Archivi del giorno: 10 luglio 2011

ComeDonChisciotte – FANTASMI DELLA REALTA’ E POTERE DEI BANCHIERI

Fonte: ComeDonChisciotte – FANTASMI DELLA REALTA’ E POTERE DEI BANCHIERI.

DI IDA MAGLI
italianiliberi.it

Si stanno rappresentando in questi giorni, in diversi paesi d’Europa, straordinarie commedie dell’assurdo. Gli attori più in vista sono gli uomini di Governo – in Francia, in Spagna, in Grecia, in Germania, in Italia – ma sono coadiuvati talmente bene in questa recita da tutti gli altri responsabili della vita politica e sociale, e prima di tutto dai giornalisti, che noi, poveri cittadini-sudditi, non riusciamo a capire perché il loro frenetico agire ci sembri così privo di una concreta direzione di senso e temibile proprio per questo.

 

Lo spettacolo offerto dagli “attori” italiani è tragico e surreale al tempo stesso. Berlusconi, Tremonti, Bossi, recitano a meraviglia i loro piccoli scontri sul bilancio, sul trasferimento di qualche Ministero al Nord, sulla necessità del governo centrale di aiutare lo smaltimento dei rifiuti a Napoli, come se davvero questi fossero i problemi politici di una Nazione che non soltanto deve provvedere alla vita ordinata di 60 milioni di persone ma che, per la sua posizione geografica, per i suoi impegni con l’Ue e con la Nato, è al centro di interessi economici e militari a livello mondiale.

Le opposizioni stanno al gioco con una puntualità e una solerzia quasi incredibili, tenendo ben fissa l’attenzione dei cittadini, ma in apparenza anche la propria, sui piccoli particolari di queste dispute come se davvero fossero racchiusi qui i maggiori problemi degli Italiani. Se qualche volta la polemica sembra diventare più forte, è soltanto perché lo scambio di invettive ha assunto termini maggiormente violenti e volgari, ma si tratta in tutti i casi di invettive a vuoto: servono ad alimentare la commedia. Della politica vera, dei drammatici problemi veri, non parla nessuno, né al governo né all’opposizione.

I problemi più importanti

Sono problemi che chiunque è in grado di vedere e che, volendo limitarsi esclusivamente ai più gravi ed impellenti, possiamo indicare nel modo seguente:

  1. L’ inesistenza dell’Europa come realtà politica, dalla quale però dipendiamo come se esistesse (la vicenda della guerra in Libia decisa da Sarkozy ne è una soltanto una delle ultime e sconvolgenti prove).
  2. L’ appartenenza dell’Italia alla Nato, organizzazione militare che non si sa più a quale direttiva politica obbedisca data la mancanza di un’autorità politica europea e la contemporanea perdita di potere dei singoli Stati d’Europa (nessuno s’interroga, per esempio, su quale ruolo stia svolgendo nella politica estera l’Inghilterra, sempre sorella degli Stati Uniti ma con un piede dentro e uno fuori dell’Ue).
  3. Il potere assoluto dei banchieri, a livello mondiale ed europeo, che ha completamente esautorato i politici nazionali e sta mano a mano svuotando l’essenza stessa dei singoli Stati costringendoli a vendere i loro possessi e finanche il proprio territorio (la Grecia è soltanto la prima di una catena già pronta).
  4. L’irrazionalità di una sola moneta come espressione e strumento di 17 Stati totalmente differenti per il loro peso politico e le loro dimensioni economiche. E’ evidente che, o si disfa al più presto questa costruzione sul vuoto, oppure si verificherà un catastrofico fallimento collettivo. C’è forse bisogno di una qualsiasi dimostrazione in questo campo? L’euro è soltanto il diverso nome del marco. Un marco privo, però, dello Stato di cui era espressione. Per questo la Germania ha funzionato fino adesso come lo “Stato ombra” dell’euro. Ma è chiaro che la Germania non può continuare a reggere questa mastodontica finzione senza farsi trascinare anch’essa nel baratro: prestarsi soldi fra debitori (l’Italia, tanto per fare un esempio, ha iscritto nelle uscite del proprio bilancio il denaro prestato alla Grecia) è una pratica da “pazzi”, che nessun “povero” metterebbe in atto e che nessun usuraio accetterebbe, ma che i banchieri della Bce e del Fmi fingono di trovare normale e necessaria, spingendola fino all’estremo al solo scopo di rimanere alla fine “proprietari”, concretamente proprietari di tutta l’ Europa dell’euro.
  5. L’eliminazione degli intellettuali dalla leadership, concordemente attuata da tutti i partiti europei, fatti esperti dallo scontro-sottomissione degli intellettuali nella Russia bolscevica. I partiti più importanti in Europa sono anche oggi quelli essenzialmente comunisti, reduci del comunismo e più o meno suoi eredi. L’Italia ne rappresenta la più fulgida testimonianza: il Presidente della Repubblica è appartenuto per tutta la vita, fino dai tempi di Stalin, al Partito comunista. Con il trattato di Maastricht gli intellettuali sono stati praticamente aboliti; non si sente più nessuna voce che possieda autorità tranne quella dei banchieri. Segno evidente di una tragica realtà: se sono morti gli intellettuali, è morta la civiltà europea.
  6. La complicità di tutti i mezzi d’informazione con il disegno dei politici e dei banchieri. Una complicità così assoluta quale mai si era verificata prima nella storia perché non obbligata da nessuna censura. Gli oltre 500 milioni di cittadini d’Europa coinvolti nell’operazione disumana di lavorare senza saperlo al proprio suicidio, vi sono stati condannati non tanto dai politici quanto dai giornalisti. Senza il silenzio dell’informazione non sarebbe stato possibile condurre in porto un disegno di puro potere quale quello in atto.

Politici e banchieri in commedia

Se ciò che ho messo sinteticamente in luce è il quadro generale, per quanto riguarda i piccoli avvenimenti di quest’ultimo periodo a casa nostra non si può fare a meno di rilevare gli errori compiuti dai partiti di governo. Il Pdl e la Lega avrebbero avuto il dovere di piegarsi almeno per un momento a riflettere sui motivi delle sconfitte riportate nelle ultime elezioni e nei referendum. Per farlo, però, sarebbe stato necessario abbandonare il gioco della finzione come unica attività dei politici, uscire dalla “rappresentazione”, scendere dal palcoscenico dell’assurdo, cosa che evidentemente non hanno il coraggio di fare. Che non sia facile è chiaro. Bisognerebbe, infatti, rivelare agli Italiani che la sovranità e l’indipendenza della Nazione non esistono più, che tutte le funzioni vitali della società e del potere sono state consegnate in mani straniere e che quello che sembra ancora autonomo ed efficiente è di fatto pura apparenza. E’ sufficiente un solo esempio.

