Archivi del giorno: 13 settembre 2011

Fulvio Grimaldi, Bergamo 30/5/2011 – parte I – YouTube

Interessante conferenza di Fulvio Grimaldi sulla guerra in Libia. Video in cinque parti.
Fonte: Fulvio Grimaldi, Bergamo 30/5/2011 – parte I – YouTube.

ComeDonChisciotte – GUERRA: LO STIMOLO FISCALE DI ULTIMA ISTANZA

Fonte: ComeDonChisciotte – GUERRA: LO STIMOLO FISCALE DI ULTIMA ISTANZA.

DI ELLEN BROWN
Webofdebt.wordpress.com

“War! Good God, ya’ll. What is it good for? Absolutely nothin’!”

Così faceva il successo di Bruce Springsteen degli anni ’80, che era già stato registrato nel 1969 come canzone contro la guerra del Vietnam. Questo pezzo rispecchiava un sentimento popolare. La guerra nel Vietnam terminò. E così anche la Guerra Fredda. Ma il settore militare è ancora in cima alla lista della spesa del governo. Quando vengono considerati anche i sussidi ai veterani e gli altri costi militari del passato, metà dei fondi del governo adesso vanno al complesso militare-industriale. I contestatori hanno cercato di fermare questo rullo compressore sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ma la macchina della guerra è più potente e influente che mai.

Perché? I poteri dietro le quinte che tirano le fila hanno senza dubbio una loro agenda oscura, ma perché il nostro tanto sbandierato sistema democratico non è riuscito a fermarli?

La risposta potrebbe riguardare il nostro modello individualistico e liberista di capitalismo, che impedisce ai governi di fare concorrenza alle imprese private eccetto i casi di “emergenza nazionale”. Il problema è che le aziende private hanno bisogno di un governo che metta i soldi dalle tasche della gente e che stimoli la domanda. Questo processo da qualche parte deve iniziare e il governo ha gli strumenti per farlo. Ma nella nostra cultura ogni sentore di “socialismo” è un anatema. Questo ha portato a dichiarare uno stato di “emergenza nazionale” senza soluzione di continuità solo per far veicolare i soldi del governo nell’economia.

Le altre strade sono bloccate, e così l’economia produttiva è stata sistematicamente prosciugata dal settore militare non produttivo, fino al punto che la guerra è oggi la nostra maggiore esportazione. La guerra è il posto in cui sono i soldi e dove c’è il lavoro. Gli Stati Uniti si sono trasformati un’economia di guerra permanente e in uno stato militare.

La guerra come stimolo economico

L’ipotesi che la guerra sia positiva per l’economia risale almeno alla Seconda Guerra Mondiale. I critici del sistema keynesiano di spesa a deficit replicarono che era la guerra, e non la spesa a deficit, che fece uscire gli Stati Uniti dalla Grande Depressione.

Ma, anche se la guerra può aver avviato la risalita della produttività, la ragione per cui la guerra funzionò è che apri i cancelli al deficit. La guerra era un’enorme stimolo per la crescita economica, non perché fosse un utilizzo delle risorse dettato dall’analisi costi/benefici, ma perché nessuno si preoccupa del deficit in tempo di guerra.

In tempi di pace, invece, il governo non dovrebbe confrontarsi con l’iniziativa privata. Come ha osservato il vincitore del Premio Nobel Frederick Soddy:

La vecchia politica dell’estremo laissez-faire a favore dell’economia individualistica nega con fervore che lo Stato abbia il diritto di competere in ogni modo con gli individui nella proprietà delle imprese produttive, dalle quali si possono ottenere interessi monetari o profitti.

Negli anni ’30, al governo fu consentito di investire in imprese nazionale come la Tennessee Valley Authority, ma ciò avvenne principalmente perché gli investitori privati non crederono di potere avere un ritorno sufficiente dal progetto stesso. L’esito fu che gli anni tra il 1933 e il 1937 divennero il più grande boom ciclico della storia degli Stati Uniti. Il PIL aumentò del 12 per cento e il PIL nominale salì al tasso del 14 per cento. Ma quando nel 1937 l’economia sembrò essere tornata in salute, Roosevelt fu pressato per tagliare di nuovo gli investimenti pubblici. Il risultato fu una crescita della disoccupazione. Il boom economico si arrestò e l’economia scivolò di nuovo nella recessione.

La Seconda Guerra Mondiale capovolse la tendenza, riaprendo i rubinetti dei soldi. La “sicurezza nazionale” ebbe la meglio, mentre il Congresso spendeva senza remore per “preservare il nostro livello di vita”. La sfida a oltranza della Seconda Guerra Mondiale consentì al Congresso di finanziare un turbinio di attività industriali, fino a che il contro per il debito pubblico nazionale raggiunse il 120% del PIL.

Il governo contrasse il debito più grande della storia, ma l’iperinflazione, la svalutazione della moneta e il collasso economico predetto dai falchi del deficit non avvenne. Piuttosto, i macchinari e le infrastrutture costruite durante il periodo di espansione permise alla nazione di guidare il mondo nei dati per la produttività per quasi mezzo secolo. Negli anni ’70 il rapporto debito-PIL era sceso dal 120% a meno del 40%, non perché le persone si erano sacrificate per ripagare il debito, ma perché l’economia era così produttiva che il PIL salì per colmare la differenza.

Stimolo senza guerra

La Seconda Guerra Mondiale può aver creato lavoro; ma come tutte le guerre, ha preteso un costo terribile. L’economista John Maynard Keynes osservò:

La costruzione delle piramidi, i terremoti, persino le guerre possono servire per incrementare la ricchezza, se la formazione dei nostri uomini di stato, che si basa sui principi dell’economia classica, la suggerisce al posto di qualcosa di meglio.

La guerra era lo stimolo economico di ultima istanza quando i politici erano così confusi nella loro comprensione dell’economia che non avrebbero permesso al governo di indebitarsi tranne i casi di emergenza nazionale. Ma Keynes disse che ci erano modi meno distruttivi per far andare i soldi nelle tasche delle persone e stimolare così l’economia. I lavoratori potevano venir pagati per scavare fossati e poi riempirli, e anche questo avrebbe stimolato l’economia. Quello di cui ha bisogno un’economia che va a rilento è semplicemente la domanda (il potere di acquisto disponibile). La domanda quindi stimolerebbe le attività per produrre più “offerta”, creando più posti di lavoro e guidando la produttività. La chiave di tutto questo era che la domanda (i soldi per spendere) dovevano essere messi in primo piano.

I cinesi hanno impiegato i lavoratori a costruire enormi centri commerciali e condomini, molti dei quali sono vuoti per assenza di clienti e compratori. Potrebbe essere un uso dispendioso di risorse, ma ciò è riuscito a mettere i soldi nelle tasche del lavoratori, dando loro il potere di acquisto da spendere in beni e servizi, stimolando la crescita economica; e diversamente dalla spesa dispendiosa per la guerra, l’approccio cinese non ha comportato morti e distruzione.

Un’alternativa meno costosa sarebbe la soluzione ipotetica di Milton Friedman: scaricare i soldi con gli elicotteri. Tutto questo è stato collegato agli “alleggerimenti quantitativi” (QE), ma il modo in cui è stato realizzato il QE non è quello che Friedman ha descritto. I soldi non hanno inondato le persone e l’economia locale per stimolare la spesa. Sono stati veicolati nelle riserve delle banche, dove si sono accumulati senza raggiungere l’economia produttiva. Le riserve in “eccesso” di 1,6 trilioni di dollari sono ora fermi nei conti di riserva della Federal Reserve. Non si è tentata la strada dell’elicottero previsto da Friedman.

Una soluzione migliore

Le guerre, scavare i fossati e far piovere i soldi con gli elicotteri potrebbe funzionare per stimolare la domanda e aumentare il potere di acquisto, ma ci sono alternative migliori. Oggi ci sono grandi bisogni che non vengono soddisfatti: le infrastrutture cadono a pezzi, le classi sovraffollate, i sistemi energetici che aspettano di essere sviluppati, i laboratori di ricerca che aspettano fondi. Oggi la soluzione migliore costi-benefici verrebbe dallo stimolo del governo se spendesse su attività che veramente migliorano il livello di vita delle persone.

Questo può essere fatto anche riducendo il debito nazionale. In un articolo recente, David Swanson cita uno studio di Robert Greenwald e Derrick Crowe che considera i 60 miliardi di dollari persi dal Pentagono per lo spreco e la truffa in Iraq e Afghanistan. Hanno calcolato che questi soldi potrebbero aver creato 193.000 posti di lavoro in più di quanti ne abbia fatto l’uso a fini militari, se fossero stati destinati a scopi commerciali interni. Swanson prosegue:

Ci sono altri calcoli nello stesso studio […] Se avessimo speso quei 60 miliardi di dollari in energia pulita, avremmo creato (direttamente o indirettamente) 330.000 posti di lavoro in più. Se li avessimo spesi nella cura della salute, ne avremmo creati 480.000 in più. Se li avessimo spesi nell’educazione, ne avremmo creati 1,05 in più […]

Diciamo di voler creare 29 milioni di posti di lavoro in dieci anni. Fanno 2,9 milioni ogni anno. Ecco un modo per farlo. Prendiamo 100 miliardi di dollari dal Dipartimento della Difesa e spostiamoli nell’educazione. Questo crea 1,75 milioni di posti di lavoro all’anno. Prendiamone altri 50 miliardi e spostiamoli nella cura della salute. Sono altri 400.000. Prendiamone altri 100 miliardi e muoviamoli verso l’energia pulita. Sono altri 550.000 posti di lavoro. E altri 62 miliardi per i tagli alle tasse, che ne generano altri 200.000. Ma la spesa militare per il Dipartimento dell’Energia, il Dipartimento di Stato, la Homeland Security e così via non sono stati toccati. E il Dipartimento della Difesa è stato ridotto a circa 388 miliardi di dollari, ossia più di quanto otteneva dieci anni fa quando il paese divenne folle nella sua totalità.

