Archivi del giorno: 6 ottobre 2011

ComeDonChisciotte – LE MIE NOTTI CON GLI INDIGNATI

Fonte: ComeDonChisciotte – LE MIE NOTTI CON GLI INDIGNATI.

DI MICHAEL MOORE
repubblica.it

New York ha otto milioni di persone: e un milione vive in povertà. È una vergogna. Eppure il sistema non si ferma qui.
Non importa quanta vergogna possiamo provare: la macchina va avanti – per fare altri soldi. Per trovare nuovi modi di imbrogliare la gente che lavora. Nuovi modi per accaparrarsi le pensioni: di rubare ancora di più. Ma qualcosa sta succedendo a Liberty Plaza.

Sono stato a Liberty Plaza per un paio di notti. E ci tornerò. Sapete? Stanno facendo un gran lavoro laggiù. E stanno ricevendo sempre più sostegno. L´altra notte il sindacato dei ferrotranvieri – gli autisti di bus, gli autisti della metropolitana – ha votato con entusiasmo per sostenere la protesta. Tre giorni fa 700 piloti di linea – soprattutto United e Continental – hanno marciato su Wall Street.

Non so se avete avuto modo di vedere queste cose nei tg. So bene com´è andata la copertura fin qui: vi hanno mostrato pochi hippy che picchiavano duro sui tamburi – le cose tipiche che cerca la stampa. Per carità: che Dio benedica gli hippy che picchiano sui tamburi! Ma c´è una ragione per cui “loro” vogliono farci vedere solo questo. E allora ve lo dico io che cosa ho visto in quella piazza. Ho visto i giovani. Ho visto gli anziani. Ho visto la gente di tutti i tipi e di tutti i colori e di ogni religione. Ho visto anche la gente che vota per Ron Paul (il candidato presidenziale ultraconservatore che vuole abolire la Banca centrale). Voglio dire: è un gruppo di gente davvero assortita. Ci stanno le infermiere in quella piazza. Ci stanno gli insegnanti in quella piazza. Gente di ogni tipo.

Martedì ci sarà una nuova manifestazione: anche gli autisti di autobus e della metropolitana marceranno su Wall Street. E ho già sentito dire che l´Uaw (il sindacato degli operai dell´automobile) sta pensando a qualcosa del genere. Pensate: il loro incubo peggiore diventa realtà. Gli hippy e gli operai dell´auto che marciano insieme! Ma vedete: la gente ha capito. E tutta questa storia sulle divisioni interne e questo e quell´altro: alla gente non gliene importa più niente. Perché stavolta si tratta dei propri figli: che rischiano di non poter più andare al college. Stavolta si rischia di restare senza un tetto. Questo è quello che è davvero in gioco.

Ma quello che mi sembra più strano e bizzarro, dei ricchi, è come abbiano deciso di strafare fino a tanto. Voglio dire: gli stava andando tutto così bene. No: per loro non era abbastanza. Per i nuovi ricchi non era abbastanza. I nuovi ricchi che hanno fatto quattrini non grazie a buona idea. Non a un´invenzione. Non con il loro sudore. Non con il loro lavoro. I nuovi ricchi che si sono arricchiti con i soldi degli altri: con cui hanno giocato come se fossero al casinò. Soldi su soldi. E adesso ci ritroviamo con una generazione di ragazzi per cui gli eroi da seguire sono quelli dei canali tv di business: quelli che si sono arricchiti facendo soldi su quelli che fanno soldi su quelli che fanno i soldi… Ma quanto bisogno avremmo di giovani che si mettessero al lavoro per salvare questo pianeta? Per trovare le cure a tutti questi mali. Per trovare un modo di portare acqua e servizi igienici ai miliardi di persone su questa Terra che non ne hanno.

Questo è ciò che ci vorrebbe. E invece le 400 persone più ricche di questo paese oggi hanno più ricchezza che 150 milioni di americani messi tutti insieme. Dicevano: oh, sarà uno di quei numeri che Michael Moore butta giù. Beh, è una statistica vera: verificata da Forbes e da PolitiFact. Le 400 persone più ricche di questo paese hanno più ricchezza che 150 milioni di persone messe insieme! Ma questa non si può chiamare democrazia. La democrazia implica una qualche sorta di eguaglianza: una qualche sorta di egalitarismo. Io non dico che ogni pezzo della torta dev´essere della stessa misura: però non siamo andati ormai oltre?

Ma ora c´è questa buona notizia. Perché fino a quando avremo qualcuno che pone delle sfide alla nostra democrazia – fino a che la Costituzione resterà intatta – vorrà dire che ciascuno di noi avrà lo stesso diritto di voto dei signori di Wall Street: una persona vota per una persona. E loro potranno pure comprare tutti i candidati che vogliono: ma la loro mano non guiderà la nostra mano quando saremo in cabina. Questo è il messaggio da gridare forte: da fare arrivare a quei milioni di persone che si sono arresi – o che sono stati convinti e fuorviati per ignoranza. Ecco: se riusciremo a far arrivare il nostro messaggio, beh, per quei 400 sarà il peggiore degli incubi. Perché l´unica cosa che sanno fare bene sono i conti. E sanno che noi siamo un fottìo più di loro. Dipende solo da noi. Basta svegliarsi al mattino e dire ok, adesso basta, fine. Ho deciso di impegnarmi. E ho deciso di coinvolgere 10 persone tra i miei vicini. Questa adesso è la nostra missione: impegnarci. Per questo vi dico: sostenete la protesta di Liberty Plaza.

Micahel Moore
Fonte: http://www.repubblica.it
2.10.2011

(testo raccolto da Angelo Aquaro durante la presentazione dell´ultimo libro di Moore al St. Mark´s Bookstore, la storica libreria indipendente di New York che sta lottando per non chiudere)

ComeDonChisciotte – CENTINAIA DI TRILIONI DI DOLLARI IN DERIVATI

Fonte: ComeDonChisciotte – CENTINAIA DI TRILIONI DI DOLLARI IN DERIVATI.

FONTE: argentofisico.blogspot.com

Traduciamo quest’articolo pubblicato da Zero Hedge qualche giorno fa.

CENTINAIA DI TRILIONI DI DOLLARI

A questo ammonta la quantità di cartaccia che il sistema bancario si è inventato e ha fatto crescere a dismisura sino a quello che è oggi. Ricordiamo che il debito pubblico degli Stati Uniti, questo mostro terribile, ammonta a circa 14,5 Trilioni. Il prodotto interno lordo degli USA vale circa la stessa cifra. Il nostro terribile debito pubblico ammonta a meno di 2 Trilioni di euro. Il prodotto interno lordo del Pianeta Terra si aggira sui 62 Trilioni di dollari. E JPMorgan Chase da sola ha contratti derivati per 78 Trilioni di dollari…Cinque banche hanno il 96% dei 250.000.000.000.000 di $ in derivati americani

L’ultimo rapporto trimestrale dell’ Office Of the Currency Comptroller è appena uscito e come al solito ci presenta in un formato incisivo, chiaro e molto impressionante il fatto che le 4 banche più grosse negli USA contano nel sistema finanziario per un ammontare di rischio da derivati massicciamente sproporzionato.

Nello specifico, dei 250 Trilioni di dollari in valore nominale lordo in contratti derivati (comprese Interest Rate, FX, Contratti Equity, Commodity e CDS) delle 25 maggiori banche commerciali (un numero che sale a 333 Trilioni di dollari se guardiamo alle 25 principali Bank Holding Companies) 5 banche da sole (in realtà 4) contano per il 95,9% di tutte le esposizioni sui derivati (la HSBC ha rimpiazzato la Wells nella top 5 delle banche, che con i suoi “soli” 3,9 Trilioni di dollari in esposizione nei derivati è ben distante dalla Goldman, 4° classificata, coi suoi 47,7 Trilioni).

Le top 4:

JPMorgan Chase, 78 trilioni di esposizione in derivati

CitiBank, 56 Trilioni di esposizione in derivati

Bank of America, 53 Trilioni di esposizione in derivati

Goldman Sachs, 48 Trilioni di esposizione in derivati

Queste quattro insieme fanno il 94,4 % dell’esposizione totale.

Come da tradizione il cuore dell’esposizione consolidata sono gli Interest Rate swaps ( 204.6 trilioni di dollari ), seguiti dal FX ( 26.5 trilioni di dollari ), i CDS ( 15.2 trilioni di dollari ), e le Equity e le Commodity con 1.6 trilioni di dollari e 1.4 trilioni di dollari rispettivamente.

Ed eccovi servita la definizione di Too Big To Fail, Troppo grosse per crollare: le banche più grosse non solo stanno diventando sempre più grosse ma la loro esposizione al rischio ha raggiunto i massimi di sempre e in crescita di 5,3 Trilioni nel primo trimestre, visto che per generare un penny in più di ritorno devono rischiare sempre di più nel mercato dei derivati.

A questo punto un economista al suo PhD se ne dovrebbe uscire urlando: “Queste sono un sacco di stronzate. Ci sono i netting bilaterali che eliminano quasi totalmente l’esposizione delle banche!”

Vero: questo è esattamente quello che dirà anche la OCC. Come ci mostra la tabella qui sotto, concordemente col capo regolatore dello spazio dei derivati nel secondo trimestre il netting benefit è ammontato a un quasi record del 90,8 % dell’esposizione lorda, quindi, anche se sembrano massici quei XXX Trilioni di dollari, i numeri sono piuttosto.. piuttosto piccoli, no?

… Falso.

Il problema col netting bilaterale è che è basato su un presupposto grandemente fallace e cioè che in un collasso ordinato tutti i contratti derivati saranno onorati dalle banche di emissione (in questo caso la company che ha venduto la protezione, e che chi ha comprato la protezione spera compenserà la protezione che a sua volta il compratore ha già venduto).

Il miglior esempio di come il vizio di fondo dietro il netting bilaterale abbia quasi distrutto il sistema è l’AIG: la compagnia di assicurazioni è stata ad ore di distanza dal rendere carta straccia trilioni di contratti derivati quando è stata sul punto di implodere, lasciando tutti quelli che avevano comprato la protezione di quella società in braghe di tela, una contingenza che solo la Goldman ha salvato comprando protezione dalla AIG.

