Archivi del giorno: 8 agosto 2011

ComeDonChisciotte – L’EREDITÀ BIOLOGICA DELLA GUERRA

Basta con l’uranio impoverito

Fonte: ComeDonChisciotte – L’EREDITÀ BIOLOGICA DELLA GUERRA.

DI PAOLA MANDUCA
middleeastmonitor.org.uk

La popolazione di Fallujah, considerando anche i bambini appena nati, ha una forte contaminazione di almeno dieci metalli carcinogeni e feto-tossici.

Il personale medico della maggioranza dei paesi attaccati da quegli eserciti che hanno utilizzato munizioni chimiche e moderne, come le cartucce al fosforo, ha riportato un incremento del numero delle imperfezioni alla nascita, così come gli infanti che, appena nati o poco dopo, hanno sviluppato la presenza di tumori. Questi effetti sono diventati ancor più evidenti con il tempo e rappresentano le conseguenze dell’uso di questi proiettili e di queste cartucce. I medici che hanno osservato, riportato e provato a documentare questi effetti, spesso in condizioni difficili, si sono spesso scontrati contro un muro. Con questo non si vuole dire che loro o altri ricercatori abbiano subito intimidazioni in prima persona, ma le circostanze hanno reso praticamente impossibile il realizzare in tempo una protezione per le popolazioni a rischio.

Mentre l’eredità fisica a lungo termine della guerra viene spesso col tempo dimenticata – anche se le mutilazioni, le gravidanze non desiderate a causa di stupri o di problemi mentali – e viene sempre testimonianza con riluttanza dalle vittime e forse ignorata dalle istituzioni, nei tempi moderni le vittime sono più consapevoli. Questo avviene, forse, a causa dei mezzi bellici specifici che vengono usati e per l’incertezza e l’insicurezza che le persone devono affrontare non solo per la loro salute, ma anche per quella della loro progenie. Devono anche avere a che fare con complicazioni che scendono ancor più in profondità nelle proprie vite e nel contesto sociale di quanto mai fatto in precedenza.

Questa eredità potrà difficilmente essere dimenticata e le dimensioni dei danni potenziali per quanto concerne i numeri di persone che verranno colpite e il periodo o le generazioni su cui si faranno sentire questi effetti sono ancora sconosciuti.

Questo fardello si moltiplica dato che nella gran parte dei casi non c’è alcun intervento sul posto e persino alcun accertamento nel corso degli anni; in paesi come l’Iraq, l’Afghanistan, Gaza, la Somalia e ora la Libia, le circostanze spesso non li rendono possibili. Questi paesi sono sottoposti a attacchi in corso, assedi, occupazioni, rivolte, instabilità istituzionale, mancanza di personale specializzato, dipendenza dalle agenzie di aiuto internazionali o sono in uno stato di povertà assoluta e quindi difettano di mezzi adeguati.

La mancanza o la posticipazione delle valutazioni si aggiunge alle difficoltà di “indagare” i fatti e a quelle di fornire eventuale protezione o soccorso alle popolazioni per evitare danni ulteriori. Essendo praticamente impossibile, in ogni caso, ottenere una conoscenza che possa garantire protezione dagli effetti a lungo termine di questi armamenti e fornire giustizia alle vittime che già soffrono profondi traumi dopo il tormento di essere stati attaccati da un moderno arsenale militare, tutto ciò diventa un peso per l’incertezza della loro salute futura e di quella dei propri bambini.

Inoltre, la mancanza di stime si aggiunge ai danni potenziali causati dai materiali di queste armi, visto che gli effetti della loro tossicità può incrementare col passare del tempo data l’assunzione continua, come verrà menzionato qui sotto.

L’acquisizione di dati precisi sugli effetti biologici a lungo termine dell’utilizzo di tali armamenti grazie al sostegno di scienziati indipendenti e di dottori dall’estero è stato scoraggiato o soppresso in varie forme, dalla diretta intimidazione all’assenza di finanziamenti, e anche dalle numerose altre difficoltà di tipo politico e pratico tra questi due estremi.

C’è un consenso internazionale tra i governi e nei settori industriali militari che, malgrado siano stati usati “sul campo” contro i civili per più di un decennio, questi strumenti bellici rimarranno classificati in accordo alle varie convenzioni sull’utilizzo degli armamenti, tra cui la Convenzione di Ginevra. In tal modo, rimarranno nel limbo per quanto riguarda le stime legali dei danni di guerra così come per la definizione di inadempienza dei militari, dei crimini di guerra e crimini contro l’umanità anche se queste sono state prefigurate in vari casi dalle commissioni d’inchiesta delle NU o dalle missioni d’indagine e dai relatori.

Questo è diventato lo status quo su cui gli stati guerrafondai basano la possibilità di agire con impunità apparente.

La questione degli effetti a lungo termine degli armamenti risale all’uso estensivo in Vietnam dell’Agente Orange contaminato con la diossina, un agente chimico che interferisce con il normale sviluppo embrionale [1]. Coincidentalmente, le anomalie congenite in Vietnam sono state documentate fino ai giorni nostri. La responsabilità della diossina nella carcinogenesi e nelle anomalie teratogene (un agente che produce anomalie durante lo sviluppo del feto e per questo provoca ritardi nel parto e difetti alla nascita) è stata documentata in associazione agli incidenti agli stabilimenti industriali ed è stata confermata sperimentalmente.

L’uso delle armi all’urano impoverito (DU) sollevano lo stesso tipo di questioni [2] ed esiste una base consistente di informazioni che descrivono la concomitanza della contaminazione da DU e di serie patologie, tumori e imperfezioni alla nascita. In sé stesso, il DU ha le caratteristiche per agire sia come mutageno radioattivo, carcinogeno chimico e come agente teratogeno. Ha la peculiarità, con altri metalli, di persistere nell’ambiente e di non venire eliminato dagli organismi in cui viene accumulato.

Sfortunatamente, il DU è uno dei molti componenti dei moderni armamenti che causano preoccupazione per la salute. Un’estesa letteratura militare e industriale illustra che molti dei moderni armamenti, dalle munizioni per le armi leggere alle bombe e ai missili, sono arricchiti con vari metalli che includono l’uranio. Questi metalli hanno un lascito tossico; sono cancerogeni e teratogeni, inquinano l’ambiente e si accumulano nel corpo.

