Archivi del giorno: 13 dicembre 2011

Un Audit sul debito | STAMPA LIBERA

Fonte: Un Audit sul debito | STAMPA LIBERA.

http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=6321

Agli storici del futuro (se il genere umano sopravviverà alla crisi climatica e la civiltà al disastro economico) il trentennio appena trascorso apparirà finalmente per quello che è stato: un periodo di obnubilamento, di dittatura dell’ignoranza, di egemonia di un pensiero unico liberista sintetizzato dai detti dei due suoi principali esponenti: «La società non esiste. Esistono solo gli individui», cioè i soggetti dello scambio, cioè il mercato (Margaret Thatcher); e «Il governo non è la soluzione ma il problema», cioè, comandi il mercato! (Ronald Reagan). Il liberismo ha di fatto esonerato dall’onere del pensiero e dell’azione la generalità dei suoi adepti, consapevoli o inconsapevoli che siano; perché a governare economia e convivenza, al più con qualche correzione, provvede già il mercato.Anzi, “i mercati”; questo recente slittamento semantico dal singolare al plurale non rispecchia certo un’attenzione per le distinzioni settoriali o geografiche (metti, tra il mercato dell’auto e quello dei cereali; o tra il mercato mondiale del petrolio e quello di frutta e verdura della strada accanto); bensì un’inconscia percezione del fatto che a regolare o sregolare le nostra vite ci sono diversi (pochi) soggetti molto concreti, alcuni con nome e cognome, altri con marchi di banche, fondi e assicurazioni, ma tutti inarrivabili e capricciosi come dèi dell’Olimpo (Marco Bersani); ai quali sono state consegnate le chiavi della vita economica, e non solo economica, del pianeta Terra. Questa delega ai “mercati” ha significato la rinuncia a un’idea, a qualsiasi idea, di governo e, a maggior ragione, di autogoverno: la morte della politica. La crisi della sinistra novecentesca, europea e mondiale, ma anche della destra – quella “vera”, come la vorrebbero quelli di sinistra – è tutta qui.

Ma, dopo la lunga notte seguita al tramonto dei movimenti degli anni sessanta e settanta, il caos in cui ci ha gettato quella delega sta aprendo gli occhi a molti: indignados, gioventù araba in rivolta, e i tanti Occupy. Poco importa che non abbiano ancora “un vero programma” (come gli rinfacciano tanti politici spocchiosi): sanno che cosa vogliono.

Mentre i politici spocchiosi non lo sanno: vogliono solo quello che “i mercati” gli ingiungono di volere. È il mondo, e sono le nostre vite, a dover essere ripensati dalle fondamenta. Negli anni il liberismo – risposta vincente alle lotte, ai movimenti e alle conquiste di quattro decenni fa – ha prodotto un immane trasferimento di ricchezza dal lavoro al capitale: mediamente, si calcola, del 10 per cento dei Pil (il che, per un salario al fondo alla scala dei redditi può voler dire un dimezzamento; come negli Usa, dove il potere di acquisto di una famiglia con due stipendi di oggi equivale a quello di una famiglia monoreddito degli anni sessanta). Questo trasferimento è stato favorito dalle tecnologie informatiche, dalla precarizzazione e dalle delocalizzazioni che quelle tecnologie hanno reso possibili; ma è stato soprattutto il frutto della deregolamentazione della finanza e della libera circolazione dei capitali. Tutto quel denaro passato dal lavoro al capitale non è stato infatti investito, se non in minima parte, in attività produttive; è andato ad alimentare i mercati finanziari, dove si è moltiplicato e ha trovato, grazie alla soppressione di ogni regola, il modo per riprodursi per partenogenesi. Si calcola che i valori finanziari in circolazione siano da dieci a venti volte maggiori del Pil mondiale (cioè di tutte le merci prodotte nel mondo in un anno, che si stima valgano circa 75 mila miliardi di dollari). Ma non sono state certo le banche centrali a creare e mettere in circolazione quella montagna di denaro; e meno che mai è stata la Banca centrale europea (Bce), che per statuto non può farlo (anche se in effetti un po’ lo ha fatto e continua a farlo, per così dire, “di nascosto”). Se la Bce è oggi impotente di fronte alla speculazione sui titoli di stato (i cosiddetti debiti sovrani) è perché lo statuto che le vieta di “creare moneta” è stato adottato per fare da argine in tutto il continente alle rivendicazioni salariali e alle spese per il welfare. Una scelta consapevole quanto miope, che forse oggi, di fronte al disastro imminente, sono in molti a rimpiangere di aver fatto. A creare quella montagna di denaro è stato invece il capitale finanziario che si è autoriprodotto; i “mercati”. E lo hanno fatto perché tutti i governi glielo hanno permesso. Certo, in gran parte si tratta di “denaro virtuale”: se tutto insieme precipitasse dal cielo sulla terra, non troverebbe di fronte a sé una quantità altrettanto grande di merci da comprare. Ciò non toglie che ogni tanto – anzi molto spesso – una parte di quel denaro virtuale abbandoni la sfera celeste e si materializzi nell’acquisto di un’azienda, una banca, un albergo, un’isola; o di ville, tenute, gioielli, auto e vacanze di lusso. A quel punto non è più denaro virtuale, bensì potere reale sulla vita, sul lavoro e sulla sicurezza di migliaia e migliaia di esseri umani: un crimine contro l’umanità.

