Alan Hart: analisi sul probabile coinvolgimento del Mossad negli attacchi dell’11 settembre | STAMPA LIBERA

Fonte: Alan Hart: analisi sul probabile coinvolgimento del Mossad negli attacchi dell’11 settembre | STAMPA LIBERA.

Per la prima volta in dieci anni l’esperto in materia di sionismo Alan Hart decide di fornire la propria versione di quella che da sempre reputa essere l’ipotesi più plausibile in merito a chi fossero i mandanti degli attentati dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle di New York e al Pentagono. L’autore ci indica i possibili gruppi di interesse e gli obiettivi geo-politici nel loro mirino.

In tempi recenti, Alan Hart è stato ospite del programma condotto da Alex Jones per una lunga intervista sul tema dell’11 settembre. Per chi non lo conoscesse, Alex Jones è il famoso – molto battagliero – conduttore radiofonico americano e attivista politico che da dieci anni conduce campagne di informazione a tappeto e manifestazioni nelle maggiori città americane per denunciare la falsa propaganda in merito agli attacchi dell’11 settembre e alle guerre da allora mosse contro l’Islam, e per chiedere indagini oneste e approfondite che facciano luce sulle reali tecniche impiegate per fare collassare edifici costruiti con criteri di estrema resistenza ad attacchi esterni.
Nell’intervista rilasciata ad Alex Jones, l’autore britannico Alan Hart spiegava che esistono ragioni ben valide per il suo decennale silenzio, non per ultimo la necessità di serbare il segreto su fatti a lui rivelati da fonti segrete negli ambienti che Alan Hart conosce come le proprie tasche. Inoltre, rivelazioni fornite senza citare le fonti è sempre un rischio per la credibilità del relatore e quindi della notizia stessa. Durante l’intervista durata un’ora, Alan Hart si è limitato a fornire la sua analisi sui possibili mandanti degli attacchi dell’11 settembre sulla base della sua profonda conoscenza personale degli ambienti tirati in ballo.
Il contenuto dell’intervista è sintetizzato nel breve scritto pubblicato dall’autore sul proprio blog per il decimo anniversario degli attentati dell’11 settembre, ed è stato tradotto in italiano per Civium Libertas. La conclusione a cui arriva l’autore è chiara. Al lettore viene fornita la possibilità di scegliere tra due scenari ipotizzati, che tuttavia non cambiano la sostanza.
Ma il motivo principale per cui Alan Hart abbia atteso tanto tempo per pronunciarsi viene spiegato bene nell’intervista che l’autore rilasciava nel programma di Alex Jones. Faceva notare l’autore, che solo di recente è stato pubblicato il terzo volume della sua trilogia epica sulla storia politica del sionismo dal titolo «Sionismo: il vero nemico degli ebrei» [vedere qui per una introduzione all’opera in italiano]. Il libro era già in cantiere quando iniziavano le polemiche sull’11 settembre e rappresentava lo strumento per opporre i fatti della verità storica alle menzogne della propaganda sionista. Alan Hart non è un ebreo e a causa della sua opposizione al sionismo e del suo impegno per la Palestina ha sempre dovuto lottare per respingere le accuse di presunto “anti-semitismo”. Era consapevole che l’uscita del suo libro avrebbe scatenato le ire sioniste – come infatti è poi avvenuto – e occorreva non fornire appigli ai sionisti per screditare pubblicamente l’opera e il suo autore.
Come Alan Hart spiegava nell’intervista, ora che anche il terzo volume è apparso sul mercato americano e sta riscuotendo il favore del pubblico. E così, dopo il recente tour americano per presentare sé stesso e l’opera al pubblico americano, Alan Hart ha ritenuto di potersi sbilanciare, entro certi limiti, se non altro per fornire un’analisi razionale basata sulla sua personale conoscenza – molto ravvicinata – degli ambienti sionisti, qui sul banco degli imputati.
Perché dovremmo attribuire autorevolezza all’ipotesi che Alan Hart propone nell’articolo che segue in merito ai mandanti dell’11 settembre? Perché l’autore è ritenuto generalmente il maggiore esperto in materia di storia del sionismo, e di tutto ciò che riguarda il cosiddetto «conflitto israelo-palestinese». Ha conosciuto personalmente tutti i principali protagonisti schierati dall’una e dall’altra parte del conflitto – leader politici, militari e dei servizi segreti, sia nel modo arabo e israeliano, che in Occidente. Fin dall’inizio della sua carriera, è stato inviato speciale in Palestina/Israele per i maggiori canali di informazione britannici – ITV e BBC – potendo constatare di persona quale fosse la realtà sul campo opposta alla propaganda della mitologia sionista. Venne a conoscenza dei veri retroscena storici riguardo all’instaurazione del regime sionista in Palestina e arrivò presto a comprendere l’enormità delle menzogne raccontate al pubblico occidentale sulla nascita del cosiddetto stato di Israele.
In seguito all’ultima terribile rivelazione fatta in segreto ad Alan Hart dalla famosa statista israeliana Golda Meir – in partica sul letto di morte – [l’episodio è narrato nel primo capitolo del Volume 1] Alan Hart prendeva la decisione di entrare nel mondo della diplomazia internazionale e venne incaricato di fungere da mediatore tra Arafat e l’israeliano Shimon Peres all’interno del cosiddetto processo di pace israelo-palestinese. Divenne anche consulente esterno per il Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
Raccontare la verità sul sionismo è diventato il Leitmotiv della vita dell’autore. Tutto ciò che Alan Hart ha vissuto personalmente nei decenni del suo impegno per la causa Palestinese, tutti i retroscena politici e gli incontri personali con re e combattenti, è narrato nella sua opera scritta nello stile vivace del reporter, non dello storico. Ma sia ben chiaro, l’opera è anche il risultato di 5 anni di minuziosa ricerca per fornire i retroscena storici e politici dei primi decenni dell’ascesa politica del sionismo, prima che Alan Hart entrasse personalmente in scena nel racconto.
L’articolo che segue è da leggere quindi considerando che non si tratta di una semplice analisi ipotetica, ma il frutto di una lunga esperienza e conoscenza personale dell’autore in merito alla materia affrontata.Peraltro, molti dei retroscena politici dell’epoca in cui avvenivano gli attentati dell’11 settembre, sono narrati nel Volume 3 dell’opera che termina con gli sviluppi del sionismo sotto il mandato Obama. L’autore dichiara che forse nel prossimo futuro ci sarà un Volume 4.