Le munizioni “potenziate con i metalli” sono state usate in Afghanistan, in Iraq, a Gaza, in Libano e in Libia, e forse in Somalia. Tra queste figurano le bombe, le munizioni leggere, le armi letali o di menomazione meno che letale.

La presenza dei metalli provocate dalle moderne munizioni è stata rinvenuta nei crateri provocati dalle esplosioni in Afghanistan, Iraq, Libano e Gaza [3] così come in cartucce utilizzate al fosforo bianco rinvenute a Gaza e a Fallujah. Sono stati anche trovati nelle biopsie delle vittime e nei luoghi dove sono stati colpite fornendo così prove effettive della presenza dei metalli nelle munizioni che hanno causato le ferite a Gaza [4].

I capelli dei bambini di Gaza [5] e di Fallujah [6] hanno evidenziato una presenza di sostanze con almeno dieci metalli che sono stati rinvenuti in varie quantità e combinazioni. Questi metalli hanno attività tossica, cancerogena e teratogena come dimostrato da ricerche scientifiche e confermato dalla classificazione dell’IARC (International Agency for Research on Cancer). Comprendono V, Cr, Co, As, Mo, Cd, W, U, Hg, Pb.

Il fatto che questi metalli rimangano nell’ambiente e si accumulino nel corpo umano rende gli effetti potenzialmente ancora più pericolosi sulla popolazione col passare del tempo, soprattutto a causa della loro assunzione continua e dall’assorbimento da parte dell’ambiente e dell’atmosfera, e anche dall’acqua e dal cibo contaminato dai metalli.

Quindi, la prova della presenza di metalli negli armamenti e la loro diffusione nell’ambiente è stata verificata in molti casi.

Per diminuire la rilevanza delle prove che testimoniano la presenza nelle armi di metalli tossici, cancerogeni e teratogeni, viene arguito che i resoconti sull’aumento di frequenza dei difetti alla nascita e dei tumori sono solo basati sull’osservazione o non forniscono raffronti con dati precedenti. Comunque, le informazioni del personale medico locale recentemente sono state supportate dalla ricerca.

La frequenze delle menomazioni alla nascita a Fallujah nel 2010 era circa 4-5 volte superiore a qualsiasi altro paese [7]. È stato possibile stabilire in modo retroattivo la frequenza delle difetti alla nascita dal 1991, e di conseguenza avere un valido punto di riferimento per la situazione precedente all’invasione e quella della guerra susseguente. È stato evidenziato un continuo aumento della frequenza delle menomazioni alla nascita dal 2003, il cui tasso nel 2010 era dieci volte quello del 1991 [6]. C’è stato anche un incremento nel numero dei tumori presenti nella stessa città dopo il 2003 [8].

La popolazione di Fallujah, includendo anche i neonati, aveva una contaminazione di almeno dieci metalli carcinogeni e feto-tossici [6].

L’elevata frequenza dei tumori e dei difetti alla nascita sono anche associati a chi risiede nei pressi dei poligoni di tiro, come nel caso di Quirra in Italia dove gli armamenti utilizzati sul campo nelle guerre recenti sono stati testati, tra gli altri, dalla NATO, dall’UE, dagli USA e da Israele. Questo caso è al momento al vaglio della magistratura e il poligono di tiro e le zone limitrofe sono state interdette per un ulteriore utilizzo.

Le sentenze dei tribunali hanno sancito che i danni ritardati alla salute erano stati rinvenuti nel personale militare che ha partecipato nei conflitti e nelle operazioni militari dove sono state usate queste armi. Alcune norme militari sono state emesse per proteggere la salute degli utilizzatori di armi “potenziate con i metalli”, confermando indirettamente la sua natura pericolosa. Comunque, tutto questo non si applica alla protezione del “consumatore finale”, ossia dei civili.

Comunque le prove di un incremento dei difetti alla nascita e dei tumori associati con la guerra e i luoghi di esercitazione di questi armamenti sono, in vario modo, sempre più numerose e documentate.

Il tentativo più comune da parte dei governi e delle forze armate è quello di minimizzare i dati a disposizione e di pretendere la prova del rapporto causa-effetto chiedendo quali prove ci siano che la riproduzione umana e i tumori siano, in effetti, causati direttamente da questi armamenti moderni.

In termini razionali, è ovvio che la regolarità della presenza di un fenomeno in differenti popolazioni – ad esempio, l’incremento dei tumori infantili o delle menomazioni alla nascita – in presenza di un singolo e comune cambiamento ambientale delle condizioni, principalmente conflitti che vedono protagoniste le stesse entità e dove si usano gli stessi armamenti, dovrebbero porre l’attenzione su quel cambiamento come causa potenziale della cattiva salute così come aumentare gli sforzi nella ricerca.

La strada per stabilire il rapporto causa-effetto sta lentamente diventando accessibile e la sua probabilità è sostenuta da risultati sperimentali basati sul fatto che i metalli in questione possono causare difetti alla nascita e tumori, e sulla conoscenza dei loro meccanismi di azione. La mole dei dati scientifici che va in questa direzione è ora rilevante e consistente (vedi le note 5 e 6).

Per poter meglio combattere la situazione, è importante che, oltre alle questioni poste alla scienza, si impari a fare le domande giuste ai produttori di armi e ai governi.

Messi di fronte al fenomeno, con le testimonianze e con le conseguenze del caso, dovranno provare che i componenti degli armamenti non siano agenti in grado di provocare un aumento dei difetti alla nascita e dei tumori; che non vengono rilasciati in moto incontrollato nell’ambiente; che non hanno effetti cumulativi nel corso del tempo e che colpiscano indiscriminatamente la popolazione civile. Se non potranno provarlo, dovremo chiedere l’applicazione del principio di precauzione tanto spesso invocato in altri contesti.

Nel frattempo, è obbligatorio che una ricerca medica indipendente venga sostenuta e promossa invece che soppressa su un argomento di tale rilevanza per la salute pubblica dell’intera popolazione.