Il caso Lehman insegna che se va bene si recuperano 20 cent per ogni dollaro. E no, neanche la risoluzione di Frank Dodd potrebbe farci niente per evitare un epico collasso del sistema.

Infine vi presentiamo l’esposizione per prodotto delle più grosse banche commerciali. In particolare vogliamo favi notare che mentre la maggior parte delle banche hanno la parte preponderante della loro esposizione in derivati in IR swaps “plain vanilla” (che in media contano per più dell’80% del totale) Morgan Stanley, e nello specifico la sua banca commerciale con sede nello Utah, Morgan Stanley Bank NA, ha quasi esclusivamente un’esposizione legata coi ben più rischiosi contratti ForEx, per il 98,3 % del suo totale di 1,793 Trilioni.

Per una banca che non ha i guard-rail dei depositi e che ha una massiccia esposizione in banche Europee, anche pensando che altre varie banche si muoverebbero a salvare la Morgan Stanley, il fatto potrebbe forse fare alzare qualche sopracciglio…

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Articolo originale: Five Banks Account For 96% Of The $250 Trillion In Outstanding US Derivative Exposure; Is Morgan Stanley Sitting On An FX Derivative Time Bomb?

Fonte: Cinque banche hanno il 96% dei 250.000.000.000.000 di $ in derivati americani

ComeDonChisciotte – LA FILOSOFIA ALLA BASE DEL MOVIMENTO “OCCUPIAMO WALL STREET”

Fonte: ComeDonChisciotte – LA FILOSOFIA ALLA BASE DEL MOVIMENTO “OCCUPIAMO WALL STREET”.

DI VIJAY PRASHAD Counter Punch

Gli speculatori non possono fare nulla di male, sono come bolle su un flusso costante di impresa. Ma il problema si fa serio quando l’impresa diventa la bolla in un vortice di speculazione. Quando lo sviluppo del capitale di un paese diventa un sottoprodotto delle attività di un casinò, il lavoro rischia di essere danneggiato.”

 

John Maynard Keynes, 1936

 

Il Rapporto sulla Stabilità Finanziaria Globale del Fondo Monetario Internazionale (FMI) è in genere molto sobrio nella sua valutazione del mondo. L’ultimo rapporto, pubblicato il 21 settembre, avverte che l’economia mondiale sta entrando in una “zona di pericolo”. Il FMI declassa la sua stima per la crescita mondiale da un già basso 4,3 al 4 per cento, con la crescita degli Stati Uniti tagliata dal 2,7 all’1,8 per cento.“Per la prima volta dopo il Rapporto sulla Stabilità Finanziaria del 2008, i rischi per la stabilità finanziaria globale sono aumentati, segnalando una parziale inversione nei progressi fatti negli ultimi tre anni.” In altre parole, tutte le misure adottate per arginare l’emorragia causata dalla crisi del credito mondiale dal 2008 in poi hanno fatto il loro corso e siamo tornati di nuovo al giorno in cui la Lehman abbassò le saracinesche.

 

Il FMI non ha potuto ignorare la continua crisi politica ed economica nella zona euro, così come non ha potuto non tenere conto del declassamento del rating degli Stati Uniti. Né del resto potrebbe il FMI essere cieco dinanzi alle turbolenze dei mercati finanziari (la cui più drammatica vittima è stata UBS, dove il desk “Delta One”* è stato travolto per la propria posizione svantaggiata nei confronti della volatilità del franco svizzero).Tre processi hanno inasprito il rapporto del FMI: in primo luogo, gli Stati Uniti non sono stati in grado di guarire dal trauma acuto che il loro mercato immobiliare ha subito; in secondo luogo, le banche europee sono entrate in un ciclo di retroazione negativo dovuto al tentativo di bilanciare gli angoscianti pagamenti nei confronti del Club Med (dal Portogallo alla Grecia) con le loro riserve, e in ultimo, i bassi tassi di interesse hanno fatto allontanare la finanza privata dal mondo reale per farla entrare nel furtivo mondo del sistema bancario ombra (hedge fund e così via).

 

Sia Olivier Blanchard, capo economista del FMI, che José Viñals, consulente finanziario presso il Dipartimento Monetario e dei Mercati Capitali del FMI, sono sembrati un po’ più nervosi del solito. Viñals conosce la posta in gioco nell’eurozona. Egli era il vicegovernatore della Banca di Spagna, dove le riserve finanziarie hanno un aspetto negativo quanto le riserve d’acqua nel Comune di Dirt (Rango, 2011).

 

L’austerità è stata il mantra del mondo atlantico. Si presume che, se i bilanci pubblici saranno epurati della spesa sociale per far quadrare i conti, la crescita ne risentirà. Questo è uno strano tipo di economia. Un problema cronico è la mancanza di domanda effettiva (“la fiducia dei consumatori”); tale mancanza è imputata negli Stati Uniti all’appiattimento dei salari con momentanee trasfusioni di “fiducia”, prodotte da credito a buon mercato che hanno creato una bolla che deve ancora scoppiare, quella del debito personale, il quale nel maggio 2011 ammontava a 2.400 miliardi di dollari. I tagli massicci della spesa pubblica non faranno altro che appiattire la domanda e non produrranno nessuna speranza per una crescita nel breve periodo. I programmi di austerità non faranno incrementare la fiducia dei consumatori, ma effettivamente creeranno fiducia tra i finanzieri che amano l’idea del “sound finance” (sound finance è un termine usato nel sistema bancario per definire l’efficienza insita in un programma).

 

Il FMI con una mano identifica il problema e poi mette l’altra mano nel frullatore: l’attuale crisi non può essere risolta fino a quando sarà la politica a gestirla. I “leader politici in queste economie avanzate non hanno ancora dato un sostegno politico sufficientemente ampio per rafforzare la stabilità macrofinanziaria.” Gli strumenti finanziari e monetari sono stressati. C’è bisogno di una strategia più efficace di comunicazione per convincere il pubblico ad andare avanti con misure di austerità per creare il “sound finance”, e di farlo riducendo la retorica ideologica che allontana la gente da ciò che il Fondo Monetario Internazionale vede come motivazioni apolitiche. Se solo il popolo potesse rendersi conto di queste motivazioni!

 

Quello che il FMI e i governi del mondo atlantico non riconoscono, per motivi politici, è il potere della classe del capitale finanziario che controlla i mercati monetari presso cui i governi e il FMI devono andare a prendere in prestito il denaro se vogliono stimolare la spesa o fare prestiti ai paesi in difficoltà. La fiducia dei finanzieri è un’emozione molto più importante della fiducia dei consumatori.

 

In un momento di crisi, l’approccio umano sarebbe quello di stimolare la spesa fino al momento in cui milioni di persone non saranno ridotti alla condizione di una nuda vita. Per fare questo, i governi devono essere disposti, come ha detto l’economista Prabhat Patnaik, ad esercitare “un controllo adeguato sul sistema finanziario per assicurare che l’indebitamento pubblico sia sempre finanziato, in modo che lo Stato non diventi un prigioniero dei capricci dei finanzieri.” Il dibattito tra austerità e stimolo viene portato avanti come se si trattasse di due posizioni razionali, ciascuna difesa da un gruppo di persone razionali. Coloro che propendono per l’austerità sono spesso agenti della classe finanziaria, che non vogliono vedere diminuire la loro ricchezza; chi chiede uno stimolo per la spesa fa una richiesta eticamente corretta, ma senza una sfida diretta alla classe dei finanzieri ci si dibatte nelle illusioni. L’unica vera soluzione alla crisi nord Atlantica è, come disse John Maynard Keynes, l’“eutanasia di coloro che vivono di rendita”.

 

È questo impulso a sfidare direttamente Wall Street che mostra come ragionevole e necessario il movimento di protesta Occupiamo Wall Street in corso a Manhattan (non lontano da dove George Washington fu dichiarato Presidente). Coloro che hanno deciso di non lasciare le loro case incerate, e che sono stati trattati brutalmente dalla polizia di New York, hanno una soluzione istintivamente migliore per il paese di quelli che vogliono strozzare ulteriormente la domanda con l’austerità (il GOP, acronimo di Grand Old Party, soprannome del partito repubblicano degli Stati Uniti) e di coloro che vogliono chiedere uno stimolo alla spesa, senza però mettere in discussione i mandarini finanziari che preferiscono che l’economia americana si dibatta in una palude perdendo il proprio potere sul sistema economico mondiale (Obama).

 

In assenza di una lotta contro il capitale finanziario, chiedere l’austerità è un atto di crudeltà, mentre chiedere uno stimolo per la spesa è illusorio.

 

Il FMI e la classe politica degli Stati Uniti non intendono contestare la classe finanziaria. Infatti, il FMI mette in guardia contro “la repressione finanziaria“, “con i fondi sovrani sotto stress finanziario e le economie che lottano per ridurre la leva finanziaria**, i politici potrebbero essere tentati di sopprimere o aggirare i processi del mercato finanziario e le informazioni.” Questo è da evitare, dice il Fondo Monetario Internazionale. Vogliono che i salvatori provengano dal Sud del mondo, essendo questi”, dice il FMI, ” in una fase più avanzata del ciclo del credito”. Quello che il FMI vorrebbe vedere è la Cina e l’India consegnare le loro eccedenze al Nord come stimolo, per consentire a questi di esportare di meno e importare di più.

 

Quello c’è di strano è che è stato proprio il Fondo Monetario Internazionale ad agire come la lancia del capitale internazionale, quando ha voluto che l’India e la Cina divenissero delle economie orientate all’esportazione e non portassero avanti politiche nazionali per lo sviluppo. La Cina è ora regredita a esportare prodotti a basso prezzo nelle economie dell’Atlantico e i suoi problemi con una domanda effettiva rendono difficile per le sue masse acquistare prodotti fatti nell’Atlantico. Invece di aspettarsi che questi paesi trasformino la loro ricchezza creando domanda nei loro paesi (sollevando le loro popolazioni dalla povertà, realizzando spesa infrastrutturale, creando nuovi mezzi tecnologici per evitare la catastrofe ecologica), il FMI vuole che gestiscano i loro “squilibri finanziari” inviando i loro soldi al Nord. Niente del genere è stato chiesto al Nord negli anni ‘80 e ‘90, quando le frecce finanziarie puntavano nella direzione opposta.

