Archivi del giorno: 4 settembre 2011

Darfur: il massacro continua – Antonella Napoli- Blog di Beppe Grillo

Fonte: Darfur: il massacro continua – Antonella Napoli- Blog di Beppe Grillo.

Nel Darfur è stato massacrato, stuprato, mutilato, un milione di persone nell’indifferenza della Nato. In Africa sono in corso guerre civili e tribali da 50 anni. Ma in questi posti dimenticati da Dio, dove non c’è l’oro nero, non si fa vedere nessuno.

Intervista a Antonella Napoli, Presidente di Italians for Darfur :

300 mila vittime e 3 milioni di sfollati
Dal 2003 si combatte in Darfur una guerra per avere una indipendenza, un maggiore controllo dell’area da parte delle opposizioni al governo centrale guidato dal Presidente Omar Al Bashir, Le comunità del Darfur hanno chiesto a più riprese al governo centrale di poter gestire autonomamente le risorse e il potere in Darfur, cosa che non è mai avvenuta fino a quando si sono organizzati con gruppi armati e la ribellione è diventata forte, tanto da potere attaccare le forze armate nella base dell’aeroporto a Khartoum. Quel momento è stato considerato l’inizio vero e proprio del conflitto in Darfur e ci sono vari gruppi armati che combattono in Darfur, i più importanti sono il Sudan Liberation Movement e il Justice Equality Movement. La fase più cruenta si è avuta dal 2003 al 2006 e in questi soli tre anni le vittime registrate a causa del conflitto sfioravano le centomila, a oggi sia per il conflitto che per la crisi umanitaria che le stime O.N.U. parlano di oltre 300 mila vittime e quasi 3 milioni di sfollati. Di questi la maggior parte vive in campi profughi che ovviamente hanno condizioni di vita al limite alla sopravvivenza e si è aggravata ancora di più la situazione quando nel 2008 con l’incriminazione del Presidente sudanese da parte della Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità e crimini di guerra, ha espulso 13 delle maggiori organizzazioni non governative che garantivano assistenza agli sfollati. Sono stati interrotti da quel momento tanti progetti, sia di assistenza sanitaria, di scolarizzazione e anche la distribuzione alimentare ha subito una brusca frenata, a tutt’oggi si contano almeno 700 – 800 mila persone che non sono raggiunte dagli aiuti umanitari. La situazione quindi è di grande preoccupazione per il programma alimentare mondiale che cerca di sopperire alle mancanze delle organizzazioni e del coordinamento degli aiuti umanitari all’O.N.U. che è sul posto. Anche la sicurezza è sempre più a rischio tant’è che si registrano anche attacchi ai campi oltre che a episodi di banditismo e di rapimenti come quello dell’operatore di Emergency nei giorni scorsi.

Al Bashir, un criminale in libertà
Mi occupo da anni come giornalista delle cosiddette crisi dimenticate e di violazioni dei diritti umani, sono un africanista e ho seguito dall’inizio le vicende del conflitto in Darfur, proprio da questo mio impegno arrivando lì e vedendo con i miei occhi quello che stava avvenendo e rientrando in Italia dove invece il Darfur era sconosciuto,è nata l’idea di creare un movimento che raccontasse quello che stava avvenendo in Sudan. In Italia non si sapeva nemmeno dove si trovasse il Darfur, che fosse una regione del Sudan, anzi perlopiù non si sapeva nemmeno bene dove fosse il Sudan, quindi una crisi dimenticata in un paese dimenticato. Dopo i primi anni di web activism il movimento è diventata una associazione, ovvero Italians for Darfur che abbiamo tirato su con altri colleghi operatori umanitari e Mauro Annarumma in particolare che è medico e da anni si occupa di queste vicende.
Per quanto riguarda la situazione attuale il sequestro di Azzarà è stato l’ultimo di una serie di episodi che portano alla luce quanto denunciamo da tempo, cioè che la situazione in Darfur è più grave che mai, basti pensare che pochi giorni prima di questo rapimento era stata attaccata una squadra, un convoglio della missione di pace dispiegata in Darfur Unamid, e c’erano state sia vittime che feriti. E poi si susseguono scontri, attacchi anche e soprattutto da parte delle forze militari sudanesi contro villaggi a ridosso dei quali sono presenti delle postazioni ribelli che continuano a contrastare il governo sudanese e le vittime sono civili. Non a caso negli ultimi mesi si è registrato anche un nuovo flusso di sfollati che aveva avuto una frenata, anzi c’era stato anche un trend positivo di rientri nei villaggi e nelle aree pacificate. Purtroppo questo flusso di rientro si è intererotto dal dicembre scorso quando è venuto meno l’unico accordo di pace che era stato firmato nel 2006 con la spaccatura tra l’altro del maggiore gruppo di opposizione ad Al Bashir che, parentesi, va ricordato è incriminato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra contro l’umanità, e genocidio. Questo gruppo di ribelli si frantumò e una parte decise di firmare questo accordo di pace, si costituì anche una authority che doveva portare a una transizione con il governo locale e permettere così a una forte presenza darfuriana di gestire il potere in Darfur. Cosa che poi negli anni non è avvenuta come da accordi sottoscritti e nel dicembre 2010 questo accordo è saltato e sono ripresi gli scontri tra le forze sudanesi e i seguaci di Minni Minnawi che era il leader di questa fazione scissa dal Sudan Liberation Movement che aveva sottoscritto questo accordo.
Nel frattempo si è aperto anche il fronte nell’area del Jebel Marra che è particolarmente ricca sia di acqua che di altre risorse. Va detto che in Darfur c’è petrolio che non è stato ancora sfruttato perché non ci sono le infrastrutture, non c’è ancora una estrazione tale che possa permettere di vivere di introiti del petrolio, ma è sicuramente un’area che fa gola a chi da tempo fa affari con il petrolio con il governo sudanese, in particolare parlo della Cina che è il maggiore partner del governo di Bashir e che come sappiamo bene in Consiglio di sicurezza ha il diritto di veto e infatti ogni qualvolta si è provato a rafforzare il mandato della missione dispiegata in Darfur, c’è sempre stata una opposizione forte da parte dei cinesi. Ci sono due fronti contrapposti, da una parte gli Stati Uniti che da tempo chiedono un inasprimento dell’intervento in Sudan, si era parlato anche di no fly zone ma non si è mai arrivati a una definizione di una tale iniziativa e dall’altra parte c’è la Cina e anche la Russia che hanno sempre preso le parti di Bashir, anche quando il Presidente del Sudan è stato inquisito dalla Corte penale e anzi si è cercato anche in qualche modo di frenare l’azione della Corte penale internazionale. A tutt’oggi Bashir è libero di circolare, è stato anche recentemente in Cina ospite del governo e non ha mai rischiato di essere arrestato, anche quando ha viaggiato in altri paesi africani che hanno aderito alla Corte penale internazionale e quindi avevano l’obbligo di arrestarlo.

Il referendum contro la ribellione
Al momento ci sono grossi interessi anche per il futuro del sud Sudan che recentemente è stato riconosciuto indipendente, è stato votato a grande maggioranza un referendum per l’indipendenza dal nord ed è il sud Sudan una delle aree con le maggiori risorse petrolifere.Questo cosa c’entra con il Darfur? Da alcuni mesi proprio a seguito dell’indipendenza del sud Sudan le aspirazioni indipendentiste in Darfur hanno ripreso vigore, tant’è che il governo sudanese per cercare di arginare queste nuove fiammelle di ribellione ha proposto un referendum, un referendum sullo status amministrativo che però non prevede la possibilità di definire la sua indipendenza o meno dell’area, ma se costituire due nuovi stati oppure lasciare com’è attualmente in Darfur tre stati, ovviamente è un po’ fumo negli occhi perché è chiaro che non è certo questo che può soddisfare le esigenze della popolazione di avere maggiore capacità di autogestirsi, anche perché il potere, la suddivisione delle ricchezze non è equa, continua tutto a essere gestito da Khartoum, dal governo centrale. E quindi tutto questo non è destinato a portare a una pacificazione, tant’è che il fronte di opposizione rigetta questa proposta di referendum, anzi è stata anche una delle motivazioni che ha spinto a non sottoscrivere un nuovo accordo di pace che si stava discutendo a Doha e che è stato firmato solo da una fazione minoritaria di uno dei movimenti che tuttora combatte contro le forze armate sudanesi, ovvero il Liberation and justice Movement e quindi lascia un po’ il tempo che trova questo accordo. La forza militare più consistente è quella dei due gruppi maggiori, ovvero il Sudan liberation movement guidato da Wahid Al Nur e il Justice and Equality Movement guidato da Khalil Ibrahim che è un po’ il leader, il maggiore leader della ribellione darfuriana.