In sintesi, quello che emergono essere come le conseguenze più severe e nuove dell’utilizzo di armi potenziate con i metalli è che i loro effetti sono virtualmente illimitati nel tempo, che sono additivi e che vengono ereditati in modo trans-generazionale, sia perché producono mutazioni genetiche o/e per trasmissione post-genetica ed epigenetica. I metodi che possano avere un qualche effetto per rimediare alla contaminazione dai metalli, sia ambientale che umana, sono al momento ignoti. Comunque, è noto che la persistente esposizione ai metalli tossici può incrementare nel tempo i danni alla salute.

È opportuno che una documentazione corretta e reale che provenga da fonti indipendenti e qualificate rispettose della ragione e alla legge – due aspetti che l’aggressore cercherà di evitare in tutti i modo – dovrebbe essere promossa da tutti e con tutti i mezzi a disposizione.

Dovremmo saperne di più su come ridurre le conseguenze, come sviluppare protezioni e rimedi efficaci e non abbandonarsi solamente al “destino avverso”. E neppure dovremo permettere che tutto questo sia il destino delle generazioni future.

* La prof. Paola Manduca è una genetista dell’Università di Genova.

Note:

[1] Dioxins and their effects on human health, Fact sheet N°225, Maggio 2010.

[2] Durakovic A. Undiagnosed illnessses and radioactive warfare, CMJ 44:520, 2003

[3] Manduca P., Barbieri Mario, Barbieri Maurizio. Gaza Strip, soil has been contaminated due to bombings: population in danger, 2010

[4] Skaik S, Abu-Shaban N, Abu-Shaban N, Barbieri M, Barbieri M, Giani U, Manduca P. Metals detected by ICP/MS in wound tissue of war injuries without fragments in Gaza, BMC Int Health Hum Rights. 25 giugno 2010;10:17.

[5] Manduca P, Barbieri Mario, Barbieri Maurizio, Metals detected in Palestinian children’s hair suggest environmental contamination, 2010.

[6] Manduca P., Increase of birth defects and miscarriages in Fallujah, 2011.

[7] Alaani S, Savabieasfahani M, Tafash M, Manduca P., Four polygamous families with congenital birth defects from Fallujah, Iraq. Int J Environ Res Public Health. 2011, 89-96.

[8] Busby C, Hamdan M, Ariabi E.Cancer, Infant mortality and birth sex-ratio in Fallujah, Iraq 2005-2009. Int J Environ Res Public Health, 2010, 2828-37.

*******************************************Fonte: The biological legacy of warfare

31.07.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

Antimafia Duemila – Studio americano: ”Fra 30 anni il Polo Nord rischia di rimanere senza ghiacci in estate”

Fonte: Antimafia Duemila – Studio americano: ”Fra 30 anni il Polo Nord rischia di rimanere senza ghiacci in estate”.

di Andrea Bertaglio – 28 luglio 2011
Secondo i dati raccolti dal Nsidc del Colorado e dall’Università di Washington, il riscaldamento globale potrebbe causare lo scioglimento totale della banchisa nei mesi più caldi entro il 2040. Lo strato artico ha raggiunto quest’anno lo spessore minore mai registrato, mentre il Mar Glaciale in duemila anni non è mai stato così caldo. L’Artico potrebbe sciogliersi del tutto prima del previsto.

Nell’ultimo anno i ghiacci si sono sciolti a velocità mai viste. E di questo passo, nei mesi estivi, il Polo Nord potrebbe restarne senza entro i prossimi tre decenni, cioè con 40 anni di anticipo rispetto alle previsioni dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), il gruppo incaricato dall’Onu di monitorare i cambiamenti climatici. Lo rivelano le immagini catturate da un satellite dello Us National Snow and Ice Data Centre (Nsidc) di Boulder, in Colorado, e lo confermano i dati raccolti dalla University of Washington Polar Science Centre, per cui lo strato dei ghiacci artici ha raggiunto quest’anno il minore spessore mai registrato. L’area, generalmente coperta dalla coltre per almeno il 15% della sua superficie, la scorsa settimana è scesa a circa otto milioni e mezzo di chilometri quadrati: un’estensione inferiore a quella registrata nel 2007, record negativo di tutti i tempi.

Il surriscaldamento del pianeta da circa trent’anni sta sciogliendo il ghiaccio che ricopre gran parte del Mar Glaciale Artico a una media del 3% all’anno. Il problema è che meno ce n’è, più cresce la velocità di scioglimento di quello rimanente. Una “spirale negativa”, secondo Mark Serreze, direttore dell’Nsidc, che afferma: “L’estensione dell’area ricoperta dai ghiacci sta diminuendo, ma anche riducendosi di spessore. Ciò significa che le condizioni meteorologiche che prima portavano allo scioglimento di una certa quantità di ghiaccio, ora ne eliminano molto di più”. La consistenza della coltre, mediamente di 3 metri, continuerà ad aumentare e a diminuire al cambiare delle stagioni, puntualizza Serreze, ma “siamo sulla via per vedere un’estate completamente priva di ghiaccio entro il 2040”.

I dati raccolti dall’Nsidc derivano da uno studio internazionale eseguito all’inizio di quest’anno, secondo il quale le temperature delle acque del il Mar Glaciale Artico provenienti dall’Oceano Atlantico settentrionale (il maggior flusso di acqua in entrata viene proprio da lì) sono oggi le più alte degli ultimi duemila anni. Un problema non da poco, vista la vulnerabilità dei poli all’innalzamento delle temperature. Che, sempre per l’Nsidc, lo scorso giugno sono state tra 1 e 4 gradi centigradi più elevate della media.

Le simulazioni eseguite dalla Nasa a riguardo hanno invece mostrato che la banchisa che copre il Mar Glaciale Artico non si ritirerà a un ritmo costante. Ci saranno però altri cali improvvisi come quello del 2007, quando una perfetta combinazione di condizioni meteorologiche sfavorevoli fece sciogliere più ghiaccio in un singolo anno che nei precedenti 28 messi assieme. Sta di fatto che oggi, rispetto agli anni ‘50, più della metà del ghiaccio che copre i mari artici se ne è già andata per sempre.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

Botteghe Oscure: Se non sono di Goldman Sachs, non li vogliamo | STAMPA LIBERA

Fonte: Botteghe Oscure: Se non sono di Goldman Sachs, non li vogliamo | STAMPA LIBERA.

