Archivi del giorno: 17 luglio 2011

Il default degli Stati Uniti- Blog di Beppe Grillo

Fonte: Il default degli Stati Uniti- Blog di Beppe Grillo.

Il 3 agosto 2011, quasi dieci anni dopo le Torri Gemelle, si potrebbe consumare la vendetta di Bin Laden. Gli Stati Uniti sono sull’orlo del default. Se il Congresso non troverà entro il 2 agosto un accordo per alzare il tetto del debito, fissato per legge a 14.294 miliardi di dollari, il Paese più potente del mondo andrà in bancarotta. Sembra fantaeconomia, ma è tutto vero. Cosa c’entra Osama con il debito pubblico americano? Prima dell’11 settembre, il debito era sotto controllo, inferiore ai 6.000 miliardi. Dopo gli attentati è esploso a causa delle spese militari per le guerre in Iraq e in Afghanistan. Oggi ha largamente superato i 14.000 miliardi. Una jihad economica di Al Qaeda. Gli Stati Uniti spendono ogni anno in armamenti circa 10 volte più di ogni altro Paese, pari a circa 680 miliardi di dollari (dato 2010). Le basi USA sono ovunque, dal Giappone all’Italia, dalla Bosnia alla Turchia, dal Perù alla Corea del Sud. E’ paradossale che la Cina, il principale avversario economico dell’America, ne finanzi l’apparato militare (che la circonda…) con l’acquisto dei suoi titoli pubblici. Peraltro, le ultime aste dei titoli sono ormai surreali. I titoli si stanno trasformando in carta straccia. Il Tesoro, infatti, acquista il 70% dei titoli che emette. Si stampa i titoli e se li compra. Farebbe prima a venderne solo il 30%. Gli Stati Uniti, per continuare a vivere, hanno bisogno di chiedere in prestito ogni giorno 4,5 miliardi di dollari (*). Sono il mendicante più in vista del pianeta. Un barbone con la tripla A, ma non dovrebbe avere la tripla C? Su che basi le agenzie valutano il rating statunitense, la sua solidità? Sul numero di testate atomiche che possiede? Democratici e repubblicani stanno discutendo da mesi su come ridurre il debito. Sembrano la brutta copia del Parlamento italiano, e ce ne vuole. Da una riduzione di 4.000 miliardi in dieci anni si è passati a una di 2.000 miliardi. Semplificando, i democratici vogliono più tasse per le classi abbienti, i repubblicani tagli dello Stato sociale. Eppure la soluzione è semplice. Si tolgano dai coglioni dal resto del mondo con i loro sommergibili atomici, ordigni nucleari, droni, basi militari, eserciti, portaerei, cacciabombardieri. Eviteranno il default e staranno meglio anche gli altri.

(*) fonte Financial Times

PERCHE’ LA MANOVRA NON CI SALVERA’ – Cadoinpiedi

Fonte: PERCHE’ LA MANOVRA NON CI SALVERA’ – Cadoinpiedi.

La manovra di Tremonti in realtà serve a ben poco. Prima di tutto perché è troppo piccola, 60/70/80 miliardi di Euro non bastano sicuramente a rassicurare i mercati nei confronti di un debito complessivo italiano di 1.800 miliardi di Euro, il che vuole dire che il debito pubblico dell’Italia è maggiore della somma del debito di tutti gli altri paesi Pigs, quindi parliamo del Portogallo, Grecia, Irlanda e Spagna. In più questa è una manovra che avrà un impatto reale, quindi dal punto di vista proprio delle entrate dello Stato, nel 2013 e nel 2014. Sicuramente troppo lontano. ricordiamoci che l’anno prossimo l’Italia si deve presentare sul mercato dei capitali nuovamente e deve contrarre una serie di contratti, quindi deve vendere una serie di Bot a un mercato che questa settimana gli ha quasi voltato le spalle. E in più abbiamo da luglio fino alla fine dell’anno, altri 80 miliardi di Euro che dobbiamo racimolare su questo stesso mercato.

Questa è una manovra che in un certo senso è stata osannata, proprio perché siamo un po’ alla fine della situazione. Qui ci vuole una nuova politica. E quale può essere questa politica? Sicuramente non quella che sta seguendo il governo. Capisco che molti italiani sono preoccupatissimi all’idea di un default, però in realtà questa potrebbe essere la soluzione migliore. Se noi avessimo una classe politica di persone veramente esperte di queste cose, quindi di professionisti, ci avrebbe già pensato e vi spiego perché:

L’Italia è molto diversa dalla Grecia. la Grecia prende soldi in prestito per poter sostenere la propria economia, noi invece prendiamo soldi in prestito regolarmente e semplicemente per pagare gli interessi sul debito, il che vuole dire che un default non avrebbe un impatto sulla crescita economica del paese, noi non dipendiamo dai mercati dei capitali per crescere, noi dipendiamo dai mercati dei capitali per pagare gli interessi. Un default ordinato, ragionato com’è stato fatto per esempio in Islanda potrebbe garantire tutti quanti i Bot acquistati dagli italiani. Quindi dividiamo il debito in due parti che è esattamente quello che hanno fatto gli islandesi, la parte internazionale, la parte sottoscritta dalle banche internazionali, viene messa da parte e viene organizzato per questo un pagamento posticipato che può essere una ristrutturazione del debito.
Per quanto riguarda invece la parte detenuta dai risparmiatori italiani, proprio per non penalizzare gli italiani che hanno sostenuto lo Stato in tutti questi anni, rimane costante, quindi il governo si impegna a onorare quella parte di debito. Dopodiché si torna alla lira o a qualsiasi moneta vogliamo adottare e si produce una svalutazione della moneta, chiaramente sarà una svalutazione molto, molto grande e questo ridarà automaticamente competitività alla nostra economia. Dal punto di vista del commercio internazionale, non cambierà nulla, anzi molto probabilmente i nostri importatori, chi importa dall’Italia, sarà ben contento di pagare meno di quanto paga adesso, quindi le esportazioni italiane avranno sicuramente un effetto benefico. Diversa sarà la situazione delle importazioni. Dobbiamo essere disposti a fare dei sacrifici, ma tanto in ogni caso questi sacrifici li dovremo fare lo stesso, l’obiettivo però è fare dei sacrifici per poter riuscire a uscire da questa situazione, non per poter affondare ulteriormente nella situazione debitoria.

Le critiche a questo tipo di politica drastica sono tutte relazionate a un modo di far politica che è ancora tipico dell’Italia, svalutazione selvaggia, attitudini nei confronti dei mercati internazionali anche queste selvagge etc.. Una decisione di questo tipo, quindi un default ragionato, un default preparato, sicuramente porterebbe a un cambiamento della classe politica, perché questa classe politica una politica di questo tipo non la fa. In Islanda è successo esattamente questo, il governo è stato fatto fuori completamente dalla popolazione e una nuova classe politica, gente che non aveva mai fatto politica fino a ora, è salita al potere e ha organizzato questo tipo di default. I sacrifici sicuramente, le conseguenze di brevissimo periodo di una politica di questo tipo saranno tremende. Noi avremo una contrazione del Pil, ci sarà un aumento della povertà, sarà sempre più difficile riuscire a arrivare una fine del mese. Però questo sarà un periodo limitato, come abbiamo visto addirittura in Argentina dove non c’è stato un default ragionato ma un default improvviso. Nel caso dell’Argentina c’è stata una contrazione del Pil del 20% nel 2002 quindi l’anno dopo del default, dal 2003 in poi l’economia ha ripreso a crescere dal 7,5% e continua a crescere al 7,5%.
Penso che noi dobbiamo prenderci le responsabilità di 50 anni, perché qui non si tratta di 10 anni, qui si tratta di 50 anni di politiche sbagliate e è giunto il momento di prendersi queste responsabilità, pagheremo perché dobbiamo pagare, però che questo pagamento non sia un pagamento che finisce nel tasche delle banche internazionali, che sia invece un pagamento che finisce nelle tasche degli italiani, che dà la possibilità all’economia italiana di riprendersi perché altrimenti così noi nel giro di 6 mesi, 9 mesi, un anno, sicuramente andremo in bancarotta e da allora sarà ancora più difficile riprenderci!

