Archivi del giorno: 14 luglio 2011

ComeDonChisciotte – LA FRANCIA AFFERMA CHE I BOMBARDAMENTI NATO HANNO FALLITO

Fonte: ComeDonChisciotte – LA FRANCIA AFFERMA CHE I BOMBARDAMENTI NATO HANNO FALLITO.

DI FRANKLIN LAMB
Activist Post

Una delle barzellette sentite questa settimana all’affollato raduno dopo la preghiera del venerdì a favore del governo in Green Square (nella maggior parte degli altri paesi arabi i venerdì sono giorni di rabbia contro il governo du jour, ma in Libia le preghiere del Venerdì sono seguite da massicce manifestazioni pro-Gheddafi a cui ha partecipato due settimane fa quasi il 65% della popolazione di Tripoli) è su come ogni mattina il leader libico, dopo le preghiere Fajr mattutine, indossi la sua alta uniforme, con quelle spalline enormi, e saluti la piccola bandiera della NATO che incolla allo specchio del bagno, mentre si muove da un luogo all’altro schivando i droni della NATO e gli assassini.

“Il nostro leader fa questo”, una signorina mi ha informato prima con un gran sorriso e poi sempre più grave, “perché i bombardamenti NATO di civili libici, che l’asse Stati Uniti/NATO sostiene sia Gheddafi a fare, hanno mandato la sua popolarità alle stelle nella nostra popolazione tribale, orgogliosa e nazionalista. Io ne sono un esempio. Sì, certamente abbiamo bisogno di nuova linfa e riforme che attendiamo da tempo da parte del nostro governo. Quale paese non ne ha bisogno? Ma prima dobbiamo sconfiggere gli invasori della NATO e poi saremo in grado di risolvere i nostri problemi tra le nostre tribù, tra cui i cosiddetti “ribelli NATO”.

 

Dall’inizio dell’operazione NATO (il 31 marzo 2011), l’alleanza ha condotto quasi 15.000 sortite, tra cui circa 6.000 missioni di bombardamento in base alle informazioni dell’ufficio stampa della NATO a Napoli in Italia (oup.media @ gmail.com). Gli attacchi più recenti del 9 luglio hanno riguardato 112 sortite e 48 attacchi con bombe/missili, una cosa nella norma.

 

Le due Ambasciate più attive in ​​Libia in questi giorni sono quella russa e quella cinese. Il 25 febbraio, secondo il personale dell’Ambasciata bulgara che è stato erroneamente accusato di gestire attualmente i servizi consolari degli Stati Uniti (mentre sembra che nessuno lo stia facendo qui in Libia), l’Ambasciata statunitense ha essenzialmente ordinato a tutte le Ambasciate UE e NATO di prendere bagagli e burattini e raggiungere i loro aerei charter e le loro imbarcazioni. I funzionari libici raccontano ai visitatori di essere rimasti scioccati dal loro rapido esodo .”Non hanno nemmeno detto addio. Improvvisamente erano sulla strada per l’aeroporto”, ha detto il ministro degli Esteri durante una riunione la scorsa settimana. Le leadership russa e cinese sono diventate sempre più critiche rispetto alle azioni della NATO in Libia e ora stanno fermamente chiedendo un cessate il fuoco immediato e permanente. Alcuni cinici qui sottolineano che questi paesi, a differenza della NATO, sanno esattamente cosa stanno facendo, ossia hanno la consapevolezza di avere ottime possibilità di ottenere molti miliardi di dollari in contratti lucrativi, e che ogni funzionario intervistato ha giurato che non un dinaro libico andrà mai più a qualsiasi paese della NATO, una volta respinto, finalmente, il loro attacco. È in parte questa presa di coscienza del “tutto o niente”, che mantiene gli Stati Uniti e la sua potente risorsa militare, la NATO, concentrati sull’assassinare il colonnello Gheddafi e spezzare la sua base di appoggio civile. Se Gheddafi vive, la NATO perde e così gli attuali maggiori fornitori dell’industria petrolifera, che si dice stiano diventando depressi nel vedere tutti gli uomini d’affari russi e cinesi che arrivano in Libia.

 

La Nato, fonti diplomatiche e del Congresso confermano che l’amministrazione Obama ha sbagliato terribilmente a pensare che il regime libico sarebbe crollato “in pochi giorni, non settimane”, come Obama ha assicurato il pubblico americano che deve sborsare a fatica la cifra stimata di 5 miliardi di dollari attraverso il bilancio del 31 luglio 2011. L’eclatante errore di calcolo di Obama potrebbe costargli la presidenza se non lo fa l’economia. Come ha commentato uno studente dell’Università Al Fatah di Tripoli: “Quello che il vostro governo americano ha fatto nella regione per autodistruggersi dall’11 settembre è incredibile per i libici. Ora ci venite a combattere? Perché? Avevate già tutto il ​​nostro petrolio a prezzi stracciati, abbiamo stupidamente messo i nostri fondi sovrani nelle banche degli Stati Uniti e non abbiamo nemmeno infastidito molto Israele. Ogni giorno che la Nato bombarda, uccide sempre più civili libici. Abbiamo sacrificato quasi un terzo della nostra popolazione o più di un milione di nostri fratelli e sorelle per espellere gli italiani settant’anni fa. Nessuno nel vostro governo studia la storia? Noi non siamo del Bahrein o siriani. Siamo armati e useremo le nostre armi. Tra gli errori che la nostra leadership ha fatto, uno dei peggiori, è aver creduto agli accordi che abbiamo fatto con gli Stati Uniti nel 2004. Gli iraniani e i nordcoreani ridono di noi per esserci fidati di voi e aver rinunciato ai nostri programmi nucleari e per le armi biologiche. Credetemi cari, se Gheddafi lascia il potere ne sentirete la mancanza, perché il popolo libico sarà più duro contro i vostri progetti di quello che lui è stato. “Domenica 10 luglio la Francia si è apparentemente alleata con la Russia e la Cina per chiedere alla NATO di fermare immediatamente i suoi bombardamenti controproducenti e controintuitivi, in quanto sempre più paesi sono teatro di manifestazioni pubbliche contro le azioni della NATO in Libia. Il ministro francese della Difesa, Gérard Longuet, ha dichiarato a Parigi che era giunto il momento per i fedelissimi di Gheddafi – che la Francia riconosce stiano rapidamente aumentando di numero – e i ribelli libici “di sedersi intorno a un tavolo per raggiungere un compromesso politico”, perché “non si può arrivare a una soluzione con la forza.” La NATO e l’amministrazione Obama non possono avere nessuna parte in alcun dialogo, perché loro sarebbero i maggiori sconfitti se la pace sopraggiungesse in Libia senza che Gheddafi lasci il potere.

 

Non appena il ministro francese della Difesa aveva parlato il 12 luglio, riflettendo anche il punto di vista dei militari britannici e italiani, il Dipartimento di Stato americano ha emesso un comunicato insistendo che “gli Stati Uniti manterranno i loro sforzi come parte di una coalizione NATO per rafforzare la no-fly zone in Libia, autorizzata dal Consiglio di sicurezza dell’ONU, progettata per proteggere i civili sotto la minaccia di attacco.” Il portavoce non ha menzionato che la no-fly zone è stata raggiunta lo scorso marzo in 48 ore e che nessun aereo libico ha volato da allora. Missione compiuta 100 giorni fa. Hillary Clinton ha ripetuto le sue prime parole, “I nostri sforzi in Libia hanno bisogno di tempo, ma non ci sono dubbi sul fatto che la pressione politica, militare ed economica su Gheddafi continua a crescere. Gli alleati continueranno ad aumentare questa pressione fino a quando il popolo libico non sarà al sicuro, i loro bisogni umanitari soddisfatti, e una transizione di potere non sarà in pieno svolgimento.”

 

E così continua. Il 9 luglio, la NATO ha comunicato che i suoi aerei avevano effettuato un altro “attacco di precisione su una base pro-Gheddafi di missili vicino Tawurgha, a sud di Misurata. Secondo il suo ufficio stampa, “sono state condotte per un periodo di tempo l’intelligence, la sorveglianza e la ricognizione della NATO per accertare l’uso militare del sito. È stato confermato essere stato utilizzato per lanciare attacchi indiscriminati contro i civili libici nella zona, oltre ad essere un’area di gestione temporanea degli abitanti pro-Gheddafi del villaggio, compresa la pianificazione di attacchi di forze ribelli vicino al porto e alla città di Misurata.” Il mattino seguente, 10 luglio, gli abitanti del luogo hanno negato che la struttura praticasse una qualsiasi attività militare nel suo perimetro e un esame degli edifici agricoli non è riuscito a scoprirne alcuna.