Prodi, Dini, Padoa Schioppa, Mario Monti, Mario Draghi aparatchik di Goldman Sachs catapultati nel potere pubblico.
di Tito Pulsinelli
E’ ormai vicino il giorno in cui gli ex Botteghe Oscure e la nomenklatura della “opposizione” dovrà spiegare l’acritico, succube, incondizionale e sviscerato amore per tutto quel che è targato Goldman Sachs.
Gli orfanelli di Mosca, approdati al liberalismo nell’epoca della sua storica estinzione, hanno disinvoltamente calzato la sua negazione -lo spurio surrogato “neoliberista”- con verace furore sadomasochista. Non come astratta teoria ad uso delle madrasse accademiche o “bocconiche”, bensì come recidiva politica economica dei suoi governi. Romano Prodi, capo del più longevo governo di “centro-sinistra”, svolse la mansione di “senior advisor” di Goldman Sachs, sian dal marzo 1990.
Tra il 2007 e il 2009, Romano fu il prode paladino delle banche e firmò vari decreti disegnati sulla misura degli speculatori finanziari. Con il consunto paravento del “governo tecnico”, Botteghe Oscure ha sempre affidato la conduzione dell’economia ai vari Dini, ai Padoa Schioppa che in Grecia svolse l’ultima missione di proconsole-becchino plenipotenziario del FMI.
Che cosa c’è dietro questa succube love story con tecnocrati che hanno sempre lavorato per i grandi centri internazionali della speculazione finanziaria? Costoro, non sono mai stati servitori di due padroni -banchieri e salariati- ne hanno servito sempre uno solo. Anche Mario Monti è stato -dal 2005- advisor di Goldman Sachs.
Per Mario Draghi, la nomenklatura della sinistra neoliberista non arrossiva a indicarlo come capo dei futuri governi post-Berlusconi. Eppure, l’attuale boss della BCE, aveva raggiunto il gradino gerarchico più alto, dal 2002 al 2005, come vicepresidente e responsabile di Goldman Sachs per l’Europa.
Bisogna arrendersi all’evidenza: dirigere e pianificare la speculazione finanziaria globale non è un ostacolo per condurre l’economia di una nazione; bene pubblico ed interesse delle elites sono una unica e identica cosa. In sostanza, per chi si vergogna di Gramsci -molto apprezzato nei think tank della loro patria adottiva usamericana- e persino di Keynes, la ricetta idonea per difendere dal tracollo definitivo i salariati, classe media ed impresa nazionali, sono gli aparatchik del globalismo.
La nomenklatura affida volentieri i malati alle cure dei funzionari d’alto bordo che hanno propagato con foga l’epidemia. Li agevolano persino ad arrivare alla testa delle banche centrali o dei ministeri dell’economia, affinchè possano usare l’erario pubblico per il “salvataggio” dei bancarottieri. E per adottare politiche catastrofiche tendenti a svendere i patrimoni nazionali con privatizzazioni forzate. A vantaggio degli ex datori di lavoro del capo della BCE e dei ministri economici preferiti a Botteghe Oscure.
La “commissione” di Bruxelles e la BCE –eletti da chi? con quanti voti?- hanno oggi poteri di coazione per sanzionare i governi europei che non ridurranno del 7% la spesa pubblica. Ostentano un potere inferiore solo a quello dei fu governi sovietici, pianificando integralmente l’agricoltura, economia e finanza. Spingono in un vicolo cieco in cui 8 persone su 10, riceveranno meno redditi e servizi, con caduta dei consumi e della produzione, aumento esponenziale della disoccupazione, e gli Stati avranno meno entrate fiscali. A chi conviene?
A Londra si alternano governi di segno apparentemente opposto, ma c’è l’unanimità su queste questioni perchè i governi hanno perso la sovranità economica. Laburisti o conservatori, possono decidore solo dove fare tagli o mettere tasse. Il “socialista” George Papandreu svende le imprese pubbliche alle multinazionali. Riduce gli stipendi, le pensioni e i posti di lavoro agli ordini del FMI. Affida la tesoreria pubblica alle banche europee. Sostiene la guerra della NATO contro la Libia. Lui dirige la Polizia costiera greca per rafforzare il blocco di Netanyahu su Gaza.”
Ad Atene, Lisbona, Madrid, Budapest, Dublino contano soli i diktat lanciati dal FMI, BCE, agenzie di rating, cioè il potere internazionale de facto.
Le pietanze previste dal menù elettorale sono identiche, e gli scenari prospettati dai fatiscenti partiti sono miraggi che si sostanziano solo di chiacchiericcio mediatico. Non rappresentano piú i cittadini europei. Per cercare soluzioni che non siano vantaggiose solo per il 20% della popolazione, è necessario oltrepassare il terreno della politica. Per dare un taglio ad un modello incapace di moltiplicare la ricchezza, che si vanta senza pudore di saper moltiplicare solo i milionari, è sempre più necessario varcare la soglia della lotta sociale, civica, trasversale, dal basso. E guardare coloro che hanno osato affrontare la “dittatura del mercato” o che seppero gridare “que se vayan todos!”, o che organizzarono referendum sul debito e sulle modalità con cui pagarlo, o meno. E’ così che l’Islanda ha strappato qualche risultato utile e vitale per le genti laboriose.
Le nuove potenze emergenti, però, si distinguono per non sottostare al dogma della autonomia assoluta delle Banche centrali -vedi Cina- e per delimitare lo spazio di manovra del cosidetto “mercato”, rigettando il dogma della sua libertà assoluta. Tutto, assolutamente tutto, sia nella fisiologia umana, che nella natura e nelle scienze, funziona in base a regole e principi di autoregolazione e delimitazioni reciproche. Tutto ha limiti, perchè i mercanti di “valori cartacei” no?
Non c’é piú la libertá di comprare buoni del tesoro emessi dagli Stati. I governi sono obbligati a indebitarsi con la banca privata. Perché? La “libertà del mercato” è un fondamentalismo oscurantista, con vocazione autoritaria, testo ad abolire la nozione del bene comune e nullificare le istituzioni su cui ancora i cittadini hanno qualche residuale influenza, attraverso il voto.
Pubblicato da Selvasblog
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LA MALATTIA DEL DEBITO STA NELLA CURA: LE PRIVATIZZAZIONI | STAMPA LIBERA

Fonte: LA MALATTIA DEL DEBITO STA NELLA CURA: LE PRIVATIZZAZIONI | STAMPA LIBERA.