È un meccanismo complicato, ma facile da capire: in ultima analisi, quel denaro “fittizio” – che fittizio non è – si crea con il debito e si moltiplica pagando il debito con altro debito: in questa spirale sono stati coinvolti famiglie (con i famigerati mutui subprime; ma anche con carte di credito, vendite a rate e “prestiti d’onore”), imprese, banche, assicurazioni, Stati; e, una volta messi in moto, quei debiti rimbalzano dagli uni agli altri: dai mutui alle banche, da queste ai circuiti finanziari, e poi di nuovo alle banche, e poi ai governi accorsi in aiuto delle banche, e dalle banche di nuovo agli Stati. E non se ne esce, se non – probabilmente – con una generale bancarotta.

In termini tecnici, l’idea di pagare il debito con altro debito si chiama “schema Ponzi”, dal nome di un finanziere che l’aveva messa in pratica negli anni ’30 del secolo scorso (al giorno d’oggi quell’idea l’hanno riportata in vita il finanziere newyorchese Bernard Madoff e, probabilmente, molti altri); ma è una pratica vecchia come il mondo, tanto che in Italia ha anche un santo protettore: si chiama “catena di Sant’Antonio”. In realtà, tutta la bolla finanziaria che ci sovrasta non è che un immane schema Ponzi. E anche i debiti degli Stati lo sono. Il vero problema è sgonfiare quella bolla in modo drastico, prima che esploda tra le mani degli apprendisti stregoni dei governi che ne hanno permesso la creazione. Nell’immediato, un maggiore impegno del fondo salvastati, o del Fmi, o gli eurobond, o il coinvolgimento della Bce nell’acquisto di una parte dei debiti pubblici europei potrebbero allentare le tensioni. Ma sul lungo periodo è l’intera bolla che va in qualche modo sgonfiata.

Prendiamo l’Italia: paghiamo quest’anno 70 miliardi di interessi sul debito pubblico (che è di circa 1900 miliardi). L’anno prossimo saranno di più, perché gli interessi da pagare aumentano con lo spread. Negli anni passati a volte erano meno, ma a volte, in proporzione, anche di più. Quasi mai sono stati pagati con le entrate fiscali dell’anno (il cosiddetto avanzo primario); quasi sempre con un aumento del debito. Basta mettere in fila questi interessi per una trentina di anni – da quando hanno cominciato a correre – e abbiamo una buona metà, e anche più, di quel debito che mette alle corde l’economia del paese e impedisce a tutti noi di decidere come e da chi essere governati. Perché a deciderlo è ormai la Bce. Ma la vera origine del debito italiano è ancora più semplice: l’evasione fiscale. Ogni anno è di 120 miliardi o cifre equivalenti: così, senza neanche scomodare i costi di “politica”, della corruzione o della malavita organizzata, bastano quindici anni di evasione fiscale – e ci stanno – per spiegare i 1900 miliardi del debito italiano. Aggiungi che coloro che hanno evaso le tasse sono in buona parte – non tutti – gli stessi che hanno incassato gli interessi sul debito e il cerchio si chiude. La spesa pubblica in deficit ha la sua utilità se rimette in moto “risorse inutilizzate”: lavoratori disoccupati e impianti fermi. Ma se alimenta evasione fiscale e “risparmi” che vanno solo ad accrescere la bolla finanziaria, è una sciagura.

Altro che pensioni da tagliare (anche se le ingiustizie da correggere in questo campo sono molte)! E altro che scuola, e università, e sanità, e assistenza troppo “generose”! Siamo di fronte a cifre incomparabili: per distruggere scuola e Università è bastato tagliare pochi miliardi di euro all’anno. E da una “riforma” anche molto severa delle pensioni si può ricavare solo qualche miliardo di euro all’anno. Dalla svendita degli immobili dello Stato e dei servizi pubblici locali non si ricava molto di più. Dalla liquidazione di Eni, Enel, Ferrovie, Finmeccanica, Fincantieri e quant’altro, come improvvidamente suggerito nel luglio scorso dai bocconiani Perotti e Zingales (l’economista di riferimento, quest’ultimo, di Matteo Renzi; ma anche di Sarah Palin!), si ricaverebbe non più di qualche decina di miliardi una volta per sempre, trasferendo in mani ignote (ma potrebbero benissimo essere quelle della mafia) le leve dell’economia di un intero paese. Mentre interessi ed evasione fiscale ammontano a decine di miliardi ogni anno e il debito da “saldare” si conta in migliaia di miliardi. Per questo il rigore promesso dal governo potrà fare male ai molti che non se lo meritano, ma non ha grandi prospettive di successo: affrontare con queste armi il deficit pubblico, o addirittura il debito, è un’impresa votata al fallimento. O una truffa. Per questo è urgente effettuare un audit (un inventario) del debito italiano, perché tutti possano capire come si è formato, chi ne ha beneficiato e chi lo detiene (anche per poter prospettare trattamenti diversi alle diverse categorie di prestatori).