L’assenza della Comunità Internazionale
Tutto questo a fronte di un altro grande problema che sta colpendo le popolazioni sudanesi, ovvero il conflitto che si è aperto nel Sud Kordofan che è un’area popolata perlopiù dal popolo dei nubiani, della Nubia, l’etnia nera e che da giugno scorso è vittima di rastrellamenti e di violenze da parte delle forze armate sudanesi che difendono questa loro azione affermando di contrastare i militari dell’esercito del sud Sudan che avrebbero occupato quest’area. Va ricordato che il Sud Kordofan per anni è stato alleato del sud Sudan nell’ultraventennale guerra civile con il nord, è chiaro che nel momento in cui il sud Sudan è diventato indipendente e il Sud Kordofan è rimasto sotto il controllo del nord sono iniziate delle rappresaglie. E questo è stato anche certificato proprio dall’O.N.U. che ha presentato un rapporto dove si parla di questo nuovo Darfur, di questa nuova tragedia che si sta consumando in Sudan. L’Alto commissariato per i diritti umani ha depositato il report pochi giorni prima del sequestro un rapporto.
La cosa secondo me paradossale è che adesso tutti parlano di questo sequestro, mentre si tace che a poche centinaia di chilometri hanno scoperto fosse comuni con centinaia e centinaia di cadaveri, donne, bambini, uomini e l’Alto commissariato per i diritti umani presenta un rapporto che denuncia tutto questo. Noi abbiamo denunciato questa cosa dal giugno scorso, adesso l’O.N.U. che ha fatto delle ispezioni lì sul posto e ha raccolto testimonianze di chi ha visto quello che è avvenuto, ha riferito in questo rapporto che ci sono i presupposti per incriminare anche per il Sud Kordofan il governo sudanese per crimini di guerra contro l’umanità. Quindi si sta consumando, si sta ripetendo in Sud Kordofan quanto è già avvenuto in sud Sudan, quanto è avvenuto in Darfur, eppure che cosa fa la comunità internazionale? Più volte è stato chiesto, in particolare dagli Stati Uniti, di rendere la missione più forte, di fare in modo che si potesse intervenire intanto con una no fly zone, cioè di fare quello che è stato fatto per la Libia per impedire che i bombardieri di Khartoum continuassero a bombardare le popolazioni civili. Però si è sempre opposta la Cina, ha sempre posto il veto sulla modifica del mandato. Questa missione è stata approvata all’unanimità nel luglio 2007 con la risoluzione 1679 e autorizzava una missione di peacekeeping in Sudan, in particolare in Darfur. E’ stata in assoluto la missione autorizzata con il più alto numero di caschi blu perché era stato previsto l’invio di un contingente di 26 mila uomini. A tutt’oggi però questa missione non è totalmente dispiegata, inoltre è carente di mezzi fondamentali per garantire protezione alle popolazioni sotto attacco, ovvero degli elicotteri a lungo raggio che possano permettere la perlustrazione di aree grandi come il Darfur. Il solo Darfur è grande quattro volte l’Italia e la cosa paradossale è che questa missione, i caschi blu in Darfur, non riescono a garantire protezione neanche a sé stessi e quindi figuriamoci se possono garantire la tutela, proteggere la popolazione del Darfur. Da quando è iniziata questa missione sono morti quasi 60 caschi blu in attacchi e scontri, a volte con le milizie arabe che ancora scorazzano in Darfur e a volte proprio con le forze armate sudanesi che non hanno mai dato un vero supporto, anzi hanno contrastato il dispiegamento di questa missione.

I PREDONI DI SERVIZIO | STAMPA LIBERA

Fonte: I PREDONI DI SERVIZIO | STAMPA LIBERA.

di Andrea Fais

Torna la strategia internazionale “democratica” della Casa Bianca: ingraziarsi qualunque tipologia umanoide, dai tagliagola ai mujaheddin, dai terroristi ai mercenari. Sono passati trentadue anni, ma da Jimmy Carter a Barack Obama, poco cambia. Nel dietro le quinte ancora si muove lo stratega , allora come oggi.

Era il 1979 quando l’Islam politico tornava di prepotenza a riconquistare il prestigio perduto in Medio Oriente, a seguito di almeno trent’anni di spinte laiche che, a differenza del kemalismo turco, erano riuscite ad indirizzare il nazionalismo non-confessionale del mondo arabo verso una stagione di aspra contrapposizione strategica con gli Stati Uniti e con Israele, avvicinando diversi Stati – come l’Egitto, l’Iraq e la Siria – all’Unione Sovietica. La rivoluzione khomeinista in Iran, che sostituisce una monarchia dispotica ormai “decotta”, e il colpo di Stato in Pakistan, che depone il socialista Bhutto e crea i migliori presupposti per l’ascesa al comando del generale Zia ul-Haq, sconvolgono il quadro e riconsegnano nelle mani della reazione islamica un potere strategico ritrovato. Il supporto dell’Arabia Saudita e del nuovo Pakistan risulteranno decisivi nel quadro della collaborazione e del sostegno congiunto tra le forze islamiche e i servizi anglo-americani nel tentativo di destabilizzare, attraverso incursioni terroristiche e attività contro-rivoluzionarie, la neo-nata Repubblica Democratica dell’Afghanistan di Nur Taraki.

Malgrado la scandalosa operazione cinematografica messa in scena da Stallone, il compito reale di quella missione era quello di riportare l’Afghanistan sotto il tallone del wahabismo, creando così un avamposto islamista ostile all’URSS sui confini meridionali, proprio a ridosso delle repubbliche sovietiche del Turkmenistan, dell’Uzbekistan e del Tagikistan, ancora corposamente abitate da popolazioni turaniche (le prime due) e indo-iraniche (la terza), di religione musulmana sunnita.

Le penetrazioni di Al-Qaeda all’interno dell’Asia Centrale e del Caucaso, nell’immediatezza del crollo dell’Unione Sovietica, e all’interno dei Balcani, subito dopo la disgregazione della Federazione di Jugoslavia, dimostrarono la prontezza strategica di questi gruppi – frutto di addestramenti “occidentali” durati oltre dieci anni – e tutta la funzione di destabilizzazione svolta nel quadro della geopolitica del caos che Washington ama riproporre regolarmente all’interno della massa eurasiatica e del Medio Oriente.

Gheddafi era nel mirino della Gran Bretagna da molti anni, e le cellule radicali islamiche di Somalia, Egitto e Algeria erano già state da tempo foraggiate attraverso l’MI-6 e la Cia per agire anche in Libia. Negli anni Novanta, il compito svolto dai sicari integralisti dell’UCK in Kosovo resta tutt’oggi un crimine contro l’umanità impunito. L’allora segretario alla Difesa, William Cohen, e il segretario di Stato, Madalaine Albright, si distinsero per l’efferatezza e la crudeltà nella decisione di bombardare impunemente la Serbia nel 1999, prendendo chiaramente posizione dopo una prima fase di incertezza internazionale del quadro successivo alla crisi in Bosnia-Herzegovina: appoggiare i gruppi terroristici islamici nei Balcani, abbandonando al loro destino la Serbia e le comunità cristiane ortodosse.

Oggi, possiamo ampiamente osservare, come queste cellule dormienti, abbiano ripreso la loro attività, insinuandosi alla base delle rivolte del mondo arabo. Anche stavolta, secondo il classico copione, ci sono “eroi” e “masse” da esaltare, e “tiranni” o “macellai” da estirpare. I Fratelli Musulmani e le frange salafite non “spaventano” più le anime belle occidentali, specie dopo la (sempre più immaginaria) esecuzione di Bin Laden… anzi tornano buoni per “avanzare verso Tripoli” o per mettere a ferro e fuoco il nord della Siria. Hamas addirittura festeggia dinnanzi alla vittoria dei “ribelli libici”, lasciando intendere quanto certi atteggiamenti ostinatamente e ciecamente filo-palestinesi siano pressoché inutili sul piano strategico e prevalentemente sentimentali, volti semplicemente a fuorviare l’attenzione e a confondere l’imperialismo della Nuova Israele (i “messianici” Stati Uniti quale City Upon-a-Hill veterotestamentaria e calvinista) con i crimini di un minuscolo Stato nominalmente ebraico, piazzato come avamposto atlantico (o, comunque, non-musulmano) in Medio Oriente. Un atteggiamento infantile, che sta accecando generazioni di sedicenti “antimperialisti”, pronti (giustamente) a difendere i palestinesi dalla angherie di Israele, ma indifferenti se non “soddisfatti” per quanto la Nato sta combinando in Libia.