Alla fine della scorsa settimana, i giornali ci hanno informato del “turbamento” provato da Romano Prodi di fronte alla notizia che era stata la Deutsche Bank a dare il via al tracollo del debito pubblico italiano. La multinazionale finanziaria tedesca è stata infatti la prima a disfarsi dei titoli italiani in proprio possesso. (1)
Prodi non ha accennato al fatto che il suo amico e collega di governo, Giuliano Amato, ora senior advisor della Deutsche Bank, non si sia degnato di anticipargli personalmente la notizia. L’ex Presidente del Consiglio ha parlato invece di vocazione “suicida” dell’Europa e di fine di quella “solidarietà” europea che aveva caratterizzato i padri fondatori.

COMIDADProdi però dimentica che una volta a tenere a freno gli istinti criminali dei banchieri, e ad imporre la disciplina europea, c’era il confronto con la potenza militare ed ideologica dell’Unione Sovietica. Oggi invece in Russia c’è quel calabrache di Putin, speranza delusa del neonazismo “eurasiatico”, il quale si sta preparando a mollare anche l’alleato Assad; e ciò in base alle “notizie” sulla Siria diffuse dall’emittente Al Jazeera, di proprietà dell’emiro del Qatar, cioè un Paese coordinato militarmente con la NATO.

Prodi, in una lunga intervista di qualche mese fa, rilasciata a Rainews, aveva parlato diffusamente di crisi europea, evocando più volte gli spettri del suicidio e della “paura” che paralizzerebbe le decisioni. Quando si comincia a psicanalizzare e filosofeggiare sulle intenzioni degli altri, allora è segno che si vuole sfuggire alle constatazioni più ovvie.(2)

Una delle poche affermazioni concrete dell’intervista di Prodi riguardava infatti l’osservazione che la minaccia del debito greco si presentava abbastanza limitata ed, in sé, relativamente poco preoccupante, ed è stata invece enfatizzata dall’atteggiamento ambiguo (o subdolo?) delle autorità monetarie internazionali ed europee. In questo contesto, la Deutsche Bank ha dimostrato di avere le idee sin troppo chiare, in quanto è stata la più attiva ad alimentare l’allarme mediatico circa il pericolo del default greco, così da spingere l’esito della crisi nella direzione voluta, cioè la privatizzazione dei patrimoni pubblici della Grecia.(3)Che l’assalto al debito italiano abbia gli stessi obiettivi di privatizzazione, non è un dato derivato da qualche seduta spiritica, di cui Prodi si è in passato dichiarato un frequentatore; bensì è una realtà che si può leggere da tutta una serie di proclami a riguardo. Il quotidiano confindustriale “Il Sole-24 ore” ci fa sapere che il valore dei patrimoni immobiliari pubblici che si potrebbero immediatamente privatizzare ammonta a trecento miliardi di euro. Come a dire, basta privatizzare questa massa di beni ed il debito è risanato.(4)

Del resto le organizzazioni degli agenti immobiliari e degli imprenditori edili ce lo ripetono da tempo: la “cura”, anzi la panacea, del debito consiste nelle privatizzazioni dei beni immobili pubblici.(5)
In queste settimane è ritornata di attualità anche la questione della privatizzazione dei beni immobili delle Università, che costituiva il motivo ispiratore della pseudo-riforma Gelmini, e fu invece bloccata da un emendamento voluto da Tremonti. Ora, però, lo stesso Tremonti fa sapere di essere nuovamente disponibile a prendere in considerazione queste privatizzazioni, in quanto la Legge 133/2008 (cioè il Decreto Tremonti) consente al ministro dell’Economia di prendere questo provvedimento. Il valore degli immobili universitari, e dei beni demaniali in uso alle Università, è stimato ufficialmente in circa trenta miliardi di euro; ma il valore è sicuramente sottostimato, poiché occorre tenere conto del fatto che ci sono di mezzo non solo edifici, ma anche molti terreni edificabili.(6)

La questione dell’emergenza del debito è inseparabile dalla sua “cura”. In altre parole, il problema nasce proprio dalla soluzione proposta, o imposta. La destra “antagonista” ha spesso denunciato la tirannia finanziaria, ma in termini tali da farne perdere di vista i veri obiettivi. La “usurocrazia”, così efficacemente illustrata dalla retorica accattivante del poeta e saggista Ezra Pound, è diventata una sorta di entità metafisica, come se il debito fosse di per sé capace di determinare una generale “schiavitù” dei popoli.

Questa metafisica della destra mira a separare nell’analisi un capitalismo buono e “produttivo”, con i suoi eroi come Henry Ford, dal malvagio capitalismo finanziario dei Rothschild e dei Goldman Sachs. In realtà la schiavitù per debiti entrò in crisi già nell’antica Roma, e persino il carcere per debiti, reso famoso e famigerato dalle opere di Charles Dickens, alla fine fu abolito a furor di popolo. Nessuna schiavitù del debito è in grado di imporsi da sola alla lunga distanza, ed una cronica dipendenza dal debito alla fine affossa il creditore più ancora del debitore. Nessun rapporto di dominio può fare a meno di esprimersi in una materiale appropriazione del territorio, o attraverso l’occupazione militare, o attraverso la privatizzazione, oppure attraverso entrambe.

Occorre quindi capire a cosa mira realmente, ed a breve, l’emergenza-debito; cioè saccheggiare la ricchezza reale costituita dai patrimoni immobiliari pubblici, a cui tutti i capitalisti sono interessati, sia quelli presunti “buoni” che quelli sfacciatamente cattivi. Tutte le banche sono infatti delle potenze immobiliari, ma lo sono anche la FIAT e la Pirelli. Se il problema del debito pubblico non venisse “curato” si risolverebbe da solo, dato che di fronte ad uno Stato insolvente i creditori possono solo rassegnarsi. Si comprende allora il perché dell’attuale psicoguerra, come mai sia così urgente agitare l’allarme e lo spettro dell’apocalisse finanziaria, in modo da illudere tutti che le privatizzazioni siano la via d’uscita dal tunnel.

