Archivi del giorno: 20 settembre 2011

Luogocomune – Corbett Report: una teoria del complotto – 11 settembre – Notizie

Fonte: Luogocomune – Corbett Report: una teoria del complotto – 11 settembre – Notizie.

Questo video di James Corbett, autore del “Corbett Report”, ha totalizzato più di mezzo milione di visioni su Youtube negli ultimi 5 giorni.

Intitolato “11 settembre: una teoria del complotto” porta come sottotitolo “Tutto quello che dovete sapere sulla teoria del complotto dell’11 settembre in meno di 5 minuti”.

Ho provato a doppiarlo per chi non sa l’inglese (sottotitolarlo era impossibile), ma consiglio di vedere anche la versione originale qui. Il suo umorismo è difficile da duplicare.

SVENDITA AL PEGGIORE OFFERENTE: ”STORIA DI UNO STATO DISMESSO” | STAMPA LIBERA

Fonte: SVENDITA AL PEGGIORE OFFERENTE: ”STORIA DI UNO STATO DISMESSO” | STAMPA LIBERA.

Prima di affrontare e di incamminarci direttamente verso il tema centrale dell’articolo, c’è bisogno di fare un “piccolo” excursus storico che affonderebbe le sue radici addirittura negli anni ’30 del ‘900, ma per semplificare il flusso di questa storia, con tante ombre e poche luci, partiamo dal dopoguerra. Dopo la seconda guerra mondiale e la nascita della Repubblica, i maggiori partiti italiani dell’epoca, la DC e la sinistra facente capo al PCI, si trovarono a decidere insieme quale struttura economica dare al nascente Stato italiano. Vennero rifiutati entrambi i sistemi dominanti dell’epoca, cioè il liberismo statunitense e il collettivismo sovietico; la nuova forma economica che prese vita fu quella dello stato imprenditore. Con questo modello il potere economico statale si trovava a competere con le leggi del mercato, in concorrenza con i privati, con lo scopo di incoraggiare, anche con l’ausilio privato, l’economia del paese. Questo è il sistema della cosiddetta “terza via”, che aiuterà l’Italia a crescere dal dopoguerra in avanti

 

Alla base dello stato imprenditore vi era l’IRI, nato nel 1933 come ente di “salvataggio”, che dopo il 1948 divenne il vero e proprio regolatore dei rapporti statali nel mondo industriale ed economico. Dagli anni cinquanta in poi fu il vero strumento di ammodernamento del paese; il suo campo d’azione era vastissimo e comprendeva: acciaierie, autostrade, telecomunicazioni, settore finanziario, settore alimentare, trasporti, ecc. Sostanzialmente l’IRI fu una delle strutture produttive nazionali complesse, capace di misurarsi e competere con i settori di alta tecnologia e alta produttività sorti nel resto d’Europa. Un altro ente importante per comprendere al meglio la presenza dello stato nell’economia era l’ENI, impegnato nel settore degli idrocarburi. Esso gestiva le partecipazioni  statali nel settore dell’industria petrolifera e nei settori della petrolchimica, e fu all’avanguardia nella ricerca, lo sfruttamento e il trasporto degli idrocarburi. Da menzionare per la loro relativa importanza nel campo dell’intervento statale, l’EFIM (ente finanziamento industria meccanica) e l’EGAM (ente gestione aziende minerarie). Al fine di coordinare al meglio lo Stato imprenditore, nel 1956 fu istituito il “ministero delle partecipazioni statali”, che si basava sull’idea dell’azienda pubblica come motore di sviluppo economico e strumento di politiche sociali ed occupazionali.[2]

Fin qui la storia sembrerà sicuramente didascalica e scolastica, però tutto ciò è necessario conoscerlo, per affrontare la parte interessante e “sconvolgente” di questa narrazione avendo acquisito una buona dose di concetti base.

Entriamo finalmente nel vivo, e arriviamo alle avvisaglie di quello sarà poi il grande saccheggio della nostra Nazione.

Anni ’80, qui incontriamo i primi due personaggi chiave: Romano Prodi e Carlo De Benedetti. Il primo venne nominato presidente dell’IRI nel 1982, il secondo, invece, era ed è il proprietario del gruppo Repubblica/Espresso. Prodi, nei 7 anni che sarà alla guida dell’IRI, darà prova di grande ambiguità e scaltrezza, infatti, in qualità di presidente concederà alla società di consulenze finanziarie “Nomisma”, della quale è dirigente, incarichi miliardari (alla faccia del conflitto di interesse). Il primo grande colpo di Prodi alla presidenza dell’IRI fu la vendita dell’Alfa Romeo alla FIAT, dalla quale la sua Nomisma prese grosse somme in tangenti, per soli 1000 miliardi a rate, mentre la FORD offriva 2000 miliardi in contanti (il fiuto per gli “affari” è sicuramente innato!).[3] E’ nel 1986 che Carlo De Benedetti sale in cattedra. Infatti, un anno prima, il governo presieduto da Bettino Craxi decise di privatizzare il comparto agro‐alimentare dell’IRI, la SME, che presentava bilanci in deficit. Il consiglio di amministrazione dell’IRI fu incaricato dell’operazione, anche se la decisione finale spettava al governo.[4] Il buon Romano Prodi si mise subito all’opera. Con accordi privati con la Buitoni (presieduta da De Benedetti), svende il 64,36% della SME a soli 393 miliardi, quando il valore complessivo di mercato era di circa 3.100 miliardi.[5] Naturalmente, secondo chissà quale visione economica naif, Prodi non prende neanche in esame le offerte maggiori degli altri acquirenti interessati alla SME. Alla fine, comunque, a rompere le uova nel paniere al duo De Benedetti‐Prodi è Bettino Craxi, il quale non diede autorizzazione di vendita e ritenne di mantenere la SME nell’ambito pubblico.[6] Queste sono solo le prime avvisaglie di un “colpo grosso”, che porterà allo smantellamento completo dell’assetto economico italiano.

Gli anni ’90 si aprirono subito con grandi sconvolgimenti e grandi temi da affrontare: iniziò la stagione di “mani pulite”, furono assassinati i giudici antimafia Falcone e Borsellino, il debito pubblico arrivò ai massimi storici e vi fu un attacco speculativo alla lira e alle altre valute europee, da parte del finanziere George Soros, che portò alla distruzione del “sistema monetario europeo”.[7]

Andiamo con ordine, è il 2 giugno 1992, sul panfilo “BRITANNIA” di sua Maestà la Regina Elisabetta, ci fu un incontro più o meno riservato tra top manager italiani e britannici. Erano presenti i presidenti di ENI, INA, AGIP, SNAM, ALENIA e Banco Ambrosiano, oltre all’ex ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e al direttore generale del Tesoro “Mario DRAGHI”. La discussione fu incentrata sul tema delle “privatizzazioni” del comparto pubblico italiano, e la discussione si basò soprattutto su una critica al sistema italiano, reo di essere “lontano da un vero processo di privatizzazioni per ragioni culturali, di sistema politico e di specificità delle aziende da cedere“, come ebbe a dire sullo “yacht reale” il presidente dell’INA Lorenzo Pallesi.[8] Ad inasprire il dibattito ci pensò il consigliere di Confindustria Mario Baldassarri, che incalzò:” Per privatizzare servono 4 condizioni: una forte volontà politica; un contesto sociale favorevole; un quadro legislativo chiaro; un ufficio centrale del governo che coordini tutto il processo di privatizzazioni. Da noi oggi non se ne verifica nemmeno una”.[9] Quindi, se in quell’Italia la volontà politica non era propensa alle privatizzazioni, i vari manager pubblici e persone del calibro di Draghi, uomo della finanza internazionale, erano già catapultati verso il nuovo indirizzo economico, e la loro volontà veniva incontro agli interessi degli “amici” britannici, che avevano fretta nel spartirsi una bella torta dal valore di circa 100 mila miliardi di lire.

