Archivi del mese: ottobre 2011

Antimafia Duemila – Mafia: Mori; pentito, Provenzano disse che Andreotti sapeva

Fonte: Antimafia Duemila – Mafia: Mori; pentito, Provenzano disse che Andreotti sapeva.

«Le stragi sono state la rovina. In pochi sappiamo la verità: io, Totuccio (Riina n.d.r) e Andreotti». Confidandosi con Stefano Lo Verso, mafioso ora pentito, il boss Bernarndo…
…Provenzano si sarebbe lamentato della strategia stragista di Cosa nostra cominciata con gli attentati a Falcone e Borsellino. Lo ha rivelato il collaboratore di giustizia al processo al generale Mori accusato di favoreggiamento alla mafia.
Provenzano avrebbe detto, nel 2004, al pentito che altri due depositari dei segreti sulle stragi erano morti: «Salvo Lima che è stato ucciso perchè non voleva gli attentati e Vito Ciancimino che forse è stato assassinato». «Io – avrebbe detto Provenzano, sempre secondo qaunto riferito dal pentito – non mi potevo mettere contro il mio paesano (Riina n.d.r) che aveva deciso che le stragi si dovevano fare per fare un favore ad Andreotti che lo aveva garantito per una vita». Il boss avrebbe anche rivelato a Lo Verso che «lo Stato sa chi ha fatto le stragi».

ANSA

Corruzione ad alta velocità – Ferdinando Imposimato- Blog di Beppe Grillo

Corruzione ad alta velocità – Ferdinando Imposimato- Blog di Beppe Grillo.

Ferdinando Imposimato è un magistrato che si è sempre opposto alla gestione criminale dell’alta velocità, a iniziare dalla tratta Roma-Napoli. Per questo è stato emarginato in modo bipartisan dai partiti ed escluso dalla Commissione antimafia. Il giudice Imposimato crede che gli stessi rischi di infiltrazioni mafiose attraverso collusioni politiche si possano manifestare anche nell’opera insensata della Tav in Val di Susa. Un’opera che non serve assolutamente a nulla se non alla spartizione di 22 miliardi a carico dei cittadini. In Italia non funziona nulla, un maledetto nulla. Monterosso non esiste più a causa dell’incuria dei politici. Andremo in pensione a 67 anni e sarà possibile licenziare senza addurre motivi, il tutto per pagare il debito pubblico creato da sciacalli che non smettono, non smettono mai. Un maledetto mai!

Intervista a Ferdinando Imposimato, magistrato ed ex Senatore,:

Le mani della mafia sull’alta velocità (espandi | comprimi)
Ciao agli amici di Beppe Grillo, sono Ferdinando Imposimato, ex Senatore che ha fatto parte della Commissione parlamentare antimafia . Fin dal 1992 mi sono occupato dell’alta velocità, perché l’alta velocità in Campania è stato un fattore di destabilizzazione e di inquinamento della democrazia. Dal momento che sono iniziati i lavori dell’alta velocità, le organizzazioni criminali di stampo mafioso hanno cominciato a mettere bombe per scoraggiare tutte le imprese sane della Campania e di altre regioni d’Italia. Quando sono stato incaricato di fare un’inchiesta sulla criminalità in Campania, ho preferito concentrare l’attenzione sull’alta velocità. Ho incaricato Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza per sapere quali erano i rapporti tra l’alta velocità e le imprese della criminalità organizzata e tra i politici che avevano rapporti con la criminalità organizzata e a distanza di circa un anno da queste domande che ho fatto a organi specializzati della Polizia di Stato, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza è venuto fuori che questa opera pubblica addirittura costava 100 volte più di quello che era il prezzo speso per realizzare l’opera, non solo, ma si è accertato che molte grandi imprese non facevano assolutamente nulla, ma si prendevano le tangenti del 30/40% e queste imprese proprietarie di grandi quotidiani, di grandi giornali, come per esempio Il Corriere della Sera, come Il Messaggero, come altri giornali, come Il Mattino, e mi sono accorto che lo Stato pagava per questa alta velocità che ritenevo assolutamente inutile dal momento che per il viaggio tra Roma e Napoli si riduceva il tempo di percorrenza dello spazio di 10/15 minuti mentre si pagavano migliaia di miliardi. Ho fatto una relazione che ho presentato nella Commissione per discuterla, purtroppo era venuto fuori che erano coinvolti non solo politici di destra e di centro, ma anche politici di sinistra, grande è stato il mio imbarazzo, però non ho potuto fare a meno di denunciare i fatti come erano senza rispetto per nessuno, nel senso che non potevo, pur essendo stato eletto nelle file della sinistra come indipendente, non potevo assolutamente trascurare la partecipazione a questa opera di corruzione e anche di collusione con la criminalità organizzata, di tutti i politici che mi erano stati indicati dalla Guardia di Finanza, dai Carabinieri e della Polizia. Quindi è successo che sono andato a discutere questa relazione e mi sono trovato completamente isolato, perché tutti i membri antimafia che facevano parte della Commissione, non partecipavano alle sedute.
Questa relazione non è mai stata discussa, l’ho potuta presentare per qualche seduta nella Commissione parlamentare antimafia, ma non c’è stato né un voto di approvazione, né un voto di astensione. Perché nel frattempo è accaduto un fatto molto grave: si è sciolto il Parlamento nel 1996, credo, o 1997, mi sono accorto che lo scioglimento del Parlamento era probabilmente dovuto al fatto di non votare questa mia relazione.
Allora sono stato costretto a scrivere un libro, nel quale ho riprodotto esattamente ciò che era avvenuto nella Commissione antimafia e in cui ho denunciato lo sperpero del pubblico denaro per un’opera pubblica che ritenevo assolutamente inutile. La mia denuncia venne completamente ignorata dagli organi di informazione nazionali, però venne presa in esame dagli organi di informazione internazionale, come quelli inglesi, quelli francesi, tedeschi e per la verità devo dare atto alla Radio Radicale di avere per circa due mesi riportato pezzi di questa denuncia che avrebbero dovuto comportare almeno una querela, una denuncia, invece l’unica conseguenza che si è verificata è che non sono stato eletto alla legislatura successiva. Ma io di questo sono orgoglioso perché poi è risultato che la criminalità organizzata si è messa contro di me. Ci sono state delle intercettazioni fatte dai giudici di Napoli e queste intercettazioni hanno captato delle conversazione tra i Casalesi che dicevano che Imposimato doveva essere combattuto e quindi non ho potuto continuare la mia battaglia, perché poi per questa mia relazione è stata definitivamente insabbiata nelle legislature successive.
Quando oggi si parla del debito pubblico che è cresciuto notevolmente, questo debito pubblico ha le sue ragioni in opere come quella dell’alta velocità che è costata alla collettività 300 mila miliardi, senza che vi sia alcun beneficio, senza che vi sia alcuna responsabilità da parte dei cittadini, i quali devono pagare questo debito pubblico, ma il discorso si può estendere a molte altre opere pubbliche nelle quali lo scopo principale non è quello di fare qualcosa utile alla società, ma di fare imbrogli, di guadagnare tangenti, di fare un favore a organizzazioni criminali che poi in cambio danno i voti. Io sono stato contrario all’alta velocità fin dal 1993/1994 quando mi pare sia sorta l’infelice idea di questa opera pubblica, sono venuti anche dall’estero a farmi delle domande, alcuni giornalisti, i quali mi hanno detto che in altri paesi questa alta velocità costava molto di meno di quello che costa in Italia.

La Tav in Val di Susa è un’opera insensata (espandi | comprimi)
Ho cercato di fare un’indagine in maniera obiettiva, tant’è che mi sono rivolto agli organi investigativi dello Stato e mi sono rivolto ai magistrati, ho preparato 24 domande precise, senza fare riferimento a nessuno, ho detto: “Accertino gli organi investigativi della Guardia di Finanza quali sono i risultati dell’alta velocità, quali sono i vantaggi, quali sono le spese, le imprese, i contatti eventuali delle imprese coinvolte nell’alta velocità con la criminalità organizzata e con uomini politici e qual è il costo effettivo“.

Quello che mi ha molto colpito è che mentre l’alta velocità costava molto, dall’altra parte c’erano operai che facevano scioperi perché non venivano pagati e che lavoravano al nero, parlo degli operai che lavoravano nella Campania, nel Lazio, nella tratta Napoli – Roma, ovviamente questo discorso poi si è esteso anche a altre parti dell’Italia, perché io sono andato anche a Firenze a vedere, anche con il sostegno di Idra, questa associazione che a Firenze si batte contro l’alta velocità, quali erano i risultati, anche lì c’erano le infiltrazioni della mafia e della camorra e spese sproporzionate e soprattutto si distruggeva e si metteva in pericolo la sicurezza delle persone attraverso dei trafori che andavano a ledere ambienti che erano patrimonio dell’umanità.
Sono nettamente contrario all’alta velocità in Val di Susa, perché ritengo che in quella zona si riprodurrebbe se dovesse essere realizzata, la stessa situazione che io ho riscontrato insieme a diversi altri collaboratori nel Centro e nel Sud e nel Nord dell’Italia, cioè arricchimento, tangenti, distruzione dell’ambiente e vantaggi minimi. Non solo, ci sarebbe anche una dilatazione del debito pubblico che verrebbe addossata ai cittadini. Quindi noi dobbiamo calcolare tutte le conseguenze, non solo quelle del rispetto dell’ambiente, ma anche del fatto che noi non siamo in condizione di fare un’opera che sarebbe devastante e che comunque di cui non vedo i risultati concreti.
Ho saputo da altre indagini che c’è anche il rischio dell’amianto, della presenza dell’amianto. Sostanze cancerogene che verrebbero messe alla luce del sole e che potrebbero danneggiare seriamente la salute dei cittadini, quindi mi permetto di esprimere la mia modesta opinione che è quella di netta contrarietà all’alta velocità nella Val di Susa e in tutta la zona nord dell’Italia.