Tutto il gran parlare e il gran manovrare che si verificato in questi giorni intorno ai nomi del Signor Draghi, del signor Bini Smaghi e di altri importanti banchieri, appartiene al mondo della “rappresentazione”, della “commedia surreale”. In realtà i politici e il governo italiano non possiedono in questo campo alcun potere. Il signor Draghi, il signor Bini Smaghi, il signor Trichet (presidente della Bce) sono, chi in un modo chi in un altro, i proprietari, i possessori, gli “azionisti” delle Banche centrali. La Banca d’Italia, la cui direzione il signor Draghi sta per lasciare nelle mani del probabile signor Bini Smaghi, non è per nulla la Banca “di” Italia, non appartiene allo Stato italiano; quel “di”, particella possessiva, è un falso perché si tratta di una banca di proprietà di cittadini privati, possessori, come il signor Draghi, di parti del suo capitale, e continua a portare il nome di quando era effettivamente di proprietà dello Stato italiano ed emetteva la moneta dello Stato, esclusivamente allo scopo di ingannare i cittadini italiani. Stesso discorso si può fare per la Banca centrale europea, anch’essa proprietà di ricchissimi banchieri privati come i Rothschild, i Rockfeller e gli altri banchieri possessori del capitale della Banca d’Inghilterra, della Banca d’Olanda e ovviamente anche della Banca d’Italia come il signor Draghi. Lo Stato italiano, quindi, non ha, come nessun altro Stato europeo, alcun potere sulle nomine e tutto il gran parlare che si è fatto sul rispetto delle “procedure” da parte del Governo, sull’approvazione da parte del Parlamento europeo della nomina di un “illustre italiano” nelle vesti del signor Draghi, è stata una commedia, finzione allo stato puro: i banchieri si scelgono, si cooptano fra loro, tenendo nascosto il proprio potere dietro la copertura dei politici.

In conclusione: non c’è nessuno, in Italia, che non lavori a ingannare i cittadini, ivi compresi – è necessario ripeterlo e sottolinearlo – i giornalisti, la cui complicità è determinante in quanto costituisce il fattore indispensabile alla riuscita della rappresentazione.

Rimane la domanda fondamentale: perché i politici hanno rinunciato al proprio potere trasferendolo nelle mani dei banchieri? Nessuno ha ancora dato una risposta soddisfacente a questo interrogativo ed è questo il motivo per il quale siamo tutti paralizzati: siamo prigionieri in una rete fittissima ma non sappiamo contro chi combattere per liberarcene.

Il regno di Bruxelles

Laddove i banchieri non sono soli a comandare, troviamo insieme ad essi altri privati, non soggetti a nessuna votazione democratica, quali i Commissari dell’Ue e i Consiglieri del Consiglio d’Europa, di cui probabilmente gli Italiani non conoscono neanche il nome. In quel di Bruxelles le commedie dell’assurdo abbondano, tanto più che, lontani da qualsiasi controllo, si sono moltiplicati i ruoli, gli attori e i fiumi di denaro necessari alle rappresentazioni. Gli obbligati “passaggi” di alcune normative attraverso il Parlamento europeo, per esempio, costituiscono soltanto una delle innumerevoli, mirabili finzioni che sono state ideate per ingannare i poveri sudditi dell’Ue. Infatti le decisioni importanti vengono prese in ristretti gruppi di élite (il Bilderberg, l’Aspen Institute, per esempio) e la loro consegna al Parlamento obbedisce ad un rituale pro-forma, ad un’apparente spolverata di democraticità, così come soltanto pro-forma vengono consegnate poi per la ratifica finale ai singoli Parlamenti nazionali. Il nostro Parlamento, ubbidientissimo e servile come nessun altro, a sua volta le approva senza preoccuparsi neanche di farcelo sapere. A tutt’oggi l’80% delle normative in vigore in Italia è dettato da Bruxelles, ma gli Italiani credono ancora di essere cittadini di uno Stato sovrano.

Insomma, dobbiamo guardare in faccia la realtà: lo Stato italiano esiste soltanto di nome e noi, suoi sudditi, serviamo a tenere in vita, con i nostri soldi e la nostra credulità, una miriade di istituzioni “crea carte” e “passa carte” prive di reale potere. Si tratta, però, di istituzioni che, come succede sempre negli Stati totalitari, creano per sé a poco a poco il potere che non possiedono costruendo e organizzando cerchi sempre più larghi di nuove istituzioni, di inestricabili burocrazie. Non per nulla un esperto della Russia bolscevica quale Bukowski ha affermato che l’Ue ne costituisce una copia. Non si tratta di un’affermazione esagerata: gli avvenimenti che lo provano sono sotto gli occhi di tutti, anche se per la maggioranza dei cittadini, accecati dalla “rappresentazione” della democrazia, è difficile accorgersene. Ma presto la burocrazia mostrerà la durezza della sua faccia.

Dittatura europea e Val di Susa

E’ di questi giorni lo scontro dei cittadini con il governo “democratico” a causa della cosiddetta “Alta velocità” in Val di Susa. Si tratta di un’opera imposta dall’Ue, ovviamente non per collegare Torino a Lione, affermazione incongrua e ridicola, ma per poter fingere che l’Europa sia un unico territorio, trasformando le Alpi e l’Italia in un “corridoio” europeo (non sono io ad avergli dato questo nome: l’hanno chiamato così coloro che si sono autoproclamati proprietari dell’Europa). “Traforare le Alpi”per far passare un treno da Torino a Lione è un’operazione talmente folle che è impossibile trovare aggettivi sufficienti a definirla. L’insensibilità dei padroni dell’Europa e dei loro servi italiani per ciò che è la “natura”, il territorio, il paesaggio, come la prima e assoluta bellezza di cui è divinamente ricca l’Italia, sarebbe sufficiente a negarne l’autorità e il potere. Deve essere comunque chiaro a tutti, e affermato con assoluta determinazione, che il territorio di una Nazione è proprietà del suo popolo, e non può essere alienato in nessun modo se non per espressa volontà del popolo.

I politici odierni non sono monarchi, non possiedono, come un tempo i re, i territori che governano. Il governo italiano ha dimostrato in questa occasione, più e meglio che in molte altre, il suo disprezzo per la democrazia, opponendo la forza della polizia alla sovranità dei cittadini, mentre il suo primo dovere sarebbe stato quello di rifiutare l’imposizione dell’Ue per un’opera ingegneristicamente mostruosa, rischiosa fino all’impossibile, priva di una qualsiasi giustificazione.
Appellarsi al denaro fornito dall’Ue, come i politici sono soliti fare, costituisce l’ennesima prova del disprezzo che nutrono per l’Italia, per il suo territorio, per la sua bellezza. Una prova, inoltre, della loro incapacità a credere che esista qualcuno al mondo la cui anima non somigli a quella dei banchieri.

Ida Magli
Fonte: http://www.italianiliberi.it
Link: http://www.italianiliberi.it/Edito11/fantasmi-realta-potere-banchieri.html
5.07.2011

ComeDonChisciotte – IL GIORNALISMO COME ARMA DI GUERRA IN LIBIA

In caso di guerra, la prima vittima è la verità…

Fonte: ComeDonChisciotte – IL GIORNALISMO COME ARMA DI GUERRA IN LIBIA.

DI MADHI DARIUS NAZEMROAYA
Information Clearing House

La verità in Libia gira su sé stessa. La NATO e il governo libico stanno dando versioni contraddittorie. La NATO dice che il regime libico cadrà nel giro di pochi giorni, mentre il governo libico dice che i combattimenti a Misurata finiranno in due settimane.

