Archivi del giorno: 13 dicembre 2011

Un Audit sul debito | STAMPA LIBERA

Fonte: Un Audit sul debito | STAMPA LIBERA.

http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=6321

Agli storici del futuro (se il genere umano sopravviverà alla crisi climatica e la civiltà al disastro economico) il trentennio appena trascorso apparirà finalmente per quello che è stato: un periodo di obnubilamento, di dittatura dell’ignoranza, di egemonia di un pensiero unico liberista sintetizzato dai detti dei due suoi principali esponenti: «La società non esiste. Esistono solo gli individui», cioè i soggetti dello scambio, cioè il mercato (Margaret Thatcher); e «Il governo non è la soluzione ma il problema», cioè, comandi il mercato! (Ronald Reagan). Il liberismo ha di fatto esonerato dall’onere del pensiero e dell’azione la generalità dei suoi adepti, consapevoli o inconsapevoli che siano; perché a governare economia e convivenza, al più con qualche correzione, provvede già il mercato.Anzi, “i mercati”; questo recente slittamento semantico dal singolare al plurale non rispecchia certo un’attenzione per le distinzioni settoriali o geografiche (metti, tra il mercato dell’auto e quello dei cereali; o tra il mercato mondiale del petrolio e quello di frutta e verdura della strada accanto); bensì un’inconscia percezione del fatto che a regolare o sregolare le nostra vite ci sono diversi (pochi) soggetti molto concreti, alcuni con nome e cognome, altri con marchi di banche, fondi e assicurazioni, ma tutti inarrivabili e capricciosi come dèi dell’Olimpo (Marco Bersani); ai quali sono state consegnate le chiavi della vita economica, e non solo economica, del pianeta Terra. Questa delega ai “mercati” ha significato la rinuncia a un’idea, a qualsiasi idea, di governo e, a maggior ragione, di autogoverno: la morte della politica. La crisi della sinistra novecentesca, europea e mondiale, ma anche della destra – quella “vera”, come la vorrebbero quelli di sinistra – è tutta qui.

Ma, dopo la lunga notte seguita al tramonto dei movimenti degli anni sessanta e settanta, il caos in cui ci ha gettato quella delega sta aprendo gli occhi a molti: indignados, gioventù araba in rivolta, e i tanti Occupy. Poco importa che non abbiano ancora “un vero programma” (come gli rinfacciano tanti politici spocchiosi): sanno che cosa vogliono.

Mentre i politici spocchiosi non lo sanno: vogliono solo quello che “i mercati” gli ingiungono di volere. È il mondo, e sono le nostre vite, a dover essere ripensati dalle fondamenta. Negli anni il liberismo – risposta vincente alle lotte, ai movimenti e alle conquiste di quattro decenni fa – ha prodotto un immane trasferimento di ricchezza dal lavoro al capitale: mediamente, si calcola, del 10 per cento dei Pil (il che, per un salario al fondo alla scala dei redditi può voler dire un dimezzamento; come negli Usa, dove il potere di acquisto di una famiglia con due stipendi di oggi equivale a quello di una famiglia monoreddito degli anni sessanta). Questo trasferimento è stato favorito dalle tecnologie informatiche, dalla precarizzazione e dalle delocalizzazioni che quelle tecnologie hanno reso possibili; ma è stato soprattutto il frutto della deregolamentazione della finanza e della libera circolazione dei capitali. Tutto quel denaro passato dal lavoro al capitale non è stato infatti investito, se non in minima parte, in attività produttive; è andato ad alimentare i mercati finanziari, dove si è moltiplicato e ha trovato, grazie alla soppressione di ogni regola, il modo per riprodursi per partenogenesi. Si calcola che i valori finanziari in circolazione siano da dieci a venti volte maggiori del Pil mondiale (cioè di tutte le merci prodotte nel mondo in un anno, che si stima valgano circa 75 mila miliardi di dollari). Ma non sono state certo le banche centrali a creare e mettere in circolazione quella montagna di denaro; e meno che mai è stata la Banca centrale europea (Bce), che per statuto non può farlo (anche se in effetti un po’ lo ha fatto e continua a farlo, per così dire, “di nascosto”). Se la Bce è oggi impotente di fronte alla speculazione sui titoli di stato (i cosiddetti debiti sovrani) è perché lo statuto che le vieta di “creare moneta” è stato adottato per fare da argine in tutto il continente alle rivendicazioni salariali e alle spese per il welfare. Una scelta consapevole quanto miope, che forse oggi, di fronte al disastro imminente, sono in molti a rimpiangere di aver fatto. A creare quella montagna di denaro è stato invece il capitale finanziario che si è autoriprodotto; i “mercati”. E lo hanno fatto perché tutti i governi glielo hanno permesso. Certo, in gran parte si tratta di “denaro virtuale”: se tutto insieme precipitasse dal cielo sulla terra, non troverebbe di fronte a sé una quantità altrettanto grande di merci da comprare. Ciò non toglie che ogni tanto – anzi molto spesso – una parte di quel denaro virtuale abbandoni la sfera celeste e si materializzi nell’acquisto di un’azienda, una banca, un albergo, un’isola; o di ville, tenute, gioielli, auto e vacanze di lusso. A quel punto non è più denaro virtuale, bensì potere reale sulla vita, sul lavoro e sulla sicurezza di migliaia e migliaia di esseri umani: un crimine contro l’umanità.

È un meccanismo complicato, ma facile da capire: in ultima analisi, quel denaro “fittizio” – che fittizio non è – si crea con il debito e si moltiplica pagando il debito con altro debito: in questa spirale sono stati coinvolti famiglie (con i famigerati mutui subprime; ma anche con carte di credito, vendite a rate e “prestiti d’onore”), imprese, banche, assicurazioni, Stati; e, una volta messi in moto, quei debiti rimbalzano dagli uni agli altri: dai mutui alle banche, da queste ai circuiti finanziari, e poi di nuovo alle banche, e poi ai governi accorsi in aiuto delle banche, e dalle banche di nuovo agli Stati. E non se ne esce, se non – probabilmente – con una generale bancarotta.

In termini tecnici, l’idea di pagare il debito con altro debito si chiama “schema Ponzi”, dal nome di un finanziere che l’aveva messa in pratica negli anni ’30 del secolo scorso (al giorno d’oggi quell’idea l’hanno riportata in vita il finanziere newyorchese Bernard Madoff e, probabilmente, molti altri); ma è una pratica vecchia come il mondo, tanto che in Italia ha anche un santo protettore: si chiama “catena di Sant’Antonio”. In realtà, tutta la bolla finanziaria che ci sovrasta non è che un immane schema Ponzi. E anche i debiti degli Stati lo sono. Il vero problema è sgonfiare quella bolla in modo drastico, prima che esploda tra le mani degli apprendisti stregoni dei governi che ne hanno permesso la creazione. Nell’immediato, un maggiore impegno del fondo salvastati, o del Fmi, o gli eurobond, o il coinvolgimento della Bce nell’acquisto di una parte dei debiti pubblici europei potrebbero allentare le tensioni. Ma sul lungo periodo è l’intera bolla che va in qualche modo sgonfiata.

Prendiamo l’Italia: paghiamo quest’anno 70 miliardi di interessi sul debito pubblico (che è di circa 1900 miliardi). L’anno prossimo saranno di più, perché gli interessi da pagare aumentano con lo spread. Negli anni passati a volte erano meno, ma a volte, in proporzione, anche di più. Quasi mai sono stati pagati con le entrate fiscali dell’anno (il cosiddetto avanzo primario); quasi sempre con un aumento del debito. Basta mettere in fila questi interessi per una trentina di anni – da quando hanno cominciato a correre – e abbiamo una buona metà, e anche più, di quel debito che mette alle corde l’economia del paese e impedisce a tutti noi di decidere come e da chi essere governati. Perché a deciderlo è ormai la Bce. Ma la vera origine del debito italiano è ancora più semplice: l’evasione fiscale. Ogni anno è di 120 miliardi o cifre equivalenti: così, senza neanche scomodare i costi di “politica”, della corruzione o della malavita organizzata, bastano quindici anni di evasione fiscale – e ci stanno – per spiegare i 1900 miliardi del debito italiano. Aggiungi che coloro che hanno evaso le tasse sono in buona parte – non tutti – gli stessi che hanno incassato gli interessi sul debito e il cerchio si chiude. La spesa pubblica in deficit ha la sua utilità se rimette in moto “risorse inutilizzate”: lavoratori disoccupati e impianti fermi. Ma se alimenta evasione fiscale e “risparmi” che vanno solo ad accrescere la bolla finanziaria, è una sciagura.

Altro che pensioni da tagliare (anche se le ingiustizie da correggere in questo campo sono molte)! E altro che scuola, e università, e sanità, e assistenza troppo “generose”! Siamo di fronte a cifre incomparabili: per distruggere scuola e Università è bastato tagliare pochi miliardi di euro all’anno. E da una “riforma” anche molto severa delle pensioni si può ricavare solo qualche miliardo di euro all’anno. Dalla svendita degli immobili dello Stato e dei servizi pubblici locali non si ricava molto di più. Dalla liquidazione di Eni, Enel, Ferrovie, Finmeccanica, Fincantieri e quant’altro, come improvvidamente suggerito nel luglio scorso dai bocconiani Perotti e Zingales (l’economista di riferimento, quest’ultimo, di Matteo Renzi; ma anche di Sarah Palin!), si ricaverebbe non più di qualche decina di miliardi una volta per sempre, trasferendo in mani ignote (ma potrebbero benissimo essere quelle della mafia) le leve dell’economia di un intero paese. Mentre interessi ed evasione fiscale ammontano a decine di miliardi ogni anno e il debito da “saldare” si conta in migliaia di miliardi. Per questo il rigore promesso dal governo potrà fare male ai molti che non se lo meritano, ma non ha grandi prospettive di successo: affrontare con queste armi il deficit pubblico, o addirittura il debito, è un’impresa votata al fallimento. O una truffa. Per questo è urgente effettuare un audit (un inventario) del debito italiano, perché tutti possano capire come si è formato, chi ne ha beneficiato e chi lo detiene (anche per poter prospettare trattamenti diversi alle diverse categorie di prestatori).

L’altro inganno che domina il delirio pubblico promosso dagli economisti mainstream – e in primis dai bocconiani – è la “crescita”. A consentire il pareggio del bilancio imposto dalla Bce e tra breve “costituzionalizzato”, cioè il pagamento degli interessi sul debito con il solo prelievo fiscale, e addirittura una graduale riduzione, cioè restituzione, del debito dovrebbe essere la “crescita” del Pil messa in moto dalle misure liberiste che i precedenti governi non avrebbero saputo o voluto adottare: liberalizzazioni, privatizzazioni, riforma del mercato del lavoro (alla Marchionne), eliminazioni delle pratiche amministrative inutili (ben vengano, ma bisognerà riparlarne) e le “grandi opere” (in primis il Tav). Ma per raggiungere con l’aumento del Pil obiettivi del genere ci vorrebbero tassi di crescita “cinesi”; in un periodo in cui l’Italia viene ufficialmente dichiarata in recessione, tutta l’Europa sta per entrarci, l’euro traballa, gli Stati Uniti sono fermi e l’economia dei paesi emergenti sta ripiegando. È il mondo intero a essere in balia di una crisi finanziaria che va ad aggiungersi a quella ambientale – di cui nessuno vuole più parlare – e allo sconvolgimento dei mercati delle materie prime (risorse alimentari in primo luogo) su cui si riversano i capitali speculativi che stanno ritirandosi dai titoli di stato (e non solo da quelli italiani). Interrogati in separata sede, sono pochi gli economisti che credono che nei prossimi anni possa esserci una qualche crescita. Molti prevedono esattamente il contrario; ma nessuno osa dirlo. Questa farsa deve finire. È ora di pensare – e progettare seriamente – un mondo capace di soddisfare i bisogni di tutti e di consentire a ciascuno una vita dignitosa anche senza “crescita”. Semplicemente valorizzando le risorse umane, il patrimonio dei saperi, le fonti energetiche e le risorse materiali rinnovabili, gli impianti e le attrezzature che già ci sono; e rinnovandoli e modificandoli solo per fare meglio con meno. Non c’è niente di utopistico in tutto questo; basta – ma non è poco – l’impegno di tutti gli uomini e le donne di buon senso e di buona volontà.

LA MANOVRA NON EVITERA’ IL DEFAULT – Cadoinpiedi

Fonte: LA MANOVRA NON EVITERA’ IL DEFAULT – Cadoinpiedi.

“La manovra Monti non salverà l’Italia perché è una manovra recessiva, molto simile alla manovra iniziale fatta dalla Grecia nel 2010 per riuscire a convincere Bruxelles a concedere gli aiuti finanziari necessari e per convincere i mercati a ristabilire una fiducia nei confronti del debito greco. Questa non è la direzione giusta perché, nonostante ci saranno delle reazioni positive questa settimana prima dell’incontro di venerdì dei leader europei, nel breve e medio periodo si sentirà l’impatto recessivo di questa manovra, ci sarà anche un’opposizione da parte dei sindacati e da parte anche di una bella fetta della popolazione, perché questa è una manovra ingiusta che punisce sempre lo stesso gruppo di persone, quindi la classe media, e in particolare è ingiusta per quanto riguarda le pensioni.”

Hai parlato di un team di avvocati che sta valutando l’uscita dall’Euro da parte della Germania. Esiste davvero? Perché è stato istituito?