L’altro inganno che domina il delirio pubblico promosso dagli economisti mainstream – e in primis dai bocconiani – è la “crescita”. A consentire il pareggio del bilancio imposto dalla Bce e tra breve “costituzionalizzato”, cioè il pagamento degli interessi sul debito con il solo prelievo fiscale, e addirittura una graduale riduzione, cioè restituzione, del debito dovrebbe essere la “crescita” del Pil messa in moto dalle misure liberiste che i precedenti governi non avrebbero saputo o voluto adottare: liberalizzazioni, privatizzazioni, riforma del mercato del lavoro (alla Marchionne), eliminazioni delle pratiche amministrative inutili (ben vengano, ma bisognerà riparlarne) e le “grandi opere” (in primis il Tav). Ma per raggiungere con l’aumento del Pil obiettivi del genere ci vorrebbero tassi di crescita “cinesi”; in un periodo in cui l’Italia viene ufficialmente dichiarata in recessione, tutta l’Europa sta per entrarci, l’euro traballa, gli Stati Uniti sono fermi e l’economia dei paesi emergenti sta ripiegando. È il mondo intero a essere in balia di una crisi finanziaria che va ad aggiungersi a quella ambientale – di cui nessuno vuole più parlare – e allo sconvolgimento dei mercati delle materie prime (risorse alimentari in primo luogo) su cui si riversano i capitali speculativi che stanno ritirandosi dai titoli di stato (e non solo da quelli italiani). Interrogati in separata sede, sono pochi gli economisti che credono che nei prossimi anni possa esserci una qualche crescita. Molti prevedono esattamente il contrario; ma nessuno osa dirlo. Questa farsa deve finire. È ora di pensare – e progettare seriamente – un mondo capace di soddisfare i bisogni di tutti e di consentire a ciascuno una vita dignitosa anche senza “crescita”. Semplicemente valorizzando le risorse umane, il patrimonio dei saperi, le fonti energetiche e le risorse materiali rinnovabili, gli impianti e le attrezzature che già ci sono; e rinnovandoli e modificandoli solo per fare meglio con meno. Non c’è niente di utopistico in tutto questo; basta – ma non è poco – l’impegno di tutti gli uomini e le donne di buon senso e di buona volontà.

LA MANOVRA NON EVITERA’ IL DEFAULT – Cadoinpiedi

Fonte: LA MANOVRA NON EVITERA’ IL DEFAULT – Cadoinpiedi.

“La manovra Monti non salverà l’Italia perché è una manovra recessiva, molto simile alla manovra iniziale fatta dalla Grecia nel 2010 per riuscire a convincere Bruxelles a concedere gli aiuti finanziari necessari e per convincere i mercati a ristabilire una fiducia nei confronti del debito greco. Questa non è la direzione giusta perché, nonostante ci saranno delle reazioni positive questa settimana prima dell’incontro di venerdì dei leader europei, nel breve e medio periodo si sentirà l’impatto recessivo di questa manovra, ci sarà anche un’opposizione da parte dei sindacati e da parte anche di una bella fetta della popolazione, perché questa è una manovra ingiusta che punisce sempre lo stesso gruppo di persone, quindi la classe media, e in particolare è ingiusta per quanto riguarda le pensioni.”

Hai parlato di un team di avvocati che sta valutando l’uscita dall’Euro da parte della Germania. Esiste davvero? Perché è stato istituito?

“I lavori continuano, ci sono due scenari possibili al momento: il primo è che la Germania si crei in un certo senso un’area cosiddetta optimum currency area, quindi un’area economica dove c’è la possibilità di una grossa integrazione, inclusa l’integrazione monetaria e chiaramente quella fiscale. Questa area potrebbe essere caratterizzata dall’Euro, ma addirittura da un ritorno al marco o a una moneta simile al marco. In questa area entrerebbero sicuramente la Finlandia, l’Olanda, la Germania, forse alcune regioni del centro Europa e anche la Francia. Questa è una decisione che ancora non è stata presa, anche se la Germania sicuramente vorrà difendere l’alleanza con la Francia, poiché il fondamento dell’Europa unita è l’asse Germania – Francia. Questa area economica, monetaria e fiscale molto omogenea guarderebbe sempre più a Oriente e in particolare a Russia e Cina. Ci sono già stati una serie di accordi commerciali, ricordo l’accordo per il gasdotto che dalla Russia arriva direttamente in Germania, il quale è stato negoziato indipendentemente dagli accordi energetici tra Europa unita e Russia, in più la Germania è il partner economico più importante della Cina e quindi ci sarebbe un cambiamento di enfasi geopolitica dall’Europa mediterranea e dall’Europa occidentale verso l’Asia, dove tra l’altro la situazione economica al momento è migliore, ed è, secondo gli indicatorio economici, l’area che soffrirà meno di tutte le altre per la disintegrazione dell’Euro.
Il costo di questa operazione dovrebbe aggirarsi intorno al 2% del Pil per quanto riguarda la Germania.”

