volontari, e far addossare ai palestinesi la colpa di un crimine di cui non sono responsabili? Tutto questo è spaventoso. C’è un’escalation che può permettere a Israele di provocare in tutto il mondo un sentimento di disgusto verso Hamas. E tutti abbiamo detto, “Potrei essere io il prossimo”.
Questa non è la prima volta che una decisione viene presa al più alto livello dello Stato di Israele per assassinare persone che provengono dall’estero. Ci sono stati giornalisti assassinati [13], altri presi di mira come Jacques-Marie Bourget [14]. C’è stato l’attacco alla marina israeliana contro la Freedom Flotilla nel maggio del 2010, che ha ucciso nove umanitari. Un monumento alla loro memoria è stato eretto sul porto di Gaza.

Temo di vedere un segno dell’irrigidimento israeliano che adesso può arrivare fino all’organizzazione di assassini mirati per poi farli passare per omicidi commessi da Hamas. Si può anche pensare che sia una reazione scomposta di un potere che viene messo sotto pressione dai movimenti di protesta su cui ha perso il controllo.

Silvia Cattori: In questi anni tragici, ha visto scene di una crudeltà insopportabile. Lei era lì quando i soldati israeliani hanno deliberatamente sparato sul corpo di un giovane cameraman palestinese che era a terra [15]. Cosa ha provato quando si è trovato di fronte questo giovane paziente a cui erano state appena amputate le gambe?

Christophe Oberlin: Io sopporto di vedere persone ferite gravemente in sala operatoria, ma vedere la violenza al di fuori di questo quadro, anche nei film, è per me qualcosa di insopportabile. Quando ho visto Mohammed Ghanem in ospedale, non ero solo disgustato dal sadismo del soldato che aveva sparato una mezza dozzina di pallottole sul cameraman che stava sul pavimento (è stato tutto filmato da parte dei media arabi che erano lì), mi stavo anche vergognando perché sapevo che non ci sarebbe stata alcuna inchiesta o alcuna sanzione.

Per oltre quindici anni ho fatto il medico di guardia nel reparto di traumatologia grave. Sono specialista nella riparazione di gravi traumi, nella microchirurgia dei vasi e dei nervi; nelle sale operatorie ho ricevuto persone che hanno tentato il suicidio gettandosi sotto la metropolitana. Quando vediamo un uomo con ferite terribili in sala operatoria, dobbiamo per forza compatire. Ma siamo occupati nella riflessione, per decidere quali provvedimenti prendere. Per arrestare l’emorragia e salvare la vita del paziente. Per vedere cosa possiamo fare per preservarne le funzioni. E infine l’intervento chirurgico. Le operazioni sono molto lunghe e bisogna fermarsi di operare perché se il paziente non sta bene, bisogna rinunciare alla ricostruzione e quindi occorre l’amputazione. Questo fa parte della formazione chirurgica. Questi sono concetti che ho imparato.

Quando vediamo arrivare queste persone gravemente ferite, ci si concentra sul loro ricovero. Durante l’aggressione israeliana nel 2009, ho visto chirurghi palestinesi che non ne potevano più, li ho visti crollare, accasciarsi, ma tutto questo accadeva al di fuori della sala operatoria. In caso di emergenza, tutti lavoriamo bene, senza panico e è anche una lezione per noi. Ma ci sono situazioni, scene che ti segnano in modo indelebile, come segnano anche i palestinesi. Sono loro che rafforzano la resistenza.

Christophe Oberlin, un chirurgo specializzato in chirurgia e microchirurgia della mano. Responsabile delle missioni di chirurgia riparatrice di paralisi tra i palestinesi feriti nel dicembre 2001. Professore di università. Un centinaio di pubblicazioni, due libri tradotti in inglese e cinese. Responsabile di due diplomi di università.