 

I cinesi ora dicono che potrebbero aiutare l’eurozona se l’Europa si adeguerà ad alcune “condizioni” poste dai cinesi (nella lingua del FMI, “condizioni” significa aggiustamenti strutturali, come il taglio nella spesa sociale attuato nel Sud durante gli anni ’80 come precondizione per i prestiti). I cinesi vogliono che gli europei interrompano le loro azioni legali sulle violazioni del mercato, che è un altro modo per dire che i cinesi vogliono intaccare il regime di proprietà intellettuale, uno dei pochi meccanismi di sinistra che garantiscono la crescita senza lavoro che sostiene gli Stati Uniti. Perché la Cina va bene oggi? Il FMI dice che sta facendo bene per la sua “politica indotta dal boom dei prestiti”, noto anche come lo stimolo ricevuto nell’ottobre 2009 in assenza della potenza incontenibile della capitale finanziario.

 

È molto più facile addossare le colpe alla Cina piuttosto che puntare il dito contro la classe finanziaria. Tutti i discorsi sulla rivalutazione monetaria e gli ostacoli al commercio sono chiacchiere fatte da azzeccagarbugli che non hanno argomenti reali. Giù a Wall Street, gli americani comuni hanno deciso di resistere contro il capitale finanziario. Non hanno bisogno di ricorrere al rullio dei tamburi della xenofobia economica o alla illusione che i Buffet del mondo siano i precursori della giustizia sociale. Quello che vogliono è che lo stivale di finanza per essere sollevato il popolo del mondo.

 

VIJAY Prashad è il presidente George and Martha Kellner Chair of South Asian History and Director of International Studies presso il Trinity College, Hartford, CT . Il suo libro più recente, Le Nazioni più tetre: Storia dei popoli del Terzo Mondo, ha vinto il Muzaffar Ahmad Libro Premio per il 2009 . Le edizioni svedesi e francesi sono appena uscite. Può essere contattato all’indirizzo: vijay.prashad @ trincoll.edu

 

 

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Note:

 

* Il comparto “delta one” è quello dedicato allo scambio di contratti derivati, il cui obiettivo è di replicare le performance di qualsiasi benchmark o asset. Questi strumenti includono contratti swap, future, forward e anche ETF. Gli operatori “delta one” conducono frequentemente operazioni di arbitraggio mirate a sfruttare le discrepanze tra i prezzi dei diversi strumenti.

 

** Ridurre la leva finanziaria significa attuare un disinvestimento rimborsando il debito pregresso con la liquidità disponibile.

 

*** Warren Edward Buffett nel 2009, con un patrimonio stimato di 47 miliardi di dollari, sarebbe, secondo la rivista Forbes, il terzo uomo più ricco del mondo, dopo Bill Gates.

 

 

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Fonte: The Philosophy Behind “Occupy Wall Street”

 

26.09.2011

 

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ALESSIA

 

Acquista slancio la protesta degli ‘indignados’ a Wall Street | STAMPA LIBERA

Fonte: Acquista slancio la protesta degli ‘indignados’ a Wall Street | STAMPA LIBERA.

Continano le proteste in USA, pur nella totale omissione delle notizie e boicottaggio dei media di regime.. ndr

Domenico Zappia America24, 29 settembre 2011,

Per 12 giorni i cosiddetti ‘indignados’ americani hanno occupato le strade del distretto finanziario di New York, utilizzando Zuccotti Park come base. La loro protesta è però passata inosservata fino a quando il dipartimento di Polizia della metropoli ha effettuato oltre 80 arresti lo scorso sabato, durante una marcia organizzata dai manifestanti. L’episodio non ha solo galvanizzato ulteriormente gli organizzatori ma ha attirato l’attenzione dei media americani che avevano a lungo ignorato, bocciandola come transitoria ed insignificante, la protesta. E di celebrity come l’attrice Susan Sarandon e il documentarista Michael Moore. In settimana, entrambe le star oltre all’attivista politico Cornel West e all’ex governatore dello stato di New York David Paterson, si sono recati in visita al quartier generale di “Occupy Wall Street”.

Inizialmente la protesta nel distretto finanziario più importante del mondo è stata sottovalutata a causa della poca chiarezza degli obiettivi: non è partigiana, ma sistemica. Non è legata tanto a questioni razziali, religiose o particolari quanto a un generale senso di malessere; e non è stata organizzata da un gruppo in particolare ma è nata dallo sforzo congiunto di Adbusters, il gruppo di hacker Anonymous e Us Day of Rage.

Negli ultimi decenni gli americani si sono invece abituati ad avere una visione manicheistica del mondo. Pensate al famigerato commento dell’ex presidente George W. Bush che nel 2001 ha lanciato la Guerra al terrorismo al grido “o con noi o contro di noi”; o al rigido sistema bipartitico americano reso ancor più estremo dai media. Le rivendicazioni di “Occupy Wall Street” stridano con questa visione del mondo, non sono esattamente chiare: c’è chi protesta contro la guerra, chi contro le disparità economiche che intercorrono tra l’un per cento più ricco e il resto degli americani, chi contro la pena di morte e chi – infine – contro le inefficaci politiche ambientali del governo. Finora non è stata presentata un’unica piattaforma politica ma buona parte dei manifestanti sembrano condividere la voglia di riformare il sistema economico americano, accusato di eccessiva ingerenza a Washington.

Ciononostante, qualunque cosa viene detto a riguardo di “Occupy Wall Street”, non si può né dire che sia un movimento legato a una singola causa né che la loro sia una protesta passeggera. A discapito delle condizioni meteorologiche avverse delle ultime due settimane, i manifestanti non sembrano infatti voler allentare l’intensità della loro protesta. E decine di gruppi simili a quello degli ‘indignados’ newyorkesi stanno spuntando in tutto il Paese, da Boston a Chicago a San Francisco, da Los Angeles a Washington. Lunedì il gruppo indie-rock Deer Tick ha annunciato che, in collaborazione con il blog Brooklyn Vegan, organizzerà un concerto di beneficenza a favore dei manifestanti.

(Uno degli organizzatori di Occupy Boston, gruppo che vuole replicare quanto sta accadendo a New York)

Chi sosteneva che la protesta sarebbe stata sepolta da indifferenza e silenzio dovrà quindi ricredersi. Ciononostante, oltre a dimostrare che gli americani sono abbastanza disgustati dalla cupidigia e venalità di obiettivi delle multinazionali da accamparsi a Zuccotti Park, senza leadership e senza specifiche rivendicazioni la protesta deve ancora fornire molte risposte e assumere dei connotati più maturi se spera di sopravvivere e diventare un movimento. A parte le similitudini stilistiche e retoriche, i paralleli tra quanto sta avvenendo in America e la Primavera Araba sono – per adesso – una forzatura.

CHI HA UCCISO PAOLO BORSELLINO? Intervista esclusiva a Salvatore Borsellino

Fonte: CHI HA UCCISO PAOLO BORSELLINO? Intervista esclusiva a Salvatore Borsellino.

19 luglio 1992. Ore 16.58. Un’esplosione scuote via D’Amelio. Vengono assassinati Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta: Emanuela Loi, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina ed Agostino Catalano. Sparisce la sua agenda rossa e con essa tante scomode verità. A quasi vent’anni dall’accaduto, un uomo, più di tutti, non si rassegna di fronte a quanto ci è stato raccontato riguardo uno degli avvenimenti più tragici della storia del nostro Paese. Quest’uomo è Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo, che in questa intervista racconta luci e ombre sulla strage di via D’Amelio, da lui definita una Strage di Stato.

Quando e con quale motivazione hai sentito l’esigenza di dar vita ad un movimento come quello del Popolo delle Agende Rosse?

Dopo la strage di via D’Amelio, per cinque anni mi sono mosso per fare in modo che si venisse a conoscenza della verità: vedevo una certa coscienza civile che spingeva per far sì che si facesse luce su questa tragedia. Mi sono però reso conto di come tutto, in verità, si fosse rivelato un fuoco fatuo, e per dieci anni sono stato in silenzio. Nel 2007 ho ricominciato a parlare, soprattutto per rabbia; da un lato mi sono reso conto che molti avevano dimenticato, e che era necessario ricordare, dall’altro ho visto come molti giovani volessero verità e giustizia. Proprio questi giovani sono i veri fondatori del movimento, che è nato più da loro e dalla loro partecipazione spontanea ai miei incontri che non da me.


Gli aspetti inquietanti riguardanti la strage del 19 luglio 1992 sono tanti e poco noti ai più. Cosa ti fa pensare ad una strage di Stato? Pensi ci sia un collegamento tra certi fatti che possono apparentemente sembrare frutto di coincidenza? Cosa ti porta a pensare a dei cosiddetti “poteri occulti” dietro quest’attentato?