La ‘ndrangheta non esiste – Cadoinpiedi

Fonte: La ‘ndrangheta non esiste – Cadoinpiedi.

di Biagio Simonetta27 Ottobre 2011

L’organizzazione calabrese è stata estromessa dal codice antimafia. E c’è il rischio che i reati di ‘ndrangheta vengano trattati come reati comuni

E adesso chi glielo racconta a don Mico Oppedisano, capo dei capi (secondo l’inchiesta Crimine) della ‘ndrangheta? Chi glielo dice che non è più capo di niente, che la ‘ndrangheta è sparita nel nulla, nebulizzata, dissolta, non esiste?
Proprio così, non esiste. La mafia liquida, quella invisibile come l’altra faccia della luna, quella più potente di Al Qaeda, l’organizzazione criminale più potente del mondo non c’è più. La parola ‘ndrangheta è stata estromessa dal codice antimafia. Esistono ancora Camorra e Cosa Nostra, ma della Santa calabrese neanche l’ombra.Comprendere la gravità del fatto non è cosa immediata. E poco importa se si tratta di una sfortunata dimenticanza o di un caso creato apposta.
Eliminare la ‘ndrangheta dal codice antimafia vuol dire trattare i reati di ‘ndrangheta non più come reati mafiosi ma come reati comuni. Vuol dire gestire l’incendio di un negozio allo stesso modo, a prescindere se la causa è un “no” ai clan o un litigo per un parcheggio.

Fino a un ventennio fa, quando i clan in Calabria già imponevano le loro regole e la ‘ndrangheta non era un’organizzazione criminale riconosciuta nel codice, gli omicidi, le estorsioni, le intimidazioni, venivano trattati come reati comuni. Reati comuni e relative pene più morbide. Agli imprenditori che denunciavano, come Pino Masciari, parlavano di delinquenza comune, non di associazione. Poi finalmente, dopo anni di battaglie, la criminalità organizzata calabrese era entrata di prepotenza nel panorama delle mafie, scalando in fretta la classifica. Ora è sparita di nuovo.
Nella terra in cui sono cresciuto troppo spesso ho sentito frasi come “la ‘ndrangheta non esiste”, “ma cos’è questa ‘ndrangheta”, “la ‘ndrangheta siete voi giornalisti, voi scrittori”.
Ora mi tocca dargli ragione.

La dottrina del “debito odioso” | STAMPA LIBERA

Fonte: La dottrina del “debito odioso” | STAMPA LIBERA.

Articolo di Massimo Mazzucco * Link

Quando gli Stati Uniti sconfissero la Spagna, nel 1898 (ricordate l’auto-affondamento del Maine, prima false flag della storia moderna?) presero il possesso, fra altri territori, dell’isola di Cuba.
A quel punto la Spagna disse: “Benissimo, vi siete presi Cuba? Ora vi accollate anche il debito monetario che Cuba aveva nei nostri confronti“.

Gli Stati Uniti ci pensano un po’, e poi risposero: “Spiacenti, ma i prestiti che avete fatto all’isola di Cuba non erano intesi ad aiutare la sua popolazione, ma anzi a rafforzare il sistema di repressione che li manteneva in stato di schiavitù nei vostri confronti. Non ci riteniamo quindi obbligati ad onorare il loro debito verso di voi. Tanti saluti e buon Natale.”

Vi era già stato un precedente simile, nel 1883, quando il Messico rivoluzionario di Benito Juarez aveva ripudiato il debito assunto per conto della nazione dall’imperatore Massimiliano I. In quel caso però il ripudio del debito fu motivato dal modo palesemente illegale con cui Massimiliano era salito al potere in primo luogo.

Nel 1918 toccò alla Russia rivoluzionaria …

… di ripudiare il debito assunto in precedenza dallo Zar Nicola, con una motivazione simile a quella degli Stati Uniti per Cuba.

Nasceva così il concetto di “debito odioso”, che sarebbe poi stato formalizzato a livello internazionale dal giurista russo Alexandr Sack, professore di diritto all’università di Parigi. Nel 1927 Sack pubblicò un saggio, intitolato “Gli effetti della trasformazione dello stato sul debito pubblico e su altre obbligazioni finanziarie”, nel quale affermava: “Se un governo dispotico incorre in un debito non per bisogni o per interessi dello Stato, ma per rafforzare il regime dispotico, per reprimere la lotta della popolazione contraria al regime stesso, tale debito è odioso per la popolazione dell’intero Stato. Questo debito non è un’obbligazione per la nazione: è un debito del regime che lo ha contratto, è un debito personale del potere che lo ha assunto; di conseguenza esso si estingue con la caduta di questo potere.”