Durante la notte, il suono dei jet della NATO che sorvolano Tripoli può essere udito fin sulla costa del Mediterraneo. Tripoli non viene bombardata da alcuni giorni, ma i rumori dei sorvoli sono stati numerosi. L’Alleanza Atlantica sceglie deliberatamente la notte per disturbare il sonno dei residenti nel tentativo di seminare il panico. I bambini piccoli in Libia hanno oramai perso il sonno nel corso di questa guerra. Questa è solo una parte della guerra psicologica che è stata ingaggiata. Si vuole distruggere lo spirito dei libici. È una cosa in più rispetto alle dure ferite imposte dall’inganno e dalla sedizione.

Nello stesso contesto, la guerra dei media contro la Libia prosegue senza sosta. L’Hotel Rixos della capitale, dove è alloggiata la maggioranza della stampa internazionale, è un covo di bugie e narrative distorte dove i giornalisti stranieri stanno contorcendo la realtà, capovolgendo gli eventi e disinformando per giustificare la guerra della NATO contro la Libia. Ogni resoconto e ogni comunicato notizia inviati dalla Libia dai reporter internazionali deve essere vagliato e analizzato. I giornalisti stranieri mettono in bocca le parole ai libici e sono ciechi di propria iniziativa. Hanno ignorato le morti dei civili, gli evidenti crimini di guerra perpetrati contro il popolo libico e i danni alle infrastrutture, dagli alberghi ai porti e agli ospedali.

Un gruppo di ragazzi libici ha spiegato in una conversazione privata che quando parlano con i reporter dovrebbero fare la parte di due persone. Mentre uno sta rispondendo a una domanda, gliene viene fatta subito un’altra. Nel processo la risposta alla prima domanda viene usata come risposta alla seconda. Negli ospedali libici i report stranieri cercano di non parlare dei ferimenti e dei decessi. Vanno solo negli ospedali per parlare con una sorta di imparzialità, ma descrivono il nulla e ignorano quasi tutto quello che conta. Si rifiutano di narrare la storia da tutti i punti di vista. Senza ritegno anche di fronte ai ferimenti dei civili, il genere delle domande poste da molti giornalisti ai dottori, agli infermieri e al personale degli ospedali è dello stesso tenore di quelle che avrebbero rivolto al personale militare o alle forze di sicurezza.

La CNN ha addirittura mostrato un report da Misurata di Sara Sidner dove viene mostrata la sodomizzazione di una donna con un manico di scopa da parte dei soldati libici (individuati nei soldati di Gheddafi, per demonizzarli). In realtà il video parla di un fatto privato ed era una cosa accaduta prima del conflitto. È avvenuta a Tripoli e l’uomo ha l’accento di Tripoli. Questo è il tipo di fabbricazione che i media mainstream stanno diffondendo per favorire la guerra e l’intervento militare.

Ci sono ora indagini in corso per dimostrare che sia stato usato uranio impoverito contro i libici. L’uso di uranio impoverito è un crimine di guerra. Non è solo un attacco diretto, ma lascia anche tracce radioattive che minacciano l’esistenza dei bambini di domani. Anche le future generazioni subiranno l’effetto di queste armi. Queste generazioni del futuro sono innocenti. Usare l’uranio impoverito è come se gli Stati Uniti avessero disseminato armi nucleari in Germania o in Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale, ritardando la detonazione per il 2011. Questo sarebbe un argomento importante da trattare nei notiziari sulla Libia e tutti i giornalisti stranieri ne sono venuti a conoscenza, ma quanti ne hanno parlato?

La Ionis, una nave che da Benghazi ha attraccato a Tripoli il 23 giugno, stava trasportando più di cento persone che volevano lasciare Benghazi per riunirsi alle famiglie a Tripoli. I giornalisti stranieri venivano da tutto il mondo. La CNN, la RT e la Reuters erano schierati contro di loro. Tra i resoconti stranieri ce n’erano parecchi che non avevano idea di quello che stesse succedendo in Libia e stavano lavorando sulla base di disinformazioni diffuse dalle rispettive emittenti e nazioni. In una discussione informale, quando questi giornalisti sono stati interrogati sulle basi delle loro asserzioni, non sono riusciti a rispondere e hanno fatto una figura grama. Una giornalista dell’Europa occidentale ha detto che le defezioni nel governo di Tripoli erano oramai incontrastabili, ma quando è stata contraddetta da un collega è riuscita solamente a citare la “defezione” di un atleta.

L’arrivo della nave dei passeggeri era una cosa insignificante, perché era il sintomo che la secessione politica della Libia era già avviata. Quando le famiglie e le persone fanno la spola da una parte all’altra della Libia, questo è un segno della presenza di una qualche linea divisoria tracciata in modo temporaneo o permanente.

La Chiesa Cattolica Romana in Libia è stata anche lei sconvolta e ferita. La posizione di Padre Giovanni Martinelli, il Vescovo di Tripoli, è in contrasto con quella degli Stati Uniti e quella della NATO. Sono stati interrotti i contatti con le chiese cattoliche e le comunità di Benghazi e dei suoi dintorni. Il Vescovo Martinelli ha perso alcuni cari amici nel conflitto che non avevano niente a che vedere con le guerre o con ostilità di qualsiasi tipo. Cosa hanno detto i giornalisti stranieri e le agenzie di stampa di tutto questo?

I giornalisti hanno la responsabilità di dire il vero e di riportare gli argomenti importanti. Alcuni lo fanno, ma le loro storie vengono modificare oppure mai pubblicate o trasmesse. Altri non dicono niente e invece si inventano le storie. È adesso responsabilità dell’opinione pubblica valutare le notizie che arrivano dalla Libia con un po’ di buon senso. La molteplicità delle fonti è solo l’inizio.

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30.06.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

“L’ATTACCO IN LIBIA? UNA FOLLE AVVENTURA, DECISA MOLTO PRIMA” – Cadoinpiedi

Fonte: “L’ATTACCO IN LIBIA? UNA FOLLE AVVENTURA, DECISA MOLTO PRIMA” – Cadoinpiedi.

di Stefania Limiti – 9 Luglio 2011
Intervista a uno dei migliori giornalisti investigativi del mondo. Nel Paese continuano le manifestazioni di piazza, e non sono esclusi contatti tra ribelli e forze governative. L’Italia ha sbagliato tutto.

Cercare Webster Griffin Tarpley, uno dei migliori giornalisti investigativi del mondo, è un lavoro che richiede pazienza: si trova sempre nelle aree calde, in qualunque posto del pianeta, là dove le comunicazioni non sono semplici e gli appuntamenti hanno enormi margini di flessibilità. Proprio per questo l’ho cercato in questi giorni mentre si trova in Libia, dove l’ho raggiunto telefonicamente, dopo vari tentativi andati a vuoto. Da anni Tarpley (di cui ricordiamo il best seller George Bush: The Unauthorized Biography – 1992 e di cui è in uscita tradotto in italiano Obama dietro la maschera) continua ad essere uno dei più incisivi analisti della politica statunitense, soprattutto uno dei più coerenti critici delle forme di imperialismo: sia quando si realizza con le guerre di aggressione, sia quanto si esprime in modo molto “primitivo”, dice, ad esempio attraverso gli assassinii degli italiani Enrico Mattei e Aldo Moro. Tarpley conosce molto bene l’Italia: per il nostro governo, su commissione di Francesco Cossiga e Giuseppe Zamberletti, realizzò un importante rapporto sul caso Moro – poi meglio noto da noi come il Rapporto del POE (il Partito operaio europeo di cui Tarpley è tra i fondatori) dal titolo “Chi ha ucciso Aldo Moro”, nel quale spiega lucidamente gli interessi decisivi che si sono sovrapposti all’azione delle Br.