Islanda, quando il popolo sconfigge l’economia globale | STAMPA LIBERA

Fonte: Islanda, quando il popolo sconfigge l’economia globale | STAMPA LIBERA.

Fonte: http://www.ilcambiamento.it/

L’hanno definita una ‘rivoluzione silenziosa’ quella che ha portato l’Islanda alla riappropriazione dei propri diritti. Sconfitti gli interessi economici di Inghilterra ed Olanda e le pressioni dell’intero sistema finanziario internazionale, gli islandesi hanno nazionalizzato le banche e avviato un processo di democrazia diretta e partecipata che ha portato a stilare una nuova Costituzione.

di Andrea Degl’Innocenti – 13 Luglio 2011

Oggi vogliamo raccontarvi una storia, il perché lo si capirà dopo. Di quelle storie che nessuno racconta a gran voce, che vengono piuttosto sussurrate di bocca in orecchio, al massimo narrate davanti ad una tavola imbandita o inviate per e-mail ai propri amici. È la storia di una delle nazioni più ricche al mondo, che ha affrontato la crisi peggiore mai piombata addosso ad un paese industrializzato e ne è uscita nel migliore dei modi.

L’Islanda. Già, proprio quel paese che in pochi sanno dove stia esattamente, noto alla cronaca per vulcani dai nomi impronunciabili che con i loro sbuffi bianchi sono in grado di congelare il traffico aereo di un intero emisfero, ha dato il via ad un’eruzione ben più significativa, seppur molto meno conosciuta. Un’esplosione democratica che terrorizza i poteri economici e le banche di tutto il mondo, che porta con se messaggi rivoluzionari: di democrazia diretta, autodeterminazione finanziaria, annullamento del sistema del debito.

Ma procediamo con ordine. L’Islanda è un’isola di sole di 320mila anime – il paese europeo meno popolato se si escludono i micro-stati – privo di esercito. Una città come Bari spalmata su un territorio vasto 100mila chilometri quadrati, un terzo dell’intera Italia, situato un poco a sud dell’immensa Groenlandia.

15 anni di crescita economica avevano fatto dell’Islanda uno dei paesi più ricchi del mondo. Ma su quali basi poggiava questa ricchezza? Il modello di ‘neoliberismo puro’ applicato nel paese che ne aveva consentito il rapido sviluppo avrebbe ben presto presentato il conto. Nel 2003 tutte le banche del paese erano state privatizzate completamente. Da allora esse avevano fatto di tutto per attirare gli investimenti stranieri, adottando la tecnica dei conti online, che riducevano al minimo i costi di gestione e permettevano di applicare tassi di interesse piuttosto alti. IceSave, si chiamava il conto, una sorta del nostrano Conto Arancio. Moltissimi stranieri, soprattutto inglesi e olandesi vi avevano depositato i propri risparmi.

Così, se da un lato crescevano gli investimenti, dall’altro aumentava il debito estero delle stesse banche. Nel 2003 era pari al 200 per cento del prodotto interno lordo islandese, quattro anni dopo, nel 2007, era arrivato al 900 per cento. A dare il colpo definitivo ci pensò la crisi dei mercati finanziari del 2008. Le tre principali banche del paese, la Landsbanki, la Kaupthing e la Glitnir, caddero in fallimento e vennero nazionalizzate; il crollo della corona sull’euro – che perse in breve l’85 per cento – non fece altro che decuplicare l’entità del loro debito insoluto. Alla fine dell’anno il paese venne dichiarato in bancarotta.

Il Primo Ministro conservatore Geir Haarde, alla guida della coalizione Social-Democratica che governava il paese, chiese l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che accordò all’Islanda un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, cui si aggiunsero altri 2 miliardi e mezzo da parte di alcuni Paesi nordici. Intanto, le proteste ed il malcontento della popolazione aumentavano.

A gennaio, un presidio prolungato davanti al parlamento portò alle dimissioni del governo. Nel frattempo i potentati finanziari internazionali spingevano perché fossero adottate misure drastiche. Il Fondo Monetario Internazionale e l’Unione Europea proponevano allo stato islandese di di farsi carico del debito insoluto delle banche, socializzandolo. Vale a dire spalmandolo sulla popolazione. Era l’unico modo, a detta loro, per riuscire a rimborsare il debito ai creditori, in particolar modo a Olanda ed Inghilterra, che già si erano fatti carico di rimborsare i propri cittadini.

Il nuovo governo, eletto con elezioni anticipate ad aprile 2009, era una coalizione di sinistra che, pur condannando il modello neoliberista fin lì prevalente, cedette da subito alle richieste della comunità economica internazionale: con una apposita manovra di salvataggio venne proposta la restituzione dei debiti attraverso il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro complessivi, suddivisi fra tutte le famiglie islandesi lungo un periodo di 15 anni e con un interesse del 5,5 per cento.

Si trattava di circa 100 euro al mese a persona, che ogni cittadino della nazione avrebbe dovuto pagare per 15 anni; un totale di 18mila euro a testa per risarcire un debito contratto da un privato nei confronti di altri privati. Einars Már Gudmundsson, un romanziere islandese, ha recentemente affermato che quando avvenne il crack, “gli utili [delle banche, ndr] sono stati privatizzati ma le perdite sono state nazionalizzate”. Per i cittadini d’Islanda era decisamente troppo.

Fu qui che qualcosa si ruppe. E qualcos’altro invece si riaggiustò. Si ruppe l’idea che il debito fosse un’entità sovrana, in nome della quale era sacrificabile un’intera nazione. Che i cittadini dovessero pagare per gli errori commessi da un manipoli di banchieri e finanzieri. Si riaggiustò d’un tratto il rapporto con le istituzioni, che di fronte alla protesta generalizzata decisero finalmente di stare dalla parte di coloro che erano tenuti a rappresentare.

Accadde che il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiutò di ratificare la legge che faceva ricadere tutto il peso della crisi sulle spalle dei cittadini e indisse, su richiesta di questi ultimi, un referendum, di modo che questi si potessero esprimere.

La comunità internazionale aumentò allora la propria pressione sullo stato islandese. Olanda ed Inghilterra minacciarono pesanti ritorsioni, arrivando a paventare l’isolamento dell’Islanda. I grandi banchieri di queste due nazioni usarono il loro potere ricattare il popolo che si apprestava a votare. Nel caso in cui il referendum fosse passato, si diceva, verrà impedito ogni aiuto da parte del Fmi, bloccato il prestito precedentemente concesso. Il governo inglese arrivò a dichiarare che avrebbe adottato contro l’Islanda le classiche misure antiterrorismo: il congelamento dei risparmi e dei conti in banca degli islandesi. “Ci è stato detto che se rifiutiamo le condizioni, saremo la Cuba del nord – ha continuato Grímsson nell’intervista – ma se accettiamo, saremo l’Haiti del nord”.

