Repubblica.it » Affari e Finanza » Il Paese illegale un giro d’affari da 560 miliardi

Fonte: Repubblica.it » Affari e Finanza » Il Paese illegale un giro d’affari da 560 miliardi.

EUGENIO OCCORSIO

Nei giorni in cui prende corpo una manovra “lacrime e sangue” da 40 miliardi, è opportuno riflettere su una cifra: 120 miliardi, tre volte tanto. È l’ammontare, secondo le stime più prudenti fra quelle sfornate dall’Istat, dalla Corte dei Conti, dalla Banca d’Italia, dell’evasione fiscale in un anno. A quest’ammontare pazzesco se ne aggiunge un altro: 60 miliardi, ovvero anche qui si tratta inevitabilmente di stime il costo della corruzione. Soldi sottratti all’economia, al risanamento del paese. In pochi anni si azzererebbe il debito pubblico. Invece quest’altra Italia continua impunita a galleggiare in un universo parallelo senza sanzione né pentimento.
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Sommando evasione tributaria, lavoro nero, economia sommersa, riciclaggio e altre nefandezze, il risultato è da choc: 560 miliardi. Come in una catena diabolica, il riciclaggio di denaro sporco proveniente dagli affari mafiosi o dall’evasione (o anche di denaro pulito trasferito e accantonato in qualche paradiso fiscale), calcola la Guardia di Finanza, supera i 150 miliardi ogni anno. Quanto alla mafia stessa, comprese camorra e ‘ndrangheta, stando alle stime del ministero dell’Interno è una holding da 135 miliardi di giro d’affari, come i due maggiori gruppi industriali italiani messi insieme, l’Eni e la Fiat, che fatturano rispettivamente 83 e 50 miliardi. Ancora: la contraffazione, qui la fonte è la Confindustria, ha un giro d’affari di 7,5 miliardi l’anno e provoca danni all’economia legale in termini di mancata produzione per 18 miliardi. E il lavoro nero sottrae risorse per 52,5 miliardi, mentre tremila incidenti sul lavoro spesso le due piaghe si sovrappongono costano alla collettività 43 miliardi l’anno.
A prendersi la briga di calcolare tutte le cifre dell’Italia del malaffare, utilizzando e riordinando esclusivamente notizie dalle fonti ufficiali, è stata una giornalista economica, Nunzia Penelope. Ne è uscito “Soldi rubati”, un pamphlet che dovrebbe essere letto nelle scuole. Ad ispirarlo sono stati due fra i magistrati italiani più esperti nei reati finanziari, già protagonisti della stagione di Mani pulite, Piercamillo Davigo e Francesco Greco. Quest’ultimo, tra i mille inquietanti aneddoti inseriti nel libro, racconta la vicenda di Equitalia Giustizia, costola dell’Agenzia delle entrate. Sulla base dei risultati di una commissione insediata al ministero da Mastella nel 2006 e presieduta dallo stesso Greco, dovrebbe gestire l’ingente patrimonio di beni confiscati ai malavitosi, multe milionarie ai truffatori, patteggiamenti, automobili sequestrate, beni immobili pignorati. Sono gli attivi derivanti direttamente dalla macchina della Giustizia, che però si limitano a finanziare le intercettazioni: non più di 268 milioni nel 2009 (e non 1 miliardo come ha detto ancora Minzolini nel suo editoriale giovedì scorso), sui quattro miliardi recuperati dalle procure negli ultimi due anni. Il grosso del denaro finisce in depositi postali pressoché infruttiferi: spetterebbe ad Equitalia Giustizia rimetterlo in circolo per finanziare una delle amministrazioni più disastrate fra quelle statali. Senonché, fra cambio di governo e difficoltà regolamentari, siamo fermi al punto di partenza.
Ma la disparità fra risorse esistenti sulla carta ed effettivo recupero appare incredibile proprio se torniamo alla madre di tutti i furti, l’evasione fiscale. Esistono, e qui non sono stime ma rendiconti precisi, oltre 450 miliardi di imposte accertate negli ultimi dieci anni che sarebbero “solamente” da esigere. Ma la raccolta prosegue con il contagocce: nel 2010 non sono stati recuperati più di 10 miliardi. Intanto questo tesoro nascosto continua a lievitare, come si diceva al ritmo di 120 miliardi l’anno. Ma chissà quanti sono in realtà: secondo i dati 2010 del ministero dell’Economia, la metà dei contribuenti dichiara un reddito inferiore ai 15mila euro, due terzi non più di 20mila, l’1% più di 100mila, cioè 77mila persone in tutto. Eppure, secondo il Censis, il 90% degli italiani condanna chi froda il fisco. «Se riusciamo a far passare l’idea che l’evasore non è un furbo forse vinciamo», dice Attilio Befera, capo dell’Agenzia delle entrate. «Abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti i cittadini». Altrimenti, è l’amara conclusione, possiamo fare tutte le banche dati e i redditometri che vogliamo, e sarà tutto inutile.