“I lavori continuano, ci sono due scenari possibili al momento: il primo è che la Germania si crei in un certo senso un’area cosiddetta optimum currency area, quindi un’area economica dove c’è la possibilità di una grossa integrazione, inclusa l’integrazione monetaria e chiaramente quella fiscale. Questa area potrebbe essere caratterizzata dall’Euro, ma addirittura da un ritorno al marco o a una moneta simile al marco. In questa area entrerebbero sicuramente la Finlandia, l’Olanda, la Germania, forse alcune regioni del centro Europa e anche la Francia. Questa è una decisione che ancora non è stata presa, anche se la Germania sicuramente vorrà difendere l’alleanza con la Francia, poiché il fondamento dell’Europa unita è l’asse Germania – Francia. Questa area economica, monetaria e fiscale molto omogenea guarderebbe sempre più a Oriente e in particolare a Russia e Cina. Ci sono già stati una serie di accordi commerciali, ricordo l’accordo per il gasdotto che dalla Russia arriva direttamente in Germania, il quale è stato negoziato indipendentemente dagli accordi energetici tra Europa unita e Russia, in più la Germania è il partner economico più importante della Cina e quindi ci sarebbe un cambiamento di enfasi geopolitica dall’Europa mediterranea e dall’Europa occidentale verso l’Asia, dove tra l’altro la situazione economica al momento è migliore, ed è, secondo gli indicatorio economici, l’area che soffrirà meno di tutte le altre per la disintegrazione dell’Euro.
Il costo di questa operazione dovrebbe aggirarsi intorno al 2% del Pil per quanto riguarda la Germania.”

I mercati hanno reagito positivamente dopo la manovra di Monti, mentre i grandi giornali internazionali scommettono sulla recessione dell’Italia nel 2012, e addirittura c’è chi parla di depressione…

“Tutti i grandi economisti anglosassoni perlano di depressione, tra l’altro anche una buona fetta di quelli tedeschi. Il problema dell’Italia, come d’altronde il problema della Grecia, non è la paura dell’inflazione di cui si parla sempre, legata in particolare a una possibile uscita dall’Euro e quindi alla svalutazione della moneta, ma invece è la depressione. L’Italia sicuramente nel 2012 avrà una crescita negativa, ma bisognerà poi stabilire se questa crescita negativa sarà molto elevata o sarà contenuta come pensa il governo attuale intorno allo 0,5%. La manovra di Monti, essendo recessiva, potrebbe favorire questa contrazione. Ad esempio, l’aumento dell’Iva colpisce la media e la piccola impresa, ma soprattutto i consumi, quindi non si capisce da dove verrà il motore della crescita e questa è la domanda fondamentane che i mercati si fanno non solo nei confronti dell’Italia, ma che si sono fatti anche nei confronti della Grecia. Va benissimo contrarre la spesa pubblica e avere una politica fiscale simile a quella della Germania, però la Germania è un paese che produce, in Italia invece la produttività purtroppo è in calo e quindi una politica di austerity farebbe avvitare l’economia su se stessa in una spirale negativa. Io sono sicura che i dati dei primi 6 mesi del 2012 daranno ragione a questi economisti, che temono non una flessione dell’economia, ma addirittura una depressione dell’economia.”

Cosa avremmo dovuto fare secondo Lei?

“Una politica completamente diversa da quella che abbiamo fatto fino a oggi, ma questo non solamente noi, ma anche i greci e tutti i paesi deficitari. Keynes scrisse nel 1919 la famosa opera critica nei confronti delle riparazioni imposte alla Germania, in una situazione quindi di grande deficit da parte degli Stati: chi ha il potere non sono i creditori, ma sono i debitori e quindi il debitore dovrebbe usarlo questo potere. Avremmo dovuto organizzare un fronte comune con i paesi deficitari e quindi fare un programma di concerto accettato da tutti quanti, Grecia, Spagna, Portogallo, anche l’Irlanda avrebbe potuto partecipare (anche se ormai l’Irlanda è quasi fuori da questa crisi perché ha seguito una politica completamente diversa da quella degli altri paesi) e presentare un programma di crescita e di espansione dell’economia, pretendendo di avere quell’aiuto che una vera organizzazione come l’Europa unita, avrebbe dovuto dare a questi paesi, invece noi abbiamo scelto di negoziare singolarmente con i paesi ricchi, una via d’uscita che chiaramente non ha funzionato.
Ricordo sempre l’esempio del Dubai e di Abu Dhabi. Il Dubai nel 2009 si è trovato in una situazione di insolvibilità, ha chiesto aiuto ad Abu Dhabi. Quest’ultimo che aveva disapprovato la politica perseguita dal Dubai, ciò nonostante ha garantito quel debito, si è andati alla rinegoziazione del debito, alla fine il Dubai ha pagato una percentuale abbastanza bassa, quindi tra il 50 e il 60% del debito attuale e non è successo assolutamente nulla, anzi l’economia poi ha ripreso a crescere, nonostante la contrazione del 2008. Questo avremmo dovuto fare nel 2010 in Europa, in particolare in relazione alla Grecia che aveva chiesto solamente 9 miliardi di Euro. Questo non si è fatto e oggi ne paghiamo le conseguenze. Se avessimo avuto una politica vera, seria, omogenea, compatta dei paesi mediterranei e delle proposte concrete, oggi non dovremmo sacrificare i nostri pensionati.”

ComeDonChisciotte – “È ORA DI FERMARE LA GUERRA CONTRO LA TERRA”

ComeDonChisciotte – “È ORA DI FERMARE LA GUERRA CONTRO LA TERRA”.

DI VANDANA SHIVA
Ecoportal

Oggigiorno, quando pensiamo alla guerra, la nostra mente va verso Iraq e Afghanistan. Ma la guerra più grande è quella contro il pianeta. Ha le sue radici in un’economia che non rispetta i limiti ambientali ed etici, limiti della disuguaglianza, dell’ingiustizia, limiti dell’avidità e della concentrazione economica.

Una manciata di compagnie energetiche cerca di controllare le risorse della Terra e così trasformare il pianeta in un supermercato dove tutto è in vendita. Vogliono vendere la nostra acqua, i geni, le cellule, gli organi,la conoscenza, la cultura e il nostro futuro.

Le guerre durature in Afghanistan, Iraq e quelle che le hanno seguite non sono solo sangue per petrolio. Man mano che si sviluppano, vediamo che diventano sangue per il cibo, sangue per i geni e la biodiversità , sangue per l’acqua.

La mentalità guerriera soggiacente all’agricoltura bellico-industriale è ovvia nei nomi degli erbicidi della Monsanto Round-Up, Machete, Lasso. American Home Products, che si è fusa con la Monsanto, dà il nome a erbicidi altrettanto aggressivi, tra cui “Pentagono” e “Squadron”. È il linguaggio della guerra. La sostenibilità è basata sulla pace con la Terra.

La guerra sulla Terra inizia nella mente. Pensieri violenti danno forma a azioni violente. Categorie violente costruiscono strumenti violenti. E tutto questo ha la sua massima rappresentazione nelle metafore e metodi che sono alla base della produzione industriale, agricolo e alimentare. Le fabbriche che producevano veleni ed esplosivi per uccidere la gente in guerra sono state trasformate in fabbriche che producono prodotti agrochimici alla fine delle guerre.

L’anno 1984 mi ha fatto capire che qualcosa non andava nel modo in cui viene prodotto il cibo. Con la violenza nel Punjab e il disastro di Bhopal, l’agricoltura sembrava in stato di guerra. È stato allora che ho scritto “La violenza della Rivoluzione Verde” e per questo stesso motivo ho lanciato Navdanya come un movimento per l’agricoltura senza veleni e prodotti tossici.

I pesticidi, che inizialmente vennero usati come armi chimiche, non potevano controllare i parassiti. L’ingegneria genetica poteva offrire un’alternativa ai prodotti chimici tossici. Invece, ha portato a un maggior uso di pesticidi e diserbanti e ha scatenato una guerra contro i contadini.

Gli alti costi delle sostanze chimiche fanno sì che gli agricoltori cadano nella trappola del debito, e il debito porta i contadini al suicidio. Secondo i dati ufficiali, dal 1997 in India si sono suicidati più di 200.000 agricoltori.

Fare la pace con la Terra è sempre stato un imperativo etico ed ecologico, che è ormai diventato un imperativo per la sopravvivenza della nostra specie.

La violenza contro il suolo, la biodiversità, l’acqua, l’atmosfera, la campagna e i contadini sono un sistema alimentare marziale che non può nutrire le persone. Un miliardo di persone soffrono la fame. Due miliardi soffrono di patologie legate all’alimentazione: obesità, diabete, ipertensione e cancro.

Ci sono tre livelli di violenza coinvolti nello sviluppo insostenibile. Il primo è la violenza contro la Terra, che si esprime nella crisi ecologica. Il secondo è la violenza contro le persone, espresso in povertà, miseria e esodi di massa per sfuggire alla fame .Il terzo è la violenza della guerra e del conflitto, quando i potenti prendono in mano le risorse che si trovano in altre comunità e paesi per soddisfare il loro appetito che non conosce limiti.

Quando ogni aspetto della vita è commercializzato, vivere diventa più costoso e la gente si impoverisce, anche se guadagna più di un dollaro al giorno. D’altra parte, le persone possono essere ricche in termini materiali, anche senza l’economia monetaria, se hanno accesso alla terra, se i terreni sono fertili, se i fiumi sono puliti, se la cultura è ricca e continua la tradizione di costruire case e bei vestiti, buon cibo, e vi è coesione sociale, solidarietà e spirito comunitario.

L’ascesa del dominio del mercato, e della moneta come capitale prodotto dall’uomo, nella posizione di principio superiore organizzativo della società e ormai l’unico modo per quantificare il nostro benessere e ha portato a un indebolimento dei processi che mantengono e sostengono la vita nella natura e nella società.

Più ricchi diventiamo, più poveri siamo ecologicamente e culturalmente. L’aumento del benessere economico, misurato in denaro, porta a un aumento della povertà negli aspetti materiali, culturali, ecologici e spirituali.

La moneta reale della vita è la vita stessa, questo punto di vista porta ad alcune domande: Come vediamo noi stessi in questo mondo? Perché esistono gli esseri umani? Siamo solo una macchina che produce denaro e divora risorse? Oppure abbiamo uno scopo più alto, un fine superiore?

Io credo che “la democrazia terracquea” ci permette di immaginare e creare democrazie viventi basate sul valore intrinseco di tutte le specie, di tutti i popoli di tutte le culture, una ripartizione giusta ed equa delle risorse vitali di questa terra, una divisione delle decisioni sull’uso delle risorse della Terra.

“La democrazia terracquea” protegge i processi ecologici che mantengono la vita e i diritti umani fondamentali che sono alla base del diritto alla vita, compreso il diritto all’acqua, al cibo, salute, istruzione, lavoro e sostentamento.

Dobbiamo scegliere. Obbediremo alle leggi del mercato dell’avidità corporativa o alle leggi di Madre Terra per mantenere gli ecosistemi terrestri e la diversità degli esseri viventi?

Il bisogno di cibo e di acqua delle persone può essere soddisfatto solo se si protegge la capacità della natura di produrre cibo e acqua. Suolo e fiumi morti non danno né cibo né acqua.

Pertanto, la difesa dei diritti della Madre Terra è il più importante dei diritti umani e delle lotte per la giustizia sociale. È il più grande movimento pacifista del nostro tempo.

La dott.ssa Vandana Shiva è una fisica e ambientalista indiana, che ha ricevuto il Premio Sydney della Pace 2010. Discorso alla Sydney Opera House del 3 novembre.

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Fonte: Es hora de parar la guerra contra la Tierra

23.11.2011

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di VINCENZO LAPORTA

MUOStro di Niscemi: il NO del Politecnico di Torino – AgoraVox Italia

Fonte: MUOStro di Niscemi: il NO del Politecnico di Torino – AgoraVox Italia.

La stazione di telecomunicazioni MUOS (Mobile User Objective System) comporta gravi rischi per la popolazione e per l’ambiente tali da impedirne la realizzazione in aree densamente popolate, come quella adiacente la cittadina di Niscemi (Caltanissetta). Ad affermarlo sono Massimo Zucchetti, professore ordinario di Impianti Nucleari del Politecnico di Torino e research affiliate del Massachusetts Institute of Technology (USA) e Massimo Coraddu, consulente esterno del dipartimento di Energetica del Politecnico ed ex ricercatore dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN).

I due studiosi hanno analizzato i possibili rischi per la salute della popolazione dovuti all’irraggiamento diretto del nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari della Marina militare USA, e i danni che le emissioni possono provocare all’ambiente circostante. I risultati, estremamente inquietanti, sono contenuti in un report consegnato qualche giorno fa all’amministrazione comunale di Niscemi. Il sindaco, Giovanni Di Martino, lo ha immediatamente inviato al presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo, chiedendogli di sospendere l’autorizzazione concessa per installare il terminale MUOS all’interno della zona naturalistica protetta “Sughereta di Niscemi”, inserita nella rete Natura 2000 come sito di interesse comunitario (SIC ITA05007). La Regione aveva autorizzato i lavori l’1 giugno scorso, basandosi su una sommaria certificazione della sostenibilità ambientale del MUOS da parte della facoltà d’Ingegneria dell’Università di Palermo. Ma per il Politecnico di Torino, i rischi delle antenne satellitari “sono stati sottovalutati, o del tutto ignorati” dai docenti siciliani (gli ingegneri Luigi Zanforlin e Patrizia Livreri) e dagli “esperti” nominati dalle forze armate statunitensi.

Secondo i dati tecnici forniti dalle autorità militari, il sistema di telecomunicazione MUOS consiste in tre grandi antenne paraboliche (due continuativamente funzionanti e una di riserva) per le trasmissioni in banda Ka verso i satelliti geostazionari, più due trasmettitori elicoidali in banda UHF, per il posizionamento geografico. Le antenne paraboliche di 18,4 metri di diametro hanno frequenze di trasmissione di 30-31 GHz e 20-21 GHz di ricezione; la potenza è di 1600 W, mentre l’altezza del centro radiante rispetto al suolo è di 11,2 metri. Le frequenze di trasmissione e ricezione delle antenne elicoidali (4 metri di lunghezza e 33 cm di diametro) vanno da i 240 ai 315 MHz, la potenza è di 105 W, mentre l’altezza del centro radiante è di 3,7 metri. “Si tratta di informazioni assai carenti”, affermano gli studiosi del Politecnico. “In nessuna delle relazioni note sono indicati per le due tipologie di antenne il tipo di trasmissione (se a onda continua o impulsata e l’eventuale forma dell’impulso). Nel caso delle grandi antenne paraboliche non è poi indicato il diagramma polare completo, con esatta localizzazione dei lobi”.