Il lavoro e le risorse rimangono nell’abulia mentre lo spaventapasseri del “deficit” priva la popolazione di merci e servizi che potrebbero riuscire a creare. Deviare una porzione dell’enorme spesa militare vero usi pacifici potrebbe creare posti di lavoro, migliorare i livelli di vita e aggiungere infrastrutture, riducendo contemporaneamente il debito nazionale e mettendo a posto il budget del governo incrementando il numero dei contribuenti e le entrate fiscali.

**********************************************Preparato per The Military Industrial Complex at 50, una conferenza tenuta a Charlottesville in Virginia, 16-18 settembre 2011.

**********************************************Fonte: War–The Fiscal Stimulus of Last Resort

10.09.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

ComeDonChisciotte – LA STRATEGIA DELLA BANCA MONDIALE IN AFRICA

Fonte: ComeDonChisciotte – LA STRATEGIA DELLA BANCA MONDIALE IN AFRICA.

Neoliberalismo, Povertà e Distruzione Ecologica

DI PATRICK BOND
Counter Punch

Una nuova ondata di brusii sullo sviluppo si è alzata subito dopo il rilascio, avvenuto a febbraio, del documento strategico decennale della Banca Mondiale, “Il futuro dell’Africa e il sostegno della Banca Mondiale”. Nell’arco di tre mesi un mini-tsunami di Afro-ottimismo è sfociato nelle Prospettive Economiche Regionali per l’Africa Sub-sahariana del FMI, nello studio ottimistico della Commissione Economica sull’Africa, nel Rapporto sulla Competitività del Forum Mondiale Economico sull’Africa e nella scoperta, da parte della Banca Africana dello Sviluppo, di una nuova e vasta “classe media” (creata ad hoc per includere il 20% degli Africani le cui spese vanno dai due ai quattro dollari al giorno).

Ebbro della loro stessa retorica neoliberista, l’establishment multilaterale è andato in estasi considerando la crescita, a quanto pare eccellente, del continente e le sue prospettive di esportazione, all’interno di un processo che minimizza le oppressioni strutturali dei quali sono complici: i rapporti di potere corrotti, la vulnerabilità economica, il peggioramento del “Paradosso dell’Abbondanza“, l’appropriazione dei territori e le minacce portate dalle malattie e dal caos ambientale.

Tutte queste sono state appena accennate nel documento della Banca Mondiale – il più completo tra tutti questi trattati di revival neoliberista -, ma è comunque inconcepibile un franco e onesto rendiconto da parte dei redattori, anche dopo un rapporto interno del Gruppo Indipendente di Valutazione che critica aspramente gli errori dell’ultima volta. Questa iniziativa, il Piano d’Azione per l’Africa del 2005 (AAP), è stata associata dal Summit del G8 tenuto a Gleneagles con tanto fumo e poco arrosto.

La Banca ammette che l’AAP era “un’iniziativa calata dall’alto, preparata in breve tempo con poche consultazioni con i clienti e gli azionisti” e che la “dotazione del portafoglio della Banca nella Regione” era carente. E la Banca Mondiale ha confessato in modo chiaro: “Coloro che dovevamo implementare il piano non erano molto convinti e in alcuni casi non conoscevano nemmeno l’AAP.”

Tiranni e democratici

Anche se nel 2021 probabilmente si diranno le stesse cose anche di questa Strategia, la Banca ha affermato che il suo antidoto sono “le discussioni faccia a faccia avviate con più di mille persone in trentasei diverse nazioni “. Comunque, come provano le dichiarazioni dei partecipanti, la Banca potrebbe rigurgitare solo la “robetta” più banale.

E la Strategia neppure propone nuove grandi alleanze, ad esempio con la Gates Foundation. C’è solo un rapido cenno di approvazione a due partner delle “società civilizzate”, l’Africa Capacity Building Foundation di Harare e l’African Economic Research Consortium di Nairobi, che insieme hanno formato 3000 neoliberisti locali, come ha sottolinea con orgoglio la Banca Mondiale.

In modo imbarazzante, la Banca si è piegata frettolosamente per favorire tre istituzioni continentali: l’Unione Africana, la New Partnership for Africa’s Development (fondata dall’ex presidente sudafricano Thabo Mbeki nel 2001) e l’Africa Peer Review Mechanism (2003). Le ultime due sono spesso considerate dei fallimenti totali.

Ancora una volta, c’erano grandi speranze che l’Unione Africana rispondesse alle aspirazioni sociopolitiche e economiche del suo continente, ma Muammar Gheddafi non solo ha esercitato una presa rigida da Presidente dell’Unione, ma ha favorito non poco il clientelismo.

Horace Campbell ha rimarcato altre contraddizioni della leadership nel Pambazuka News di Marzo: “Il fatto che gli attuali leader dell’Africa abbiano sostenuto la nomina di Teodoro Obiang Nguema a presidente dell’Organizzazione suggerisce che molti dei leader come Denis Sassou-Nguesso della Repubblica del Congo, Robert Mugabe dello Zimbabwe, Omar al-Bashir del Sudan, Paul Biya del Camerun, Blaise Compaore del Burkina Faso, Meles Zenawi dell’Etiopia, Ali Bongo del Gabon, Re Mswati III dello Swaziland, Yoweri Museveni dell’Uganda, Ismail Omar Guelleh del Gibuti, Yahya Jammeh del Gambia non sono affidabili nel trasformare le disposizioni dell’Atto Costitutivo in fatti concreti.”

Questa genia di regnanti è la migliore implementatrice della Strategia della Banca Mondiale. Non saranno sufficienti miriadi di consultazioni fasulle con la “società civilizzata” per camuffare il fardello del debito odioso riversato sulle società africane, grazie alla Banca Mondiale, al FMI e ai loro forti alleati prestatori.

Eppure questi uomini sono saldi al potere come in nessun altro posto, secondo le affermazioni della Banca Mondiale, come illustrato dalla mappa che mostra i Paesi con bassi livelli di “fragilità statale”, che notoriamente include Tunisia e Libia: infatti nella prima l’ex tirannia è caduta e nella seconda c’è una ribellione in corso.

Al contrario, la Strategia per l’Africa non fa riferimento a nessuno di questi fasulli democratici della “società incivile” che si oppongono ai dittatori che sono soci della Banca Mondiale. L’editore del Remarks Pambazuka, Firoze Manji, afferma: “La loro rabbia si è sfogata nei nuovi risvegli a cui abbiamo assistito in Tunisia, Egitto, Libia, Yemen, Costa d’Avorio, Algeria, Senegal, Benin, Burkina Faso, Gabon, Gibuti, Botswana, Uganda, Swaziland e Sudafrica. Questi risvegli sono solo l’inizio della lunga lotta dei popoli d’Africa per riprendere il controllo dei loro destini, della loro dignità e per la lotta per l’autodeterminazione e l’emancipazione”

La debole architettura Africana

La Banca continuerà a finanziare gli oppressori, definendo la Strategia Africana con una metafora architettonica banale e strutturalmente debole: “La strategia ha due pilastri – competitività e impiego e vulnerabilità e resistenza – e le fondamenta, ossia la governance e la capacità del settore pubblico”.

Mettendo da parte la retorica ipocrita del governo, il primo pilastro di solito collassa perché una maggiore competitività spesso richiede l’importazione di macchinari per rimpiazzare i lavoratori (tanto che il tasso di disoccupazione in Sud Africa è raddoppiato dopo la ristrutturazione economica post apartheid). E la Banca consiglia a tutti i Paesi africani di fare la stessa cosa – Esportate!- che crea una saturazione nell’offerta delle materie prime e dei prodotti agricoli, come già sperimentato dal 1973 fino al boom del periodo 2002-2008.

La strategia della Banca affronta anche “tre rischi fondamentali: la possibilità che l’economia globale sperimenti una maggiore volatilità; i conflitti e la violenza politica e la possibile inadeguatezza delle risorse disponibili per implementare la strategia”.

Non si tratta di semplici rischi ma di certezze, considerato che i pianificatori dell’economia globale hanno lasciato irrisolti tutti i problemi che hanno causato il tracollo del 2008-2009; questi conflitti incentrati sulle risorse aumenteranno con l’emergere delle carenze – in modo particolare del petrolio come dimostra il caso del Golfo di Guinea – , e questi donatori taglieranno i budget per gli aiuti nei prossimi anni. E anche se la Banca Mondiale ha ancora “fiducia che tutti questi rischi possano essere mitigati”, in ogni caso la sua Strategia li amplifica.

E’ nell’interesse della Banca – ma non è certo strategico per l’Africa – promuovere ulteriori esportazioni dai Paesi africani che già soffrono di un’estrema dipendenza dall’esportazione di materie prime. Economicamente, la Strategia è insostenibile, con le nazioni europee che collassano e falliscono, il Giappone in fase di perenne stagnazione, gli Stati Uniti che si apprestano a entrare in nuova nuova fase recessiva e la Cina e l’India che si sfidano con le imprese di estrazione e le aziende di bioingegneria dell’Occidente per ottenere le risorse africane e la cessioni di porzioni di territorio. In nessun posto si può rintracciare un tentativo onesto di assistere l’Africa per un’industrializzazione che sia bilanciata.