Torniamo indietro di 5 mesi, andiamo al 17 febbraio 1992, data dell’arresto di Mario Chiesa, che darà avvio alla stagione di “mani pulite”. Da lì a pochi mesi un’intera classe politica sarà spazzata via dalle inchieste di Di Pietro & co. I partiti letteralmente distrutti da questa stagione giudiziaria furono la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista, i quali avevano una caratteristica comune: erano fortemente intrisi di “statalismo”, cioè erano fortemente inseriti nella concezione delle partecipazioni statali, e non avevano scrupoli ad offrire prebende ed elargizioni di Stato per comprare il consenso dei cittadini. Sicuramente, questo era un sistema lontano anni luce da quello degli affaristi della “city” di Londra e dei nuovi liberal/liberisti italiani. Da qui inizia la fase dei cosiddetti “governi tecnici” e nel 1993 il Presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi e il suo governo istituiscono il “Comitato Permanente di Consulenza Globale e Garanzia per le Privatizzazioni”, con presidente Mario Draghi (vedi “Britannia”), e il ministro degli Esteri Beniamino Andreatta (vedi “Britannia”) istituirà accordi con il commissario europeo alla concorrenza Karel Van Miert, affinché le aziende di Stato possano diventare appetibili per il capitale privato.[10]

Avete notato cosa è successo? Ricordate le 4 condizioni per le privatizzazioni del “Britannia”?

Numero 1 (una forte volontà politica): dopo la scomparsa, causa Tangentopoli, dei partiti storici DC/PSI, si avvicendarono al governo vari “tecnici”, tutti fortemente propensi al nuovo corso economico; i nomi e cognomi di questi tecnici sono: Carlo Azeglio Ciampi, Giuliano Amato, Lamberto Dini, i già citati Andreatta e Draghi ed in seguito anche altri protagonisti.[11]

Numero 2 (un contesto sociale favorevole): beh, in quegli anni di grande caos, dove l’indignazione contro una classe politica “corrotta”(e statalista) che veniva spazzata via dalle inchieste(?) era alta, e dove il debito pubblico schizzava alle stelle, anche se non era un reale problema, il contesto era sicuramente favorevole per lasciare spazio alle privatizzazioni.

Numero 3 (un quadro legislativo chiaro): il quadro normativo cominciò ad essere chiaro dal 1993, con il già citato accordo Andreatta/Van Miert, che regolava la ricapitalizzazione del settore siderurgico a patto che lo si privatizzasse e l’azzeramento del debito delle imprese statali. [12]Inoltre, con il cosiddetto “decreto Amato” si trasformarono in società per azioni l’IRI, l’ENI, l’ENEL e l’INA, e con successivi decreti verrà regolamentata la pratica delle privatizzazioni.[13]

Numero 4 (un ufficio centrale del governo che coordini tutto il processo di privatizzazioni): ed ecco anche l’ufficio, cioè il “Comitato Permanente di Consulenza Globale e Garanzia per le Privatizzazioni”, presieduto dal tecnocrate Draghi.

Ecco, ora i tasselli del puzzle sembrano incastrarsi meglio, nel giro di pochi anni gli interessi della grande finanza sono riusciti a mettere tutte le cose in ordine, grazie a: tangentopoli (giustizia a orologeria?) e ad una classe politica completamente asservita (vedi sopra). Vediamo ora il secondo step di questo processo e cioè le privatizzazioni vere e proprie.

Nel corso del 1993 ritorna in auge un personaggio che abbiamo già incontrato nella nostra storia: Romano Prodi. Ritornato alla presidenza dell’IRI, dopo esser stato consulente per la Goldman Sachs, Prodi procedette alla svendita del gruppo Cirio-Bertolli-De Rica (comparto SME), alla società Fisvi, la quale non aveva i requisiti necessari per l’acquisto. Ed ecco perché questo giochetto: la Fisvi acquista a due soldi il gruppo, e a sua volta cederà il controllo della Bertolli all’UNILEVER (multinazionale alimentare anglo-olandese). Chi era “l’advisory director” (direttore per le consulenze) dell’UNILEVER?? La risposta è semplice: l’impareggiabile Romano Prodi.[14] Risale al 1993 anche la prima privatizzazione di una delle grandi banche pubbliche, il “Credito Italiano”. La “Merril Lynch” (banca d’affari americana), incaricata come consulente dall’IRI, valuterà il prezzo di vendita del Credito Italiano in 8/9.000 miliardi, ma alla fine verrà svenduta per 2.700 miliardi, e cioè il prezzo stabilito dalla “Goldman Sachs”(altra banca d’affari americana).[15] Sempre quell’anno verranno cedute anche le quote della COMIT, che assieme al Credito Italiano e alla BNL detenevano il 95% delle azioni della Banca d’Italia. Come consulenti per la cessione delle banche furono chiamati uomini come Mario Monti, Letta, Tononi e Draghi, tutti gravitanti nell’orbita “Goldman Sachs”.[16] Nel 1994, dopo le prime elezioni post Tangentopoli, al governo andrà il centrodestra guidato dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, sul quale peserà il sospetto di eccessiva accondiscendenza ad Alleanza Nazionale, che aveva in Antonio Parlato, sottosegretario al Bilancio, e nel vicepremier Giuseppe Tatarella due posizioni fortemente contrarie alle privatizzazioni.[16] Comunque, il governo Berlusconi durò pochi mesi, e alla presidenza del consiglio fu sostituito dal “tecnico” Dini. Con Dini, nel 1995, cominciò la prima fase di privatizzazione dell’ENI, dove fu dismesso circa il 15% dell’intero pacchetto azionario.[18] Nel 1996, a vincere le elezioni è il centrosinistra guidato dal “santo spirito” Romano Prodi, che cede un altro 16% delle quote ENI ed inoltre privatizzò la Dalmine e la Italimpianti appartenenti al gruppo IRI. E’ nel 1997 che Prodi dà il meglio di sé, infatti, ritorna a “trattare” col suo vecchio amico l’Ingegner Carlo De Benedetti. Sugli “affari” fatti dai due, l’ex segretario del Partito Liberale ed ex ministro dell’Industria Renato Altissimo sentenziò: “Infostrada — cioè la rete telefonica delle Ferrovie dello Stato – fu ceduta all’Ingegnere per 750 miliardi di lire da pagare in comode rate. Subito dopo De Benedetti vendette tutto per 14mila – ripeto – 14mila miliardi di lire ai tedeschi di Mannesman”.[19] Un vero e proprio regalo si direbbe! Sempre quell’anno Prodi mise sul mercato “Telecom”, con le azioni che furono vendute ad un prezzo irrisorio, infatti, appena un anno dopo le stesse azioni varranno sul mercato 5 volte di più (+ 514%).[20]

Dopo la caduta del governo Prodi nell’Ottobre 1998, a prendere il suo posto è Massimo D’Alema, uno dei tanti post-comunisti convertitisi alla causa liberista, che nel Novembre dello stesso anno privatizzerà la BNL, con la consulenza della JP Morgan (altra banca d’affari americana).[21] Nel 1999, dopo il “decreto Bersani” che liberalizzava il settore dell’energia, venne privatizzata l’ENEL e sempre quell’anno venne ceduta la società Autostrade alla famiglia Benetton (quella delle magliette). L’ultima fase di privatizzazione riguarda quel poco che era rimasto all’ENI, infatti, l’onnipresente Goldman Sachs acquisterà l’appetibile patrimonio immobiliare dell’ente per il valore di 3000 miliardi di lire. La cara Goldman farà incetta anche di altri immobili, come quelli della Fondazione Cariplo, mentre la Morgan Stanley (ennesima banca d’affari americana) si catapulterà all’acquisto dei patrimoni di Unim, Ras e Toro. Secondo studi eseguiti dal “Sole 24 ore”, i gruppi esteri oramai posseggono più patrimoni ex-pubblici di quanti ne posseggano gruppi italiani.[22] La fase delle privatizzazioni si può ritenere chiusa nel 2002, con la dismissione e la liquidazione dell’IRI.