“Incompleti e affetti da innumerevoli incongruenze” sono pure i dati relativi alle emissioni del sistema MUOS e quelli riferiti ai rischi associati all’eventuale realizzazione della stazione di trasmissione. Nel loro studio, i professori Zucchetti e Coraddu segnalano che nel caso dei trasmettitori con antenna parabolica, “la maggior parte dell’energia radiante emessa è concentrata in uno stretto fascio principale, con un’apertura angolare di qualche decimo di grado, che in condizioni normali di funzionamento è puntato verso il cielo con una inclinazione minima rispetto all’orizzonte di soli 17°”. Date le caratteristiche di questi sistemi, il “limite di attenzione” per le esposizioni prolungate deve essere calcolato in un raggio di 132,5 Km dai trasmettitori, mentre il “limite del valore per la compatibilità elettromagnetica” raggiunge gli 814,3 Km. di distanza.

Antonio Di Pietro: Recuperiamo le tasse dai ladroni come Germania e Inghilterra

Fonte: Antonio Di Pietro: Recuperiamo le tasse dai ladroni come Germania e Inghilterra.

Ieri il capogruppo dell’Italia dei Valori alla camera, Massimo Donadi, ha rivolto un’interrogazione al governo per sapere se, oltre a mandare in pensione i lavoratori cinque o sei anni più tardi e a tagliare i servizi sociali essenziali, pensava di recuperare, grazie a un accordo con la Svizzera, le tasse dai ladroni che portano lì i loro capitali. Come hanno già fatto Germania e Gran Bretagna.
E’ un accordo semplice. Entro maggio del 2013 chi ha nascosto i soldi nelle banche svizzere dovrà pagare una tassa tra il 19 e il 35% della cifra media tenuta in quelle banche tra il 2003 e il 2010 e in più un’aliquota del 25% su tutte le rendite procurate da quei capitali. Soldi che la Svizzera riconsegnerà poi ai due Paesi con cui ha firmato l’accordo.
Il medesimo trattato potrebbe sottoscriverlo anche l’Italia. Ci porterebbe in cassa 14 o 15 miliardi di euro, grazie ai quali si potrebbero modificare tante delle misure inique di cui la manovra purtroppo è strapiena.
Ci ha risposto il ministro per i Rapporti col parlamento Giarda, leggendo una dichiarazione non sua ma del presidente del consiglio Mario Monti, nelle vesti di ministro dell’Economia. Papale papale, il professore ci ha detto che di fare come la Germania e la Gran Bretagna non se ne parla nemmeno, perché questi accordi starebbero “sollevando le critiche e le perplessità della Ue per incompatibilità con la direttiva sul risparmio”.
Ma che risposta è?
Primo: una cosa sono le perplessità e un’altra un divieto ufficiale. Per ora non solo la Ue non ha aperto nessuna procedura d’infrazione ma Germania e Gran Bretagna hanno incassato miliardi di euro utili a non far pesare sui cittadini le loro manovre economiche. Quindi, critiche o non critiche, quegli accordi sono del tutto validi e leciti.
Secondo: è ovvio che più sono i Paesi della Ue che chiedono di risolvere questo scandalo più è facile che l’Unione capisca che quella direttiva non può diventare una licenza di furto e quindi, se non le piace la strada individuata, ne deve trovare subito un’altra che raggiunga lo stesso obiettivo.
E’ assurdo che proprio l’Italia, cioè il Paese che più di tutti è flagellato dall’evasione fiscale e dalla fuga dei capitali all’estero, invece di essere il primo a firmare quegli accordi guardi da un’altra parte proprio come faceva Berlusconi.
Di questo passo, caro professor Monti, di soluzione ne resta una sola: evasione impunita e ogni tanto un bel condono. Grazie tante, la conosciamo già.

Il WTO e lo schiavo globale- Blog di Beppe Grillo

Fonte: Il WTO e lo schiavo globale- Blog di Beppe Grillo.

Dieci anni fa, l’11 dicembre 2001, la Cina diventò Stato membro del World Trade Organization (WTO). Da allora la parola globalizzazione è una dura realtà per tutti. Il WTO è l’ennesima organizzazione sulla quale il cittadino non ha alcun controllo, ma che decide della sua vita. Un manipolo di burocrati detta, con il concorso delle lobby e delle multinazionali, le regole del commercio mondiale. Il suo direttore generale è Pascal Lamy, un illustre sconosciuto per i più. Chi lo ha eletto? Una media impresa di Vicenza o di Forlì può chiudere i battenti per una sua decisione. Il WTO include 153 Stati, per gli altri non rimane altro che l’embargo. Il WTO è nato per favorire la libera circolazione delle merci e dei servizi, ma di fatto ha favorito la libera circolazione dei capitali di investimento. Le multinazionali hanno spostato la produzione dove costava di meno. In Paesi dove la parola “sindacato” non esiste neppure sul vocabolario, dove non vi sono regole contro l’inquinamento dell’ambiente da parte delle fabbriche, dove salari dignitosi e tutele per i lavoratori sono una chimera, ma dove c’è offerta di manodopera a basso e bassissimo costo. Anche infantile volendo. La competizione internazionale si può fare a parità di regole e di diritti per i lavoratori, altrimenti diventa una riserva di caccia per imprenditori senza scrupoli. Come puoi competere contro chi non ha diritti? Pensarlo è una follia o una presa per i fondelli.
Licenzi in patria, produci a pochi euro al giorno con i nuovi schiavi e poi vai nei salotti televisivi a spiegare l’economia. Che mondo meraviglioso e del cazzo ha creato il WTO. Chi detiene il capitale ha ottenuto in un colpo solo due risultati, calmierare a livello mondiale gli stipendi e le pretese di una vita migliore da parte dei lavoratori e aumentare i propri profitti. E’ la continuazione in altra forma delle navi negriere che trasportarono forza lavoro gratuita nelle piantagioni di cotone. Dalla creazione del WTO, nel 1995, la produzione si è spostata dove il capitale è più remunerato, ed è più remunerato dove la condizione umana è peggiore. Nel frattempo, nei Paesi che hanno perso decine di migliaia di aziende e milioni di posti di lavoro a causa della globalizzazione, come l’Italia, è esplosa (che sorpresa!) la disoccupazione. In sostanza si è globalizzato il capitale e si sono nazionalizzate le perdite e la disoccupazione. Il futuro, se non fermiamo questa deriva, la creazione dello schiavo globale diventerà realtà. Mangia, produci, crepa!

MANOVRA, TRE BENEFICI PER LE BANCHE – Cadoinpiedi

Fonte: MANOVRA, TRE BENEFICI PER LE BANCHE – Cadoinpiedi.

di Gianni Dragoni – 10 Dicembre 2011
Il decreto Monti è severo con i pensionati e con chi ha un reddito medio basso, ma favorisce gli istituti di credito. Tre le norme salvagente che aiuteranno i grandi gruppi, senza un controllo su errori e responsabilità. Si può ravvisare un conflitto di interessi?
“Salvate le persone, non le banche”, diceva la folla di manifestanti negli Stati Uniti per reazione all’imponente piano di salvataggio del sistema finanziario varato dopo l’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca, con l’obiettivo di evitare fallimenti a catena in seguito al tracollo della Lehman Brothers, avvenuto il 15 settembre 2008.
La storia si ripete in Italia. Le misure adottate il 4 dicembre dal governo di Mario Monti, ex presidente dell’università Bocconi, sono severe con i pensionati, con i proprietari dell’abitazione (l’80% degli italiani possiede la propria casa), con chi ha un reddito medio-basso (i più colpiti dall’aumento dell’Iva di due punti). Le stesse misure fanno invece sorridere le banche.

Nel decreto Monti ci sono almeno tre benefici per le banche. Il primo deriva dalla riduzione a mille euro del tetto per i pagamenti in contanti, finora era di 2.500 euro. Il tetto sarà più basso, solo 500 euro, per le pensioni. Questo farà aumentare i pagamenti con bonifico, assegno, carte di credito e prepagate. Una stima dice che queste transazioni aumenternno del 30 per cento. Dunque le banche incasseranno più commissioni e aumenteranno gli utili. Secondo stime le maggiori banche italiane, Intesa Sanpaolo e Unicredit, potrebbero aumentare gli utili di una decina di milioni di euro all’anno ciascuna. Il tetto a 500 euro per i pagamenti in contanti delle pensioni obbligherà circa due milioni di pensionati ad aprire un conto corrente, anche questo andrà a vantaggio per le banche. Queste norme hanno l’obiettivo di ridurre i pagamenti in nero e l’evasione fiscale. Vedremo se accadrà. Tuttavia il governo non ha previsto un immediato abbassamento delle commissioni bancarie. Monti ha solo espresso un generico auspicio a una loro “adeguata riduzione”. Si affida alla buona volontà dei banchieri…

Il secondo vantaggio per le banche deriva dalla riduzione dei prelievi in contante. Per le banche queste operazioni sono un costo, alcuni mesi fa alcuni istituti avevano perfino introdotto una tassa per chi prelevava allo sportello i propri soldi, sollevando una marea di proteste. Con l’aumento dei pagamenti senza denaro le banche avranno bisogno di meno personale allo sportello. Secondo stime autorevoli potrebbero essere in eccesso fino al 30 per cento dei cassieri. Per gruppi come Intesa e Unicredit questo significa diverse migliaia di potenziali esuberi (almeno 3-4mila cassieri in meno per ognuna di queste banche). Si tratta di personale dal costo medio di 70-80mila euro all’anno. E’ difficile che le banche possano prepensionare questi dipendenti, nel momento in cui il governo alza l’età pensionabile. Avranno comunque una disponibilità di personale che potranno ricollocare. Uno dei banchieri più conosciuti stima che, se le banche riuscissero a ridurre il personale che risulterà in eccesso, nel complesso potrebbero risparmiare fino a un miliardo di euro.

Ma ecco l’aiuto più importante. Le banche sono senza soldi, non fanno più credito alle imprese. E non si prestano neppure il denaro fra loro, perché hanno paura che un’altra banca fallisca. In realtà non tutti sono a secco. Chi ha liquidità preferisce tenerla al sicuro alla Bce, a Francoforte, anche se riceve interessi solo dello 0,5 per cento, ci sono più di 300 miliardi parcheggiati. Cosa ha fatto allora Monti? Ha introdotto la garanzia dello Stato sulle passività delle banche, sulle obbligazioni che emettono per finanziarsi. La garanzia vale anche per le obbligazioni già emesse, è sufficiente che questi bond abbiano tre mesi di vita residua. Se un istituto non fosse in grado di rimborsare le obbligazioni alla scadenza, sarà lo Stato a pagare.
Lo farà con i soldi dei contribuenti, costretti a pagare di più con questa manovra. Il decreto stanzia infatti per questi possibili interventi a favore delle banche 200 milioni di euro all’anno, dal 2012 al 2016, in tutto un miliardo di euro. L’anno prossimo scadono 137 miliardi di bond delle banche. Il primo effetto di questa misura è ridurre il costo della provvista per le banche, grazie alla garanzia dello Stato dovrebbero riuscire a finanziarsi a tassi più bassi.

Se le banche fallissero sarebbe una catastrofe, anche per i piccoli risparmiatori. Dunque l’intento di Monti è comprensibile. Meno condivisibile però è che il salvagente non sia accompagnato da norme che consentano un controllo sulle banche e l’individuazione delle responsabilità e degli errori fatti dai banchieri. Per esempio molte banche hanno impegnato centinaia di milioni di euro in operazioni di potere, come gli interventi “di sistema” (cioè per favorire gli amici) di Intesa in Telecom e nella cordata berlusconiana della nuova Alitalia. Oppure i finanziamenti a favore di Ligresti e dell’immobiliarista Zunino, che vedono in prima linea Unicredit, Intesa e Mediobanca. Questi soldi sono stati sottratti a un utilizzo più corretto, distratti dal finanziamento della produzione delle imprese sane. Quando il presidente Obama ha varato il piano di salvataggio dei gruppi finanziari (Tarp), con un fondo da oltre 800 miliardi di dollari, ha introdotto norme precise di controllo, tra cui un tetto agli stipendi più alti, a cominciare dall’amministratore delegato delle società salvate, che non poteva guadagnare più di mezzo milione di dollari all’anno, pari a circa 350mila euro. Monti non ha messo alcuna norma di questo tipo. Eppure i capi delle grandi banche italiane guadagnano agevolmente almeno due-tre milioni di euro lordi all’anno.

Non c’è un conflitto d’interessi tra queste norme, così favorevoli alle banche, e il fatto che nel governo Monti ci sia una folta pattuglia di ex banchieri? O pensate che questa sia solo una coincidenza? C’è Corrado Passera, che ha lasciato la guida di banca Intesa per fare il superministro dello Sviluppo economico, delle Infrastrutture e Trasporti (stipendio 2010: 3,5 milioni lordi) e possiede ancora circa otto milioni di azioni della banca. C’è Elsa Fornero, il ministro tagli-pensioni che era vicepresidente del consiglio di sorveglianza di Intesa, c’è Piero Gnudi, il ministro del Turismo che era nel consiglio di Unicredit. E c’è Mario Ciaccia, uno dei principali dirigenti del gruppo Intesa, che adesso è il viceministro di Passera alle Infrastrutture. Monti chiama il decreto “salva Italia”. Di sicuro è anche un decreto “salva banche”. Potremmo chiamarlo decreto “ad bancam”.

Eugenio Benetazzo .:::. Il più autorevole economista fuori dal coro in Italia

Fonte: Eugenio Benetazzo .:::. Il più autorevole economista fuori dal coro in Italia.