La mite contro-risposta della Banca: “Anche se l’Africa, essendo una parte relativamente piccola del mondo economico, può fare poco per evitare questa contingenza, l’attuale strategia è stata studiata per aiutare le economie africane a superare queste circostanze meglio del passato “. Ma queste non sono “circostanze” e “contingenze”: sono elementi portanti dell’economia politica Nord-Sud dai quali l’Africa dovrebbe essere protetta.

Neoliberalismo, povertà e distruzione ecologica.

Un toccante esempio è dato dalla calorosa approvazione della Banca Mondiale del settore floristico keniano, nonostante lo sfruttamento delle risorse idriche, la volatilità dei prezzi dei beni e le costrizioni penalizzanti della carbon tax. Ciononostante, “fra il 1995 e il 2002 l’esportazione di fiori dal Kenya è cresciuta del 300 percento”, mentre le coltivazioni agricoli nei paraggi soffrivano della mancanza d’acqua, un problema che non viene considerato dalla propaganda della Banca Mondiale.

Da dove verranno le “scorte” d’acqua e di energia? La promozione della Banca Mondiale per le “mega-dighe” (come la Bujagali in Uganda o Inga nella Repubblica Democratica del Congo) ignora l’impossibilità della povera gente di pagare l’energia che viene dall’idroelettrico, per non parlare dell’evaporazione causata dal peggioramento del clima, dell’ostruzione dei corsi d’acqua o dalle emissioni di metano tropicale.

Altre omissioni vi verranno rivelate, come in questo caso, dove la Banca Mondiale rivela le caratteristiche della precedente “silo-mentalità” multilaterale: “Focalizzare l’attenzione sulla salute ha portato a ignorare altri fattori come l’acqua e la sanità che favoriscono la sopravvivenza infantile”. La ragione per la quale il settore idrico non è stata finanziato dopo il famoso rapporto macroeconomico di Jeffrey Sachs all’OMS del 2001 è dovuta anche al fatto che i suoi analisti non accuratamente valutato il perché l’investimento di 130 miliardi di dollari spesi in investimenti per i pozzi e le tubature è fallito durante gli anni 80 e 90: ossia per sussidi che erano insufficienti a coprire le spese di gestione e i deficit della manutenzione.

La mancanza di sussidi per le infrastrutture di base è un problema ricorrente, anche perché” la promessa del G8 di raddoppiare gli aiuti all’Africa ha subito una una riduzione di 20 miliardi di dollari”. Ma per risolvere la questione, “l’attuale strategia enfatizza le partnership con i governi africani, il settore privato e altri partner dello sviluppo”, anche se il settore pubblico raramente lavori. Molti sistemi africani di privatizzazione dell’acqua sono falliti.

Il Sudafrica ha ottenuto una serie di esperimenti falliti in tutti i settori. L’ultimo prestito concesso dalla Banca Mondiale a Pretoria – 3,75 miliardi di dollari, il più ingente di sempre – è anch’esso una smentita evidente dell’affermazione della Strategia secondo cui “il programma della Banca in Africa darà importanza alle infrastrutture sostenibili. L’approccio va oltre il semplice adeguamento alla salvaguardia ambientale. Cerca di aiutare i Paesi a sviluppare strategie di produzione di energia pulita che scelgano il giusto mix di prodotti, tecnologie e ubicazioni per promuovere sia l’infrastruttura e l’ambiente.”

Questo prestito ha provocato forti differenze nelle tariffe dell’energia elettrica nonché la legittimazione della corruzione del Congresso Nazionale Africano nelle offerte di appalto per la costruzione di queste infrastrutture. Tutto questo ha provocato la condanna del governo e della Banca Mondiale dopo le indagini addirittura dalle pagine del quotidiano di Johannesburg Business Day, normalmente un alleato fidato.

I lavoratori sudafricani dovrebbero prendersela anche con quest’affermazione della Banca Mondiale: “La regolamentazione del lavoro (in Sudafrica per esempio) spesso limita gli affari. […] In alcune nazioni, come il Sud Africa (dove il tasso di disoccupazione è del 25%), una maggior flessibilità nel mercato del lavoro aumenterà l’occupazione”.

Queste considerazioni, espresse occasionalmente dal capo economista per l’Africa della Banca Mondiale, l’aggressivo neoliberista Shanta Devarajan, sono smentite non solo un milione e trecentomila posti di lavoro persi nel biennio 2009-2010 ma anche dall’analisi dell’articolo IV del FMI nel settembre 2010, che inserisce il Sud Africa in cima alla classifica mondiale sulla flessibilità sul lavoro, dietro solo gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e il Canada.

Ci sono altri dogmi neoliberisti, ad esempio: “La microfinanza, se viene sviluppata, ha un enorme potenziale non sfruttato in Africa”. La Banca apparentemente si è persa la crisi mondiale della microfinanza, simbolizzata dal licenziamento di Muhammad Yunus dalla posizione di dirigente della Grameen (proprio mentre veniva promossa la Strategia), le numerose controversie sui tassi di interesse usurari o i 200.000 suicidi dei piccoli allevatori nell’Andhra Pradesh indiano avvenuti negli ultimi anni a causa degli insostenibili carichi del microdebito.

La Banca Mondiale promuove l’uso dei cellulari, che possono “diventare il bene di maggior valore dei poveri. La diffusa adozione di questa tecnologia – dovuta a solide regolamentazioni e una sana imprenditorialità – offre la possibilità di trasformare la vita dei più poveri”. La Banca dimentica i numerosi problemi sperimentati nel mercato della telefonia, tra cui quello della proprietà delle aziende straniere e del controllo.

E per quanto riguarda “la più grande minaccia portata all’Africa a causa delle sue conseguenze potenziali, il cambiamento climatico potrebbe anche essere un’opportunità. L’adattamento dovrà essere indirizzato alla gestione sostenibile dell’acqua – con la necessità dello sviluppo di risorse immediate e future , al miglioramento delle pratiche di irrigazione così come allo sviluppo di nuove sementi.” I pericoli che potrebbero essere causati alla classe contadina e ai manager delle città dai sette possibili gradi di aumento delle temperature e dal peggioramento dei cicli di allagamento/siccità sono stati minimizzati, le opportunità per una visione più a lungo respiro di un’Africa post-carbone sono state ignorate, come l’importanza sul fatto che il Nord del mondo (compresa la stessa Banca Mondiale) paghi il suo forte debito climatico all’Africa.

“Un Consenso Africano”?

Paragonato al finanziamento della Banca per mega-progetti assurdi, come i 3,75 miliardi di dollari prestati lo scorso aprile al Sud Africa per costruire la quarta centrale elettrica alimentata a carbone più grande al mondo a carbone, non c’è molto in ballo nel portafoglio della Strategia: 2,5 miliardi di dollari l’anno per il piano decennale.

Ciononostante, l’arroganza della strategia africana è pericolosa non solo perché diverge dalla realtà in modo evidente, ma anche perché cerca un “percorso” della Strategia della Banca Mondiale verso un “consenso africano”. La Banca si impegna a “lavorare a fianco dell’Unione Africana e con altri forum per sostenere la formulazione di una politica africana in risposta ai temi globali, come i regolamenti finanziari internazionali e il cambiamento climatico, perché parlare con una sola voce ha più possibilità di successo”.

L’Africa ha davvero bisogno di un’unica voce neoliberista che chieda un “consenso”, che parli da pilastri che vacillano sulle sue fondamenta, che sia basata su false premesse e procedure corrotte, che piloti progetti irrealizzabili, che sia alleata con tiranni inguaribili che sono indifferenti alle richieste di democratizzazione e giustizia sociale? Se è così, la Banca ha una strategia che deve ancora nascere.

E se tutto prosegue con lo status quo, le previsioni della Strategia per il 2021 prevedono un calo del tasso di povertà del 12 per cento e che almeno cinque Paesi entreranno tra le fila delle economie a medio reddito (i candidati sono il Ghana, la Mauritania, le Comore, la Nigeria, il Kenya e lo Zambia).

Ma più probabilmente lo sviluppo sarà sempre più diseguale e crescerà l’irrilevanza della Banca Mondiale, mentre gli Africani continueranno coraggiosamente a protestare contro il neoliberismo e la dittatura, alla ricerca di una politica libera e di una cambio socio-economico.

*******************************************************Fonte: http://www.counterpunch.org/bond05312011.hhtml

31.05.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MARIA VITTORIA GAZZOLA

La madre di tutti i mostri petroliferi | STAMPA LIBERA

Fonte: La madre di tutti i mostri petroliferi | STAMPA LIBERA.

http://www.dorsogna.blogspot.com/

E forse già deciso che l’Adriatico deve diventare un mare morto? (Ndr)

Si, l’immagine e’ giusta – non e’ un effetto speciale.

Questi della Spectrum Geo LTD – societa’ inglese a responsabilita’ limitata – vogliono venire a fare ispezioni sismiche in tutto l’Adriatico alla ricerca di petrolio. Anche per loro e’ tutto facile e conveniente in Italia – lo dicono!

Ad accorgersene noi cittadini comuni, mica la classe politica?

C’e’ tempo fino alla fine di Settembre per presentare osservazioni.

Ecco il comunicato stampa associato

In data 5 Agosto 2011 la societa’ inglese Spectrum Geo LTD ha presentato richiesta di autorizzazione presso il Ministero dell’Ambiente per eseguire ispezioni sismiche nel mare Adriatico con la tecnica dell’airgun e alla ricerca di petrolio.

Le due concessioni in giacenza al Ministero sono la d1 BP SP e la D1 FP SP, e spiccano per la loro estensione territoriale: oltre 30 mila chilometri quadrati lungo tutta la costiera Adriatica da Rimini fino a Santa Maria di Leuca, investendo dunque Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Molise, Puglia, a circa 25 chilometri da riva.