Con il Trattato di Versailles del 1919 il concetto di “debito odioso” venne applicato per la prima volta a livello multinazionale: Francia e Polonia furono parzialmente esentate dall’assumersi il debito contratto dai tedeschi nei territori conquistati di Alsazia e Lorena, e dalla Polonia stessa, poichè i prestiti erano stati finalizzati al mantenimento del controllo su quei territori, e non al bene delle popolazioni locali.

Con lo storico Caso Tinoco, del 1922, venne introdotto un concetto di fondamentale importanza, che contribuì alla formulazione definitiva della cosiddetta dottrina del “debito odioso”: la provata consapevolezza, da parte del creditore, dello scopo reale del prestito erogato. Quando il Costa Rica si rifiutò di onorare i debiti assunti dal dittatore Tinoco verso il Canada, il caso internazionale fu affidato al giudice Taft, ex-presidente della corte suprema americana e futuro presidente degli Stati Uniti. Taft dimostrò che al momento di erogare il prestito i canadesi sapevano benissimo che Tinoco lo avrebbe utilizzato per difendere la propria dittatura, già barcollante, nel tentativo estremo di reprimere la popolazione insorta contro di lui.

In base a questo fatto, Taft stabilì che il nuovo governo del Costa Rica non fosse obbligato a ripagare un debito che la sua popolazione non aveva mai assunto in primo luogo, mentre introduceva il precedente legale in cui si invita il creditore a rivolgersi direttamente al prestatario (il dittatore Tinoco, in questo caso) se vuole riavere il suo denaro.

Nel 1947 toccò all’Italia subire le conseguenze dei prestiti “sconsiderati”, o indirizzati comunque alla repressione del popolo stesso che li riceve: nel Trattato di Parigi venne stabilito che l’Etiopia non dovesse restituire i soldi ricevuti in prestito dall’Italia nel periodo coloniale, in quanto erano stati utilizzati proprio per rafforzare il suo predominio sulle popolazioni locali.

Se ora consideriamo il reale meccanismo su cui sono basati oggi i prestiti internazionali (World Bank e IMF soprattutto), ci rendiamo conto del potenziale devastante rappresentato dalla dottrina del debito odioso, se venisse applicata con lo stesso rigore con cui è stata applicata in passato: riuscendo a dimostrare che un qualunque stato del terzo mondo ha ricevuto prestiti che non sono stati utilizzati per il beneficio della popolazione, e dimostrando che questo fatto fosse noto già in partenza a chi ha erogato il prestito, il debito assunto da quello stato verrebbe immediatamente a decadere.

E’ quello che propongono gli autori Léonce Ndikumana e James Boyce nel libro “Africa’s odious debt” (Il debito odioso dell’Africa), nel quale spiegano come oltre il 50% dei prestiti erogati negli ultimi 20 anni verso le nazione africane sia sistematicamente “uscito” da quelle nazioni – sotto forma di commesse industriali prestabilite, verso gli stessi paesi eroganti, oppure di acquisto di armi da parte dei dittatori locali – entro un anno al massimo dall’erogazione.

Mentre il resto dei soldi prestati finisce quasi sempre nelle tasche dei governanti corrotti di quel paese, come nel caso del dittatore dello Zaire, Mobutu, che aveva usato i prestiti internazionali per far costruire una pista di atterraggio per il Concorde davanti a casa sua.

Il risultato di questi “aiuti umanitari”, spiegano gli autori del libro, è quindi duplice: da una parte gli stati che hanno ricevuto i prestiti si ritrovano in stato di schiavitù permanente verso i loro benefattori, mentre dall’altro, dovendo sudare sette camicie per ripagare il debito, sono costretti a tagliare anche quel poco di budget che hanno a disposizione per la salute pubblica, l’istruzione e le infrastrutture.

Lo schiavismo non è mai stato abolito, ha solo cambiato le apparenze.

Provate quindi ad immaginare che cosa sarebbe successo se Gheddafi avesse introdotto la moneta unica africana, basata sull’oro, convincendo nel contempo tutti gli stati del continente ad impugnare la dottrina del “debito odioso” contro i creditori occidentali.

In confronto la Terza Guerra Mondiale sarebbe apparsa come un corteo silenzioso di pacifisti.

Massimo Mazzucco

In questo video, diviso in tre parti, Ndikumana e Boyce spiegano nel dettaglio la questione del debito africano.

Antimafia Duemila – La mafia convive con lo Stato

Fonte: Antimafia Duemila – La mafia convive con lo Stato.

 

di Antonio Ingroia – 28 ottobre 2011
Pubblichiamo la prefazione di Antonio Ingroia, procuratore aggiunto della Dda di Palermo, a “Mafia Spa” di Benny Calasanzio, uscito ieri.