I mercati hanno reagito positivamente dopo la manovra di Monti, mentre i grandi giornali internazionali scommettono sulla recessione dell’Italia nel 2012, e addirittura c’è chi parla di depressione…

“Tutti i grandi economisti anglosassoni perlano di depressione, tra l’altro anche una buona fetta di quelli tedeschi. Il problema dell’Italia, come d’altronde il problema della Grecia, non è la paura dell’inflazione di cui si parla sempre, legata in particolare a una possibile uscita dall’Euro e quindi alla svalutazione della moneta, ma invece è la depressione. L’Italia sicuramente nel 2012 avrà una crescita negativa, ma bisognerà poi stabilire se questa crescita negativa sarà molto elevata o sarà contenuta come pensa il governo attuale intorno allo 0,5%. La manovra di Monti, essendo recessiva, potrebbe favorire questa contrazione. Ad esempio, l’aumento dell’Iva colpisce la media e la piccola impresa, ma soprattutto i consumi, quindi non si capisce da dove verrà il motore della crescita e questa è la domanda fondamentane che i mercati si fanno non solo nei confronti dell’Italia, ma che si sono fatti anche nei confronti della Grecia. Va benissimo contrarre la spesa pubblica e avere una politica fiscale simile a quella della Germania, però la Germania è un paese che produce, in Italia invece la produttività purtroppo è in calo e quindi una politica di austerity farebbe avvitare l’economia su se stessa in una spirale negativa. Io sono sicura che i dati dei primi 6 mesi del 2012 daranno ragione a questi economisti, che temono non una flessione dell’economia, ma addirittura una depressione dell’economia.”

Cosa avremmo dovuto fare secondo Lei?

“Una politica completamente diversa da quella che abbiamo fatto fino a oggi, ma questo non solamente noi, ma anche i greci e tutti i paesi deficitari. Keynes scrisse nel 1919 la famosa opera critica nei confronti delle riparazioni imposte alla Germania, in una situazione quindi di grande deficit da parte degli Stati: chi ha il potere non sono i creditori, ma sono i debitori e quindi il debitore dovrebbe usarlo questo potere. Avremmo dovuto organizzare un fronte comune con i paesi deficitari e quindi fare un programma di concerto accettato da tutti quanti, Grecia, Spagna, Portogallo, anche l’Irlanda avrebbe potuto partecipare (anche se ormai l’Irlanda è quasi fuori da questa crisi perché ha seguito una politica completamente diversa da quella degli altri paesi) e presentare un programma di crescita e di espansione dell’economia, pretendendo di avere quell’aiuto che una vera organizzazione come l’Europa unita, avrebbe dovuto dare a questi paesi, invece noi abbiamo scelto di negoziare singolarmente con i paesi ricchi, una via d’uscita che chiaramente non ha funzionato.
Ricordo sempre l’esempio del Dubai e di Abu Dhabi. Il Dubai nel 2009 si è trovato in una situazione di insolvibilità, ha chiesto aiuto ad Abu Dhabi. Quest’ultimo che aveva disapprovato la politica perseguita dal Dubai, ciò nonostante ha garantito quel debito, si è andati alla rinegoziazione del debito, alla fine il Dubai ha pagato una percentuale abbastanza bassa, quindi tra il 50 e il 60% del debito attuale e non è successo assolutamente nulla, anzi l’economia poi ha ripreso a crescere, nonostante la contrazione del 2008. Questo avremmo dovuto fare nel 2010 in Europa, in particolare in relazione alla Grecia che aveva chiesto solamente 9 miliardi di Euro. Questo non si è fatto e oggi ne paghiamo le conseguenze. Se avessimo avuto una politica vera, seria, omogenea, compatta dei paesi mediterranei e delle proposte concrete, oggi non dovremmo sacrificare i nostri pensionati.”

ComeDonChisciotte – “È ORA DI FERMARE LA GUERRA CONTRO LA TERRA”

ComeDonChisciotte – “È ORA DI FERMARE LA GUERRA CONTRO LA TERRA”.

DI VANDANA SHIVA
Ecoportal

Oggigiorno, quando pensiamo alla guerra, la nostra mente va verso Iraq e Afghanistan. Ma la guerra più grande è quella contro il pianeta. Ha le sue radici in un’economia che non rispetta i limiti ambientali ed etici, limiti della disuguaglianza, dell’ingiustizia, limiti dell’avidità e della concentrazione economica.

Una manciata di compagnie energetiche cerca di controllare le risorse della Terra e così trasformare il pianeta in un supermercato dove tutto è in vendita. Vogliono vendere la nostra acqua, i geni, le cellule, gli organi,la conoscenza, la cultura e il nostro futuro.

Le guerre durature in Afghanistan, Iraq e quelle che le hanno seguite non sono solo sangue per petrolio. Man mano che si sviluppano, vediamo che diventano sangue per il cibo, sangue per i geni e la biodiversità , sangue per l’acqua.

La mentalità guerriera soggiacente all’agricoltura bellico-industriale è ovvia nei nomi degli erbicidi della Monsanto Round-Up, Machete, Lasso. American Home Products, che si è fusa con la Monsanto, dà il nome a erbicidi altrettanto aggressivi, tra cui “Pentagono” e “Squadron”. È il linguaggio della guerra. La sostenibilità è basata sulla pace con la Terra.

La guerra sulla Terra inizia nella mente. Pensieri violenti danno forma a azioni violente. Categorie violente costruiscono strumenti violenti. E tutto questo ha la sua massima rappresentazione nelle metafore e metodi che sono alla base della produzione industriale, agricolo e alimentare. Le fabbriche che producevano veleni ed esplosivi per uccidere la gente in guerra sono state trasformate in fabbriche che producono prodotti agrochimici alla fine delle guerre.