Ovviamente le privatizzazioni devono essere fatte a spese dello Stato, come quelle che sta già attuando il governo greco, costretto dal Fondo Monetario Internazionale ad istituire un apposito Fondo del ministero delle Finanze per finanziare i privati interessati ad “acquistare” i beni pubblici. Secondo i metodi tipici della corruzione coloniale, al banchetto delle privatizzazioni vengono chiamati a partecipare anche i gruppi affaristici locali, in modo da garantirsi la opportuna rete di complicità.(7)

Il vero nemico, che la destra “antagonista” non vuole mai evocare, è la proprietà privata dei mezzi di produzione e della terra, ed i metodi di illegalità, di frode e di rapina con cui la proprietà privata si costituisce. La fame di patrimoni immobiliari, ampiamente documentata nella stampa specialistica, rimane però un argomento tabù quando si tratta di rivolgersi al grande pubblico. Sarà perché questa avidità di ricchezza immobiliare fa molto medioevo, e rischia perciò di smentire la mitologia modernistica e pseudo-innovativa, che avvolge come una nebbia il reale funzionamento della sedicente “Economia di Mercato”. Nell’epoca della cosiddetta “globalizzazione”, infatti la questione della proprietà della terra si pone al centro dell’attenzione, dato che attualmente le multinazionali – comprese quelle del credito, come Goldman Sachs – si dedicano all’appropriazione di terreni nei Paesi del terzo mondo e soprattutto in Africa.(8)

(1) http://www.corriere.it/economia/11_luglio_28/prodi-deutsche-bank_02a8aac8-b914-11e0-a8dd-ced22f738d7a.shtml
(2) http://www.youtube.com/watch?v=hbgebsr8-fQ
(3) http://www.lettera43.it/economia/macro/19624/grecia-privatizzazioni-per-50-miliardi.htm
(4) http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-07-29/patrimonio-immobiliare-stato-vale-161237.shtml?uuid=AabyCIsD
(5) http://archiviostorico.corriere.it/2011/febbraio/26/Clerici_vendano_tutti_gli_immobili_co_7_110226001.shtml
(6) http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/05/23/il-grande-business-degli-immobili-universitari.html
(7) http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.imf.org/External/NP/
(8) http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://www.african-bulletin.com/news/630-africa-land-invasion-and-expropriation.html 

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Il nuovo ministro della giustizia è proprio quello che ti aspetti da Berlusconi

Fonte: Antimafia Duemila – Travaglio – Palma d’Oro.

di Marco Travaglio – 28 luglio 2011
Dopo tanti avvocati e alcuni imputati, abbiamo finalmente un magistrato ministro della Giustizia. D’accordo, Francesco Nitto Palma ha dovuto superare alcuni esamini facili facili, per dissipare la naturale diffidenza che la categoria delle toghe comprensibilmente suscita nel mondo politico: tipo essere un berlusconiano…

…di ferro, avere almeno un amico pregiudicato per corruzione giudiziaria (Previti), aver fatto per lui alcune leggi per salvarlo dalla galera, aver fatto archiviare inchieste eccellenti come quella su Gladio (si può anche dire “insabbiare”, come scrisse l’Europeo, che Palma denunciò e perse la causa). Ma li ha brillantemente superati tutti.
Oltretutto, ad abundantiam, ha pure sposato la figlia dell’ex capo degli ispettori ministeriali che nel 1994-‘95 perseguitò il pool Mani Pulite, Ugo Dinacci, diventando il genero dell’avvocato Filippo Dinacci, difensore di B. Un bijou. Dopo i numerosi appelli del capo dello Stato per una “figura di alto profilo”, il Cavaliere ha trovato lo statista giusto. Dal centrosinistra, del resto, nessuno ha detto una parola. Napolitano aveva storto il naso sul nome di Anna Maria Bernini, e giustamente: avvocato di Bologna, la signora è entrata in politica non grazie a B. ma a Fini (dunque è già sospetta), e soprattutto non frequenta Previti né ha legiferato per lui (dunque è doppiamente sospetta): vade retro. Così il popolare Cesarone conquista finalmente, seppure per interposta persona e con 17 anni di ritardo, quel ministero della Giustizia a cui agognava fin dal 1994. Allora era ancora incensurato, ma incontrò sulla sua strada un presidente della Repubblica piuttosto fisionomista: a Scalfaro bastò guardarlo in faccia per decidere che era meglio persino Alfredo Biondi. “Se lo conosci, lo Previti”, commentò Montanelli. Anche Ciampi nel 2001 rimandò indietro un ministro della Giustizia: Maroni, respinto per via della condanna a 4 mesi per resistenza a pubblico ufficiale, uno che visti i successori pare Cavour. Scalfaro e Ciampi avevano letto attentamente l’articolo 92 della Costituzione: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri”. Cioè li nomina lui, non il premier. E, se non gli piacciono, si rifiuta di nominarli. Evidentemente Nitto Palma a Napolitano piace, come gli altri “ministri di alto profilo” nominati negli ultimi mesi: l’imputato per ricettazione Aldo Brancher (poi condannato), l’indagato per mafia Saverio Romano (ora imputato), l’attachè del Biscione Paolo Romani, per non parlare degli ultimi sottosegretari “responsabili”. Ieri, durante la gaia cerimonia della firma al Quirinale, qualcuno ha trattenuto il fiato.   Vuoi vedere – sussurrava tremando qualche malpensante – che il capo dello Stato, così allergico ai magistrati che entrano in politica senza dimettersi dalla magistratura, farà una lavata di capo al neoministro, che sta in Parlamento dal 2001 senz’aver mai lasciato la toga, anzi è tuttora in aspettativa, pronto a tornare in servizio alla prima trombatura? Invece niente, per fortuna è filato tutto liscio. I severi mòniti del Colle ai magistrati che usano la toga come trampolino di lancio per la politica sono riservati a quelli come De Magistris, che quando fu eletto europarlamentare attese ben due mesi a dimettersi da magistrato, suscitando le ire di Pigi Cerchiobattista. Ora che il magistrato Palma, da dieci anni deputato, diventa addirittura ministro e, come tale, titolare dell’azione disciplinare contro i suoi colleghi, tutti zitti. Il bello della politica italiana è proprio questo: ogni volta che si pensa di aver toccato il fondo, c’è chi scava più in fondo. Palma farà rimpiangere Alfano che a sua volta ha fatto rimpiangere Mastella che da parte sua aveva fatto rimpiangere Castelli e così via, su su fino a Mancuso, Biondi, Martelli, Rognoni, Martinazzoli. Resta da capire chi, dopo Palma, riuscirà a farlo rimpiangere. Ma che lo si troverà non c’è dubbio: ci penserà il centrosinistra.