Le ispezioni sismiche si eseguono tramite violentissimi spari di aria compressa rivolti verso i fondali marini. Le onde riflesse forniscono informazioni sui giacimenti

di idrocarburi nel sottosuolo. Numerosi studi scientifici mondiali attestano la loro estrema dannosita’ per le specie marine: gli spari airgun possono causare spiaggiamenti, lesioni, morte di cetacei, pesci e specie bentonitiche anche a centinaia di chilometri di distanza dal punto di impatto.

La Spectrum e’ una societa’ a responsabilita’ limiitata che intende commercializzare i suoi dati a ditte straniere. Data l’entita’ del progetto e la vicinanza alla riva delle ispezioni sismiche, il rischio a cui si va incontro e’ di avviare un irreversibile processo di petrolizzazione dell”Adriatico intero con pozzi e infrastruttura petrolifera lungo il litorale, rischi di subisdenza, scoppi, perdite di petrolio, deturpazione del paesaggi, stravolgimenti della qualita’ della vita e pochissimi benefici per i cittadini italiani.

Il mare Adriatico e’ un mare fragile, chiuso, con lenti ricambi di acqua, gia’ sottoposto a decine e decine di concessioni petrolifere avanzate lungo la costa dei Trabocchi, alle isole Tremiti, in Salento, lungo la riviera emiliana e marchigiana, da parte di ditte straniere che ripetutamente affermano ai loro investitori che trivellare

in Italia e’ facile ed economicamente conveniente. Lo stesso scenario si ripete nel mar Ionio e in Sicilia.

Esortiamo il Ministero dell’Ambiente, la classe dirigente delle regioni interessate a farsi portavoci delle preoccupazioni dei cittadini e di attivarsi per leggi che proteggano maggiormente il nostro patrimonio ambientale comune.

Lungo le coste americane pacifiche ed atlantiche vige il divieto assoluto di trivellare e di eseguire ispezioni sismiche a 160 chilometri da riva per proteggere turismo ed ambiente. Occorre una visione lungimirante anche per il mare Adriatico e di leggi che lo proteggano dalle trivellazioni selvagge, coinvolgendo anche le comunita’ costali della ex-Yugoslavia e con l’interdizione di nuovi pozzi petroliferi su tutta la sua superficie.

L’Adriatico non e’ il golfo del Messico, ma il mare degli italiani. Merita di essere protetto per il godimento delle generazioni presenti e future e non venduto al miglior offerente straniero in cambio di pochi spiccioli.

ComeDonChisciotte – FORSE È LA VOLTA BUONA

Fonte: ComeDonChisciotte – FORSE È LA VOLTA BUONA.

Terremoto alla Bce. Si sono divisi sugli aiuti all’Italia. Che succede?

Si è arrivati a un punto di svolta, allo scontro in atto da tempo all’interno della Bce, ma soprattutto all’interno dell’establishment politico e finanziario tedesco tra la fazione che intende salvare a ogni costo l’Euro (e in questo modo cerca quindi di dare il massimo aiuto ai paesi in difficoltà, Grecia, Portogallo ma soprattutto l’Italia che è il paese ancora non in difficoltà come la Grecia, ma sicuramente in termini di peso percentuale è il paese più importante tra quelli in difficoltà in Europa) e chi invece ritiene che questo porterebbe in breve tempo un collasso della Banca Centrale Europea e in secondo luogo, ma questo è il punto più importante, ritiene che la Germania non debba farsi carico dei problemi degli altri paesi e che questi paesi se sono nelle condizioni in cui sono,è perché hanno adottato politiche sbagliate e devono cavarsela da soli.
Stark, membro del Comitato esecutivo della Banca Centrale Europea da tempo esprimeva una posizione rigorista a oltranza, riteneva che la Banca Centrale Europea non dovesse farsi carico dei problemi italiani, di fronte però a una posizione della maggioranza, del vertice della Banca Centrale Europea che invece intendeva proseguire in questo sostegno, ha deciso clamorosamente di dimettersi. Questo è stato letto da alcuni come una vittoria del fronte dei morbidi verso l’Italia. In realtà guardando un attimo più in là del proprio naso si capisce che una mossa di questo tipo mette innanzitutto Angela Merkel di fronte ancora di più alle sue responsabilità, in presenza di un elettorato tedesco che in base agli ultimi sondaggi per 3/4 ritiene che la Germania non si debba in alcun modo far carico dei problemi degli altri paesi mediterranei. La Merkel che fin qui si è barcamenata tentando di sostenere una posizione più morbida. Dopo queste dimissioni ci si può aspettare di tutto nei prossimi mesi.
Peraltro stiamo vedendo in questi momenti sui mercati che è bastato che ci fossero ulteriori perplessità sul piano di salvataggio della Grecia, sulla capacità della Grecia di far fronte agli impegni presi con l’Europa, per provocare in queste ore un crollo delle borse, un crollo ancora dei valori dei titoli di Stato italiani, con lo spread che è tornato a 380 punti.

E se l’Italia fallisce, che succede?

Il fallimento dell’Italia implicherebbe la fine dell’Euro, implicherebbe il crollo innanzitutto di molte banche, non solo in Italia, ma anche all’estero ed è per questo motivo che non ci può essere un fallimento dell’Italia. Ci può essere però in qualche modo una forma di default controllato, fallimento controllato, nel senso che si possono prendere delle misure per cui, per esempio, si può pensare che l’Italia potrebbe allungare la scadenza dei propri debiti in modo da far fronte al pagamento con più ordine e con più calma e soprattutto senza dover dichiarare bancarotta. Però queste sono tutte ipotesi estreme. Ricordiamo che l’Italia è il terzo maggiore emettitore di titoli di Stato del mondo, i mercati finanziari internazionali sono letteralmente invasi da titoli di Stato italiani e quindi un eventuale fallimento dell’Italia avrebbe conseguenze catastrofiche sull’intera struttura dei mercati finanziari, quindi anche solo prima di pensare a un’ipotesi di questo tipo, si dovrebbero allestire delle reti di protezione e questo per salvare non tanto lo Stato italiano, quanto gli operatori, le grandi banche sui mercati finanziari.

Si parla di sdoppiamento dell’Euro. E’ possibile? E quali potrebbero essere le conseguenze?

Teoricamente è possibile, nella pratica vedo forti controindicazioni, non solo per l’Italia ma anche per esempio per i membri del cosiddetto Euro A che sarebbero poi la Germania, alcuni paesi nordici, l’Austria e magari anche la Francia. Nel senso che l’Euro A avrebbe immediatamente una forte rivalutazione. Possiamo pensare che potrebbe andare a 0,50/0,60 sul dollaro, mentre adesso è a 1,30/1,40, però tutto questo porterebbe a una grossa difficoltà di esportazione per la Germania. La Germania ricordiamoci è una grande potenza commerciale e da un Euro così forte avrebbe sicuramente dei grossi svantaggi. Mentre dalla relativa debolezza dell’Euro rispetto a quello che era il marco, ha avuto sul fronte commerciale sicuramente dei vantaggi. D’altra parte sarebbe complicato per l’Italia, anzi sarebbe complicato gestire complessivamente questo Euro di fascia B, perché comunque avrebbe al suo interno paesi molto diversi e probabilmente avrebbe anche una valutazione sui mercati molto bassa e molto instabile, quindi non so veramente a chi potrebbe convenire.
E’ chiaro che le esportazioni dell’Italia per il semplice motivo che l’Euro B avrebbe una valutazione molto inferiore all’Euro attuale, potrebbero ripartire. Però è anche di difficile attuazione, non so se in una fase come questa di altissima turbolenza dei mercati si riuscirebbe a gestire una valutazione di questo tipo, su tutto però per quanto riguarda l’Italia è chiaro che senza una guida politica ferma, l’Italia non riesce a partecipare neanche all’Euro B, non riesce a gestire niente, soprattutto aumenta sempre di più la diffidenza dei partner europei nei confronti dei nostri paesi, quindi qua si pone soprattutto un problema di credibilità politica che non mi pare si stia risolvendo in questi giorni.

Ma non è stata una follia fare una moneta unica e poi lasciare le politiche economiche in mano ai vari paesi?

Sicuramente sì, il fatto di avere una moneta unica ma tante politiche economiche fiscali diverse, è sicuramente una debolezza per la costituzione dell’Euro, peraltro era stata segnalata da molti osservatori già quando l’Euro è stato fatto, purtroppo si pensava che in uno scenario di crescita economica, di liquidità abbondante, queste differenze potessero essere in qualche modo gestite e evitare tra di loro, purtroppo lo scenario si è evoluto in un modo ben diverso e quindi queste differenze non sono solo state in qualche modo appianate, ma si sono esasperate nel corso degli anni, adesso ci troviamo con una Banca Centrale Europea che non è in grado più di gestire le diverse situazioni economiche e fiscali dei vari paesi. Il sogno dell’Euro non so se è finito, ma è diventato sicuramente un incubo, poi vediamo quando ci svegliamo cosa succede!

L’EURO ADESSO E’ UN INCUBO – Cadoinpiedi

Fonte: L’EURO ADESSO E’ UN INCUBO – Cadoinpiedi.

Terremoto alla Bce. Si sono divisi sugli aiuti all’Italia. Che succede?