L’anno 1984 mi ha fatto capire che qualcosa non andava nel modo in cui viene prodotto il cibo. Con la violenza nel Punjab e il disastro di Bhopal, l’agricoltura sembrava in stato di guerra. È stato allora che ho scritto “La violenza della Rivoluzione Verde” e per questo stesso motivo ho lanciato Navdanya come un movimento per l’agricoltura senza veleni e prodotti tossici.

I pesticidi, che inizialmente vennero usati come armi chimiche, non potevano controllare i parassiti. L’ingegneria genetica poteva offrire un’alternativa ai prodotti chimici tossici. Invece, ha portato a un maggior uso di pesticidi e diserbanti e ha scatenato una guerra contro i contadini.

Gli alti costi delle sostanze chimiche fanno sì che gli agricoltori cadano nella trappola del debito, e il debito porta i contadini al suicidio. Secondo i dati ufficiali, dal 1997 in India si sono suicidati più di 200.000 agricoltori.

Fare la pace con la Terra è sempre stato un imperativo etico ed ecologico, che è ormai diventato un imperativo per la sopravvivenza della nostra specie.

La violenza contro il suolo, la biodiversità, l’acqua, l’atmosfera, la campagna e i contadini sono un sistema alimentare marziale che non può nutrire le persone. Un miliardo di persone soffrono la fame. Due miliardi soffrono di patologie legate all’alimentazione: obesità, diabete, ipertensione e cancro.

Ci sono tre livelli di violenza coinvolti nello sviluppo insostenibile. Il primo è la violenza contro la Terra, che si esprime nella crisi ecologica. Il secondo è la violenza contro le persone, espresso in povertà, miseria e esodi di massa per sfuggire alla fame .Il terzo è la violenza della guerra e del conflitto, quando i potenti prendono in mano le risorse che si trovano in altre comunità e paesi per soddisfare il loro appetito che non conosce limiti.

Quando ogni aspetto della vita è commercializzato, vivere diventa più costoso e la gente si impoverisce, anche se guadagna più di un dollaro al giorno. D’altra parte, le persone possono essere ricche in termini materiali, anche senza l’economia monetaria, se hanno accesso alla terra, se i terreni sono fertili, se i fiumi sono puliti, se la cultura è ricca e continua la tradizione di costruire case e bei vestiti, buon cibo, e vi è coesione sociale, solidarietà e spirito comunitario.

L’ascesa del dominio del mercato, e della moneta come capitale prodotto dall’uomo, nella posizione di principio superiore organizzativo della società e ormai l’unico modo per quantificare il nostro benessere e ha portato a un indebolimento dei processi che mantengono e sostengono la vita nella natura e nella società.

Più ricchi diventiamo, più poveri siamo ecologicamente e culturalmente. L’aumento del benessere economico, misurato in denaro, porta a un aumento della povertà negli aspetti materiali, culturali, ecologici e spirituali.

La moneta reale della vita è la vita stessa, questo punto di vista porta ad alcune domande: Come vediamo noi stessi in questo mondo? Perché esistono gli esseri umani? Siamo solo una macchina che produce denaro e divora risorse? Oppure abbiamo uno scopo più alto, un fine superiore?

Io credo che “la democrazia terracquea” ci permette di immaginare e creare democrazie viventi basate sul valore intrinseco di tutte le specie, di tutti i popoli di tutte le culture, una ripartizione giusta ed equa delle risorse vitali di questa terra, una divisione delle decisioni sull’uso delle risorse della Terra.

“La democrazia terracquea” protegge i processi ecologici che mantengono la vita e i diritti umani fondamentali che sono alla base del diritto alla vita, compreso il diritto all’acqua, al cibo, salute, istruzione, lavoro e sostentamento.

Dobbiamo scegliere. Obbediremo alle leggi del mercato dell’avidità corporativa o alle leggi di Madre Terra per mantenere gli ecosistemi terrestri e la diversità degli esseri viventi?

Il bisogno di cibo e di acqua delle persone può essere soddisfatto solo se si protegge la capacità della natura di produrre cibo e acqua. Suolo e fiumi morti non danno né cibo né acqua.

Pertanto, la difesa dei diritti della Madre Terra è il più importante dei diritti umani e delle lotte per la giustizia sociale. È il più grande movimento pacifista del nostro tempo.

La dott.ssa Vandana Shiva è una fisica e ambientalista indiana, che ha ricevuto il Premio Sydney della Pace 2010. Discorso alla Sydney Opera House del 3 novembre.

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Fonte: Es hora de parar la guerra contra la Tierra

23.11.2011

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di VINCENZO LAPORTA

MUOStro di Niscemi: il NO del Politecnico di Torino – AgoraVox Italia

Fonte: MUOStro di Niscemi: il NO del Politecnico di Torino – AgoraVox Italia.

La stazione di telecomunicazioni MUOS (Mobile User Objective System) comporta gravi rischi per la popolazione e per l’ambiente tali da impedirne la realizzazione in aree densamente popolate, come quella adiacente la cittadina di Niscemi (Caltanissetta). Ad affermarlo sono Massimo Zucchetti, professore ordinario di Impianti Nucleari del Politecnico di Torino e research affiliate del Massachusetts Institute of Technology (USA) e Massimo Coraddu, consulente esterno del dipartimento di Energetica del Politecnico ed ex ricercatore dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN).