Tratto da:
Il Fatto Quotidiano

ComeDonChisciotte – I SEALS ABBATTUTI NON POTRANNO PIÙ PARLARE

Fonte: ComeDonChisciotte – I SEALS ABBATTUTI NON POTRANNO PIÙ PARLARE.

DI JULIUS SEQUERRA
Beforeitnews.com

Trentuno soldati statunitensi sono rimasti uccisi quando l’elicottero, un Boeing Chinook, su cui stavano volando è precipitato in Afghanistan.

Dei trentuno deceduti, venti erano membri del SEAL Team 6.

Ero già stato precedentemente informato (da un colonnello in pensione dell’intelligence dell’esercito) che si tratta delle stesse persone che si ritiene abbiano ucciso di recente Osama bin Laden a Abbottabad. [NB: il Seal Team 6 è un gruppo ultra-scelto di agenti “in nero” che è al di fuori del protocollo militare, che partecipa a operazioni che hanno il più alto livello di segretezza e che spesso oltrepassano i limiti delle leggi internazionali.]

La storia ufficiale narra che i talebani hanno abbattuto l’elicottero. Ho i miei dubbi (come hanno molti altri che hanno più senno di voi, davvero).

[Ricordatevi di Pat Tillman, la stella del football che sciolse un contratto ricchissimo e andò volontario in Afghanistan sulla scia dell’impeto patriottico post-11 settembre? La storia ufficiale è che Tillman stia stato ucciso dal fuoco amico. Secondo le informazioni provenienti da molti soldati statunitensi (alcuni li conosco personalmente), Pat Tillman è stato assassinato dal suo governo. Si dice che Tillman, il perfetto simbolo per il reclutamento militare, si stava risvegliando dalle bugie dell’11 settembre e aveva iniziato a parlare un po’ troppo. Le parole hanno risalito velocemente la catena di comando. È stato ucciso da tre proiettili alla testa sparati da distanza ravvicinata. Davvero un fuoco amico.]

“Nessuno viene mai ingannato. Ci si inganna da sé.” – Goethe

La “recente morte” di Osama ci fa venire in mente le foto che erano presenti nella prime pagine dei giornali durante l’invasione dell’Iraq.

Ricordate quell’immagine simbolo degli iracheni festosi che aiutavano ad abbattere la statua di Saddam? Un mio conoscente dei Marines mi disse di un amico che era davvero sul posto, in quella piazza. In realtà, non c’erano più di cinquanta iracheni in quella “folla festosa” e praticamente tutti erano stati pagati per partecipare a quel servizio fotografico. [Avete per caso notato che c’erano solo alcune riprese fatte da un solo angolo di inquadratura? Il resto della piazza era totalmente vuoto, a parte il personale militare USA e le apparecchiature.]

C’è stata un’altra foto classica, quella di Saddam barbuto e in disordine che sbucava da una tana con le mani pateticamente sospese nell’aria in un gesto di sconfitta totale. Ve ne ricordate?

È anche quella una manipolazione. Ho fatto personalmente la conoscenza di un ex Marine che conosce una delle persone che ha aiutato a mettere in scena quel sordido affare.

La verità è che Saddam fu alla fine messo nell’angolo in casa di uno dei suoi amici, e che lottò valorosamente fino all’ultimo proiettile. Fu alla fine catturato, ancor più scapigliato (e già non doveva essere un figurino dall’inizio), costretto con la forza a infilarsi in quel buco e ricoperto di sporco per assicurarsi un’immagine degna di Hollywood. Il solo scopo di quella foto era quello di demoralizzare la popolazione irachena mostrando il loro leader rannicchiato in atteggiamento di sconfitta.

La VERA morte di Osama bin Laden

È ben noto grazie a insider della forze armate (e anche ad altri che si affidano a fonti alternative per le loro notizie) che Osama bin Laden è morto per cause naturali nel 2001. Era appena ritornato in Pakistan da Dubai dopo essere stato sottoposto a un trattamento medico all’Ospedale Americano.

Già nel marzo del 2000, Asia Week espresse preoccupazione per la salute di bin Laden, parlando di un serio problema di salute che avrebbe potuto mettere la sua vita in pericolo a causa di “un’infezione renale che si è propagata al fegato e che richiede una speciale cura.”

Dopo essere decollato da Quetta in Pakistan, bin Laden giunse a Dubai e fu trasferito all’Ospedale Americano. Fu accompagnato dal medico personale e da un “fedele assistente” (probabilmente al-Zawahiri). Osama fu accettato nel famoso dipartimento di urologia guidato dal dottor Terry Callaway, uno specialista di calcoli biliari e di infertilità.

Bin Laden fu curato in una delle suite riservate ai VIP presenti nell’ospedale. Durante il suo ricovero, ha ricevuto visite da molti membri della sua famiglia, così come da importanti personalità dall’Arabia e dagli Emirati Arabi. Nel corso della permanenza all’ospedale, l’agente di zona della CIA, ben noto a Dubai, fu visto prendere l’ascensore dell’ospedale per il piano di bin Laden.

Pochi giorni dopo, un uomo della CIA si vantò con pochi amici di aver visitato bin Laden. Fonti affidabili riportano che il 15 luglio, il giorno successivo al ritorno di bin Laden da Quetta, l’agente CIA fu richiamato al quartier generale. [NB: i contatti tra la CIA e bin Laden sono iniziati nel 1979 quando, in rappresentanza degli affari della famiglia, iniziò a reclutare volontari per la resistenza afghana contro l’esercito sovietico.]