Si è arrivati a un punto di svolta, allo scontro in atto da tempo all’interno della Bce, ma soprattutto all’interno dell’establishment politico e finanziario tedesco tra la fazione che intende salvare a ogni costo l’Euro (e in questo modo cerca quindi di dare il massimo aiuto ai paesi in difficoltà, Grecia, Portogallo ma soprattutto l’Italia che è il paese ancora non in difficoltà come la Grecia, ma sicuramente in termini di peso percentuale è il paese più importante tra quelli in difficoltà in Europa) e chi invece ritiene che questo porterebbe in breve tempo un collasso della Banca Centrale Europea e in secondo luogo, ma questo è il punto più importante, ritiene che la Germania non debba farsi carico dei problemi degli altri paesi e che questi paesi se sono nelle condizioni in cui sono,è perché hanno adottato politiche sbagliate e devono cavarsela da soli.
Stark, membro del Comitato esecutivo della Banca Centrale Europea da tempo esprimeva una posizione rigorista a oltranza, riteneva che la Banca Centrale Europea non dovesse farsi carico dei problemi italiani, di fronte però a una posizione della maggioranza, del vertice della Banca Centrale Europea che invece intendeva proseguire in questo sostegno, ha deciso clamorosamente di dimettersi. Questo è stato letto da alcuni come una vittoria del fronte dei morbidi verso l’Italia. In realtà guardando un attimo più in là del proprio naso si capisce che una mossa di questo tipo mette innanzitutto Angela Merkel di fronte ancora di più alle sue responsabilità, in presenza di un elettorato tedesco che in base agli ultimi sondaggi per 3/4 ritiene che la Germania non si debba in alcun modo far carico dei problemi degli altri paesi mediterranei. La Merkel che fin qui si è barcamenata tentando di sostenere una posizione più morbida. Dopo queste dimissioni ci si può aspettare di tutto nei prossimi mesi.
Peraltro stiamo vedendo in questi momenti sui mercati che è bastato che ci fossero ulteriori perplessità sul piano di salvataggio della Grecia, sulla capacità della Grecia di far fronte agli impegni presi con l’Europa, per provocare in queste ore un crollo delle borse, un crollo ancora dei valori dei titoli di Stato italiani, con lo spread che è tornato a 380 punti.

E se l’Italia fallisce, che succede?

Il fallimento dell’Italia implicherebbe la fine dell’Euro, implicherebbe il crollo innanzitutto di molte banche, non solo in Italia, ma anche all’estero ed è per questo motivo che non ci può essere un fallimento dell’Italia. Ci può essere però in qualche modo una forma di default controllato, fallimento controllato, nel senso che si possono prendere delle misure per cui, per esempio, si può pensare che l’Italia potrebbe allungare la scadenza dei propri debiti in modo da far fronte al pagamento con più ordine e con più calma e soprattutto senza dover dichiarare bancarotta. Però queste sono tutte ipotesi estreme. Ricordiamo che l’Italia è il terzo maggiore emettitore di titoli di Stato del mondo, i mercati finanziari internazionali sono letteralmente invasi da titoli di Stato italiani e quindi un eventuale fallimento dell’Italia avrebbe conseguenze catastrofiche sull’intera struttura dei mercati finanziari, quindi anche solo prima di pensare a un’ipotesi di questo tipo, si dovrebbero allestire delle reti di protezione e questo per salvare non tanto lo Stato italiano, quanto gli operatori, le grandi banche sui mercati finanziari.

Si parla di sdoppiamento dell’Euro. E’ possibile? E quali potrebbero essere le conseguenze?

Teoricamente è possibile, nella pratica vedo forti controindicazioni, non solo per l’Italia ma anche per esempio per i membri del cosiddetto Euro A che sarebbero poi la Germania, alcuni paesi nordici, l’Austria e magari anche la Francia. Nel senso che l’Euro A avrebbe immediatamente una forte rivalutazione. Possiamo pensare che potrebbe andare a 0,50/0,60 sul dollaro, mentre adesso è a 1,30/1,40, però tutto questo porterebbe a una grossa difficoltà di esportazione per la Germania. La Germania ricordiamoci è una grande potenza commerciale e da un Euro così forte avrebbe sicuramente dei grossi svantaggi. Mentre dalla relativa debolezza dell’Euro rispetto a quello che era il marco, ha avuto sul fronte commerciale sicuramente dei vantaggi. D’altra parte sarebbe complicato per l’Italia, anzi sarebbe complicato gestire complessivamente questo Euro di fascia B, perché comunque avrebbe al suo interno paesi molto diversi e probabilmente avrebbe anche una valutazione sui mercati molto bassa e molto instabile, quindi non so veramente a chi potrebbe convenire.
E’ chiaro che le esportazioni dell’Italia per il semplice motivo che l’Euro B avrebbe una valutazione molto inferiore all’Euro attuale, potrebbero ripartire. Però è anche di difficile attuazione, non so se in una fase come questa di altissima turbolenza dei mercati si riuscirebbe a gestire una valutazione di questo tipo, su tutto però per quanto riguarda l’Italia è chiaro che senza una guida politica ferma, l’Italia non riesce a partecipare neanche all’Euro B, non riesce a gestire niente, soprattutto aumenta sempre di più la diffidenza dei partner europei nei confronti dei nostri paesi, quindi qua si pone soprattutto un problema di credibilità politica che non mi pare si stia risolvendo in questi giorni.

Ma non è stata una follia fare una moneta unica e poi lasciare le politiche economiche in mano ai vari paesi?

Sicuramente sì, il fatto di avere una moneta unica ma tante politiche economiche fiscali diverse, è sicuramente una debolezza per la costituzione dell’Euro, peraltro era stata segnalata da molti osservatori già quando l’Euro è stato fatto, purtroppo si pensava che in uno scenario di crescita economica, di liquidità abbondante, queste differenze potessero essere in qualche modo gestite e evitare tra di loro, purtroppo lo scenario si è evoluto in un modo ben diverso e quindi queste differenze non sono solo state in qualche modo appianate, ma si sono esasperate nel corso degli anni, adesso ci troviamo con una Banca Centrale Europea che non è in grado più di gestire le diverse situazioni economiche e fiscali dei vari paesi. Il sogno dell’Euro non so se è finito, ma è diventato sicuramente un incubo, poi vediamo quando ci svegliamo cosa succede!

A cosa serve il TAV? | STAMPA LIBERA

Fonte: A cosa serve il TAV? | STAMPA LIBERA.

http://ilcorrosivo.blogspot.com/2011/05/cosa-serve-il-tav.html

Marco Cedolin

Fin dal momento della sua nascita il progetto TAV fu propagandato all’opinione pubblica attraverso l’uso sistematico della menzogna. Nei proclami di coloro che nel 1991 la presentarono alla stampa, l’infrastruttura avrebbe dovuto essere finanziata per il 60% da capitale privato, sarebbe statadestinata ad ospitare esclusivamente treni passeggeri e avrebbe comportato un costo di 26.180 miliardi di lire.
In realtà gli investitori privati non esistevano affatto, come emerse pubblicamente alcuni anni più tardi, i potenziali passeggeri sarebbero stati pochissimi, per cui nel corso del tempo la destinazione d’uso fu allargata al trasporto delle merci ed il costo dell’opera lievitò in maniera esponenziale fino a raggiungere nelle stime più attendibili la stratosferica cifra di 90 miliardi di euro.
Per giustificare l’utilità e la necessità dell’opera sono state accampate nel corso degli anni le ragioni più disparate, destinate a venire regolarmente smentite dalla realtà oggettiva dei fatti e dal giudizio degli esperti che si esprimevano riguardo al loro campo di competenza. Questo poiché in realtà il progetto TAV non interpreta nessuna delle esigenze connaturate alla movimentazione di merci e persone presenti nel nostro paese.
La prima motivazione a sostegno dell’alta velocità ferroviaria è stata quella di potere offrire ai viaggiatori italiani la possibilità di spostarsi in maniera più rapida…..