I due studiosi hanno analizzato i possibili rischi per la salute della popolazione dovuti all’irraggiamento diretto del nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari della Marina militare USA, e i danni che le emissioni possono provocare all’ambiente circostante. I risultati, estremamente inquietanti, sono contenuti in un report consegnato qualche giorno fa all’amministrazione comunale di Niscemi. Il sindaco, Giovanni Di Martino, lo ha immediatamente inviato al presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo, chiedendogli di sospendere l’autorizzazione concessa per installare il terminale MUOS all’interno della zona naturalistica protetta “Sughereta di Niscemi”, inserita nella rete Natura 2000 come sito di interesse comunitario (SIC ITA05007). La Regione aveva autorizzato i lavori l’1 giugno scorso, basandosi su una sommaria certificazione della sostenibilità ambientale del MUOS da parte della facoltà d’Ingegneria dell’Università di Palermo. Ma per il Politecnico di Torino, i rischi delle antenne satellitari “sono stati sottovalutati, o del tutto ignorati” dai docenti siciliani (gli ingegneri Luigi Zanforlin e Patrizia Livreri) e dagli “esperti” nominati dalle forze armate statunitensi.

Secondo i dati tecnici forniti dalle autorità militari, il sistema di telecomunicazione MUOS consiste in tre grandi antenne paraboliche (due continuativamente funzionanti e una di riserva) per le trasmissioni in banda Ka verso i satelliti geostazionari, più due trasmettitori elicoidali in banda UHF, per il posizionamento geografico. Le antenne paraboliche di 18,4 metri di diametro hanno frequenze di trasmissione di 30-31 GHz e 20-21 GHz di ricezione; la potenza è di 1600 W, mentre l’altezza del centro radiante rispetto al suolo è di 11,2 metri. Le frequenze di trasmissione e ricezione delle antenne elicoidali (4 metri di lunghezza e 33 cm di diametro) vanno da i 240 ai 315 MHz, la potenza è di 105 W, mentre l’altezza del centro radiante è di 3,7 metri. “Si tratta di informazioni assai carenti”, affermano gli studiosi del Politecnico. “In nessuna delle relazioni note sono indicati per le due tipologie di antenne il tipo di trasmissione (se a onda continua o impulsata e l’eventuale forma dell’impulso). Nel caso delle grandi antenne paraboliche non è poi indicato il diagramma polare completo, con esatta localizzazione dei lobi”.

“Incompleti e affetti da innumerevoli incongruenze” sono pure i dati relativi alle emissioni del sistema MUOS e quelli riferiti ai rischi associati all’eventuale realizzazione della stazione di trasmissione. Nel loro studio, i professori Zucchetti e Coraddu segnalano che nel caso dei trasmettitori con antenna parabolica, “la maggior parte dell’energia radiante emessa è concentrata in uno stretto fascio principale, con un’apertura angolare di qualche decimo di grado, che in condizioni normali di funzionamento è puntato verso il cielo con una inclinazione minima rispetto all’orizzonte di soli 17°”. Date le caratteristiche di questi sistemi, il “limite di attenzione” per le esposizioni prolungate deve essere calcolato in un raggio di 132,5 Km dai trasmettitori, mentre il “limite del valore per la compatibilità elettromagnetica” raggiunge gli 814,3 Km. di distanza.

Antonio Di Pietro: Recuperiamo le tasse dai ladroni come Germania e Inghilterra

Fonte: Antonio Di Pietro: Recuperiamo le tasse dai ladroni come Germania e Inghilterra.

Ieri il capogruppo dell’Italia dei Valori alla camera, Massimo Donadi, ha rivolto un’interrogazione al governo per sapere se, oltre a mandare in pensione i lavoratori cinque o sei anni più tardi e a tagliare i servizi sociali essenziali, pensava di recuperare, grazie a un accordo con la Svizzera, le tasse dai ladroni che portano lì i loro capitali. Come hanno già fatto Germania e Gran Bretagna.
E’ un accordo semplice. Entro maggio del 2013 chi ha nascosto i soldi nelle banche svizzere dovrà pagare una tassa tra il 19 e il 35% della cifra media tenuta in quelle banche tra il 2003 e il 2010 e in più un’aliquota del 25% su tutte le rendite procurate da quei capitali. Soldi che la Svizzera riconsegnerà poi ai due Paesi con cui ha firmato l’accordo.
Il medesimo trattato potrebbe sottoscriverlo anche l’Italia. Ci porterebbe in cassa 14 o 15 miliardi di euro, grazie ai quali si potrebbero modificare tante delle misure inique di cui la manovra purtroppo è strapiena.
Ci ha risposto il ministro per i Rapporti col parlamento Giarda, leggendo una dichiarazione non sua ma del presidente del consiglio Mario Monti, nelle vesti di ministro dell’Economia. Papale papale, il professore ci ha detto che di fare come la Germania e la Gran Bretagna non se ne parla nemmeno, perché questi accordi starebbero “sollevando le critiche e le perplessità della Ue per incompatibilità con la direttiva sul risparmio”.
Ma che risposta è?
Primo: una cosa sono le perplessità e un’altra un divieto ufficiale. Per ora non solo la Ue non ha aperto nessuna procedura d’infrazione ma Germania e Gran Bretagna hanno incassato miliardi di euro utili a non far pesare sui cittadini le loro manovre economiche. Quindi, critiche o non critiche, quegli accordi sono del tutto validi e leciti.
Secondo: è ovvio che più sono i Paesi della Ue che chiedono di risolvere questo scandalo più è facile che l’Unione capisca che quella direttiva non può diventare una licenza di furto e quindi, se non le piace la strada individuata, ne deve trovare subito un’altra che raggiunga lo stesso obiettivo.
E’ assurdo che proprio l’Italia, cioè il Paese che più di tutti è flagellato dall’evasione fiscale e dalla fuga dei capitali all’estero, invece di essere il primo a firmare quegli accordi guardi da un’altra parte proprio come faceva Berlusconi.
Di questo passo, caro professor Monti, di soluzione ne resta una sola: evasione impunita e ogni tanto un bel condono. Grazie tante, la conosciamo già.