Sulla drammatica decisione della Nato di attaccare la Libia, Tarpley non ha dubbi: “è una folle avventura che ha portato in questo paese bande di terroristi espressioni di Al Qaeda o di altre organizzazioni che combattono al soldo dei paesi invasori.”

D. L’agenzia Ria Novosti, citando l’ambasciatore russo presso l’Alleanza, Dmitri Rogozin, ha reso noto nei giorni scorsi che la Nato starebbe preparando la fase di invio delle truppe di terra, ne ha sentito parlare a Tripoli?

R. “No, almeno non in queste ore. Certo che la nato sta difficoltà: non solo perché continuano ad esserci grandi manifestazioni di piazza contro l’invasione, e sottolineo che in questi eventi hanno un ruolo di grandi protagoniste le donne, ma anche perché Gheddafi ha puntato molto sulla politica di armare il popolo, distribuendo kalashnikov, rpg – razzi anticarro – e munizioni. Ho incontrato alcuni giorni fa un ex ambasciatore, uomo di grande cultura ed esperienza, che mi ha detto che la sua piccola unità familiare è in grado di respingere quattro tank solo grazie alle proprie forze e altri strumenti bellici che posseggono. Si sta mobilitando, insomma, lo spirito di un nazionalismo molto sano che non ha affatto intenzione di arrendersi e che non è animato da nessuna idea di vendetta nei confronti degli occidentali, come dimostrano i rapporti che noi giornalisti statunitensi ed europei abbiamo qui con la popolazione”.

D. Alcuni fonti sostengono che sono in corso contatti tra i ribelli e gli uomini fedeli al regime?

R. “Non ne so niente, forse è possibile. Solo che resta un fatto certo e insormontabile: le potenze occidentali continuano a porre pre-condizioni, soprattutto quella della cacciata di Gheddafi. Su queste basi non si capisce che tipo di dialogo possa esistere. E poi non si può non essere scettici sui ribelli, visto che sono tentacoli di Cia, MI5 e DGSE, cioè dei servizi di intelligence di Stati Uniti, Inghilterra e Francia. Infine, non bisogna dimenticare che moltissime delle tribù storiche – con ciò non si intende affatto strutture arretrate, anzi molti loro esponenti sono assai occidentalizzati – non hanno affatto abbandonato Gheddafi e ciascuna di esse è una perfetta unità di guerriglia”.

D. Dunque la Libia resiste. L’intervento è stato presentato all’opinione pubblica occidentale come una conseguenza delle proteste di Egitto, Tunisia ed altri paesi ma dalle sue informazioni quando è stato programmato l’attacco?

R. “Naturalmente da molto tempo. Il risveglio arabo in realtà è costituito da forme di cospirazioni congiunte alle forze occidentali e a golpe di palazzo. La guerra in Libia è stata decisa con largo anticipo, precisamente il 2 novembre 2010, più di quattro mesi prima dell’inizio dell’operazione Alba dell’Odissea. Quel giorno Francia e Regno Unito hanno preso accordi nell’ambito dell’operazione “Southern Mistral 2011″, poi chiamata dalla Francia in codice Harmattan nella sua fase operativa, e, come due ubriachi si sorreggono a vicenda per realizzare questa avventura.”

D. L’Italia partecipa all’avventura: come ne uscirà?

R. “E’ l’ultimo posto al mondo per un’invasione. L’Italia ha sbagliato tutto.”

Antimafia Duemila – L’Italia del crimine

Fonte: Antimafia Duemila – L’Italia del crimine.

di Giorgio Bongiovanni – 30 giugno 2011
Siamo tutti stretti nella morsa diabolica del sistema economico mondiale. La ricchezza è concentrata nelle mani di pochissimi, circondati e protetti da una rete di adoranti vassalli disposti a qualsiasi crimine pur di accedere alle briciole che imbandiscono i tavoli dei veri potenti.

In Italia i vassalli sono facilmente identificabili nelle mafie e nei loro capi che hanno prestato il braccio criminale a quegli ibridi connubi di cui con tanta chiarezza aveva parlato Giovanni Falcone.
Non solo mafiosi quindi ma anche tutta quella cerchia “grigia” di valvassori e valvassini ingrassata anche da comuni cittadini forse un po’ più benestanti che cercano di accumulare qualche spicciolo di ricchezza ricorrendo all’evasione fiscale.
A farne le spese, quelle vere, sono invece i cittadini vessati e schiacciati da una sorta di macchina infernale chiamata Equitalia, un’azienda che riscuote e impone il pizzo a tutti quei cittadini che avendo dichiarato onestamente il reddito si trovano in difficoltà a pagare le tasse. Una specie di arma brandita dallo Stato tiranno con i poveri e i deboli che sta colpendo senza tregua le famiglie oneste.
Questo giro del crimine in Italia è stimato in una cifra approssimativa di 600 miliardi di euro, lo stesso identico ammontare del fatturato annuo della spesa che gli Stati Uniti d’America hanno destinato all’industria della armi.
Ogni anno gli stati del pianeta terra, tutti insieme, spendono oltre 1500 miliardi di dollari, mentre nello stesso mondo ogni 5 secondi un bambino muore di fame.
Vi prego, cari lettori, di leggere la recensione del libro di Nunzia Penelope “Soldi rubati” curata dal collega Eugenio Occorsio di Repubblica, un importante spunto di riflessione e un’altra ottima occasione di informazione per prendere coscienza del sistema criminale che ci sovrasta e che ci chiama a precise prese di posizione e di responsabilità.