Il sistema TAV è però strutturato in maniera tale per cui la velocità si traduce in risparmio di tempo solamente quando la distanza da percorrere è di una certa rilevanza (generalmente superiore ai 300/400km.) dal momento che su tratte più brevi il tempo risparmiato non sarebbe apprezzabile e risulterebbe impensabile imporre ad un treno ad alta velocità molte fermate intermedie che per forza di cose ne vanificherebbero le prerogative di rapidità. Secondo studi compiuti dalle stesse ferrovie l’80% dei viaggiatori che utilizzano la rete ferroviaria italiana è però composto da passeggeri che effettuano viaggi inferiori ai 100 km. e non trarrebbero dalle nuove linee TAV alcun genere di utilità. Una parte di coloro che compiono viaggi più lunghi sceglie il treno per la sua convenienza economica e non sarebbe disposta a barattare un eventuale risparmio di tempo a fronte di un incremento sostanzioso del prezzo del biglietto e molti fra i viaggiatori che coprono distanze superiori ai 500 km dichiarano che qualora interessati ad un risparmio di tempo, in presenza di costi del biglietto assimilabili, privilegerebbero il trasporto aereo.
Queste semplici osservazioni dimostrano in maniera inequivocabile come il TAV possa ambire ad interpretare le esigenze di una esigua minoranza dei viaggiatori italiani, il cui numero non sarebbe assolutamente sufficiente per giustificare e rendere remunerativo un investimento di siffatte ciclopiche dimensioni. Di contralto la stragrande maggioranza di coloro che abitualmente usano le ferrovie non domanda treni super veloci bensì un maggior numero di convogli per i pendolari, un servizio più efficiente, maggiore puntualità, carrozze più pulite e attenzione per la sicurezza, tutte prerogative che a differenza del TAV avrebbero comportato modesti e mirati investimenti economici.
Di fronte alla debolezza delle argomentazioni concernenti i passeggeri, intorno alla metà degli anni 90 la motivazione principe della nuova infrastruttura traslò dal trasporto delle persone a quello delle merci. All’alta velocità (TAV) si affiancò l’alta capacità (TAC) e l’opera venne proposta come un sistema in grado di rispondere alle necessità logistiche delle aziende e come una panacea utile a decongestionare le caotiche autostrade italiane spostando le merci dalla gomma alla rotaia, attribuendo in questo modo al progetto anche una velleità ecologica.
La poca realisticità di queste motivazioni traspare già da una prima analisi della costituzione del territorio italiano, caratterizzato da molte piccole e medie città, situate a distanze relativamente brevi le une dalle altre. Questa componente tende per forza di cose a sfavorire il trasporto delle merci tramite ferrovia, poiché tale sistema di trasporto si rivela ideale quando si tratta di coprire lunghi tragitti superiori ai 400 km, mentre diventa antieconomico ed improponibile man mano che la distanza da coprire diminuisce. Già questa realtà oggettiva, ben nota a tutti gli esperti che si occupano di trasporti, dimostra come in Italia ben difficilmente si riuscirà a ridurre significativamente il transito dei mezzi pesanti, poiché la distribuzione capillare delle merci, dovuta anche alla disposizione delle nostre città, coinvolgerà sempre e comunque il trasporto su gomma.
Molto calzante a questo riguardo è l’esempio prodotto da Angelo Tartaglia, docente di fisica nucleare presso il Politecnico di Torino. Tartaglia pone il caso di un qualche imprenditore che sia intenzionato a trasportare il camion su rotaia. L’imprenditore deve caricare le merci sul camion, raggiungere lo scalo più vicino, aspettare che tutto il treno si riempia, poiché il treno non parte vuoto, poi essere trasbordato allo scalo di arrivo e da li raggiungere il destinatario. A conti fatti gli converrebbe decisamente spedire direttamente via camion, sia per quanto concerne i costi, sia per quanto riguarda i tempi. Perciò, sempre secondo Tartaglia, anche se si rendesse più attraente il trasporto su rotaia, e lo si potrebbe fare aumentando l’affidabilità e non certo la velocità, non si supererebbe comunque il volume del 30% a fronte del valore attuale di traffico merci su ferrovia che è del 12%.
Si tratta dunque di una prospettiva d’incremento molto modesta per la quale sarebbero impensabili investimenti faraonici (come quelli destinati al TAV) mirati oltretutto ad incrementare la velocità e non come richiesto l’efficienza e l’affidabilità.
Angelo Tartaglia entra anche nel merito dell’incongruenza costituita dall’intenzione manifestata nel progetto di far correre sulle nuove linee ad Alta Velocità un traffico esagerato e costante, alternato tra merci e passeggeri. I treni che devono correre a 300 km/h (TAV) sono treni leggeri che necessitano di binari perfettamente lisci. Facendo correre sugli stessi binari a 160 km/h treni che pesano 1000 tonnellate per convoglio (TAC), non si può evitare di lasciare sui binari pesanti tracce che richiedono una manutenzione altrettanto pesante, prima che possa passare un nuovo convoglio passeggeri a 300 km/h. Bisognerebbe perciò investire cospicue somme in tale manutenzione ed avere il tempo per farla, caratteristica quella temporale, non compatibile con gli altissimi volumi di traffico previsti nel progetto.
In Francia e in Giappone, fa notare ancora Tartaglia, sulle linee ad Alta Velocità passano solo treni passeggeri, in Francia i treni non viaggiano di notte, quando viene effettuata la manutenzione.
Queste semplici riflessioni, sistematicamente ignorate dall’informazione mediatica ma facilmente riscontrabili interpellando qualunque esperto di trasporti e logistica, dimostrano inequivocabilmente come oltre ai passeggeri non esistano neppure le merci necessarie per motivare un’opera come il TAV. I traffici passeggeri e merci previsti nel progetto sono un puro esercizio di fantasia totalmente disancorato dalla realtà e perfino la destinazione d’uso delle nuove linee (passeggeri e merci) non appare compatibile con i limiti fisici dell’infrastruttura e lo sfruttamento intensivo della stessa che il progetto propone.
Nella migliore delle ipotesi quando l’opera sarà terminata ripercorrerà le orme di Eurotunnel, manifestandosi come un’infrastruttura sotto utilizzata destinata a produrre ogni anno una cospicua perdita di esercizio che sommata all’esorbitante costo di costruzione, peserà però in questo caso sulle spalle di tutti i cittadini italiani e non di un ristretto gruppo d’investitori privati.
Anche le velleità ecologiche del progetto TAV appaiono chiaramente pretestuose e disancorate dalla realtà.
Se infatti da un lato non esistono dubbi sul fatto che sia preferibile in termini d’inquinamento e risparmio energetico trasportare le merci sulle normali linee ferroviarie anziché per mezzo dei TIR, dall’altro non si riesce a comprendere come il TAV potrebbe contribuire a conseguire questo proposito, proponendo un’infrastruttura e dei treni con un impatto ambientale enormemente più elevato rispetto a quelli tradizionali.
Abbiamo già visto come il margine d’incremento del trasporto merci su ferro in presenza di un servizio ferroviario ottimizzato sarebbe piuttosto limitato (nelle ipotesi più ottimistiche non arriva al 18%) e come tale ottimizzazione prescinda dalla pura velocità dei convogli. Ora prenderemo coscienza con l’ausilio di un Dottorato di Ricerca redatto nel 2001 dal Dottor Mirco Federici appartenente al dipartimento di chimica dell’Università degli Studi di Siena, di come l’impattoambientale, l’inquinamento ed il consumo energetico del TAV non siano per nulla assimilabili a quelli delle ferrovie tradizionali.
Mirco Federici ha operato un confronto fra la tratta ad alta velocità Milano – Napoli e l’equivalente tragitto dell’autostrada del Sole. Nello studio si contabilizza l’intero consumo di energia e di materia e le emissioni associate lungo l’intero ciclo di vita dei sistemi. Si tiene cioè conto dei consumi nella fase di costruzione delle linee stradali e ferroviarie, della manutenzione periodica, della costruzione e manutenzione dei veicoli e del loro funzionamento annuale. Gli impatti sono inoltre stati calcolati utilizzando 6 analisi differenti, le quali conducono tutte a risultati convergenti.
Le conclusioni del confronto, secondo le parole di Mirco Federici, si manifestano quanto mai sorprendenti, in quanto dimostrano come il TAV abbia impatti ambientali superiori al trasporto merci su gomma e addirittura paragonabili al trasporto individuale in auto, inoltre non migliora l’impatto dovuto alle emissioni ed anzi peggiora la qualità ambientale a causa dell’invasività delle sue infrastrutture. Viene sottolineato come risulti inutile ed oltretutto dannoso investire su una tipologia di trasporto che non offre miglioramenti ambientali nel caso del trasporto passeggeri e addirittura peggiora la situazione per quanto concerne il trasporto merci. Si aggiunge inoltre che se questi risultati venissero integrati dagli altri impatti ambientali relativi alla cantierizzazione del TAV, che nello studio non sono stati considerati, come ad esempio le falde acquifere deviate, infiltrazioni e contaminazioni dei terreni e delle falde, inquinamento acustico ed altro ancora, il giudizio finale diverrebbe ancora più negativo.
La causa di una così scarsa competitività delle linee ad alta velocità/capacità rispetto agli altri sistemi di trasporto è da ricercarsi nella troppa infrastrutturizzazione del sistema TAV e nella eccessiva potenza dei treni, sovradimensionati rispetto alla loro capacità di trasporto. Un treno TAV, ad esempio un ETR ha una potenza di 8 MW, il che significa che per muovere un solo treno occorre la potenza di una centrale elettrica di medie dimensioni.
Nelle conclusioni si afferma che se la costruzione delle linee ad alta velocità/capacità dovesse essere giudicata solo per mezzo di criteri termodinamici il verdetto sarebbe di una sua completa inutilità.
Anche dal punto di vista ecologico il TAV non può dunque nutrire alcuna velleità, poiché perfino se l’infrastruttura riuscisse (pur non avendo le caratteristiche per farlo) a spostare su di essa quel 18% di traffico merci che oggi corre su gomma l’effetto sarebbe in tutto e per tutto ecologicamente peggiorativo. A questo riguardo occorre inoltre sottolineare come i termini del confronto fra rotaie dell’alta velocità/capacità e gomma, già oggi nettamente sfavorevole alla ferrovia, siano destinati a cambiare profondamente nel prossimo futuro acuendo ancora di più l’assolutamente scarsa “competitività ecologica” del TAV/TAC. Questo poiché mentre l’impatto ambientale complessivo dell’alta velocità/capacità è destinato a rimanere immutato nei decenni futuri, le emissioni dei TIR a breve e medio termine saranno soggette ad un drastico miglioramento grazie alla riduzione delle emissioni unitarie dei veicoli pesanti conseguente al rinnovo del parco circolante.Infatti in base alle risultanze dello studio della Commissione Europea ExternE, circa il 90% dei costi esterni in termini d’inquinamento atmosferico sono riconducibili alle emissioni di particolato. A condizioni di traffico invariato il completo rinnovo del parco circolante da Euro 0 a Euro 5 produrrebbe una riduzione delle emissioni complessive di particolato nell’ordine del 97%. Tenendo in considerazione la reale evoluzione del parco circolante si può pertanto stimare una riduzione effettiva delle emissioni nell’arco dei prossimi 15 anni nella misura di circa l’80%. L’impatto ambientale derivante dal trasporto delle merci a bordo dei TIR è perciò destinato nel breve periodo a ridimensionarsi, mentre quello conseguente al TAV/TAC resterà nello stesso arco di tempo praticamente immutato.