Il WTO e lo schiavo globale- Blog di Beppe Grillo

Fonte: Il WTO e lo schiavo globale- Blog di Beppe Grillo.

Dieci anni fa, l’11 dicembre 2001, la Cina diventò Stato membro del World Trade Organization (WTO). Da allora la parola globalizzazione è una dura realtà per tutti. Il WTO è l’ennesima organizzazione sulla quale il cittadino non ha alcun controllo, ma che decide della sua vita. Un manipolo di burocrati detta, con il concorso delle lobby e delle multinazionali, le regole del commercio mondiale. Il suo direttore generale è Pascal Lamy, un illustre sconosciuto per i più. Chi lo ha eletto? Una media impresa di Vicenza o di Forlì può chiudere i battenti per una sua decisione. Il WTO include 153 Stati, per gli altri non rimane altro che l’embargo. Il WTO è nato per favorire la libera circolazione delle merci e dei servizi, ma di fatto ha favorito la libera circolazione dei capitali di investimento. Le multinazionali hanno spostato la produzione dove costava di meno. In Paesi dove la parola “sindacato” non esiste neppure sul vocabolario, dove non vi sono regole contro l’inquinamento dell’ambiente da parte delle fabbriche, dove salari dignitosi e tutele per i lavoratori sono una chimera, ma dove c’è offerta di manodopera a basso e bassissimo costo. Anche infantile volendo. La competizione internazionale si può fare a parità di regole e di diritti per i lavoratori, altrimenti diventa una riserva di caccia per imprenditori senza scrupoli. Come puoi competere contro chi non ha diritti? Pensarlo è una follia o una presa per i fondelli.
Licenzi in patria, produci a pochi euro al giorno con i nuovi schiavi e poi vai nei salotti televisivi a spiegare l’economia. Che mondo meraviglioso e del cazzo ha creato il WTO. Chi detiene il capitale ha ottenuto in un colpo solo due risultati, calmierare a livello mondiale gli stipendi e le pretese di una vita migliore da parte dei lavoratori e aumentare i propri profitti. E’ la continuazione in altra forma delle navi negriere che trasportarono forza lavoro gratuita nelle piantagioni di cotone. Dalla creazione del WTO, nel 1995, la produzione si è spostata dove il capitale è più remunerato, ed è più remunerato dove la condizione umana è peggiore. Nel frattempo, nei Paesi che hanno perso decine di migliaia di aziende e milioni di posti di lavoro a causa della globalizzazione, come l’Italia, è esplosa (che sorpresa!) la disoccupazione. In sostanza si è globalizzato il capitale e si sono nazionalizzate le perdite e la disoccupazione. Il futuro, se non fermiamo questa deriva, la creazione dello schiavo globale diventerà realtà. Mangia, produci, crepa!

MANOVRA, TRE BENEFICI PER LE BANCHE – Cadoinpiedi

Fonte: MANOVRA, TRE BENEFICI PER LE BANCHE – Cadoinpiedi.

di Gianni Dragoni – 10 Dicembre 2011
Il decreto Monti è severo con i pensionati e con chi ha un reddito medio basso, ma favorisce gli istituti di credito. Tre le norme salvagente che aiuteranno i grandi gruppi, senza un controllo su errori e responsabilità. Si può ravvisare un conflitto di interessi?
“Salvate le persone, non le banche”, diceva la folla di manifestanti negli Stati Uniti per reazione all’imponente piano di salvataggio del sistema finanziario varato dopo l’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca, con l’obiettivo di evitare fallimenti a catena in seguito al tracollo della Lehman Brothers, avvenuto il 15 settembre 2008.
La storia si ripete in Italia. Le misure adottate il 4 dicembre dal governo di Mario Monti, ex presidente dell’università Bocconi, sono severe con i pensionati, con i proprietari dell’abitazione (l’80% degli italiani possiede la propria casa), con chi ha un reddito medio-basso (i più colpiti dall’aumento dell’Iva di due punti). Le stesse misure fanno invece sorridere le banche.