A marzo 2010, il referendum venne stravinto, con il 93 per cento delle preferenze, da chi sosteneva che il debito non dovesse essere pagato dai cittadini. Le ritorsioni non si fecero attendere: il Fmi congelò immediatamente il prestito concesso. Ma la rivoluzione non si fermò. Nel frattempo, infatti, il governo – incalzato dalla folla inferocita – si era mosso per indagare le responsabilità civili e penali del crollo finanziario. L’Interpool emise un ordine internazionale di arresto contro l’ex-Presidente della Kaupthing, Sigurdur Einarsson. Gli altri banchieri implicati nella vicenda abbandonarono in fretta l’Islanda.

In questo clima concitato si decise di creare ex novo una costituzione islandese, che sottraesse il paese allo strapotere dei banchieri internazionali e del denaro virtuale. Quella vecchia risaliva a quando il paese aveva ottenuto l’indipendenza dalla Danimarca, ed era praticamente identica a quella danese eccezion fatta per degli aggiustamenti marginali (come inserire la parola ‘presidente’ al posto di ‘re’).

Per la nuova carta si scelse un metodo innovativo. Venne eletta un’assemblea costituente composta da 25 cittadini. Questi furono scelti, tramite regolari elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. Per candidarsi era necessario essere maggiorenni, avere l’appoggio di almeno 30 persone ed essere liberi dalla tessera di un qualsiasi partito.

Ma la vera novità è stato il modo in cui è stata redatta la magna charta. “Io credo – ha detto Thorvaldur Gylfason, un membro del Consiglio costituente – che questa sia la prima volta in cui una costituzione viene abbozzata principalmente in Internet”.

Chiunque poteva seguire i progressi della costituzione davanti ai propri occhi. Le riunioni del Consiglio erano trasmesse in streaming online e chiunque poteva commentare le bozze e lanciare da casa le proprie proposte. Veniva così ribaltato il concetto per cui le basi di una nazione vanno poste in stanze buie e segrete, per mano di pochi saggi. La costituzione scaturita da questo processo partecipato di democrazia diretta verrà sottoposta al vaglio del parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni.

Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l’Islanda che si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione.

Lo sappiano i cittadini greci, cui è stato detto che la svendita del settore pubblico era l’unica soluzione. E lo tengano a mente anche quelli portoghesi, spagnoli ed italiani. In Islanda è stato riaffermato un principio fondamentale: è la volontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una nazione, e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale. Per questo nessuno racconta a gran voce la storia islandese. Cosa accadrebbe se lo scoprissero tutti?

Antimafia Duemila – Salvatore Borsellino: ”Fu strage di Stato”

Fonte: Antimafia Duemila – Salvatore Borsellino: ”Fu strage di Stato”.

«È stata una strage di Stato»: Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, il magistrato ucciso insieme agli agenti della scorta 19 anni fa, non ha dubbi.

Lo ripete da anni e torna a ribadirlo anche oggi proprio da via D’Amelio, luogo dell’eccidio da cui è partita la marcia delle Agende Rosse, movimento che chiede la verità su un attentato ancora tutto da chiarire e prende il nome dal diario del giudice sparito dopo l’esplosione. “L’agenda rossa su cui Paolo appuntava tutto e che teneva sempre con sè – spiega – è la chiave di volta di tutto. Chi ha ucciso mio fratello sapeva che l’aveva con sè e la voleva perchè poteva essere uno strumento rivelatore di quei ricatti incrociati che hanno retto gli equilibri di questa disgraziatissima seconda repubblica”. Per la scomparsa del diario venne indagato un ufficiale dell’Arma, ma l’inchiesta è stata archiviata con sentenza della Cassazione. “Sono felice che il procuratore di Caltanissetta, che è subentrato a Tinebra – aggiunge Borsellino – abbia riaperto l’indagine (notizia giornalistica mai confermata dalla Procura, ndr)”. Per Borsellino l’altro simbolo di una verità mai pienamente conosciuta è il castello Utveggio, ex centro di ascolto dei Servizi segreti da cui si ipotizzò potesse essere giunto il via libera all’attentato – dal promontorio su cui si trova si vede benissimo via D’Amelio – e meta finale della marcia delle Agende Rosse.
«Le ultime indagini fatte da pm che vanno avanti nonostante gli attacchi – dice Borsellino – dicono che il telecomando che fece esplodere l’autobomba fu azionato da via D’Amelio, dietro al palazzo di mia madre, ma per me il castello resta la cabina di regia di questa strage di Stato». “Tanto è vero – conclude – che venne frettolosamente smantellato dopo le prime indagini”.

Mafia/ Lari: Borsellino sapeva di ‘trattativa’ con lo Stato

Fonte: Mafia/ Lari: Borsellino sapeva di ‘trattativa’ con lo Stato.

“Strage di via D’Amelio si inserisce in questo percorso”

Roma, 16 lug. (TMNews) – “Possiamo dire con certezza che Paolo Borsellino era a conoscenza della cosiddetta trattativa già dal 28 giugno 1992. Noi abbiamo motivo di ritenere che la strage di via d’Amelio si inserisca in questo percorso di trattativa tra Stato e Cosa Nostra”. Così, a Dixit, Sergio Lari, procuratore di Caltanissetta, che ha riaperto le indagini sulle stragi del ’92, che hanno portato alla morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Nel giorno dell’anniversario della scomparsa di Borsellino, Dixit, con testimonianze inedite, ricorda i due magistrati che hanno perso la vita per lo Stato e la verità con “Giovanni Falcone, un giudice italiano”, di Cristina Fratelloni, in onda martedì 19 luglio alle 21.30 su Rai Storia, Digitale terrestre e TivùSat.

E nello spiegare i perché della strage di via D’Amelio, secondo Lari: “O la trattativa non è andata avanti perché Borsellino si è messo di traverso, o questa trattativa non andava comunque avanti perché le richieste erano inaccettabili. Quindi Riina – prosegue il procuratore – ha pensato di dare un altro colpo alle istituzioni anticipando l’esecuzione di una strage che in quel momento non rientrava nelle dinamiche organizzative di Cosa Nostra”.

Nella puntata, ampio spazio viene dato anche al fallito attentato dell’Addaura del 1989 che aveva per bersaglio Giovanni Falcone. E l’ipotesi che lega l’Addaura a Capaci e via d’Amelio, vede la presenza di soggetti appartenenti alle istituzioni deviate che potrebbero aver dato suggerimenti o garanzie di impunità a Cosa Nostra.

TMNews

Gheddafi non è ancora morto- Blog di Beppe Grillo

Fonte: Gheddafi non è ancora morto- Blog di Beppe Grillo.

Ci siamo dimenticati, tra una cosa e l’altra, che stiamo bombardando la Libia. Sembra una gita fuori porta che si è prolungata un po’ troppo. Gheddafi è sempre saldo nonostante la guerra duri da sei mesi e, a questo punto, si deve ammettere che dispone di un forte consenso popolare, altrimenti sarebbe già stato impiccato a un palo. L’Italia ha dichiarato guerra a un suo alleato, ma nessuno ha questo diritto, come spiega in modo chiarissimo la Costituzione. Gheddafi è accusato di crimini contro il suo popolo, e per questo è stato condannato dal tribunale dell’Aia, ma, secondo molte fonti, lo sarebbero anche i ribelli (li denunceranno al tribunale dell’Aia?). Tripoli ha dichiarato che gli Alleati hanno causato la morte di 1.110 civili (li denunceranno al tribunale dell’Aia?). Chi vince ha sempre ragione. Se Gheddafi dovesse vincere la guerra ce lo ritroveremo con il tendone a Roma e la fila di ministri pronti ad abbracciarlo.

ComeDonChisciotte – POLITICI E BANCHIERI

Fonte: ComeDonChisciotte – POLITICI E BANCHIERI.

