Darfur: il massacro continua – Antonella Napoli- Blog di Beppe Grillo

Fonte: Darfur: il massacro continua – Antonella Napoli- Blog di Beppe Grillo.

Nel Darfur è stato massacrato, stuprato, mutilato, un milione di persone nell’indifferenza della Nato. In Africa sono in corso guerre civili e tribali da 50 anni. Ma in questi posti dimenticati da Dio, dove non c’è l’oro nero, non si fa vedere nessuno.

Intervista a Antonella Napoli, Presidente di Italians for Darfur :

300 mila vittime e 3 milioni di sfollati
Dal 2003 si combatte in Darfur una guerra per avere una indipendenza, un maggiore controllo dell’area da parte delle opposizioni al governo centrale guidato dal Presidente Omar Al Bashir, Le comunità del Darfur hanno chiesto a più riprese al governo centrale di poter gestire autonomamente le risorse e il potere in Darfur, cosa che non è mai avvenuta fino a quando si sono organizzati con gruppi armati e la ribellione è diventata forte, tanto da potere attaccare le forze armate nella base dell’aeroporto a Khartoum. Quel momento è stato considerato l’inizio vero e proprio del conflitto in Darfur e ci sono vari gruppi armati che combattono in Darfur, i più importanti sono il Sudan Liberation Movement e il Justice Equality Movement. La fase più cruenta si è avuta dal 2003 al 2006 e in questi soli tre anni le vittime registrate a causa del conflitto sfioravano le centomila, a oggi sia per il conflitto che per la crisi umanitaria che le stime O.N.U. parlano di oltre 300 mila vittime e quasi 3 milioni di sfollati. Di questi la maggior parte vive in campi profughi che ovviamente hanno condizioni di vita al limite alla sopravvivenza e si è aggravata ancora di più la situazione quando nel 2008 con l’incriminazione del Presidente sudanese da parte della Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità e crimini di guerra, ha espulso 13 delle maggiori organizzazioni non governative che garantivano assistenza agli sfollati. Sono stati interrotti da quel momento tanti progetti, sia di assistenza sanitaria, di scolarizzazione e anche la distribuzione alimentare ha subito una brusca frenata, a tutt’oggi si contano almeno 700 – 800 mila persone che non sono raggiunte dagli aiuti umanitari. La situazione quindi è di grande preoccupazione per il programma alimentare mondiale che cerca di sopperire alle mancanze delle organizzazioni e del coordinamento degli aiuti umanitari all’O.N.U. che è sul posto. Anche la sicurezza è sempre più a rischio tant’è che si registrano anche attacchi ai campi oltre che a episodi di banditismo e di rapimenti come quello dell’operatore di Emergency nei giorni scorsi.