Il libro, attraverso una cospicua mole di dati e documenti, cerca di offrire un panorama completo sugli affari delle mafie, sugli investimenti e le infiltrazioni nelle aziende e nelle pubbliche amministrazioni italiane.

Non è il primo libro sulla mafia e non sarà certamente l’ultimo, perché la letteratura che si è formata intorno a questa materia è ormai ampia e affollata di titoli. Questo non è un titolo fra i tanti, anche perché ha un approccio diverso da quelli tradizionali. I libri di mafia, infatti, generalmente si dividono in due  categorie: i saggi che analizzano da angolazioni diverse l’universo mafioso, e i libri di memorie, biografici o autobiografici che siano. Il libro di Benny Calasanzio trova la sua originalità e il suo merito nel saper integrare i due punti di osservazione, usare i due stili, intrecciare le due impostazioni, riuscendo così a sviluppare un doppio discorso, senza confusioni di piani e senza approssimazioni di superficie.

Si tratta, infatti, in primo luogo, di un libro straordinariamente documentato che perciò, sulla base di studi e pubblicazioni ufficiali, ci fornisce dati, numeri, schemi, prospetti, elenchi, percentuali, statistiche. Insomma, una radiografia aggiornata, una mappa attendibile della mafia finanziaria di oggi, la “Mafia  Spa” appunto. Quel “sistema criminale mafioso” emerso in questi anni e che emerge giorno per giorno da ogni indagine, da Palermo a Milano, da Napoli a Torino, fino a Reggio Calabria, in un intreccio di affari e poteri che ha fatto di tutte le organizzazioni mafiose un solo network criminale integrato. La stagione della mafia corleonese è stata una parentesi e tale è destinata a rimanere, al di là della mitografia che si è costruita attorno alla famiglia mafiosa dei Riina e dei Provenzano. E perfino la strategia stragista corleonese è stata una parentesi nella storia della mafia, perché la strategia naturale di Cosa nostra non è mai stata quella “eversiva” della contrapposizione militare, della guerra contro lo Stato. Il delirio di onnipotenza di Salvatore Riina e compagni, nonostante gli esiti benefici della “trattativa” con lo Stato, che ha consentito alla mafia di stipulare una vantaggiosa tregua, è stato accantonato, chiuso dentro una parentesi. L’estenuante “braccio di ferro” con lo Stato non poteva proseguire in eterno e anche perciò da allora la mafia è cambiata, ha mutato strategia, ha scelto itinerari più tradizionali.

Ecco quindi, che adotta la strategia della sommersione, cerca di dare l’illusione di essere scomparsa, e invece si inabissa. E la strategia dell’invisibilità dà luogo e spazio alla mafia finanziaria, l’unica che consente periodi di sommersione. La mafia smette le bombe e indossa i guanti, e non è un caso che, contestualmente, si registri un mutamento “classista” ai vertici di Cosa nostra: agli esponenti dello stragismo, <a title="Benny Calasanzio, Mafia Spa, in libreria dal 26 ottobre” href=”http://www.editoririuniti.net/benny-calasanzio-mafia-spa-in-libreria-dal-26-ottobre/&#8221; target=”_blank”>corrispondenti al cliché del mafioso, subentra la mafia dei “colletti bianchi”, come dimostrano le vicissitudini di un mandamento mafioso strategico come quello di Brancaccio, alla cui guida dei fratelli Graviano, protagonisti ed artefici della stagione stragista del ’92-93, subentra un medico come il dottor Filippo Giuseppe Guttadauro, capace di gestire indifferentemente gli affari della famiglia e le sorti della politica locale e della sanità pubblica e privata. Insomma, potremmo dire che il sistema mafioso è entrato in clandestinità. E meglio sarebbe dire che la mafia è entrata in una fase di mimetizzazione, per farsi dimenticare dall’opinione pubblica nazionale, ma soprattutto per mimetizzarsi nei meandri del fenomeno della globalizzazione, per mischiare meglio flussi del denaro sporco e profitti dell’economia lecita, perciò sperimentando nuovi settori e nuovi territori di investimento. Il testo di Calasanzio, nel consegnarci questo panorama, è completo e convincente. E soprattutto documentato, perché ricostruisce come la mafia stia diventando sempre più sistema economico integrato dell’illegalità, grazie al suo sempre più diffuso e stabile insediamento nei territori delle regioni più ricche del Nord Italia e alla sua penetrazione in settori economici prima sconosciuti, dalle “ecomafie” alle “agromafie”, fino alle varie e più fantasiose forme di riciclaggio, senza dimenticare mai le forme più tradizionali, dal racket agli appalti. Ma l’aspetto più originale del libro è che l’analisi delle più recenti evoluzioni del fenomeno mafioso si inserisce nella storia personale di chi la mafia l’ha subita sulla propria pelle, avendo avuto familiari vittime di mafia: Giuseppe e Paolo Borsellino, nonno e zio dell’autore, piccoli imprenditori uccisi a Lucca di Sicilia per aver osato sfidare il sistema criminale mafioso. Una vicenda che ovviamente ha dato una speciale sensibilità all’autore, che perciò ha deciso, accanto alla radiografia della mafia, di raccontare anche le storie delle vittime di mafia, da quella del nonno e dello zio a quella di Franca De Candia, vittima del racket dell’usura e della burocrazia statale.