Il Paese illegale un giro d’affari da 560 miliardi

di Eugenio Occorsio – 28 giugno 2011
Nei giorni in cui prende corpo una manovra “lacrime e sangue” da 40 miliardi, è opportuno riflettere su una cifra: 120 miliardi, tre volte tanto. È l’ammontare, secondo le stime più prudenti fra quelle sfornate dall’Istat, dalla Corte dei Conti, dalla Banca d’Italia, dell’evasione fiscale in un anno. A quest’ammontare pazzesco se ne aggiunge un altro: 60 miliardi, ovvero anche qui si tratta inevitabilmente di stime il costo della corruzione. Soldi sottratti all’economia, al risanamento del paese. In pochi anni si azzererebbe il debito pubblico. Invece quest’altra Italia continua impunita a galleggiare in un universo parallelo senza sanzione né pentimento.
Sommando evasione tributaria, lavoro nero, economia sommersa, riciclaggio e altre nefandezze, il risultato è da choc: 560 miliardi. Come in una catena diabolica, il riciclaggio di denaro sporco proveniente dagli affari mafiosi o dall’evasione (o anche di denaro pulito trasferito e accantonato in qualche paradiso fiscale), calcola la Guardia di Finanza, supera i 150 miliardi ogni anno. Quanto alla mafia stessa, comprese camorra e ‘ndrangheta, stando alle stime del ministero dell’Interno è una holding da 135 miliardi di giro d’affari, come i due maggiori gruppi industriali italiani messi insieme, l’Eni e la Fiat, che fatturano rispettivamente 83 e 50 miliardi. Ancora: la contraffazione, qui la fonte è la Confindustria, ha un giro d’affari di 7,5 miliardi l’anno e provoca danni all’economia legale in termini di mancata produzione per 18 miliardi. E il lavoro nero sottrae risorse per 52,5 miliardi, mentre tremila incidenti sul lavoro spesso le due piaghe si sovrappongono costano alla collettività 43 miliardi l’anno.
A prendersi la briga di calcolare tutte le cifre dell’Italia del malaffare, utilizzando e riordinando esclusivamente notizie dalle fonti ufficiali, è stata una giornalista economica, Nunzia Penelope. Ne è uscito “Soldi rubati”, un pamphlet che dovrebbe essere letto nelle scuole. Ad ispirarlo sono stati due fra i magistrati italiani più esperti nei reati finanziari, già protagonisti della stagione di Mani pulite, Piercamillo Davigo e Francesco Greco. Quest’ultimo, tra i mille inquietanti aneddoti inseriti nel libro, racconta la vicenda di Equitalia Giustizia, costola dell’Agenzia delle entrate. Sulla base dei risultati di una commissione insediata al ministero da Mastella nel 2006 e presieduta dallo stesso Greco, dovrebbe gestire l’ingente patrimonio di beni confiscati ai malavitosi, multe milionarie ai truffatori, patteggiamenti, automobili sequestrate, beni immobili pignorati. Sono gli attivi derivanti direttamente dalla macchina della Giustizia, che però si limitano a finanziare le intercettazioni: non più di 268 milioni nel 2009 (e non 1 miliardo come ha detto ancora Minzolini nel suo editoriale giovedì scorso), sui quattro miliardi recuperati dalle procure negli ultimi due anni. Il grosso del denaro finisce in depositi postali pressoché infruttiferi: spetterebbe ad Equitalia Giustizia rimetterlo in circolo per finanziare una delle amministrazioni più disastrate fra quelle statali. Senonché, fra cambio di governo e difficoltà regolamentari, siamo fermi al punto di partenza.
Ma la disparità fra risorse esistenti sulla carta ed effettivo recupero appare incredibile proprio se torniamo alla madre di tutti i furti, l’evasione fiscale. Esistono, e qui non sono stime ma rendiconti precisi, oltre 450 miliardi di imposte accertate negli ultimi dieci anni che sarebbero “solamente” da esigere. Ma la raccolta prosegue con il contagocce: nel 2010 non sono stati recuperati più di 10 miliardi. Intanto questo tesoro nascosto continua a lievitare, come si diceva al ritmo di 120 miliardi l’anno. Ma chissà quanti sono in realtà: secondo i dati 2010 del ministero dell’Economia, la metà dei contribuenti dichiara un reddito inferiore ai 15mila euro, due terzi non più di 20mila, l’1% più di 100mila, cioè 77mila persone in tutto. Eppure, secondo il Censis, il 90% degli italiani condanna chi froda il fisco. «Se riusciamo a far passare l’idea che l’evasore non è un furbo forse vinciamo», dice Attilio Befera, capo dell’Agenzia delle entrate. «Abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti i cittadini». Altrimenti, è l’amara conclusione, possiamo fare tutte le banche dati e i redditometri che vogliamo, e sarà tutto inutile.
Un appello simile l’ha lanciato la Consob, rivolto stavolta alle imprese: dopo le ultime depenalizzazioni del falso in bilancio volute da Berlusconi, non è rimasto che chiedere la collaborazione degli amministratori delle società, «perché i bilanci sono molto carenti quanto a chiarezza», scrive una relazioneappello. Non resta che la moral suasion, insomma, «anche se le parola moral chissà se ha ancora qualche significato», si legge nel libro. E per le piccole imprese e i professionisti c’è un altro dato: secondo Bankitalia è stato sottratto fra il 2005 e il 2008 il 30% della base imponibile dell’Iva, pari a 30 miliardi l’anno, come dire due punti di Pil ogni 12 mesi.
Il problema, dicono i magistrati, è che si sta andando indietro in tanti settori, dalla lotta all’evasione fino a quella alla criminalità economica vera e propria. Ancora una volta, le farraginosità dell’amministrazione pubblica (alimentate dal sospetto che una vera lotta al malaffare non convenga a tanti) fanno abbondantemente la loro parte. Il governo in carica, con la motivazione dei tagli al bilancio, ha cancellato con un colpo di penna prima la commissione anticontraffazione e poi addirittura l’Alto commissariato anticorruzione come entità indipendente (con 120 persone di staff). Eppure, il prefetto Achille Serra, che questo commissariato ha retto fino al 2008, aveva avvertito che dopo Tangentopoli si era abbassata la guardia come testimoniato dal fatto che le condanne per corruzione sono crollate da 1159 nel 1996 a 186 dieci anni dopo, quelle per peculato da 608 a 210, per abuso d’ufficio da 1305 a 45, per concussione da 555 a 53. È difficile che siano diventati tutti santi. Al posto dell’Alto commissariato è stato insediato un miniorganismo con 20 dipendenti fra cui solo 3 magistrati, con la sede in tre stanzette in un sottoscala, alle dipendenze del ministero della Funzione pubblica che però sarebbe uno degli organismi da controllare. Perfino in Nigeria c’è una Financial crimes commission che non si è fatta scrupolo di indagare il vicepresidente americano Dick Cheney per mazzette su forniture di greggio.
Fin qui il lavoro della Penelope. Che potrebbe essere aggiornato 24 ore su 24. Non passa giorno senza che nuovi fatti, nuove inchieste dimostrino la drammaticità del problema. Ci sono, è anche vero, nuove iniziative che lasciano ben sperare. Una delle indicazioni dei magistrati, a partire dal giudice antimafia Antonio Ingroia, è per esempio quella di garantire la tracciabilità dei flussi di denaro. E in questa direzione va il Nocash day della settimana scorsa. L’ha inventato un manager, Geronimo Emili, che dice: «Uno sconcertante 52,1% dei cittadini, ad un nostro sondaggio, ha risposto che usa il contante solo per mancanza di abitudine all’uso della moneta elettronica». L’iniziativa ha avuto la sponsorizzazione della MasterCard, ma anche l’appoggio di Abi e Confcommercio. Ancora più tranchant è il prefetto Bruno Frattasi, che da sei anni presiede il Comitato per l’alta sorveglianza contro le infiltrazioni mafiose negli appalti del ministero dell’Interno: «Abbiamo stilato delle precise norme per tutte le stazioni appaltanti, a partire da due fra le grandi opere più in vista del momento, la ricostruzione dell’Abruzzo e l’Expo di Milano: assolutamente niente contanti nei pagamenti e neanche assegni. Tutto deve avvenire mediante bonifici bancari o postali, perfettamente tracciabili in qualsiasi momento». Anche qui c’è una moral suasion: «La rivolgiamo alle aziende che partecipano alle gare incoraggiandone l’inserimento nelle white list che compiliamo, cioè gli elenchi delle società in grado di concorrere agli appalti con caratteristiche di affidabilità finanziaria, correttezza, trasparenza. Sono liste che aggiorniamo continuamente per verificare il mantenimento delle condizioni, e vorremmo che diventassero uno strumento effettivo di selezione del mercato, accompagnato da misure che incoraggino l’operatore a iscriversi come un titolo preferenziale per l’accesso al credito: l’idea è di rendere appetibili i comportamenti virtuosi in uno scambio fra trasparenza e vantaggi competitivi». Sarà un piccolo passo, però andrebbe nella direzione giusta.