Così, in meno di 10 anni, un intero sistema economico viene distrutto e tutto quello che ha reso l’Italia uno dei più grandi paesi a livello internazionale viene ridotto a poco più che uno spezzatino. Grazie allo scempio di queste svendite l’Italia si è giocata il 36% del suo PIL, e cioè della sua ricchezza. I maggiori artefici di questo processo predatorio dello Stato italiano sono gli stessi uomini che ci hanno consegnato nelle mani dell’Europa e nella morsa della moneta unica. Sono gli stessi che oggi vengono pontificati come profeti della buona politica,“grandi statisti”; ma prima o poi arriverà anche per loro, il giorno in cui dovranno rispondere al tribunale della storia e a tutti gli italiani per il loro alto tradimento alla patria. Per gli affaristi, che hanno svenduto l’Italia e gli italiani al peggiore offerente, quel giorno arriverà.

Sperando che giustizia ci sia.

 

A.D.G.  La Voce del Corsaro

Dell’Utri, parla il nuovo pentito

Fonte: Dell’Utri, parla il nuovo pentito.

Il ‘picciotto’ del clan Bagheria Stefano Lo Verso raccolse le confidenze del latitante Provenzano: “”Dell’Utri si mise in contatto con i miei uomini e sostituì di fatto l’onorevole Lima nei rapporti con la mafia. Per questo nel 1994, a seguito degli accordi che abbiamo raggiunto, ho fatto votare Forza Italia”

Sono gli ultimi, dettagliati racconti, fatti da un pentito di mafia su Cosa nostra e gli inconfessabili rapporti con la politica. Eccoli gli ultimi verbali di Stefano Lo Verso, il “picciotto” dei clan di Bagheria che ospitò il latitante Bernardo Provenzano di cui raccolse le confidenze.

Lo Verso ha parlato a luglio ai pubblici ministeri della Dda di Palermo dell’avvio del “patto di ferro” tra il “capo dei capi” della mafia, Provenzano, con Marcello Dell’Utri, il manager palermitano fondatore di Forza Italia condannato in corte d’Appello a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa e da sempre uomo di fiducia di Silvio Berlusconi.

Le parole di Lo Verso, consegnate al procuratore aggiunto Ignazio De Francisci e al sostituto Nino Di Matteo, sono i segreti che dice di avere appreso dalla viva voce del boss protagonista di una latitanza quarantennale e misteriosa: “Provenzano mi disse quanto era accaduto dopo le stragi (del ’92-’93). Mi confidò infatti: “Dell’Utri si mise in contatto con i miei uomini e sostituì di fatto l’onorevole Lima nei rapporti con la mafia (Salvo Lima era l’eurodeputato Dc proconsole di Giulio Andreotti in Sicilia, ucciso nel 1992 perché aveva tradito il patto con i mafiosi poi condannati nel maxi-processo di Falcone e Borsellino, ndr). Per questo nel 1994, a seguito degli accordi che abbiamo raggiunto, ho fatto votare Forza Italia”.

Lo Verso non era solo uno dei “picciotti” così affidabile da nascondere Provenzano. Era un giovane di Ficarazzi sconosciuto ai più, quindi l’uomo ideale per la missione delicata a lui affidata dai capimafia. “Provenzano in più occasioni mi ha parlato di rapporti con la politica e le istituzioni” dice a verbale Lo Verso: “Ciò accadde per la prima volta nel gennaio del 2004. In quel periodo Provenzano mi rivelò la sua identità confermando a tal proposito i sospetti che io avevo già nel mio intimo cominciato a nutrire. Notando l’evidente mio timore (dovuto al fatto che tenevo in casa un latitante di quella importanza) Provenzano mi tranquillizzò dicendomi: “Stai tranquillo, sono protetto dai politici e dalle autorità; in passato sono stato protetto da un potente dell’Arma. Non ti preoccupare a me non mi cerca nessuno”. A queste parole, ed in particolare in seguito al riferimento dell’Arma, avendo io pronunciato con evidente stupore la parola “Carabinieri”, Provenzano aggiunse: “Meglio uno sbirro amico che un amico sbirro”.

Lo Verso continua: “Altre confidenze importanti Provenzano mi fece nel luglio del 2004, lo stesso giorno in cui lo accompagnai nei pressi di Vicari. Quella mattina, dovendo aspettare Nicola Mandalà (indicato come il boss di Villabate, colui che ha gestito per anni la latitanza di Binnu’ Provenzano, ndr), ebbi modo di conversare a lungo con Provenzano, che quel giorno si dimostrava molto felice. Premetto che il grado di confidenza tra me e lui si era consolidato perché avevo in più occasioni procurato a Provenzano i farmaci che avevano fatto notevolmente migliorare le sue condizioni di salute (l’anziano capomafia aveva problemi alla prostata, ndr). Per questo motivo Provenzano mi manifestò gratitudine. E continuò ad espormi quanto, mi disse, era accaduto dopo le stragi del ’92-’93. Mi disse espressamente il contenuto degli accordi raggiunti con Dell’Utri. Certo è che più volte, riferendosi anche alla protezione della sua latitanza, ebbe a dirmi: “I politici devono rispettare gli accordi”. Seguono omissis al verbale. Le indagini della procura antimafia di Palermo sono apertissime.

Solidarietà incondizionata al procuratore Antonio Ingroia

Fonte: Solidarietà incondizionata al procuratore Antonio Ingroia.

Il Movimento Agende Rosse esprime piena e incondizionata solidarietà al Procuratore Aggiunto della DDA di Palermo dott. Antonio Ingroia.

Assistiamo in questi giorni ad un nuovo vergognoso attacco rivolto contro il procuratore Ingroia e la Procura di Palermo, impegnati nelle delicate inchieste sulla cosiddetta ‘trattativa’ Stato-mafia e sul periodo stragista.
Appare evidente la strumentalità dell’operazione di ripescare vecchie intercettazioni ambientali tra Massimo Ciancimino e Girolamo Strangi già uscite sui giornali nove mesi fa e ripubblicarle ai primi di settembre come se fossero nuove sul settimanale della Mondadori “Panorama”. Serviva la miccia per scatenare l’ennesima campagna di delegittimazione contro i magistrati di Palermo. Tanto che subito abbiamo assistito alle dichiarazioni indignate del sen. Maurizio Gasparri, dell’on. Fabrizio Cicchitto e del sen. Gaetano Quagliariello che invocavano l’intervento del CSM e del ministro della Giustizia. Il vicepresidente Michele Vietti prontamente assicurava che il CSM sarebbe tempestivamente intervenuto ed il 14 settembre Palazzo dei Marescialli ha aperto un’indagine assegnata alla Prima Commissione.

Ci domandiamo: un’indagine sulla base di cosa? Se le intercettazioni contenevano qualcosa di disciplinarmente rilevante perché il CSM non è intervenuto nove mesi fa? Perché in verità non c’è niente di concreto in quelle intercettazioni che possa coinvolgere la Procura di Palermo.

L’avvio dell’indagine del CSM avviene a ridosso della riapertura di importanti dibattimenti processuali come quello in cui gli ufficiali dei carabinieri Mario Mori e Mauro Obinu sono imputati di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra in merito alla mancata cattura del boss Bernardo Provenzano il 31 ottobre del 1995 a Mezzojuso (Palermo).

La Procura di Palermo e il dott. Ingroia in particolare hanno sempre mostrato la massima professionalità nel rapporto con Massimo Ciancimino, tanto che quest’ultimo è tuttora in stato di detenzione su ordine degli stessi magistrati per l’accusa di detenzione illegale di esplosivo. E questo è innegabile. Come è innegabile il contributo che  alcuni elementi forniti agli inquirenti da Massimo Ciancimino hanno dato e stanno dando a inchieste e a processi in corso. Pensiamo ad esempio allo stesso processo Mori-Obinu, alle indagini sulla ‘trattativa’ Stato-mafia, ma anche alle inchieste che coinvolgono importanti uomini politici.

C’è la volontà di bloccare il lavoro di quei magistrati, eredi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, in primis il dott. Ingroia, che stanno cercando di arrivare a verità scomode e difficili. I magistrati sono nell’anticamera di questa verità ma sempre più forti sono le forze che cercano di richiudere quella porta che ad essa conduce. Molte sono le spinte e i tentativi per bloccare tutto, per sottrarre le inchieste ai pm di Palermo, per impedire loro di spalancare finalmente quella porta.