Quando ho ripreso a parlare, l’ho fatto anche perché era maturata in me sempre più la convinzione che questa non fosse stata una strage di mafia, ma una strage di Stato, così come, proprio nel 2007, avevo esternato in una lettera (chiamata, appunto, “19 luglio 1992: strage di Stato”) diffusissima in rete ma poco considerata dagli altri media. In questa lettera esponevo, appunto, la mia convinzione riguardo la natura di questa tragedia, e il fatto che probabilmente la morte di mio fratello sia stata causata dal suo opporsi ad una trattativa tra Stato e mafia. Dopo l’attacco frontale di Capaci da parte della mafia, la lotta contro la stessa non fu condotta in maniera decisa come doveva essere, ma anzi alcuni esponenti della politica, pezzi deviati dello Stato, decisero di scendere a patti con essa. Questa trattativa ritengo sia stata comunicata a Paolo il 1 luglio 1992 nello studio di Nicola Mancino, allora Ministro dell’Interno. Potete immaginare la reazione di Paolo di fronte alla richiesta, anzi, quasi all’ordine, di non proseguire con le indagini sulla vicenda che gli aveva sottratto l’amico fraterno, il giudice Giovanni Falcone. Penso che tale reazione sia stata così violenta e decisa tanto da minacciare di rivelare tutto all’opinione pubblica, e penso che questo non abbia fatto altro che accelerare i tempi del suo assassinio; assassinio che, come fu detto da alcuni esponenti della cupola a Riina, e come apprendiamo da alcune rivelazioni di pentiti, era comunque stato programmato dalla mafia, ma che probabilmente sarebbe stato compiuto in un secondo momento. La scelta di anticipare i tempi fu assecondata da Riina, che sosteneva che sarebbe stato un bene per tutti, e che comunque lo doveva a qualcuno. La strage fu ben congeniata, tutto fu calcolato in maniera accurata: dal divieto di sosta che non era stato posto come era giusto che fosse (e che dunque ha consentito la presenza della 126 carica di esplosivo – esplosivo, tra l’altro, dello stesso tipo utilizzato dai militari, altro indizio sul fatto che fu una strage di Stato), ai telefoni intercettati, alle abitudini di Paolo che venivano controllate, come quella di recarsi dalla madre per portarla dal cardiologo, elemento determinante che ha fatto sì che lui lasciasse la sua borsa nella macchina, e che ha quindi favorito la scomparsa della sua agenda rossa, in cui teneva tutti i suoi appunti. Ci sono delle prove fotografiche e video del furto (in cui vediamo il capitano Arcangioli), in cui vediamo come la borsa di Paolo sia stata prelevata dalla macchina e poi vi sia stata riposta nuovamente. Al termine di quest’operazione, l’agenda rossa è sparita. I successivi depistaggi delle indagini, che avvengono puntualmente quando si parla di strage di Stato (basti ricordare Portella della Ginestra) che stanno venendo solo ora alla luce con la riapertura del caso da parte della procura di Caltanissetta, confermano la mia ipotesi.


Il capitano Arcangioli è stato prosciolto. Puoi parlarci nel dettaglio di questa vicenda?

 Nella sua celebre agenda rossa, Paolo Borsellino ha cominciato ad annotare, dopo il 23 maggio (data dall’assassinio di Falcone) tutti i suoi appunti, tra cui le rivelazioni di alcuni pentiti di rilievo, come Gaspare Mutolo, riguardanti l’infiltrazione, all’interno delle istituzioni e delle forze dell’ordine, di elementi mafiosi; rivelazioni che non erano mai arrivate a tale livello, come il tradimento di Bruno Contrada, ad esempio, o il fatto che il giudice Signorino fosse venduto alla mafia. Sette anni dopo l’assassinio, alcuni giornalisti di Antimafia2000 portarono alla luce una foto che ritraeva il capitano Arcangioli con in mano la borsa di Paolo (avvenimento confermato anche da alcune prove video). Partì dunque un’istruttoria sul caso che prese un iter tormentato, con diverse sospette richieste di archiviazione, fino ad arrivare al proscioglimento dello stesso Arcangioli. Addirittura il GUP sostenne che forse l’agenda rossa non sarebbe stata neanche presente nella borsa di Paolo, o, addirittura, che non sarebbe mai esistita (cosa impossibile data l’esistenza di alcune prove fotografiche che lo ritraggono con l’agenda). A confutare quest’ultima ipotesi vi è invece la testimonianza della moglie e della figlia di mio fratello, certe del fatto che quel giorno l’avesse con sé.

Io ho rispetto per la sentenza, anche se trovo che ci siano delle falle abnormi. Purtroppo Arcangioli non può più essere processato nuovamente perché la cassazione si è oramai espressa, anche se comunque tra le tante incongruenze sostengo che di certo se la testimonianza della moglie e della figlia di Paolo non sono state date per buone, allora si sarebbe dovuto procedere con un processo nei loro confronti per falsa testimonianza. In ogni caso, ho molta fiducia nella magistratura di Caltanissetta che ha ripreso il caso e analizzerà le prove che ritraggono Arcangioli con certi personaggi, e che potrà fare luce finalmente su questa vicenda, dal momento che credo che chi tiene in mano quest’agenda rossa ha la possibilità di tessere una rete di ricatti incrociati che ritengo reggano gli equilibri di questa nostra disgraziata seconda repubblica.

Vincenzo Scarantino. Solo oggi, dopo 19 anni, tre gradi di giudizio e le dichiarazioni di Spatuzza, si scopre in realtà che si trattava di un “colossale depistaggio” delle indagini. Pensi tutto questo sia dovuto ad una cattiva gestione del caso o c’è di più?

 Sicuramente questo è un depistaggio fatto a regola d’arte da qualcuno che aveva interesse a sviare le indagini dalla famiglia Graviano che ha organizzato la strage, piuttosto che dalla famiglia Acquasanta accusata nel primo processo. Questo non è stato sicuramente un abbaglio, dal momento che Scarantino ha rivelato diversi particolari (risultati veri) riguardanti la 126, particolari su cui sicuramente è stato istruito da qualcuno. In verità, Scarantino non era neanche un mafioso, dal momento che per la propria condotta morale (per il fatto che frequentasse dei transessuali) non era conforme a quel codice etico che regola la vita degli uomini d’onore; non era un affiliato, un cosiddetto “punciutu”, ma un semplice balordo. Mentre dalla procura di Palermo la testimonianza di Scarantino non era ritenuta credibile, la procura di Caltanissetta, retta allora da Tinebra, la tenne per buona. Diciamo che Scarantino fu gettato nella mischia per proteggere gli effettivi responsabili della strage, i Graviano, uno dei quali pare sia stato proprio colui che ha premuto il telecomando nei pressi di via D’Amelio, e non dal castello Utveggio, come si ipotizzava. Comunque, nel castello Utveggio era presente un centro d’ascolto dei servizi segreti. La famiglia Graviano doveva essere tenuta lontana dalle indagini, per i contatti con tali servizi e con alcuni personaggi come quel Marcello Dell’Utri condannato poi a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, e, attraverso quest’ultimo, con quello che è, purtroppo per noi, fino ad oggi, il nostro Presidente del Consiglio. Anzi, il Presidente del Consiglio, non “il nostro”.

Parliamo della presunta trattativa tra Stato e mafia. Hai sempre sostenuto che questa sia stata causa diretta ed abbia accelerato la morte di tuo fratello; il generale Mori, invece, sostiene che quegli incontri con Ciancimino padre non fossero altro che un tentativo per far sì che collaborasse con la giustizia. Cosa ti fa pensare che si trattasse di una vera e propria trattativa, e che la mafia abbia agito da braccio armato dello Stato?

Mori sostiene questo perché è sotto processo a Palermo, e questo prevede la sua linea di difesa, però io ho piena fiducia nella magistratura e aspetto le conclusioni di questo processo. Io so che ci sono altre rivelazioni come quelle di collaboratori come Spatuzza e Ciancimino che confermano l’esistenza di questa trattativa, che si presenta quasi come un diktat della mafia allo Stato, come scritto nel famoso papello. Lo stesso Riina premeva per sapere quali fossero i terminali istituzionali con cui trattare, non fidandosi dei semplici ufficiali dei carabinieri. Sempre secondo queste testimonianze, ancora da vagliare, la mafia avrebbe trovato in quel ministro Nicola Mancino che l’1 luglio 1992 incontrò mio fratello presso il suo ufficio al Viminale, incontro da lui, oggi, rinnegato, mentendo spudoratamente. Tale incontro fu appuntato per quella data da Paolo nella sua agenda grigia, che si salvò trovandosi a casa, ed è confermato anche dal pentito Mutolo, che proprio quell’1 luglio era interrogato e che ricorda una telefonata a mio fratello dal ministro (e non, più genericamente, dal ministero).  Dopo la telefonata, Paolo si allontanò e al suo ritorno risultava essere sconvolto, come solo la notizia di una trattativa tra Stato e mafia avrebbe potuto sconvolgerlo. Per quale motivo Mancino mente così, adducendo peraltro delle scuse assolutamente incredibili, come il fatto che non conoscesse fisicamente la figura di mio fratello, quando dopo la strage di Capaci la fisionomia di Falcone e Borsellino era nota a tutti gli italiani? Probabilmente perché ha qualcosa di molto grosso da coprire e di cui è il responsabile diretto, e spero anche per questo che Mancino venga chiamato a rispondere davanti alla magistratura.

Luci e ombre del personaggio di Massimo Ciancimino. La tua opinione?

Massimo Ciancimino è una persona che collabora con la giustizia e che sicuramente ha introdotto degli elementi di verità, essendo però contemporaneamente figlio di un mafioso di un certo spessore, oltre ad avere un passato particolare: basti pensare che il padre, per fargli evitare le sue scorribande (tra donne e macchine costosissime), a volte lo incatenava al letto. È chiaro che non stiamo parlando di uno che dall’oggi al domani diventa un santo. Sì, sta collaborando con la giustizia, ma magari anche per salvare parte del tesoro di suo padre che sarà imboscato da qualche parte. Nonostante ciò, sicuramente ha fornito diverse informazioni importanti, magari con l’intento di barattarle per ottenere benefici, un po’ come fanno anche diversi collaboratori di giustizia (d’altra parte, i veri pentiti sono veramente pochi, uno su tutti Vincenzo Calcara, destinato ad uccidere mio fratello, ma che ha ribaltato la sua scala di valori grazie all’incontro con Paolo). Dunque, nonostante Ciancimino abbia fornito informazioni col contagocce e si sia comportato da millantatore – in alcune intercettazioni in cui parla con dei personaggi poco affidabili egli si vanta di poter fare ciò che voleva all’interno della procura di Palermo, affermazione alla quale i magistrati hanno reagito con gli arresti domiciliari – molte delle sue rivelazioni, su tutte quella del papello di Riina, hanno fatto ritrovare la memoria, dopo quasi un ventennio, a personaggi insospettabili come Martelli, Violante, Conso e altri, togliendo quel tappo sulla trattativa, di cui solo Mancino continua a negare l’esistenza, forse perché ne era a conoscenza diretta o perché ne era implicato. Concludendo, le rivelazioni di Ciancimino vanno vagliate attentamente dalla magistratura: si devono prendere per buone quelle la cui attendibilità è confermata, scartando il resto.