DI IDA MAGLI
italianiliberi.it

Il sabato 9 luglio 2011 è una data che gli Italiani non debbono dimenticare. E’ il giorno, infatti, in cui il Ministro Tremonti, senza dare nessuna giustificazione del fatto che non paga l’affitto della casa dove abita, ha risposto ai giornalisti che gli domandavano se avesse intenzione di dimettersi, con una frase lapidaria: “Non mi dimetto perché sono io che garantisco l’Italia davanti all’Europa: se cado io, cade l’Italia e se cade l’Italia cade l’euro. E’ una catena.” In nessun periodo della storia d’Occidente un uomo politico, quale che fosse la sua importanza, ha mai potuto fare una simile affermazione. Né un conquistatore come Napoleone, né uno Zar come Pietro il Grande né un Re come Luigi XIV, né un Imperatore come Filippo di Spagna, perché essi rappresentavano l’immagine politica, non la dimensione concreta degli Stati, la forza dei popoli che vi vivono.

Quelle di Tremonti, invece, per quanto terribili, non sono parole vane. La situazione è proprio quella che lui ha riassunto nell’affermazione: se cado io cade l’Italia e cade l’euro. In altri termini, l’Europa va in rovina perché il potere è nelle mani di una decina di banchieri, e sono essi a quantificarne la forza, giocandola in Borsa. Giocatori che soltanto la penna di Dostojewski sarebbe in grado di descrivere, questi banchieri hanno messo sul tavolo da gioco le Nazioni e non si alzeranno fino a quando non le avranno giocate tutte, essendo loro ad avere in mano il banco.

Il dramma, dunque, è tutto qui. Firmando il trattato di Maastricht i politici hanno trasferito il proprio potere nelle mani dei banchieri. Oggi debbono riprenderselo, non possono fare altro che riprenderselo. Il che significa avere il coraggio di creare, senza indugio e senza discussioni, una nuova banca nazionale e stampare in proprio la moneta necessaria al bilancio dello Stato. I titoli dello Stato li compreranno esclusivamente i suoi cittadini (come avviene in Cina, in Russia e ovunque ci siano governi degni di questo nome) e non saranno collocati nella borsa mondiale alla mercé di chiunque voglia impadronirsene. Sono già pronti molti studi e molti progetti, elaborati da economisti italiani e stranieri di grande competenza, per la rinascita della moneta nazionale, e sono anche molti i politici, presenti in diversi Partiti, dal Pdl alla Lega, a Io amo l’Italia all’Italia dei Valori (con un’interpellanza parlamentare dell’on. Di Pietro sulla questione della sovranità monetaria) che sarebbero favorevoli a questa decisione e aspettano soltanto che qualcuno prenda la parola per primo. Si tratta di una decisione che comporterà moltissimi sacrifici, ma alla quale non c’è scelta perché uno Stato che intraprende la strada dei prestiti a interesse con la Banca centrale europea, non sarà mai in grado di restituirli e alla fine crollerà. Abbiamo la Grecia sotto gli occhi: dopo un orribile tira e molla, indegno di un qualsiasi concetto di civiltà, per concederle dei prestiti ad altissimo interesse, oggi la Bce dichiara che il fallimento della Grecia è inevitabile. Non è forse stato imposto pochi giorni fa all’Italia, di cui a sua volta si dice che stia per fallire, di contribuire per il 17% al totale dei miliardi prestati alla Grecia? Debitori sull’orlo della rovina costretti a prestare denaro a chi sta per fallire? C’è in Italia qualche politico che abbia conservato il minimo di buon senso necessario per rendersi conto della “follia” (se è follia e non rapina preordinata) di simili comportamenti?

E’ indispensabile abbandonare ladri e folli al loro destino. Nessuno si illuda che esistano alternative alla decisione di produrre in proprio la moneta. Il meccanismo che sta portando alla rovina gli Stati europei non è dovuto a un qualche imprevedibile incidente ma è intrinseco alla creazione dell’euro, cosa che è stata detta e ripetuta innumerevoli volte da economisti e monetaristi di ogni tendenza politica. Non può sussistere una moneta che non fa capo a uno Stato e che non risponde alle necessità di questo Stato, in quanto la moneta di per sé è stata inventata proprio per essere uno “strumento” e non un “fine”. In Europa, invece, gli Stati sono stati costretti a mettersi al servizio dell’euro, piegandosi a poco a poco a costruire un mercato adatto all’euro, limitando le possibilità di scambio delle merci, coltivando carote su misura, uccidendo mucche, distruggendo arance… Per gli storici di domani l’Europa dell’Unione costituirà l’esempio più evidente di una società che delira. Siamo però ancora in tempo a cercare di non morirne.

Ida Magli
Fonte: http://www.italianiliberi.it
Link: http://www.italianiliberi.it/Edito11/politici-e-banchieri.html
12.07.2011

Antimafia Duemila – La rete per gli eroi antimafia

Fonte: Antimafia Duemila – La rete per gli eroi antimafia.

Il 19 luglio 1992 un altro attentato mafioso sconvolge Palermo e il Paese intero. Paolo Borsellino viene ucciso in via D’Amelio, sotto casa della madre, con i suoi cinque agenti della scorta.

Due mesi prima nella strage di Capaci perdono la vita Giovanni Falcone, sua moglie e tre agenti della scorta. A diciannove anni dal brutale attentato tutta la rete rende omaggio ai due eroi che hanno avviato la bat- taglia contro Cosa Nostra.

