Archivi del giorno: 9 gennaio 2012

Giuseppe Fava – Un uomo – La Storia siamo noi 1/6 – YouTube

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INFIAMMARE LA FAME NEL MONDO: COME L’INDUSTRIA GLOBALE DEI BIOCOMBUSTIBILI STA CAUSANDO UNA DISTRUZIONE DI MASSA

ComeDonChisciotte – INFIAMMARE LA FAME NEL MONDO: COME L’INDUSTRIA GLOBALE DEI BIOCOMBUSTIBILI STA CAUSANDO UNA DISTRUZIONE DI MASSA.

DI JEAN ZIEGLER E SILV O’NEALL

Ironicamente, l’industria dei biocarburanti viene tuttora promossa dalle corporazioni e dai governi come una sostenibile, ecocompatibile alternativa ai combustibili fossili. In realtà, è solo un aspetto formalmente differente dello stesso sconsiderato sfruttamento delle risorse che deriva dall’inappagabile desiderio di guadagni delle élite private attraverso un modello di produzione capitalistico. L’industria dei biocarburanti deriva da un matrimonio tra le imprese del settore agro-alimentare e le grandi aziende petrolifere, che sono perfettamente a conoscenza del fatto che questo nuovo business sta infliggendo una distruzione e un livello di sofferenza assolute.

Negli ultimi cinque anni, il mondo ha assistito all’impennata dei prezzi degli alimenti, un fenomeno che sta mettendo altri milioni di persone a rischio fame, perché non possono più permettersi di comprare il cibo. È un segnale sconvolgente di un sistema economico che pone l’imperativo del profitto privato al di sopra della sopravvivenza quotidiana degli esseri umani. Il primo fattore che ha provocato l’ascesa dei prezzi alimentari è lo sviluppo dell’industria dei biocarburanti a livello globale Come può un settore così distruttivo essere ancora sponsorizzato malgrado le sofferenze che provoca? La risposta breve è che l’opinione pubblica è ancora in gran parte inconsapevole dei risvolti politici ed economici.

A seguire, alcuni estratti dal libro del professor Ziegler, tradotto da Siv O’ Neall [4], che aiutano a svelare la realtà nascosta dietro l’industria dei biocarburanti. Tre sono i fattori principali che contribuiscono alla scarsità dei prodotti alimentari e al loro costante incremento dei prezzi.

 

L’occupazione delle terre per la coltivazione della canna da zucchero e di altre piante, soprattutto negli Stati Uniti, che vengono destinate alla produzione di biocarburanti (etanolo) è una delle cause principali della scarsità di cibo, dal momento che questa priva i piccoli proprietari terrieri della terra e riduce il volume di cibo a disposizione di tutti. Inoltre la perdita di terre coltivabili a favore della produzione di biocarburanti ha contribuito all’incremento vergognoso dei prezzi alimentari. Meno terra, meno cibo, quindi prezzi più alti. Si aggiunga a questo il fatto che i biocarburanti addirittura aumentano i danni al terreno, che i promotori dichiarano invece a gran voce e in modo disonesta di riuscire a ridurre.

 

La speculazione sui generi alimentari di prima necessità, così come sulle terre coltivabili, devono anch’esse essere denunciate con vigore come uno dei fattori che maggiormente contribuiscono alla crescita drammatica dei prezzi del cibo che abbiamo osservato a partire dalla metà del 2007. Di conseguenza, non soltanto i piccoli coltivatori vengono privati della propria terra, spesso con un indennizzo nullo oppure esiguo, ma addirittura, con i prezzi degli alimentari alle stelle, non possono neppure permettersi l’acquisto del cibo di cui necessitano per la sopravvivenza.

 

La terza causa è la desertificazione dei suoli e la degradazione dei terreni, fenomeno accelerato dall’aumento della sostituzione di coltivazioni biologiche con imponenti monocolture per la produzione di biocarburanti oppure per colture OGM, che richiedono enormi quantitativi di acqua. Fiumi e laghi vengono prosciugati e un numero sempre maggiore di persone nel mondo si vede privato della possibilità di accedere all’acqua potabile.

 

La menzogna

 

Per diversi anni l’”oro verde” è stato considerato un fantastico e remunerativo complemento all’”oro nero”.

 

Le aziende di produzione alimentare che oggi dominano il commercio dei biocarburanti, per sostenere questi nuovi prodotti, esprimono un concetto che può sembrare irrefutabile: la sostituzione dei combustibili fossili con l’energia ottenuta dalle piante potrebbe essere l’ultima arma nella lotta contro il rapido peggioramento climatico e il danno irreversibile che provocherebbe sull’ambiente e sulle persone.