Poco importa che Gheddafi sia stato ricevuto e accolto nel tripudio, proprio un anno fa, dallo stesso ministro (Franco Frattini) che oggi lo indica come un “dittatore” che “deve arrendersi”. Quel che conta in questa farsa pagliaccesca è la “democrazia”, e dunque, anche con una serie di bombardamenti a tappeto, si presume di costruire la “libertà”. Come un nuovo Piano Marshall, già sono pronti i finanziamenti per la ricostruzione (parolina magica che significa “giogo per i prossimi cinquant’anni come minimo”) resasi obbligatoria dopo i danni causati dai bombardamenti dei finanziatori della ricostruzione: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e, nella sua solita nicchietta, l’Italia, fellona e opportunista, pronta a stracciare un Trattato di Amicizia con Gheddafi e a firmarne un altro con il venturo governo di Tripoli.

Diciamolo chiaramente: la partita era chiara sin dall’inizio. La schiacciante superiorità militare delle forze della coalizione atlantica rispetto alla debolezza dell’arsenale bellico di Gheddafi – già pesantemente ridotto dopo i primi giorni di bombardamento – era nota a tutti. Chiunque sperasse in una vittoria di Gheddafi, poteva soltanto fare affidamento su un ipotetico disimpegno della Nato dalle attività di guerra, alla luce del subbuglio di un rischio-default o di un rischio-insolvenza, che vede coinvolti praticamente quasi tutti i Paesi che la costituiscono in qualità di membri permanenti. Le impellenti necessità di tagliare la spesa pubblica in Europa e negli Stati Uniti, avrebbero potuto indurre questi Paesi a reperire fondi di salvataggio, attingendo dal bilancio militare. Per ora, malgrado l’invito/consiglio/avvertimento a tagliare le spese militari per risolvere i problemi della crisi finanziaria, rivolto dalla Cina agli Stati Uniti, Washington non sembra affatto intenzionata a concedere più di tanto. Se manterrà la parola data su Taiwan, la Cina potrà sicuramente cominciare a pregustare la prossima riannessione dell’isola alla madrepatria, e gli Stati Uniti risparmieranno senz’altro i circa 6,4 miliardi di dollari in mezzi militari già promessi – e poi congelati – a Taipei nel 2010, oltre ad evitare le spese per il futuro.

Il prezzo di questo primo “taglio” (quasi invisibile nelle cronache di questi giorni, e oggi definitivamente oscurato dalle notizie della “vittoria dei ribelli” in Libia) sarà indubbiamente pesante: rinunciare alla “portaerei” taiwanese, significa concedere alla Cina una capacità di manovra strategica sul suo Mare praticamente inedita dal 1950.

Ma spostare il “centro delle manovre” dall’Asia centrale ed orientale al Medio Oriente e al Nord Africa, cosa potrebbe implicare? Destabilizzare ad “effetto domino” una serie di governi “laici” nel mondo arabo, rinnovando un’ennesima alleanza di comodo con ennesime fazioni islamiste, cosa provocherà nel quadro dei rapporti tra Stati Uniti ed Israele? Distruggere la trama cinese in Sudan, in Libia, in Costa d’Avorio, in Egitto, in Tunisia o gli interessi navali russi in Siria, quali reali vantaggi potrebbe portare ai Paesi della Nato?

Senz’altro un Islam politico più forte – ossia con un forte centro territoriale di appoggio (ai Paesi della Penisola Araba si unirebbero dunque anche la nuova Libia, il nuovo Egitto, la nuova Tunisia ed una ipotetica nuova Siria) – è alla base di una capacità di infiltrazione più intensa nel resto del mondo, e questo vale anche per la Cecenia, per il Dagestan, per lo Xinjiang e per gli Stati dell’Asia Centrale. Ma la saldatura strategica tra Cina e Pakistan, oltre alle sempre più efficaci contromisure anti-terrorismo della SCO, de facto impediscono che questi progetti in stile anni Novanta, prendano corpo in modo concreto nel breve termine.

Resta da capire anche il ruolo dell’Iran che sta cercando, dal suo “isolato” punto di vista sciita, di rappresentare una specie di “terza forza”, alternativa sia alle frange sunnite sia alla Nato, ma che, come un po’ tutti i tentativi di “terzismo” internazionale dimostrano (basti pensare a quello cinese negli anni Sessanta-Settanta), rischia seriamente di prestarsi a trame pericolose.

Il quadro peggiore nelle varie ipotesi è paradossalmente quello paventato (ma per ben altre ragioni e con ben altri sviluppi, molto più fantasiosi e surreali) pure da alcuni esponenti della destra occidentale: l’espandersi, nei prossimi cinque-dieci anni, dell’Islam politico nell’intero Nord Africa e nell’intero Medio Oriente, sotto la guida di una Turchia, ridisegnata all’interno della Nato nel ruolo di “paese-guida” (moderno e avanzato) di un fronte di nazioni arretrate ma determinate ad espandere il proprio dominio, spingendosi, attraverso fanatismo e solidarietà confessionale, verso il Caucaso e l’Asia Centrale, sino a minacciare l’integrità territoriale della Cina nella regione dello Xinjiang. Fantasia? Staremo a vedere. E dovremo chiaramente capire anche chi e come succederà ad Obama nel 2013, e come l’Occidente riuscirà a gestire la situazione di pesantissima destabilizzazione economica in cui si è cacciato negli ultimi tre anni.

Morto Rapisarda. Affari e segreti dell’accusatore di Dell’Utri

Fonte: Morto Rapisarda. Affari e segreti dell’accusatore di Dell’Utri.

Muore a Milano Rapisarda. Del senatore disse: riciclò i soldi della mafia

Fu prima amico e socio in affari dei fratelli Marcello e Alberto Dell’Utri, poi grande accusatore del senatore del Pdl che nel giugno dell’anno scorso è stato condannato a 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.
Filippo Alberto Rapisarda, imprenditore e faccendiere, originario di Sommatino (Cl) è morto ieri all’età di 71 anni a Milano, dove già negli anni Settanta era al vertice del terzo gruppo immobiliare italiano. Una vita spesa tra gli affari e le cattive compagnie, da sempre legato, per vari motivi, a soggetti più che vicini alla criminalità organizzata e più volte ospite nelle aule di Giustizia, come imputato o come testimone a raccontare verità non sempre riscontrate.

