Quel “colloquio” scoperto da Borsellino tra mafia e parti infedeli dello Stato

Fonte: Quel “colloquio” scoperto da Borsellino tra mafia e parti infedeli dello Stato.

Una riflessione con Attilio Bolzoni

«Paolo mi ha detto testualmente: “C´è un colloquio fra la mafia e parti infedeli dello Stato”».

La frase di Agnese Borsellino riferita diversi mesi fa ai magistrati di Caltanissetta e riportata ieri dal quotidiano la Repubblica ci dà lo spunto per aprire una riflessione con Attilio Bolzoni, inviato di punta del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. Tutto ruota attorno alla scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino pochi minuti dopo la strage di via D’Amelio. Quell’agenda custodiva verosimilmente le intuizioni, le analisi e le rivelazioni del giudice Borsellino sulla strage di Capaci e sulla “trattativa” tra Stato e mafia di cui era stato messo a conoscenza. Nella ricostruzione di Attilio Bolzoni e Francesco Viviano viene focalizzato il periodo dal 23 al 28 giugno 1992. In quei giorni si susseguono una serie di eventi che ruotano attorno alla “trattativa”, a partire dall’incontro del 23 giugno tra il capitano De Donno e Liliana Ferraro nel quale l’ufficiale del Ros avrebbe messo a conoscenza l’ex direttore degli affari penali sulla possibile “collaborazione” di Vito Ciancimino a fronte di “garanzie politiche”. “E’ un fatto gravissimo – spiega Bolzoni – che una persona come Liliana Ferraro, amica di Giovanni Falcone, si sia ricordata di un simile avvenimento solamente 17 anni dopo”.

“Probabilmente – prosegue – il tema dell’incontro del 25 giugno alla Caserma Carini tra Paolo Borsellino, Mori e De Donno riguarda la ‘trattativa’. Non dimentichiamoci che in quei giorni c’è anche l’incontro con Subranni e Borsellino dopo averlo incontrato dice a sua moglie: ‘Subranni è punciuto’. E’ la stessa Agnese Borsellino a raccontarlo ai magistrati di Caltanissetta”. Per l’inviato di Repubblica quel “colloquio fra la mafia e parti infedeli dello Stato” di cui parla la signora Agnese rappresenta a tutti gli effetti “la certezza che Paolo Borsellino era stato messo a conoscenza di quella maledetta trattativa”.

Partiamo dalla scomparsa dell’Agenda rossa, da questo mistero legato a doppio filo con la strage di via D’Amelio.
Non sono stati certamente mafiosi del calibro di Riina, Brusca, Madonia a far prendere l’agenda rossa di Paolo Borsellino, sono stati uomini degli apparati dello Stato a prenderla, che sapevano cosa c’era scritto dentro.

Cosa si cela dietro a tutte le reticenze dell’ufficiale dei carabinieri, Giovanni Arcangioli, fotografato mentre si allontana da via D’Amelio reggendo la valigetta di Paolo Borsellino e indagato dalla procura nissena per furto aggravato?
Allo stato c’è una sentenza della Cassazione che lo proscioglie per non avere commesso il fatto, ciò non toglie che è scontato che l’agenda rossa si trovasse all’interno della valigetta di Borsellino (successivamente non è stata rinvenuta all’interno della valigetta del giudice, ndr), chi nega che questa possa non esservi stata quel giorno mente sapendo di mentire. Chi di noi si è ritrovato in via D’Amelio quella giornata ha immediatamente compreso che non si trattava solo di mafia. La data del 19 luglio 1992 segna inevitabilmente l’inizio della fine della mafia dei corleonesi con tutte le conseguenze giudiziarie che porta con sé l’uccisione di Borsellino. Qui stiamo parlando di altre componenti, dei cosiddetti “servizi deviati”, o anche di organizzazioni terroristico-eversive, o chissà che altro. Non solo non è stata solo Cosa Nostra, ma è evidente che Cosa nostra è stata messa nel sacco.

Da chi ha fatto “la trattativa”?
Ritengo che vi siano 3 trattative: la prima che avviene prima dell’arresto di Riina, la seconda dopo il suo arresto e la terza attraverso i nuovi referenti politici. Le stragi vengono fatte perché non si fidano più dei vecchi referenti, ammazzano così Salvo Lima e cominciano a trattare con i nuovi referenti.