Il procuratore Vigna sostiene che non ci sono mandanti occulti dietro le stragi, o che quanto meno non è stato possibile dimostrarlo, il procuratore Scarpinato sostiene invece il contrario, e che dietro lo stragismo ci sia parte della classe dirigente italiana. Qual è il tuo pensiero a riguardo?

Sono rimasto molto sorpreso dalle dichiarazioni del procuratore Vigna, e pur nutrendo un grande rispetto per la magistratura, mi hanno fatto perdere la stima nei suoi confronti. Come può Vigna sostenere questa tesi quando ci sono magistrati, come quelli di Caltanissetta e Palermo, che dopo aver riaperto le indagini rischiano la loro stessa vita, come io penso, per cercare delle prove riguardo i mandanti occulti? La sua affermazione è fuorviante e fuori luogo: se non sono ancora state trovate le prove, forse è perché chi doveva cercarle non ha voluto trovarle oppure non ne è stato in grado, e questo non dimostra che non esistano i mandanti occulti. O forse è talmente preso dal suo ego che crede che se non c’è riuscito lui, non possano riuscirci gli altri; è meglio che lasci in pace i magistrati che stanno indagando e li lasci lavorare.

Spesso sentiamo parlare di persecuzione nei confronti dei politici da parte di una presunta magistratura politicizzata. Ma, se andiamo a vedere alcuni famosi processi, tra cui quelli di Dell’Utri, condannato in secondo grado, di Cuffaro, con condanna definitiva, e dello stesso Andreotti, non assolto, ma che ha usufruito di una prescrizione, verrebbe da pensare il contrario. Come giudichi questo vittimismo che cerca in qualche modo di screditare il lavoro della magistratura?

Credo che questa tendenza perversa nasca dall’atteggiamento del nostro Presidente del Consiglio, che preferisce, piuttosto che difendersi nei processi, difendersi dai processi. Il suo atteggiamento mira a delegittimare l’operato della magistratura, sfruttando anche le leggi ad personam appositamente scritte per lui, ma che, ovviamente, entrano in vigore per tutti, danneggiando ed ostacolando il corso della giustizia, come nel caso in cui si tenta di impedire le intercettazioni, strumento fondamentale per perseguire il crimine. Lo stesso accade per il cosiddetto processo breve, che in realtà dovrebbe chiamarsi prescrizione breve, causando una dilatazione dei tempi dei processi, con operazioni come quella che impedisce al collegio giudicante di avere la discrezionalità sui testimoni. Se uno come lui porta come testimoni tutti i presenti nell’elenco telefonico di Milano, i giudici non possono scegliere chi ascoltare e chi no, causando così la morte del processo, che diventerebbe eterno, non breve, come si fa credere all’opinione pubblica.

Se uno gode di un gruppo di avvocati come il suo (che grazie a questa legge elettorale, che impedisce ai cittadini di decidere, lui può far diventare deputati o ministri) può fare diventare il processo eterno e la prescrizione breve. Oltre tutto ciò, non capisco perché non si sia ancora arrivati ad una fase processuale in cui si discute dei mandanti occulti di questa strage, a meno che sotto non ci sia qualche altra cosa. Io ho dei validi elementi per sostenere che tra i mandanti occulti di questa strage ci sia in qualche modo quello che è il nostro Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che credo che oltre a difendersi dai processi attualmente in corso voglia difendersi soprattutto da quelli che non sono neanche potuti cominciare. Ci sono stati dei processi sui mandanti occulti, come quello di Tescaroli presso la procura di Caltanissetta, dove gli indagati si chiamavano alpha e beta oppure autore uno e autore due; beta ed autore due erano quel Marcello Dell’Utri condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, mentre invece alpha o autore uno erano lo stesso Silvio Berlusconi. La sentenza di archiviazione di Tescaroli, che non disponeva dei tempi tecnici per concludere l’istruttoria ma che ha lasciato diversi elementi validi, puntava alla riapertura del processo in futuro, come spesso fanno i pubblici ministeri. Il procedimento di archiviazione così concepito fu stravolto nelle motivazioni da Tinebra, cosa che portò Tescaroli a lasciare la procura di Caltanissetta e trasferirsi a Roma. Se questo non è un depistaggio, sicuramente è un altro ostacolo al corso della giustizia, che mi fa credere ancora di più che quella di via D’Amelio fu una strage di Stato.

La giustizia in Italia sembra avere due volti: da un lato, la procura di Caltanissetta riapre l’inchiesta su via D’Amelio; dall’altro, vediamo come troppo spesso le inchieste che includono nomi scomodi, come quelli degli alti ufficiali delle forze dell’ordine, scompaiono senza lasciar traccia. Come spieghi tutto ciò?

Così come accadeva ai tempi di Falcone e Borsellino che ci fossero dei giudici che li ostacolavano, anche oggi abbiamo dei coraggiosi magistrati che svolgono bene il proprio lavoro e che si contrappongono ad altri che lo svolgono in maniera poco trasparente, come accadeva d’altra parte anche col CSM retto da Mancino, e per ciò che ho detto riguardo quest’ultimo credo si capisca come abbia potuto influenzare gli indirizzi di quest’organo. Lo stesso Paolo Borsellino fu sottoposto ad un procedimento disciplinare per aver rilasciato un’intervista in cui denunciava la dissoluzione del pool di Palermo; non dimentichiamo che quando Caponnetto si dimise fu lo stesso CSM a volere come suo successore Meli piuttosto che Falcone, che rappresentava in qualche modo il suo erede naturale a capo del pool. Meli stesso, che affidava a Falcone casi di poco conto, ne causò l’allontanamento a Roma, dove, grazie all’influenza su Martelli, poté continuare la sua lotta. Purtroppo non esistono solo i Falcone o i Borsellino, ma anche gente come Signorino, che si suicidò dopo che Mutolo rivelò a Paolo che era venduto alla mafia, come Achille Toro, che complottò contro De Magistris, che si dimise dalla magistratura, e contro lo stesso Genchi.

La magistratura è un organo indipendente dallo Stato, ma come per tutte le istituzioni non tutte le persone sono degne del giuramento che hanno fatto alle stesse; come può succedere per la presidenza del consiglio o per altre istituzioni, può succedere anche per la magistratura.

Viene concessa la protezione al pentito Gaspare Spatuzza, si riapre il filone d’indagine su via D’Amelio e cominciano subito gli attacchi alla procura di Palermo e Caltanissetta, ed in particolare al dottor Ingroia, il tutto in un clima politico molto particolare. Si tratta della solita macchina del fango, o pensi a qualche strano meccanismo che possa dar vita ad un nuovo periodo stragista?

Più volte ho ripetuto questa cosa negli ultimi giorni: credo che questi attacchi siano cominciati quando Berlusconi, mi pare in occasione di un congresso del PDL, ha affermato che alcune procure stavano riaprendo le indagini su delle vecchie storie, sperperando del denaro pubblico. La trovo una cosa molto sospetta. Perché il Presidente del Consiglio fece quest’uscita? Aveva paura di qualcosa che poteva venire fuori dalla riapertura delle indagini? È forse una escusatio non petita o qualcosa del genere? Come può chiamare “vecchie storie” delle stragi come quelle di Via D’Amelio, di Capaci, di via dei Georgofili, il cui sangue non si è ancora potuto asciugare perché non è stata fatta giustizia? Mi piacerebbe che la gente si interrogasse su questo. Ritengo che stavolta non possiamo solo parlare di macchina del fango (si ricordi il giudice pedinato a cui sono stati fotografati i calzini), e di tutti quei procedimenti che hanno portato alla delegittimazione e all’estromissione dalla magistratura di De Magistris o di Clementina Forleo, o della procura di Salerno; credo invece che, vista l’importanza della situazione che si potrebbe venire a creare, si possa arrivare ancora una volta a dei metodi violenti, e questo me lo fa pensare anche l’analogia tra il periodo storico attuale ed il ’92: stiamo assistendo alla dissoluzione di una classe politica che sta annegando nello stesso fango di cui fino ad oggi si è alimentata. Devono nascere nuovi equilibri nel nostro Paese, Paese che si crede democratico ma che in momenti storici decisivi come questo ha sempre visto scorrere del sangue. Credo si stia attivando una sorta di “strategia della tensione”, e questo mi fa temere per la stessa vita di quei magistrati, che potrebbero andare incontro a dei metodi violenti che fino ad ora erano stati messi da parte.

Il nostro governo, ed il ministro Maroni in particolare, si fregia dei risultati ottenuti nella lotta contro la mafia, sottolineando sempre il numero di arresti effettuati. È reale tutto ciò?

Questo è un periodo in cui sono stati catturati svariati latitanti, e il governo si vanta di ciò; secondo me, invece, dovrebbe semplicemente vergognarsi e arrossire di fronte alle sue affermazioni. Credo che questi risultati delle forze dell’ordine siano ottenuti malgrado le azioni del governo, che prova e spesso riesce a togliere le armi agli stessi magistrati, come ha fatto snaturando la legge sui collaboratori di giustizia voluta proprio da Falcone e Borsellino, mettendo dei paletti secondo cui se un collaboratore di giustizia non parla entro un determinato lasso di tempo allora non può più parlare. Perché mettere questi paletti che non hanno assolutamente nessun significato se non quello di scoraggiare i collaboratori di giustizia, cosa che è accaduta anche con la protezione inizialmente negata a Spatuzza, che era esposto alle vendette della mafia, cosa che accade a chi ha la sventura di trovarsi nella situazione di un collaboratore di giustizia. Chi lo diventa, da un lato si assicura la vendetta, prima o poi, della criminalità organizzata che non dimentica, dall’altro non è protetto dallo Stato. Vogliono togliere alla magistratura il controllo della polizia giudiziaria, togliendo quindi assolutamente le armi; vogliono togliere l’obbligatorietà dell’azione penale, facendo diventare i reati da perseguire una cosa che deve essere stabilita dalla classe politica… Ci sono tutta una serie di provvedimenti che vanno in senso contrario rispetto alla lotta alla mafia. Lo stesso scudo fiscale non è altro che un riciclaggio di Stato, che permette ai criminali di far rientrare dei capitali pagando una cifra irrisoria. Ritengo dunque che il merito esclusivo di questo successo nei confronti della criminalità organizzata sia merito della magistratura e delle forze dell’ordine, e non di quel governo che fa addirittura la proposta di abolire il 41 bis. Questo si somma a tutti gli altri provvedimenti che vengono presi nei confronti di quella legislazione costruita anche grazie al sangue versato da persone come Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa e tanti altri, che qualcuno sta smantellando per pagare quelle cambiali contratte al momento della trattativa.