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Note:

[1] “Gaza Chronicles 2001-2011” di Christophe Oberlin, Edizioni Mezza Luna, 2011. Il suo primo libro, “Sopravvivere a Gaza”, biografia di Mohamed al-Rantissi, chirurgo palestinese, fratello del leader storico di Hamas assassinato da Israele, ha segnato gli spiriti. Ci permette di capire l’incredibile viaggio di molti laureati che vivono nella Striscia di Gaza, che hanno dato prova di coraggio e di volontà di raggiungere la fine degli studi ed arrivare a esercitare le proprie competenze. A nostro avviso “Cronache di Gaza 2001-2011”, “Sopravvivere a Gaza” così come il libro di Ziyad Clot “Non ci sarà un stato palestinese” (Max Milo edizioni: Parigi, 2010) sono tra i libri scritti da francofoni, tre testimonianze importanti.

[2] La tessera di stampa israeliana, che facilita gli spostamenti con i giornalisti in Cisgiordania, è rilasciata da un servizio stampa che si trova a Gerusalemme Ovest. Questo servizio dipende dalla propaganda militare, dai servizi segreti della difesa militare e dai servizi segreti israeliani. L’autorizzazione che permette di entrare a Gaza è rilasciata col contagocce. Nel giugno 2006, durante l’offensiva militare che ha provocato cento morti e centinaia di feriti nel nord di Gaza, gli ufficiali del servizio stampa ci hanno negato il permesso d’ingresso a Gaza , quando invece li abbiamo visti il giorno stesso rilasciarlo ai giornalisti addetti ai media la cui parzialità a favore di Israele era garantita.

[3] Al termine delle elezioni di gennaio 2006 Hamas ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi nel Consiglio Legislativo Palestinese. L’Autorità Palestinese a Ramallah – vale a dire che Fatah ha perso le elezioni – non ha lasciato il potere, nonostante il fatto che essa non aveva alcun mandato. Ha continuato a prendere ordini da Israele e dagli Stati Uniti d’America. Il presidente Mahmoud Abbas non ha più alcuna legittimità dal 2009. L’Unione Europea tuttavia continua a tenere in considerazione quest’Autorità illegittima e corrotta, a versargli mezzo miliardo di euro l’anno e a trattare solamente con essa. Le conferenze e i negoziati di pace, alle quale quest’ultima ha partecipato, avevano come obbiettivo, in collusione Israele e gli Stati Uniti d’America, di finanziare e programmare Hamas fuorilegge.

[4] Dopo l’elezione di Hamas nel 2006 i Capi del movimento di solidarietà hanno anche essi contribuito a rafforzare il preconcetto che la Carta di Hamas è antisemita. La propaganda dei successivi governi israeliani, servendosi della Carta di Hamas per criminalizzarlo, è tristemente sfruttato da coloro che privilegiano i “laici” per screditare questo movimento politico e religioso palestinese che si rivendica della resistenza. Questa propaganda ha ampiamente distorto e rallentato l’azione del movimento di solidarietà.

[5] I cittadini dello Stato ebraico di Israele sono di cittadinanza israeliana, ma – molte persone non lo sanno – la cittadinanza israeliana non esiste sui loro documenti. La nazionalità ebrea è indicata sulla carta d’identità solo al cittadini israeliani di confessione ebraica. Mentre la nazionalità dei cittadini non ebrei, è definita come araba, drusa, russa, turca, eccetera. Quando i palestinesi dicono “ebrei” è pertanto in linea con la cittadinanza israeliana di tradizione ebraica e nessun segno di una “ostilità verso gli ebrei”, di un “anti-antisemitismo”, come li biasimano per sempre per ragioni di propaganda.

[6] Questo piano segreto elaborato dagli Stati Uniti d’America e da Israele, in collusione con la direzione di Ramallah, è stato del resto rivelato nel marzo 2008 dall’esperto giornalista David Rose, Vedi:”Il Gaza Bombshell” di David Rose, Vanity Fair, aprile 2008 e la parziale traduzione in francese di questo articolo.