 

La NATO è continuamente martellata dalle critiche, anche durante le sue conferenze stampa, in particolare da giornalisti di gruppi come il Jane’s Defense Weekly, che sanno una cosa o due riguardo le armi e la guerra. La scorsa settimana il Jane’s ha ridicolizzato il comandante della NATO che sosteneva che vedere antenne paraboliche sui tetti fosse la prova che un particolare sito fosse un “Centro di Comando e Controllo.” Il Jane’s ha trovato stupida tale affermazione. Fonti del Congresso hanno chiesto risposte da parte della NATO, anche sull’incidenza della morti dei civili causate dalle bombe e dai missili della NATO (70% dei quali sono forniti dagli americani, sollevando gravi questioni giuridiche e politiche in base all’Arms Export Control Act del 1976) e che sono state trasmesse da un membro dello staff del Congresso di collegamento NATO per un commento. I casi esatti inviati alla NATO dal Congresso degli Stati Uniti segnalano quanto segue con la richiesta di una spiegazione:

 

  1. Il 13 maggio 2011, una delegazione pacifica di leader religiosi musulmani arrivati ​​a Brega per cercare un dialogo con i colleghi sceicchi dell’est della Libia, è stata bombardata alle ore 01:00 nella loro pensione da due bombe statunitensi MK 82. Undici degli sceicchi sono stati uccisi all’istante e quattordici sono rimasti gravemente feriti. La NATO ha affermato che l’edificio ospitava un “Centro di Comando e Controllo”. Tutti i testimoni e il proprietario dell’hotel hanno negato con veemenza questa affermazione.
  2. Durante la mattina presto del 20 giugno 2011, otto missili e bombe Usa in dotazione alla NATO sono state scagliate sulla casa di Khaled Al-Hamedi e dei suoi genitori e la sua famiglia. Quindici tra i membri della famiglia e gli amici sono stati uccisi, anche la moglie incinta di Khaled, sua sorella e tre dei suoi figli. La NATO ha detto che ha bombardato la casa perché si trattava di un’installazione militare. Testimoni, vicini e osservatori indipendenti negano ci sia mai stata alcuna installazione o presenza militare delle truppe sulla proprietà.
  3. Alla fine di giugno 2011, sulla strada principale ad ovest di Tripoli, un autobus di linea con dodici passeggeri è stato colpito da un missile TOW che ha ucciso tutti i passeggeri. La NATO ha affermato che gli autobus pubblici sono utilizzati per il trasporto di personale militare. Osservatori stranieri, compreso il sottoscritto, unanimemente asseriscono che non hanno visto personale militare a Tripoli, tra cui carri armati, APC o attrezzature militari.
  4. Il 6 giugno 2011, alle ore 2:30 il complesso centrale amministrativo del Comitato Superiore per i Bambini, nel centro di Tripoli, a due isolati dall’hotel del sottoscritto, è stato bombardato con un totale di 12 bombe/missili. Il complesso ospitava il centro Nazionale per la Sindrome di Down con i registri e l’ufficio statistico, la Fondazione delle Donne Menomate, il Centro dei Bambini Menomati e il Centro Nazionale per la Ricerca sul Diabete.
  5. Il 16 giugno 2011 alle ore 05:00, la NATO ha bombardato un albergo privato nel centro di Tripoli, uccidendo tre persone e distruggendo un ristorante e il Shisha smoking bar.

 

La risposta della NATO è stata quella di ringraziare l’ufficio del Congresso per le informazioni “interessanti” e poi di spiegare, come la NATO di recente ha fatto fino alla nausea, che “utilizzando siti civili per scopi militari, il regime di Gheddafi ha ancora una volta dimostrato un totale disprezzo per il benessere dei civili libici.”

 

La risposta della NATO è proseguita: “Chiaramente, la questione principale per la NATO sono le accuse per le vittime civili, ma è importante inserire quelle accuse nel contesto della missione della NATO. La morte di ogni civile è una tragedia. Ovviamente, più di quanto ci piacerebbe constatare, a volte, a causa di un guasto tecnico, una delle nostre armi non colpisce il bersaglio militare. Deploriamo profondamente questi tragici incidenti e abbiamo sempre espresso le condoglianze della NATO alle famiglie di tutti coloro che possano essere stati coinvolti.”

 

La risposta della NATO reitera la sua posizione: “Quando la NATO sarà convinta di aver causato vittime civili lo dirà e lo farà nel più breve tempo possibile, visto che siamo in grado di stabilire i fatti. Se guardate le nostre statistiche dopo quasi 15.000 sortite e quasi 5.000 attacchi armati, si può vedere abbiamo prestato la massima attenzione per evitare vittime civili e continueremo a farlo. Infine, lasciatemi assicurare il vostro ufficio che la nostra missione è pienamente conforme alla Risoluzione del 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e che rimane nei nostri compiti l’utilizzare tutti i mezzi necessari per prevenire gli attacchi e la minaccia di attacco contro i civili e le aree popolate da civili”. Mentre cresce la pressione internazionale sulla Casa Bianca per la sospensione della campagna di bombardamenti NATO, varie proposte vengono discusse in seno all’Unione Africana, l’Ambasciata russa e cinese, e anche tra i “ribelli NATO” e i rappresentanti del governo libico a Tripoli. Un possibile scenario potrebbe essere che la Libia offra alla NATO e a Obama una foglia di fico che includa il ritiro del colonnello Gheddafi “nella sua tenda a scrivere e riflettere”, mentre il dialogo si svolge tra il popolo libico, incluse le tribù e i 600 e più Congressi Popolari, cui naturalmente dovrebbe essere consentito di avere luogo, come il membro del Congresso Dennis Kucinich ed altri insistevano accadesse nello scorso febbraio 2011, prima che la NATO invadesse.

 

*********************************************Franklin P. Lamb, LLM, direttore dell’Americans Concerned for Middle East Peace

 

Fonte: http://www.activistpost.com/2011/07/france-says-nato-bombing-has-failed.html

 

11.07.2011

 

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di FEY

Perchè siamo in Afghanistan – Massimo Fini- Blog di Beppe Grillo

Fonte: Perchè siamo in Afghanistan – Massimo Fini- Blog di Beppe Grillo.

I militari italiani vengono mandati al macello in Afghanistan mentre gli americani trattano l’uscita con gli emissari del mullah Omar. Ieri è morto il quarantesimo soldato, Roberto Marchini, di 28 anni, geniere-paracadutista della Folgore, ucciso da un ordigno. Frattini, l’happy hour fatta ministro, ha detto “È una nuova tragedia che ovviamente non diminuisce l’impegno dell’Italia“. Quale impegno? Contro chi combattiamo? Contro il popolo afgano? I talebani hanno il controllo dell’80% del Paese e il favore della popolazione. Gli afgani, come spiega Massimo Fini nel suo libro “Il mullah Omar“, vogliono una cosa sola, che gli Stati Uniti e i suoi alleati Nato se ne vadano. I bombardamenti degli Alleati hanno causato 60.000 morti civili. La guerra iniziò quando Omar si rifiutò di consegnare agli americani Bin Laden in mancanza di prove, questa fu la scusa, in realtà, come spiega Fini, l’attacco era previsto da prima delle Torri Gemelle. I talebani avevano cancellato il traffico di droga che è rifiorito dopo l’occupazione militare. Dobbiamo tornare a casa, non c’è una sola ragione per rimanere. Ogni nuovo morto è un morto di Stato.

Intervista a Massimo Fini, giornalista e autore :