Non permetteremo che ciò accada. Il dott. Ingroia e gli altri magistrati di Palermo non sono soli, hanno il sostegno di tanti cittadini che vogliono la verità, pretendono che le inchieste vadano avanti fino in fondo e sapranno difendere i magistrati da campagne di delegittimazione e isolamento.

Movimento Agende Rosse

“Piu’ merda c’e’ meglio e'”- Blog di Beppe Grillo

Fonte: “Piu’ merda c’e’ meglio e'”- Blog di Beppe Grillo.

…quello che fa Berlusconi a letto non interessa, ci interessa però quello che fa subito dopo di giorno per coprire quello che ha fatto la notte, pagando gente, ricattatori per conto nostro, oppure pagando semplicemente sempre con soldi nostri e le prostitute e i papponi per ricompensarli, se si pagasse tutto da solo e non ci fossero conseguenze pubbliche anche una vagonata al minuto potrebbe portarsi a casa, il problema è che subito dopo i suoi fatti privati diventano fatti pubblici perché di riffa o di raffa poi alla fine le donne le fa sempre pagare a noi…

 

Dall’interno della più grande acciaieria d’Europa

Fonte: Dall’interno della più grande acciaieria d’Europa.

Se questa è una fabbrica a cui si può concedere l’Aia, l’Autorizzazione integrata ambientale, giudicatelo da soli. Giudicatelo da queste foto, scattate da alcuni operai all’interno dello stabilimento che è il più grande centro siderurgico d’Europa.

Ne La città delle nuvole, due anni fa, scrivevo che era impensabile che si potesse concedere l’Aia all’Ilva, tanto più dopo che l’Ilva – su precisa richiesta, inoltrata attraverso il ministero dell’Ambiente, da ben ventiquattro associazioni di Taranto – aveva negato di fornire l’elenco analitico delle sostanze inquinanti (benzene, benzoapirene, idrocarburi policiclici aromatici) con la motivazione che si trattasse di “segreto industriale”.
Invece, per ottenere l’Aia, è obbligatorio dichiarare quante e quali emissioni cancerogene vengono prodotte. Altrimenti l’Aia non viene rilasciata e la fabbrica deve chiudere. Così è in tutta Europa. Eccetto che in Italia, evidentemente.
Le foto che potete vedere qui sotto… (e i filmati che proporremo nei prossimi giorni) non ha voluto pubblicarle nessuno. Nessun giornale, nessuna tv sembrano interessati a questa porcheria: amianto seppellito a quintali, emissioni di qualunque cosa mentre si discetta e si fa confusione, ma per imbrogliare meglio, tra “monitoraggio” e “campionamento in continuo” delle diossine.
Tutto questo è stato già denunciato alla magistratura da chi ha girato i filmati e anche i carabinieri del Noe hanno consegnato una dettagliata relazione ai magistrati. Però nessuno vuol pubblicare nulla. Tutti fanno finta che non ci sia “notizia”.
E allora questa straordinaria documentazione la pubblichiamo noi, su questo blog (click per la presentazione) che i magistrati Fanizzi e Drago della procura di Bari e i loro degni colleghi dell’Anm, la ditta Palamara & Cascini, presidente e segretario dell’Associazione nazionale magistrati, vorrebbero chiudere. Così, per un giorno, anche noi possiamo sentirci un po’ Wikileaks e invitare tutti a riflettere su un tema molto semplice: come si fa a concedere l’Aia a uno stabilimento così senza che nessuno abbia nulla da dire?
Anzi, nel giubilo generale del solito coro, formato dal ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, e dalla solita, nota e ipocrita “schola cantorum” che ha preso in giro tutti – elettori, associazioni, lavoratori, ammalati e bambini – e in cui spiccano il presidente della giunta regionale pugliese, Nicola Vendola; il sindaco di Taranto, Ippazio Stefàno (che come sindaco, in materia di salute pubblica ha un grande potere), l’assessore regionale pugliese all’Ambiente, Lorenzo Nicastro (Idv, e pure magistrato), qualche deputato locale pronto a magnificare la concessione dell’Aia (per esempio, quel Ludovico Vico, Pd, che inonda di comunicati via mail le redazioni e le caselle postali personali dei giornalisti), più la quasi totalità dei sindacati vari (che senza l’Ilva non esisterebbero) in nome della “occupazione” (ormai solo del camposanto), più tutti gli altri (quelli del centrodestra, per esempio) che se ne stanno in silenzio per non turbare i Riva e i “giornalisti” loro amici, solerti vettori di una propaganda criminale?
Però l’estate sta esplodendo, il mare è blu (spesso, solo di mercurio), e ai tarantini, agli italiani, di tutto questo sembra fregare molto poco.
Dunque, si conceda pure l’agognata Aia. E si salvi chi può.

GLI INGLESI SI RIPRENDONO LA LIBIA – Cadoinpiedi

Fonte: GLI INGLESI SI RIPRENDONO LA LIBIA – Cadoinpiedi.

Intervista a Giovanni Fasanella17 Settembre 2011

Il conflitto in Libia è l’ultimo atto della guerra segreta britannica contro l’Italia per il controllo del Mediterraneo e delle fonti petrolifere. Negli anni ’50 grazie alla politica di Mattei e Moro l’Italia assunse una posizione egemonica. Oggi la situazione è capovolta

E’ appena uscito per Chiarelettere “Il golpe inglese”, il libro che lei ha scritto con l’archivista Mario José Cereghino sulla guerra segreta britannica contro l’Italia per il controllo del Mediterraneo e delle fonti petrolifere. Viene subito da chiedersi se c’è un legame tra la storia che voi ricostruite e la guerra in Libia.

“Il legame è strettissimo. Quello che oggi sta accadendo in Libia non è altro che l’ultimo atto di quella guerra. Cioè il tentativo, riuscito fino a questo momento, di rovesciare l’equilibrio mediterraneo e petrolifero che durava almeno dal 1969 e che vedeva l’Italia in una posizione egemonica.
Dopo la fine del Secondo conflitto mondiale, da cui il nostro Paese secondo i britannici uscì sconfitto, nel 1947 Londra impose la legge del vincitore anche in Libia, ex colonia italiana. Ottene una sorta di “protettorrato” in Cirenaica, la regione libica più ricca di petrolio, mentre la Tripolitania finì sotto l’influenza francese.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, grazie alla politica di Enrico Mattei e Aldo Moro, l’Italia risalì lentamente la china, conquistando via via posizioni, ed emarginando dal Mediterraneo e dal Medio Oriente gli interessi anglo-francesi. Negli anni Settanta, dopo il colpo di Stato che depose il filo britannico Re Idris e portò il potere il filo italiano Gheddafi, la nostra influenza toccò il punto più alto. E tutti i tentativi inglesi (e francesi) di rovesciare la situazione fallirono uno dopo l’altro.”

Perché fallirono?

“Perché l’Italia, era forte. Perché, nonostante tutto, era politicamente più coesa al proprio interno. E godeva della “protezione” degli Stati Uniti, che avevano tutto l’interesse a “usarci” per contenere la presenza inglese e francese in un’area petrolifera vitale anche per Washington.”

E oggi perché il tentativo è riuscito?

“Per i motivi opposti. Dopo vent’anni di estenuanti conflitti e scandali che hanno enormemente danneggiato la nostra immagine internazionale, l’Italia è fragilissima nella sua struttura politico-economica interna e debolissima sulla scena internazione. E non gode più della protezione americana. Gli inglesi ne hanno approfittato fomentando e organizzando la rivolta in Cirenaica, mentre i francesi hanno riattivato i loro antichi contatti in Tripolitania. Chiuso nella tenaglia, il regime è caduto. Ora in Libia si sta tornando esattamente alla situazione del 1947.”

Questa storia è raccontata nel vostro libro?