Chi non ricorda agli inizi degli anni ottanta gli sketch di cabaret all’interno della trasmissione televisiva Drive-in dell’allora trio comico napoletano i “trettrè” quando nel mettere in scena una burla pittoresca non esitava a esternare il loro climax comico con la spassosa esternazione “originale canadese ricaricabile” ! Una bufala plateale come quella di comperare un orologio tarocco costruito in Canada e dalle caratteristiche tecniche mirabolanti. Non so se qualcuno se ne è accorto ma gli italiani di recente hanno vissuto in prima persona l’escalation mediatica di una burla di cotanta macchinazione e lungimiranza. Mi sto riferendo nello specifico al cosiddetto Decreto Salva Italia (che dovrebbe essere ribattezzato più appropriatamente come Salva Banche e BTP).

Fatemi capire: c’era bisogno di un governo tecnico di autorevoli esponenti accademici per tassare i risparmi degli italiani, aumentare l’imposizione indiretta e ridimensionare le rendite pensionistiche ? Perchè se questa doveva essere la missione governativa tanto valeva prendere un manipolo di laureati per corrispondenza all’Università di Paperopoli e il risultato forse sarebbe stato migliore. Che buggeratura, che fregatura, che turlupinatura: originale, canadese, ricaricabile ! Siamo sullo stesso piano degli sketch dei Trettrè ! Queste sarebbero le famose riforme del paese ? Così si rilancia la crescita del paese ? Così si crea stabilità ai conti pubblici ? Quanto terrorismo finanziario è stato fatto in queste ultime settimane per farvi accettare la manovra di sodomizzazione nazionale ?

Fermatevi un momento a riflettere: vi hanno inculcato l’idea che il paese stava per fallire, non si sarebbero potuti pagare pensioni e stipendi pubblici. Ma come fa a fallire un paese che ha 2 trilioni di debito e 8 trilioni di attivi della sua popolazione ? Avete mai sentito che un’azienda è fallita perchè aveva 100.000 euro di debiti, ma aveva tra liquidità e patrimonio immobiliare del suo titolare oltre 400.000 euro ? Com’è che la popolazione si indegna per la riforma delle pensioni italiane, ma nessuno si sogna di contestare la pensione sociale che viene erogata agli extracomunitari con semplice permesso di soggiorno, i quali grazie al ricongiungimento familiare dei loro genitori anziani incassano 550 euro mensili senza aver mai versato contributi all’INPS. Ancora nel paese ci sono faide fratricide tra destra e sinistra quando non hanno alcuna logica di esistenza visto che i loro due modelli economici di ispirazione sono completamente falliti: il comunismo nel 1989 e il capitalismo nel 2008.

Oggi l’unico modello economico sopravvissuto è risultato essere solo il socialismo, se non avessimo avuto in questi tre anni gli interventi dei singoli stati saremmo tornati indietro di cento anni e più. Inoltre vista la continua escalation mediatica di timore sul debito pubblico, sappiate che quest’ultimo ormai è già stato ripagato, o almeno il capitale è stato ampiamente già restituito da tempo, oggi ci stiamo preoccupando solo di restituire la capitalizzazione di interessi su interessi che si sono assommati negli anni. Una exit strategy veramente da governo tecnico che mi sarei atteso invece sarebbe stato il congelamento degli interessi sui titoli governativi detenuti da non residenti, affiancato ad un programma di ristrutturazione della durata del prestito. Altro che originale, canadese, ricaricabile.

ComeDonChisciotte – L’ESPERIENZA ARGENTINA E LA CRISI EUROPEA

Fonte: ComeDonChisciotte – L’ESPERIENZA ARGENTINA E LA CRISI EUROPEA.

“CON LA GUIDA DEL FMI, I RISULTATI FURONO DISASTROSI”. INTERVISTA A JOSEPH STIGLITZ  DI TOMAS LUKIN E JAVIER LEWKOWICZ Pagina12.com.ar

Il Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz rivendica la strada scelta dall’Argentina dopo la fine della convertibilità e il default, “anche se in tanti hanno idee diverse su quelle che debbano essere le buone ricette economiche“.

 

Joseph Stiglitz è un militante contro le ricette di aggiustamento fiscale che propongono una “svalutazione interna” grazie alla diminuzione dei salari e alla sottomissione dei debitori nei confronti dei creditori. Anni fa l’Argentina soffrì di questa malattia come nessun altro paese al mondo, una situazione che riuscì a lasciarsi alle spalle grazie all’applicazione di una serie di politiche economiche di segno opposto, come il ripristino della competitività partendo da una forte svalutazione, compensata dall’incremento della spesa pubblica e una politica dei redditi di stile keynesiano, oltre a una forte ristrutturazione del debito estero che ripartì i costi del default. Per questo motivo Stiglitz è diventato un difensore del modello argentino. “Negli anni ’90, fu proprio il FMI a guidare l’Argentina nell’applicazione delle politiche di austerità, con risultati disastrosi. Nell’eurozona non sono riusciti ad imparare questa lezione. Ancora una volta, l’Europa dovrebbe prestare attenzione alla crescita argentina, mostrandole che c’è vita anche dopo un default“, ha spiegato in un reportage concesso in esclusiva a Pagina 12.

 

Alle prime ore del mattino e appena prima di partire verso il Cile, il Premio Nobel del 2001, mentre assaporava all’aperto un’abbondante colazione all’americana con pane, uova poché, lardo e frutta, ha analizzato a fondo la crisi dell’euro, la possibile uscita delle economie più deboli, l’incapacità dei governi di Germania e Francia e i nuovi governi “tecnocratici” che sono saliti al potere in Italia e in Grecia. Stiglitz ha ricordato l’articolo che questo quotidiano realizzò ad agosto nella città tedesca di Lindau, dove si tenne la conferenza mondiale dei Premi Nobel per l’Economia. Ha ammesso, in rapporto a quella chiacchierata, che la sua percezione della crisi europea è ancora più negativa: “L’Europa e l’euro sono sulla strada del suicidio.” Ha anche raccomandato alla Grecia un’uscita dalla moneta comune.

 

Ha anche sottolineato l’importanza del favorevole contesto internazionale per spiegare il successo economico argentino, riferendosi all’inflazione e ai profitti delle multinazionali. Questa settimana Stiglitz si è incontrato con presidente, Cristina Fernández: “Sia Néstor, quando ebbi l’opportunità di conoscerlo, che Cristina mi sono sembrate due persone molto interessanti. Ma lei è più passionale.

 

Lei dice che “l’Argentina questa volta sta facendo bene”. Che spiegazione si è dato per il buon funzionamento dell’economia nazionale e di quella di altri paesi emergenti?

 

In Argentina, la fine del regime di convertibilità e il default provocarono molti danni e un forte periodo di decrescita. Poi l’economia ha iniziato a crescere molto rapidamente, addirittura in assenza di quelle che molta gente considera le “migliori” pratiche economiche. Credo che Argentina, Brasile e Cina hanno realizzato buone politiche macroeconomiche, applicando stimoli keynesiani ben progettati per rafforzare l’economia, per diversificarla e per migliorare la situazione del mercato di lavoro. Inoltre, i regolamenti bancari di molti paesi in sviluppo sono migliori rispetto a quelli presenti negli Stati Uniti e in Europa. In qualche caso, ciò è dovuto al fatto che questi paesi avevano già attraversato una profonda crisi.

 

Che ruolo ha avuto il favorevole contesto internazionale?

 

Si sono avvantaggiati della continua crescita economica della Cina. Per questo, si può dire che hanno avuto fortuna.

 

Si riferisce al cosiddetto “vento in coda”?

 

Sì, ma per spiegare il risultato finale c’è bisogno senza dubbio di molto di più. L’Argentina riuscì a mantenere un flusso di credito, svalutò la sua moneta e spinse gli investimenti in salute e formazione. Anche la crescita del Brasile è stato un aspetto importante. Un fattore fondamentale, ovviamente, fu la ristrutturazione del debito che può ora servire in Europa da guida in quei contesti che richiedono una soluzione. Le politiche applicate, nel suo complesso, le permisero di cominciare a migliorare la forte disuguaglianza dei redditi.

 

Il surplus delle partite correnti sta diminuendo a mano a mano che l’economia cresce. Un fattore che genera un importante calo delle valute è dato dal trasferimento all’estero di profitti e dividendi da parte delle multinazionali. Cosa potrebbe fare l’Argentina per affrontare questo problema?

 

I profitti di alcuni imprese si devono a posizioni di monopolio, per l’assenza di concorrenza. Per cercare di risolverlo, bisogna favorire la concorrenza, per far sì che l’ammontare di questi redditi subisca un calo. Aprire i mercati può restituire molte cose positive in ambito sociale. Probabilmente alcuni dei problemi si risolverebbero con una maggiore concorrenza. Dipende molto dal settore.

 

In che misura i trattati bilaterali d’investimento firmati dall’Argentina riducono il margine di azione per dare regole alle multinazionali?

 

Molte iniziative che si possono prendere nell’ambito dei regolamenti possono poi provocare nuove richieste, per il fatto che si sono introdotte modifiche ai termini del contratto. Bisogna cercare di uscire da questi accordi e far valere le proprie ragioni in tribunale. La politica economica non deve essere dettata per quegli accordi.

 

Perché la crisi è piombata sull’Europa e non vede una via d’uscita?

 

Il problema fondamentale è che è sbagliato il modo in cui l’Unione Europea è stata concepita. Il trattato di Maastricht stabilì che i paesi dovessero tenere un basso deficit bassa e un basso rapporto del debito nei confronti del PIL. I dirigenti dell’UE ritenevano che questo sarebbe stato sufficiente per fare funzionare l’euro. Tuttavia, Spagna e Irlanda avevano un attivo prima della crisi e un buon rapporto tra debito e PIL, e anche in questo caso ci sono problemi. Si potrebbe pensare che, dopo questi avvenimenti, l’UE si sia resa conto che quelle regole non erano sufficienti, ma in verità non ha appreso la lezione.

 

A cosa si riferisce?

 

Ora propongono quello che chiamano un’”unione fiscale” che è solo l’imposizione di una maggiore austerità. Reclamare austerità è un modo per garantire il collasso delle economie. Credo che lo schema che la Germania sta imponendo al resto dell’Europa porterà alla stessa esperienza che l’Argentina ebbe col FMI, con l’austerità, il calo del PIL, le basse entrate fiscali e, quindi, la necessità di ridurre ancora di più il deficit. Tutto questo provoca una caduta a spirale che porta a più disoccupazione, povertà e acuisce le disuguaglianze. Il deficit fiscale non è stato l’origine della crisi, ma è stata la crisi a generare il deficit fiscale.

 

Che ruolo riveste la Banca Centrale Europea?

 

La BCE fa cose sempre più complicate, perché ha il mandato di occuparsi solamente dell’inflazione, quando ora sono la crescita, la disoccupazione e la stabilità finanziaria le materie importanti. Inoltre, la BCE non è democratica. Può decidere politiche che non sono in linea ai voleri dei cittadini. Fondamentalmente rappresenta gli interessi delle banche, non regola il sistema finanziario in modo adeguata e c’è un attitudine di stimolo ai CDS (Credit Default Swaps) che sono strumenti davvero dannosi. Anche ciò dimostra che le banche centrali non sono indipendenti, ma che hanno valenza politica.

 

Come si spiega che Germania e Francia stiano spingendo gli europei verso l’abisso?

 

Credo che vorrebbero fare cose buone, ma che hanno idee economiche sbagliate.

 

Sono errate o in realtà rappresentano interessi di settori ben determinati?

 

Credo entrambe le cose. Ad esempio, è chiaro che pongono gli interessi del settore bancario al di sopra di quelli della gente. Questo vale sicuramente per la BCE, ma non credo valga anche per Nicolas Sarkozy o Angela Merkel. Credo che siano davvero convinti. Stanno proteggendo le banche, ma lo fanno perché credono che una caduta delle banche farebbe cadere tutta l’economia. Per questo motivo dico che hanno un approccio sbagliato, anche se non penso che stiano mettendo gli interessi dei greci o gli spagnoli in cima all’ordine del giorno. Questo è un altro problema, la mancanza di solidarietà. Dicono di non essere un’”unione di trasferimenti di denaro“. In realtà, lo sono, ma il passaggio avviene dalla Grecia alla Germania.

 

L’unione monetaria è un problema in sé?

 

Sì, è un problema. Non c’è sufficiente similitudine tra i paesi affinché funzioni. Con l’unione monetaria si sono privati dei meccanismo di aggiustamento, come la modifica dei tassi di cambio. È come avere imposto in questa zona del mondo un sistema basato sull’oro. Se avessero una banca centrale con un mandato più ampio che contempli, oltre l’inflazione, anche la crescita e la disoccupazione – e con una cooperazione fiscale effettiva e l’assistenza tra le frontiere – potrebbe essere possibile il funzionamento dell’unione monetaria, anche se già così sarebbe difficile. Nello schema attuale può funzionare solo con enorme sofferenze per un numero enorme di persone.

 

Che analisi fa della comparsa dei governi tecnocratici, come quello di Mario Monti in Italia o quello di Lucas Papademos in Grecia?

 

Il principale problema è avere creato un quadro economico in cui la democrazia è subordinata ai mercati finanziari. È un qualcosa che la Merkel conosce molto bene. La gente vota, ma alla fine si sente ricattata. Si dovrebbe riformare il quadro economico, per fare in modo che le conseguenze di non dover seguire i mercati non siano troppo pesanti.

 

In agosto lei disse che l’euro non doveva sparire. Qual è ora la sua posizione?

 

Allora ero più ottimista. Pensavo che i dirigenti si sarebbero resi conto che il costo della dissoluzione dell’euro era davvero alto. Ma da quel momento il confronto col mercato è peggiorato e l’incapacità dei governi europei è diventata sempre più evidente. Invece di imparare dai propri errori, li stanno ripetendo. Credo che in realtà vorrebbero farlo sopravvivere, ma dimostrarono una mancanza di comprensione delle basi dell’economia, e questo mi fa venire molti dubbi.