Al Bashir, un criminale in libertà
Mi occupo da anni come giornalista delle cosiddette crisi dimenticate e di violazioni dei diritti umani, sono un africanista e ho seguito dall’inizio le vicende del conflitto in Darfur, proprio da questo mio impegno arrivando lì e vedendo con i miei occhi quello che stava avvenendo e rientrando in Italia dove invece il Darfur era sconosciuto,è nata l’idea di creare un movimento che raccontasse quello che stava avvenendo in Sudan. In Italia non si sapeva nemmeno dove si trovasse il Darfur, che fosse una regione del Sudan, anzi perlopiù non si sapeva nemmeno bene dove fosse il Sudan, quindi una crisi dimenticata in un paese dimenticato. Dopo i primi anni di web activism il movimento è diventata una associazione, ovvero Italians for Darfur che abbiamo tirato su con altri colleghi operatori umanitari e Mauro Annarumma in particolare che è medico e da anni si occupa di queste vicende.
Per quanto riguarda la situazione attuale il sequestro di Azzarà è stato l’ultimo di una serie di episodi che portano alla luce quanto denunciamo da tempo, cioè che la situazione in Darfur è più grave che mai, basti pensare che pochi giorni prima di questo rapimento era stata attaccata una squadra, un convoglio della missione di pace dispiegata in Darfur Unamid, e c’erano state sia vittime che feriti. E poi si susseguono scontri, attacchi anche e soprattutto da parte delle forze militari sudanesi contro villaggi a ridosso dei quali sono presenti delle postazioni ribelli che continuano a contrastare il governo sudanese e le vittime sono civili. Non a caso negli ultimi mesi si è registrato anche un nuovo flusso di sfollati che aveva avuto una frenata, anzi c’era stato anche un trend positivo di rientri nei villaggi e nelle aree pacificate. Purtroppo questo flusso di rientro si è intererotto dal dicembre scorso quando è venuto meno l’unico accordo di pace che era stato firmato nel 2006 con la spaccatura tra l’altro del maggiore gruppo di opposizione ad Al Bashir che, parentesi, va ricordato è incriminato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra contro l’umanità, e genocidio. Questo gruppo di ribelli si frantumò e una parte decise di firmare questo accordo di pace, si costituì anche una authority che doveva portare a una transizione con il governo locale e permettere così a una forte presenza darfuriana di gestire il potere in Darfur. Cosa che poi negli anni non è avvenuta come da accordi sottoscritti e nel dicembre 2010 questo accordo è saltato e sono ripresi gli scontri tra le forze sudanesi e i seguaci di Minni Minnawi che era il leader di questa fazione scissa dal Sudan Liberation Movement che aveva sottoscritto questo accordo.
Nel frattempo si è aperto anche il fronte nell’area del Jebel Marra che è particolarmente ricca sia di acqua che di altre risorse. Va detto che in Darfur c’è petrolio che non è stato ancora sfruttato perché non ci sono le infrastrutture, non c’è ancora una estrazione tale che possa permettere di vivere di introiti del petrolio, ma è sicuramente un’area che fa gola a chi da tempo fa affari con il petrolio con il governo sudanese, in particolare parlo della Cina che è il maggiore partner del governo di Bashir e che come sappiamo bene in Consiglio di sicurezza ha il diritto di veto e infatti ogni qualvolta si è provato a rafforzare il mandato della missione dispiegata in Darfur, c’è sempre stata una opposizione forte da parte dei cinesi. Ci sono due fronti contrapposti, da una parte gli Stati Uniti che da tempo chiedono un inasprimento dell’intervento in Sudan, si era parlato anche di no fly zone ma non si è mai arrivati a una definizione di una tale iniziativa e dall’altra parte c’è la Cina e anche la Russia che hanno sempre preso le parti di Bashir, anche quando il Presidente del Sudan è stato inquisito dalla Corte penale e anzi si è cercato anche in qualche modo di frenare l’azione della Corte penale internazionale. A tutt’oggi Bashir è libero di circolare, è stato anche recentemente in Cina ospite del governo e non ha mai rischiato di essere arrestato, anche quando ha viaggiato in altri paesi africani che hanno aderito alla Corte penale internazionale e quindi avevano l’obbligo di arrestarlo.

Il referendum contro la ribellione
Al momento ci sono grossi interessi anche per il futuro del sud Sudan che recentemente è stato riconosciuto indipendente, è stato votato a grande maggioranza un referendum per l’indipendenza dal nord ed è il sud Sudan una delle aree con le maggiori risorse petrolifere.Questo cosa c’entra con il Darfur? Da alcuni mesi proprio a seguito dell’indipendenza del sud Sudan le aspirazioni indipendentiste in Darfur hanno ripreso vigore, tant’è che il governo sudanese per cercare di arginare queste nuove fiammelle di ribellione ha proposto un referendum, un referendum sullo status amministrativo che però non prevede la possibilità di definire la sua indipendenza o meno dell’area, ma se costituire due nuovi stati oppure lasciare com’è attualmente in Darfur tre stati, ovviamente è un po’ fumo negli occhi perché è chiaro che non è certo questo che può soddisfare le esigenze della popolazione di avere maggiore capacità di autogestirsi, anche perché il potere, la suddivisione delle ricchezze non è equa, continua tutto a essere gestito da Khartoum, dal governo centrale. E quindi tutto questo non è destinato a portare a una pacificazione, tant’è che il fronte di opposizione rigetta questa proposta di referendum, anzi è stata anche una delle motivazioni che ha spinto a non sottoscrivere un nuovo accordo di pace che si stava discutendo a Doha e che è stato firmato solo da una fazione minoritaria di uno dei movimenti che tuttora combatte contro le forze armate sudanesi, ovvero il Liberation and justice Movement e quindi lascia un po’ il tempo che trova questo accordo. La forza militare più consistente è quella dei due gruppi maggiori, ovvero il Sudan liberation movement guidato da Wahid Al Nur e il Justice and Equality Movement guidato da Khalil Ibrahim che è un po’ il leader, il maggiore leader della ribellione darfuriana.