Gasparri ti ha definito “il fratello disistimato”, Ayala vuole farti passare per malato di mente, ma dall’altra parte vediamo come tantissimi giovani (e non) ti stimano e ti seguono, con te alla ricerca della verità. Chi è veramente Salvatore Borsellino?

Vorrei che chi è Salvatore Borsellino lo dicessero soprattutto quei tanti giovani che mi onorano della loro fiducia e che io stimo molto, e che costituiscono il nerbo di quello che è questo movimento delle agende rosse, movimento che combatte per la giustizia e per la verità. Di ciò che dice Gasparri non mi curo assolutamente, e credo sia appropriata quella battuta secondo cui lui avrebbe un unico neurone che si sente solo nel cervello; d’altra parte, visto che Gasparri non ha mai conosciuto mio fratello non so come abbia potuto fargli questa confidenza, cosa che a me non risulta. Mi hanno colpito più le affermazioni di Ayala, non tanto quelle in cui lui mi ha definito malato di mente, quanto quelle, per cui l’ho querelato (non civilmente, non mi interessano i risarcimenti, ma penalmente) in cui mi definiva un caino, e di cui deve rispondere in tribunale. Ripeto: lascio che siano quei giovani che lottano con me a giudicarmi. Io non sono altro che il fratello di Paolo Borsellino, e ho in me un grosso complesso di colpa: da un lato per aver abbandonato Palermo, scegliendo egoisticamente di andare via, mentre invece mio fratello ha fatto una scelta di amore, ed il fatto di essermi trovato a 1500 chilometri di distanza quando veniva assassinato; dall’altro per essere stato in silenzio, rassegnato, per dieci anni, dopo aver perso la speranza; speranza che nutrivo, ancora una volta da egoista, perché volevo vedere giustizia solo per me stesso, mentre solo dopo ho capito, dopo essermi mosso per rabbia, che dovevo cercare la verità per i giovani, e lotterò fino all’ultimo giorno della mia vita per far sì che questi giovani possano vedere la giustizia e vivere in un Paese migliore di quello che è oggi.

Secondo Dell’Utri, la mafia non esiste; secondo Sgarbi, è stata sconfitta. Ma allora di che stiamo parlando?

Capisco perché Dell’Utri dice che la mafia non esiste: d’altra parte, i mafiosi non la chiamano mafia, ma la chiamano Cosa Nostra. Forse è meglio chiedere direttamente a lui, visto che probabilmente è un appartenente ad essa organicamente, e non è solo un fiancheggiatore esterno. Di Sgarbi preferisco non parlare; ha minacciato di querelarmi (cosa che non ha mai fatto) quando come sindaco di Salemi ha offerto la cittadinanza onoraria a mia cognata Agnese e io mi sono ribellato. Lo considero un buon critico d’arte e nulla più di questo; ricordo i suoi continui attacchi alla magistratura quando gridava in faccia a magistrati come Caselli di essere addirittura degli assassini. Quindi mi interesserebbe sapere chi lo pagava per condurre quella trasmissione e a che scopo lo faceva.

Sia Falcone che tuo fratello credevano fermamente che la mafia si sarebbe potuta sconfiggere. Vent’anni dopo, qual è il tuo pensiero a riguardo? Quali pensi che potrebbero essere i mezzi per mettere fine a quest’incubo? Che consiglio ti senti di dare ai giovani?

Penso che la mafia si potrebbe sconfiggere soltanto se la si volesse sconfiggere. Ci sono però delle differenze. Se parliamo del braccio armato della mafia, quello si potrebbe sconfiggere in poco tempo se lo Stato piuttosto che scendere a trattative la combattesse frontalmente e non facesse gravare tutto il peso su quella magistratura che poi attacca alle spalle, così come fa il Presidente del Consiglio. La mano militare della mafia si potrebbe sconfiggere se cessasse quella rete di connivenze che ci sono tra lo Stato ed essa stessa, e se venisse combattuta globalmente, coralmente, non mandando degli uomini coraggiosi a morire da soli, come fu per Dalla Chiesa. Dunque una cosa è sconfiggere questo tipo di mafia, ed è possibile con l’impegno delle istituzioni e con dei provvedimenti legislativi necessari a combatterla anche in un regime di emergenza. È molto più difficile invece sconfiggere l’altro tipo di mafia, quella costituita da quella rete di contatti e connivenze tra quegli uomini, anche professionisti, che fa affari con essa, e la cui unica soluzione sembra essere un ricambio generazionale. Basta ricordare le parole di mio fratello, in uno dei suoi più bei discorsi, che quando parla di lotta alla mafia usa queste parole: “La lotta alla mafia, primo problema morale da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non deve essere soltanto una distaccata opera di repressione ma un movimento culturale e morale”. In queste parole c’è la chiave della lotta alla mafia, che va combattuta nelle famiglie, nelle scuole, all’interno della coscienza civile, vista come un problema culturale, e in questo caso ha un processo sicuramente più lungo. Questo è tanto vero quanto è vero il fatto che ad oggi anziché cambiare la Sicilia si è “sicilianizzata” l’Italia; quella criminalità organizzata sviluppata soprattutto nel sud del nostro Paese si è poi diffusa, e purtroppo sono stati mutuati certi meccanismi di omertà e connivenza. Concludendo, il processo di cui parlava Paolo, di cui parlava Giovanni, di sconfitta della mafia, purtroppo non lo vedo vicino. Sicuramente è possibile, ma lo sarà quando sarà tutta la coscienza civile, tutto lo Stato, sia come istituzione che come cittadini, a volere veramente l’eliminazione della mafia, e questo purtroppo è un processo, anche se certo e sicuro, lungo e difficile.

 

Quanto sopra riporta fedelmente le dichiarazioni di Salvatore Borsellino.

Giuseppe Campisi e Luca Bardaro (amedit.wordpress.com, 23-09-2011)

Grecia, monete locali contro la crisi | STAMPA LIBERA

Fonte: Grecia, monete locali contro la crisi | STAMPA LIBERA.

Volos , Grecia – La prima volta che ha comprato uova, latte e marmellata in un mercato all’aperto utilizzando non l’euro, ma una moneta di scambio informale, Theodoros Mavridis, un elettricista disoccupato, era entusiasta.

“Mi sentivo liberato, mi sentivo libero per la prima volta”, ha detto Mavridis in una recente intervista in un caffè di questa città portuale della Grecia centrale. “Io istintivamente ho messo la mano in tasca, ma non ce n’era bisogno.”

Mr. Mavridis è il co-fondatore di una rete sempre più ampia qui a Volos che utilizza la cosiddetta Unità Locale Alternativa, o TEM in greco, per scambiare beni e servizi – corsi di lingua, baby-sitting, supporto informatico, pasti cucinati in casa – e per avere sconti da alcune aziende locali.
In parte moneta alternativa, in parte baratto, in parte mercato a cielo aperto, il network di Volos è cresciuto in modo esponenziale nell’ultimo anno, da 50 a 400 membri. Si tratta di uno dei numerosi gruppi che saltano fuori in tutto il paese, man mano che i Greci, spremuti dai tagli salariali, aumenti delle tasse e crescenti timori sul fatto se continueranno a utilizzare l’euro, cercano modi creativi per far fronte a uno scenario economico in cambiamento radicale.
“Da quando c’è la crisi c’è stato un boom di questi networks in tutta la Grecia”, ha detto George Stathakis, professore di economia politica dell’Università di Creta. Nonostante il forte settore pubblico in Grecia che impiega uno su cinque lavoratori, ha aggiunto, i servizi sociali del Paese spesso non sono all’altezza di aiutare le persone nel bisogno. “Ci sono così così tante enormi lacune che devono essere compensate da nuovi tipi di networks”.

Anche il governo ne sta prendendo atto. La scorsa settimana, il Parlamento ha approvato una legge promossa dal Ministero del Lavoro per favorire la creazione di “forme alternative di imprenditorialità e sviluppo locale”, compresi i networks basati sullo scambio di beni e servizi. La legge per la prima volta riempie in una zona grigia normativa, dando a questi gruppi lo status di no-profit.
Qui a Volos, i fondatori del gruppo sono convinti di lavorare in parallelo con l’economia regolare, ispirati più da un bisogno di solidarietà nei momenti difficili che da una spinta politica per l’uscita della Grecia dall’eurozona e il ritorno alla dracma.
“Non siamo rivoluzionari o evasori fiscali”, ha detto Maria Houpis, un’insegnante in pensione e una dei sei co-fondatori del gruppo. “Noi accettiamo le cose come stanno.”
“Eppure – ha aggiunto – se la Grecia avrà una svolta verso il peggio e alla fine esce dall’euro, reti come questa sono pronte a entrare nella breccia. In uno scenario immaginario – e sottolineo immaginario – saremmo pronti per questo.”

Il concetto del gruppo è semplice. Le persone si iscrivono online e accedono a un database che è una specie di lista per soli membri. Una unità di TEM è uguale in valore a un euro, e può essere utilizzata per scambiare beni e servizi. I membri iniziano i loro conti da zero, e accumulano credito offrendo beni e servizi. Si possono prendere in prestito fino a 300 TEM, ma si è tenuti a rimborsare il prestito entro un determinato periodo di tempo.