Tratto da: La Repubblica – Affari e Finanza

La Corte dei Conti contro la Tav- Blog di Beppe Grillo

LA TAV è la più costosa opera pubblica della storia d’Italia ed è inutile!

Fonte: La Corte dei Conti contro la Tav- Blog di Beppe Grillo.

07 Luglio 2011. Incredibile: la Corte dei Conti dice NO TAV.
1) l’opera è caratterizzata da CARENZE metodologiche del PROCESSO DECISIONALE che hacondotto all’adozione della complessa operazione: NESSUNO studio di fattibilità attendibile aveva quantificato la VANTAGGIOSITA’ di tale operazione rispetto al sistema creditizio tradizionale per realizzare gli investimenti
2) emergono elementi di forte rischio dai rapporti negoziali attivi e soprattutto passivi ereditati dallo Stato: complesse clausole finanziarie PENALIZZANO spesso la parte PUBBLICA
3) è IMPOSSIBILE acquisire… alcun riferimento utile a calcolare nel tempo la distribuzione dei costi e dei benefici tra le generazioni di utenti e contribuenti interessati
4) l’opera PREGIUDICA L’EQUITA’ INTERGENERAZIONALE, caricando in modo sproporzionato su generazioni future (si arriva in alcuni casi al 2060) ipotetici vantaggi goduti da quelle attuali.
5) i contratti attuativi si basavano su stime di flussi e di ritorni economici dell’opera non solo ALEATORI, ma anche IRREALISTICI e sostanzialmente INESISTENTI…” segnalazione di manuela bellandi

Mafia al nord, chiesta assoluzione per politico Il gip: “E’ il capitale sociale della ‘ndrangheta” | Redazione Il Fatto Quotidiano | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Mafia al nord, chiesta assoluzione per politico Il gip: “E’ il capitale sociale della ‘ndrangheta” | Redazione Il Fatto Quotidiano | Il Fatto Quotidiano.

Francesco Oliverio, ex componente della giunta provinciale di Penati, era in contatto con Ivano Perego titolare dell’omonimo società scalata dalla ‘ndrangheta. Perego è accusato di associazione mafiosa. L’accusa ha poi chiesto 118 condanne per altrettanti presunti affiliati alle cosche

Nelle migliaia di carte delle inchieste Infinito e Tenacia sulla presenza della ‘ndrangheta in Lombardia il suo nome compariva alla voce “capitale sociale” delle cosche. Così è stata tratteggiata dai magistrati la figura di Antonio Oliverio, calabrese, ma soprattutto ex assessore nella giunta provinciale di Filippo Penati. Indagato e poi rinviato a giudizio per corruzione e truffa aggravata, oggi Oliverio festeggia la richiesta di archiviazione fatta direttamente dal pm Alessandra Dolci che ha concluso la sua requisitoria nel processo con rito abbreviato che vedeva alla sbarra 119 persone. Per le altre 118 persone l’accusa ha chiesto, invece, condanne  fino a a un massimo di vent’anni di reclusione.

Antonio Oliverio è stato assessore della giunta provinciale guidata da Filippo Penati dal 2007 al maggio 2009, con deleghe alla Moda e al Turismo. Nell’ordinanza di custodia cautelare del luglio 2010, firmata dal gip Giuseppe Gennari e a carico di alcuni presunti affiliati alla ‘ndrangheta, Oliverio veniva indicato come “la persona giusta per operazioni di lobby, per mettere a frutto quella rete di relazioni istituzionali e politiche di cui si nutre l’organizzazione criminale”. L’ex assessore era stato iscritto nel registro degli indagati per i suoi presunti rapporti con la Perego General Contractor, società, in mano alla ‘ndrangheta, che si occupava di movimento terra.

Nella sua ordinanza il gip così scrive: “Dalle conversazioni riportate appare evidente il ruolo di Oliverio, che continua ad essere considerata una figura di non trascurabile importanza all’interno dei contatti politico istituzionali che interessano le vicende della Perego”. Il giudice prosegue. “Per cominciare, bisogna dire che Oliverio non è personaggio preso a caso. Egli è coniugato con Corsaro Rosaria, i cui genitori sono Corsaro Francesco Giuseppe e Mancuso Antonia, quest’ultima sorella dei fratelli Mancuso Pantaleone, Mancuso Antonio e Mancuso Cosmo, tutti con precedenti di polizia per associazione di tipo mafioso, nonché al vertice della omonima ‘ndrina, operante nella provincia di Vibo Valentia”.

Di più: secondo gli investigatori la rete dei rapporti istituzionali e politici di Perego si infittisce grazie ad Oliverio. “Perego – si legge in ordinanza – viene invitato a partecipare a una manifestazione intitolata “Giornata della Sussidiarietà”, organizzata dalla Compagnia delle opere”. E il progetto dell’imprenditore è chiaro: “Iscrivere la Perego alla Compagnia delle opere, indicando Oliverio come la persona che potrebbe far crescere ulteriormente l’azienda”. Ecco, allora, cosa dice lo stesso Perego a uno dei suoi soci a proposito dell’incontro: “C’era qui Formigoni (…) Lupi, c’erano tutti (…) io in pole position”. E ancora: “E’ andata bene, adesso quando viene martedì ci vuole iscrivere Compagnia delle Opere e poi hanno le banche loro”. Le intercettazioni, annotate nelle informative dei Ros, svelano i progetti dello stesso Perego nei confronti di Oliverio: “Nel prosieguo della conversazione emerge un aspetto significativo circa la figura di Oliverio che, a detta di Perego, dovrà decidere se continuare a svolgere l’incarico di Assessore o fare il Direttore dell’Expo”. Chiosa il gip: “Quindi Oliverio si propone come ben retribuito consulente della Perego; e qui la consulenza si estrinseca nella costruzione di occasioni di incontro con elevati esponenti politici che si ritiene – nella logica dell’imprenditore – potere essere il mezzo per ottenere successivi vantaggi”.

Ancora più chiaro il passaggio finale con cui il gip conclude il capitolo dedicato a Oliverio: “Il politico, con sovrano cinismo, dice a Perego non non esporsi troppo con Podestà perché poi magari rivince Penati e lui li ancora quattro contatti li ha. Oliverio promette a Perego di aprirgli tutte le strade. Dice che loro sono una squadra dove Oliverio è il capo. Parole di questo genere, dette da chi si candida a ricoprire ruoli istituzionali e di amministrazione della cosa pubblica, non possono che preoccupare. E preoccupano perché rivelano l’asservimento totale dell’uomo pubblico a interessi privati. Vogliamo dire che Oliverio poteva non sapere che Perego avesse la ‘ndrangheta in casa e che Pavone fosse la ‘ndrangheta ? Ebbene, Oliverio non è raggiunto da richiesta di misura cautelare (…). Tuttavia, è evidente che sono questi momenti patologici, di osmosi tra attività istituzionali e interessi particolari, che rappresentano la via di ingresso della criminalità organizzata – che già controlla i colletti bianchi – nel mondo economico e politico”.