Martedì 19 luglio dalle ore 10 in diretta “a rete unificata” su Altratv.tv, su centinaia di micro web tv, blog e videoblog, web radio, micro media iperlocali e sui network editoriali il documentario In un altro Paese di Marco Turco, tratto dal libro di Alexander Stille “Excellent cadavers. The Mafia and the Death of the First Italian Republic” (Cadaveri eccellenti. La mafia e la morte della prima Repubblica italiana). L’opera, prodotta da DocLab, ripercorre la storia della mafia dalla fine degli anni 70 ai giorni nostri, ricostruendo i legami tra Cosa Nostra e lo Stato italiano. Novanta minuti densi di fatti e testimonianze che prendono avvio dalla storia del maxi-processo di Palermo e dei due magi- strati che lo hanno reso possibile, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La storia del più grande proces- so anti-mafia mai celebrato, ma anche la storia di una lenta, inesorabile morte. “In un altro Paese – rac- conta Alexander Stille – gli artefici di una tale vittoria sarebbero stati considerati un patrimonio nazio- nale. Dopo aver vinto la prima battaglia a Palermo, ci si sarebbe aspettato che Falcone e i suoi colle- ghi fossero messi nelle condizioni di vincere la guerra. Invece in Italia avvenne proprio il contrario”.
Durante la maratona condotta da Giampaolo Colletti insieme a Anna Volpe e Davide Fonda prenderanno parte in webcam via Skype Rita e Salvatore Borsellino. Nella trasmissione parteciperanno Danilo Sulis
(Radio Cento Passi) e Pino Maniaci (Telejato), responsabili di due media dal basso espressione del ruolo di denuncia e presidio del territorio per la lotta alla mafia.
Afferma Rita Borsellino: “Diciannove anni da quel giorno. Di cose ne sono cambiate, ma non tutte quelle che avevamo sperato. Oggi abbiamo una sola certezza: siamo stati presi in giro. Si sono fatti bef- fe di noi, hanno riso del nostro dolore. E non c’è ancora la verità. Abbiamo continuato a parlare, a de- nunciare, fino alla nausea. Abbiamo continuato a farlo in questi diciannove anni e questo grido di al- larme e di dolore è stato raccolto da qualcuno e ignorato da troppi. E il silenzio, la solitudine, l’indiffe- renza sono ancora i nemici peggiori di magistrati e cittadini impegnati per la legalità”.
Precisa Salvatore Borsellino: “Io distinguo tra ricordo e memoria. La memoria per me vuole dire impe- dire che la gente dimentichi e su queste stragi cada l’oblio. Ad oggi non è stata fatta giustizia e non si conoscono i veri mandanti. Per me non è stata una strage di mafia ma una strage di Stato. In questi ul- timi mesi finalmente tanti personaggi hanno ritrovato la memoria parlando della trattativa e comincia- no a ricomporsi i pezzi di un puzzle che spero presto arrivi al suo compimento. Si deve sapere chi ha condotto la trattativa e perché mio fratello è stato eliminato. Credo peraltro che sia stato ucciso perché si è opposto a quella trattativa. Mi aspetto che ai magistrati venga consentito di fare il loro lavoro per- ché su D’Amelio si stanno addensando anche gli strali su chi – ritengo – li voglia fermare. Comunque io ho fiducia in loro e nei giovani che fanno camminare sulle loro gambe le idee di Paolo. Ho ricomin- ciato a parlare dopo quasi dieci anni di silenzio, e questo anche grazie al documentario In un altro Paese. Oggi i giovani sono molto più attenti alla storia del nostro Paese, cercano di capire. E questi giovani hanno fatto rinascere in me la speranza che si possa arrivare alla verità”.
Nel documentario “In un altro Paese” intervengono i giudici istruttori del primo pool anti-mafia Leonar- do Guarnotta e Giuseppe Di Lello, il pm al maxiprocesso Giuseppe Ayala, i magistrati Ignazio De Fran- cisci, Antonio Ingroia e Francesco Lo Voi, il giornalista Francesco La Licata e Letizia Battaglia fotogra- fa di punta nella documentazione dei crimini di mafia.
La diretta è promossa dal network delle micro web tv italiane Altratv.tv in collaborazione con Associazione SqueezeZoom bottega e Dude. Si ringrazia DocLab per l’autorizzazione alla trasmissione del documentario. Tutti i media che vorranno aderire all’iniziativa per rilanciare la diretta embeddando il player della trasmissione potranno richiedere il codice inviando una mail a info@altratv.tv

Tratto da: altratv.tv

L’orchestrina del Titanic- Blog di Beppe Grillo

Fonte: L’orchestrina del Titanic- Blog di Beppe Grillo.

L’orchestrina del Titanic continua a suonare mentre l’iceberg si avvicina. Tremorti, il trombonista, ci rassicuraO si va avanti o si va a fondo” (forse entrambi…) e “Come sul Titanic, la prima classe non si salva“. E’ l’ennesima balla tremortiana. La prima classe si è già salvata. Ha accumulato capitali, ha portato i soldi all’estero. La prima classe ha ottenuto dal Governo biglietti omaggio per la traversata con lo Scudo Fiscale con il solo 5% di tassazione sui capitali occultati al Fisco. Insieme ai viaggiatori di prima classe si salveranno i loro cuochi, i valletti, i camerieri dei giornali, ma anche i gigolò e le puttane da camera e gli armatori delle banche e di Confindustria. La citazione del Titanic è una rassicurazione buona soltanto per i poveracci. Lavoratori dipendenti, precari e disoccupati sono già immersi nella merda fino al collo. Nell’affondamento del Titanic in prima classe si salvò il 61,81% dei passeggeri, 204 superstiti su 330. In seconda classe il 42,5%, 119 su 280. In terza classe il 26,85%, 105 su 391. Un biglietto di prima classe garantiva tre volte di più la salvezza rispetto a uno di terza.
Tremorti dopo trent’anni di frequentazioni politiche e di ciance economiche si è svegliato. Ha bisbigliato, come se fosse sdraiato sul letto in attesa del trapasso “Introdurre nella Costituzione una regola d’oro che vincoli al raggiungimento del pareggio di bilancio“. Lo dice ora, quando tutto tracima, tracolla, esonda e il debito è una montagna di ghiaccio che sfiora i 2.000 miliardi che ci arriva in faccia. Tremortacci tua, dove sei stato insieme ai tuoi compari in tutto questo tempo? Il MoVimento 5 Stelle, quello populista, l’alfiere dell’anti politica, il qualunquista, da anni ha inserito nel suo Programma una riga “Approvazione di ogni legge subordinata alla effettiva copertura finanziaria“. Non puoi indebitare il cittadino senza il suo permesso per fare finanza elettorale, per comprare cacciabombardieri dagli Stati Uniti, per mantenere le nostre truppe in Afghanistan, per puttanate da 22 miliardi di euro come la Tav, per un miliardo di finanziamenti pubblici ai partiti spacciati come rimborsi. Non puoi buttare nel cesso centinaia di milioni dei contribuenti con cazzate come quella voluta da Maroni di disaccoppiare il referendum dalle elezioni amministrative o per mantenere in vita le Province. O fare il Ponte di Messina, la Gronda e il cazzo che ti pare per decine di miliardi di euro attinti dal debito pubblico. I soldi sono nostri, dei cittadini. Ve li siete fumati, li avete regalati ai concessionari di Stato come Benetton per le autostrade, alla Marcegaglia e ai petrolieri con il Cip6, ai vostri giornali. La prima classe si è arricchita grazie allo Stato, deve essere l’ultima a salire sulle scialuppe di salvataggio.

ComeDonChisciotte – LA TURBOLENZA COLPISCE L’EUROZONA: AFFRONTARE LA CRISI DEL DEBITO IN EUROPA

Fonte: ComeDonChisciotte – LA TURBOLENZA COLPISCE L’EUROZONA: AFFRONTARE LA CRISI DEL DEBITO IN EUROPA.

Le ingiustizie evidenti delle politiche macroeconomiche

DI DAMIEN MILLET E ERIC TOUSSAINT
Global Research

Uno degli avatar della crisi del settore finanziario, iniziata nel 2007 negli Stati Uniti e che si è diffusa come un incendio in Europa, è l’entusiasmo mostrato dai banchieri europei (specialmente tedeschi e francesi [1], ma anche belgi, olandesi, britannici, lussemburghesi e alcuni irlandesi) nell’utilizzare fondi prestati o donati dalla Federal Reserve e dalla BCE per aumentare i prestiti concessi ai paesi dell’Eurozona tra il 2007 e il 2009 (Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna) rastrellando notevoli profitti per gli alti tassi d’interesse: tra il giugno del 2007 (inizio della crisi del subprime) e il settembre 2008 (la bancarotta di Lehman Brothers) i prestiti delle banche private occidentali alla Grecia sono saliti del 30%, da 120 a 160 miliardi di euro.

I banchieri dell’Europa Occidentale hanno fatto a gara per prestare soldi alla periferia dell’Unione Europea a chiunque ne avesse avuto necessità. Non soddisfatti dal prendere rischi stravaganti al di là dell’Atlantico nel mercato subprime con i soldi dei risparmiatori che hanno fatto l’errore di fidarsi di loro, hanno ripetuto la stessa operazione in Grecia, Portogallo e Spagna. Il fatto che di alcuni paesi fossero ll’Eurozona ha convinto i banchieri dell’Europa Occidentale che i governi, la BCE e la Commissione Europea sarebbero venuti in soccorso in caso di bisogno. Non si sbagliavano.