 

È possibile avere un euro a due velocità, come proposto da alcuni economisti?

 

Un euro a due velocità è uno della delle possibili forme di rottura dell’euro. La soluzione può venire dalla creazione di due monete con una maggiore solidarietà. La moneta unica ha contribuito alla creazione del problema. Il collasso non era inevitabile, ma è avvenuto. Quando si capisce che i mercati hanno una certa parte di irrazionalità, allora si potrebbe preferire avere una maggiore autonomia monetaria.

 

Lei suggerisce che la ristrutturazione del debito è positiva per le finanze pubbliche europee e fa l’esempio dell’Argentina. Ma anche il nostro paese svalutò. Crede che la Grecia deve adottare questa misura?

 

Si tratta di una domanda fondamentale. La Grecia deve ristrutturare il suo debito, un qualcosa che tutti ora accettano, a differenza di un anno fa. Se due anni fa si fossero fatte le scelte giuste, la ristrutturazione si sarebbe potuta evitare. Invece, è stata imposta l’austerità. Ora la domanda è se la ristrutturazione sarà sufficiente per ridare vita alla crescita economica? Credo che per la Grecia la risposta è “no”. A meno che non ci sia un qualche aiuto esterno, anche dopo la ristrutturazione dovranno subire un regime di austerità. Per questo motivo il PIL cadrà ancora di più. Non sono competitivi e ci sono solo due modi per diventarlo. Una è con la svalutazione interna, ma se i salari calano, riducono ancora più la domanda e indeboliscono l’economia. Invece, se la Grecia esce dall’euro e svaluta, la transizione sarà difficile e complessa, ma una volta terminato questo processo, il fatto che la Grecia confini con l’Unione Europea darà forza alla ripresa. Nascerebbero nuove banche e ci sarebbero più scambi.

 

 

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Fonte: “Con la guía del FMI, los resultados fueron desastrosos”

 

09.12.2011

 

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

 

Quelle larghe intese tra lo Stato e la mafia

Fonte: Quelle larghe intese tra lo Stato e la mafia.

20 anni di trattative (almeno tre) minuto per minuto nelle ultime indagini dei pm di Palermo, che interrogano politici e funzionari della Ia della IIa Repubblica

Qualcuno trattò con la mafia per una malintesa “ragion di Stato”, qualcun altro per salvarsi la pelle, altri ancora per fermare le stragi di mafia che avevano messo in ginocchio l’Italia, altri infine per favorire Cosa Nostra in cambio di voti. Ma il risultato delle trattative – che sono almeno tre, nel biennio terribile 1992-1994 – fu comunque devastante: Cosa Nostra, che con la svolta terroristica di Riina, di Bagarella e dei Graviano, aveva gettato le basi per la sua fine, rinacque a nuova vita, grazie a una formidabile arma di ricatto sulla politica tutta: una cambiale che forse non ha ancora finito di incassare dallo Stato. Ecco l’agghiacciante conclusione a cui è giunta la Procura di Palermo nell’indagine sui negoziati Stato-mafia che fecero da sfondo alle stragi del 1992-‘93 e che hanno condizionato la politica negli ultimi 17 anni. Di questo ha parlato o dovrà parlare nei prossimi giorni davanti ai pm una lunga fila di politici, ufficiali dei Carabinieri, dirigenti delle forze dell’ordine e del Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap). In veste di testimoni, con l’obbligo di dire la verità. Possibilmente, tutta.

1985-1987. Il rapporto di pacifica convivenza tra lo Stato e Cosa Nostra entra bruscamente in crisi quando il Pool antimafia di Falcone, Borsellino e altri valorosi magistrati alza il tiro delle indagini e, col maxi-processo alla Cupola nato dalle rivelazioni dei primi pentiti Tommaso Buscetta, Totuccio Contorno e Nino Calderone, comincia a occuparsi anche di politici: Vito Ciancimino e i cugini Nino e Ignazio Salvo. Con l’arresto dei primi intoccabili, tutti dirigenti della Dc siciliana, ben si comprende che nulla sarà più come prima.

1987. La reazione di Cosa Nostra al maxi-processo non si fa attendere: la mafia decide di punire la Dc dirottando i suoi voti in Sicilia sul Psi e, in misura minore, sui Radicali (ritenuti utilissimi per il loro ipergarantismo). Per agganciare Craxi, o qualcuno del suo entourage, nel novembre 1986 il boss catanese Nitto Santapaola organizza un attentato dimostrativo alla villa milanese di Silvio Berlusconi, in via Rovani, nel tentativo di usare come tramite un vecchio amico dei mafiosi ben inserito in casa del Cavaliere: Marcello Dell’Utri. Alle elezioni politiche   del 1987 la mafia vota e fa votare per il Psi, che in Sicilia candida come capolista Claudio Martelli. Nel 1989 gli attentati mafiosi a Catania contro i grandi magazzini Standa (all’epoca di proprietà di Berlusconi), interrotti – secondo i giudici – grazie alla mediazione del solito Dell’Utri.


1991.
Il rapporto coi socialisti delude Cosa Nostra, che torna ad appoggiare la Dc alle elezioni siciliane, facendo eleggere deputato regionale – sempre secondo i magistrati – l’andreottiano Giuseppe Gianmarinaro. Anche perché i cugini Salvo e il plenipotenziario di Andreotti nell’isola, Salvo Lima, hanno garantito che il maxi-processo verrà annullato in Cassazione dal solito Corrado Carnevale, detto l’“Ammazzasentenze”.

1992, gennaio. Grazie alla rotazione dei presidenti alla Suprema Corte – sollecitata dal ministro della Giustizia del governo Andreotti, Claudio Martelli, su input del direttore degli Affari penali Giovanni Falcone – a presiedere il collegio del “maxi” non è Carnevale, ma Arnaldo Valente. Il 30 gennaio la Corte conferma le condanne dei boss, molti dei quali non usciranno vivi dal carcere.

1992, febbraio-marzo. La reazione di Riina, delegittimato agli occhi dei padrini detenuti e dell’organizzazione tutta, contro i politici che l’hanno “tradito”, è rabbiosa e feroce: il 12 marzo fa assassinare l’eurodeputato Salvo Lima e, pochi mesi dopo, l’altro garante del patto non rispettato, Ignazio Salvo (il cugino Nino è morto per conto suo qualche mese prima). Ma nel mirino del capo dei capi ci sono anche altri politici considerati “traditori”: i siciliani Calogero Mannino (Dc, ministro del Mezzogiorno nel governo Andreotti), Carlo Vizzini (Psdi, ministro delle Poste e Telecomunicazioni), Sebastiano Purpura (Dc corrente Lima, assessore regionale al Bilancio) e Salvo Andò (dirigente socialista catanese e futuro ministro della Difesa), più Claudio Martelli   (Psi, ministro della Giustizia, eletto in Sicilia nel 1987), e l’allora premier Giulio Andreotti, senatore a vita e favoritissimo per il Quirinale (la cui corrente ha la sua magna pars nell’isola). Gli interessati lo sanno in tempo reale. Il 16 marzo, in una nota riservata del capo della Polizia Vincenzo Parisi che cita una fonte anonima e che è stato rinvenuto di recente dagli inquirenti, si legge: “Sono state rivolte minacce di morte contro il signor Presidente del Consiglio e i ministri Vizzini e Mannino… Per marzo-luglio campagna terroristica con omicidi esponenti Dc, Psi et Pds, nonché sequestro et omicidio futuro presidente della Repubblica (Andreotti, ndr)… Strategia comprendente anche episodi stragisti”. Quattro giorni dopo, in commissione Affari costituzionali del Senato, il ministro dell’Interno Vincenzo Scotti parla di un “piano destabilizzante” contro lo Stato. Tangentopoli intanto, detonata il 17 febbraio con l’arresto di Mario Chiesa, demolisce dalle fondamenta una classe politica che non si regge più in piedi. Cosa Nostra si attiva subito per crearsi nuovi referenti politici intorno a vaghi progetti secessionisti (le famose “leghe meridionali”), sul modello della Lega Nord che spopola nel Lombardo-Veneto.

1992, aprile-maggio. Accantonato il progetto di eliminare Andreotti, o uno dei suoi figli, a causa delle eccezionali misure di sicurezza, Riina ordina di eseguire una condanna a morte emessa da tempo: quella contro il simbolo del “maxi”, Giovanni Falcone. “Quando venne ucciso Lima – racconterà Giovanni Brusca – Riina mi disse che Ciancimino e Dell’Utri si erano proposti come nuovi referenti per i rapporti con i politici”. Il 21 maggio Paolo Borsellino rilascia una clamorosa intervista a due giornalisti francesi di Canal Plus, in cui parla di vecchie e nuove indagini sul mafioso Vittorio Mangano, già “stalliere” ad Arcore, e sui suoi rapporti con Berlusconi e Dell’Utri. L’intervista non va in onda (verrà scoperta da Rainews24 solo nel 2000), ma è probabile che giunga agli orecchi dell’entourage berlusconiano, visti i rapporti della Fininvest col mondo televisivo francese. Due giorni dopo, il 23 maggio Falcone, la moglie e la scorta saltano in aria a Capaci: proprio alla vigilia della prevista elezione di Andreotti a presidente della Repubblica. Il senatore, messo kappaò dall’uno-due Lima-Falcone, deve cedere il passo all’ex ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro.

1992, giugno. Il giorno 8 i ministri Scotti e Martelli firmano un durissimo decreto antimafia che perfeziona il 41-bis, l’articolo dell’ordinamento penitenziario che regola l’isolamento carcerario per i boss: il Parlamento ha due mesi di tempo per convertirlo in legge, ma i partiti, asciugate frettolosamente le lacrime per Capaci, non paiono granché intenzionati a farlo. Intanto Scalfaro incarica Giuliano Amato di formare il nuovo governo (anche Craxi è ormai fuori gioco e attende il suo primo avviso di garanzia per Tangentopoli). Negli stessi giorni Marcello Dell’Utri, presidente di Publitalia e braccio destro di Berlusconi, avvia il “progetto Botticelli”: incarica Ezio Cartotto, consulente di Publitalia ed ex esponente della Dc lombarda, di studiare un’iniziativa politica della Fininvest per sostituire i vecchi referenti partitici del gruppo, travolti dagli scandali e giudicati inservibili. Anche lui insomma, come Cosa Nostra, si attiva per riempire il vuoto politico. Frattanto il capitano Giuseppe De Donno del Ros dei Carabinieri aggancia Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo “don” Vito, durante un viaggio aereo, comunicandogli che il suo superiore, colonnello Mario Mori, vicecomandante del Ros, vuole incontrare suo padre per vedere come si possano fermare le stragi. Parte quella che non solo Ciancimino jr. e numerosi mafiosi pentiti, ma anche i magistrati considerano la prima vera e propria trattativa fra lo Stato e la mafia. Da quel momento Vito Ciancimino diventa il tramite fra il Ros e il vertice di Cosa Nostra, rappresentato da Riina e Bernardo Provenzano (Ciancimino è legatissimo soprattutto a quest’ultimo). Nonostante le smentite di Mori, i magistrati si sono convinti che Mori avesse avviato i primi colloqui con Ciancimino già prima della strage di via D’Amelio, cioè almeno a metà giugno. Riina è felicissimo: come racconta Giovanni Brusca, in una riunione tenuta nei primi giorni di luglio, “Riina andava mostrando orgoglioso un papello con una serie di richieste: dall’abolizione del carcere duro alla revisione dei processi” e ripeteva: “Lo Stato finalmente si è fatto sotto, gli abbiamo fatto un papello così”. Il papello di Riina viene consegnato ai Ciancimino dall’intermediario Antonino Cinà, medico legato a Cosa Nostra. Don Vito ne passa subito una copia – come racconta il figlio – al fantomatico “signor Carlo” o “Franco”, uomo dei servizi segreti che segue come un’ombra l’ex sindaco. A sua volta Carlo-Franco, sempre secondo Massimo, fa avere il papello a Mori (che nega di averlo mai visto e “data” i primi colloqui con Ciancimino soltanto dopo la strage di via D’Amelio). Il papello contiene le richieste della mafia allo Stato in cambio della fine delle stragi: via il 41-bis (appena istituzionalizzato dal decreto Scotti-Martelli), i benefìci ai pentiti, l’ergastolo e il sequestro dei beni ai mafiosi, norme per consentire ai mafiosi la “dissociazione come le Brigate rosse” e la revisione del “maxi”, e così via. Fra il 17 e il 19 giugno 1992 Martelli avverte Paolo Borsellino – che indaga forsennatamente sulla morte di Falcone – dei colloqui in corso fra il Ros e Ciancimino, e lo fa attraverso Liliana Ferraro, la giudice che ha sostituito Falcone al ministero. La Ferraro incontra il magistrato in una saletta dell’aeroporto di Fiumicino. Subito dopo vede anche il futuro ministro della Difesa Salvo Andò. “Mio marito – racconta Agnese ai pm – non mi fece partecipare all’incontro con la dottoressa Ferraro. E non mi riferì nulla, salvo quanto detto dal ministro Andò: cioè che era giunta notizia da fonte confidenziale che dovevano fare una strage per uccidere Paolo con l’esplosivo. Mi disse che era stata inviata una nota alla Procura di Palermo al riguardo, e che Andò, di fronte alla sorpresa di mio marito, gli chiese: ‘Come mai non sa niente?’. In pratica, la nota che riguardava la sicurezza di mio marito era arrivata sul tavolo del procuratore Giammanco, ma Paolo non lo sapeva. Paolo perse le staffe, tanto da farsi male a una delle mani che, mi disse, batté violentemente sul tavolo del procuratore”. Intorno al 25 giugno Borsellino incontra Mori, ma non nel suo ufficio in Procura, bensì in un luogo più defilato: la caserma dei Carabinieri di via Carini a Palermo. Mori oggi nega che si sia parlato dei suoi colloqui con Ciancimino, ma i pm non gli credono: è altamente improbabile che Borsellino, appena informato dalla Ferraro, non abbia chiesto spiegazioni al diretto interessato. Anche perché quei “colloqui” tra mafia e pezzi dello Stato erano diventati una delle sue ossessioni.