Una guerra inutile
Blog: Perchè siamo in Afghanistan?
Massimo Fini: Siamo in Afghanistan per la semplice ragione che siamo servi degli americani, ma la cosa curiosa è che neanche gli americani hanno più un vero interesse a stare in Afghanistan perché non si può sostenere che in Afghanistan si sta combattendo il terrorismo, perché terroristi internazionali non ci sono in Afghanistan. la stessa Cia ha calcolato che su 50 mila combattenti solo 359 sono stranieri e sono ceceni, turchi, non quelli che hanno in testa la Jihad universale.I nostri governanti sono ancora più realisti del re perché continuano a sostenere che bisogna rimanere in Afghanistan, nel momento in cui gli americani stanno facendo trattative con i talebani per venire via, solo La Russa e Frattini chiamano questi ancora terroristi, Pentagono e Cia li chiamo insorti, quali sono effettivamente.
Blog: Mentre i nostri soldati stanno morendo, gli americani stanno trattando con
i talebani?
Massimo Fini: Sì, anche perché non possono rimanere in Afghanistan più a lungo perché spendono cifre, in un momento di crisi economica come questo
Blog: Perchè Obama ha deciso di rafforzare la presenza militare in Afghanistan ?
Massimo Fini: Secondo me ci sono state molte illusioni su questo pseudo nero, pseudo democratico, in realtà lui sta seguendo esattamente la politica di Bush. Infatti ha mandato 30 mila uomini in più in Afghanistan, solo che non riescono in alcun modo non dico a vincerla questa guerra, ma neanche a contenerla, perché i talebani hanno riconquistato l’80% del territorio, per cui è una presenza che è del tutto inutile, oltretutto anche loro perdono degli uomini, ne hanno persi mi pare fino a 1.400 le vittime americane, la stragrande maggioranza della popolazione vuole una sola cosa, che gli stranieri se ne vadano, lo vogliono anche le donne, questi 10 anni di guerra, hanno causato 60 mila morti civili, di cui la maggioranza secondo un rapporto ONU del 2009 è stata causata dai bombardamenti della Nato. Storicamente gli afgani non hanno mai tollerato gli stranieri, hanno cacciato gli inglesi nell’800, hanno cacciato i sovietici 20 anni fa e adesso cacceranno anche questi!
Blog: Nel tuo libro affermi che l’invasione americana è ancora peggiore di quella sovietica…
Massimo Fini: Sì perché i sovietici fecero grandi distruzioni materiali, gli occidentali hanno fatto grandi distruzioni materiali ma in più con la pretesa di introdurre lì la nostra mentalità, la nostra economia, il nostro modo di vedere il mondo, hanno distrutto l’economia afgana, la socialità afgana e in parte hanno distrutto anche la loro moralità. Ashraf Ghani che è un medico afgano, che ha fatto il dottorato alla Columbia University, ha insegnato alla John Hopkins e era il terzo candidato di quelle elezioni, peraltro false del 2009, quindi non è assolutamente sospettabile di simpatie talebane, ha detto: “Nel 2001 eravamo poveri, ma avevamo una nostra moralità, questo profluvio di dollari ha distrutto la nostra integrità”, quindi sono danni che vanno oltre le cose materiali, Kabul all’epoca talebana aveva 1.200.000 abitanti, oggi ne ha 5,5. La disoccupazione all’epoca talebana era l’8%, adesso al 40%, in alcune regioni del paese è all’80%, l’artigianato locale è stato distrutto dall’arrivo di costoro. Per dire una cosa divertente, i burka adesso non li fanno più le famiglie afgane, ma i cinesi, la famiglia afgana faceva un burka in un giorno, questi ne fanno 30 in un giorno. Poi questo continuo tentativo di corruzione con il denaro, anche adesso che ci sono le trattative, ma uno dei tentativi è di pagarli in qualche modo. Questi non li paghi, i talebani non è gente che si fa pagare, è gente che ha in testa una sua ideologia o ideale fortissimo. Oltre l’idea principale di cacciare gli stranieri e ci sono mille episodi che dicono che non li compri con il denaro. Per esempio quando gli americani invadono l’Afghanistan, con l’aiuto delle Alleanze del Nord, perché altrimenti non ce l’avrebbero mai fatta, quindi il Mullah è costretto a fuggire, si rifugia da un capo tribale che si chiama Valid, arrivano i Marines sulla sua testa c’è una taglia di 25 milioni di dollari, i Marines chiedono la consegna del latitante, di Omar. Valid fa solo finta di trattare 2 giorni, per consentire al Mullah Omar di guadagnare terreno sugli inseguitori. Con 25 milioni di dollari da quelle parti compri tutta l’Afghanistan e un po’ di Pakistan, però non sono bastati per corromperlo. C’è un altro che è preso prigioniero, uno tra l’altro che non è un cuor di leone, Zaef allora pensano gli americani che da lui otterranno informazioni utili su dove è Omar, prima gli fanno il trattamento a Guantanamo, poi gli fanno le torture vere e proprie, poi gli propongono la libertà e un mucchio di soldi e quello risponde “Non c’è prezzo per la vita di un amico, di un compagno di battaglia”, capisci che è una mentalità completamente diversa, qui per quanto ci si vende? Non parlo delle escort, che sono sciocchezze, per quanto ci si vende nella vita sociale e civile in questo Paese? E’ gente che ha ancora un fortissimo senso della propria dignità.

La guerra e la droga
Blog: Il Mullah Omar riesce a proibire la coltivazione di oppio in Afghanistan, poi arrivano gli americani…cosa succede?
Massimo Fini: Quando il Mullah proibisce la coltivazione del papavero, la produzione oppio cade quasi a zero, dopo è successo che sono ritornate le grandi organizzazioni internazionali, criminali di trafficanti di stupefacenti che sono a loro volta collegate con insospettabili classi dirigenti di paesi altrettanto insospettabili. Quindi oggi l’Afghanistan produce il 93% dell’oppio mondiale. Per capire la storia afgana, e anche la storia talebana, bisogna fare un piccolo passo indietro e cioè capire perché i talebani si sono fermati. Quando si sono fermati, perché quando l’Unione Sovietica si ritira, rimane un vuoto di potere e i grandi comandanti militari che avevano sconfitto il colosso sovietico, c’è tra di loro una feroce guerra civile per conquistare il potere e agiscono nel più pieno arbitrio, taglieggiano, borseggiano, stuprano, ammazzano, vessano in ogni modo la popolazione, cacciano dalle case gli abitanti e ci mettono i loro seguaci. ll movimento talebano nasce come reazione a questo stato di cose, nasce per l’iniziativa letteralmente di 4 ragazzi che hanno combattuto i sovietici, che in quel momento hanno 26/27 anni, giovanissimi, uno Omar l’altro si chiama Gaus, un altro Hassan, un altro Rabbani, i quali decidono che bisogna reagire, non sanno come fare, capiterà che proprio nel paese di Omar vengono rapiti due ragazze da uno di questi boss e le porta nelle basi militari per poterle stuprare a suo piacimento insieme ai suoi uomini. Omar con altri 30 “enfant de pays“, armati con 16 vecchi fucili, va sul posto, libera le ragazze, sconfigge i banditi e fa impiccare il capo della banda alla cisterna della piazza del paese. Succederanno un altro paio di episodi di questo genere e allora la gente che viene oppressa, vessata da questi prepotenti che sono diventati in realtà delle bande mafiose, si rivolge a lui per avere giustizia. Piano, piano si aggiungeranno ragazzi delle madrasse, degli studenti delle scuole coraniche che si chiamano Talib e loro decideranno di chiamarsi talebani e nonostante siano militarmente inferiori perché quegli altri hanno molta più esperienza e hanno più armi, riescono a sconfiggere i signori della guerra, nel giro di due anni perché hanno l’appoggio della popolazione che non ne può più di quegli abusi e di quelle vessazioni. Infatti quando arrivano a Kabul sono accolti con grande favore dalla popolazione. Questa è la premessa che se non si capisce da dove saltino fuori, come mai si fa grande confusione, si pensa che i talebani siano nati quando c’erano i sovietici, no, sono nati dopo e a causa proprio del fatto che l’Unione Sovietica aveva lasciato un vuoto di potere. Sono nati contro i signori della guerra che hanno sconfitto e cacciato dal Paese e hanno riportato l’ordine e la legge in Afghanistan, una dura legge la sharia, peraltro non lontana, perlomeno nella vasta componente rurale, dalla mentalità di quella gente che comunque la preferiva all’arbitrio. In quell’Afghanistan, chiunque c’è stato lo può dire, c’era sicurezza, non c’era corruzione, bisognava rispettare la legge, quella legge e poi da un certo momento in poi, dal 2000 non ci sarà più neanche il traffico di droga, loro vanno molto per le spicce, quando li prendono li impiccano. La guerra l’hanno fatta gli altri, prima i sovietici e adesso gli occidentali, gli unici sei anni di pace, sia pure relativa, sono stati quelli talebani.
Il Mullah Omar ha già vinto la guerra
Blog:
Perchè gli americani hanno dichiarato guerra all’ Afghanistan e l’hanno occupato?
Massimo Fini: I progetti di occupare l’Afghanistan e l’Iraq per la verità, queste sono rivelazioni del Washington Post e del New York Times, c’erano già prima delle Torri Gemelle. Le Torri Gemelle hanno dato naturalmente una spinta. In Afghanistan c’era Bin Laden sulla cui figura sospendo il giudizio, non si sa bene chi sia Bin Laden e questo gli ha dato il permesso di invadere l’Afghanistan che volevano conquistare soprattutto oltre che per ragioni geopolitiche solite che poi sono quelle che hanno sempre messo in mezzo questo paese,c’era un enorme gasdotto che doveva attraversare tutto l’Afghanistan dal Turkmenistan al Pakistan quindi era un affare colossale di miliardi in cui era interessata una multinazionale americana Unocal in cui erano dentro mezza amministrazione americana, quella precedente. I rapporti tra il Mullah Omar e gli americani si incrinano, ma all’inizio erano stati buoni, Omar non era un antioccidentale pregiudiziale, tanto meno un antiamericano, aveva una certa simpatia perché gli americani li avevano aiutati a liberarsi dai sovietici, ma quando decide di affidare questo gasdotto non alla Unocal americana, ma alla Bridas argentina diretta da un italiano tra l’altro, Carlo Burgaroni, perché prende questa decisione? Ci sono due fattori, uno minore, che gli italo – argentini ci sanno fare, vanno lì, prendono il tè, stanno ore… fanno quelle ritualità che a quel tipo di popolo piace molto, ma la ragione maggiore è che Omar si rende conto che l’Unocal non è semplicemente una multinazionale, ma è legata a filo doppio al Dipartimento di Stato che quindi quello è il modo degli americani per mettere il cappello sull’ Afghanistan e siccome lui è un nazionalista come per la verità tutti gli afgani, questa cosa non la può tollerare.improvvisamente si scopre che la sharia limita il lavoro delle donne, limita la scolarità delle donne, cosa che poi non è vera neanche nei termini estremi in cui è stata riferita, è vera solo in parte e quindi comincerà una campagna a tambur battente alla fine della quale ci fosse stato o non ci fosse stato l’11 settembre, ci sarebbe stata l’invasione.
Blog: Riusciranno a vincere la guerra?
Massimo Fini: Non possono vincere la guerra, l’hanno già persa, questi malissimo armati hanno riconquistato in 6, 7 anni l’80% del territorio, queste sono stime Usa, quindi al di là di ogni sospetto, quindi possono controllare le città, perché le disparità di armamenti è tale che i talebani non possono prendere Kabul, qui è una situazione di stallo, che gioca tutta a favore degli insorti che hanno da parte loro il tempo.
Blog: Come finirà?
Massimo Fini:– Questo è molto difficile dirlo, adesso ci sono queste trattative con il Mullah Omar. Per quello che ne so io il Mullah pone come pre condizione necessaria che tutte le truppe straniere se ne vadano, credo sia disposto a concedere ispezioni ONU che controllino che non ci sono ulteriori campi di terroristi etc., un po’ come gli iraniani, e forse un ammorbidimento della legge coranica, più in là non va. Non ha combattuto 30 dei suoi 49 anni di vita per farsi imporre una pax americana, gli stranieri se ne devono andare, del resto questo è il sentimento di tutta la popolazione, quindi questa è una delle ipotesi. L’altra ipotesi è che si metta d’accordo con Karzai in due sensi, se Karzai se vanno via le truppe straniere cade in 24 ore, dice: “Tu sei il Presidente democraticamente eletto, allora chiedi tu che se ne vadano le truppe straniere e voglio vedere cosa ti rispondono”. L’altra cosa che gli ha detto è: “Combatti con noi così ti riscatti da 10 anni di collaborazionismo con gli occupanti“. Quindi sono trattative su due piani: americani – Mullah Omar; Mullah Omar – Karzai, nessuna dovesse andare in porto loro continueranno a combattere fino a logorare completamente le truppe occupanti.