 

Nella primavera del 2010, quando la turbolenza iniziava a liberarsi nell’Eurozona, la BCE stava prestando denaro alle banche private al tasso vantaggioso dell’1% e queste banche a loro volta richiedevano un ritorno molto più alto a paesi come la Grecia: dal 4 al 5% per prestiti a tre mesi, circa il 12% per uno strumento a dieci anni. Le banche e altri investitori finanziari giustificavano simili condizioni per il “rischio del default” delle cosiddette nazioni “rischiose”. Il risultato è stato un notevole aumenti dei tassi applicati: i prestiti del FMI e dell’Unione Europea all’Irlanda hanno raggiunto il 6,7%, paragonato al 5,2% di quelli alla Grecia concessi sei mesi prima. Nel maggio 2011, gli interessi sui titoli greci a dieci anni hanno superato il 16,5%, costringendo la Grecia a potersi permettere prestiti per solo tre o sei mesi, o affidarsi al FMI e agli altri governi europei. Fino a questo momento, la BCE doveva garantire i debiti detenuti dalle banche private acquistando da loro i titoli di stato, malgrado il proprio mandato vieti di prestare direttamente agli Stati.

 

Cercando di ridurre i rischi, le banche francesi hanno diminuito la loro esposizione verso la Grecia in 2010. È scesa del 44%, passando da 27 a 15 miliardi di dollari. Le banche tedesche hanno fatto una mossa simile: la loro esposizione è calata del 60% da maggio 2010 al febbraio 2011, da 16 a 10 milioni di euro (ndt: saranno miliardi). Il FMI, la BCE e i governi europei hanno gradualmente preso il posto delle banche e di altre istituzioni finanziarie. La BCE deteneva un ammontare di 66 miliardi di euro in titoli della Grecia (20% del debito pubblico greco), che ha acquistato sul mercato secondario dalle banche. Il FMI e i governi europei hanno concesso prestiti per 33,3 miliardi di euro fino al maggio 2011. I loro prestiti aumenteranno in futuro. Ma non è tutto; la BCE ha accettato 120 miliardi di euro di obbligazioni greche come garanzie (collaterali) per prestiti ulteriori concessi al tasso dell’1,25%. Lo stesso processo è stato intrapreso in Irlanda e Portogallo.

 

Qui troviamo tutti gli ingredienti della gestione della crisi del debito nel Terzo Mondo con l’implementazione del Brady Plan [2]. All’inizio della crisi nel 1982, il FMI e i governi delle maggiori potenze, soprattutto Stati Uniti e Regno Unito, intervennero per salvare i banchieri privati del Nord che avevano preso enormi rischi nel prestare soldi ai paesi del Sud, specialmente quelli dell’America Latina. Quando nazioni come il Messico si trovarono sull’orlo del default dei pagamenti a causa dell’impatto simultaneo del rialzo dei tassi di interesse e della caduta delle entrate dalle esportazioni, il FMI e i paesi facenti parte del Club de Paris gli prestarono somme a condizione che continuassero a rimborsare il debito e rendessero operativi i piani di austerity (i famosi piani di aggiustamento strutturale). Poi, quando il debito del Sud stava gonfiando per l’effetto valanga (come vediamo ora accadere in Grecia, in Irlanda, in Portogallo e ovunque nell’UE), hanno implementato il progetto Brady (dal nome del Segretario del Tesoro statunitense di quel periodo) che comportava la ristrutturazione del debito dei principiali settori economici della nazione con uno scambio di titoli. Il volume del debito in alcuni casi fu tagliato del 30% e i nuovi titoli (i Brady bond) garantivano un tasso di interesse fisso di circa 6%, che andava molto a favore dei banchieri. Questo ha assicurato la continuazione delle politiche di austerity sotto il controllo del FMI e della Banca Mondiale. Nel lungo termine, la somma totale del debito è comunque aumentata e le somme ripagate erano enormi. Se consideriamo solo il bilancio netto tra le somme prestate e quelle ripagate da quando il Brady Plan venne implementato, i paesi in via di sviluppo hanno consegnato ai creditori l’equivalente di sei piani Marshall, più o meno 600 miliardi di dollari. Dovremmo cercare di evitare uno scenario simile? Perché dovremmo accettare che i diritti economici e sociali dei popoli siano ancora una volta sacrificati sull’altare dei banchieri e degli altri operatori del mercato finanziario?

 

Secondo le banche d’affari Morgan Stanley e J.P. Morgan, nel maggio 2011 i mercati hanno stimato che c’era il 70% di probabilità che la Grecia non potesse ripagare il suo debito, dal 50% di due mesi prima. Il 7 luglio 2001 (ndt: 2011), Moody’s ha messo il Portogallo nella categoria del debito a alto rischio. C’è una ragione ulteriore per aderire a una cancellazione: il debito deve essere sottoposto a revisione con la partecipazione della cittadinanza per cancellare la parte illegittima. Se questa opzione non venisse presa, le vittime della crisi verrebbero condannate a morte due volte, sempre con profitto dei banchieri colpevoli. Lo possiamo vedere chiaramente in Grecia: le terapie di austerità seguono una dopo l’altra senza alcun miglioramento nella situazione dei conti pubblici. Lo stesso accadrà in in Portogallo, Irlanda e Spagna. Una larga fetta del debito è illegittimo perché è il risultato di una politica che favorisce una piccola minoranza della popolazione alle spese della stragrande maggioranza dei cittadini.

 

Nei paesi che hanno preso accordi con la Troika (FMI, CE e BCE), i nuovi debiti non sono solo illegittimi, ma anche odiosi per tre ragioni: 1. i prestiti sono a condizioni che violano i diritti economici e sociali di una gran parte della popolazione; 2. i prestatori stanno ricattando queste nazioni (non c’è alcuna autonomia dal lato del debitore); 3. i prestatori stanno facendo profitti abusivi, mungendo tassi di interesse proibitivi (ad esempio, Francia e Germania prendono a prestito al 2% sui mercati finanziari e prestano a più del 5% a Grecia e Irlanda; le banche private prendono somme all’1,25% dalla BCE e prestano a Grecia, Irlanda e Portogallo a più del 4% a tre mesi). Per nazioni come Grecia, Irlanda, Portogallo o quelle dell’Europa dell’Est (e fuori dall’UE, paesi come l’Islanda), soggette al ricatto degli speculatori, sarebbe appropriato di fissare una moratoria unilaterale sulla restituzione del debito pubblico. È un sistema inevitabile per far pendere la bilancia a loro favore. Questa proposta sta diventando popolare nei paesi maggiormente colpiti dalla crisi.

 

Il debito pubblico deve anche essere controllato dalla cittadinanza. Lo scopo dell’audit è quello di cancellare e di non riconoscere la parte illegittima o odiosa del debito pubblico e di limitare l’entità del debito.

 

Una riduzione radicale del debito pubblico è una condizione necessaria, ma non sufficiente, per far uscire dalla crisi le nazioni dell’UE. Deve essere accompagnata da una serie di misure a largo raggio in vari settori (tassazione, trasferimento del settore bancario al demanio pubblico, risocializzazione di altri settori economici fondamentali, la riduzione dell’orario di lavoro preservando i redditi e l’assunzione del personale mancante, ecc. [3]).

 

L’ingiustizia flagrante delle politiche regressive applicate in Europa sta alimentando la mobilitazioni di massa degli “arrabbiati” (“indignati”) in Spagna, Grecia e oramai ovunque. Grazie a questi movimenti nati in risposta alle rivolte popolari in Nord Africa e nel Medio Oriente, stiamo assistendo a un’accelerazione della storia. Il debito pubblico necessita di una risposta radicale.

 

**************************************Note:

 

[1] Alla fine del 2009, i banchieri tedeschi e francesi detenevano il 48% delle obbligazioni emesse dalla Spagna (le banche francesi il 24% di questo debito), il 46% dei bond portoghesi (le banche francesi il 30%) e il 41% di quelle greche (le francesi il 26%).