L’ULTIMA “morte” di bin Laden

Quello che è stato riferito al mondo intero sulla recente “Morte di Osama bin Laden” è meschino e risibilmente assurdo (specialmente sul fatto che non siano state eseguite perizie medico-legali, e che il corpo sia stato velocemente scaricato in mare. L’ultima foto truccata è l’argomento decisivo).

La verità è che bin Laden è morto da un bel po’ di tempo.

Il rebus di Abbottabad era una complessa psyop per fornire un po’ di serenità al pubblico statunitense per poter scatenare la propaganda dei media, rimanendo sempre, senza contraddittorio, all’interno della più grande, terribile e più costosa truffa di tutti i tempi: l’11 settembre e la “Guerra al Terrore”.

E ora ogni singolo membro del SEAL Team 6 che ha partecipato all’operazione psicologica “dell’assassinio” è morto.

Per puro caso, mi venne da ridere quando lessi un titolo particolarmente divertente sull’ultima morte di Osama, nella rivista US Business Insider: “Ecco a voi il ‘Seal Team 6‘, i prepotenti che hanno ucciso Osama Bin Laden”.

Bene, adesso tutti questi poveri “prepotenti” sono morti.

E i morti non parlano.

*********************************************Fonte: Inside Scoop: Shot Down Black-Op Seals Won’t Be Talking Now

07.08.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

Antimafia Duemila – Pentiti a perdere, il sogno di Riina

Fuori la mafia dallo stato!
Fonte: Antimafia Duemila – Pentiti a perdere, il sogno di Riina.

di Anna Petrozzi – 28 luglio 2011
Era il chiodo fisso di Riina. Li voleva morti, anzi sterminati, loro e i loro figli, bambini compresi, fino alla settima generazione. I pentiti erano la sua spina nel fianco, a partire dall’oltraggio subìto con la collaborazione del primo corleonese, Pino Marchese, suo autista personale. Piano piano questi “infami” con le loro dichiarazioni hanno eroso l’impero personale di denaro, violenza e dittatura del capo dei capi diventando più nemici dei nemici stessi.

Non per niente appena si è creata l’opportunità di accedere ad un nuovo dialogo con qualche interlocutore istituzionale dopo il brutale assassinio del traditore Salvo Lima e la barbarie di Capaci il boss ha messo la revisione della legge sui collaboratori in testa alle richieste da ottenere in cambio della cessazione delle stragi.
Come ormai sappiamo però quel “papello” non venne accettato tout-court ed è considerato dagli inquirenti come una delle cause che scatenarono la strage di via D’Amelio. Secondo le ricostruzioni dei magistrati dell’accusa, quella che ormai è passata agli onori della cronaca come “la trattativa”, sarebbe proseguita in altro modo, con altri attori, primo fra tutti: Bernardo Provenzano. Il quale, più astuto, meno spaccone e soprattutto più “agganciato” avrebbe stipulato un accordo a lungo termine per ottenere, oltre ad una lunga e comoda dilazione sulla sua latitanza, quella stessa contropartita che il suo compaesano pretendeva di avere a suon di bombe.
Seppur si tratta di tesi ancora al vaglio dei giudici, si può benissimo dare uno sguardo di insieme e accorgersi senza bisogno di eccessive forzature che questi pentiti non erano d’intralcio solo ai boss mafiosi.
I dati parlano chiaro. Innanzitutto i tagli. Nel 2011 la spesa prevista per il programma di protezione è di 34 milioni di euro, la metà esatta di quanto stanziato nel 2006. Ciò comporta, oltre al mancato rispetto degli accordi che il collaboratore stipula con lo Stato italiano circa il proprio mantenimento, enormi difficoltà per trasferirli dalle località protette e farli testimoniare ai processi, non ci sono soldi per le auto di scorta, per la benzina e per il pernottamento, e per garantire loro la difesa legale. Gli avvocati infatti si vedono costretti ad anticipare spese per oltre un anno anelando a rimborsi che non arrivano mai.
Se a questo si aggiungono le restrizioni legislative introdotte già dal 2006 sul limite temporale alle dichiarazioni e applicate con estrema rigidità anche a ex mafiosi depositari di informazioni delicate come Gaspare Spatuzza, si cominciano a comprendere non solo il calo di collaborazione di spessore, ma anche i tragici suicidi degli ultimi giorni.
Da Francesco Marino Mannoia, il super pentito che aprì a Giovanni Falcone i santuari del grande traffico di droga internazionale, salvato in extremis dalla moglie dopo aver ingerito un micidiale di cocktail di farmaci, al giovane Giuseppe Di Maio, impiccatosi nella sua cella per non aver retto l’abbandono dei familiari.
Da mafiosi ricchi e rispettati, tutelati nei loro bisogni dall’organizzazione criminale, questi uomini si ritrovano ad essere rifiutati dalla propria famiglia di sangue, trasportati in località segrete con scarsissime possibilità di ritornare ad una vita normale e ricoperti di insulti, specialmente se chiamano in causa i vari colletti bianchi. Un tantino disincentivante…
Trattativa o meno, sta di fatto che una delle armi più efficaci della lotta alla mafia viene sempre più spuntata mentre va continuamente in onda la propaganda degli arresti delle componenti militari che seppur importanti non bastano certo a penetrare nelle viscere delle mafie che fanno del segreto, soprattutto sulle relazioni inconfessabili con il potere, la loro forza.
Trattativa o no, inutile nascondersi dietro un dito. Il trattamento riservato ai collaboratori così come il disegno di legge sulle intercettazioni sono un enorme regalo al sistema criminale di cui la violenza delle mafie è solo la punta dell’iceberg.
Le ultime notizie su Salvatore Riina ce lo raccontano come ancora forte, pieno di sé, che a colloquio con il figlio Giovanni, si vanta del suo ruolo di capo e di detentore di informazioni che solo lui sa. Sarà persino compiaciuto dell’esito di un lavoro durato anni e della fine riservata a chi tradisce il patto di omertà.
Chissà pero se nel suo folle egocentrismo si è reso conto di essere stato usato e gettato anche lui, proprio come i pentiti.