La frase più nota di Alan Hart, citata da molti è: «Il sionismo è il cancro al cuore delle politiche internazionali: deve essere curato prima che ci consumi tutti, ovunque nel mondo.»

Egeria
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Analisi sul probabile coinvolgimento del Mossad
negli attacchi dell’11 settembre 2001di Alan Hart
Qualunque discussione seria e onesta sugli attacchi dell’11 settembre 2001 deve iniziare con l’interrogativo: «le Torri Gemelle di New York sono crollate a causa dell’impatto degli aerei e del calore generato dal carburante?» Se la risposta è «Sì», non sarà necessario esplorare le cosiddette teorie del “complotto”. Ma se la risposta è «No», la domanda speculativa deve essere: «Chi, Come e Perché?»La mia risposta personale all’interrogativo è «No». A mio giudizio esiste evidenza sufficiente – visiva, tecnica e scientifica, oltre alle testimonianze pertinenti incluse quelle dei vigili del fuoco – per arrivare alla conclusione che nelle Torri Gemelle e nell’Edificio Sette, erano state piazzate cariche esplosive per fare collassare le Torri mediante la tecnica denominata “demolizione controllata”.Per prima cosa vorrei attirare l’attenzione sull’evidente e massiccia complicità da parte dei media di massa nel sopprimere domande e discussioni aperte sugli attacchi dell’11 settembre. Ma il nocciolo della questione è il fatto che negli ultimi 63 anni – dalla creazione dello stato sionista (e non ebraico!) di Israele per mezzo di terrorismo e pulizia etnica fino ad oggi – i media mainstream si sono resi complici dei sionisti nella soppressione della verità su come si è venuto a creare e continua ancora oggi il cosiddetto conflitto in Palestina divenuta Israele. In altre parole, i media si sono prestati a diffondere ed appoggiare le menzogne della propaganda sionista.