Un quadro disperato e pessimista? No, soltanto uno sguardo lucido e spietato sull’Italia di oggi, che sfata il luogo comune di una mafia in ginocchio e ci ricorda invece che la “Mafia Spa” è la prima azienda nazionale, in termini di fatturato, dall’alto del suo giro d’affari pari a 138 miliardi di euro l’anno. Ma, nel contempo, anche un atto di grande fiducia nella possibilità dei cittadini “consapevoli” e “attivi” di cambiare le cose, espresso con la dichiarata adesione finale al grido di battaglia di Salvatore Borsellino, fratello dell’”altro” Paolo Borsellino, il magistrato antimafia ucciso il 19 luglio 1992: “Resistenza!”. Un’adesione che è una scelta di campo, uno schierarsi, un appello ai cittadini-lettori per una nuova assunzione di responsabilità in una fase di delicata transizione del nostro Bel-paese.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

ComeDonChisciotte – MANIFESTO ECONOMICO PER L’ITALIA

Fonte: ComeDonChisciotte – MANIFESTO ECONOMICO PER L’ITALIA.

DI EUGENIO BENETAZZO
eugeniobenetazzo.com

In questi ultimi tre anni ho avuto il privilegio di poter visitare tutte le regioni italiane, tranne ancora la Sardegna, di conoscere con approfondimento le problematiche e le peculiarità legate al territorio, di confrontarmi con forze sociali ed organizzazioni produttive, di ricevere un determinato feedback da studenti universitari, pensionati, lavoratori occasionali, di essere invitato in qualità di relatore da enti locali ed istituti scolastici superiori, così facendo ho cumulato un bagaglio di proposte, di modifiche, di migliorie, di cambiamenti da attuare nel nostro paese sulla base delle aspettative e desideri di milioni di italiani.

Molti lettori che mi seguono attraverso il mio portale sulla rete o il mio canale di videoinformazione su YouTube mi hanno più volte invitato a redigere una sorta di formulario, di vademecum, di proposta non politica ma di politica economica volta al rilancio del nostro paese e di quelle potenzialità ancora inespresse per ragioni che abbiamo affrontato fino a prima.  Studiando in profondità il modello economico di altri paesi e i loro punti di forza, ho sviluppato quello che ho definito il “Manifesto Economico per l’Italia” ovvero un programma di interventi di portata economica rilevante con lo scopo di dare al nostro paese quella marcia in più che dovrebbe avere.

Non si tratta di un programma politico che necessiterebbe di maggior approfondimento e di soluzioni per determinate aree strategiche del paese (energia, previdenza, sanità, immigrazione, giustizia, trasporti, difesa), ma di un insieme di riforme sul piano economico facilmente e velocemente implementabili da qualsiasi forza di governo con lo scopo di generare sia nuove voci di entrata sia di contenere il costo dell’amministrazione pubblica.

Rappresentanza popolare: abbattimento coatto del 75 % degli emolumenti e compensi ad europarlamentari, parlamentari, consiglieri regionali e comunali; congelamento ed abolizione delle pensioni di anzianità legislativa con effetto retroattivo; dimezzamento del numero dei parlamentari, dei consiglieri regionali e comunali (indennità corrisposte solo sulla effettiva presenza nelle attività consiliari).
Accorpamento amministrativo: i Comuni continueranno a mantenere la loro identità geografica, ma vi sarà un unico apparato amministrativo, sindaco e giunta compresi, per  comprensori urbani con un bacino di 25.000 abitanti. Abolizione di tutte le province in qualità di enti amministrativi, fatta eccezione per le aree metropolitane.

Sovranità monetaria: istituzione di Banca Stato Italia, ente pubblico interamente detenuto dal Ministero del Tesoro, autorizzato dal Parlamento ad emettere moneta in nome e per conto della popolazione italiana a fronte di esigenze e finalità di natura socioeconomica o di investimenti infrastrutturali. Abbandono dell’euro, con il ripristino della nuova lira italiana  e conseguente definizione di un sistema monetario a doppia circolazione valutaria. Tasso di sconto ed offerta monetaria, entrambe variabili macroeconomiche stabilite esclusivamente dal Ministero del Tesoro e dal Ministero delle Finanze in accordo con le linee guida della Politica Sociale per il Paese.