Il 28 giugno si insedia il governo Amato. Pressioni indicibili per rimuovere Vincenzo Scotti dall’Interno e Claudio Martelli dalla Giustizia: cioè i due ministri di Andreotti che, nell’ultimo biennio, sotto l’impulso di Falcone al ministero, hanno varato dure leggi antimafia. Martelli punta i piedi e riesce a farsi confermare Guardasigilli dal Psi. Invece la Dc scarica Scotti, dirottato agli Esteri e rimpiazzato al Viminale da Nicola Mancino, considerato a torto o a ragione più “morbido”, forse perché esponente della sinistra Dc, la corrente di Calogero Mannino. Quello stesso Mannino che Riina voleva eliminare. Lo racconta Brusca, nelle sue recentissime dichiarazioni dinanzi ai pm: “Era stata stilata una lista di politici da uccidere. Per Mannino avevo già avviato gli appostamenti, poi a metà luglio fu bloccato tutto”. Oggi, a insospettire i pm, ci sono gli ottimi rapporti esistenti fra Mannino e l’allora comandante del Ros, generale Antonio Subranni, agrigentino di adozione mentre Mannino lo è di nascita. Un ulteriore elemento che potrebbe spiegare la trattativa del Ros come un tentativo dei politici nel mirino di salvarsi la pelle. La vedova Borsellino, Agnese, racconta che poche ore prima di morire il marito le confidò che Subranni era addirittura “punciutu”, cioè affiliato a Cosa Nostra (l’interessato ovviamente smentisce). Martelli ricorda di essersi “lamentato col ministro   dell’Interno Mancino della condotta del Ros: ‘Che stan facendo questi? Perché pigliano iniziative autonome?’”. Mancino nega pure quel colloquio.

1992, luglio. Il giorno 1 Borsellino è a Roma per sentire un nuovo pentito, Gaspare Mutolo, che da tempo chiede di parlare con lui, ma che solo ora Giammanco l’ha autorizzato a interrogare. Mutolo preannuncia a Paolo che parlerà dei rapporti con Cosa Nostra di uomini delle istituzioni: il numero tre del Sisde Bruno Contrada e il giudice Domenico Signorino. Durante l’interrogatorio, Borsellino viene convocato d’urgenza al Viminale, dove si sta insediando il ministro Mancino. Il giudice incontra sicuramente il capo della Polizia Vincenzo Parisi e quel Contrada di cui Mutolo gli aveva appena parlato e di cui da anni il giudice diffidava, come pure Falcone. È pure certo – lo testimonia il collega Vittorio Aliquò, che lo accompagnava – che Borsellino viene condotto fin davanti all’ufficio di Mancino. Il quale però nega di averlo incontrato, se non forse per una sbrigativa “stretta di mano”. Sta di fatto che, tornato da Mutolo, Borsellino è sconvolto, fuma due sigarette alla volta, confida al pentito di aver appena visto Contrada. E quella sera, sul suo diario (l’agenda grigia, ritrovata dagli inquirenti diversamente da quella rossa, scomparsa dalla scena di via D’Amelio), annota “ore 18.30 Parisi, ore 19.30 Mancino”. Mancino smentirà anche l’agenda di Borsellino.
Sul fronte mafioso, Riina è deluso per lo stallo della trattativa, forse per il cambio di governo, o forse per l’azione di disturbo messa in campo da Borsellino che non ne vuole sapere. Sta di fatto che confida a Brusca, come riferisce quest’ultimo: “Si sono rifatti sotto. Bisogna dare un altro colpetto per convincere chi di competenza a trattare”: cioè alzare il tiro e dunque il prezzo della trattativa, visto che il papello era giudicato “troppo esoso”, e indurre lo Stato a più miti consigli con una nuova, terribile, spettacolare prova di forza. Come? Con l’assassinio di Borsellino, che si sta mettendo di traverso sulla strada della trattativa. “Le trattative esistenti furono – aggiunge Brusca – la causa determinante dell’accelerazione del progetto di eliminazione del dottor Borsellino. Sotto sotto, siamo stati pilotati dai Carabinieri”. Borsellino confida alla moglie che gli “resta ancora poco tempo” e intensifica furiosamente i ritmi di lavoro per venire a capo dei retroscena di Capaci. Sabato 18 luglio – ricorda Agnese – “feci una passeggiata con mio marito sul lungomare di Carini, senza la scorta. Paolo mi disse che non sarebbe stata la mafia a ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi e altri a permettere che ciò accadesse. Pochi giorni prima di essere ucciso, si confessò e fece la comunione… Mio marito mi disse testualmente che ‘c’era un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato’. Me lo disse intorno a metà giugno. Nello stesso periodo mi disse che aveva visto ‘la mafia in diretta’, parlandomi di contiguità tra la mafia e pezzi di apparati dello Stato”. Fra i quali, secondo Agnese, Subranni. Domenica 19 luglio Borsellino e i suoi uomini saltano in aria in via D’Amelio, davanti alla casa dell’anziana madre del magistrato dove, nonostante i ripetuti solleciti della scorta, nè Giammanco né la Prefettura né la Questura hanno vietato il posteggio alle auto. Sulla strage le forze dell’ordine attuano una spettacolare operazione di depistaggio, per far ricadere la colpa su alcuni quacquaracquà della manovalanza criminale, come i falsi pentiti Scarantino e Scandura: operazione smascherata di recente dal pentito Gaspare Spatuzza, vero esecutore della strage su mandato dei fratelli Graviano.

1992, agosto-settembre. Il 1° agosto, sull’onda dell’emozione per via D’Amelio, il Parlamento converte finalmente in legge il Decreto antimafia di Martelli e Scotti, approntato dal governo Amato dopo Capaci, ma subito accantonato dai partiti. Il 41-bis viene inasprito e subito sperimentato da centinaia di mafiosi prelevati nella notte dopo la strage e tradotti nei supercarceri di Pianosa e Asinara. In Cosa Nostra si apre il dibattito sull’efficacia della strategia stragista di Riina, che ha “costretto” lo Stato al giro di vite antimafia. I colloqui e le trattative Ros-Ciancimino proseguono per tutta l’estate (e non solo quelle: c’è anche il negoziato avviato con i carabinieri da uno strano confidente, Paolo Bellini, per mitigare le condizioni carcerarie dei boss in cambio del ritrovamento di alcune opere d’arte rubate da mafiosi o da malavitosi in contatto con loro). Intanto, a Roma – come racconta oggi ai pm Edoardo Fazioli, numero due del Dap – alla direzione delle carceri si discute una normativa che consenta ai mafiosi di uscire dall’isolamento (appena consacrato col decreto sul 41-bis) senza l’obbligo di collaborare con la giustizia, ma semplicemente dissociandosi a costo zero dall’organizzazione: proprio come chiede Riina nel papello. La politica distensiva dello Stato richiede una risposta analoga da Cosa Nostra. Infatti, negli stessi giorni, Bernardo Provenzano (vero referente di Ciancimino, che vede con sospetto la follia sanguinaria di Riina) viene individuato come l’interlocutore più credibile per gestire la Pax Mafiosa che seguirà alle stragi. Riina ormai è bruciato.

1992, ottobre-dicembre. Ciancimino chiede più volte di essere sentito dalla commissione Antimafia, presieduta dal 25 settembre dal Pds Luciano Violante. Lo fa pubblicamente, senza alcun esito, ma anche riservatamente tramite Mori, che a settembre incontra Violante e gli propone un tête à tête segreto con l’ex sindaco. Violante rifiuta e chiede a Mori se abbia informato la Procura di Palermo. Ma, alla risposta negativa del colonnello (“è cosa politica”), si guarda bene dal domandare all’alto ufficiale spiegazioni su quella “cosa politica” (c’è una trattativa con dei mafiosi? E chi l’ha decisa? E quali politici l’hanno avallata? E a quale fine?). Ma, soprattutto, si guarda bene dall’informare egli stesso i magistrati, i quali – sapendo o intuendo trattative fra Stato e mafia – avrebbero potuto bloccarle sul nascere, come avrebbe voluto fare Borsellino se non gli fosse stato impedito col tritolo. La circostanza sembra confermare il racconto di Massimo Ciancimino: suo padre voleva saggiare la copertura politica del Ros, per evitare di bruciarsi le dita, e chiese al signor Franco-Carlo che la trattativa fosse garantita politicamente dal governo (e lì sarebbe giunto l’avallo di Mancino), ma anche da Violante per l’opposizione (ma su quel fronte l’esito fu negativo).   Ciancimino jr. racconta pure che, sullo scorcio del 1992, Provenzano fece recapitare a suo padre, e da lui al Ros, le mappe della città di Palermo con i possibili nascondigli di Riina. Il Ros nega. In ogni caso, la trattativa s’interrompe bruscamente perché don Vito (finora agli arresti domiciliari) viene improvvisamente arrestato il 19 dicembre per uno strano autogol (secondo Massimo, suggerito dai Carabinieri): una bizzarra richiesta di riavere il passaporto, che fa pensare a un improbabile progetto di fuga e innesca il suo arresto.

1993, gennaio. Il giorno 15 anche Riina viene arrestato a Palermo dagli uomini del Ros. I quali, com’è noto, ingannano la Procura (dove s’è appena insediato il nuovo capo Gian Carlo Caselli) e ottengono il rinvio sine die della perquisizione del covo, con la falsa promessa di sorvegliarlo notte e giorno. In realtà abbandonano subito il covo, lasciandolo incustodito e consentendo a Cosa Nostra di perquisirlo, svuotarlo (secondo Brusca, anche dell’originale del “papello” e di altre carte inerenti la trattativa) e ripulirlo indisturbati. Secondo le confidenze di Ciancimino al figlio, quello era il prezzo da pagare a Binnu in cambio della testa di Riina. Brusca racconta che, all’indomani dell’arresto di Riina, Leoluca Bagarella “voleva fare un attentato a Mancino, terminale finale della trattativa” Ros-Ciancimino, che aveva portato solo guai a Cosa Nostra: “Ci sentivamo usati, traditi”. Finora, in effetti, la trattativa ha sospeso la strategia stragista di Cosa Nostra, facendo respirare lo Stato, e ha consentito alla classe politica di rilegittimarsi nonostante gli scandali, sventolando lo scalpo di Riina. Ma nessun vantaggio ha portato alla mafia. Don Vito, dopo il suo arresto, si convince di essere stato estromesso dalla trattativa per aprire la strada a un nuovo referente che si sarebbe fatto avanti nel frattempo: a suo dire, Marcello Dell’Utri. Il quale infatti, a cavallo tra il 1992 e il ‘93, ha ideato con Berlusconi l’embrione del partito Fininvest, che si chiamerà Forza Italia. E così Vito Ciancimino, poco dopo l’arresto, nei primi mesi del ‘93 si sfoga in un appunto vergato nervosamente in carcere: “In piena coscienza oggi posso affermare che sia io, che Marcello Dell’Utri ed anche indirettamente Silvio Berlusconi siamo figli dello stesso sistema, ma abbiamo subito trattamenti diversi soltanto ed unicamente per motivi ‘geografici’. Sia Ciancimino che Dell’Utri sono cresciuti imprenditorialmente a stretto legame con esponenti legati al noto mondo politico mafioso secondo quanto già scritto in noti rapporti giudiziari. Già la Interpol di Milano nei primi anni ‘80 aveva ampiamente accertato la vicinanza ed i rapporti diretti di Dell’Utri con noti esponenti mafiosi… Siamo figli della stessa Lupa…”. La prima trattativa finisce qui. Avanti con la seconda.

1993, FEBBRAIO-MARZO. Tangentopoli coinvolge all’improvviso l’“uomo nuovo” del Psi e della politica italiana, il Guardasigilli Claudio Martelli, in una vecchia storia degli anni 80, legata al crac dell’Ambrosiano e alla P2: la maxi-tangente pagata da Roberto Calvi, su sollecitazione di Licio Gelli, al Psi di Craxi. Le improvvise confessioni dell’architetto craxiano Silvano Larini (titolare del conto svizzero “Protezione”) ma soprattutto di Gelli mettono fuori gioco Martelli, che viene indagato e si dimette dal governo il 10 febbraio, sostituito da un tecnico: l’ex presidente della Consulta Giovanni Conso. Il 12 febbraio si riunisce il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica. E qui – racconterà Niccolò Amato, capo del Dap (cioè direttore delle carceri) – il capo della Polizia Parisi esprime “riserve sull’eccessiva durezza” del 41-bis per i mafiosi detenuti a Pianosa e Asinara. Nei verbali della riunione, però, l’intervento di Parisi non risulta. Anzi, nella successiva riunione del Comitato del 6 marzo, l’addolcimento del 41-bis lo invoca proprio Niccolò Amato, socialista e avvocato difensore di Craxi, citando presunte riserve di Parisi e auspicando un’uscita dall’“emergenza” del dopo-stragi. Sia come sia, uno dei punti qualificanti del “papello” di Riina entra ufficialmente nell’agenda politico-istituzionale. Nel frattempo Tangentopoli arriva ai vertici di tutti i partiti: i segretari Dc, Psi, Pri, Pli, Psdi coinvolti nella maxi-tangente Enimont, il Pds nelle tangenti rosse di Primo Greganti. Il 2 marzo Amato e Conso tentano di salvare il salvabile con un decreto che depenalizza l’illecito finanziamento ai partiti. Scalfaro però non lo firma e segna la fine del governo Amato, che si dimetterà poche settimane dopo, all’indomani del referendum elettorale.