 

[2] Éric Toussaint, The World Bank: A Critical Primer, Pluto Press, Londra, 2008, capitolo15.

 

[3] Vedi http://www.cadtm.org/Eight-key-proposals-for-another

 

**************************************Fonte: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=25638

 

15.07.2011

 

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

ATTACCO USA ALL’EUROPA – Cadoinpiedi

Fonte: ATTACCO USA ALL’EUROPA – Cadoinpiedi.

di Stefania Limiti – 17 Luglio 2011
La soffiata di Tarpley: in una riunione del 2008 è stata decisa la crisi europea, per evitare che il biglietto verde crollasse. Gli sciacalli hanno puntato tutto sui Credit Default Swaps

Abbiamo di nuovo scelto Webster G. Tarpley per approfondire uno dei più temi urgenti di questi giorni, l’attacco speculativo all’euro e i suoi effetti su alcuni paesi, tra cui l’Italia. Tarpley, infatti, oltre ad essere un profondo conoscitore del sistema finanziario internazionale è, soprattutto, un osservatore di assoluta indipendenza e paladino delle battaglie contro tutte le oligarchie, come è possibile constatare dalle sue opere (tra le quali segnaliamo, per l’attinenza al tema, il recentissimo Obama dietro la maschera: golpismo mondiale sotto un fantoccio di Wall Street). Le sue sono caratteristiche essenziali, dunque, se si vuole scoprire dove siano le verità nascoste: per questo la prima domanda è diretta al cuore del problema:

1. Esiste un’intelligence che ha pensato e attuato il piano speculativo nei confronti dei paesi europei? – Sì, questo era già chiaro dal febbraio 2010, quando il Wall Street Journal pubblicò un servizio su una cena cospiratoria (8 febbraio) tenuta nella sede di una piccola banca d’affari specializzata, la Monness Crespi and Hardt, alla quale parteciparono persone di grande influenza. In quell’occasione si cercavano strategie per evitare un’ondata di vendite di dollari da parte delle banche centrali ed il conseguente crollo del dollaro. L’unica maniera per rafforzare il biglietto verde passava attraverso un attacco all’euro le cui compravendite ammontavano circa a mille miliardi (one trillion) al ogni giorno: impossibile pensare ad un attacco frontale contro una moneta così forte. Quindi, gli sciacalli degli hedge funds di New York – fra cui anche certi protagonisti della distruzione di Lehman Brothers – hanno cercato i fianchi più deboli del sistema europeo e li hanno individuati nei mercati dei titoli di stato (government bonds) dei piccoli paesi del meridione europeo e comunque della periferia – Grecia e Portogallo – dove era possibile contare sulla complicità di politici dell’Internazionale Socialista al servizio della CIA e di Soros. Il mercato dei titoli di stato della Grecia è relativamente ristretto e poco liquido rispetto al Bund tedesco o al Gilt britannico (i loro bonds): una condizione ideale per una serie di vendite al ribasso, accompagnate da articoli negativi ispirati da veline di Wall Street e della City e magari a qualche valutazione pessimista delle agenzie di rating (notoriamente corrottissime come abbiamo visto nel 2007-8). Un mix che può determinare tracolli dei prezzi e un vero e proprio panico. Per aumentare il potere distruttivo di questi attacchi speculativi, si usa una forma di derivati che si chiamano Credit Default Swaps (Cds) – detti talvolta derivati di assicurazione. Con pochi soldi si può scatenare un effetto notevole al ribasso.

2. Può spiegarci meglio cosa sono questi famigerati Cds?

– Sono quelli che hanno distrutto la più grande ditta assicuratrice del mondo, l’AIG, nel settembre 2008. L’ufficio di Londra di AIG aveva emesso Cds per 3 mila miliardi di dollaro ($3 trillion), più del prodotto nazionale lordo della Francia. C’è stato un tentativo qui negli Usa di proibire o almeno limitare i CDS ma alcuni esponenti Democratici al servizio di Wall Street, Dodd e Frank , hanno bloccato il provvedimento l’anno scorso con l’aiuto dei Repubblicani reazionari….

3. Sì, ricordiamo questo passaggio, può spiegarci in termine chiari di cosa di trattò?

– Durante l’iter parlamentare dell’abbozzo di legge per la riforma del sistema finanziario, il senatore Christopher Dodd del Connecticut e il deputato Barney Frank del Massachusetts, i presidenti delle commissioni competenti, entrambi Democratici e entrambi pagati da Wall Street, fingendo di volere la riforma radicale, hanno silurato quasi ogni tentativo di proibire o limitare i derivatives. Lo hanno fatto coll’aiuto dei Repubblicani, apertamente ostili ad ogni riforma. Il risultato e’ che il cancro dei derivatives continua a crescere.

4. Chiarissimo, tornando ai CDS…

Un CDS è una scommessa (side bet) fatta da un terzo rispetto alla bancarotta o meno di un altro titolo, spesso fatta a distanza – nel caso in cui colui che fa la scommessa non e’ il proprietario del titolo di cui si tratta (naked CDS). E’ come scommettere su un cavallo che appartiene ad un altro. I CDS sono intrinsecamente illegali: se fossero polizze di assicurazione, bisognerebbe incriminare i venditori perché non hanno fatto le formalità legali per registrarsi come società assicuratrici, ne’ hanno le riserve di capitale – chiunque può vendere CDS anche se non ha risorse ne’ fondi speciali per esiti imprevisti. Se i CDS fossero giochi di azzardo, allora bisognerebbe incriminare i venditori come operatori di una bisca fuorilegge. Si potrebbe quindi colpire i CDS senza nuove leggi, solo con quelle già esistenti. Nella primavera scorsa, il ministro tedesco delle finanze Schauble ha introdotto una serie di misure contro i CDS allo scoperto (naked credit default swaps): si tratta di misure che hanno avuto un effetto positivo per la stabilità dell’euro e delle obbligazioni dell’eurolandia.

Campania, consigliere Pdl arrestatoAncora mazzette e appalti in cambio di voti | Nello Trocchia | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Campania, consigliere Pdl arrestatoAncora mazzette e appalti in cambio di voti | Nello Trocchia | Il Fatto Quotidiano.

Il gip di Salerno definisce Alberico Gambino “capo di un cartello criminale” che dal 2006, avvalendosi di “fidati e spregiudicati collaboratori” e grazie all’aiuto di esponenti della criminalità organizzata, avrebbe ridotto Pagani a un feudo “dove camorra e politica sono strettamente intrecciate e dove tutto è possibile”

Posti di lavoro, controllo di attività commerciali, rapporti privilegiati con la camorra, imprenditori sotto scacco. Un cartello criminale con politici e camorristi, protagonisti alla pari. E’ lo scenario che emerge dall’ordinanza cautelare che ha portato all’arresto del consigliere regionale del Pdl Alberico Gambino, già sindaco di Pagani, nel salernitano. Concussione, associazione a delinquere finalizzata allo scambio elettorale politico mafioso, i reati contestati. Il clan di riferimento quello Fezza- D’Auria Petrosino, con il quale Gambino intratteneva rapporti continui. Con lui in manette sono finite altre sei persone, altre cinque sono indagate in un’inchiesta condotta dal Comando provinciale dei carabinieri, su ordine della Direzione distrettuale antimafia di Salerno, coordinata dal procuratore Franco Roberti.

“Dal procedimento in esame – si legge nell’ordinanza firmata dal gip Gaetano Sgroia- emerge che non sempre per intimidire un imprenditore è stato necessario inviare un proiettile in una busta da lettera oppure bruciare un’autovettura, in quanto è talmente notorio il collegamento tra i menzionati esponenti politici e i camorristi che non c’è neppure la necessità di arrivare a questo”.