In stretti rapporti fino agli anni Novanta con Marcello Dell’Utri, e fra gli animatori di uno dei primi club di Forza Italia, fu il primo a chiamare in causa i contatti dello stesso Dell’Utri e di Silvio Berlusconi da una parte e i boss di Cosa Nostra Stefano Bontade e Mimmo Teresi dall’altra. Accusando i primi di aver riciclato il denaro dei potenti capimafia e di altri soggetti appartenenti alla criminalità organizzata.
Era il 1987 quando al giudice istruttore milanese Giorgio Della Lucia, aveva raccontato di un incontro, risalente al 1978, con i due boss nel corso del quale sarebbe stato Teresi a confidargli “che stava per entrare in società con Silvio Berlusconi in una azienda televisiva per cui servivano 10 miliardi”. E successivamente aveva visto quei soldi nell’ufficio di Dell’Utri alla Bresciano costruzioni, mentre Bontade e Teresi li riponevano in una sacca e lo stesso Dell’Utri era al telefono con l’imprenditore di Milano 2. Non un caso isolato perché nel 1980 – 81, avrebbe aggiunto dieci anni più tardi, Dell’Utri “aveva chiesto e ottenuto dal Bontade e dal Teresi un finanziamento di 20 miliardi da utilizzare per l’acquisto di pacchetti film”.
La prova di quell’attività di riciclaggio non sarebbe mai stata raggiunta, ma è vero che nel corso delle indagini gli inquirenti avevano raccolto le testimonianze di diversi collaboratori di giustizia, sicuri di quei contatti tra Dell’Utri, Bontade e Teresi in relazione alla nascita delle televisioni del gruppo Fininvest. E tra questi Francesco Di Carlo, il pentito che aveva raccontato del famoso incontro tra Berlusconi, Dell’Utri, Bontade e altri boss negli uffici della Edilnord, nel 1974. Incontro che aveva dato il via al rapporto di do tu des tra l’imprenditore milanese (mai indagato) e gli uomini di Cosa Nostra, mediato dall’amico Marcello, che per questo sarà condannato a Palermo per concorso esterno.
Al processo contro il senatore, Di Carlo aveva parlato dei soldi guadagnati da Cosa Nostra con il traffico dalla droga e ripuliti sulla piazza milanese grazie anche a quei soggetti “che ho visto di presenza”: “L’industriale Berlusconi” che “ancora non era onorevole, o Dell’Utri che non era né onorevole e nemmeno industriale”.
Anche le indagini della Dia era giunte a conclusioni sconcertanti su alcune società del gruppo televisivo Fininvest a cui erano interessati soggetti vicini all’associazione mafiosa mentre gli inquirenti avevano tentato di analizzare il complesso iter di trasferimenti di quote che aveva riguardato molte delle holding dello stesso gruppo senza riuscire a raggiungere risultati definitivi.
Le consulenze tecniche non poterono essere completate per lo spirare dei termini d’indagine e il materiale a disposizione dei consulenti di accusa e difesa non era riuscito a chiarire la natura di alcune anomale operazioni finanziarie e ad escludere definitivamente che Marcello Dell’Utri avesse utilizzato la Fininvest per la sua attività di riciclaggio.
Una domanda rimasta aperta alla quale, forse, Rapisarda avrebbe potuto rispondere se un giorno avesse davvero mantenuto fede a quella promessa, più volte disattesa, di vuotare veramente il sacco e raccontare tutto su quegli affari milanesi. Sui fratelli Alberto e Marcello Dell’Utri assunti nel 1977 nel suo gruppo immobiliare, quando l’amico Marcello, che aveva da poco lasciato la villa di Arcore, si era presentato nel suo ufficio accompagnato da Gaetano Cinà che, aveva specificato Rapisarda, “non rappresentava solo se stesso, bensì il gruppo in odore di mafia facente capo a Bontade e Teresi”. I capi di Cosa Nostra. Gli stessi che avevano finanziato la sua vertiginosa ascesa imprenditoriale.
In quegli anni diverse erano le società che facevano capo a Rapisarda. Tra queste la Bresciano Spa, impresa di costruzione; la Cofire spa, Compagnia Fiduciaria di Consulenze e Revisione; la Inim spa, internazionale immobiliare (poi andata in bancarotta), nella cui compagine sociale appariva Francesco Paolo Alamia, soggetto notoriamente in rapporti con Vito Ciancimino, l’ex sindaco di Palermo e padre di Massimo Ciancimino. Lo stesso Massimo Ciancimino che molti anni più tardi avrebbe avviato una controversa collaborazione con la giustizia e che, tra le altre cose, avrebbe messo a disposizione dei magistrati un foglio di appunti sul quale il padre aveva annotato: “Berlusconi – Ciancimino”, “Marcello Dell’Utri, Milano – truffa bancarotta, Ciancimino Alamia, Dell’Utri Alberto”.
Di Alamia, in termini molto simili, aveva parlato anche il pentito Angelo Siino, il “ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra”. Ai magistrati aveva raccontato di un suo colloquio con Stefano Bontade che parlando del Dell’Utri gli aveva accennato ai suoi rapporti con “un certo Alamia” e con Vito Ciancimino. In merito a quest’ultimo ”mi disse che stava… il Dell’Utri curava problemi finanziari del Ciancimino, inerenti a questa società di costruzioni con l’Alamia”. Accuse che non hanno trovato un definitivo riscontro, anche se hanno lasciato diverse zone d’ombra. Ma questa è un’altra storia.

Da: AntimafiaDuemila.com

ComeDonChisciotte – IL MIRACOLO ECONOMICO DEL NORTH DAKOTA: NON È IL PETROLIO

Fonte: ComeDonChisciotte – IL MIRACOLO ECONOMICO DEL NORTH DAKOTA: NON È IL PETROLIO.

  Il North Dakota ha il più basso tasso di disoccupazione da quando è scoppiata la crisi. Qual è il suo segreto?

DI ELLEN BROWN
Common Dreams

In un articolo apparso sul New York Times il 19 agosto intitolato “Il Miracolo del North Dakota”, Catherine Rampell scrive:

“Se il suo segreto non è il petrolio, cosa c’è di così particolare in questo stato? Il North Dakota ha una cosa che gli altri stati non hanno: una banca di proprietà dello stato.

Dimenticatevi del miracolo texano. Diamo invece uno sguardo al North Dakota, che ha la più bassa disoccupazione e il più alto tasso di crescita di posti di lavoro della nazione.

Secondo i nuovi dati diffusi oggi dal Bureau of Labor Statistics, il North Dakota aveva un tasso di disoccupazione pari a solo il 3,3 per cento a luglio, un terzo di quello nazionale (9,1%) e circa un quarto del tasso dello stato con più persone senza lavoro (il Nevada, col 12,9 per cento).

Il North Dakota ha avuto la più bassa disoccupazione della nazione (o era prossima a esserlo) in tutti i mesi da luglio 2008.

Il suo mercato del lavoro si riflette anche nella crescita degli stipendi. […] anno dopo anno, le sue paghe sono cresciute del 5,2 per cento. Il Texas viene al secondo posto, con un incremento del 2,6 per cento.

Perché il North Dakota riesce a fare così bene? Per una delle stesse ragioni per cui il Texas è riuscito a fare bene: il petrolio.

Il North Dakota è l’unico stato ad avere un surplus continuato dalla crisi bancaria del 2008.

Il petrolio è sicuramente un fattore, ma non è quello che ha messo il North Dakota in cima alla lista. L’Alaska ha circa la stessa popolazione del North Dakota e produce quasi il doppio del petrolio, ma la disoccupazione in Alaska è ancora al 7,7 per cento. Il Montana, il South Dakota e lo Wyoming hanno tutti beneficiato dal rialzo dei prezzi dell’energia, e il Montana e lo Wyoming estraggono molto più gas del North Dakota. I giacimenti petroliferi di Bakken coprono parte del Montana come del North Dakota, e la produzione maggiore arriva dal campo petrolifero di Elm Coulee in Montana. E il tasso di disoccupazione del Montana è lo stesso dell’Alaska’s, il 7,7 per cento.

Un certo numero di altri stati ricchi di minerali non sono stati inizialmente colpiti dal rallentamento dell’economia, ma hanno perso entrate a causa dei recenti cali del prezzo del petrolio. Il North Dakota è l’unico stato ad avere sempre un attivo di bilancio dall’inizio della crisi bancaria del 2008.

I suoi bilanci sono così in salute che ha recentemente ridotto le tasse individuali e quelle sulle proprietà di un totale di 400 milioni di dollari, e sta discutendo di altri tagli. Ha anche il più basso tasso di mutui non pagati per gli immobili e il più basso indice di default sulle carte di credito nel paese, e non ha avuto fallimenti bancari almeno nell’ultimo decennio.

Se il suo segreto non è nel petrolio, cosa ha di così particolare questo stato? Il North Dakota ha una cosa che gli altri stati non hanno: una banca di sua proprietà.

L’accesso al credito è il fattore che ha favorito sia un rialzo dei profitti nel petrolio che nell’agricoltura. La Bank of North Dakota (BND) non è in concorrenza con le banche locali ma collabora con loro, aiutandole per i requisiti di capitalizzazione e di liquidità. Partecipa ai prestiti, fornisce garanzie e agisce come una sorta di mini-Fed per lo stato. Nel 2010, in base al resoconto annuale della BND:

La Banca ha fornito linee di credito federali garantite e non garantite a 95 istituzioni finanziarie per un totale di 318 milioni di dollari nel 2010. le vendite dei Fondi Federali hanno avuto una media di oltre 13 milioni di dollari al giorno, con il massimo raggiunto a giugno per 36 milioni.

In un periodo di quindici anni la BND ha contribuito maggiormente al budget dello stato rispetto alle entrate del petrolio.

La BND ha anche un programma di prestiti chiamato Flex PACE, che consente a una comunità locale di fornire assistenza ai richiedenti prestito nei settori della conservazione dei posti di lavoro, della creazione di tecnologia, delle vendite al dettaglio, delle piccole imprese e dei servizi essenziali alla comunità. Nel 2010, in base al resoconto annuale della BND:

Le necessità per il finanziamento ai Flex PACE erano notevoli, e sono aumentati del 62 per cento per aiutare sia i servizi essenziali alla comunità che gli sviluppi del settore energetico presenti nel North Dakota occidentale.La partecipazione ai prestiti delle banche commerciali è salita fino al 64 per cento dell’intero portafoglio, pari a 1,022 miliardi di dollari.