LA SECONDA TRATTATIVA

1993, aprile-maggio. Il 4 aprile – racconta Ezio Cartotto, il consulente di Dell’Utri che da quasi un anno lavora al nuovo partito Fininvest – viene convocato ad Arcore per una riunione con Berlusconi e Craxi. Lì il Cavaliere comunica ufficialmente la decisione di entrare in politica. Intanto, al posto del governo Amato, s’insediano i “tecnici” del ministero Ciampi, che però, oltre a Conso alla Giustizia, conferma anche il politico Mancino all’Interno. È l’ultimo tentativo di restituire prestigio alle istituzioni. Cosa Nostra riprende subito la strategia stragista, per mettere definitivamente in ginocchio lo Stato e costringerlo a cedere alle proprie richieste. Il 14 maggio, l’attentato a Maurizio Costanzo in via Fauro, nel quartiere romano dei Parioli: per la prima volta Cosa Nostra colpisce fuori della Sicilia. Costanzo, che in quei giorni è fra gli oppositori del progetto Forza Italia dentro il mondo Fininvest, si salva per miracolo. Negli stessi giorni Conso e il Dap revocano, all’insaputa dei giudici e degli italiani, il 41-bis a 140 detenuti “minori”. Provvedimento firmato dal vice di Niccolò Amato, Edoardo Fazioli. Il 27 maggio, preannunciata dal ritrovamento pilotato di un proiettile di mortaio nel giardino di Boboli, la strage di via dei Georgofili, a Firenze, che semina morti e feriti e manda in briciole la Torre dei Pulci, attigua agli Uffizi.

1993, giugno-luglio. Il 2 giugno viene ritrovata una bomba inesplosa in via dei Sabini a Roma, rivendicata dalla “Falange Armata”, ritenuta emanazione dei servizi deviati. Qualche giorno dopo Niccolò Amato viene rimosso dal Dap (tornerà a fare l’avvocato e difenderà, fra l’altro, Vito Ciancimino). Ora sostiene che il suo siluramento fu causato dalla sua linea dura sul 41-bis e ordinato dal capo della Polizia Parisi, che avrebbe attivato contro di lui Scalfaro e Conso. Scalfaro nega tutto: “Non ho alcun ricordo della persona di Amato, non sono neppure in grado di affermare di averlo mai conosciuto”. Ma monsignor Fabio Fabbri, segretario dell’allora ispettore generale dei cappellani delle carceri, monsignor Cesare Curioni, vecchio amico di Scalfaro, testimonia che Scalfaro li convocò entrambi al Quirinale per preannunciare loro la rimozione di Amato, per via delle scortesie che aveva loro inflitto. Anche Gaetano Gifuni, fedelissimo di Scalfaro e segretario del Quirinale, conferma che Amato fu rimosso “sostanzialmente nell’accordo tra il ministro Conso, il presidente del Consiglio Ciampi e il presidente della Repubblica Scalfaro”. Il nuovo direttore delle carceri è un vecchio magistrato, Adalberto Capriotti, amico di Scalfaro. Ma il vero uomo forte del Dap è un altro magistrato proveniente da Milano, Francesco Di Maggio. Il quale però non ha l’anzianità necessaria per ricoprire l’incarico, tant’è che deve intervenire ancora una volta Scalfaro, con apposito decreto del presidente della Repubblica, per nominarlo consigliere della Presidenza del Consiglio e parificarlo ai dirigenti generali dello Stato. Il 26 giugno Capriotti invia a Conso un appunto in cui propone diridurre del 10 percento il numero dei detenuti al 41-bis (“Si tratta di soggetti, allo stato 373, di media pericolosità, appartenenti ad organizzazioni criminali nelle quali non hanno rivestito posizioni di particolare rilievo… I decreti relativi a tali detenuti potrebbero, alla scadenza, non essere rinnovati, fatti salvi singoli casi da sottoporre, di volta in volta, all’attenzione dell’onorevole ministro, su segnalazione dell’autorità giudiziaria o del ministro dell’Interno”): un taglio “lineare” assurdo, visto che ciascun detenuto fa storia a sé e va esaminato singolarmente. La proposta, sulle prime, resta lettera morta, tant’è che il 16 luglio Conso proroga altri 240 misure di 41-bis. Ma a fine mese tutto precipita: nella notte del 27-28 luglio Cosa Nostra torna a colpire il patrimonio artistico e religioso, con le bombe simultanee in via Palestro a Milano (padiglione di Arte contemporanea) e alle basiliche del Velabro e di San Giovanni in Laterano a Roma. Con l’aggiunta del celebre black out telefonico a Palazzo Chigi che fa temere il golpe al premier Ciampi. L’indomani si suicida (o viene suicidato) in carcere uno dei personaggi chiave delle stragi del 1992, Antonino Gioè, visitato negli ultimi tempi in carcere da uomini dei servizi segreti e coinvolto nella “trattativa Bellini”. L’11 agosto il boss della camorra Francesco Schiavone detto “Sandokan” scrive a Scalfaro per chiedere la revoca del suo 41-bis: mafia, camorra e ‘ndrangheta concordano i messaggi alle istituzioni sul punto più urgente del papello: il trattamento carcerario dei boss detenuti.

1993, settembre-ottobre. L’11 settembre lo Sco della Polizia invia alla commissione Antimafia una nota riservata sulle stragi della primavera-estate: “Obiettivo della strategia delle bombe sarebbe quello di giungere a una sorta di trattativa con lo Stato per la soluzione dei principali problemi che attualmente affliggono l’organizzazione: il ‘carcerario’ e il ‘pentitismo’”. Le bombe di Firenze, Milano e Roma “non avrebbero dovuto realizzare stragi, ponendosi invece come tessere di un mosaico inteso a creare panico, intimidire, destabilizzare, indebolire lo Stato, per creare i presupposti di una ‘trattativa’, per la cui conduzione potrebbero essere utilizzati da Cosa nostra anche canali istituzionali”. L’allarme trattativa viene ignorato dalla classe politica. E chissà se giunge sul tavolo del ministro Conso, alle prese con la spinosa questione dei 41-bis. Il 21 settembre, altra bomba, stavolta soltanto dimostrativa, sul treno Freccia dell’Etna. In ottobre nasce ufficialmente “Sicilia Libera”, fondata a Palermo dal mafioso Tullio Cannella: l’ennesimo partito secessionista, ultimo nato di una serie di “leghe meridionali” create da personaggi legati a mafie, servizi, eversione nera e logge spurie, alcuni in contatto con emissari della Lega Nord e uno – il principe Napoleone Orsini – in rapporti telefonici con Dell’Utri. Il 17 ottobre viene scarcerato con due anni di anticipo, per presunta buona condotta, Schiavone-Sandokan. Il 30 lo scandalo dei fondi neri Sisde coinvolge Scalfaro e Mancino, accusati (anzi, si scoprirà, calunniati) dall’ex direttore del servizio civile Riccardo Malpica e da vari funzionari infedeli nella logica del “muoia Sansone con tutti i filistei”.

1993, novembre-dicembre. Scalfaro smaschera la manovra dei suoi accusatori con un celebre videomessaggio a reti unificate: “A questo gioco al massacro io non ci sto. Prima hanno provato con le bombe e ora col più ignobile degli scandali”. Insomma denuncia una strategia paragolpista e coordinata da uomini dei vecchi servizi in combutta con chi mette le bombe per destabilizzare le istituzioni e allargare il vuoto politico che qualcuno arriverà a riempire: è il 3 novembre, mancano due mesi allo scioglimento anticipato delle Camere e cinque mesi alle elezioni politiche. Il 5 novembre scade il 41-bis per ben 340 mafiosi in isolamento, anche di grosso calibro. La Procura di Palermo, richiesta di un parere da Capriotti, sollecita il Guardasigilli a rinnovarli tutti: i due procuratori aggiunti di Caselli, Vittorio Aliquò e Luigi Croce, evidenziano “l’inopportunità di eventuali modifiche dell’attuale regime carcerario” ed esprimono “parere favorevole alla sua proroga”. Invece Conso se ne infischia e fa esattamente il contrario: non ne rinnova nemmeno uno. Dirà poi di aver fatto tutto da solo, “chiuso nel mio bunker”, dopo averne parlato col ministro dell’Interno Mancino: “Così evitai nuove stragi. Ma non c’è mai stato alcun barlume di trattativa. Decisi in piena solitudine senza informare nessuno: né i funzionari del ministero, né il Consiglio dei ministri, né il premier Ciampi, né il capo del Ros Mario Mori, né il Dap. Non fu per offrire una tregua, una trattativa, una pacificazione, ma per dare un segnale e vedere di fermare la minaccia di altre stragi. Dopo le   bombe del ‘93 a Firenze, Milano e Roma, Cosa Nostra taceva. Riina era stato arrestato, il suo successore Provenzano era contrario alle stragi, dunque la mafia adottò una nuova strategia non stragista”. Ma così, negandola, conferma la trattativa Stato-mafia: come faceva infatti Conso, chiuso nel suo bunker, a sapere che Provenzano era il nuovo capo della mafia ed era contrario alle stragi? E che queste erano finalizzate anzitutto all’ammorbidimento del 41-bis (il papello verrà svelato per la prima volta da Brusca solo nel 1996 e consegnato da Ciancimino jr. solo nel 2010)? Chi è dunque il trait d’union fra gli apparati dello Stato e Cosa Nostra? E poi nel 2003, sentito dal pm fiorentino Gabriele Chelazzi proprio sulla revoca di quei 41-bis, Conso non aveva detto nulla di ciò che oggi ammette, anzi rivendicò la propria inflessibilità anche sul trattamento carcerario ai boss mafiosi. In ogni caso, Mancino nega di aver saputo da Conso del mancato rinnovo dei 41-bis (“lo seppi casualmente da un giornalista”). Poi però ammette di aver saputo anche lui che, in Cosa Nostra, si fronteggiavano   un’ala “terroristica” legata a Riina e una più “politica” legata a Provenzano. Peccato che all’epoca queste informazioni fossero tutt’altro che di dominio pubblico (altro che averle “lette sui giornali”, come dicono Conso e Mancino): l’ennesima prova che lo Stato aveva canali diretti con Cosa Nostra. Sia Scalfaro sia Ciampi negano di aver mai saputo quel che aveva fatto il loro ministro della Giustizia. Ma è davvero difficile crederci, vista l’importanza del tema mafia in quei mesi e l’attenzione con cui Scalfaro si occupava del Dap.
Risultato finale: fra l’estate e l’autunno 1993 ben 480 mafiosi (prima 140 poi 340) piccoli e grandi escono dall’isolamento, proprio come chiesto un anno prima da Riina nel papello. Da quel momento, guarda caso, le stragi mafiose s’interrompono. Il progetto di attentato ai carabinieri in servizio presso lo stadio Olimpico di Roma dopo il derby Roma-Lazio (progettato, secondo Spatuzza e Brusca, per punire i carabinieri che “non avevano rispettato i patti”) fallisce per un misterioso guasto tecnico all’innesco dell’autobomba e viene rinviato sine die. Naturalmente nel papello non c’era solo la richiesta di alleggerire il 41-bis: Cosa Nostra non si accontenta di così poco. Ma qui finisce la seconda trattativa, quella dei “tecnici” del centrosinistra Prima Repubblica. E, secondo i pm di Palermo, parte la terza: quella con i fondatori di Forza Italia. Per esaudire altre richieste occorre un nuovo governo politico, anzi una nuova classe politica.

LA TERZA TRATTATIVA

1994. Come raccontano vari collaboratori di giustizia, proprio sul finire del 1993 Provenzano butta a mare il progetto Sicilia Libera (sponsorizzato dai boss Cannella, Bagarella, Brusca e Graviano) e stringe un patto di ferro con Dell’Utri per sostenere Forza Italia alle imminenti elezioni anticipate (27-28 marzo 1994), in vista delle “cose buone per noi” che, secondo Nino Giuffrè, avrebbe promesso il   braccio destro del Cavaliere. Patto negato con forza da Dell’Utri e ritenuto dimostrato dai giudici di primo grado che l’han condannato a 9 anni. Ma non da quelli di Appello, che gli hanno inflitto 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, ma solo fino al 1993, cioè fino a un attimo prima della vittoria di Forza Italia: se Cosa Nostra – sostiene la seconda Corte – appoggiò certamente il partito di Dell’Utri e Berlusconi, non è detto che questi lo sapessero o avessero promesso qualcosa in cambio. Forse furono appoggiati a loro insaputa. Ma la Procura di Palermo la pensa diversamente (infatti ha impugnato in Cassazione la sentenza d’Appello, per far condannare Dell’Utri anche per il periodo “politico” post-1993): infatti ha appena indagato Dell’Utri per la trattativa con Cosa Nostra (la terza, quella del1993-‘94). L’accusa è di attentato a corpo politico, amministrativo e giudiziario dello Stato: la stessa che vede iscritti sul registro degli indagati Riina, Provenzano, Cinà e i presunti artefici della prima trattativa: Mori, De Donno e Massimo Ciancimino. Resta da inquadrare giuridicamente le posizioni di   Berlusconi, che secondo l’accusa avrebbe chiuso la trattativa nel ‘94, indotto o costretto dal fido Marcello: parte lesa del ricatto mafioso o complice dell’“attentato allo Stato” attribuito a Dell’Utri? Per alcuni protagonisti della seconda trattativa, quella del 41-bis del ‘93, c’è invece il rischio concreto della falsa testimonianza.

L’accusa a Dell’Utri si fonda su alcuni dati di fatto obiettivi: come i due incontri con Vittorio Mangano a Milano, negli uffici di Publitalia, annotati dalla segretaria sulle agende del futuro senatore, alle date del 2 e del 21 novembre 1993 (per Dell’Utri e i giudici di Appello, invece, quel Mangano era un omonimo del più noto Vittorio). Ma i collaboratori di giustizia parlano anche di altri successivi incontri fra Dell’Utri e Mangano nel 1994-‘95, durante e dopo il primo governo Berlusconi (caduto il 22 dicembre ‘94).