Nel decreto Monti ci sono almeno tre benefici per le banche. Il primo deriva dalla riduzione a mille euro del tetto per i pagamenti in contanti, finora era di 2.500 euro. Il tetto sarà più basso, solo 500 euro, per le pensioni. Questo farà aumentare i pagamenti con bonifico, assegno, carte di credito e prepagate. Una stima dice che queste transazioni aumenternno del 30 per cento. Dunque le banche incasseranno più commissioni e aumenteranno gli utili. Secondo stime le maggiori banche italiane, Intesa Sanpaolo e Unicredit, potrebbero aumentare gli utili di una decina di milioni di euro all’anno ciascuna. Il tetto a 500 euro per i pagamenti in contanti delle pensioni obbligherà circa due milioni di pensionati ad aprire un conto corrente, anche questo andrà a vantaggio per le banche. Queste norme hanno l’obiettivo di ridurre i pagamenti in nero e l’evasione fiscale. Vedremo se accadrà. Tuttavia il governo non ha previsto un immediato abbassamento delle commissioni bancarie. Monti ha solo espresso un generico auspicio a una loro “adeguata riduzione”. Si affida alla buona volontà dei banchieri…

Il secondo vantaggio per le banche deriva dalla riduzione dei prelievi in contante. Per le banche queste operazioni sono un costo, alcuni mesi fa alcuni istituti avevano perfino introdotto una tassa per chi prelevava allo sportello i propri soldi, sollevando una marea di proteste. Con l’aumento dei pagamenti senza denaro le banche avranno bisogno di meno personale allo sportello. Secondo stime autorevoli potrebbero essere in eccesso fino al 30 per cento dei cassieri. Per gruppi come Intesa e Unicredit questo significa diverse migliaia di potenziali esuberi (almeno 3-4mila cassieri in meno per ognuna di queste banche). Si tratta di personale dal costo medio di 70-80mila euro all’anno. E’ difficile che le banche possano prepensionare questi dipendenti, nel momento in cui il governo alza l’età pensionabile. Avranno comunque una disponibilità di personale che potranno ricollocare. Uno dei banchieri più conosciuti stima che, se le banche riuscissero a ridurre il personale che risulterà in eccesso, nel complesso potrebbero risparmiare fino a un miliardo di euro.

Ma ecco l’aiuto più importante. Le banche sono senza soldi, non fanno più credito alle imprese. E non si prestano neppure il denaro fra loro, perché hanno paura che un’altra banca fallisca. In realtà non tutti sono a secco. Chi ha liquidità preferisce tenerla al sicuro alla Bce, a Francoforte, anche se riceve interessi solo dello 0,5 per cento, ci sono più di 300 miliardi parcheggiati. Cosa ha fatto allora Monti? Ha introdotto la garanzia dello Stato sulle passività delle banche, sulle obbligazioni che emettono per finanziarsi. La garanzia vale anche per le obbligazioni già emesse, è sufficiente che questi bond abbiano tre mesi di vita residua. Se un istituto non fosse in grado di rimborsare le obbligazioni alla scadenza, sarà lo Stato a pagare.
Lo farà con i soldi dei contribuenti, costretti a pagare di più con questa manovra. Il decreto stanzia infatti per questi possibili interventi a favore delle banche 200 milioni di euro all’anno, dal 2012 al 2016, in tutto un miliardo di euro. L’anno prossimo scadono 137 miliardi di bond delle banche. Il primo effetto di questa misura è ridurre il costo della provvista per le banche, grazie alla garanzia dello Stato dovrebbero riuscire a finanziarsi a tassi più bassi.

Se le banche fallissero sarebbe una catastrofe, anche per i piccoli risparmiatori. Dunque l’intento di Monti è comprensibile. Meno condivisibile però è che il salvagente non sia accompagnato da norme che consentano un controllo sulle banche e l’individuazione delle responsabilità e degli errori fatti dai banchieri. Per esempio molte banche hanno impegnato centinaia di milioni di euro in operazioni di potere, come gli interventi “di sistema” (cioè per favorire gli amici) di Intesa in Telecom e nella cordata berlusconiana della nuova Alitalia. Oppure i finanziamenti a favore di Ligresti e dell’immobiliarista Zunino, che vedono in prima linea Unicredit, Intesa e Mediobanca. Questi soldi sono stati sottratti a un utilizzo più corretto, distratti dal finanziamento della produzione delle imprese sane. Quando il presidente Obama ha varato il piano di salvataggio dei gruppi finanziari (Tarp), con un fondo da oltre 800 miliardi di dollari, ha introdotto norme precise di controllo, tra cui un tetto agli stipendi più alti, a cominciare dall’amministratore delegato delle società salvate, che non poteva guadagnare più di mezzo milione di dollari all’anno, pari a circa 350mila euro. Monti non ha messo alcuna norma di questo tipo. Eppure i capi delle grandi banche italiane guadagnano agevolmente almeno due-tre milioni di euro lordi all’anno.

Non c’è un conflitto d’interessi tra queste norme, così favorevoli alle banche, e il fatto che nel governo Monti ci sia una folta pattuglia di ex banchieri? O pensate che questa sia solo una coincidenza? C’è Corrado Passera, che ha lasciato la guida di banca Intesa per fare il superministro dello Sviluppo economico, delle Infrastrutture e Trasporti (stipendio 2010: 3,5 milioni lordi) e possiede ancora circa otto milioni di azioni della banca. C’è Elsa Fornero, il ministro tagli-pensioni che era vicepresidente del consiglio di sorveglianza di Intesa, c’è Piero Gnudi, il ministro del Turismo che era nel consiglio di Unicredit. E c’è Mario Ciaccia, uno dei principali dirigenti del gruppo Intesa, che adesso è il viceministro di Passera alle Infrastrutture. Monti chiama il decreto “salva Italia”. Di sicuro è anche un decreto “salva banche”. Potremmo chiamarlo decreto “ad bancam”.