Le entrate della BND hanno avuto un forte impatto sul bilancio dello stato. Ha portato oltre 300 milioni di dollari di entrate fiscali nei forzieri dello stato nel corso dell’ultimo decennio, una somma notevole per uno stato che ha una popolazione inferiore a un decimo di quella della contea di Los Angeles. Secondo uno studio del Center for State Innovation, dal 2007 al 2009 la BND ha portato nelle casse dello stato quasi gli stessi soldi delle entrate derivanti dal petrolio e dal gas (le entrate del petrolio e del gas hanno raggiunto 71 milioni di dollari mentre la Bank of North Dakota ne ha apportati 60). Nel corso di quindici anni, secondo altri dati, la BND ha contribuito più al bilancio dello stato rispetto alle entrate petrolifere.

La banca di proprietà statale permette al North Dakota di sfruttare le proprie risorse al massimo vantaggio.

Il denaro e le riserve bancarie del North Dakota vengono tenute all’interno dello stato e qui investite. Il portafoglio dei prestiti della BND mostra una crescita ininterrotta dei programmi di finanziamento dal 2006.

Secondo il resoconto annuale della BND:

Finanziariamente, il 2010 è stato il nostro anno migliore di sempre. I profitti sono aumentati fino da quasi 4 a 61,9 milioni nel corso del settimo anno consecutivo di profitti record. I guadagni sono dovuti a una base di depositi forte e in crescita, creati da un settore energetico in rialzo e dell’economia agricola. Abbiamo terminato l’anno con il più alto livello di capitali nella nostra storia fino a quasi 325 milioni di dollari. La Banca ha restituito il 19 per cento dei profitti, che rappresenta il ritorno dello stato per i propri investimenti.

Un margine di ritorno del 19 per cento! Quanti stati hanno guadagni simili dai loro investimenti a Wall Street?

Timothy Canova è professore di Legge Economica Internazionale alla Chapman University School of Law di Orange, in California. In un articolo del giugno 2011 intitolatoThe Public Option: The Case for Parallel Public Banking Institutions”, ha paragonato la situazione finanziaria del North Dakota a quella della California. Parlando del North Dakota e della sua banca di stato, scrive:

Lo stato deposito le sue entrate fiscali nella Banca, che a sua volta assicura che una larga fetta dei fondi dello stato verranno investiti nell’economia interna. Inoltre, la Banca può restituire una parte dei suoi profitti alla tesoreria della stato. […] Grazie in parte a questi accordi istituzionali, il North Dakota è l’unico stato che ha avuto continuamente un attivo di bilancio da prima della crisi finanziaria e il più basso tasso di disoccupazione della nazione..

Poi va a analizzare le cattive condizioni della California:

Per contrasto, la California è la più grande economia statale della nazione, e non avendo una banca si proprietà è incapace di impiegare centinaia di miliardi di dollari di entrate fiscali in investimenti produttivi all’interno dello stato. Invece, la California deposita i suoi molti miliardi di entrate in grandi banche private che spesso prestano i fondi fuori dallo stato, li investono in strategie speculative (comprese le scommesse dei derivati contro le obbligazioni dello stesso stato) e non restituisce niente dei profitti ottenuti alla tesoreria dello stato. Nel frattempo, la California soffre di rigidi condizioni per il credito privato, alti livelli di disoccupazione ben al di sopra della media nazionale e la stagnazione degli incassi locali e dello stato. L’unica sua risposta è stata quello di rimbalzare da una crisi di bilancio all’altra negli ultimi tre anni, e ogni volta ha effettuato tagli di spese che hanno ulteriormente indebolito la sua economia, la base imponibile e il rating del credito.

Non tutti gli stati hanno il petrolio (che difficilmente può essere considerato una base sostenibile di un’economia), ma tutti possono imparare dalla banca di proprietà dello stato che consente al North Dakota di sfruttare le proprie risorse al massimo vantaggio. Gli stati che depositano le proprie entrate e investono i propri capitali nelle grandi banche di Wall Street stanno gettando al vento questa opportunità economica.

****************************************Fonte: North Dakota’s Economic “Miracle”—It’s Not Oil

01.09.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

La guerra segreta dell’Inghilterra all’Italia – Giovanni Fasanella- Blog di Beppe Grillo

Fonte: La guerra segreta dell’Inghilterra all’Italia – Giovanni Fasanella- Blog di Beppe Grillo.

La Gran Bretagna ha avuto un’influenza enorme sulla storia italiana, sull’economia del nostro Paese e sulle vicende politiche interne, almeno a partire dal Risorgimento. Si può dire che il rapporto strettissimo e spesso di dipendenza dell’Italia dalla Gran Bretagna sia iniziato con la nascita dello Stato Unitario nel 1861, e con l’Impresa dei Mille naturalmente è iniziato un anno prima. L’idea di uno Stato Unitario aveva radici interne, ma il progetto subì un’accelerazione quando gli inglesi capirono che attraverso l’apertura del Canale di Suez, progettata dai francesi, l’Italia sarebbe diventata una postazione strategicamente importantissima e quindi mettere le mani sul nostro paese, controllarlo politicamente, e spesso anche militarmente, avrebbe garantito agli inglesi il controllo anche delle rotte commerciali dal Mediterraneo all’estremo Oriente. E quindi la Gran Bretagna diede un colpo di acceleratore al progetto di unità nazionale
dell’Italia, finanziando e sostenendo in tutti i modi l’impresa Garibaldina.
Giovanni Fasanella

Intervista a Giovanni Fasanella, giornalista e co-autore assieme a Mario J. Cereghino de “Il golpe inglese“:

150 anni di Unità condizionata
Dalla nascita dello Stato Unitario in poi l’Inghilterra ha sempre avuto un ruolo fondamentale nelle nostre vicende politiche interne e in tutti i passaggi cruciali della storia italiana. L’ha avuto quando Mussolini e il Fascismo presero il potere, grazie anche all’appoggio dei conservatori inglesi; lo ha avuto anche durante il ventennio fascista controllando e condizionando le scelte di una parte, quella più anglofila del regime; l’ha avuto nella caduta poi di Mussolini,organizzando il colpo di stato del 25 luglio; l’ha avuto durante la guerra, nella lotta contro i nazisti e la Repubblica sociale durante l’ intero arco della Guerra Fredda e lo ha avuto anche dopo, perché c’è lo zampino inglese anche in molte delle vicende che hanno segnato la storia italiana dell’ ultimo ventennio.
Gli inglesi hanno, nel corso dei 150 anni di storia unitaria, costruito delle loro quinte colonne interne attraverso le quali hanno condizionato il corso della politica italiana; avevano un’ influenza enorme nel mondo dell’informazione, nel mondo della cultura e dell’industria editoriale, della diplomazia, degli apparati, quindi dentro le nostre Forze Armate e gli stessi Servizi Segreti Italiani, nelle organizzazioni sindacali, nella politica italiana. In tutti questi ambienti gli inglesi avevano costruito una sorta di loro partito che in qualche modo ubbidiva agli ordini di Londra o comunque era particolarmente sensibile agli input che partivano dalla Gran Bretagna.
Ci sono state anche delle fasi caratterizzate da aspri conflitti tra Italia e Gran Bretagna. Questo è successo tutte le volte che l’Italia ha tentato di emanciparsi dai vincoli che derivavano dall’esito della Seconda Guerra Mondiale, perché per i britannici, a differenza degli americani, l’Italia non era un paese che si era liberato dal nazi-fascismo combattendo al fianco degli eserciti alleati, ma era un paese sconfitto in guerra e quindi soggetto alle leggi dei paesi vincitori.