Tassazione della prostituzione: istituzione di un’aliquota unica con regolamentazione della figura professionale e dei relativi obblighi ed adempimenti sia fiscali che sanitari.

Embargo commerciale:  istituzione di dazi doganali di sbarramento all’ingresso per i prodotti confezionati, assemblati e realizzati al di fuori dell’Unione Europea, in particolar modo per quelli alimentari.

Abolizione delle tariffe minime:  per i liberi professionisti iscritti agli Albi Professionali.

Tassazione della Salute: istituzione della Tassa sulla Salute che colpisce inversamente il reddito dei contribuenti in rapporto a determinate abitudini alimentari e stili di vita (alcol, fumo, droga, abuso di grassi animali e vita sedentaria).

Nuova fiscalità diffusa: detrazione integrale dall’imponibile di tutte le spese ordinarie e straordinarie riguardanti l’amministrazione e la gestione della casa, la fruizione di un mezzo di trasporto (auto e motocicli), oltre a qualsiasi prestazione medica privata. Detassazione degli utili aziendali reinvestiti per l’ammodernamento o l’ampliamento delle linee produttive e/o il miglioramento delle competenze delle risorse umane.

Mutuo sociale: istituzione del Mutuo Sociale per l’acquisto integrale della prima casa. L’immobile che si è deciso di acquistare viene acquisito e diviene proprietà dell’Istituto del Mutuo Sociale S.p.A. (holding immobiliare integralmente a capitale pubblico). Le rate mensili vengono calcolate applicando un tasso fisso di cortesia in relazione alla durata ed alla capacità di rimborso di ogni contribuente. Al termine del periodo di ammortamento l’immobile viene trasferito d’ufficio in proprietà al contribuente senza l’applicazione di alcun onere o tassa.

No tax area: individuazione e definizione delle no tax area (distretti industriali) nelle seguenti regioni: Sicilia, Sardegna, Calabria, Campania, Puglia, Basilicata, Molise con totale esenzione del pagamento di imposte dirette per un arco di tempo di 25 anni ad aziende con insediamenti industriali con più di 250 dipendenti assunti a tempo indeterminato.

Eugenio Benetazzo
Fonte: http://www.eugeniobenetazzo.com
Link: http://www.eugeniobenetazzo.com/manifestoeconomico.htm
27.10.2011

Strage di via D’Amelio: ”la verita’ da sotto il moggio viene alla luce”

Fonte: Strage di via D’Amelio: ”la verita’ da sotto il moggio viene alla luce”.

1150 pagine. Sono il nuovo copione che riscrive le fasi esecutive della strage di via D’Amelio. Un copione fitto di dettagli frutto delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza che hanno determinato la sospensione per la pena a 7 condannati e la richiesta di arresto per altri 7 presunti stragisti.