 

Ecco alcuni dati: oltre 100 miliardi di litri di bioetanolo e biodiesel prodotti nel 2011. Nello stesso anno, 100 milioni di ettari di raccolto agricolo verranno utilizzati per la produzione dei biocarburanti. La produzione globale di biocarburanti è raddoppiata negli ultimi cinque anni, dal 2006 al 2011.

 

Il peggioramento delle condizioni climatiche è una realtà. A livello globale, oggi la desertificazione e il degradamento dei suoli colpiscono oltre un miliardo di persone in più di cento Paesi. Le zone secche del pianeta – dove le regione aride e semiaride possono più facilmente essere soggette a degradazione – rappresentano oltre il 44% delle terre coltivabili.

 

La distruzione degli ecosistemi – col deterioramento di ampie aree agricole nel mondo, specialmente in Africa – rappresenta un evento funesto per i piccoli contadini e gli allevatori. In Africa, l’ONU ha stimato la presenza di 25 milioni di “rifugiati ambientali” o “migranti ambientali“, ossia esseri umani che si vedono costretti a lasciare le proprie case a causa di disastri naturali (alluvioni, siccità, desertificazioni) e che si trovano alla fine a combattere per la sopravvivenza nei bassifondi delle metropoli. La degradazione delle terre alimenta i conflitti, specialmente tra allevatori di bestiame e agricoltori.

 

Le società multinazionali che producono biocarburanti hanno convinto la maggioranza dell’opinione pubblica, e sostanzialmente tutti i Paesi occidentali, che l’energia prodotta dai vegetali sia l’arma miracolosa contro il peggioramento delle condizioni climatiche.

 

Ma tale assunto è una falsità, e evita di valutare i metodi e i costi ambientali che derivano dalla produzione di biocarburanti, che richiedono sia acqua che energia.

 

In tutto il mondo l’acqua pulita sta diventando un bene sempre più raro. Una persona su tre è costretta a bere acqua contaminata. Circa 9000 bambini sotto i dieci anni muoiono ogni giorno a causa dell’acqua con cui si dissetano, inadatta all’utilizzo alimentare.

 

Secondo i dati dell’OMS, un terzo della popolazione mondiale non ha ancora accesso a un’acqua sana a prezzi abbordabili, e la metà della popolazione mondiale non ha possibilità di disporre di acqua pulita. Circa 285 milioni di persone vivono nell’Africa sub-Sahariana senza utilizzare con regolarità l’acqua pulita [5].

 

Ed, ovviamente, a soffrire in maniera più severa della mancanza d’acqua sono le persone povere.

 

Comunque, quando si considerano le riserve d’acqua esistenti al mondo, la produzione ogni anno di decine di miliardi di galloni di biocarburante è un vero disastro.

 

Per produrre un litro di bioetanolo sono necessari circa 4000 litri di acqua.

 

L’ossessione di Barack Obama

 

I produttori di biocarburante, di gran lunga le multinazionali più potenti al mondo, hanno il loro quartier generale negli Stati Uniti.

 

Ogni anno ricevono miliardi di dollari di aiuti governativi. Utilizzando le parole del Presidente Barack Obama nel suo discorso annuale al Congresso del 2011: per gli Stati Uniti, il programma del bioetanolo e del biodiesel è un “obiettivo nazionale“, una questione di sicurezza nazionale.

 

Nel 2011, avendo ricevuto sussidi per 6 miliardi di dollari di fondi pubblici, queste aziende statunitensi bruceranno il 38,3% del raccolto dei cereali, contro il 30,7% del 2008. E dal 2008, i prezzi dei cereali nel mercato mondiale hanno visto un aumento del 48%.

 

Gli Stati Uniti d’America sono di gran lunga la potenza industriale più dinamica, oltre che il principale produttore al mondo. Nonostante un relativamente basso numero di abitanti – 300 milioni, al confronto degli 1,3 miliardi e oltre di Cina e India – gli Stati Uniti d’America producono poco più del 25% di tutti i beni industriali fabbricati in un anno nel pianeta.

 

La materia prima di questa macchina impressionante è il petrolio. Gli Stati Uniti bruciano mediamente in un giorno 20 milioni di barili, ovvero circa un quarto della produzione mondiale. Circa il 61% di questo volume – poco più di 12 milioni di barili al giorno – viene dalle importazioni [6].

 

Per il presidente degli Stati Uniti, questa dipendenza dall’estero è ovviamente una preoccupazione. E l’aspetto più preoccupante è che la parte più cospicua di questo petrolio di importazione proviene da regioni dove l’instabilità politica è endemica oppure dove gli USA non hanno sufficienti tutele: in parole povere, dove la produzione e l’esportazione verso gli Stati Uniti non sono garantite.