Enrico Mattei e Aldo Moro
Secondo la dottrina britannica, elaborata da Churchill già nella fase finale della Seconda Guerra Mondiale e formalizzata subito dopo, c’erano tre cose che l’Italia non poteva assolutamente fare. La prima: avere, costruire un sistema politico compiutamente democratico, cioè con l’alternarsi al governo di maggioranza e opposizione, per la presenza di un partito comunista, che era il più forte del mondo occidentale; la seconda era pensare autonomamente a una politica della sicurezza; e la terza cosa, la più importante che l’Italia non poteva fare, secondo la dottrina di Churchill, era avere una politica estera autonoma basata su un proprio interesse nazionale. Ogni mossa di politica estera del nostro governo doveva essere concordata con gli inglesi e avere il visto britannico.
Quando l’Italia, nel tentativo di emanciparsi da questa condizione di dipendenza, ha tentato di bypassare quelle regole, sono nati i conflitti più duri con gli inglesi. Fra i tanti personaggi della politica italiana del Secondo Dopoguerra che hanno incarnato un’idea nazionale dell’Italia, cioè di un paese che pur appartenendo ad un sistema di alleanze politico-militare internazionale, qual era l’Alleanza Atlantica alla Nato, non rinunciava ad una propria linea di politica estera autonoma nell’ambito più naturale, che era quello del Mediterraneo.
Tra questi personaggi io vorrei ricordarne due, in particolare Enrico Mattei, che attraverso la sua politica energetica contribuì a fare dell’Italia una delle potenze economiche mondiali, e il suo successore Aldo Moro. Entrambi erano considerati dai britannici dei nemici mortali, dei nemici degli interessi inglesi da eliminare con ogni mezzo.
Enrico Mattei morì in un incidente aereo provocato da un sabotaggio e qualche decennio dopo Aldo Moro morì assassinato dalle Brigate Rosse.
America e Inghilterra non avevano la stessa visione del problema italiano, per gli americani eravamo il paese in cui sviluppare il sistema democratico, per gli inglesi invece il sistema democratico doveva rimanere un sistema sostanzialmente chiuso.
In passaggi delicati della nostra storia, in passaggi anche drammatici, come a cavallo tra il ’69 e il 1970, quando Junio Valerio Borghese progettava con l’aiuto inglese un colpo di stato in Italia, gli americani si opposero. E la stessa cosa gli americani fecero quando nella seconda metà degli anni 70, si pose il problema dell’ingresso del partito comunista nel governo italiano. Per gli americani il problema poteva essere superato limitando all’Italia la possibilità di accesso ai segreti Nato più sensibili, per l’Inghilterra invece il problema doveva essere risolto in modo più radicale, addirittura attraverso un golpe che avevano progettato e organizzato nei minimi particolari per un anno intero e che poi lasciarono cadere perché, come dicono gli stessi documenti desecretati della diplomazia britannica, il governo inglese optò per, parole testuali, l’appoggio a una diversa azione eversiva.

Antimafia Duemila – Non paghiamo il loro debito

Fonte: Antimafia Duemila – Non paghiamo il loro debito.

Alternativa denuncia la cessione della sovranità nazionale alla Banca Centrale Europea che tutte le forze politiche hanno passivamente accettato.

Per farci pagare il loro debito, i ceti dominanti italiani ed europei aggrediscono le condizioni di vita della stragrande maggioranza di cittadini. Per questo partecipiamo alla mobilitazione contro l’ennesima manovra finanziaria, che:
Stabilisce la privatizzazione dei servizi pubblici (nonostante i recenti referendum)
Taglia le rimesse agli enti locali, provocando tagli e diminuzioni dei servizi sociali, del welfare, della sanità
Taglia le pensioni
Mette a rischio il Tfr e la tredicesima ai dipendenti pubblici
Sancisce per via legislativa la validità erga omnes dei contratti aziendali che potranno  derogare dal Contratto Nazionale di Lavoro e dallo Statuto dei Lavoratori. Con queste norme si estende il “piano Marchionne” all’intero mondo del lavoro, come esplicitamente richiesto dalla Banca Centrale Europea.
Si tratta di scelte regressive e antidemocratiche, rispetto alle quali la piattaforma dello sciopero odierno proposta dalla CGIL è del tutto inadeguata.
Non solo essa non contiene una chiara difesa dei beni comuni, dei servizi pubblici e delle pensioni, ma addirittura difende lo scellerato accordo interconfederale del 28 giugno.
La CGIL tragga conclusioni coerenti con quanto sta accadendo, e ritiri immediatamente la propria sigla da quella intesa, perché è stata quella firma ad aver aperto la strada alla sostanziale cancellazione per legge del Contratto Nazionale di Lavoro e alle deroghe allo Statuto dei lavoratori. Se non lo farà dimostrerà di non essere impegnata nella difesa dei lavoratori, bensì di usarli strumentalmente nel tentativo di fare strada ad un governo di larghe intese, a cui possa partecipare anche il centrosinistra, al quale sarà concesso di fare tutto ciò che viene giustamente impedito a Berlusconi. Perché nemmeno questa manovra sarà sufficiente.
Come ha rilevato la Corte dei Conti, per rispettare i parametri sul rapporto debito/PIL imposti dall’Europa, presto saranno necessarie ulteriori durissimi interventi.
In questo modo la crisi continuerà ad aggravarsi.
Dobbiamo fermarli, mandando a casa l’intero ceto politico, nelle sue varianti di destra e di sinistra e aprendo la strada ad una vera democrazia partecipata e portatrice dei valori costituzionali.
NOI IL LORO DEBITO
NON LO PAGHIAMO!

Contatti: info@alternativa-politica.it
Sito web: alternativa-politica.it

Guerra alla Libia: un altro intervento per salvare le banche | STAMPA LIBERA

Fonte: Guerra alla Libia: un altro intervento per salvare le banche | STAMPA LIBERA.

Ne avevamo già parlato in altri articoli di come il sistema bancario internazionale, gestito dalla Banca dei Regolamenti internazionali, fosse alla base dell’esportazione democratica nei paesi arabi; avevamo già sostenuto, come il paese africano, colonia europea prima è ora terra selvaggia di conquista; avevamo già indicato che le spinte e le mire di conquista nella Libia altro non erano che fumo negli occhi per depredare il tesoro del Fondo Libico, le risorse petrolifere, ma sopratutto rompere il sistema monetario che Muammar Gheddafi aveva iniziato a costruire con la Lega Africana per la creazione di una moneta unica africana contro la prepotenza del dollaro.

Qui un interessante articolo che ripropone una carrellata delle vigliaccate attuate a scopi umanitari dagli amorevoli usurai internazionali.

Quattro giorni prima che il presidente Obama annunciasse la decisione unilaterale di far guerra alla Libia sotto le mentite spoglie di un intervento umanitario NATO per proteggere le vittime civili, l’Unione Africana si era riunita in Etiopia per discutere la proposta del presidente libico Gheddafi di unire il continente africano e i paesi arabi in una confederazione che si sarebbe chiamata Stati Uniti d’Africa [1]. Ma né il presidente USA né la ben addomesticata stampa nazionale ritenne opportuno informare il popolo americano di questo fatto, che pure sarebbe stato di grande interesse.

Il piano di Gheddafi prevedeva la creazione di una moneta unica. Il dinaro libico sarebbe diventato il dinaro africano, usato da circa un miliardo di persone e da molti paesi petroliferi. La Libia, con riserve di 143.8 tonnellate d’oro per un valore di oltre 6,5 miliardi di dollari [2] e risorse di petrolio e gas che la mettono al nono posto nel mondo, avrebbe forse potuto disporre dei mezzi necessari per realizzare il progetto.

Ecco cosa disse il Dipartimento del Tesoro USA all’inizio delle operazioni sul tema del sequestro dei depositi finanziari libici: “La Libyan National Oil Corporation è stata la prima fonte di finanziamento per il regime di Gheddafi – afferma il direttore dell’OFAC Adam J.Szubin – In linea con la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza ONU, tutti i governi dovrebbero congelare i fondi della National Oil Corporation e far in modo che Gheddafi non possa usare questa rete di aziende per finanziare le sue attività”. “Il Tesoro americano terrà sotto costante sorveglianza le attività della National Oil Corporation in Libia. Se le filiali o le strutture produttive della National Corporation dovessero cambiare di proprietario o di controllo effettivo, il Tesoro potrebbe autorizzare transazioni con queste nuove entità.”[3]

Scrisse Robert Wentzel su EconomicPolicyJournal.com: ”E’ una cosa da Guinness dei primati. I ribelli libici di Bengasi annunciano di aver creato una nuova compagnia petrolifera nazionale per sostituire quella controllata da Gheddafi, le cui proprietà sono state bloccate su richiesta del Consiglio di Sicurezza Onu, e hanno anche creato una banca centrale ! Il Consiglio Nazionale di Transizione (cioè il governo dei ribelli libici) annuncia in un comunicato che il 19 marzo è stata creata la Libyan Oil Company, con piena autorità sulla produzione petrolifera del paese e con sede provvisoria a Bengasi; un direttore generale ad interim è stato già nominato. Il Consiglio annunciava anche di aver designato la Banca Centrale di Bengasi come sola autorità monetaria competente in Libia, anche questa con sede temporanea a Bengasi e con un Governatore della Banca Centrale già nominato.” [4]

Nello stesso giorno in cui il nostro presidente ci portava in guerra, i ribelli libici creavano dunque la propria compagnia petrolifera incaricata di fare affari con i paesi capitalisti occidentali al posto della Libya National Oil Corporation, dichiarata fuori legge dalla Nato. E nello stesso giorno i ribelli costituivano una nuova Banca Centrale, presumibilmente proprietà di privati , dato che l’Unione Europea e le altre banche occidentali rifiuterebbero di trattare con una banca di proprietà pubblica come l’attuale Central Bank of Libya.