Per la verità, a parte la dinamica del furto e della preparazione dell’autobomba che ha falciato la vita del giudice Borsellino e dei suoi angeli protettori, non emergono da questo nuovo spaccato della storia grandissime sorprese. Piuttosto conferme di quanto già delineato nel terzo troncone del processo, denominato per l’appunto “Borsellino ter”, che già indicava chiaramente la partecipazione della famiglia mafiosa di Brancaccio. Le rivelazioni di  Fabio Tranchina, che inchioderebbero Graviano come colui che ha personalmente premuto il pulsante e scatenato l’inferno sulla terra, confermano che la strage di via D’Amelio aveva un’importanza tale da richiedere la presenza sul luogo dei maggiori capi mandamento addirittura coinvolti nell’esecuzione.  E non erano soli. Rimangono infatti più che aperte le ipotesi sulla partecipazione di personaggi estranei a Cosa Nostra prima, durate e dopo l’eccidio e, visto che su tutto il resto sono stati impiegati fiumi d’inchiostro, mi fermerò solo su questi aspetti. Innanzitutto proprio Spatuzza che racconta della presenza silenziosa di un uomo “non di Cosa Nostra” nel garage in cui stava imbottendo la 126 di esplosivo e che ipotizza essere, più che a ragione, “un uomo dei servizi segreti”. Poi c’è il mistero dell’agenda rossa che sparisce pochi istanti dopo la deflagrazione e l’unico indizio certo è che la valigetta che la conteneva si allontana dalla macchina fumante del giudice nelle mani del capitano Arcangioli, quindi un uomo dello Stato, per poi svanire nel nulla. Fortunatamente su questo aspetto la procura di Caltanissetta sta ancora indagando. Poi c’è l’enorme manovra di depistaggio che è al centro della richiesta di revisione del processo. E’ ancora avvolta nel mistero quella soffiata che indica agli inquirenti il “falso cammino” da intraprendere per arrivare a Scarantino e Candura che, comunque, tra le tante fandonie hanno inserito anche elementi poi risultati veri. E poi la domanda delle domande: per conto di chi il questore Arnaldo La Barbera (nome in codice Rutilius, in servizio al Sisde) avrebbe inscenato la falsa pista? E per coprire chi? Ci appare abbastanza chiaro, come abbiamo scritto più volte, che Cosa Nostra ha agito all’interno di un concerto di complicità ad essa esterne perché in quel preciso momento storico c’era in corso una “trattativa”, un negoziato, di cui Borsellino sapeva e per il quale rappresentava “l’ ostacolo”.  Infatti era il potenziale destabilizzatore del vecchio sistema che voleva mantenersi in sella, il pericoloso intralcio per l’ascesa del nuovo potere politico-economico e l’eterno acerrimo nemico della potenza militare di Cosa Nostra che in lui vedeva la minaccia per il rinnovo dell’antico patto e quindi della sua definitiva sconfitta. E mentre per la magistratura al nord era prevista la macchina del fango, a sud si eliminavano i giudici a suon di bombe. Con l’omicidio Borsellino i sistemi criminali gettano le basi per il loro progetto di un’Italia basata sulla violenza e sulla sopraffazione, la cosiddetta “seconda repubblica”. In conclusione, solo una parentesi. Leggo su “la Stampa” la replica dell’ex ministro Nicola Mancino ad un articolo di Riccardo Arena. L’onorevole Mancino scrive testualmente: “Del resto davanti ai pm di Caltanissetta, Riina accusa Brusca di essere un bugiardo ed esclude anche di avergli mai parlato di Mancino, e neppure di avere scritto o sotto scritto il papello”. Con queste dichiarazioni l’On Mancino ci fa un bel regalo: scopre la sua reale faccia. Dà più credibilità a Salvatore Riina, ergastolano, pluriomicida, mai pentito, che nemmeno riconosce l’esistenza di Cosa Nostra e denuncia per calunnia Giovanni Brusca, collaboratore di giustizia, al quale è stato riconosciuto il grado di attendibilità stabilito dall’articolo 8 e confermato dalla Suprema Corte per processi importanti come Capaci, le stragi del ’93 e così via… Questo si chiama gettare la maschera ed equivale ad auto-smentirsi ed auto-accusarsi! Grazie, onorevole, finalmente un po’ di verità! Le stragi del ’92 e del ’93 nascondono ancora molti misteri….Foto della strage di via D'Amelio ma prima o poi verranno alla luce.

I pm alla ricerca della verità sulla strage di via D’Amelio
Sette nomi nuovi iscritti sul registro degli indagati
di AMDuemila – 29 ottobre 2011

Pur avendo momentaneamente respinto la richiesta di revisione del processo per la strage di via D’Amelio, presentata da parte della Procura generale di Caltanissetta, nei giorni scorsi i giudici della Corte di Appello di Catania hanno comunque accolto la richiesta di sospensione della pena per sei boss, precedentemente condannati in via definitiva (Natale Gambino, Giuseppe La Mattina, Salvatore Profeta, Gaetano Murana, Cosimo Vernengo, Giuseppe Urso e Vincenzo Scarantino). Una decisione che apre ad un nuovo processo sugli esecutori materiali della strage che il 19 luglio 1992 ha ucciso il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della propria scorta.
Da tempo sono state avviate delle indagini a riguardo e, secondo quanto riportato oggi dal quotidiano La Repubblica, vi sarebbero altri sette nomi iscritti al registro degli indagati dalla Procura di Caltanissetta. Alcuni di questi sono in carcere, come Vittorio Tutino, che aiutò Spatuzza, autoaccusatosi, a rubare la 126 successivamente imbottita di esplosivo.
I pm devono trovare riscontri proprio alle accuse fatte dai due collaboratori di giustizia Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina anche perché per celebrare un nuovo dibattimento per la revisione del processo, occorre un’altra sentenza definitiva che accerti responsabilità di altre persone e che quindi contrasti con il primo verdetto.
Le basi dell’inchiesta sono state da tempo gettate. In primo luogo il telecomando che attivò l’ordigno che uccise il magistrato Paolo Borsellino, in via D’Amelio a Palermo, non fu azionato dal Monte Pellegrino, dove vi erano degli uffici del Cerisdi, ma da dietro un muro del giardino di via D’Amelio da Giuseppe Graviano. E soprattutto c’era un talpa nel palazzo della mamma del giudice, a piano terra, che controllava gli spostamenti di Borsellino che, secondo i pm, avrebbe il volto di Salvatore Vitale, uomo d’onore del clan Roccella già condannato a dieci anni al Borsellino bis e all’ergastolo per l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo.
Se l’ipotesi di un coinvolgimento di servizi segreti deviati che dal Cerisdi, su Monte Pellegrino, avrebbero attivato il telecomando viene scartata, secondo gli inquirenti “soggetti esterni a Cosa Nostra potrebbero incidere sui tempi e le modalità di attuazione di una strage già programmata da parte dell’organizzazione mafiosa”.

da AntinmafiaDuemila.com