I costi umani delle guerre USA contro il terrore | STAMPA LIBERA

Fonte: I costi umani delle guerre USA contro il terrore | STAMPA LIBERA.

La guerra globale contro il terrorismo scatenata dall’amministrazione degli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001 ha causato sino ad oggi la morte di circa 258.000 persone. La stima – “estremamente prudente” – è stata fatta dalla Brown University di Rhode Island, una delle più antiche università USA (è stata fondata nel 1764) che ha valutato i costi umani e finanziari dei conflitti in Afghanistan ed Iraq e delle cosiddette “campagne contro il terrorismo” del Pentagono e della Cia in Pakistan e Yemen.

“Alle vittime dirette dei conflitti vanno aggiunte le morti causate indirettamente dalla perdita delle fonti di acqua potabile e delle cure mediche e dalla malnutrizione”, spiegano i ricercatori della Brown University. Come avviene ormai in tutti gli scenari di guerra sono sempre i civili a subire le perdite maggiori in vite umane: 172.000 tra donne, bambini, anziani e uomini non combattenti assassinati, 125.000 in Iraq, 12.000 in Afghanistan e 35.000 in Pakistan, a riprova che è proprio quest’ultimo paese asiatico al centro di un’escalation militare volutamente tenuta segreta dall’amministrazione Obama e dai principali media internazionali.
“Ancora più difficile è conoscere il numero dei morti tra gli insorti”, aggiunge lo studio della Brown University, “anche se le stime si attestano tra le 20.000 e le 51.000 persone. Il numero dei militari uccisi è invece di 31.741 e include circa 6.000 soldati statunitensi, 1.200 militari delle truppe alleate, 9.900 iracheni, 8.800 afgani, 3.500 pakistani e 2.300 contractor privati”. Il rapporto denuncia che dallo scoppio della guerra “globale e permanente contro il terrorismo” sono scomparsi 168 giornalisti e 266 tra volontari, cooperanti e operatori umanitari. “Le guerre hanno inoltre prodotto un flusso massiccio di rifugiati e sfollati, più di 7,8 milioni di persone, la maggior parte dei quali in Iraq ed Afghanistan”, scrivono i ricercatori. “Si tratta di un numero corrispondente all’intera popolazione del Connecticut e del Kentucky”.

Sconvolgente pure l’entità delle risorse finanziarie dilapidate dalle forze amate degli Stati Uniti d’America nella loro “caccia” ai presunti strateghi dell’attacco dell’11 settembre. “I costi delle guerre possono essere stimati tra i 3.700 e i 4.400 miliardi di dollari, pari ad un quarto del debito pubblico odierno e molto di più di quanto speso nel corso della Seconda guerra mondiale”, spiega il rapporto della Brown University. “Si tratta di cifre notevolmente più alte di quelle fornite dal Pentagono e dall’amministrazione USA (1.300 miliardi di dollari), in quanto si sono considerate nello studio anche altre spese generate dalle guere, come ad esempio quelle previste sino al 2051 per i veterani feriti, quelle effettuate dal Dipartimento per la Sicurezza Interna contro le minacce terroristiche e i fondi direttamente relazionati con i conflitti del Dipartimento di Stato e dell’Agenzia per lo sviluppo internazionale Usaid”. Secondo i ricercatori del prestigioso centro universitario di Rhode Island, “il governo statunitense sta affrontando la guerra sottostimandone la potenziale durata e gli insostenibili costi mentre sopravvaluta gli obiettivi politici che possono essere raggiunti con l’uso della forza bruta”. I circa 4.400 miliardi di dollari spesi sino ad oggi sono certamente del tutto sproporzionati ai costi dell’attentato dell’11 settembre e ai suoi danni economici. “I diciannove attentatori più gli altri sostenitori di al Qaeda hanno speso tra i 400.000 e i 500.000 dollari per gli attacchi aerei che hanno causato la morte di 2.995 persone e tra i 50 e i 100 miliardi di dollari di danni. Per ogni persona uccisa l’11 settembre ne sono state assassinate da allora 73”.

Nel terribile bilancio sulle vite umane sacrificate e sulle risorse finanziarie sperperate con le guerre USA del XXI secolo non sono ovviamente contemplati i costi del conflitto scatenato in questi mesi contro la Libia. Tra bombe, missili Tomahawk all’uranio impoverito e carburante, solo il primo giorno dell’operazione Alba dell’odissea sarebbe costato agli Stati Uniti d’America qualcosa come 68 milioni di euro. Stando al Pentagono, le prime due settimane d’intervento militare contro Gheddafi sono costate 608 milioni di dollari, senza includere i salari dei militari e i costi operativi delle unità aeree e navali distaccate nell’area mediterranea precedentemente allo scoppio delle operazioni belliche. Per il segretario all’aeronautica militare, Michael Donley, le attività di volo dei 50 cacciabombardieri e dei 40 velivoli di supporto impegnati e le munizioni utilizzate contro la Libia comportano una spesa di circa 4 milioni di dollari al giorno. Venticinque milioni di dollari è invece il valore dell’“assistenza non letale” concessa dall’amministrazione Obama il 20 aprile scorso ai ribelli del Transitional National Council di Bengasi. Si tratta in buona parte di “apparecchiature mediche, uniformi, stivali, tende, equipaggiamento per la protezione personale, radio e cibo in polvere”, ma Washington non ha escluso l’invio di armi e munizioni in buona parte stoccate nei depositi e magazzini della grande base di Camp Darby in Toscana.

Le folli spese di guerra dell’amministrazione Obama – Cadoinpiedi

Fonte: Le folli spese di guerra dell’amministrazione Obama – Cadoinpiedi.

di Antonio Mazzeo12 Luglio 2011

Obama prepara una finanziaria “lacrime e sangue” per ridurre il debito. Ma le spese militari non si toccano, anzi…

L’amministrazione degli Stati Uniti d’America sfida l’opposizione repubblicana e una parte del Partito democratico e annuncia per il 2012 una manovra finanziaria “lacrime e sangue” per ridure lo spaventoso debito pubblico di oltre 14.000 miliardi di dollari. All’orizzonte si profilano nuove tasse sui consumi e tagli alla spesa sociale e sanitaria per 4.000 miliardi ma il complesso militare industriale e i signori del Pentagono potranno comunque dormire sogni tranquilli. Il Congresso, infatti, con 336 voti favorevoli e 87 contrari, ha varato per il prossimo anno un bilancio della difesa record: 649 miliardi di dollari in nuove armi e missioni di guerra, 8,9 miliardi in meno di quanto aveva richiesto il presidente Obama ma 17 miliardi in più di quanto previsto nel budget 2011. Restano fuori dalla difesa perché computate sotto altre voci del bilancio federale, le spese per la cosiddetta “sicurezza nazionale“, quelle per la ricerca e la sperimentazione di nuovi strumenti bellici e quelle per la realizzazione di installazioni militari nazionali e d’oltremare, per le abitazioni da assegnare al personale o per la produzione degli ordigni nucleari destinati ai cacciabombardieri strategici o ai missili a medio e lungo raggio imbarcati nei sottomarini.

Anche se il Congresso ha confermato in buona sostanza il piano finanziario approntato dal Dipartimento della difesa, sono stati approvati una serie di emendamenti che comportano il trasferimento di risorse da un programma militare all’altro, la cancellazione di alcuni progetti “chiave” del Pentagono e l’acquisizione di sistemi d’arma non richiesti dai militari ma offerti dalle generose e potenti lobby dei fabbricanti. I congressisti hanno decretato un incremento medio dell’1,6% degli stipendi del personale militare e delle spese per l’acquisto di unità navali, aerei da combattimento e velivoli da trasporto C-17, concedendo fondi straordinari per lo sviluppo dei bombardieri B-1 e di un nuovo prototipo di bombardiere strategico dell’US Air Force. Di contro, sono stati tagliati i programmi per alcuni aerei senza pilota, 114 milioni di dollari in meno per l’UAV MQ-9 “Reaper”, protagonista dei sanguinosi raid contro obiettivi civili e militari in Afghanistan e Pakistan e 115 milioni in meno per l’UAV MQ-8B “Fire Scout” della US Navy. Altro rilevante taglio è stato decretato al programma di acquisizione di un nuovo velivolo da guerra terrestre (Ground Combat Vehicle), mentre aumenta di 272 milioni l’importo destinato all’aggiornamento del carro armato M1A2 “Abrams” dell’US Army. Pienamente esaudite invece le richieste del Pentagono di finanziamento dei nuovi cacciabombarideri F-35, di una nuova classe di sottomarini nucleari dotati di missili balistici e dei velivoli per il pattugliamento marittimo P-8 (destinati in parte alla base siciliana di Sigonella).