Oggi, però, il pm ha chiesto per lui l’assoluzione. L’accusa ha chiesto 20 anni di reclusione per Alessandro Manno, capo di una delle quindici locali. Sono stati chiesti invece 18 anni di reclusione per Pasquale Zappia, quello che fino al momento degli arresti era il capo dei capi della ‘ndrangheta in Lombardia, eletto nell’ormai famoso vertice tra i capi cosca che si tenne il 31 ottobre 2009 nel centro Falcone-Borsellino di Paderno Dugnano, nel milanese. Diciotto anni sono stati chiesti anche per altri capi delle locali come Vincenzo Mandalari, Pasquale Varca, Vincenzo Rispoli e Cosimo Barranca, capo della cosca di Milano. Il pm ha chiesto invece 16 anni per Pietro Panetta e per Salvatore Strangio, il quale, secondo l’accusa, aveva in mano la Perego Strade, una delle più importanti società del movimento terra in Lombardia. In particolare, l’accusa ha chiesto condanne comprese tra i 6 e i 20 anni di reclusione per quegli imputati a cui viene contestato il reato di associazione mafiosa, mentre per altri imputati sono state chieste pene più basse anche attorno all’anno di reclusione. Nel corso della sua requisitoria, durata alcune udienze nell’aula bunker di via Ucelli di Nemi, il pm Dolci ha parlato di una vera e propria “colonizzazione” da parte delle cosche della ‘ndrangheta in Lombardia. Altri 39 imputati sono invece a processo con rito ordinario e la prossima udienza è fissata per il 15 luglio.

Davanti al gup di Milano Roberto Arnaldi, sono intervenuti poi i legali della Regione Lombardia, di sei comuni lombardi (Pavia, Bollate, Paderno Dugnano, Desio, Seregno e Giussano), del Ministero dell’Interno, della Presidenza del Consiglio e della Federazione antiracket. Hanno tutti fatto richieste di risarcimento danni. La sentenza non arriverà prima dell’autunno poiché sono previste le arringhe di circa 150 avvocati.

Antimafia Duemila – Gip chiede imputazione coatta ministro Romano

Ministri abusivi… Quello di Berlusconi è proprio un paese dei cachi. Cacciamo questa classe politica di delinquenti e riportiamo l’interesse pubblico, la legalità e l’etica nella cosa pubblica.

Fonte: Antimafia Duemila – Gip chiede imputazione coatta ministro Romano.

Il gip Giuliano Castiglia non ha accolto la richiesta di archiviazione, presentata dalla procura dell’indagine per concorso in associazione mafiosa a carico del ministro delle Politiche agricole Saverio Romano, e ha avanzato richiesta di imputazione coatta. A questo punto i pm entro dieci giorni dovranno formulare la richiesta di rinvio a giudizio.Il Pm aveva motivato la decisione di chiedere l’archiviazione ritenendo che non ci fossero riscontri sufficienti alle dichiarazioni del pentito Francesco Campanella, che aveva definito Romano persona «a disposizione» di Cosa nostra e, in particolare, dei capimafia di Villabate, Nicola e Antonino Mandala«. Per la Procura, che comunque aveva sollevato dubbi sulla posizione del deputato, non ci sarebbero gli »elementi idonei a sostenere l’accusa in giudizio«. Il Gip aveva richiesto nelle scorse settimane al pm Nino Di Matteo di produrre gli atti di un procedimento, scaturito dall’operazione Ghiaccio. Romano era già stato indagato nel 1999, ma l’inchiesta si era chiusa con un’archiviazione. La seconda indagine era stata avviata nel 2005 proprio dopo le dichiarazioni di Campanella. Romano è coinvolto in un’altra inchiesta, per corruzione aggravata, nata dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo.

Gip: “Tra Milanese e Tremonti stretto e attuale rapporto fiduciario” | Davide Vecchi | Il Fatto Quotidiano

Tremonti che si faceva pagare l’affitto della casa di Roma da un altro, si dovrebbe dimettere. Ma che vive nel paese dei balocchi? Sicuramente chi gli pagava la casa non lo faceva per generosità verso un poveraccio, ma si aspettava un tornaconto dal ministro.

Fonte: Gip: “Tra Milanese e Tremonti stretto e attuale rapporto fiduciario” | Davide Vecchi | Il Fatto Quotidiano.

Nelle 73 pagine di richiesta d’arresto inviate alla Camera dalla Procura di Napoli è ricostruita la rete di conoscenze e ricatti messa in atto dal 2004 a oggi dall’ex braccio destro del ministro dell’Economia, anche lui sentito come persona informata sui fatti. In manette anche il sindaco di Voghera, Carlo Barbieri

Corruzione, rivelazione di segreto d’ufficio e associazione per delinquere: sono i capi d’accusa contestati al deputato del Pdl, Marco Mario Milanese, nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei suoi confronti e trasmessa oggi alla Camera dei Deputati per l’autorizzazione all’arresto.

Nelle 73 pagine è ricostruita la rete di favori e ricatti che Milanese ha imbastito dal 2004 sfruttando, scrivono gli inquirenti, la sua “posizione privilegiata” di “consulente del ministro Giulio Tremonti e alto ufficiale della Guardia di Finanza”. Milanese ha un ampio raggio di azione proprio grazie al suo legame con il titolare di via XX Settembre. Secondo il Gip, Milanese riesce a pilotare persino delle nomine, come quella di Fabrizio Testa, già componente del Cda di Enav, a presidente di Tecnosky. Mentre la compagna di Milanese, Manuela Bravi, al ruolo di portavoce affianca l’incarico di consigliere per l’informazione politica di Tremonti. Scrive il Gip: “Nella sua qualità di consigliere politico del ministro dell’Economia, abbia promesso prima, ed assicurato poi, l’attribuzione di nomine ed incarichi in diverse società controllate dal ministero, ricevendo come corrispettivo somme di denaro e altre utilità”.

Le indagini hanno consentito di accertare, “al dì fuori di ogni dubbio” che Milanese abbia effettivamente assicurato la nomina di Guido Marchese a componente del collegio sindacale nelle società a partecipazione pubblica Ansaldo Breda spa, Oto Melara spa, Ansaldo Energia spa, Sogin spa e Sace spa, ricevendo dallo stesso la somma di centomila euro”. Ancora: ”Con lo stesso modus operandi risulta che abbia imposto la nomina di Carlo Barbieri a consigliere di amministrazione di Federservizi spa, società controllata dalle Ferrovie dello Stato”.

La sfera d’azione di Milanese è vasta. Forte del suo ruolo riesce con facilità a coinvolgere Massimo Ponzellini, presidente di Banca Popolare di Milano, come “soggetto finanziatore” nella vendita della Eig all’imprenditore campano Gianni Lettieri, nonché candidato sindaco di Napoli per il Pdl. Come confermato dallo stesso Ponzellini, sentito dai Pm il 13 gennaio 2011. E’ Milanese a organizzare gli incontri in cambio di una provvigione per l’intermediazione. Mentre quando si trova a dover vendere una barca, tramite Viscione, la fa acquistare a Fabrizio Testa in cambio di una nomina.