TAV: una stirpe di ecomostri

Marco Cedolin

In Italia, fra le tante mostruosità che ogni giorno ci capita di vedere, esiste un mostro di nome TAV che come un’immensa muraglia cinese taglia in due la pianura padana, prima orizzontalmente da Torino a Milano, poi verticalmente giù fino a Bologna, per poi infilarsi in maniera devastante dentro l’Appennino e riemergere nei pressi di Firenze, il cui sottosuolo sta ancora aspettando di essere sventrato in profondità, e poi ancora giù per altri centinaia di chilometri, attraversando Roma per giungere fino a Napoli.
Quando fra alcuni anni, dopo il completamento del sottoattraversamento di Firenze che dovrebbe iniziare fra qualche mese, il mostro sarà terminato, sarà lungo circa 1000 km che saranno costati al contribuente italiano qualcosa come 90 miliardi di euro.
Lo scopo di questa immensa infrastruttura non è quello di migliorare  lo stato del nostro sistema ferroviario attuale, costituito per quasi due terzi da linee a binario unico, poiché sui binari del TAV potranno correre solamente i costosissimi treni ad alta velocità/capacità e non quelli che attualmente circolano sulla normale rete ferroviaria……

Le nuove linee TAV utilizzano infatti un sistema di alimentazione a 25.000 V in corrente alternata a fronte dei 3.000 V in corrente continua della rete ordinaria, sfruttabili solamente dalle motrici ETR di seconda generazione con politensione.

In una situazione come quella degli ultimi decenni, nella quale le ferrovie italiane versano in uno stato di sempre più profonda crisi a causa dell’arretratezza della rete ferroviaria esistente, della scarsità e della preoccupante obsolescenza del materiale rotabile, dell’assoluta mancanza d’investimenti da destinare al personale e alla gestione del sistema, la scellerata scelta della politica è stata quella di bruciare 90 miliardi di euro e circa 20 anni di lavori nella costruzione di una nuova infrastruttura che andrà ad affiancarsi a quella attuale senza la prospettiva di poterla né sostituire né tanto meno migliorare ed avrà costi di manutenzione tripli rispetto a quelli delle linee tradizionali.
Ma oltre al “mostro” esiste una progenie di “mostri”, costituita da tutte le linee TAV non comprese in questi 1000 km che al momento sono ancora in fase di progetto.
La controversa TAV in Val di Susa che dovrebbe sventrare una valle alpina per poi infilarsi in un tunnel di 53 km sotto montagne cariche di uranio.
Il Terzo valico Milano – Genova che perforerà l’Appennino ligure.
Il TAV Milano – Venezia – Trieste che taglierà diagonalmente la pianura padana per oltre 400 km prima d’infilarsi sotto il Carso.
Il TAV del Brennero che prevede due gallerie di 55 km e oltre 200 km di infrastrutture per giungere fino a Verona con un costo stimato in oltre 20 miliardi di euro.
La nuova linea TAV Napoli – Bari per la quale è già stato firmato un protocollo d’intesa.
Progetti e poi ancora progetti per realizzare i quali non basterebbero altri 90 miliardi di euro e altri 20 anni di lavori, durante i quali le nostre ferrovie molto probabilmente cesseranno di esistere.

La tirannide democratica: ragionamenti sull’attualità libica | STAMPA LIBERA

Fonte: La tirannide democratica: ragionamenti sull’attualità libica | STAMPA LIBERA.

Alberto B. MariantoniFonte : http://www.socialismonazionale.it/Il pesante e sproporzionato intervento armato della NATO contro la Libia (una delle tante guerre per la “pace”…) che, da più di 6 mesi, sta mettendo a ferro ed a fuoco quel Paese, distruggendo la quasi totalità delle sue infrastrutture e martirizzando gran parte della sua popolazione, non ha niente a che fare o a che vedere con i termini della “Risoluzione 1973” del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (No Fly Zone, per la difesa dei civili disarmati) del 17 Marzo 2011.Questo, ormai, lo sanno anche i bambini delle scuole elementari. I quali, oltretutto, sono ugualmente a conoscenza dei reali motivi che sono all’origine di quel conflitto. Vale a dire, l’immenso e lucroso business mancato della Francia di Sarkozy con la Grande Giamahiriya Araba, Libica, Popolare e Socialista del Colonnello Muammar Gheddafi. Un “affaruccio” che – secondo la maggior parte degli esperti – prevedeva la vendita al “negro” di turno, da parte di Parigi, di diverse centrali atomiche civili (destinate a fornire energia elettrica, per alimentare impianti per la desalinizzazione dell’acqua), di 14 caccia Rafale della Dassault Aviation (che la Francia, oltre alle sue FF.AA. non è riuscita, fino ad ora, a vendere a nessun altro Paese!), di 35 elicotteri da combattimento (Eurocopter EC725 Caracal) e di ben 21 aerei di linea Airbus (quattro A-350, quattro A-330 e sette A-320, per la Lybian Airlines, e sei A-350 per l’Afriqiyah Airlines), per diverse decine di miliardi di euro.E siccome il Colonnello di Tripoli, dopo la firma degli accordi preliminari di Parigi (2007), non aveva voluto, per le ragioni che sono sue, ratificare quei contratti, ecco che il medesimo Colonnello – che all’inizio degli anni 2000 era addirittura ridiventato frequentabile (vedere per credere: http://multimedia.lastampa.it/multimedia/nel-mondo/lstp/74497/) – ha incominciato ad essere additato al mondo come il mostro sanguinario che bisognava abbattere ad ogni costo e con tutti i mezzi.

Frankgangsters in azione

Il resto è storia conosciuta. La Francia, infatti – in stretta combutta con la Gran Bretagna e gli Stati Uniti (tre Paesi, ormai, da qualche anno, sull’orlo del collasso economico e finanziario), nonché il sostegno logistico e militare del ricco e rinnegato Qatar e del suo diffusissimo e bugiardissimo canale televisivo satellitare Al-Jazeera – non faticherà affatto a convincere i responsabili degli Stati bancarottieri dell’Occidente ad organizzare la rapina del secolo, a discapito della Libia: 83 miliardi di dollari sequestrati negli USA; 52 miliardi di sterline, in Gran Bretagna; 20 miliardi di euro, in Francia; senza contare il “congelamento” preventivo degli Asset finanziari posseduti dalla Libyan Investment Authority (LIA), dalla Central Bank of Libya (CBL) e dalla Libyan Foreign Bank (LFB) – ad esempio, presso Banca UBAE SpA di Roma, la Société Générale di Parigi, e la Aresbank SA di Madrid, nonché la ABC (Arab Banking Corp.) International Bank, la British HSBC e la British Arab Commercial Bank Ltd di Londra – né quello delle quote libiche detenute presso Nokia, EDF-GDF, Lagardere, Nestlé e Danone, Sanofi-Aventi Lab., UniCredit, ENI, Finmeccanica, Ansaldo, Impregilo, Assicurazioni Generali, Telecom, la Juventus, etc.

L’ultimo ambito bottino affannosamente ricercato dagli Atlantici in pieno fallimento (default) – oltre agli immensi giacimenti di gas e di petrolio di cui sperano di potere, al più presto, far man bassa in Libia, nel dopo Gheddafi – essendo le 144 tonnellate di lingotti d’oro possedute dalla Banca centrale libica e che sono tuttora custodite e salvaguardate dalle ultime forze militari della Giamahiriya.

Altro che “diritti dell’uomo” o gli aneliti di “libertà” e “democrazia”, del popolo libico!

Capite, ora, il perché dell’urgenza con la quale la Francia, già dal Febbraio del 2011, incominciò immediatamente a sbracciarsi per riunire, in quattro e quattrotto, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, e con la scusa dei “massacri indiscriminati” (mai verificati!), delle “fosse comuni” (come quelle, mai esistite, di Timişoara!) e dei presunti e mai avvenuti “10.000 morti civili” in Libia, falsamente raccontati da Al-Jazeera (e ripresi a mo’ di “pappagallo” dall’insieme dei Media dell’Occidente), fece votare le Risoluzioni 1970 e 1973 dell’ONU contro la Giamahiriya, e – il 19 Marzo 2011 – si precipitò, assieme alle Forze aeree dei suoi accoliti britannici e statunitensi, a bombardare l’esercito libico? Il tutto, ovviamente, senza tener conto delle decine e decine di terroristi e di delinquenti comuni arruolati, addestrati ed armati ad hoc dalle Forze NATO, con il beneplacito dell’onusiano zimbello-ridens Ban Ki-moon e l’appoggio incondizionato, al suolo (in violazione delle suddette Risoluzioni!), da almeno quattro mesi, delle Forze speciali del Qatar, delle SAS (Special Air Service) britanniche e della BFST (Brigade des Forces Spéciales Terre) francese, nella speranza di poter detronizzare Gheddafi. E con un “Governo” di burrattini, dal “guinzaglio corto”, tirato fuori dal cappello di un mago e già pronto all’uso, i cui principali responsabili nulla sembrano riuscire a potere invidiare ai classici e proverbiali pendagli da forca di qualsiasi film western americano.