“Il libro ricostruisce una lunga fase che va dal delitto Matteotti (1924) al delitto Moro (1978). E qui si ferma. Ma, leggendolo, ci sono tutti gli elementi per decifrare gli avvenimenti persino di queste ultime ore.
Mi permetta di dire un’ultima cosa. La storia è ricostruita interamente su documenti secret e top secret britannici che abbiamo trovato negli archivi di Londra. Sono quindi gli stessi inglesi che raccontano, attraverso le loro stesse parole, come hanno tentato di condizionare per oltre mezzo secolo il corso della politica italiana. Utilizzando anche “quinte colonne” nella politica, nell’economia, negli apparati, nell’informazione e nella cultura del nostro Paese. I loro stessi documenti raccontano perché uomini come Mattei e Moro costituivano una minaccia per gli interessi britannici nel mondo. Erano delle “verruche” da estirpare a tutti i costi.”

Alan Hart: analisi sul probabile coinvolgimento del Mossad negli attacchi dell’11 settembre | STAMPA LIBERA

Fonte: Alan Hart: analisi sul probabile coinvolgimento del Mossad negli attacchi dell’11 settembre | STAMPA LIBERA.

Per la prima volta in dieci anni l’esperto in materia di sionismo Alan Hart decide di fornire la propria versione di quella che da sempre reputa essere l’ipotesi più plausibile in merito a chi fossero i mandanti degli attentati dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle di New York e al Pentagono. L’autore ci indica i possibili gruppi di interesse e gli obiettivi geo-politici nel loro mirino.

In tempi recenti, Alan Hart è stato ospite del programma condotto da Alex Jones per una lunga intervista sul tema dell’11 settembre. Per chi non lo conoscesse, Alex Jones è il famoso – molto battagliero – conduttore radiofonico americano e attivista politico che da dieci anni conduce campagne di informazione a tappeto e manifestazioni nelle maggiori città americane per denunciare la falsa propaganda in merito agli attacchi dell’11 settembre e alle guerre da allora mosse contro l’Islam, e per chiedere indagini oneste e approfondite che facciano luce sulle reali tecniche impiegate per fare collassare edifici costruiti con criteri di estrema resistenza ad attacchi esterni.
Nell’intervista rilasciata ad Alex Jones, l’autore britannico Alan Hart spiegava che esistono ragioni ben valide per il suo decennale silenzio, non per ultimo la necessità di serbare il segreto su fatti a lui rivelati da fonti segrete negli ambienti che Alan Hart conosce come le proprie tasche. Inoltre, rivelazioni fornite senza citare le fonti è sempre un rischio per la credibilità del relatore e quindi della notizia stessa. Durante l’intervista durata un’ora, Alan Hart si è limitato a fornire la sua analisi sui possibili mandanti degli attacchi dell’11 settembre sulla base della sua profonda conoscenza personale degli ambienti tirati in ballo.
Il contenuto dell’intervista è sintetizzato nel breve scritto pubblicato dall’autore sul proprio blog per il decimo anniversario degli attentati dell’11 settembre, ed è stato tradotto in italiano per Civium Libertas. La conclusione a cui arriva l’autore è chiara. Al lettore viene fornita la possibilità di scegliere tra due scenari ipotizzati, che tuttavia non cambiano la sostanza.
Ma il motivo principale per cui Alan Hart abbia atteso tanto tempo per pronunciarsi viene spiegato bene nell’intervista che l’autore rilasciava nel programma di Alex Jones. Faceva notare l’autore, che solo di recente è stato pubblicato il terzo volume della sua trilogia epica sulla storia politica del sionismo dal titolo «Sionismo: il vero nemico degli ebrei» [vedere qui per una introduzione all’opera in italiano]. Il libro era già in cantiere quando iniziavano le polemiche sull’11 settembre e rappresentava lo strumento per opporre i fatti della verità storica alle menzogne della propaganda sionista. Alan Hart non è un ebreo e a causa della sua opposizione al sionismo e del suo impegno per la Palestina ha sempre dovuto lottare per respingere le accuse di presunto “anti-semitismo”. Era consapevole che l’uscita del suo libro avrebbe scatenato le ire sioniste – come infatti è poi avvenuto – e occorreva non fornire appigli ai sionisti per screditare pubblicamente l’opera e il suo autore.
Come Alan Hart spiegava nell’intervista, ora che anche il terzo volume è apparso sul mercato americano e sta riscuotendo il favore del pubblico. E così, dopo il recente tour americano per presentare sé stesso e l’opera al pubblico americano, Alan Hart ha ritenuto di potersi sbilanciare, entro certi limiti, se non altro per fornire un’analisi razionale basata sulla sua personale conoscenza – molto ravvicinata – degli ambienti sionisti, qui sul banco degli imputati.
Perché dovremmo attribuire autorevolezza all’ipotesi che Alan Hart propone nell’articolo che segue in merito ai mandanti dell’11 settembre? Perché l’autore è ritenuto generalmente il maggiore esperto in materia di storia del sionismo, e di tutto ciò che riguarda il cosiddetto «conflitto israelo-palestinese». Ha conosciuto personalmente tutti i principali protagonisti schierati dall’una e dall’altra parte del conflitto – leader politici, militari e dei servizi segreti, sia nel modo arabo e israeliano, che in Occidente. Fin dall’inizio della sua carriera, è stato inviato speciale in Palestina/Israele per i maggiori canali di informazione britannici – ITV e BBC – potendo constatare di persona quale fosse la realtà sul campo opposta alla propaganda della mitologia sionista. Venne a conoscenza dei veri retroscena storici riguardo all’instaurazione del regime sionista in Palestina e arrivò presto a comprendere l’enormità delle menzogne raccontate al pubblico occidentale sulla nascita del cosiddetto stato di Israele.
In seguito all’ultima terribile rivelazione fatta in segreto ad Alan Hart dalla famosa statista israeliana Golda Meir – in partica sul letto di morte – [l’episodio è narrato nel primo capitolo del Volume 1] Alan Hart prendeva la decisione di entrare nel mondo della diplomazia internazionale e venne incaricato di fungere da mediatore tra Arafat e l’israeliano Shimon Peres all’interno del cosiddetto processo di pace israelo-palestinese. Divenne anche consulente esterno per il Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
Raccontare la verità sul sionismo è diventato il Leitmotiv della vita dell’autore. Tutto ciò che Alan Hart ha vissuto personalmente nei decenni del suo impegno per la causa Palestinese, tutti i retroscena politici e gli incontri personali con re e combattenti, è narrato nella sua opera scritta nello stile vivace del reporter, non dello storico. Ma sia ben chiaro, l’opera è anche il risultato di 5 anni di minuziosa ricerca per fornire i retroscena storici e politici dei primi decenni dell’ascesa politica del sionismo, prima che Alan Hart entrasse personalmente in scena nel racconto.
L’articolo che segue è da leggere quindi considerando che non si tratta di una semplice analisi ipotetica, ma il frutto di una lunga esperienza e conoscenza personale dell’autore in merito alla materia affrontata.Peraltro, molti dei retroscena politici dell’epoca in cui avvenivano gli attentati dell’11 settembre, sono narrati nel Volume 3 dell’opera che termina con gli sviluppi del sionismo sotto il mandato Obama. L’autore dichiara che forse nel prossimo futuro ci sarà un Volume 4.

La frase più nota di Alan Hart, citata da molti è: «Il sionismo è il cancro al cuore delle politiche internazionali: deve essere curato prima che ci consumi tutti, ovunque nel mondo.»

Egeria
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Analisi sul probabile coinvolgimento del Mossad
negli attacchi dell’11 settembre 2001di Alan Hart
Qualunque discussione seria e onesta sugli attacchi dell’11 settembre 2001 deve iniziare con l’interrogativo: «le Torri Gemelle di New York sono crollate a causa dell’impatto degli aerei e del calore generato dal carburante?» Se la risposta è «Sì», non sarà necessario esplorare le cosiddette teorie del “complotto”. Ma se la risposta è «No», la domanda speculativa deve essere: «Chi, Come e Perché?»La mia risposta personale all’interrogativo è «No». A mio giudizio esiste evidenza sufficiente – visiva, tecnica e scientifica, oltre alle testimonianze pertinenti incluse quelle dei vigili del fuoco – per arrivare alla conclusione che nelle Torri Gemelle e nell’Edificio Sette, erano state piazzate cariche esplosive per fare collassare le Torri mediante la tecnica denominata “demolizione controllata”.Per prima cosa vorrei attirare l’attenzione sull’evidente e massiccia complicità da parte dei media di massa nel sopprimere domande e discussioni aperte sugli attacchi dell’11 settembre. Ma il nocciolo della questione è il fatto che negli ultimi 63 anni – dalla creazione dello stato sionista (e non ebraico!) di Israele per mezzo di terrorismo e pulizia etnica fino ad oggi – i media mainstream si sono resi complici dei sionisti nella soppressione della verità su come si è venuto a creare e continua ancora oggi il cosiddetto conflitto in Palestina divenuta Israele. In altre parole, i media si sono prestati a diffondere ed appoggiare le menzogne della propaganda sionista.