Milanese agisce su diversi piani. Sempre sfruttando il potere che gli deriva dalla vicinanza con il ministero dell’economia e con la Guardia di Finanza. In via XX Settembre ha l’incarico di sconfiggere l’evasione fiscale e ha quindi accesso a informazioni e notizie riservate sulle aziende che potrebbero finire nel mirino delle Fiamme Gialle. E quando i controlli si concentrano sull’imprenditore irpino, Paolo Viscione, “l’amico” Milanese corre ad avvisarlo promettendogli che “avrebbe sistemato tutto” in cambio di 600mila euro in contanti e altri regali, ricostruiscono gli inquirenti. Che trovano riscontri su versamenti per 450mila euro, auto di lusso (Bentley e Ferrari), orologi (di cui almeno uno destinato, a dire di Viscione, a Tremonti), gioielli, viaggi. Per una somma complessiva di “oltre un milione di euro”. In nero. La vicenda della Ferrari Scaglietti è emblematica. Ricostruiscono gli inquirenti: l’auto è acquistata a leasing da Milanese, ma è Viscione che versa al concessionario 218 mila euro come rata iniziale e poi consegna periodicamente i soldi in contante a Milanese. Così, l’uomo “preposto alla repressione dell’evasione fiscale, pagando grosse somme in contanti, asseconda un prassi dichiaramene evasiva”, scrive il Gip.

Il legame con Giulio Tremonti. Determinante è dunque il ruolo che Milanese svolge in via XX Settembre. E soprattutto il rapporto che lo lega al ministro dell’Economia. Gli inquirenti si dicono convinti del fatto “le dimissioni presentate il 28.6.2011 dal Milanese non facciano venir meno il pericolo, tuttora concerto ed attuale, di inquinamento probatorio, in considerazione del fatto che, nonostante la cessazione dall’incarico, permane una situazione di oggettiva vicinanza tra l’odierno indagato ed il Ministro Tremonti, al quale il primo è legato da un rapporto di stretta fiducia che prescinde dall’incarico formale rivestito dal parlamentare e sopravvive alle dimissioni rassegnate”. Emblematica “dell’attualità del rapporto fiduciario esistente tra i due uomini politici è la vicenda relativa all’immobile sito in Roma, in via (…), di proprietà del Pio Sodalizio dei Piceni. Detto immobile, infatti, è stato concesso in locazione a Milanese Marco per un canone mensile di 8.500 euro, ma viene di fatto utilizzato dal Ministro Tremonti, il quale, a sua volta, risulta aver emesso, nel febbraio 2008, un assegno di 8 mila euro in favore del Milanese”.

Del resto, prosegue il Gip: ”I rapporti finanziari tra Tremonti e Milanese sono assolutamente poco chiari”. Milanese paga l’affitto dell’abitazione in uso al ministro a Roma. Si legge a pagina 70: “Milanese paga mensilmente un canone molto alto il cui complessivo ammontare rispetto alle rate già pagate risulta di oltre centomila euro; le fonti di rimborso da parte del beneficiario Tremonti non risultano dall’esame dei conti esplorati dal Ctu, il quale, riferisce di non aver rinvenuto assegni o bonifici provenienti da Tremonti;  un assegno del febbraio 2008 attiene evidentemente ad altra partita economica tra i due”. Dopo una serie di accertamenti e grazie ad altri elementi acquisiti, si “evince l’esistenza di uno stretto ed attuale rapporto fiduciario tra i due esponenti politici che prescinde, evidentemente, dal ruolo istituzionale rivestito dal Milanese”.

Milanese aveva lasciato l’incarico a fine giugno, spiegando le sue ragioni in un comunicato che faceva riferimento al caso Adinolfi, il generale della Finanza accusato dallo stesso Milanese di avere rivelato segreti sulle indagini che riguardano Luigi Bisignani: “Le ultime vicende che vedono coinvolti altissimi ufficiali della Guardia di Finanza in un’indagine della Procura della Repubblica di Napoli mi vedono interessato quale persona informata sui fatti. Ritengo opportuno rassegnare le dimissioni da consigliere politico del ministro dell’Economia e delle Finanze al fine di salvaguardare l’importante ufficio dalle polemiche sollevate da una doverosa testimonianza”, aveva detto.

Antonio Di Pietro: Firma e ferma gli sprechi

Fonte: Antonio Di Pietro: Firma e ferma gli sprechi.

Dopo il voto di martedì 5 luglio, con cui una maggioranza trasversale portatrice di interessi di casta ha bocciato la nostra proposta di abolizione delle Province, noi non ci arrendiamo.

Entro settembre, torneremo a raccogliere le firme tra la gente per un disegno di legge di iniziativa popolare: tutti insieme dobbiamo cancellare la parola ‘Province’ dalla Costituzione. Servono 50mila firme, ma siamo sicuri che in tanti ci darete una mano e alla fine saranno molte di più. E’ giunto il tempo di un nuovo patto, una rappresentanza reale, tra politica e cittadini, in cui quest’ultimi si muovono in prima persona.
C’è una parte della politica che vuole rimanere Casta e farà di tutto per mantenere i suoi vecchi e assurdi privilegi. Però, c’è anche chi immagina una nuova e diversa architettura dello Stato. Siamo convinti che non si debba rinunciare alle battaglie giuste, anche se difficili.

Quella contro gli sprechi è una di queste. Il nostro lavoro di opposizione in Parlamento va in tale direzione: dopo la mozione per abolire le Province, proporremo di dimezzare le auto blu, il numero di parlamentari e cancellare i vitalizi di deputati, senatori e consiglieri regionali. Ma l’avventura dei referendum ci ha insegnato, se mai ce ne fosse stato bisogno, che l’azione in Parlamento non basta. La strada maestra è quella che passa attraverso i cittadini, fuori dai palazzi. Per questo, dobbiamo organizzare tutti insieme la raccolta di firme. In tanti direte: “Perché non facciamo altri referendum?“. Purtroppo lo strumento referendario, in questo caso, non si può utilizzare, perché per abolire le Province bisogna agire sulla Costituzione e non si possono sottoporre a referendum abrogativi le norme della Carta.

Ma la raccolta firme sarà solo l’inizio. Sono convinto che quest’iniziativa, come è successo con i referendum, sarà la battaglia di un’intera società civile e non solo di una forza politica. E, grazie alla mobilitazione della cittadinanza attiva, che ha segnato i momenti più significativi della nostra storia recente, vincerà tutta l’Italia. Da qui partiremo, con chi ci vorrà stare, con altre proposte e altri referendum per abbattere finalmente i costi della Casta.

La raccolta di firme ufficiale, tra documenti da presentare e gazebo da organizzare, partirà in autunno. Ma non dobbiamo aspettare neanche un minuto per cominciare a “contarci” e a entrare in contatto. A questo link potete già firmare una pre-raccolta, solo online: lasciando la mail, vi informeremo su tutti i prossimi passaggi, quando e dove si organizzeranno i banchetti, sui tempi e sulle modalità. ‘Firma e ferma gli sprechi’ sarà solo il primo passo verso un nuovo modo, veramente partecipato, di fare politica.

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