Un appello simile l’ha lanciato la Consob, rivolto stavolta alle imprese: dopo le ultime depenalizzazioni del falso in bilancio volute da Berlusconi, non è rimasto che chiedere la collaborazione degli amministratori delle società, «perché i bilanci sono molto carenti quanto a chiarezza», scrive una relazioneappello. Non resta che la moral suasion, insomma, «anche se le parola moral chissà se ha ancora qualche significato», si legge nel libro. E per le piccole imprese e i professionisti c’è un altro dato: secondo Bankitalia è stato sottratto fra il 2005 e il 2008 il 30% della base imponibile dell’Iva, pari a 30 miliardi l’anno, come dire due punti di Pil ogni 12 mesi.
Il problema, dicono i magistrati, è che si sta andando indietro in tanti settori, dalla lotta all’evasione fino a quella alla criminalità economica vera e propria. Ancora una volta, le farraginosità dell’amministrazione pubblica (alimentate dal sospetto che una vera lotta al malaffare non convenga a tanti) fanno abbondantemente la loro parte. Il governo in carica, con la motivazione dei tagli al bilancio, ha cancellato con un colpo di penna prima la commissione anticontraffazione e poi addirittura l’Alto commissariato anticorruzione come entità indipendente (con 120 persone di staff). Eppure, il prefetto Achille Serra, che questo commissariato ha retto fino al 2008, aveva avvertito che dopo Tangentopoli si era abbassata la guardia come testimoniato dal fatto che le condanne per corruzione sono crollate da 1159 nel 1996 a 186 dieci anni dopo, quelle per peculato da 608 a 210, per abuso d’ufficio da 1305 a 45, per concussione da 555 a 53. È difficile che siano diventati tutti santi. Al posto dell’Alto commissariato è stato insediato un miniorganismo con 20 dipendenti fra cui solo 3 magistrati, con la sede in tre stanzette in un sottoscala, alle dipendenze del ministero della Funzione pubblica che però sarebbe uno degli organismi da controllare. Perfino in Nigeria c’è una Financial crimes commission che non si è fatta scrupolo di indagare il vicepresidente americano Dick Cheney per mazzette su forniture di greggio.
Fin qui il lavoro della Penelope. Che potrebbe essere aggiornato 24 ore su 24. Non passa giorno senza che nuovi fatti, nuove inchieste dimostrino la drammaticità del problema. Ci sono, è anche vero, nuove iniziative che lasciano ben sperare. Una delle indicazioni dei magistrati, a partire dal giudice antimafia Antonio Ingroia, è per esempio quella di garantire la tracciabilità dei flussi di denaro. E in questa direzione va il Nocash day della settimana scorsa. L’ha inventato un manager, Geronimo Emili, che dice: «Uno sconcertante 52,1% dei cittadini, ad un nostro sondaggio, ha risposto che usa il contante solo per mancanza di abitudine all’uso della moneta elettronica». L’iniziativa ha avuto la sponsorizzazione della MasterCard, ma anche l’appoggio di Abi e Confcommercio. Ancora più tranchant è il prefetto Bruno Frattasi, che da sei anni presiede il Comitato per l’alta sorveglianza contro le infiltrazioni mafiose negli appalti del ministero dell’Interno: «Abbiamo stilato delle precise norme per tutte le stazioni appaltanti, a partire da due fra le grandi opere più in vista del momento, la ricostruzione dell’Abruzzo e l’Expo di Milano: assolutamente niente contanti nei pagamenti e neanche assegni. Tutto deve avvenire mediante bonifici bancari o postali, perfettamente tracciabili in qualsiasi momento». Anche qui c’è una moral suasion: «La rivolgiamo alle aziende che partecipano alle gare incoraggiandone l’inserimento nelle white list che compiliamo, cioè gli elenchi delle società in grado di concorrere agli appalti con caratteristiche di affidabilità finanziaria, correttezza, trasparenza. Sono liste che aggiorniamo continuamente per verificare il mantenimento delle condizioni, e vorremmo che diventassero uno strumento effettivo di selezione del mercato, accompagnato da misure che incoraggino l’operatore a iscriversi come un titolo preferenziale per l’accesso al credito: l’idea è di rendere appetibili i comportamenti virtuosi in uno scambio fra trasparenza e vantaggi competitivi». Sarà un piccolo passo, però andrebbe nella direzione giusta.

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