Quell’omicidio è a tutti gli effetti uno spartiacque e apre la strada a quella strategia stragista culminata nel ’93.
Dopo l’omicidio Lima alcuni uomini politici temono per la propria incolumità e ancora di più dopo l’omicidio di Falcone. Contestualmente Mario Mori e Giuseppe De Donno si incontrano con Vito Ciancimino. Io ritengo alquanto improbabile che siano andati di loro spontanea volontà. Dal canto suo Massimo Ciancimino, al di là del suo personaggio, rivela particolari molto interessanti su questo specifico punto che non vengono smentiti dagli stessi ufficiali dei carabinieri. Massimo Ciancimino dichiara ai magistrati che il padre voleva sapere se Mori e De Donno erano “soli” o se invece “qualcuno” li aveva mandati e quindi se avevano “coperture”. Quando escono fuori i nomi dei ministri Nicola Mancino e Vincenzo Rognoni (quali possibili intermediari, ndr) i due ufficiali smentiscono, così come quando esce fuori il nome di Luciano Violante. Massimo Ciancimino invece afferma che suo padre gli avrebbe confidato che voleva “coperture” anche dall’opposizione e “aveva individuato in Violante che aveva in mano tutta la magistratura”. Per quanto possono essere spregiudicati questi carabinieri dei reparti speciali io credo che un passo così grosso non lo abbiano fatto da soli.

Un altro dei misteri del nostro Paese ruota attorno alla mancata perquisizione del covo di Riina.
Per quanto si possa specularci sopra resta una vicenda emblematica per la sua ambiguità. L’ex colonnello Mori ha gestito quell’operazione o è stato comandato a gestirla? Io sospetto che Mori sia stato un comprimario in quella vicenda e non il protagonista. Penso che sia la vicenda del covo di Riina che quella della trattativa hanno dei mandanti politici. Al di là del fatto che Mancino ed altri smentiscono queste ricostruzioni la trattativa è andata comunque avanti. Ci sono state le stragi nel Continente dopodiché, una volta insediata una nuova forza politica, le stragi si sono fermate per sempre. Il filo del ragionamento è preciso, la questione delle prove è tutt’altra.

Cosa unisce il fallito attentato all’Addaura alle stragi del ‘92/’93?
C’è un filo unico che parte dal fallito attentato all’Addaura e termina con le stragi del ’93. Cominciamo con delle ipotesi, io non so se all’Addaura c’era il cosiddetto “faccia da mostro”, questo è compito dei magistrati stabilirlo. La nuova ipotesi investigativa del 2009 ribalta quella di vent’anni fa. I fatti sono i seguenti: il giorno dopo il fallito attentato Giovanni Falcone definisce gli autori “menti raffinatissime”. Giovanni Falcone era il massimo esperto di questi temi, un uomo dall’estrema prudenza, ed è alquanto singolare che si sia lasciato andare a simili commenti senza una ragione. Falcone sa bene che le “menti raffinatissime” non sono i Galatolo, i Madonia, Totò Riina o Provenzano. Quando si usano questi termini si pensa subito ai servizi segreti, ad apparati dello Stato. Ma andiamo per ordine. Il 5 agosto 1989 muore in circostanze misteriose l’agente di polizia Nino Agostino e con lui sua moglie Ida Castelluccio. Riina fa un’indagine interna e non scopre nulla: non è stata Cosa Nostra. Si è trattato di un omicidio passionale come hanno voluto far credere con le indagini della squadra mobile dell’epoca?! E chi ha fatto sparire le carte di Nino Agostino dal suo armadio? A marzo dell’anno successivo muore l’agente Emanuele Piazza, ecco che viene seguita un’altra pista passionale. Per mesi i Servizi negano al pm Antonino Di Matteo la collaborazione di Piazza con il Sisde. Un altro aspetto inquietante viene dalla presenza del capo della Squadra mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera, nei libri paga del Sisde dal 1986 al 1988, con il nome in codice “Rutilius”. Per non parlare dei verbali che mancano. Il padre di Nino Agostino racconta dopo la scomparsa del figlio di quella “faccia da mostro” ma non c’è nessun verbale dell’epoca su quelle dichiarazioni. E’ evidente che non sono prove che ha fatto sparire Cosa Nostra, la ‘Ndrangheta o la Camorra.