La camorra garantiva la forza di intimidazione quando necessario, la politica assicurava posti di lavoro e appalti, in cambio di voti e consensi con la complicità di imprenditori, consiglieri e dirigenti comunali. Un’inchiesta solida per la mole di riscontri incrociati: testimonianze, intercettazioni, denunce, oltre che il racconto dei pentiti.

Le estorsioni in nome del Comune. Le multinazionali che decidono di scendere al Sud e di investire a Pagani vengono costrette, non tanto a pagare il pizzo, quanto a subire continue estorsioni (che il gip inquadra come concussione essendo gli amministratori pubblici ufficiali). E’ il caso del centro commerciale Pegaso. La cupola, con dominus Gambino, teneva sotto scacco il titolare. L’imprenditore Amerigo Panico prima ha assecondato le richieste poi ha deciso di denunciare, confortato dal racconto anche di altri imprenditori della catena, consegnando puntuali registrazioni delle pretese estorsive. Panico era ormai sotto scacco, il gruppo criminale controllava le politiche di assunzioni e le strategie aziendali. Si andava dalla scelta del cugino della moglie di Gambino come direttore della Galleria, passando per il controllo della stazione di carburante, fino ad affidare la gestione dei parcheggi del Centro Commerciale ai fratelli Michele ed Antonio D’Auria Petrosino, “ponendo a guardiania degli stessi il pluripregiudicato Antonio Fisichella”. L’obiettivo è quello di ricondurre il controllo del centro commerciale a “uomini vicini al Gambino, appartenenti al suo stesso cartello, occasionalmente costituito – scrive il gip Sgroia – al fine di ridurre il centro commerciale Pegaso in una riserva di posti di lavoro e quindi di voti, un luogo ove imporre le aziende vicine al gruppo dominante in Pagani, a prescindere dal fatto che queste siano controllate direttamente o indirettamente da pregiudicati legati alla camorra”. Le modalità per costringere l’imprenditore erano diverse, dall’aumento della tassa sui rifiuti alla minaccia di chiusura domenicale. I rapporti tra Gambino, politico vicino al presidente della provincia di Salerno Edmondo Cirielli (di cui era stato consulente) e a Nicola Cosentino, e la camorra sono inequivocabili.

Anche i rifiuti e la loro raccolta erano di competenza del pregiudicato Michele D’Auria Petrosino (che nel gennaio scorso rinnegava sui giornali la camorra), figlio del boss detenuto Gioacchino. Michele Petrosino era inserito nel disegno criminale gestito da Gambino e usava la spazzatura come arma di intimidazione, pulendo o meno le zone di competenza degli ‘amici’. Gambino coltiva anche la passione calcistica divisa con i fratelli Trapani, Raffaele (il presidente della società) coinvolto precedentemente in un’inchiesta della magistratura per associazione camorristica, è finito anche lui in galera. Anche per la Paganese solito sistema ricattatorio per reperire soldi.

Le Regionali di camorra. Già un altro consigliere regionale Roberto Conte, da condannato in primo grado per concorso esterno in associazione camorristica, aveva con i suoi voti (9 mila) contribuito all’elezione di Stefano Caldoro, nel 2010, alla presidenza della regione Campania. Dall’ordinanza, eseguita ieri dai carabinieri, emerge chiaramente che i voti (27 mila) portati in dote da Alberico Gambino “puzzano” di camorra. All’epoca Gambino risultava già condannato per peculato (processo da rifare per la cassazione), ma il Pdl spinse per la sua candidatura. Mara Carfagna oppose resistenza pur ammettendo “è uno degli amministratori migliori che abbiamo avuto”.

Oltre al peculato, Gambino risulta indagato anche per lottizzazione abusiva, poca cosa rispetto ai rapporti stabili con i camorristi di Pagani. Durante le regionali del 2010 le elezioni avvenivano in un clima di paura e intimidazioni, “con camorristi come i fratelli D’Auria Petrosino Michele e Antonio che pubblicamente evidenziavano il loro incondizionato appoggio alla campagna elettorale di Gambino”. Una campagna elettorale caratterizzata dall’imposizione del pagamento di tremila euro al titolare del centro commerciale per finanziare la campagna elettorale. Nell’ordinanza si evoca una Pagani degli anni ’80, a proposito delle botte inferte ai lavoratori dal camorrista nel silenzio dei sindacalisti, omertosa come allora quando era il regno indiscusso di Raffaele Cutolo, capo della nuova camorra organizzata. Erano gli anni della spartizione post-terremoto quando i pochi sindaci perbene cadevano sotto i colpi di arma da fuoco per essersi opposti alla carneficina di diritti e regole. Pagani pagò il suo tributo di sangue, il primo cittadino l’avvocato Marcello Torre fu ucciso l’11 dicembre 1980. Faceva il sindaco al servizio dell’interesse collettivo in nome e per conto della democrazia.

Miiracolo a Montecitorio- Blog di Beppe Grillo

Fonte: Miiracolo a Montecitorio- Blog di Beppe Grillo.

Se la BCE non fosse intervenuta martedì scorso per comprare la nostra carta straccia di Stato che non voleva nessuno, l’Italia sarebbe già sulla via del default. Altro che il miracolo proclamato da Napolitano che trova il tempo di ricevere al Quirinale Woody Allen in maniche di camicia insieme alla moglie formato armadio.
E’ avvenuto o’ miracolo. Si è sciolto il sangue dell’opposizione (neppure fosse quello di san Gennaro) che ha votato una manovra da 80 miliardi di euro senza intaccare minimamente i privilegi dei politici. Il costo è di 1.000 euro a famiglia e di zero euro per i parlamentari. I deputati che hanno votato per “senso di responsabilità” e sono stati elogiati dal Capo dello Stato, sono gli stessi che si sono assentati pochi giorni prima per l’abolizione delle Province, che ricevono un miliardo di contributi pubblici per i loro partiti e che maturano allegramente la pensione dopo una legislatura. Dovrebbero sputarsi in faccia da soli quando si guardano allo specchio. Invece si lanciano messaggi di solidarietà come chi è scampato da un possibile naufragio. In cambio del sangue degli italiani non è stato chiesto nulla. In pensione si andrà a 68 anni e due mesi (ma chi ha trent’anni ci andrà a 70). A cosa serve l’INPS, dove sono i soldi che abbiamo versato? Questo istituto va abolito. D’ora in poi ognuno si tiene i suoi contributi, a partire da quelli già dati, e decide quando smettere di lavorare. Sono stati introdotti i ticket per le analisi e le visite specialistiche, in sostanza tutte.
O’ miracolo do o’ Quirinale e del Pdmenoelle. Si dovevano chiedere, in cambio della manovra, le dimissioni immediate del Governo, un presidente del Consiglio di nomina tecnica a tempo per salvare la baracca, il taglio dei privilegi insopportabili dei politici, una nuova legge elettorale, l’eliminazione dei finanziamenti pubblici a giornali e partiti, il blocco di ogni Grande Opera Inutile, dalla Gronda alla Tav. Nulla è stato chiesto, nulla è stato fatto. I partiti si credono in salvo. La Nazione è stata fottuta ancora una volta. Per loro è stato un miracolo, per gli italiani l’ennesima presa per il culo. Gli 80 miliardi non sono sufficienti per evitare il default, non ne basterebbero neppure 200. Ci aspettano forse la patrimoniale, un prelievo sui conti correnti e il congelamento dei titoli di Stato. Sarà un nuovo miracolo all’italiana.