Le due menzogne maggiori possono riassumersi brevemente come segue.

La prima falsità è che la «povera piccola Israele» sia vissuta in costante pericolo di annientamento – che Israele ama definire «la cacciata degli ebrei in mare». La verità, come documentata in dettaglio nei tre volumi della mia opera sulla storia del sionismo, è che l’esistenza di Israele non è mai stata messa in pericolo, in nessun momento, e da parte di nessuna potenza araba singola o congiunta. L’affermazione del contrario, da parte dei sionisti, è l’espediente che ha permesso a Israele di farla franca negli ambienti che più contano, e cioè nel mondo occidentale e in America in particolare, presentando la sua aggressione come auto-difesa e sé stessa come vittima mentre in realtà è sempre stata l’aguzzino.

La seconda falsità è che «Israele non ha mai avuto interlocutori Arabi per la pace». Questa è pura propaganda senza senso. Ecco due tra i tanti esempi a prova di quanto affermo.

Primo esempio. Fin dal momento in cui arrivò al potere nel 1951, il presidente egiziano Nasser ha cercato un accordo con Israele. Infatti ha intrattenuto colloqui segreti con il ministro degli esteri israeliano Moshé Sharret, che a mio avviso è stato l’unico politico israeliano razionale del suo tempo. Per avere perseguito progetti di pace con gli Arabi, Sharett venne distrutto dal fondatore e primo premier di Israele, David Ben-Gurion.

Secondo esempio. Alla fine del 1979, il pragmatico Yasser Arafat, leader della Resistenza Palestinese e Presidente del l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), aveva preparato il terreno, dalla sua parte, per un accordo di pace con Israele sulla base di una soluzione realmente praticabile per due stati separati – una pace basata su termini che ogni razionale governo e popolo israeliano avrebbe accettato con sollievo. Ma a quel tempo – come ancora oggi – i leader di Israele e la maggioranze dei suoi cittadini ebrei non erano razionali.

Prima degli attacchi dell’11 settembre, l’esempio più significativo per denunciare la complicità dei media nell’insabbiamento della verità sul conflitto in Medio Oriente è l’attacco di Israele alla nave americana USS Liberty, avvenuto l’8 giugno 1967, il quarto giorno della Guerra dei Sei Giorni.

Ho assistito personalmente a quanto è successo quel giorno. Sono stato il primo corrispondente di guerra occidentale ad arrivare sulle sponde del Canale di Suez perché mi trovavo insieme alle forze israeliane in avanzamento nel deserto del Sinai. L’attacco alla nave Liberty ha ucciso 37 militari della Marina americana e ferito gravemente altri 90.

Se le cose si fossero svolte secondo i piani dell’uomo che ha ordinato l’attacco, il ministro israeliano alla Difesa Moshé Dayan [il terribile signore della guerra con la benda nera sull’occhio] la Liberty sarebbe stata affondata con tutti a bordo, non lasciando alcun testimone per raccontare cosa realmente accadde.

Ora, se si fosse trattato di un attacco Arabo/Musulmano ad una nave americana, è ragionevole speculare che gli americani avrebbero risposto con ritorsioni militari, se non addirittura con una dichiarazione di guerra alla nazione ritenuta responsabile. Ma non si trattava di un attacco Arabo [bensì di un attacco israeliano, che i sionisti hanno giustificato dicendo agli americani che si fosse trattato di errore]. E cosa fece allora il presidente americano Johnson? Per timore di offendere la Lobby sionista e i suoi tirapiedi nel parlamento americano, ha ordinato l’insabbiamento che rimane in vigore ad oggi. E i media compiacenti si sono prestati al gioco replicando la menzogna, come fanno tutt’ora.