Le due menzogne maggiori possono riassumersi brevemente come segue.

La prima falsità è che la «povera piccola Israele» sia vissuta in costante pericolo di annientamento – che Israele ama definire «la cacciata degli ebrei in mare». La verità, come documentata in dettaglio nei tre volumi della mia opera sulla storia del sionismo, è che l’esistenza di Israele non è mai stata messa in pericolo, in nessun momento, e da parte di nessuna potenza araba singola o congiunta. L’affermazione del contrario, da parte dei sionisti, è l’espediente che ha permesso a Israele di farla franca negli ambienti che più contano, e cioè nel mondo occidentale e in America in particolare, presentando la sua aggressione come auto-difesa e sé stessa come vittima mentre in realtà è sempre stata l’aguzzino.

La seconda falsità è che «Israele non ha mai avuto interlocutori Arabi per la pace». Questa è pura propaganda senza senso. Ecco due tra i tanti esempi a prova di quanto affermo.

Primo esempio. Fin dal momento in cui arrivò al potere nel 1951, il presidente egiziano Nasser ha cercato un accordo con Israele. Infatti ha intrattenuto colloqui segreti con il ministro degli esteri israeliano Moshé Sharret, che a mio avviso è stato l’unico politico israeliano razionale del suo tempo. Per avere perseguito progetti di pace con gli Arabi, Sharett venne distrutto dal fondatore e primo premier di Israele, David Ben-Gurion.

Secondo esempio. Alla fine del 1979, il pragmatico Yasser Arafat, leader della Resistenza Palestinese e Presidente del l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), aveva preparato il terreno, dalla sua parte, per un accordo di pace con Israele sulla base di una soluzione realmente praticabile per due stati separati – una pace basata su termini che ogni razionale governo e popolo israeliano avrebbe accettato con sollievo. Ma a quel tempo – come ancora oggi – i leader di Israele e la maggioranze dei suoi cittadini ebrei non erano razionali.

Prima degli attacchi dell’11 settembre, l’esempio più significativo per denunciare la complicità dei media nell’insabbiamento della verità sul conflitto in Medio Oriente è l’attacco di Israele alla nave americana USS Liberty, avvenuto l’8 giugno 1967, il quarto giorno della Guerra dei Sei Giorni.

Ho assistito personalmente a quanto è successo quel giorno. Sono stato il primo corrispondente di guerra occidentale ad arrivare sulle sponde del Canale di Suez perché mi trovavo insieme alle forze israeliane in avanzamento nel deserto del Sinai. L’attacco alla nave Liberty ha ucciso 37 militari della Marina americana e ferito gravemente altri 90.

Se le cose si fossero svolte secondo i piani dell’uomo che ha ordinato l’attacco, il ministro israeliano alla Difesa Moshé Dayan [il terribile signore della guerra con la benda nera sull’occhio] la Liberty sarebbe stata affondata con tutti a bordo, non lasciando alcun testimone per raccontare cosa realmente accadde.

Ora, se si fosse trattato di un attacco Arabo/Musulmano ad una nave americana, è ragionevole speculare che gli americani avrebbero risposto con ritorsioni militari, se non addirittura con una dichiarazione di guerra alla nazione ritenuta responsabile. Ma non si trattava di un attacco Arabo [bensì di un attacco israeliano, che i sionisti hanno giustificato dicendo agli americani che si fosse trattato di errore]. E cosa fece allora il presidente americano Johnson? Per timore di offendere la Lobby sionista e i suoi tirapiedi nel parlamento americano, ha ordinato l’insabbiamento che rimane in vigore ad oggi. E i media compiacenti si sono prestati al gioco replicando la menzogna, come fanno tutt’ora.

Ora fornisco in sintesi la mia analisi sul possibile e probabile coinvolgimento del Mossad negli attacchi dell’11 settembre. Due sono i possibili scenari – A e B.

Nello scenario A non è da escludere che il piano sia stato inizialmente congetturato da parte di un gruppo Arabo/Musulmano. Ma se anche questo fosse vero, il Mossad avrebbe avuto una pista interna quasi immediatamente. Fin dalla nascita dello stato sionista, il Mossad ha messo in atto strategie a tappeto per l’infiltrazione di agenti segreti all’interno di ogni regime Arabo, comprese le istituzioni militari e i servizi di sicurezza, e all’interno di ogni Movimento di Liberazione degli Arabi/Musulmani e di ogni gruppo terroristico. Molti degli agenti più validi erano ebrei del Nord Africa e del Marocco in particolare, perché potevano tranquillamente passare per Arabi – infatti tra un attimo vi racconterò in sintesi la storia su come il Mossad abbia infiltrato l’organizzazione terrorista di Abu Nidal.

Sempre rimanendo nello scenario A – che prevede che il Mossad abbia scoperto il piano per l’attacco dell’11 settembre ideato da un gruppo islamista. La domanda è: il Mossad lo avrà poi raccontato a qualcuno? La mia ipotesi è che ne abbia messo al corrente i propri alleati nelle sfere di potere neo-con/sioniste americane – ebrei e non-ebrei – tra cui il vice-presidente Dick Cheney (che personalmente chiamo «il vero dottor Stranamore») e altre figure come Paul Wolfowitz e Richard Perle, oltre a informare gli appositi contatti nella CIA. In questo scenario il Mossad avrebbe posto la domanda: «che ne facciamo di questo piano?» – a cui sarebbe seguita un risposta del tipo: «lo useremo come il pretesto che cercavamo, simile a quello di Pearl Harbour».

Secondo questo scenario, gli attacchi dell’11 settembre – seppure inizialmente un’idea Arabo-Musulmana – fu il risultato di una congiura tra i servizi segreti israeliani e le sfere di potere neo-con americane.

Il Mossad e il terrorismo di Abu Nidal

Prima di passare allo scenario B racconterò in breve la storia su come il Mossad penetrò le fila del gruppo terroristico di Abu Nidal. Per la cronaca, Abu Nidal era un membro di Fatah ai tempi di Arafat, ma se ne separò quando divenne evidente che Arafat era venuto a patti con la realtà dell’esistenza di Israele e stava in effetti preparando il terreno – dalla parte Palestinese – per un compromesso con Israele. Il gruppo di Abu Nidal stabilì le sue basi in prevalenza in Iraq e fu responsabile delle uccisioni, soprattutto su suolo europeo, di oltre 20 degli emissari di Arafat, allora in missione all’estero per colloqui segreti con i governi occidentali aventi lo scopo di informare circa le intenzioni serie della PLO e del gruppo dirigente di Fatah, in merito al compromesso con Israele.

Da una successiva indagine effettuata da parte di Arafat e Abu Iyad, capo del contro-spionaggio di Fatah, emerse che Abu Nidal da tempo si era dato all’alcool – era arrivato a consumare anche due bottiglie di whisky al giorno ed era quasi costantemente ubriaco. In effetti era il suo braccio destro – il numero due dell’organizzazione – a occuparsi degli affari del gruppo. Era lui a decidere chi doveva essere assassinato ed era lui a dirigere le operazioni. Il braccio destro di Abu Nidal era un agente del Mossad.