Gli uomini “nuovi” della Libia

Tanto per citarne qualcuno: Mustafa Muhammad Abdel Jalil, il mediatico, “democratico” e “mite” Presidente dell’attuale Consiglio Nazionale di Transizione (CNT), quello che Bernard-Henri Lévy ha recentemente qualificato di “De Gaulle libico” (sic!), è quel “galantuomo” che per ben due volte (nel 1999 e nel 2007) – in qualità di Presidente della Corte d’Appello di Tripoli e prima di diventare Ministro della Giustizia di Gheddafi – ebbe a firmare le condanne a morte nei confronti del medico palestinese Ashraf Ahmed El-Hajouj e delle infermiere bulgare Kristiyana Vulcheva, Valentina Siropulo, Nasya Nenova, Zdravko Georgiev, Valya Chervenyashka, Snezhana Dimitrova, tutti iniquamente accusati di aver volontariamente contaminato con il virus HIV (Human Immunodeficiency Virus) o AIDS (Acquired Immune Deficiency Syndrome) più di 400 bambini libici; Mahmoud Djebril o Jibril, il Presidente del Consiglio esecutivo del CNT o Primo Ministro, è un personaggio che – a dire dei suoi ex colleghi di corso negli USA – avrebbe costantemente figurato sul libro paga della CIA, sin dall’epoca in cui frequentava l’Università di Pittsburgh, per ottenere un Master (1980) e un Dottorato (1985) in Scienze politiche; Abdelhakim Belhadj, l’attuale comandante in capo delle Forze militari ribelli della Tripolitania – che secondo i giornalisti Webster Griffin Tarpley (USA) e Pepe Escobar (Brasile) si farebbe chiamare, per l’occasione, Abdel-Hakim-Hasadak o Hassadi o Abu Abdallah Assadaq – è uno degli uomini di punta di Al-Qaeda, il tristemente noto “Emiro del terrore” di Derna e già detenuto a Guantanamo, colui che assieme a Salim Hamdan (l’ex autista di Osama bin Laden) e Mohamed Barani aveva formato, nel 2000, il Gruppo Islamico libico e convogliato decine e decine di mujaheddin libici in Afghanistan ed in Iraq.

Occidente: la vergogna del mondo!

Inutile sottolinearlo. Quanto sta avvenendo in Libia ed il banditesco comportamento dell’Occidente nei confronti di quel Paese – al di là di quanto mi sono già permesso di analizzare o di commentare in altre recenti occasioni: http://www.abmariantoni.altervista.org/vicinooriente/Crisi_libica_o_attacco_a_Italia_1.pdfhttp://www.abmariantoni.altervista.org/vicinooriente/Libia_Evviva_i_buoni1.pdf – lasciano un profondo e stomachevole “gusto amaro” alla bocca. Principalmente, in coloro che ancora posseggono un minimo di senso della Societas, della Nazione e dello Stato, ed ugualmente dell’Onore, dell’Imparzialità e della Giustizia, senza contare un’ordinaria, spassionata, umana e virile concezione della Vita e della Storia.

Quella spiacevole ed insopportabile sensazione di vomitevole e diffuso disgusto ha quotidianamente tendenza a scaturire dall’incessante sentimento di frustrazione e d’impotenza che si risente di fronte alle informazioni ufficiali che – su quella guerra, sin dal primo giorno – sono state studiatamente ed ingannevolmente fornite all’opinione pubblica dai Media embedded dei nostri Paesi e dagli uomini politici mainstream delle nostre Istituzioni. Quegli stessi uomini che, da un lato, ci governano sfrontatamente per conto terzi e, dall’altro, continuano costantemente a fuorviare i nostri intendimenti, non soltanto dai banchi della cosiddetta maggioranza, ma finanche da quelli della così chiamata opposizione.

Pensiamo, per averne un’idea, a quell’inutile e complessato Frattini che nell’Agosto del 2008 faceva letteralmente a gomitate con gli altri Ministri del Governo Berlusconi per farsi fotografare più vicino al Leader libico in visita a Roma, mentre oggi, essendo mutati i “venti”, non esita affatto, per tentare di continuare a mettere in mostra il compendio della sua risaputa inanità, ad alzare la voce ed a giocare le “prime donne”, vomitando a più non posso gratuiti giudizi ed avventate e puerili sentenze all’indirizzo del medesimo personaggio!

Che volete. La frustrazione ed il senso di impotenza sono in maggior misura risentiti da coloro che, come me – pur conoscendo a menadito l’origine culturale del copione propagandistico e comportamentale che, oggi, gli Atlantici continuano pubblicamente a riservare alla Libia del Colonnello Gheddafi – sanno di non potere fare concretamente nulla (se non scrivere qualche modesto articolo sul web), sia per arrestare e smascherare gli sfacciati, arroganti ed impuniti (per ora…) utilizzatori e propagatori di quella “tecnica” che per ovviare e porre un qualsiasi rimedio al triste ed impacciante handicap societario che è inalterabilmente alimentato dalla continua e costante “memoria corta” dell’uomo della strada.

Sempre lo stesso “copione”

Intendiamoci: molti cittadini dei nostri Paesi non ne sono al corrente; altri fanno finta di non saperlo o, magari, di non accorgersene; altri ancora, lo negano a priori, ma quel “copione” – lungamente e meticolosamente inculcato a buona parte delle popolazioni europee dall’ideologia giudeo-cristiana (in particolare, quella cristiano-battista, cristiano-calvinista, cristiano-congregazionista, cristiano-evangelica, cristiano-puritana, cristiano-presbiteriana, cristiano-quacchera, cristiano-avventista, cristiano-geovista, cristiano-metodista, cristiano-millenarista, etc.) e dalla tri-secolare prassi liberal-liberista, mercantlista, imperialista e colonialista statunitense – prende direttamente ispirazione e giustificazione dal soggettivo ed arbitrario sterminio biblico degli Amalekiti (Genesi 14, 7; Esodo 17, 14; Numeri 13, 29; 14, 25, 45; 24, 20; Deuteronomio 25, 17; Giudici 5, 14; 6, 3, 33; 7, 12; 10, 12; 1 Salmi 15; 27, 8; 30; 2 Salmi 1, 1, 8; 1 Cronache 4, 43) e dei Madianiti (Numeri 10; 25; 31; Giudici 6; 7).

Il medesimo “copione”, nel corso della Storia, lo ritroviamo sistematicamente ed invariabilmente applicato – soltanto per citare alcuni esempi – ai poveri Pellerossa d’America; ai Messicani di Antonio López de Santa Anna; agli Spagnoli di Cuba e delle Filippine; ai Paesi della Triplice-Intesa nel corso della Prima guerra mondiale; al III Reich di Adolf Hitler, all’Italia di Mussolini ed al Giappone di Hiro-Hito e del generale Tojo Hideki, nel corso della Seconda; all’Argentina di Peron; all’Unione sovietica di Stalin, di Chruščëv/Krusciov, di Brèžnev, di Andropov, di Černenko e/o di Gorbačëv (prima maniera); alla Cina di Mao Tse-Tung; alla Corea di Kim Il-Sung e Kim Jong-Il; al regime cubano di Fidel e di Raoul Castro; al Movimento Mau-Mau del Kenya di Dedan Kimathi detto “Ciui”; all’Egitto di Nasser; agli indipendentisti congolesi di Patrick Lumumba; all’Algeria di Ahmed Ben-Bella; ai Palestinesi di Yasser Arafat, di Georges Habashe e/o di Ahmed Jibril; al Vietnam di Ho Chi Minh; all’Iran di Mossaddegh, di Khomeini e/o di Ahmedinejad; al Cile di Salvador Allende; al Nicaragua di Daniel Ortega; all’isola di Grenada di Bernard Coard; alla Repubblica di Panama dell’ex agente della CIA, Manuel Noriega; all’Iraq di Saddam Hussein; alla Iugoslavia o alla Serbia di Milosevic; all’Afghanistan di Babrak Karmal, di Mohammed Nadjibullah e/o dei Talebani; allo Zimbabwe di Mugabe; all’Hezbollah libanese di Mohammed Husayn Fadl-Allah e di Hassan Nasrallah; al Venezuela di Chavez; ai Palestinesi di Hamas; alla Siria di Bashār al-Asad, etc.

In altre parole, ogni volta, qualunque sia o possa essere l’avversario con cui l’Occidente è in contrasto o in disaccordo, US-Israel ed i loro striscianti e strombazzanti valvassini europei pretendono sistematicamente avere ragione per definizione. E siccome posseggono perfino la forza militare e propagandistica (spero ancora per poco…) per imporre i loro punti di vista all’opinione pubblica, come per incanto le loro false o discutibili versioni della realtà diventano, ogni volta, ufficialmente oggettive, irrefutabili ed incontestabili!

E, malauguratamente, il più delle volte, il “popolo bue” ci casca. Se le beve tutte d’un fiato, e ci crede. Permettendo indirettamente a certi delinquenti in S.p.e. di contiuare a regnare!

E’ ciò che sta accadendo, dallo scorso Marzo, in Libia. Dove gli stessi Paesi occidentali che per 42 anni hanno steso “tappeti rossi” e rimpinguato le loro casse vendendo, all’ “arabo di servizio”, tutte quelle armi e quegli equipaggiamenti logistici e militari che quest’ultimo richiedeva, cercano di farci credere – da 6 mesi a questa parte – che il medesimo “beduino della Sirte” è sempre stato un tiranno, un malvivente, un essere terrorista. In una parola (come al solito): il MALE ASSOLUTO. Qualcuno, cioè, degno, come minimo, di essere catturato e processato dal Tribunale internazionale dell’Aia, addirittura per “crimini contro l’umanità”!

Purtroppo, la gente non riesce a rendersene conto. Se riflettesse un attimo, invece, si accorgerebbe immediamente che tutte le infinite ed obbrobriose malefatte che, oggi, vengono quotidianamente attribuite al Colonnello di Tripoli, sono parte integrante, in definitiva – come abbiamo visto – di una semplice “tecnica” di guerra.

“Tecnica” che è ben spiegata e riassunta dal filosofo svizzero Eric Werner, in questo suo paragrafo: “Quando si vuole sterminare qualcuno, il miglior mezzo (per eliminarlo) è di designarlo come sterminatore. Che merita, infatti, uno sterminatore se non di essere lui stesso sterminato? E’ uno sterminatore, dunque, è da sterminarsi!” (De l’extermination, Ed. Thael, Lausanne, 1993, pp. 91- 92).

Alberto B. Mariantoni