Scrive Eric V.Encina nel Market Oracle: ”Un fatto raramente citato dai politici e dai media occidentali è che la Central Bank of Libya è proprietà statale al 100%. I finanzieri globalisti e i manipolatori dei mercati non apprezzano questo fatto e continueranno i loro sforzi volti a rovesciare Muammar Gheddafi , ponendo fine all’esistenza della Libia come nazione indipendente. Attualmente il governo libico crea la propria moneta, il Dinaro Libico, attraverso la propria Banca Centrale. Difficile sostenere che la la Libia non sia una nazione sovrana con le proprie vaste risorse, in grado di sostenere i propri destini economici. Ma per i cartelli bancari globalizzanti è un grosso problema dover passare dalla Banca Centrale libica e dalla sua moneta nazionale per le loro transazioni con la Libia, un paese in cui non hanno praticamente nessun potere negoziale. Perciò. Distruggere la Central Bank of Libya (CBL) pur non comparendo nei discorsi di Obama, Cameron o Sarkozy, è certamente al primo posto nell’agenda dei globalizzatori che vogliono risucchiare anche la Libia nel gregge delle nazioni asservite e ubbidienti. Quando si sarà dileguata la cortina fumogena prodotta da missili di crociera e bombe a frammentazione, vedremo la coalizione dei riformatori mettersi a riformare il sistema monetario libico, inondandolo con dollari di dubbio valore e promettendolo a una serie di caotici cicli inflazionistici.”[5]

La Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS) che ha sede a Basilea in Svizzera, è in pratica la banca centrale delle banche centrali. Ne sono membri 56 banche centrali, tutte in mano ai privati come la nostra privata Federal Riserve. Non sono invece membri le banche centrali di Irak, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran. A tal proposito il generale Wesley Clark affermò in un’intervista a Democracy Now che gli era stato annunciato pochi giorni dopo l’Undici Settembre che saremmo dovuti andare in guerra contro l’Irak e anche entro cinque anni contro tutti gli altri paesi appena elencati [6]. Ma perché mai l’Occidente va in guerra contro i paesi dotati di un sistema bancario pubblico che dà profitti ai cittadini, diversamente dalle “democrazie” occidentali i cui sistemi bancari privati sono di profitto solo per i loro ricchi proprietari ?

“Le regole della BIS mirano unicamente a rafforzare il sistema bancario internazionale privato, anche mettendo a rischio le economie nazionali. La BIS fa ai sistemi bancari nazionali quello che l’FMI (Fondo Monetario Internazionale) ha fatto ai sistemi monetari nazionali. Le economie dei singoli paesi ormai soggetti al dogma della globalizzazione finanziaria hanno cessato di servire gli interessi nazionali. Agiscono invece per rafforzare quella che Alan Greenspan, presidente della Federal Riserve americana, definisce come l’egemonia finanziaria USA in nome del profitto privato. FMI e sistema bancario internazionale retto dalla BIS lavorano insieme: le banche prestano generosamente a privati e industrie delle economie emergenti in modo da creare una crisi del debito in valuta estera; a questo punto arriva l’FMI, che in nome di una sana politica monetaria gli trasmette di fatto il virus monetario, quindi le banche private internazionali come avvoltoi investono in nome del salvataggio finanziario comprando le banche nazionali (pubbliche) dichiarate dalla Banca dei Regolamenti Internazionali insolventi e sprovviste di capitali adeguati.”[7]

Il critico dell’economia Henry Liu scriveva queste frasi nel 2002. E’ indubbio che Greci, Spagnoli, Portoghesi e Irlandesi ammetterebbero la fondatezza della sua analisi, dopo aver visto la devastazione inflitta alle loro economie nazionali dalla speculazione globale e dalle riforme strutturali imposte dall’FMI.

Ellen Brown ha scritto “La rete del debito”, un’analisi critica dell’asservimento da debito prodotta dal sistema bancario privato negli Stati Uniti e in altri paesi capitalisti dell’Occidente. Citiamo dal suo articolo su Intrepid Report “Libia: questione di petrolio o questione di banche ?”:

“Il presupposto su cui si fonda la regola che vieta a un governo di prendere a prestito dalla propria banca centrale è che questo comportamento creerebbe inflazione; invece prendere a prestito dalle banche straniere o dall’FMI non lo farebbe. La realtà è che tutte le banche creano contabilmente il denaro che danno in prestito, che si tratti di banche pubbliche o private. La maggior parte del denaro fresco oggi proviene da crediti bancari. Quindi, prendere a prestito dalla propria banca centrale ha semplicemente il vantaggio di non dovere pagare interessi. Ed è stato accertato che la soppressione degli interessi riduce il costo dei progetti pubblici mediamente del 50%. In questo modo funziona appunto il sistema libico. Secondo Wikipedia, i compiti della Banca Centrale Libica includono “la creazione e la circolazione di banconote e monete in Libia” come pure “fornire e gestire tutti i prestiti di stato”. La Banca Libica, proprietà dello Stato, crea la moneta nazionale e la presta all’amministrazione statale. Questo fatto spiega anche come la Libia possa finanziare l’educazione e l’assistenza sanitaria, entrambe gratuite; come possa dare ad ogni giovane coppia prestiti senza interesse di 50’000 dollari: infine come lo Stato libico abbia trovato i 33 miliardi di dollari necessari per il progetto Great Man-Made River (il più grande sistema sotterraneo di distribuzione dell’acqua che esista al mondo, in grado di fornire 6,5 milioni di metri cubi di acqua potabile al giorno a Tripoli, Bengasi ed altre città, progetto definito dal colonnello Gheddafi come l’ottava meraviglia del mondo). C’è ora il timore in Libia che le incursioni aeree della Nato possano colpire questa struttura, provocando una nuova catastrofe umanitaria. Allora, questa nuova guerra è per il petrolio o per le banche ? Forse per entrambi – e forse anche per l’acqua. Perché quando un paese possiede l’acqua, l’energia, e un vasto credito per sviluppare le infrastrutture che rendono queste risorse utilizzabili, ebbene questo paese non dipenderà mai dai suoi creditori stranieri. E’ proprio questo che fa pesare una grave minaccia sulla Libia: si tratta di un paese che potrebbe dimostrare al mondo intero che cosa è possibile fare. Numerosi paesi non hanno petrolio, ma le più recenti tecnologie potrebbero rendere anche quei paesi indipendenti sul piano energetico, soprattutto se i costi delle infrastrutture fossero ridotti della metà chiedendo i prestiti alla propria banca nazionale pubblica. E l’indipendenza energetica libererebbe i governi dalla morsa del sistema bancario privato, e quindi dall’obbligo di produrre per i mercati internazionali – e non per i loro propri bisogni – in modo da poter rimborsare il debito. Se il governo di Gheddafi verrà deposto , sarà interessante osservare se la nuova Banca Centrale Libica entrerà nella BIS (la Banca dei Regolamenti Internazionali), se la nuova industria petrolifera nazionale sarà venduta, o svenduta, a investitori privati, e infine se le cure mediche e l’educazione continueranno ad essere gratuite.”[8]

Non sorprenderà nessun analista della politica estera americana che gli USA intendano rispondere con le armi a qualsiasi minaccia contro il capitalismo e il potere imperiale. La nostra CIA ha sostenuto colpi di stato militari contro governi democraticamente eletti in almeno 15 paesi:

Cuba (1952)
Iran (1953)
Guatemala (1954)
Zaire (1961 e 1965)
Repubblica Dominicana (1963)
Brasile (1964)
Indonesia (1965)
Grecia (1967)
Laos (1967-1973)
Ecuador (1961, 1963 e senza successo nel 2010)
Cile (1973)
Nicaragua (1979-1990)
Haiti (1991, 2004)
Venezuela (senza successo, nel 2002)
Honduras (2009)

Il solo punto in comune era che questi paesi avevano governi socialisti o generalmente di sinistra percepiti come minaccia allo sfruttamento capitalista/globalista del mondo in via di sviluppo. La CIA continua a fare la stessa cosa in numerosi altri paesi: questa è infatti solo una lista dei governi democraticamente eletti rovesciati con l’aiuto della CIA.