Un “premio extra” di 335 milioni di dollari è stato concesso inoltre per l’acquisto di due satelliti del Wideband Global System, il sistema di telecomunicazioni satellitari che il Dipartimento della difesa sta sviluppando in cooperazione con le forze armate australiane (complessivamente il sistema assorbirà nel 2012 investimenti per 804 milioni di dollari). Inatteso stop invece al programma trilaterale Stati Uniti-Germania-Italia per la sostituzione dei missili Partiot e Nike Hercules con un nuovo sistema di “difesa anti-aerea e anti-missilili” denominato Medium Extended Air Defense System (MEADS).Il Congresso ha decurtato di 149 milioni di dollari l’apporto USA alla joint venture produttrice con sede ad Orlando (Florida) e composta dal colosso statunitense Lockheed Martin, dalla società tedesca Lenkflugkorpersysteme e da MBDA Missile Systems, consorzio europeo di cui l’italiana Finmeccanica detiene il 25% del capitale. Il programma MEADS, avviato nel maggio 2005, prevede investimenti finanziari per oltre 3,4 miliardi di dollari. Affari d’oro invece per le società impegnate nella realizzazione del sistema missilistico e “anti-aereo” Iron Dome: per il 2012 il Congresso ha infatti approvato una spesa di 205 milioni di dollari a favore del programma di sviluppo che vede insieme Stati Uniti d’America e Israele.

Centosettanta miliardi di dollari vengono destinati infine alle operazioni all’estero delle forze armate USA (4 miliardi in più del 2011), 119 dei quali per le guerre in Iraq, Afghanistan e Pakistan. Al Pentagono andranno inoltre 11,6 miliardi per l’addestramento delle forze armate afghane, 1,5 miliardi per quello delle forze di sicurezza irachene e 75 milioni di dollari per la formazione e l’equipaggiamento delle forze “anti-terorismo” yemenite. Poco chiaro invece quanto accadrà sul fronte libico. Anche se nessuno degli emendamenti approvati impone all’amministrazione Obama la revisione delle modalità d’intervento a fianco della coalizione dei volenterosi a guida NATO, la maggioranza dei congressisti ha chiesto al Dipartimento della difesa di “non utilizzare fondi per fornire equipaggiamento militare, addestramento o consulenze a favore di gruppi o singoli impegnati in attività all’interno o contro la Libia”. Il 20 aprile scorso, tuttavia, Washington ha concesso ai ribelli del Transitional National Council 25 milioni di dollari in “equipaggiamenti non letali” (apparecchiature mediche, uniformi, stivali, tende, impianti radio e molto probabilmente armi leggere) e altri 53 milioni in non meglio specificati “aiuti umanitari” a favore del popolo libico.

Secondo un recente studio pubblicato dall’Eisenhower Research Project della Brown University di Rhode Island, dall’11 settembre 2001 ad oggi le forze armate statunitensi hanno speso 4.400 miliardi di dollari per le operazioni in Afghanistan, Iraq, Pakistan e Yemen, una cifra di per sé stratosferica ma che non comprende gli interessi sui debiti contratti dalle autorità federali USA con le banche. Secondo il gruppo di ricerca “le guerre sono state finanziate quasi per intero con l’assunzione di prestiti; sino ad oggi sono stati pagati interessi per 185 miliardi di dollari, ma altri 1.000 miliardi potrebbero essere pagati per le spese di guerra da qui all’anno 2020”.

Solo il conflitto iracheno, scoppiato nel 2003, avrebbe comportato una spesa di 1.000 miliardi di dollari. Secondo quanto annunciato dal presidente Obama, entro la fine del 2011 tutti i 46.000 militari USA impegnati dovrebbero essere ritirati dall’Iraq, ma c’è chi al Pentagono sta già pensando a mantenere nel paese, almeno sino alla fine del 2012, un contingente di 8.500-10.000 uomini per “continuare l’addestramento delle forze armate irachene”, come riporta l’agenzia The Associated Press. “L’estensione della presenza militare USA in Iraq avverrà solo dopo un’eventuale richiesta da parte della autorità di Baghdad e dipenderà dalla prontezza che le forze di sicurezza locali avranno acquisito contro i rinnovati attacchi delle milizie”, spiegano i portavoce della Casa Bianca. “Senza una richiesta formale, solo 200 uomini rimarranno in Iraq a disposizione dell’ambasciata USA in qualità di consulenti militari, un compito comune a quello di tutte le altre missioni diplomatiche all’estero”.

ComeDonChisciotte – I DANNI DI UN CAPITALISMO SENZA REGOLE

Fonte: ComeDonChisciotte – I DANNI DI UN CAPITALISMO SENZA REGOLE.

DI JOSEPH E. STIGLITZ
Al Jazeera

Solo pochi anni fa una potente ideologia, il credo nei mercati liberi e senza regole, portò il mondo a un passo dalla rovina. Anche al suo apice, dai primi anni ’80 fino al 2007, il capitalismo regolato sul modello statunitense ha veicolato un gran benessere materiale solo ai più ricchi delle nazioni più ricche del mondo.

In effetti, nel corso dell’ascendente trentennale di questa ideologia, la gran parte degli Americani ha visto i propri introiti calare o stagnare anno dopo anno.

Inoltre, la crescita produttiva negli Stati Uniti non era economicamente sostenibile. Con tanto reddito nazionale nelle mani di così poche persone, la crescita poteva continuare solo grazie al consumo finanziato da una sfilza sempre maggiore di debiti.

Ero tra le persone piene della speranza che, in qualche modo, la crisi finanziaria avrebbe dato agli americani (e ad altri) una lezione sulla necessità di una maggiore uguaglianza, una regolamentazione più forte e un miglior bilanciamento tra il mercato e il governo.

Purtroppo, non è andata così.

Al contrario, il risorgere dell’economia di destra – pilotata, come sempre, dall’ideologia e dagli interessi individuali -, ha minacciato ancora una volta l’economia globale, o almeno le economie dell’Europa e dell’America, dove queste idee hanno continuato a prosperare.

Negli Stati Uniti questa rinascita delle destre, i cui seguaci evidentemente cercano di abrogare le leggi fondamentali della matematica e dell’economia, sta minacciando di costringere il governo a fare un default sul debito pubblico. Se le autorizzazioni di spesa del Congresso superassero le entrate, ci sarebbe un deficit e quel deficit andrebbe finanziato.

Invece di bilanciare attentamente i benefici di ogni programma di spesa del governo con gli svantaggi dell’innalzamento delle tasse per finanziare gli aspetti positivi, la destra cerca di usare le maniere forti, non consentendo al debito nazionale di aumentare la spesa, costringendole nei limiti delle imposte esistenti.

Tutto questo lascia aperta la questione delle priorità delle spese, e se le spese per pagare gli interessi sul debito pubblico non sono importanti, allora il default è inevitabile. Per di più, tagliare le spese in questo momento, nel mezzo di una crisi causata dall’ideologia del libero mercato, farebbe semplicemente prolungare la flessione.

Un decennio fa, durante il boom economico, gli Stati Uniti avevano un attivo di bilancio così grande che si credeva avesse potuto eliminare il debito nazionale.

Quindi cosa è successo?

Le guerre e i tagli alle imposte insostenibili, una severa recessione e i costi del sistema sanitario in forte aumento – alimentati in parte dall’impegno dell’amministrazione di George W Bush di lasciare carta bianca alle aziende del farmaco per la determinazione dei prezzi, mettendo a repentaglio le finanze governative – hanno rapidamente trasformato un enorme surplus in un deficit record per i periodi di pace.

I rimedi per il deficit degli USA provengono direttamente da questa diagnosi: rimettere l’America al lavoro stimolando l’economia; porre fine alle guerre senza senso; contenere i costi sanitari e militari; e alzare le tasse, almeno sui più abbienti.

Ma la destra non ne vorrà sapere, piuttosto sta spingendo per tagli ancora più consistenti alle tasse per le corporations e i ricchi, abbinati ai tagli alla spesa negli investimenti e nella protezione sociale che mettono il futuro dell’economia statunitense a rischio e che fanno a pezzi quello che ancora rimane del contratto sociale.

Nel frattempo, il settore finanziaria USA sta facendo grosse pressioni per liberarsi dalle regolamentazioni per poter tornare ai vecchi sistemi disastrosamente imprudenti.

Ma la faccenda va un po’ meglio in Europa. Anche se la Grecia e altri paesi sono in crisi, la medicine du jour sono sempre i logorati pacchetti di austerità e le privatizzazioni, che solo renderà le nazioni che li abbracceranno sempre più poveri e vulnerabili. Questa medicina ha fallito nell’Asia Orientale, in America Latina e in qualsiasi altro posto, e fallirà anche questa volta in Europa. In effetti, è già fallito in Irlanda, Lettonia e Grecia.