L’assenza della Comunità Internazionale
Tutto questo a fronte di un altro grande problema che sta colpendo le popolazioni sudanesi, ovvero il conflitto che si è aperto nel Sud Kordofan che è un’area popolata perlopiù dal popolo dei nubiani, della Nubia, l’etnia nera e che da giugno scorso è vittima di rastrellamenti e di violenze da parte delle forze armate sudanesi che difendono questa loro azione affermando di contrastare i militari dell’esercito del sud Sudan che avrebbero occupato quest’area. Va ricordato che il Sud Kordofan per anni è stato alleato del sud Sudan nell’ultraventennale guerra civile con il nord, è chiaro che nel momento in cui il sud Sudan è diventato indipendente e il Sud Kordofan è rimasto sotto il controllo del nord sono iniziate delle rappresaglie. E questo è stato anche certificato proprio dall’O.N.U. che ha presentato un rapporto dove si parla di questo nuovo Darfur, di questa nuova tragedia che si sta consumando in Sudan. L’Alto commissariato per i diritti umani ha depositato il report pochi giorni prima del sequestro un rapporto.
La cosa secondo me paradossale è che adesso tutti parlano di questo sequestro, mentre si tace che a poche centinaia di chilometri hanno scoperto fosse comuni con centinaia e centinaia di cadaveri, donne, bambini, uomini e l’Alto commissariato per i diritti umani presenta un rapporto che denuncia tutto questo. Noi abbiamo denunciato questa cosa dal giugno scorso, adesso l’O.N.U. che ha fatto delle ispezioni lì sul posto e ha raccolto testimonianze di chi ha visto quello che è avvenuto, ha riferito in questo rapporto che ci sono i presupposti per incriminare anche per il Sud Kordofan il governo sudanese per crimini di guerra contro l’umanità. Quindi si sta consumando, si sta ripetendo in Sud Kordofan quanto è già avvenuto in sud Sudan, quanto è avvenuto in Darfur, eppure che cosa fa la comunità internazionale? Più volte è stato chiesto, in particolare dagli Stati Uniti, di rendere la missione più forte, di fare in modo che si potesse intervenire intanto con una no fly zone, cioè di fare quello che è stato fatto per la Libia per impedire che i bombardieri di Khartoum continuassero a bombardare le popolazioni civili. Però si è sempre opposta la Cina, ha sempre posto il veto sulla modifica del mandato. Questa missione è stata approvata all’unanimità nel luglio 2007 con la risoluzione 1679 e autorizzava una missione di peacekeeping in Sudan, in particolare in Darfur. E’ stata in assoluto la missione autorizzata con il più alto numero di caschi blu perché era stato previsto l’invio di un contingente di 26 mila uomini. A tutt’oggi però questa missione non è totalmente dispiegata, inoltre è carente di mezzi fondamentali per garantire protezione alle popolazioni sotto attacco, ovvero degli elicotteri a lungo raggio che possano permettere la perlustrazione di aree grandi come il Darfur. Il solo Darfur è grande quattro volte l’Italia e la cosa paradossale è che questa missione, i caschi blu in Darfur, non riescono a garantire protezione neanche a sé stessi e quindi figuriamoci se possono garantire la tutela, proteggere la popolazione del Darfur. Da quando è iniziata questa missione sono morti quasi 60 caschi blu in attacchi e scontri, a volte con le milizie arabe che ancora scorazzano in Darfur e a volte proprio con le forze armate sudanesi che non hanno mai dato un vero supporto, anzi hanno contrastato il dispiegamento di questa missione.

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