Nel gennaio 2011, Al Jazeera ha pubblicato documenti riservati palestinesi (The Papers Palestina). Hanno confermato, e più spaventoso, tutto ciò che ha detto David Rose sulla complicità criminale dell’Autorità Palestinese con Israele e ciò che i nostri interlocutori ci hanno detto nel 2006 in varie interviste sono rimaste ignorate ugualmente dagli organi di queste organizzazioni dominanti a sostegno della Palestina. Si è così appreso che l’Autorità palestinese è andata al di là di ogni immaginazione nella sua collusione con Israele. Ci si aspettava che essa annuncia le sue dimissioni, lo scioglimento della Autorità Palestinese. E ‘invece parte all’attacco contro Al-Jazeera.

7] Mohammed Dahlan ieri l’uomo forte di Fatah a Gaza, oggi è disprezzato dalla popolazione. Noto per la sua stretta collaborazione con il Mossad e i servizi segreti occidentali, ha tentato il possibile – con il suo finanziamento – per liquidare il movimento di Hamas. Quando, nel 2007, Hamas è riuscito a sbaragliare le forze repressive del Dahlan, è stato un sollievo per la popolazione. Vedi: “Gaza affonda inesorabilmente”, di SC 29 luglio 2007.

[8] Dopo l’acquisizione della gestione di Gaza da parte di Hamas, Fatah è rimasto illegittimamente al potere a Ramallah ha detto al 77.000 dipendenti pubblici a Gaza che gli avrebbe pagato lo stipendio, se si rifiutavano di andare lavorare fino a quando Hamas era al potere. Invece i funzionari che sono andati a lavorare e far funzionare la pubblica amministrazione e i servizi pubblici di Hamas non ricevono alcun stipendio dall’Autorità palestinese.

[9] Christophe Oberlin accenna l’assassinio di due attivisti di solidarietà con la Palestina: Juliano Mer Khamis e Vittorio Arrigoni. Mostra: – “attivista per la pace, Mer Khamis è stato assassinato a Jenin”, di Conal Urqhart, The Guardian, 4 aprile 2011. – La lezione di umanità da Vittorio Ramzy Baroud, info-palestine.net, 20 aprile 2011.

[10] Umanitari che si recano a Gaza devono richiedere il loro accreditamento al COGAT il servizio dell’esercito israeliano che rilascia un permesso d’ingresso a Gaza.

[11] Per entrare nella Cisgiordania e Gaza, che sono prigioni gestiti dal paese occupante, è obbligo passare attraverso il territorio israeliano. Le autorità israeliane hanno il diritto di veto per l’ingresso in Israele delle persone che vogliono solo visitare i territori occupati, per cui temono le critiche. Essi sostengono le liste di attivisti e giornalisti presunti “ostili a Israele”, a loro segnalati in ogni paese da persone di fede ebraica la cui lealtà a Israele premia.

[12] Cfr. nota (9).

[13] – Raffaele Ciriello, un giornalista italiano è stato deliberatamente ucciso dall’esercito israeliano a Ramallah, 13 marzo 2002. – James Miller, 34 anni, giornalista e produttore britannico indossava un giubbotto antiproiettile scritta “stampa “e una bandiera bianca quando è stato intenzionalmente ucciso a Rafah 2 Maggio 2003, da un soldato israeliano durante le riprese di un documentario dal titolo “Death in Gaza”, secondo le testimonianze dei giornalisti. Inoltre, molti palestinesi e giornalisti arabi sono stati uccisi dall’esercito israeliano. – Si vedano in proposito: “muro di separazione etnica e disinformazione” da SC, 8 agosto 2003.

[14] Il giornalista Jacques-Marie Bourget è stato gravemente ferito al polmone e al braccio, il 21 ottobre 2000 a Ramallah da un proiettile sparato da un soldato israeliano.

[15] Cfr.: “La barbarie dei soldati israeliani fucilati sul posto” di SC, 6 luglio 2007. e il video di questa crudeltà

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Titolo originale: “Gaza assiégée : Un chirurgien témoigne. Entretien avec le professeur Christophe Oberlin.””

Fonte: http://www.silviacattori.net/
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28.04.2011

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di MIMI MOALLEM