Esiste un’alternativa: una strategia per la crescita economica supportata dall’Unione Europea e dal FMI. La crescita farebbe ripristinare la fiducia che la Grecia sia in grado di ripagare i suoi debiti, facendo abbassare i tassi d’interesse e lasciando più spazio fiscale per successivi investimenti a favore della crescita.

La crescita incrementa le entrate fiscali e riduce le necessità della spesa pubblica, così come i sussidi per la disoccupazione. E la fiducia che viene generata porta a una crescita ancora maggiore.

Purtroppo, i mercati finanziari e gli economisti di destra considerano il problema dal lato opposto: credono che l’austerità aumenti la fiducia, e di conseguenza la fiducia porterà alla crescita. Ma l’austerità mina la crescita, peggiorando la salute fiscale del governo, o almeno ottenendo meno risultati di quanto promettono i sostenitori dell’austerità. In entrambi i casi, la fiducia viene erosa e viene attivata una spirale regressiva.

Abbiamo ancora bisogno di un altro esperimento costoso basato su idee che hanno fallito a ripetizione? Non dovremmo, ma sembra sempre più probabile che dovremmo farcene carico comunque.

Se l’Europa o gli Stati Uniti fallissero nel raggiungere una crescita robusta, le cose per l’economia globale si metterebbero davvero male. Un insuccesso di entrambe sarebbe disastroso, anche se le più grandi nazioni emergenti realizzassero una crescita per il loro sostentamento.

*******************************************Fonte: http://english.aljazeera.net/indepth/opinion/2011/07/20117714241429793.html

10.07.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

ComeDonChisciotte – COME SI CONQUISTA UN PAESE: L’ATTACCO DELLA FINANZA INTERNAZIONALE ALL’ITALIA

Fonte: ComeDonChisciotte – COME SI CONQUISTA UN PAESE: L’ATTACCO DELLA FINANZA INTERNAZIONALE ALL’ITALIA.

DI GAETANO COLONNA
clarissa.it

L’attacco della speculazione che venerdì 8 luglio 2011 è stato diretto dalla finanza internazionale contro la Borsa italiana, provocando un ribasso del 3,47% pari a una perdita di 14,1 miliardi di capitalizzazione, non è una semplice operazione finanziaria.
Chi continua a parlare dei “mercati finanziari” come di una divinità che organizza la vita delle società contemporanee sa perfettamente che questi anonimi “mercati finanziari” hanno nomi e cognomi.
Sono uomini e gruppi che hanno precisi interessi e chiari obiettivi. Come in ogni operazione di destabilizzazione di un intero Paese, cioè, vi sono degli scopi ed essi sono oggi chiaramente individuabili.


L’Italia viene attaccata perché in realtà è uno dei Paesi dell’Occidente che meglio ha retto fino ad oggi la crisi finanziaria del 2007, grazie al fatto che i suoi cittadini e la rete delle sue piccole e medie imprese non hanno mai completamente dato ascolto alle sirene della globalizzazione finanziaria. Alcune sue imprese, le sue banche e le sue compagnie assicurative rappresentano quindi oggi un appetitoso obiettivo per chi spera di poterle ricomprare fra qualche mese a prezzi stracciati.

L’Italia viene attaccata perché un suo tracollo economico-finanziario rappresenterebbe il colpo definitivo all’euro e quindi al processo di unificazione europea che sulla moneta unica ha puntato (erroneamente) tutta la propria credibilità; e non vi sono dubbi che, senza l’ultimo presidio del Vecchio Continente, una visione sociale dei rapporti economici verrebbe definitivamente seppellita dalle forze montanti del capitalismo finanziario, da un lato, e dei nuovi capitalismi di Stato, come quello cinese, che, dall’altro, stanno avanzando senza freni sullo scenario mondiale.
L’Italia viene attaccata perché il nostro Paese ha una posizione determinante rispetto ai futuri assetti del Mediterraneo e del Medio Oriente e la confusa ma ancora in qualche modo persistente difficoltà italiana ad allinearsi completamente ad una politica forsennatamente filo-israeliana e di democracy building all’americana nei Paesi arabo-islamici, rappresenta oggi un ostacolo che deve essere rimosso in breve tempo.

Infine, l’Italia viene attaccata perché la sua classe dirigente, di destra centro sinistra, ha dimostrato di non intendere minimamente quale sia la posta in gioco, essendo strutturalmente impegnata in basse lotte di potere, nella difesa di interessi personalistici e nella copertura di vaste reti di corruzione, condizionamento e compromesso che ne minano alla radice qualsiasi capacità operativa e strategica.

Il potere politico che il capitalismo finanziario mondializzato ha acquisito attraverso la capacità di destabilizzare in modo diretto interi Stati, come dimostrato ampiamente negli ultimi anni, dall’Argentina alla Grecia, dipende da una premessa fondamentale che è stata acriticamente accettata da economisti e politici, vale a dire che proprio gli strumenti della finanza (credito, debito, moneta, assicurazioni, con tutti i loro molteplici derivati moderni) siano i migliori mezzi per garantire la maggiore efficienza nella raccolta e nell’allocazione dei capitali. Il classico concetto dell’economia capitalista della efficienza dei meccanismi auto-regolatori del mercato, grazie al gioco di domanda ed offerta, è stato allargato dal mercato dei beni a quello dei capitali, nonostante costituisca uno dei presupposti del capitalismo, scientificamente e storicamente, dimostratosi del tutto insufficiente, quando non addirittura errato.

Nel caso dei mercati dei beni, questa arcaica interpretazione del rapporto fra domanda, offerta e formazione dei prezzi sostiene, come si sa, che all’aumentare del prezzo di un prodotto, giacché i produttori ne accrescono la produzione in vista di maggiori ricavi, i consumatori riducono la loro domanda, determinando una riduzione e dunque un riequilibrio fra domanda e offerta, che si rifletterebbe positivamente sui prezzi stessi. Per quanto questa presunta legge sia, già nel caso del mercato “tradizionale” dei beni, come è stato dimostrato a suo tempo da Rudolf Steiner, un’arbitraria semplificazione di un meccanismo assai più complesso ed articolato(1) – nel caso dei mercati finanziari, si tratta di una vera e propria falsificazione. Scrivono infatti alcuni economisti “non allineati”:

“Quando i prezzi [delle azioni] crescono, è comune osservare non una riduzione ma una crescita della domanda! Infatti, prezzi crescenti significano un più alto profitto per coloro che possiedono azioni, a motivo dell’incremento di valore del capitale investito. La salita del prezzo attrae in questo modo nuovi acquirenti, cosa che rafforza ulteriormente la tendenza iniziale all’aumento. La promessa di dividendi spinge i trader ad incrementare ulteriormente il movimento. Questo meccanismo funziona fino a quando la crisi, che è non prevedibile ma è inevitabile, si verifica. Questo determina l’inversione delle aspettative e quindi la crisi. Quando il processo diventa di massa, determina un “contraccolpo” che peggiora gli iniziali squilibri. Una bolla speculativa consiste quindi di un aumento cumulativo dei prezzi, che si auto-alimenta. Un processo di questo tipo non produce prezzi più convenienti, ma al contrario prezzi sperequati”(2).

La visione del mercato finanziario come potere regolatore di ultima istanza degli assetti economici mondiali, ha conferito alle forze speculative in esso presenti la possibilità di esercitare un potere di condizionamento politico: non vi è più alcun Paese al mondo che non dipenda in qualche modo da questa ristrettissima élite di signori del denaro, i quali dispongono di uno strumento ideale di controllo, costituito dalle agenzie di rating che, a livello mondiale, sono soltanto cinque, delle quali tre hanno un monopolio di fatto del settore.

Moody’s e Standard&Poor’s hanno rappresentato nell’attacco all’Italia, come già avvenuto nel caso della Grecia un anno fa e in tanti altri ancora prima, la vera e propria “voce del padrone”. Sono stati infatti gli outlook (previsioni) di queste due agenzie di rating, emanati a fine giugno, a dare al mondo della speculazione il segnale che si poteva e si doveva colpire ora l’Italia. Personaggi come Alexander Kockerbeck, vice-presidente di Moody’s, o come Alex Cataldo, responsabile Italia della stessa agenzia, emettono nelle loro interviste vere e proprie sentenze sul presente e sul futuro destino economico del nostro Paese, senza essere dotati di alcuna autorità per poterlo fare.
La fonte del loro potere, che non ha precedenti nella storia, sta infatti semplicemente nel fatto di essere emanazione di società finanziarie internazionali, che ne possiedono interamente il capitale societario, le stesse società finanziarie di cui dovrebbero valutare obiettivamente prodotti e performance.

“Il primo azionista di Moody’s, con il 13,4% del capitale, risultava a fine dicembre del 2009, secondo rilevazioni Reuters, Warren Buffett, il guru di Omaha con il suo fondo Berkshire Hathaway. Al secondo posto con il 10,5% ecco comparire Fidelity, uno dei più grandi gestori di fondi del mondo. E poi è un florilegio di gente che di mestiere compra e vende titoli: si va da State Street a BlackRock a Vanguard a Invesco a Morgan Stanley Investment. Insomma i più grandi gestori di fondi a livello mondiale sono azionisti di Moody’s. E guarda caso lo stesso copione si riproduce in Standard&Poor’s: ecco nell’azionariato comparire in evidenza, a fine 2009, i nomi di Blackrock, Fidelity, Vanguard. Gli stessi nomi. Il che pone una domanda. Che ci fanno gestori di fondi nel capitale di chi dà i voti ai bond emessi dalle stesse società che abitualmente un gestore compra e vende?”(3).