Dopo l’Addaura c’è la strage di Capaci.
Giovanni Falcone doveva essere ucciso a Roma con “armi corte”. Nella capitale Falcone girava senza scorta, poi invece viene ordinato al commando predisposto per la sua eliminazione di ritornare in Sicilia perché è lì che si deve fare l’attentato con altre caratteristiche. Di ben altro significato. Di fatto era molto più facile ucciderlo a Roma. Dopo soli 57 giorni c’è la strage di via D’Amelio. Il depistaggio relativo alle prime indagini sulla strage di Borsellino che sta emergendo oggi ruota attorno alla mancata “paternità” di una “soffiata” della Squadra mobile e del Sisde sulla 126 utilizzata come autobomba. Prima c’è la “soffiata” e poi spunta Vincenzo Scarantino. Ma quello è solo l’atto finale di una strategia che dura da anni. Una strategia all’interno della quale quelle forze mafiose erano alleate con alcune forze di apparati dello Stato e hanno camminato sempre insieme. Questo è abbastanza evidente, poi però trovare le prove giudiziarie è un altro discorso.

Resta il fatto che più ci addentriamo all’interno di questa strategia criminale e più si delinea quello che può essere definito uno “Stato-mafia”.
Più che uno “Stato-mafia” io vedo un “doppio Stato”. C’è uno Stato che commemora Falcone, gli eroi, con tanto di fanfare e carabinieri a cavallo, e poi c’è un altro Stato che butta le indagini sulle stragi di Falcone e Borsellino in un magazzino fatiscente a marcire in mezzo agli escrementi dei topi. Lì dentro sono state ritrovate carte semidistrutte dall’umidità. Una cosa vergognosa! Eccolo il doppio Stato: uno Stato che collabora con Falcone attraverso funzionari come Beppe Montana, Ninni Cassarà e altri che gli hanno dato la vita, e poi un altro Stato che ha remato contro con funzionari infedeli, talpe, spioni, gente asserragliata dentro l’alto commissariato antimafia che agivano di contrasto all’azione efficace e moderna di Falcone. Per non parlare del Csm, non è stato anche quest’organo di autogoverno che ha bocciato ogni sua iniziativa?! Stiamo parlando di uno Stato che non lo ha fatto diventare superprocuratore, che non lo ha fatto diventare consigliere istruttore e via dicendo. Ogni volta che era candidato a qualche carica veniva bocciato. Un doppio Stato: uno Stato al servizio dei cittadini e un altro al servizio di interessi oscuri.

La pretesa di verità sul biennio stragista ‘92/’93 di una parte del nostro Paese si contrappone a quello che tu definisci il “doppio Stato”.
Secondo me quando i magistrati di valore come Falcone e Borsellino ieri, ed altri oggi, si avvicinano a certe verità nel nostro Paese (e la nostra è una democrazia molto giovane) ci sono sempre delle forze che si agitano all’interno dello Stato per impedirlo. Credo perciò che sia ancora molto presto per arrivare a queste verità di cui sapremo qualcosa solo tra molti anni. Sono pochissimi gli uomini che si occupano delle indagini sulle stragi. Prendiamo ad esempio la procura di Caltanissetta che vede impegnati su questi temi il procuratore capo, un paio di aggiunti e qualche sostituto. Tra l’altro il distretto di Caltanissetta deve occuparsi anche del comprensorio di Gela che è alquanto impegnativo dal punto di vista giudiziario. Stesso discorso vale per i funzionari che hanno le deleghe per lavorare a Caltanissetta. A me risulta che vi sia un solo funzionario che lavora a tempo pieno sul mistero delle stragi, credo che il presidente della Repubblica dopo aver letto alcuni articoli di stampa abbia concesso alla procura nissena quattro sottoufficiali, due della Guardia di Finanza e due dei Carabinieri che hanno rinforzato questo nucleo. Ma i misteri d’Italia si devono risolvere con 6-7 persone? Non metto in dubbio la loro altissima professionalità, ma qui ci vorrebbe la concentrazione delle migliori forze investigative per scoprire chi ha ucciso Falcone e Borsellino.

Non ritieni comunque che il momento attuale sia particolarmente decisivo per poter arrivare ad individuare i mandanti delle stragi?
Io ritengo che il mandante “siciliano” di queste stragi è stato condannato ed è sicuramente Totò Riina, mentre il mandante “italiano” non lo hanno mai cercato fino in fondo. Sono convinto che ci sia realmente un mandante “siciliano” e un mandante “italiano”.

da: AntimafiaDuemila.com

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