Ora fornisco in sintesi la mia analisi sul possibile e probabile coinvolgimento del Mossad negli attacchi dell’11 settembre. Due sono i possibili scenari – A e B.

Nello scenario A non è da escludere che il piano sia stato inizialmente congetturato da parte di un gruppo Arabo/Musulmano. Ma se anche questo fosse vero, il Mossad avrebbe avuto una pista interna quasi immediatamente. Fin dalla nascita dello stato sionista, il Mossad ha messo in atto strategie a tappeto per l’infiltrazione di agenti segreti all’interno di ogni regime Arabo, comprese le istituzioni militari e i servizi di sicurezza, e all’interno di ogni Movimento di Liberazione degli Arabi/Musulmani e di ogni gruppo terroristico. Molti degli agenti più validi erano ebrei del Nord Africa e del Marocco in particolare, perché potevano tranquillamente passare per Arabi – infatti tra un attimo vi racconterò in sintesi la storia su come il Mossad abbia infiltrato l’organizzazione terrorista di Abu Nidal.

Sempre rimanendo nello scenario A – che prevede che il Mossad abbia scoperto il piano per l’attacco dell’11 settembre ideato da un gruppo islamista. La domanda è: il Mossad lo avrà poi raccontato a qualcuno? La mia ipotesi è che ne abbia messo al corrente i propri alleati nelle sfere di potere neo-con/sioniste americane – ebrei e non-ebrei – tra cui il vice-presidente Dick Cheney (che personalmente chiamo «il vero dottor Stranamore») e altre figure come Paul Wolfowitz e Richard Perle, oltre a informare gli appositi contatti nella CIA. In questo scenario il Mossad avrebbe posto la domanda: «che ne facciamo di questo piano?» – a cui sarebbe seguita un risposta del tipo: «lo useremo come il pretesto che cercavamo, simile a quello di Pearl Harbour».

Secondo questo scenario, gli attacchi dell’11 settembre – seppure inizialmente un’idea Arabo-Musulmana – fu il risultato di una congiura tra i servizi segreti israeliani e le sfere di potere neo-con americane.

Il Mossad e il terrorismo di Abu Nidal

Prima di passare allo scenario B racconterò in breve la storia su come il Mossad penetrò le fila del gruppo terroristico di Abu Nidal. Per la cronaca, Abu Nidal era un membro di Fatah ai tempi di Arafat, ma se ne separò quando divenne evidente che Arafat era venuto a patti con la realtà dell’esistenza di Israele e stava in effetti preparando il terreno – dalla parte Palestinese – per un compromesso con Israele. Il gruppo di Abu Nidal stabilì le sue basi in prevalenza in Iraq e fu responsabile delle uccisioni, soprattutto su suolo europeo, di oltre 20 degli emissari di Arafat, allora in missione all’estero per colloqui segreti con i governi occidentali aventi lo scopo di informare circa le intenzioni serie della PLO e del gruppo dirigente di Fatah, in merito al compromesso con Israele.

Da una successiva indagine effettuata da parte di Arafat e Abu Iyad, capo del contro-spionaggio di Fatah, emerse che Abu Nidal da tempo si era dato all’alcool – era arrivato a consumare anche due bottiglie di whisky al giorno ed era quasi costantemente ubriaco. In effetti era il suo braccio destro – il numero due dell’organizzazione – a occuparsi degli affari del gruppo. Era lui a decidere chi doveva essere assassinato ed era lui a dirigere le operazioni. Il braccio destro di Abu Nidal era un agente del Mossad.