Queste agenzie non hanno alcuno status giuridico, nemmeno negli Stati Uniti; il loro ruolo è stato reso possibile semplicemente dal fatto che il governo degli Stati Uniti le ha definite Nationally Recognized Statistical Rating Organizations (NRSRO) e lo stesso ha fatto la Securities and Exchange Commission (SEC), agenzia governativa che vigila sui mercati azionari(4).
Nonostante le numerose inchieste e audizioni tenutesi negli Usa, proprio come pochi giorni fa è avvenuto in sordina anche presso la Consob italiana, senza che il pubblico sia edotto di quanto emerso, Moody’s, Standard&Poor’s e Fitch continuano da anni a macinare profitti incredibili, sebbene le loro previsioni si siano dimostrate semplicemente ridicole, come mostrano il caso del crollo della Enron o quello di Lehman Brother’s, quando di queste aziende le agenzie in questione hanno continuato a dare fino ad un minuto prima del crack valutazioni di altissima affidabilità. In merito ai loro profitti, diamo di nuovo la parola al già citato giornalista de Il Sole 24 Ore:

“Moody’s, solo nel 2009, per ogni 100 dollari che ha fatturato ne ha guadagnati sotto forma di utile operativo ben 38. Su 1,8 miliardi di ricavi fanno un margine di 680 milioni. Ma attenzione, quel 38% di redditività è un mix tra i servizi di analisi e quelli di assegnazione dei rating. Solo sul mestiere più remunerativo, quello appunto dell’assegnare pagelle, la redditività balza al 42% sui ricavi. Un exploit il 2009? Niente affatto. Gli anni d’oro sono stati altri: nel 2007 il margine operativo era al 50% dei ricavi e
nel 2006 si è toccato il picco del 62% di utili operativi sul fatturato. Un’enormità: 1,26 miliardi di margine su 2 miliardi di fatturato. Se poi si va all’utile netto la musica non cambia. Dal 2005 al 2009 Moody’s ha generato profitti per complessivi 2,8 miliardi”
(5).

Si dà quindi il caso del tutto unico che i nostri Paesi siano soggetti a valutazioni di valore internazionale da parte di agenzie che da tali valutazioni traggono direttamente profitto e che sono per di più di proprietà di società finanziarie che da quelle valutazioni possono trarre a loro volta direttamente profitto! Quale affidabilità possano avere e quale valore di regolazione giuridica di mercato, lo lasciamo facilmente dedurre al lettore.

“Stimare il valore di un prodotto finanziario non è paragonabile al misurare una grandezza oggettiva, come, ad esempio, stimare il peso di un oggetto. Un prodotto finanziario è un titolo su di un reddito futuro: per valutarlo, si deve stabilire in anticipo quale sarà questo futuro. Si tratta di una stima, non di una misura obiettiva, dato che nel momento “t” il futuro non è in alcun modo determinato. Negli uffici dei trader è ciò che gli operatori si immaginano che accadrà. Il prezzo di un prodotto finanziario è il risultato di una valutazione, una opinione, una scommessa sul futuro: non vi sono garanzie che questa valutazione dei mercati sia in alcun modo superiore a qualsiasi altra forma di valutazione.
Prima di tutto, la valutazione finanziaria non è neutrale: influisce sull’oggetto che intende valutare, dà avvio e costruisce il futuro che essa immagina. Per questo, le agenzie di rating svolgono un ruolo importante nel determinare il tasso di interesse sui mercati dei bond, assegnando pagelle che sono altamente soggettive, se non addirittura guidate dal desiderio di accrescere l’instabilità come fonte di profitti speculativi. Quando queste agenzie tagliano il rating di uno Stato, accrescono il tasso di interesse richiesto dagli attori finanziari per acquistare titoli del debito pubblico di questo stesso Stato e in tal modo accrescono il rischio della stessa bancarotta che hanno annunciato”
(6).

Se dunque il mito dell’efficienza dei mercati finanziari rappresenta il presupposto ideologico di queste operazioni e le agenzie di rating l’incredibile strumento di coordinamento della speculazione, capace di rendere auto-realizzantesi le proprie profezie, occorre mettere in giusta evidenza il fatto che alla base dell’attuale critica situazione dei Paesi europei sta uno specifico elemento, assai poco noto al largo pubblico, vale a dire che il Trattato di Maastricht, nel quadro delle politiche iper-liberiste allora di gran moda, ha fatto un oggettivo regalo ai poteri del capitale finanziario internazionalizzato, allorché ha sancito le modalità che gli Stati membri devono seguire per approvvigionarsi di moneta.

“A livello di Unione Europea, la finanziarizzazione del debito pubblico è stata inserita nei trattati: a partire dal trattato di Maastricht, le banche centrali hanno il divieto di finanziare direttamente gli Stati, i quali devono quindi trovare prestatori sui mercati finanziari. Questa “punizione monetaria” è accompagnata dal processo di “liberalizzazione finanziaria”, che è l’esatto opposto delle politiche adottate dopo la Grande Depressione degli anni Trenta, che prevedeva la “repressione finanziaria” (vale a dire severe restrizioni alla libertà di azione della finanza) e “liberazione monetaria” (con la fine del gold standard). Lo scopo dei trattati europei è di assoggettare gli Stati, che si presuppone siano per natura troppo propensi allo sperpero, alla disciplina dei mercati finanziari, che sono ritenuti per natura efficienti ed onniscienti”(7).

Ecco quindi come, dal livello filosofico-ideologico che santifica i “mercati finanziari”, accolto acriticamente ma interessatamente dalle élite dei tecnocrati comunitari, si sia aperto per legge il varco in Europa all’uso politico del potere del denaro, giungendo a condizionare in modo diretto la vita di intere comunità nazionali: il fatto che gli Stati (e, come loro, regioni, provincie e comuni) siano dovuti andare a cercare i soldi sui mercati finanziari, proprio mentre il credito veniva, come in Italia, trasformato per legge da funzione sociale ad attività esclusivamente lucrativa, pone i nostri Paesi in completa soggezione ai signori della moneta.

Questo non significa affatto voler sorvolare sulle oggettive responsabilità di classi dirigenti, tra cui quella italiana, che non vogliono affrontare radicalmente la questione dell’efficienza delle pubbliche amministrazioni, per il semplice fatto che il pubblico impiego rappresenta un gigantesco serbatoio clientelare che di fatto perpetua la loro sopravvivenza politica, altrimenti inspiegabile.

Significa semplicemente dire, in modo chiaro e definitivo, che l’inefficienza delle amministrazioni pubbliche, che continuano a sprecare somme enormi senza alcuna contropartita sul piano collettivo, non è una valida giustificazione per tollerare le ripetute aggressioni della speculazione internazionale.

Quando giornalisti, che per mestiere dovrebbero disporre di informazioni e dati assai più completi e articolati di quelli che arrivano al largo pubblico, scrivono ancora, su autorevoli quotidiani nazionali, che “quella che continuiamo a chiamare speculazione internazionale in realtà non è altro che la logica di mercato che cerca di sfruttare le occasioni”, non è sciocco chiedersi se si tratta di mala fede o di semplice ottusità: abbiamo infatti già visto che la cosiddetta “logica di mercato” è una logica ideologica e politica. Il mercato, come sacro regolatore dell’economia, non esiste, mentre esistono attori che nel mercato operano, tra i quali, non certo sacri ma a quanto pare intoccabili, sono gli speculatori e le agenzie di rating di loro emanazione: di tutti costoro si sa ormai perfettamente da anni chi sono, cosa fanno e perché.

Se fossero semplicemente i deficit e le cattive amministrazioni pubbliche a giustificare le “ghiotte occasioni” per la speculazione, questi giornalisti dovrebbero allora chiedersi come mai la speculazione finanziaria colpisca l’Europa e non gli Stati Uniti, il cui debito pubblico è assai più alto di quello medio europeo, e come mai gli attacchi si dirigano contro l’Italia o la Grecia e non contro la California, uno stato americano che è in conclamata bancarotta da anni! Se fossero semplicemente il debito pubblico e la cattiva amministrazione a giustificare questi attacchi, ci si dovrebbe chiedere come mai siano sotto tiro grandi imprese bancarie e assicurative italiane, che hanno applicato alla lettera da anni i più avanzati dettami del capitalismo finanziario globalizzato. Qualcuno dei responsabili di queste aziende sembra cominci ad accorgersene, ora che si trova sotto tiro, stando almeno a quanto ha dichiarato il 9 giugno Giovanni Perissinotto, amministratore delegato del gruppo Generali:

“C’è necessità di una risposta centralizzata e coordinata a livello europeo contro attacchi speculativi, anch’essi coordinati, che stanno investendo alcuni Paesi mediterranei ma che si propongono anche di mettere in discussioni la stessa stabilità dell’euro. (…) Nei ribassi di questi giorni le imprese sono impotenti. Noi siamo disciplinati, promuoviamo l’efficienza, tagliamo i costi. In tutti i Paesi seguiamo una politica di investimenti coerente con gli impegni assunti con gli assicurati. Ma non possiamo continuare ad essere così duramente colpiti dai mercati perché difendiamo il nostro Paese. In una parola perché continuiamo ad investire in titoli di Stato italiani dove sono residenti una parte significativa dei nostri clienti”(8).