I soci ricevono anche dei libretti di vouchers della moneta alternativa se stessa, che assomigliano a buoni regalo e sono stampati con un sigillo speciale che rende difficile la contraffazione. Questi buoni possono essere utilizzati come assegni. Diversi uomini d’affari a Volos, tra cui un veterinario, un ottico e una sarta, accettano la moneta alternativa in cambio di uno sconto sul prezzo in euro.
Una rapida occhiata al database mostra persone che offrono lezioni di chitarra e di inglese, servizi di contabilità, assistenza tecnica per i computer, sconti presso parrucchieri e l’uso dei giardini privati per le feste. C’è un sistema di valutazioni per cui le persone possono descrivere le loro esperienze, al fine di mantenere un trasparente controllo di qualità.
(La rete utilizza software open-source ed è ospitata su un server olandese, cyclos.org, che offre bassi costi di hosting.)

Il gruppo tiene anche un mercato mensile all’aperto che è un incrocio tra una vendita di oggetti usati e un mercato contadino, dove il Sig. Mavridis ha usato il suo credito in TEM per comprare uova, latte e marmellata. I beni in questione provenivano da allevatori locali coinvolti nel progetto.

“Siamo ancora all’inizio” ha dichiarato Mavridis, che l’anno scorso ha perso il suo lavoro da elettricista in una fabbrica. “Nei prossimi mesi, il gruppo spera di avere uno spazio in un ufficio dove le persone senza computer potranno collegarsi alla rete più facilmente.”

Per la signora Houpis, la rete ha una dimensione psicologica. “La cosa più emozionante che si prova quando si inizia è questo senso di collaborazione”, ha detto. “Hai molto di più di quanto dice il tuo conto in banca. Hai la tua mente e le tue mani. ”

Mentre si affaccendava sul suo tavolo da cucito nel suo piccolo negozio nel centro di Volos, Angeliki Ioanniti, 63 anni, ha detto che accetta sconti per lavori di sartoria ai membri della rete, e scambia anche lavori di cucito per aiuto con il computer. “Essere in una piccola città aiuta, perché c’è fiducia”, ha detto. In cambio di euro e moneta alternativa, vende anche olio d’oliva, olive e sapone al profumo di bergamotto fatto in casa da sua figlia, che vive nella campagna fuori Volos.

Nel negozio di ottica della sua famiglia, Klita Dimitriadis, 64 anni, offre sconti ai clienti che utilizzano moneta alternativa, ma ha detto che la rete non ha veramente ancora preso piede o portato molti affari. “E’ utile, ma ancora non funziona molto, perché tutti stanno facendo sconti”, ha detto.

In una e-mail, il sindaco di Volos, Panos Skotiniotis, ha detto che la città segue la rete della moneta alternativa con interesse ed è generalmente di sostegno alle iniziative di sviluppo locale. Ha aggiunto che la città sta guardando anche ad altri modi di gestire la situazione economica, per esempio mettendo a disposizione del suolo pubblico per una fattoria urbana comunale dove i cittadini possano coltivare prodotti per uso proprio o da vendere.

Dopo anni di consumismo sfrenato e di credito facile, queste iniziative nascenti parlano del nuovo clima in Grecia, dove l’austerità imposta ha portato la gente a unirsi – non solo per protestare in massa, ma anche per aiutarsi l’un l’altro.

Iniziative simili stanno spuntando dappertutto in Grecia. A Patrasso, nel Peloponneso, nel 2009 è stato fondato un network chiamato Ovolos, dal nome di un’antica moneta Greca, e comprende una moneta locale di scambio, un sistema di baratto e una cosiddetta banca del tempo, in cui i membri si scambiano servizi come cure mediche e corsi di lingua. Il gruppo ha circa 100 transazioni alla settimana, e volontari per monitorare i servizi illegali, ha detto Nikos Bogonikolos, il presidente e socio fondatore.

La Grecia ha avuto per lungo tempo altre reti di scambio, in particolare tra i contadini. Dal 1995, un gruppo chiamato Peliti ha raccolto, conservato e distribuito gratis semi delle varietà locali ai coltivatori, e dal 2002 opera come rete di scambio in tutto il paese.

Al di là degli scambi, vengono fuori anche altri segni di collaborazione. Quando gli autobus e i dipendenti della metropolitana di Atene sono scesi in sciopero due settimane fa, gli Ateniesi hanno inondato Twitter alla ricerca di carpools, utilizzando un account fondato nel 2009 per aumentare la consapevolezza sui problemi del trasporto ad Atene. La diffusione di questa pratica ha fatto notizia, come un segno di qualcosa di impensabile prima che la crisi colpisse.

Con l’aumento della disoccupazione sopra il 16 per cento e l’economia che continua a diminuire, molti Greci si preparano al peggio. “Le cose andranno molto male l’anno prossimo”, ha dichiarato Stathakis, il professore di economia politica.

Christos Papaioannou, 37 anni, che gestisce il sito Web per la rete a Volos, ha dichiarato: “Siamo in un territorio inesplorato”, e spera che il gruppo si espanda. “Ci saranno un sacco di cambiamenti. Forse è l’inizio del futuro. “

Divulgazione sul signoraggio: Intervista di Selvaggia Lucarelli a Marra – YouTube

Divulgazione sul signoraggio: Intervista di Selvaggia Lucarelli a Marra – YouTube.

Documenti segreti sulla tragedia di Ustica

Fonte: Documenti segreti sulla tragedia di Ustica.

Documenti segreti libici svelano la tragedia di Ustica e come Gheddafi si salvò riparando a Malta

Secondo i resoconti dei media italiani, i documenti riservati trovati negli archivi del servizio segreto libico, dopo la caduta di Tripoli, che sono ora nelle mani di Human Rights Watch, dimostrano ciò che ha provocato l’abbattimento del Dc-9 Itavia sul Mediterraneo, presso l’isola di Ustica, il 27 giugno 1980.  Ottantuno persone a bordo del volo, sulla rotta da Bologna a Palermo, sono morte.

Come si è a lungo sospettato, i documenti confermano che un missile aveva colpito l’aereo, dopo che era stato scambiato per un aereo che trasportava il leader libico Muammar Gheddafi.

Secondo i documenti, due jet francesi all’inizio attaccarono l’aereo, e poi s’impegnarono in un duello con un solitario caccia MiG, che portava le insegne della Jamahiriya, e che si pensava scortasse il colonnello Gheddafi, fino a quando non impattò nella regione montuosa della Sila, nel sud d’Italia. Il colonnello Gheddafi, informato in tempo dell’attacco, riparò a Malta, dove atterrò col suo Tupolev, secondo i documenti.

Sembrerebbe, dalle carte dei servizi segreti trovate, che Gheddafi sia stato informato dai servizi segreti italiani (SISMI), che stava per essere attaccato, e aveva cercato rifugio a Malta.

Le autorità italiane hanno isolato l’area in cui il MiG cadde, e un giornalista e un fotografo, che cercavano di scoprirne la vicenda, al momento, furono arrestati e trattenuti per ore dalla polizia, fino a che non svelarono ciò che avevano documentato. Più tardi, le autorità libiche affermarono che il pilota del MiG era in volo di addestramento, quando avrebbe perso la rotta. Il suo cadavere, che era già stato sepolto, fu riesumato; l’autopsia venne effettuata e il cadavere fu poi rimpatriato in Libia. Pochi giorni dopo, il 7 luglio 1980, una bomba distrusse gli uffici della Libyan Arab Airlines, a Freedom Square, a La Valletta, e ci fu anche un tentativo di incendio doloso dell’Istituto libico di Cultura, a Palace Square, in quel periodo.

Secondo un libro del giornalista e storico francese, Henri Weill, la bomba e l’incendio doloso furono opera dei servizi segreti francesi, lo SDECE, come anche un attacco a una nave libica, a Genova. Poi, meno di un mese dopo, il 2 agosto 1980, un’enorme bomba distrusse la maggior parte della stazione ferroviaria di Bologna, e 80 persone furono uccise. La responsabilità dell’attacco terroristico non è mai stata stabilita con certezza. Proprio questa settimana, un tribunale italiano ha ordinato al governo di pagare 100 milioni di euro di danni civili ai parenti delle 81 persone uccise nel disastro aereo del 1980, che tuttora rimane ancora uno dei misteri più duraturi dell’Italia, almeno fino a quando i documenti scoperti questa settimana, saranno studiati a fondo.

Il governo italiano ha dichiarato che avrebbe fatto ricorso contro la decisione del tribunale civile di Palermo, che ritiene i ministeri della difesa e dei trasporti responsabili di aver omesso di garantire la sicurezza del volo. Tra le altre teorie sulle cause dell’incidente, vi era quella di una bomba a bordo o che l’aereo fosse stato accidentalmente preso in mezzo a un duello aereo.

L’avvocato Daniele Osnato, che insieme a un manipolo di avvocati rappresentati i parenti delle 81 vittime, ha detto che la giustizia è stata finalmente fatta. Oltre a determinare che i ministeri competenti non erano riusciti a proteggere il volo, ha detto, il tribunale ha anche concluso che erano colpevoli di aver nascosto la verità e di aver distrutto le prove.

Un’altra teoria sul dogfight aereo, aveva avuto credito dal giudice Rosario Priore, il quale aveva inizialmente accusato dei generali di esserne i responsabili. Il giudice Priore aveva teorizzato che un missile, lanciato da un caccia statunitense o da un altro aereo della NATO, avesse accidentalmente colpito il jet di linea interna italiano, durante il tentativo di abbattere un aereo libico.

Funzionari francesi, statunitensi e della NATO, hanno a lungo negato qualsiasi attività militare nei cieli, quella notte.

Fonte originale in inglese: AlFatah69
Traduzione italiana di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Fonte: libyanfreepress 2 Ottobre 2011

BENNY CALASANZIO – Il ministro Romano spiegato alle vittime di mafia » LA PAGINA DEI BLOG – MicroMega

Fonte: BENNY CALASANZIO – Il ministro Romano spiegato alle vittime di mafia » LA PAGINA DEI BLOG – MicroMega.