[E ora la storia prende una piega decisamente macabra e contorta, nella migliore tradizione del Mossad]. Furono in effetti due studenti palestinesi di Londra a ricevere dal gruppo di Abu Nidal l’incarico di assassinare l’ambasciatore israeliano Argov. E fu appunto quel tentato di assassinio, nel 1982, a fornire al premier israeliano Begin e al ministro alla difesa Ariel Sharon Sharon [il macellaio di Sabra e Shatila] il pretesto che cercavano per lanciare l’invasione del Libano, arrivando fino a Beirut, con l’obiettivo di sterminare l’intera leadership della PLO [appunto rifugiata in Libano] e distruggere la sua infrastruttura … Ma l’ambasciatore Argov sopravvisse e mangiò la foglia: molto tempo dopo l’attentato dichiarò di sospettare la responsabilità di Israele nel tentativo di assassinarlo.

Nello scenario B va considerato che alcuni dei presunti attentatori Arabi/Musulmani dell’11 settembre erano sorvegliati da parte di vari servizi segreti occidentali negli anni che precedettero gli attacchi. I servizi segreti che li monitoravano, ritenendoli possibili o probabili terroristi, erano tra l’altro quelli delle Germania, dell’America e di Israele.

In questo scenario non è da escludere che l’idea per gli attentati dell’11 settembre fosse suggerita a possibili/probabili terroristi Arabi/Musulmani da parte di agenti del Mossad.

Secondo questa ipotesi, sarebbe stato il Mossad a essere in effetti l’architetto del piano, con figure chiave nelle sfere neo-con sioniste americane a prendersi cura delle modalità che avrebbero garantito il risultato sperato, e cioè che gli attacchi avrebbero colpito gli obiettivi programmati. Considerando tutti gli aspetti di quanto accadde quel giorno, sono dell’avviso che il presidente Bush non fosse coinvolto nei preparativi per l’11 settembre. Penso fosse Cheney ad essere in controllo delle operazioni dalla parte americana, in quella che essenzialmente è stata un’operazione del Mossad eseguita sotto falsa bandiera (false flag operation).

Domanda: in che modo l’11 settembre ha servito gli interessi della psicopatica destra israeliana e dei suoi associati neo-con in America?

Nel loro modo di vedere le cose, Saddam Hussein [ex leader dell’Iraq] rappresentava l’unico ostacolo prevedibile al progetto della Grande Israele per il permanente dominio militare del modo Arabo. Accusando falsamente l’Iraq di coinvolgimento negli attentati dell’11 settembre, i sionisti e i loro associati neo-con americani hanno creato il pretesto che serviva per convincere Bush a entrare in guerra.

Come sappiamo, non era certo un segreto l’intenzione dei sionisti di disfarsi di Saddam Hussein. Nel 1996, sotto la direzione di Richard Pearl – che negli ambienti informati viene chiamato «il Principe delle Tenebre» – le sfere sioniste americane presentarono una proposta di legge [per Israele] mediante un documento dal titolo «Un taglio netto: una nuova strategia per salvaguardare il Regno». [Alan Hart sottolinea spesso nei suoi articoli che i politici sionisti americani e altre figure chiave sioniste negli ambienti di potere americani non operano per occuparsi degli interessi americani ma esclusivamente di quelli di Israele – un paese straniero! Ma lo stesso succede nei maggiori paesi europei, pur essendo la cosa meno nota al pubblico].

Il documento sollecitava il nuovo premier Netanyahu ad agire con decisione nel dare un taglio netto alle politiche del suo predecessore Yzak Rabin, inclini alle trattative di pace con l’OLP al costo di ‘concessioni’ di terre. Secondo il documento, la rivendicazione di Israele dell’intero territorio occupato era «legittimo e nobile». Diceva il testo: «Solo il riconoscimento incondizionato dei nostri diritti da parte degli Arabi costituisce una base solida per il futuro [il nostro del testo tradisce la totale identificazione dei politici e funzionari sionisti americani con Israele, non con gli USA, n.d.t.]. Solo dopo il taglio netto Israele sarebbe «libera di configurare la propria struttura strategica». E cosa avrebbe comportato ciò? Tra l’altro a «ristabilire il principio dell’attacco preventivo, … perseguire l’obiettivo di rimuovere Saddam Hussein dal potere in Iraq … contenere e indebolire la Siria, l’Iran e Hezbollah nel Libano».

In effetti, i «risolutori» del sionismo in USA e i loro associati neo-conservatori avevano da tempo un progetto in cantiere per disfarsi di Saddam Hussein. Erano furiosi quando Bush padre si era rifiutato di completare l’opera iniziata diversi anni addietro quando metteva insieme una coalizione per cacciare l’Iraq dal Kuwait [in quanto minaccia all’egemonia israeliana e al flusso di petrolio per gli USA]. Di conseguenza i «risolutori» americani a servizio del sionismo e i loro soci neo-con avevano bisogno di due cose: un presidente abbastanza stupido da credere ai loro deliri – e lo trovarono in “W” Bush; e poi un evento alla stregua di Pearl Harbour come pretesto per entrare in azione – che venne fornito con l’11 settembre.

Ma l’11 settembre era molto più di questo. In effetti dal punto di vista dei sionisti rappresentava una soluzione vincente in tutti i sensi.

Come era facile prevedere, dopo l’11 settembre un’ondata di crescente islamo-fobia attraversò l’intero mondo occidentale e in particolare gli Stati Uniti d’America. Nelle menti del pubblico americano disinformato e ignaro – e quindi della maggioranza degli americani – fu rinforzato il falso credo propagato dal sionismo che Israele rappresentasse per l’America l’unico vero alleato affidabile nell’intera regione Araba e Islamica.

Come dico nella mia introduzione al Volume 1 dell’edizione americana del mio libro sulla storia del sionismo, quando gli Americani hanno chiesto: «Perché loro ci odiano?», con «loro» intendevano più o meno tutti gli Arabi e Musulmani ovunque nel mondo. Ma io chiedo: «Cosa avrebbero potuto apprendere gli Americani se il presidente Bush, invece di precipitarsi a dichiarare la sua guerra al terrorismo globale, si fosse impegnato affinché la domanda ricevesse una risposta seria?»

La risposta completa ed esauriente al «perché loro ci odiano» viene fornita per mezzo dei tre volumi del mio libro. Ma una risposta breve viene fornita nella mia introduzione all’edizione americana dell’opera, ed inizia con l’affermazione che la stragrande maggioranza degli Arabi e Musulmani ovunque nel mondo NON odia l’America o gli Americani. Ciò che odiano dell’America sono le sue politiche estere e il suo «doppio standard» – l’ipocrisia dei «due pesi e due misure» che adotta nei confronti delle diverse nazioni, e in particolare il suo supporto incondizionato per Israele che sistematicamente si prende gioco di ogni Risoluzione ONU, dimostra disprezzo per il Diritto Internazionale e le Convenzioni per i Diritti Umani ed è votata al terrorismo di stato … La realtà è che per decenni molti Arabi e Musulmani avrebbero voluto avere la possibilità di emigrare in America per una vita migliore. Oggi, tuttavia il numero di Arabi e Musulmani che opterebbero per la cittadinanza e residenza americana si è ridotto all’osso, perché – triste a dirsi – il mostro dell’islamo-fobia è stato sguinzagliato attraverso il «Paese degli uomini liberi» e si sta sfregando le mani.

A differenza del pubblico americano, la maggioranza degli Arabi e altri Musulmani è ben consapevole che il supporto incondizionato per Israele non è nell’interesse dell’America. In effetti non è nell’interesse di nessuno, compresi gli ebrei ovunque nel mondo e la stessa Israele.

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L’articolo originale in inglese è pubblicato qui , e rappresenta la seconda parte di un post che inizia con una lettera aperta indirizzata ad Abe Foxman della ADL – Anti-Defamation League.

Sonia Alfano: la Procura generale di Messina indagata per Mafia

Fonte: Sonia Alfano: la Procura generale di Messina indagata per Mafia.