Viene quindi finalmente in evidenza, ed è forse l’unico aspetto positivo della tempesta che si annuncia nei prossimi mesi sull’Italia, la necessità di sottrarre i nostri Paesi radicalmente al condizionamento del capitale finanziario internazionalizzato, riaffermando il principio che, nelle nostre democrazie, la gestione della cosa pubblica è demandata a rappresentanti eletti dal popolo.

In questa prospettiva, la liberazione delle nostre economie passa per alcuni punti fondamentali, la cui comprensione non necessita delle spericolate alchimie degli economisti di mestiere: in primo luogo, le imprese devono tornare a rendere conto non agli azionisti ma ai consumatori ed ai lavoratori e la loro efficienza si deve misurare su questo piano, non su quello della loro attività in borsa; in secondo luogo, le pubbliche amministrazioni devono essere snellite a livello territoriale e basate su principi di semplificazione burocratica, efficienza di gestione, qualificazione del personale, spirito di servizio; in terzo luogo, il credito deve tornare ad essere considerato primariamente funzione sociale e quindi deve essere posto sotto il controllo delle forze della produzione economica e non della speculazione e, di conseguenza, lo stesso deve avvenire per la creazione della moneta e dei correlati strumenti finanziari; questi ultimi devono essere in chiara e proporzionata relazione con i beni ed i servizi effettivamente sottostanti e la loro commercializzazione deve potere seguire percorsi chiaramente tracciabili; le attività finanziarie devono essere tassate in modo proporzionale ai volumi posseduti ed all’ampiezza della loro utilizzazione.

Come segnale inequivoco della strada da intraprendere, è a nostro avviso oggi necessario richiedere con urgenza l’apertura di un’inchiesta internazionale sulla condotta delle agenzie di rating, da promuovere presso le Nazioni Unite, allo scopo di verificarne composizione azionaria, conflitti di interesse, liceità delle attività svolte ed effetti diretti ed indiretti della loro condotta sulle economie dei singoli Paesi negli ultimi venti anni; nel frattempo, le attività di rating di queste agenzie, in quanto parti interessate, dovrebbero essere sospese a tempo indeterminato. Si porrebbe in tal modo, in definitiva, all’attenzione dei popoli la questione della sovranità economica delle comunità nazionali che deve essere oggi considerata l’irrinunciabile presupposto per intraprendere il risanamento dei nostri Paesi. Dubitiamo che le attuali classi dirigenti, tra le quali quella italiana, possano oggi porsi alla testa in Europa di un simile orientamento: ma è questa la sola via per riscattare i nostri popoli dalla schiavitù del debito.

Gaetano Colonna
Fonte: http://www.clarissa.it/
Link: http://www.clarissa.it/ultimora_nuovo_int.php?id=146
10.07.2011

via megachip.it

L’ultima del governo “affievolire il 41 bis” “Palazzo Chigi teme le parole dei Graviano” | Davide Milosa | Il Fatto Quotidiano

Fonte: L’ultima del governo “affievolire il 41 bis” “Palazzo Chigi teme le parole dei Graviano” | Davide Milosa | Il Fatto Quotidiano.

La Corte europea bacchetta l’Italia sulla violazione dei diritti umani in fatto di carcere duro. Il Dipartimento degli affari giuridici risponde ventilando l’ipotesi di cancellare il 41 bis. “un fulmine a ciel sereno”, commenta Giovanna Chelli dell’Associazione vittime di via dei Georgofilili

Diritti e costi. Ufficialmente si gioca su questi due elementi l’ultimo tentativo del governo Berlusconi di ammorbidire il 41 bis. Il copyright è infatti, tutto di palazzo Chigi. Anzi del Dipartimento per gli affari giuridici della presidenza del Consiglio che l’11 luglio scorso risponde così all’Europa che ci bacchetta sul rispetto dei diritti umani. “Affievolire il 41 bis o non reiterarlo per quei detenuti i cui contatti con le organizzazioni mafiose sono venuti meno”. Motivo di tanta chiarezza? Le sentenze della Corte europea scaturite dai ricorsi dei detenuti al carcere duro. Dunque via libera a terroristi e soprattutto a mafiosi? Ancora no. Ma certo l’aria che tira non è delle migliori. “E’ stato un fulmine a ciel sereno”, dice Giovanna Chelli dell’associazione familiari delle vittime di via dei Georgofili. Per capirci: cinque morti, tra cui una bambina, e 48 feriti. Era il 27 maggio 1993. Pochi mesi dopo, il 27 luglio, altre cinque vittime. Questa volta in via Palestro a Milano. Cambiano i luoghi, ma la mano che guida le stragi è sempre quella di Cosa nostra.

Insomma, la sensazione non è delle migliori. Soprattutto se, in un momento di crisi come questo, il governo pensa a rivedere il 41 bis, il principale pallino dei boss. E del resto Giovanna Chelli non ha dubbi: “Oggi a Firenze si sta celebrando un processo decisivo, quello sulla trattativa tra Stato e mafia”. Di più: “Il Tar recentemente ha restituito a Gaspare Spatuzza la patente di collaboratore di giustizia”. Le parole del killer di Brancaccio hanno pesato e potranno farlo in futuro. La spada di damocle resta soprattutto su chi oggi sta al governo. Perché non c’è solo Spatuzza, ma anche i fratelli Graviano, veri depositari degli ultimi grandi misteri sulle stragi del 1993. I boss bravissimi a mandare segnali, per ora stanno in carcere non parlano. E questo, nonostante le parole di Spatuzza aggancino i loro destini passati a quelli di Silvio Berlusconi. “La lettura è giusta”, dice la Chelli. Quindi prosegue: “Questa nuova uscita di palazzo Chigi sul 41 bis apre nuovi scenari. Forse siamo davanti a una nuova trattativa ancora in corso”.

Questo è il quadro. Sul quale, il Dipartimento degli affari giuridici, prendendo la palla lanciata dall’Europa, entra in scivolata. E lo fa, invadendo un campo quasi tutto politico e toccando un argomento delicatissimo in fatto di lotta alla mafia. Per capire basta leggere alcuni passaggi della relazione: “In prospettiva si potrebbe pensare di trasformare il 41 bis da regime speciale a regime ordinario di detenzione o addirittura a pena di specie diversa inflitta dal giudice con la sentenza di condanna e prevedere meccanismi di affievolimento o revoca nel corso dell’esecuzione alla stessa stregua di quanto accade attualmente per tutte le altre pene in genere”.

Insomma, il carcere duro parificato a una detenzione normale, dove a decidere della scarcerazione sarà un giudice e non, come accade ora, il ministero della Giustizia su indicazione delle procure. Il motivo di una tale scelta il governo, però, lo ha in tasca: “I primi 41 bis – si legge nella relazione che conta su una prefazione a firma di Gianni Letta – sono in proroga continua da 15 anni, per cui si percepisce nella magistratura di sorveglianza, un certo disagio nel motivare la perdurante sussistenza dopo tanto tempo di mancati contatti con le associazioni criminali di riferimento anche perché difficilmente la polizia svolge indagini sui condannati e dunque mancano relazioni di polizia giudiziaria effettivamente utilizzabili”. In realtà, diverse indagini giudiziarie, oltre alla commissione Parlamentare antimafia, hanno più volte registrato come i boss di Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra continuino a comandare e a dirigere i propri affari anche dal carcere duro. Eppure, la Corte europea ne fa una questione di diritti umani. “Evidentemente – dice la Chelli – l’Europa ha meno problemi di noi in fatto di mafia”. Di più: “Dove stava l’Europa negli anni delle stragi”.

E così, se pur in via di principio le sentenze europee sollevano un problema presente nelle nostre carceri (al di là del 41 bis), dall’altro l’indicazione rischia di dare fuoco alle polveri di un caso che oggi resta al centro delle inchiesta più importanti su Cosa nostra. Dopodiché, si sa, il carcere duro per i boss siciliani resta il vero cruccio. Lo abbiamo capito già nel 202 quando Leoluca Bagarella intervenne in aula per lanciare messaggi ai politici. “Le promesse – disse nel suo italiano stentato – non sono state mantenute”. In quello stesso anno, pochi giorni dopo l’approvazione della legge sul carcere duro dagli spalti dello stadio La Favorita di Palermo comparve un ormai storico striscione che recitava: “Uniti contro il 41 bis. Berlusconi dimentica la Sicilia”. E così, quasi dieci anni dopo, il presidente del Consiglio sembra aver ritrovato la memoria, complice, forse, il terrore di una collaborazione da parte dei Graviano. Giovanna Chelli si domanda: “Perché tanta solerzia nell’abolire il 41 bis da parte della presidenza del Consiglio? Perché proprio ora? E comunque per me il 41 bis non viola i diritti umani”. Quegli stessi diritti umani “che Salvatore Riina e i fratelli Graviano si sono messi sotto i piedi la notte dei Georgofili”. Un fatto è certo, oggi a Palermo si sta celebrando un processo sulla cosiddetta trattativa tra Stato e mafia. Un complicato accordo che tra i suoi vari punti prevedeva l’uscita dal carcere di centinaia di mafiosi.