Crisi umanitaria: il peggio deve ancora venire | STAMPA LIBERA

Fonte: Crisi umanitaria: il peggio deve ancora venire | STAMPA LIBERA.

La guerra in Libia e i discorsi del guerrafondaio Sarkozy, che ha minacciato la Siria e l’Iran come se giocasse una partita di Risiko, hanno oscurato le notizie allarmanti sulla crisi umanitaria che ha colpito il Corno d’Africa e in particolar modo la Somalia. Le immagini dei bambini malnutriti, con il pancione gonfio e gli occhi tristi – che fino ad un mese fa hanno fatto il giro del mondo – hanno smesso di apparire  sui giornali e i media internazionali. Calato l’interesse mediatico, la comunità internazionale è venuta meno alle promesse fatte durante il vertice straordinario organizzato dalla Fao lo scorso 25 luglio a Roma. L’Onu ha quantificato in 2,4 miliardi di dollari la necessità di aiuti per venire in soccorso delle popolazioni. A oggi sono stati stanziati da donatori internazionali 1,1 miliardi. Lo ha denunciato l’alto commissario dell’Onu per i rifugiati Antonio Guterres, che ha chiesto un maggiore impegno in Somalia. “Molte donne mi hanno detto che non vogliono andare in Etiopia per paura dell’Aids. I somali vogliono rimanere in Somalia e dovrebbero avere il diritto di scegliere questa opzione ed è per questo che è così importante che la comunità internazionale aumenti i suoi aiuti proprio sul territorio somalo” ha spiegato Guterres. Pertanto, l’obiettivo dell’Unhcr “non è svuotare la Somalia”, ma creare le condizioni perché “i somali possano vivere nel loro Paese e i rifugiati per quanto possibile farvi ritorno”. La catastrofe umanitaria è ormai alle porte. A dirlo è anche il ministro dell’Agricoltura della Somalia, Abdullahi Agi Hassam Mohamed Nuur, che ha lanciato un nuovo appello alla comunità internazionale: “Occorre salvare vite umane, ora, inviando cibo, acqua, medicine, beni primari”. “La situazione si è deteriorata” ha denunciato il ministro somalo, spiegando che “centomila persone sono fuggite a Mogadiscio per cercare acqua e cibo mentre 1,4 milioni di bambini e anziani necessitano di assistenza immediata”.
È una guerra tra poveri e disperati quella che si sta consumando in Somalia. Lo dimostrano i continui saccheggi agli aiuti umanitari da parte dei militari governativi che mal pagati cercano altri introiti. L’ultimo è accaduto due giorni fa, quando un gruppo di militari del governo federale di transizione ha cercato di sottrarre porzioni di aiuti umanitari destinate agli sfollati da alcuni container lungo la principale via di Makka al Muqarramah. Per impedire il furto – secondo il quotidiano Garowe – soldati di un altro contingente in perlustrazione avrebbero aperto il fuoco ingaggiando lo scontro, che si è concluso con nove militari e sei civili uccisi. Altre 19 persone risultano ferite e sono tuttora ricoverate nell’ospedale Medina di Mogadiscio.
E il peggio deve ancora venire. L’alto commissario dell’Onu per i rifugiati ha lanciato l’allarme che “ il picco della crisi non è stato ancora raggiunto”. È infatti emergenza umanitaria anche nei Paesi confinanti, come Gibuti, Kenya, Etiopia e Uganda. Il ministro keniota dell’Agricoltura, Sally Kosgei, ha ricordato nei giorni scorsi che “le famiglie stanno perdendo la loro battaglia e che la situazione è aggravata dall’arrivo dei rifugiati somali. Il 60% delle terre sono aride o semi aride”. In questo cupo scenario, si è scatenato un nuovo vespaio di polemiche che ha coinvolto Somalia, Etiopia e Kenya. In un rapporto sul conflitto in corso, l’organizzazione non governativa Human Rights Watch accusa Nairobi e Addis Abeba di aver violato l’embargo per le armi in vigore sulla Somalia, favorendo i gruppi degli al Shabaab. Washington e Tel Aviv continuano invece a fare ottimi affari con il governo somalo.

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