[E ora la storia prende una piega decisamente macabra e contorta, nella migliore tradizione del Mossad]. Furono in effetti due studenti palestinesi di Londra a ricevere dal gruppo di Abu Nidal l’incarico di assassinare l’ambasciatore israeliano Argov. E fu appunto quel tentato di assassinio, nel 1982, a fornire al premier israeliano Begin e al ministro alla difesa Ariel Sharon Sharon [il macellaio di Sabra e Shatila] il pretesto che cercavano per lanciare l’invasione del Libano, arrivando fino a Beirut, con l’obiettivo di sterminare l’intera leadership della PLO [appunto rifugiata in Libano] e distruggere la sua infrastruttura … Ma l’ambasciatore Argov sopravvisse e mangiò la foglia: molto tempo dopo l’attentato dichiarò di sospettare la responsabilità di Israele nel tentativo di assassinarlo.

Nello scenario B va considerato che alcuni dei presunti attentatori Arabi/Musulmani dell’11 settembre erano sorvegliati da parte di vari servizi segreti occidentali negli anni che precedettero gli attacchi. I servizi segreti che li monitoravano, ritenendoli possibili o probabili terroristi, erano tra l’altro quelli delle Germania, dell’America e di Israele.

In questo scenario non è da escludere che l’idea per gli attentati dell’11 settembre fosse suggerita a possibili/probabili terroristi Arabi/Musulmani da parte di agenti del Mossad.

Secondo questa ipotesi, sarebbe stato il Mossad a essere in effetti l’architetto del piano, con figure chiave nelle sfere neo-con sioniste americane a prendersi cura delle modalità che avrebbero garantito il risultato sperato, e cioè che gli attacchi avrebbero colpito gli obiettivi programmati. Considerando tutti gli aspetti di quanto accadde quel giorno, sono dell’avviso che il presidente Bush non fosse coinvolto nei preparativi per l’11 settembre. Penso fosse Cheney ad essere in controllo delle operazioni dalla parte americana, in quella che essenzialmente è stata un’operazione del Mossad eseguita sotto falsa bandiera (false flag operation).

Domanda: in che modo l’11 settembre ha servito gli interessi della psicopatica destra israeliana e dei suoi associati neo-con in America?

Nel loro modo di vedere le cose, Saddam Hussein [ex leader dell’Iraq] rappresentava l’unico ostacolo prevedibile al progetto della Grande Israele per il permanente dominio militare del modo Arabo. Accusando falsamente l’Iraq di coinvolgimento negli attentati dell’11 settembre, i sionisti e i loro associati neo-con americani hanno creato il pretesto che serviva per convincere Bush a entrare in guerra.

Come sappiamo, non era certo un segreto l’intenzione dei sionisti di disfarsi di Saddam Hussein. Nel 1996, sotto la direzione di Richard Pearl – che negli ambienti informati viene chiamato «il Principe delle Tenebre» – le sfere sioniste americane presentarono una proposta di legge [per Israele] mediante un documento dal titolo «Un taglio netto: una nuova strategia per salvaguardare il Regno». [Alan Hart sottolinea spesso nei suoi articoli che i politici sionisti americani e altre figure chiave sioniste negli ambienti di potere americani non operano per occuparsi degli interessi americani ma esclusivamente di quelli di Israele – un paese straniero! Ma lo stesso succede nei maggiori paesi europei, pur essendo la cosa meno nota al pubblico].

Il documento sollecitava il nuovo premier Netanyahu ad agire con decisione nel dare un taglio netto alle politiche del suo predecessore Yzak Rabin, inclini alle trattative di pace con l’OLP al costo di ‘concessioni’ di terre. Secondo il documento, la rivendicazione di Israele dell’intero territorio occupato era «legittimo e nobile». Diceva il testo: «Solo il riconoscimento incondizionato dei nostri diritti da parte degli Arabi costituisce una base solida per il futuro [il nostro del testo tradisce la totale identificazione dei politici e funzionari sionisti americani con Israele, non con gli USA, n.d.t.]. Solo dopo il taglio netto Israele sarebbe «libera di configurare la propria struttura strategica». E cosa avrebbe comportato ciò? Tra l’altro a «ristabilire il principio dell’attacco preventivo, … perseguire l’obiettivo di rimuovere Saddam Hussein dal potere in Iraq … contenere e indebolire la Siria, l’Iran e Hezbollah nel Libano».