Ma ciò che non può essere fatto di nascosto può essere fatto apertamente. Quando una rivoluzione richiedeva sostegno abbiamo prontamente indotto l’ONU a dare il suo benestare e i nostri alleati capitalisti della NATO a prendere le armi invocando la necessità di un intervento umanitario. E’ indubbio che la CIA sia stata all’opera nel fomentare la rivolta libica di Bengasi. D’altronde il comandante in capo dei ribelli è un certo Colonnello Khalifa Haftar, che aveva sostenuto il colpo di stato di Gheddafi nel 1969 ed era stato membro del Consiglio per il Comando della Rivoluzione fino al 1987, quando aveva rotto con Gheddafi e si era messo alla testa della cosiddetta Libyan National Army in rivolta nel Ciad [9]. Poi, nel 1991, Haftar era andato negli USA stabilendosi a Falls Church, Virginia, a 7 miglia dalla sede centrale della CIA a Langley. Che fosse pagato dalla CIA non era d’altronde un mistero per nessuno [10].

In conclusione, vogliamo rilevare che indubbiamente molti dei ribelli libici hanno fondate ragioni di risentimento contro il regime di Gheddafi. Il paese conosce anche una vecchia divisione tribale fra le regioni dell’est e quelle dell’ovest.. Come in tutte le guerre, si registrano atrocità da entrambe le parti. Ma resta il fatto che i banchieri e i capitalisti dell’Occidente non potevano consentire alla Libia di unire Africa e mondo arabo in un blocco che avrebbe avuto come moneta comune un Dinaro Africano. Già negli anni ‘70 avevamo accettato di concedere all’Arabia Saudita e all’OPEC (l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio) il diritto di alzare il prezzo del greggio , a condizione che il dollaro (o petrodollaro) restasse l’unica valuta internazionale usata per le transazioni in petrolio. Oggi, la guerra di Libia appare come nient’altro che un nuovo piano di salvataggio per la classe dominante dei banchieri.

Lo scorso 8 giugno, il procuratore della Corte Penale Internazionale ha dato una grandi conferenza stampa nella quale accusava il governo libico di organizzare violenze sessuali di massa, ma di queste accuse non veniva presentata nemmeno l’ombra di una prova. Sara Flounders parla di queste accuse e le mette in parallelo con la totale assenza di accuse rivolte agli USA per molti casi largamente provati di torture e altri crimini. La Saunders cita anche uno studio assai ben documentato del Journal of Military Medicine secondo il quale il 71% delle donne soldato americane sono state vittime di aggressioni sessuali mentre servivano nell’esercito degli Stati Uniti [11].

NOTE

1. CBS News, “The United States of Africa may become reality“

2. Wall Street Journal, “Gaddafi’s gold reserves among the top 25 in the world“

3. U.S. Department of Treasury, “Treasury identifies fourteen companies owned by Libya’s National Oil Corporation as subject to sanctions“

4. EconomicPolicyJournal.com, “Libyan rebels form central bank“

5. Eric Encina, The Market Oracle, “Globalists Target 100% State Owned Central Bank of Libya“

6. Democracy Now interview General Wesley Clark

7. Henry C.K. Liu, Independent Critical Analysis and Commentary, May 14, 2002, “The BIS vs. National Banks“

8. Ellen Brown, Intrepid Report, “Libya: All About Oil or All About Banking?“

9. Reuters News, “Rebel army chief is veteran Gaddafi foe—think tank“

10. Patrick Martin, uruknet.info, “Mounting evidence of CIA ties to rebels“

11. Sara Flounders, GlobalResearch.ca, “Libya—Behind the Phony ICC ‘Rape’ Charges: Are NATO Forces Preparing a Ground Attack?“

Nick Egnatz è un veterano del Vietnam. Da anni protesta attivamente contro i crimini imperiali del governo sia di persona che con i suoi scritti, per il suo attivismo pacifista è stato nominato “Cittadino dell’anno” del Northwest Indiana nel 2006 dalla National Association of Social Workers. Potete contattare Nick a nickatlakehills@sbcglobal.net.

Crisi umanitaria: il peggio deve ancora venire | STAMPA LIBERA

Fonte: Crisi umanitaria: il peggio deve ancora venire | STAMPA LIBERA.

La guerra in Libia e i discorsi del guerrafondaio Sarkozy, che ha minacciato la Siria e l’Iran come se giocasse una partita di Risiko, hanno oscurato le notizie allarmanti sulla crisi umanitaria che ha colpito il Corno d’Africa e in particolar modo la Somalia. Le immagini dei bambini malnutriti, con il pancione gonfio e gli occhi tristi – che fino ad un mese fa hanno fatto il giro del mondo – hanno smesso di apparire  sui giornali e i media internazionali. Calato l’interesse mediatico, la comunità internazionale è venuta meno alle promesse fatte durante il vertice straordinario organizzato dalla Fao lo scorso 25 luglio a Roma. L’Onu ha quantificato in 2,4 miliardi di dollari la necessità di aiuti per venire in soccorso delle popolazioni. A oggi sono stati stanziati da donatori internazionali 1,1 miliardi. Lo ha denunciato l’alto commissario dell’Onu per i rifugiati Antonio Guterres, che ha chiesto un maggiore impegno in Somalia. “Molte donne mi hanno detto che non vogliono andare in Etiopia per paura dell’Aids. I somali vogliono rimanere in Somalia e dovrebbero avere il diritto di scegliere questa opzione ed è per questo che è così importante che la comunità internazionale aumenti i suoi aiuti proprio sul territorio somalo” ha spiegato Guterres. Pertanto, l’obiettivo dell’Unhcr “non è svuotare la Somalia”, ma creare le condizioni perché “i somali possano vivere nel loro Paese e i rifugiati per quanto possibile farvi ritorno”. La catastrofe umanitaria è ormai alle porte. A dirlo è anche il ministro dell’Agricoltura della Somalia, Abdullahi Agi Hassam Mohamed Nuur, che ha lanciato un nuovo appello alla comunità internazionale: “Occorre salvare vite umane, ora, inviando cibo, acqua, medicine, beni primari”. “La situazione si è deteriorata” ha denunciato il ministro somalo, spiegando che “centomila persone sono fuggite a Mogadiscio per cercare acqua e cibo mentre 1,4 milioni di bambini e anziani necessitano di assistenza immediata”.
È una guerra tra poveri e disperati quella che si sta consumando in Somalia. Lo dimostrano i continui saccheggi agli aiuti umanitari da parte dei militari governativi che mal pagati cercano altri introiti. L’ultimo è accaduto due giorni fa, quando un gruppo di militari del governo federale di transizione ha cercato di sottrarre porzioni di aiuti umanitari destinate agli sfollati da alcuni container lungo la principale via di Makka al Muqarramah. Per impedire il furto – secondo il quotidiano Garowe – soldati di un altro contingente in perlustrazione avrebbero aperto il fuoco ingaggiando lo scontro, che si è concluso con nove militari e sei civili uccisi. Altre 19 persone risultano ferite e sono tuttora ricoverate nell’ospedale Medina di Mogadiscio.
E il peggio deve ancora venire. L’alto commissario dell’Onu per i rifugiati ha lanciato l’allarme che “ il picco della crisi non è stato ancora raggiunto”. È infatti emergenza umanitaria anche nei Paesi confinanti, come Gibuti, Kenya, Etiopia e Uganda. Il ministro keniota dell’Agricoltura, Sally Kosgei, ha ricordato nei giorni scorsi che “le famiglie stanno perdendo la loro battaglia e che la situazione è aggravata dall’arrivo dei rifugiati somali. Il 60% delle terre sono aride o semi aride”. In questo cupo scenario, si è scatenato un nuovo vespaio di polemiche che ha coinvolto Somalia, Etiopia e Kenya. In un rapporto sul conflitto in corso, l’organizzazione non governativa Human Rights Watch accusa Nairobi e Addis Abeba di aver violato l’embargo per le armi in vigore sulla Somalia, favorendo i gruppi degli al Shabaab. Washington e Tel Aviv continuano invece a fare ottimi affari con il governo somalo.