“Stamattina la Gazzetta del Sud ha pubblicato la notizia di una perquisizione e di un sequestro di atti compiuti ad agosto scorso negli uffici della Procura generale di Messina dal Ros di Reggio Calabria su delega del Procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone nell’ambito di un’indagine a carico di innominati magistrati messinesi per concorso esterno in associazione mafiosa. L’articolo portava la firma del giornalista più fidato del Procuratore generale di Messina, il famigerato Antonio Franco Cassata. E infatti c’era scritto che alla perquisizione ha personalmente assistito il dr. Cassata, nella sua veste di Procuratore generale. In realtà, il dr. Cassata è l’indagato per mafia. E’ a suo carico che è stata disposta la perquisizione, dopo la notifica nei suoi confronti del relativo decreto. La conferma di ciò deriva dal contenuto dell’articolo di stamattina, che informa di come l’indagine sia nata da dichiarazioni di collaboratori di giustizia trasmesse a Reggio Calabria dal Procuratore di Messina Guido Lo Forte. E dal settimanale Centonove (altro campione di informazione alla messinese) di inizio agosto sappiamo che almeno un pentito ha accusato il Procuratore generale Cassata di collusione con la mafia barcellonese”.

E’ quanto dichiara Sonia Alfano, europarlamentare, Presidente dell’Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia e figlia del giornalista Beppe Alfano, ucciso a Barcellona Pozzo di Gotto nel 1993.

“Il tempo, alla lunga, è galantuomo e la giustizia comincia a intravedersi, anche a Messina, città nella quale certi santuari fino a poco tempo fa sembravano inespugnabili. Insieme agli sviluppi dell’indagine su Cassata – sottolinea Sonia Alfano – mi auguro al più presto di vedere l’arresto dell’altro magistrato colluso con la mafia barcellonese, Olindo Canali, il principale responsabile dei depistaggi sull’assassinio di mio padre”.

“Mi auguro anche che l’informazione nazionale voglia cessare di applicare sulle deviazioni istituzionali in provincia di Messina un impenetrabile cono d’ombra. Non foss’altro che per due ragioni. Messina oggi ha l’unico Procuratore generale d’Italia indagato per mafia. E con tutta probabilità sarà proprio quel Procuratore generale (se non verrà cacciato al più presto) a gestire il processo di revisione sulla strage di via D’Amelio, in cui, insieme a cinque giovani poliziotti, venne ucciso un magistrato vero. Ecco, sarebbe una bestemmia contro Paolo Borsellino se Cassata potesse mettere le mani su quegli atti che saranno trasmessi da Caltanissetta” conclude.

Due amici impresentabili per una sola Procura

Fonte: Due amici impresentabili per una sola Procura.

A breve il plenum del Consiglio superiore della magistratura dovrebbe pronunciarsi sulle proposte avanzate dalla Quinta commissione per il posto di Procuratore della Repubblica di Catania. Com’è noto, per la guida della Procura etnea sono in competizione i magistrati catanesi Giuseppe Gennaro e Giovanni Tinebra (entrambi hanno avuto due voti in commissione) e, quale unico magistrato estraneo al sistema di potere catanese, il dr. Giovanni Salvi.

Da oltre un anno, insieme a pochissimi altri, cerco di sensibilizzare l’opinione pubblica, la politica, le istituzioni e il Csm rispetto all’inopportunità di consegnare nelle mani di uno dei due magistrati catanesi la Procura distrettuale di Catania. Ho scritto appelli, ho organizzato incontri pubblici, ho raccontato dei rapporti di Giuseppe Gennaro con l’imprenditore mafioso Carmelo Rizzo (ripetutamente negati dal bugiardo magistrato e inequivocabilmente confermati pure dalle fotografie, oltre che dalle dichiarazioni di numerosi testimoni e da dati documentali) e ho raccontato quelli di Giovanni Tinebra con Silvio Berlusconi (il magistrato lo avvertì delle indagini a suo carico quale mandante delle stragi del 1992; poi ottenne la direzione del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria), con l’indagato per concorso esterno in associazione mafiosa Mario Ciancio Sanfilippo, dominus dell’editoria siciliana, e con tutta la Catania “bene”.
A quanto denunciato pubblicamente finora, nella censura quasi generalizzata praticata dalla grande stampa, viceversa impegnata a decantare le gesta dell’impresentabile Gennaro (come può un magistrato che ha acquistato – non si capisce bene a che prezzo – casa da un’impresa legata alla mafia diventare Procuratore antimafia su quello stesso territorio?), voglio aggiungere oggi un’altra ragione che rende scandalosa la proposta di nomina di Gennaro e Tinebra. Si tratta di una vicenda in cui i due presunti antagonisti appaiono inequivocabilmente legati a una stessa rete di liaisons dangereuses.

Il protagonista di questa storia è un imprenditore di Nicosia (provincia di Enna), amico e socio di mafiosi noti e meno noti (tra i tanti Alamia, Berna Nasca, Morgana, Augello): Antonino Rizzone. Quando viveva a Nicosia era titolare di un piccolo bar nella piazza del locale Tribunale. Da lì, forse, la sua inclinazione a collezionare amicizie in magistratura. Nella sua cassaforte, a Montecatini Terme (dove si era trasferito fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, diventando inspiegabilmente un facoltosissimo imprenditore), nell’ottobre del 2001, venne ritrovato un appunto manoscritto su carta intestata dell’allora Procuratore di Parma Giovanni Panebianco (in passato Procuratore della Repubblica proprio a Nicosia), sul quale si leggeva “Chiamare dottor Tanzi oggi alle ore 15”. Panebianco, origini catanesi, aveva conosciuto Antonino Rizzone per mezzo di Giovanni Tinebra: così disse ai magistrati. Ma Rizzone, per non farsi mancare proprio nulla, ha rapporti anche con Giuseppe Gennaro.

Il 7 novembre del 2003 la Procura di Firenze chiese il rinvio a giudizio di Panebianco per corruzione in atti giudiziari. Il Procuratore aveva “raccomandato” Rizzone presso il banchiere Luciano Silingardi, che curava gli interessi economici di Calisto Tanzi (quel distinto signore che si trova in carcere per il crac Parmalat), per un prestito di 7 miliardi di lire, ed in cambio aveva ottenuto favori su compravendite di terreni. Quell’inchiesta aveva portato a ricostruire i rapporti di Rizzone con degli “insospettabili”.

Nel documento redatto dal dirigente della Sezione Criminalità Organizzata Fabio Valerio Poceck, con cui la Questura di Firenze analizza il sequestro dei carteggi di Rizzone, infatti, i nomi di Giuseppe Gennaro e Giovanni Tinebra compaiono diverse volte. Da quel resoconto si evince inequivocabilmente che l’imprenditore aveva inviato diversi telegrammi al dott. Gennaro alla Procura di Catania (!), un telegramma di congratulazioni per il magistrato di cassazione Tindari Baglione, un biglietto di saluto inviato nel 1994 a un ignoto Procuratore generale di Messina, un biglietto manoscritto indirizzato all’allora Procuratore di Patti Giuseppe Gambino, un altro telegramma questa volta inviato all’allora Procuratore generale di Messina Carlo Bellitto, copia della domanda di trasferimento dal Tribunale di Nicosia ad altra sede del giudice Massimo Maione, il provvedimento di nomina in cassazione del magistrato Francesco Brancaccio, un appunto col nome del magistrato cassazionista Mario Persiani, una lettera dell’allora Presidente del Tribunale di Parma Lanfranco Mossini, mentre di Tinebra si sottolinea il rapporto strettissimo con il Rizzone e si trovano le fotografie che ritraggono Rizzone non solo insieme a Tinebra, ma anche insieme a Panebianco. In una pagina in bianco dell’agendina di Rizzone, poi, vi è apposta la scritta “21(inc.) 41 Tinebbra (n.d.r. Tinebra)”. Più che un elenco di amicizie sembrò un’inedita corrente dell’Associazione nazionale magistrati: la “corrente Rizzone”.

Già sono spesso inverecondi i giochi di corrente al Csm. Ma, alla luce di tutto questo, il nuovo Procuratore di Catania deve per forza appartenere alla “corrente Rizzone”? E’ davvero necessaria la nomina di uno dei due amici dell’oscuro barista di Nicosia sbarcato in Toscana e diventato curiosamente amico di mafiosi e magistrati?

Spero che il Csm voglia evitare questo sfregio alla giustizia catanese e alle speranze dei cittadini onesti.

Sonia Alfano (www.soniaalfano.it, 15 settembre 2011)