In effetti, i «risolutori» del sionismo in USA e i loro associati neo-conservatori avevano da tempo un progetto in cantiere per disfarsi di Saddam Hussein. Erano furiosi quando Bush padre si era rifiutato di completare l’opera iniziata diversi anni addietro quando metteva insieme una coalizione per cacciare l’Iraq dal Kuwait [in quanto minaccia all’egemonia israeliana e al flusso di petrolio per gli USA]. Di conseguenza i «risolutori» americani a servizio del sionismo e i loro soci neo-con avevano bisogno di due cose: un presidente abbastanza stupido da credere ai loro deliri – e lo trovarono in “W” Bush; e poi un evento alla stregua di Pearl Harbour come pretesto per entrare in azione – che venne fornito con l’11 settembre.

Ma l’11 settembre era molto più di questo. In effetti dal punto di vista dei sionisti rappresentava una soluzione vincente in tutti i sensi.

Come era facile prevedere, dopo l’11 settembre un’ondata di crescente islamo-fobia attraversò l’intero mondo occidentale e in particolare gli Stati Uniti d’America. Nelle menti del pubblico americano disinformato e ignaro – e quindi della maggioranza degli americani – fu rinforzato il falso credo propagato dal sionismo che Israele rappresentasse per l’America l’unico vero alleato affidabile nell’intera regione Araba e Islamica.

Come dico nella mia introduzione al Volume 1 dell’edizione americana del mio libro sulla storia del sionismo, quando gli Americani hanno chiesto: «Perché loro ci odiano?», con «loro» intendevano più o meno tutti gli Arabi e Musulmani ovunque nel mondo. Ma io chiedo: «Cosa avrebbero potuto apprendere gli Americani se il presidente Bush, invece di precipitarsi a dichiarare la sua guerra al terrorismo globale, si fosse impegnato affinché la domanda ricevesse una risposta seria?»

La risposta completa ed esauriente al «perché loro ci odiano» viene fornita per mezzo dei tre volumi del mio libro. Ma una risposta breve viene fornita nella mia introduzione all’edizione americana dell’opera, ed inizia con l’affermazione che la stragrande maggioranza degli Arabi e Musulmani ovunque nel mondo NON odia l’America o gli Americani. Ciò che odiano dell’America sono le sue politiche estere e il suo «doppio standard» – l’ipocrisia dei «due pesi e due misure» che adotta nei confronti delle diverse nazioni, e in particolare il suo supporto incondizionato per Israele che sistematicamente si prende gioco di ogni Risoluzione ONU, dimostra disprezzo per il Diritto Internazionale e le Convenzioni per i Diritti Umani ed è votata al terrorismo di stato … La realtà è che per decenni molti Arabi e Musulmani avrebbero voluto avere la possibilità di emigrare in America per una vita migliore. Oggi, tuttavia il numero di Arabi e Musulmani che opterebbero per la cittadinanza e residenza americana si è ridotto all’osso, perché – triste a dirsi – il mostro dell’islamo-fobia è stato sguinzagliato attraverso il «Paese degli uomini liberi» e si sta sfregando le mani.

A differenza del pubblico americano, la maggioranza degli Arabi e altri Musulmani è ben consapevole che il supporto incondizionato per Israele non è nell’interesse dell’America. In effetti non è nell’interesse di nessuno, compresi gli ebrei ovunque nel mondo e la stessa Israele.

* * *

L’articolo originale in inglese è pubblicato qui , e rappresenta la seconda parte di un post che inizia con una lettera aperta indirizzata ad Abe Foxman della ADL – Anti-Defamation League.

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