“Vieni, siediti qui” mi dice mia nonna indicando i piedi del suo letto. Ormai, a causa di svariati interventi, non cammina quasi più. Nel 1992 cosa nostra uccise, a Lucca Sicula, prima suo figlio, Paolo Borsellino, 32 anni, e dopo 8 mesi suo marito Giuseppe, 52 anni, che con Paolo gestiva una piccola impresa di calcestruzzi.

“Me la spieghi questa cosa del ministro?”. La domanda, così a bruciapelo, mi sorprende. Capisco subito a chi si riferisce ma temporeggio. “Quale ministro nonna?”. “Lo sai”. “Romano?”. “Si, lui”. “Cosa vuoi sapere?”.

Lei si tira su, si siede sulla sua poltrona meccanizzata e continua: “Voglio sapere se è vero che è indagato per mafia e che nessuno fa niente”.

Ora, a questo punto, la scelta è se sminuire la vicenda cercando vacui giri di parole o se spiegarle davvero la storia di Romano, rischiando di ferirla ulteriormente. Penso che il discorso che nasce nella mia testa potrebbe essere inviato tramite lettera a tutti i familiari delle vittime di mafia: “Caro familiare, la nostra Repubblica annovera tra i suoi ministri Saverio Romano, personaggio di cui la Procura di Palermo ha chiesto il rinvio a giudizio come imputato di concorso in associazione mafiosa e che è indagato pure per corruzione con l’aggravante mafiosa. Ci dispiace per il tuo dolore, a presto”.

Le spiego anche che i magistrati di Palermo scrivono che “nella sua veste di esponente politico di spicco, prima della Dc e poi del Ccd e Cdu e, dopo il 13 maggio 2001, di parlamentare nazionale Romano avrebbe consapevolmente e fattivamente contribuito al sostegno ed al rafforzamento dell’associazione mafiosa, intrattenendo, anche alla fine dell’acquisizione del sostegno elettorale, rapporti diretti o mediati con numerosi esponenti di spicco dell’organizzazione tra i quali Angelo Siino, Giuseppe Guttadauro, Domenico Miceli, Antonino Mandalà e Francesco Campanella”.

E in ultimo che il titolare del dicastero delle Politiche Agricole e Forestali è accusato da Massimo Ciancimino e dal braccio destro del di lui padre, Gianni Lapis, di aver intascato diverse decine di milioni di lire come tangenti.

Mia nonna, che si chiama Lilla, alza gli occhi al soffitto bianco e rimane in silenzio. Scuote la testa ma non appare indignata, quanto, piuttosto, rassegnata.

“Ci meritiamo questo. E tutti quelli che non fanno niente la pensano così: pensano che ancora non abbiamo pagato abbastanza, che il nostro dolore è poca cosa, che non abbiamo il diritto di placare le nostre sofferenze. Teniamoci Romano, teniamoceli tutti, questa nazione è per quelli come lui, non è fatta per le vittime”.

Poi schiaccia il bottone della sua poltrona e in pochi secondi è distesa. Il nostro discorso è da considerarsi terminato. Capisco ed esco dalla stanza. Sul momento vorrei invitare Romano a casa mia, fargli ascoltare le parole delle vittime di mafia, farlo riflettere se sia il caso o meno di rimanere in politica. Ma poi penso che è proprio per rimanerci, in politica, che ha fatto (se ha fatto) quello di cui è accusato.

Penso che sia meglio, per la sua incolumità, che lui rimanga a casa sua e io a casa mia. Posso garantire per me, ma non per mia nonna.

Benny Calasanzio

Intercettazioni e gli ambulacri del potere romano. Fucina di fascismo?

Fonte: Intercettazioni e gli ambulacri del potere romano. Fucina di fascismo?.

Definire il decreto legge sulle intercettazioni in discussione in Parlamento un obbrobrio è davvero un madornale errore. Invece, sarebbe più appropriato definirlo il sadico tentativo di una classe politica oramai in preda ad ossessioni mentali, ove la fobia, la paura e il timore di essere scoperti con le mani nella marmellata toglie loro il sonno e soprattutto l’impunità,

Ascoltare avvocati di una Casa delle Libertà, che di libertà non ha nulla, che chiedono l’arresto dei giornalisti, tanto per fare un nome Paniz, da la misura dell’impoverimento democratico di questa gente. Se costoro credono o immaginano che il Popolo italiano, supinamente accetta la privazione della libertà di espressione, di pensiero e di informazioni, ebbene, evidentemente non hanno capito nulla. Potranno editare la “loro” legge, ma sarà solo ed unicamente la loro, perché io stesso mi impegno, come ho fatto finora, a scrivere sui blog quel che penso. Urlerò e scriverò quello che la mia coscienza di uomo libero e democratico mi dirà di esplicitare, E, non sarà una Legge dal sapore fascista che me lo impedirà. Mi arresteranno? Non importa, ma non imprigioneranno il mio pensiero. Mai!

Il signor Paniz e soci, devono sapere che le intercettazioni telefoniche, ambientali, epistolari sono strumenti insostituibili in uno Stato moderno e democratico. Ora, limitarne l’uso o impedire che venga soppresso il diritto di cronaca è pura follia. E non sarà il tintinnio di manette, enunciato dal signor Paniz ad impedire che il Popolo italiano non venga  informato. Le intercettazioni, erano il mio pane quotidiano, erano il modo per affermare che la Giustizia era inesorabile coi disonesti. E, vorrei sottolineare che in parecchi casi, se non avessi avuto l’apporto delle intercettazioni, non avrei scoperto mafiosi, terroristi e trafficanti internazionali di armi da guerra. Non avremmo nemmeno scoperto gli autori della strage di Capaci.
Cosa vi fa paura, egregi signori della Lega nord e della Casa della Libertà? Che si scoprano gli altarini delle vostre malefatte?

Perché i quasi 6o milioni di italiani non hanno paura delle intercettazioni? Perché sono persone oneste, sono persone che non hanno nulla da nascondere. Sono persone che si alzano la mattina per cercare di sfamare la propria famiglia, sono persone lontanissime dai vostri ambulacri romani, ove state facendo di tutto per introdurre leggi bavaglio.
E’ colpa degli Italiani se esistono i Lavitola, i Tarantini i Berlusconi,  mafiosi e delinquenti vari?
Quindi, uscite da quei Palazzi e ascoltate la gente, perché è innegabile che prima o poi dovrete rendere loro conto di come state riducendo questo Paese. Di come state mettendo la museruola alla libera informazioni.
E non toccate la Rete, appartiene al Popolo che democraticamente esprime la libertà di pensiero.

Napoli vuole un’acqua pubblica e zero rifiuti | STAMPA LIBERA

Fonte: Napoli vuole un’acqua pubblica e zero rifiuti | STAMPA LIBERA.

Luigi De Magistris e Tommaso Sodano, due degli autori delle delibere che stanno facendo di Napoli una città all’avanguardia sul fronte dei beni comuni e della partecipazione

Nel volgere di neanche due settimane Napoli ha compiuto due passi enormi sul fronte dei beni comuni. Il 23 settembre la giunta comunale ha presentato una delibera per la trasformazione della società per azioni Arin che gestisce il servizio idrico in un’ente di diritto pubblico. Dieci giorni dopo, il 3 ottobre, è stata annunciata l’adesione al programma zero waste, che prevede una gestione dei rifiuti mirata al totale riciclo e riuso dei materiali, annullando l’incenerimento.

Sono due svolte storiche che fanno della città partenopea un esempio da seguire per tutta Italia. Certo, parliamo ancora di svolte potenziali, in quanto per adesso le istanze di cambiamento sono in fase embrionale, contenute in nuce in qualche foglio di carta. Per diventare effettive dovranno scontrarsi con forze sistemiche e cattive pratiche radicate, ma sembra proprio che la nuova amministrazione e i movimenti che da anni agiscono sul territorio abbiano trovato le giuste sinergie.

Sul fronte dell’acqua, ad esempio, si tratta della prima città ad aver seguito l’indirizzo della volontà popolare emersa nei referendum del 12 e 13 giugno. La Arin s.p.a., società che gestisce il servizio, verrà trasformata, nel caso in cui la delibera passi il vaglio del consiglio comunale, nella azienda speciale ABC Napoli, dove ABC sta per Acqua Bene Comune. Un cambiamento notevole, frutto di tre mesi di lavoro che hanno visto la collaborazione della giunta De Magistris con esperti dei vari settori e con i comitati territoriali.

Lo statuto, messo a punto dall’Assessore ai Beni Comuni, Alberto Lucarelli, e dall’Assessore al Bilancio, Riccardo Realfonzo, prevede che il nuovo consiglio di amministrazione sia composto da cinque persone, di cui tre tecnici e due esponenti dei movimenti ambientalisti. Inoltre verrà costituito un comitato di sorveglianza che che controlli l’operato dell’azienda costituito da cittadini e lavoratori. Altro punto importante, sarà garantito il “diritto al minimo vitale idrico” e verrà costituito un “fondo di solidarietà internazionale”.

Ancor più netta – data la situazione attuale – la svolta sui rifiuti. La situazione, inutile negarlo, è ancora oggi drammatica, ma come spiega in una intervista il vicesindaco di Napoli Tommaso Sodano, “è nei momenti difficili che bisogna progettare il futuro”. Si è deciso così di dare un taglio netto a 15 anni di gestione dei rifiuti praticamente inesistente, fatta di emergenze cicliche, intrighi e commissariamenti e adottare una strategia rivoluzionaria. Alla presenza di Paul Connett, professore statunitense ideatore della tecnica “zero waste”, il 3 ottobre è stata annunciata in una conferenza stampa l’adesione di Napoli a “rifiuti zero”, rete di comuni italiani che si rifanno alla strategia di Connett.

Dunque niente inceneritori né discariche, ma una serie di norme che tendono a ridurre a monte la quantità di rifiuti, incentivando la produzione di oggetti riutilizzabili o riciclabili, privi di imballaggi, composti di materiale biodegradabile, ecc. A valle, invece, verranno proposte tecniche di raccolta differenziata porta a porta e compostaggio.

A.D.