Poi ci sono le rivelazioni di altri pentiti, da Giuffrè a Spatuzza all’ultimo arrivato, Stefano Lo Verso, già autista di Provenzano, sul presunto patto politico-elettorale stipulato fra Dell’Utri e Cosa Nostra tra il ‘93 e il ‘94. Spatuzza sostiene che il suo capo Giuseppe Graviano gli confidò, a fine ‘93, che le stragi dell’estate non erano cose di mafia, ma di “politica”. E, reincontrandolo al Bar Doney di via Veneto a Roma all’inizio del ‘94, aggiunse: “Quello di Canale5 (Berlusconi, ndr) e il nostro paesano (Dell’Utri, ndr) ci stanno mettendo l’Italia nelle mani”. Pochi giorni dopo, il 26 gennaio, Berlusconi annuncia la sua “discesa in campo”. E l’indomani Giuseppe e Filippo Graviano vengono arrestati a Milano, dove stavano seguendo un giovane calciatore imparentato con mafiosi per procurargli un provino nei pulcini del Milan, provino a cui si interessò personalmente Dell’Utri.

Brusca ricorda che, all’indomani della vittoria di Berlusconi, quando l’Espresso (8 aprile) pubblicò l’ultima intervista di Borsellino ai giornalisti francesi su Mangano, Dell’Utri e Berlusconi, lui spedì Mangano a Milano per lanciare un avvertimento al Cavaliere: “Lo mandai ad avvertire Dell’Utri e Berlusconi, che si preparava a diventare premier, che dovevano scendere a patti e, senza la revisione del maxi-processo e del 41-bis e la fine dei maltrattamenti in carcere, le stragi sarebbero continuate”. L’altro messaggio è più sottile: “Guarda che la sinistra sapeva”. Cioè: se Berlusconi farà qualcosa a beneficio di Cosa Nostra, non incontrerà soverchie opposizioni, perché la mafia sa che dietro la prima trattativa c’era – spiega Brusca – la “sinistra Dc che in quel periodo governava il Paese” ed era dunque ricattabile. Mangano tornò raggiante e annunciò a Brusca la missione compiuta: “Dell’Utri ha detto ‘grazie grazie, a disposizione’”. Insomma Silvio e Marcello “si erano impegnati a soddisfare   le nostre richieste”. E la controprova arriva di lì a poco, il 14 luglio 1994, quando il governo Berlusconi vara il decreto Biondi contro la custodia cautelare in carcere, che favorisce non solo i tangentisti, ma anche i mafiosi. Decreto poi ritirato a furor di popolo, ma ripreso come disegno di legge nei mesi seguenti e tradotto in legge nell’agosto ‘95 coi voti di destra e sinistra (contrari Verdi e Lega).

Ed ecco il racconto di Lo Verso: “Provenzano mi confidò che Dell’Utri si era messo in contatto con i suoi uomini e aveva di fatto sostituito l’onorevole Salvo Lima nei rapporti con la mafia. ‘Per questo – aggiunse Provenzano – nel 1994, a seguito degli accordi raggiunti con lui, ho fatto votare Forza Italia’”. Lo Verso temeva di essere scoperto, quando ospitava Provenzano in casa sua, ma Binnu lo rassicurò: “Stai tranquillo, sono protetto dai politici e dalle autorità. In passato sono stato protetto da un potente dell’Arma. Non ti preoccupare, a me non mi cerca nessuno. Meglio uno sbirro amico che un amico sbirro”.

1995. Racconta il colonnello del Ros Michele Riccio che un mafioso suo confidente, Luigi Ilardo, gli svela di dover incontrare Provenzano il 31 ottobre in un casolare di Mezzojuso (Palermo). Riccio avverte i superiori – sempre secondo il suo racconto, ritenuto credibile dai pm – il nuovo comandante del Ros Mario Mori e il suo braccio destro, colonnello Mauro Obinu, fanno in modo che il blitz fallisca e Provenzano resti libero e latitante. Per quest’accusa Mori e Obinu sono imputati a Palermo per favoreggiamento alla mafia, reato aggravato dalla volontà di favorire Cosa Nostra e dall’aver coronato la trattativa con Provenzano avviata tre anni prima tramite Ciancimino. Resta il fatto che Provenzano, il latitante più ricercato al mondo dopo la cattura di Riina, sarà libero di andare più volte a trovare don Vito, agli arresti domiciliari a Roma (e dunque teoricamente sorvegliato a vista dalle forze dell’ordine), a bordo del suo Maggiolone Volkswagen, sotto le mentite spoglie di “ingegner Lo Verde”. Come se, grazie alla trattativa, fosse diventato un intoccabile.

1996-2011. Negli ultimi 15 anni la mai conclusa, anzi eterna trattativa Stato-mafia ha rifatto capolino infinite volte, sopra e sotto il pelo dell’acqua. I numerosi disegni di legge per la revisione dei processi, la chiusura delle supercarceri di Pianosa e Asinara (1997, centrosinistra), le numerose proposte di abolire l’ergastolo (addirittura approvate per pochi mesi nel 1999, sotto il governo D’Alema), le continue manovre al Dap per favorire la “dissociazione” dei mafiosi a costo zero (contrastate da magistrati coraggiosi come Alfonso Sabella e denunciate ancora di recente dal giudice Sebastiano Ardita), l’indulto Mastella del 2006 esteso ai reati dei mafiosi diversi da quelli associativi (ma compresi per esempio il voto di scambio e i delitti propedeutici alla commissione di quelli più gravi), l’ambigua legge del secondo governo Berlusconi che stabilizza il 41-bis rendendone di fatto più facili le revoche, la norma del 2009 che ha svuotato il sequestro dei beni mafiosi prevedendo la possibilità di metterli all’asta (cioè di farli ricomprare dai prestanome dei mafiosi), i tre scudi fiscali sul rientro dei capitali sporchi in forma anonima: sono tutti regali a Cosa Nostra, tentati o realizzati, che autorizzano il sospetto di un terribile “non detto” che attraversa inquinandola tutta la storia della Seconda Repubblica. Come se il papello entrasse, scritto con l’inchiostro simpatico, nei programmi di ogni governo di ogni colore.

Il tutto condito da continui richiami, messaggi e avvertimenti dei boss: dal comizio dalla gabbia di Bagarella sulle “promesse non mantenute” ai messaggi allusivi di Riina sulle “stragi di Stato”, dallo striscione allo stadio di Palermo “Berlusconi dimentica il 41-bis” alle ambiguità dei fratelli Graviano, che giocano al poliziotto buono e al poliziotto cattivo. L’uno, Filippo, dà del bugiardo a Spatuzza; l’altro, Giuseppe, dice di portargli “rispetto” e si riserva eventualmente di parlare quando avrà ottenuto condizioni carcerarie migliori.

Infine, quando Massimo Ciancimino squarcia il velo dell’omertà che copre le tre trattative, è investito da uno scatenamento politico-mediatico che con ogni probabilità lo induce a “suicidarsi” processualmente con il famoso documento falso contro Gianni De Gennaro, screditando così, almeno mediaticamente, tutte le sue rivelazioni riscontrate e le decine di documenti paterni già periziati come autentici dalla Polizia Scientifica. Intanto, mentre i mafiosi e i figli dei mafiosi parlano, decine di politici e “servitori dello Stato” ritrovano improvvisamente la memoria, ricordando cose taciute o negate per quasi vent’anni, ma solo se costretti a parlarne.

Ce n’è abbastanza, in un paese serio o perlomeno decente, per scatenare l’informazione e la politica pulita alla ricerca della verità. E per istruire un grande processo di Norimberga. Non alla mafia, che ha già avuto i suoi. Ma allo Stato.

Marco Travaglio (tratto da ‘Il Fatto Quotidiano’, 7 e 9 dicembre 2011)

da: AntimafiaDuemila.com

 

L’Italia in crisi compra i jet da guerra. La Spesa? 20 miliardi, come la finanziaria | STAMPA LIBERA

Fonte: L’Italia in crisi compra i jet da guerra. La Spesa? 20 miliardi, come la finanziaria | STAMPA LIBERA.

E’ deciso, l’Italia in crisi comprerà 131 caccia bombardieri nucleari F35 Lockheed. La produzione sarà avviata a fine 2012 nel cantiere di Cameri, in provincia di Novara. A metà 2013 le prime consegne. Non si sa come li useremo. Ci costeranno quasi quanto la finanziaria che in questi giorni ha varato il governo Monti, che ha sancito forti aumenti delle accise dei carburanti e la stangata sulle pensioni…

ComeDonChisciotte – SARA’ UNA STRAGE

Fonte: ComeDonChisciotte – SARA’ UNA STRAGE.

DI PAOLO BARNARD
paolobarnard.info

Piantatela di leggere i quotidiani e di guardare i TG. Non ha senso. Leggete qua.

L’Italia già da tempo ha un surplus di bilancio primario. E se io ti dico questa cosa, a te signor Gino Franchi o a te signora Marta Fasini, a te studentessa di legge o a te studente di storia, rimanete lì a sbadigliare senza capirci niente. E invece sapete cosa vi ho appena detto? Vi ho appena detto che la manovra di lacrime e sangue di Mario Monti è un buffetto sulla guancia confronto a quello che dovrà arrivare. Sarà una strage, e qui lo scrivo, almeno qui, visto che questi allarmi salva-vita non saranno mai lanciati da Michele Santoro, per malafede, o da Jacopo Fo e Beppe Grillo, per desolante ignoranza. (non cito la CGIL perché sono analfabeti, quindi non è colpa loro)

In parole semplici, già dai tempi di Berlusconi l’Italia ha un surplus di bilancio primario e questo significa che se si escludono dai conti dello Stato italiano gli interessi che deve pagare sul suo debito pubblico, esso già da tempo incassa ogni anno più di quanto spende. Quindi già da tempo l’Italia ha non solo raggiunto quel pareggio di bilancio che Draghi e Merkel vorrebbero nel nostro futuro, ma da anni l’Italia ha un surplus di bilancio in realtà. Questo surplus di bilancio significa che lo Stato da anni ci sta tassando più di quanto spende per noi; significa in altre parole che da anni lo Stato sta prelevando dai nostri conti correnti più denaro di quando ve ne versa, ed è in attivo. Ma a tutti i cittadini italiani viene raccontato, da TUTTI i media e da Monti, che abbiamo un deficit di bilancio cronico e che dobbiamo rimediarlo, cioè che siamo in passivo. Non è vero, siamo da anni in attivo. Ma aspettate, perché essere in attivo, come ho appena scritto, non è per nulla una bella notizia e quanto segue è orrendo.

La situazione riassunta è questa: in realtà i conti annuali (entrate e uscite) del nostro Stato sono in attivo da tempo (surplus di bilancio), e questo significa che da tempo ci tolgono più denaro di quanto ce ne diano in stipendi, servizi pubblici, opere. I risultati di questo sono evidenti, e sia l’Istat che la Caritas hanno documentato nei dettagli l’impoverimento vertiginoso di milioni di famiglie italiane, fallimenti aziendali a catena e disoccupazione tragica, deflazione economica ecc. Ma a tutti i cittadini italiani viene raccontato, da TUTTI i media e da Monti, che la cura di quell’impoverimento scandaloso è…il pareggio e il surplus di bilancio! Certo, la cura per l’anemia è l’emorragia, certo. Ma di più.

Adesso, a causa degli interessi sul debito pubblico che l’Italia dovrà pagare a breve, Monti dovrà aumentare ancor di più il surplus di bilancio che già abbiamo, cioè dovrà tassarci molto ma molto di più di quanto lo Stato già ci tassi oggi, ultima manovra inclusa. Capite? Già siamo in una condizione di automatico impoverimento (il surplus che già abbiamo = lo Stato toglie dai nostri c/c ogni anno di più di quanto vi versa), e da qui in poi l’automatismo di impoverimento si decuplicherà. In parole ancora più povere, significa che se finora ci è piovuto in casa, Monti sfonderà le dighe e in casa ci arriverà uno Tsunami. E tutto questo solo, ma SOLO, perché oggi con l’Euro non sovrano che lo Stato non può emettere ma solo prendere in prestito dall’esterno, per pagare quegli interessi sul debito pubblico il Tesoro è costretto a venire a batter cassa da noi, da te signor Franchi e da te signora Fasini, e da voi studenti. E sarà una strage.

Ora pensate a questo: se l’Italia avesse avuto in questi ultimi anni la propria moneta sovrana, avrebbe potuto innanzi tutto evitare di portare avanti un surplus di bilancio primario, quindi per anni ci avrebbe tassati di meno di quanto spendeva per noi cittadini, e saremmo tutti più ricchi e protetti. E in secondo luogo, oggi se ne fregherebbe del mega debito e dei suoi interessi, esattamente come se ne frega il Giappone, che ha un debito doppio del nostro e ha Yen sovrano, però. E’ veramente tutto qui, semplice così. Ma nel nome dell’Euro inventato per gli interessi speculativi immensi di un migliaio di amici di Monti e Draghi, e per quelli degli industriali Neomercantili tedeschi protetti dalla Merkel, a milioni dobbiamo soffrire terrorizzati dall’isteria del deficit, che in realtà (e con moneta sovrana) sarebbe la nostra salvezza. Invece abbiamo un surplus di bilancio primario, che è un cappio che ci già soffoca, e dovrà soffocarci molto ma molto di più in futuro. E nel nome di questo, mentre soffochiamo e soffriamo, ci hanno anche tolto la democrazia, l’informazione non esiste, e io scrivo qui per niente.

(consolazione: i concetti da me espressi qui sopra sono ormai di libero dominio nei blog di economisti, banchieri, traders, monetaristi, e speculatori di mezzo mondo, sulle pagine del Financial Times tutti i santi giorni, sul Wall Street Journal ogni mezza giornata, e i titoli sono sempre cose come “La catastrofe… L’agonia… Il suicidio… dell’Eurozona”, e in effetti ci sta succedendo una cosa epocale, devastante, mai come oggi da 80 anni, ma qui da noi… mistero. Chi è che aveva scritto “La scomparsa dei fatti” qualche tempo fa? Potremmo chiedere a costui di farli ricomparire)