 

George W. Bush è stato colui che ha inaugurato il programma del biocarburante. Nel gennaio del 2007 fissò l’obiettivo da raggiungere: nei successivi dieci anni, gli Stati Uniti avrebbero dovuto ridurre del 20% il proprio consumo di combustibili fossili e moltiplicare per sette la produzione di biocarburante.

 

Bruciare milioni di tonnellate di raccolto che potrebbe essere destinato all’alimentazione, in un paese dove ogni cinque secondi un bambino sotto i dieci anni muore di fame, è chiaramente scandaloso.

 

Il serbatoio di un’automobile di media taglia ha un volume di 50 litri. Per produrre 50 litri di bioetanolo devono essere distrutti 358 kg di cereali.

 

In Messico ed in Zambia, i cereali rappresentano la fonte principale di alimentazione. Con 358 kg di cereali, un bambino messicano o un bambino dello Zambia potrebbero avere abbastanza cibo per sostentarsi un intero anno.

 

La maledizione della canna da zucchero

 

Non soltanto i biocarburanti ogni anno consumano centinaia di milioni di tonnellate di cereali, grano e altri vegetali alimentari, e non soltanto la loro produzione rilascia nell’atmosfera milioni di tonnellate di anidride carbonica; in aggiunta, causano disastri sociali nei Paesi dove queste multinazionali che fabbricano il biocarburante diventano dominanti.

 

Si prenda l’esempio del Brasile.

 

La lotta dei lavoratori nell’engenho [7] Trapiche è un esempio calzante. Le vaste terre che sono appena visibili nella foschia della sera un tempo facevano parte del demanio. Erano, solo pochi anni fa, appezzamenti di terra agricola, uno o due ettari di superficie coltivati da piccoli agricoltori. Le famiglie vivevano in povertà, ma erano sicure, godevano di un certo livello di benessere e di una relativa libertà.

 

Attraverso relazioni influenti con il governo federale in Brasilia e la disponibilità di un capitale notevole, i finanziatori hanno ottenuto il “decommissioning“, ovvero la privatizzazione di queste terre. Piccoli contadini di fagioli o cereali furono esiliati verso i quartieri poveri di Recife. Le poche eccezioni sono costituite da quelli che acconsentirono, per una miseria, a diventare tagliatori di canna da zucchero. E oggi, questi lavoratori sono ipersfruttati.

 

In Brasile il programma di produzione del biocarburante è considerato una priorità. E la canna da zucchero è una delle più remunerative materie prime per la produzione del bioetanolo.

 

Il programma brasiliano per una rapida crescita nella produzione di bioetanolo ha un nome curioso: piano Pro-Alcohol. È l’orgoglio del governo. Nel 2009 il Brasile ha consumato 14 miliardi di litri di bioetanolo (e biodiesel) e ne ha esportati 4 miliardi.

 

L’obiettivo del governo è quello di esportare oltre 200 miliardi di litri. Il governo con sede a Brasilia vuole dunque portare a 26 milioni di ettari la coltivazione della canna da zucchero. Nella lotta contro i giganti del bioetanolo, gli inermi tagliatori di canna della piantagione del Trapiche non hanno molte possibilità di vittoria.

 

L’attuazione del piano brasiliano denominato Pro-Alcohol ha portato a una rapida concentrazione di terra nelle mani di pochi baroni del luogo e delle multinazionali.

 

Questo processo di monopolizzazione accresce le disuguaglianze e inasprisce la povertà nelle zone rurali (così come la povertà nelle città, come conseguenza della migrazione dalle aree rurali). Inoltre, l’estromissione dei piccoli proprietari terrieri minaccia la certezza della presenza di cibo nelle campagne, dato che erano loro i soli a poter garantire una agricoltura di sostentamento.

 

Per quanto riguarda le unità familiari condotte da donne, hanno un ridotto accesso alla terra e soffrono di maggiore discriminazione.

 

In breve, lo sviluppo della produzione dell'”oro verde” basato su un modello di “agricoltura da esportazione” arricchisce in modo straordinario i baroni dello zucchero, ma impoverisce i piccoli agricoltori, i mezzadri e i “boiafrio” [8] in maniera ancor più marcata. Questo è ciò che ha firmato il certificato di morte per piccoli e medi agricoltori, oltre che per la sovranità alimentare della nazione.

 

Ma a prescindere dai baroni brasiliani dello zucchero, il programma Pro-Alcohol crea ovviamente dei profitti per le multinazionali, come Louis Dreyfus, Bunge, Noble Group, Archer Daniels Midland, e per i gruppi finanziatori riconducibili a Bill Gates e George Soros, così come ai fondi sovrani cinesi.

 

In un Paese come il Brasile, dove milioni di persone richiedono il diritto di possedere un pezzo di terra, dove la certezza del cibo è minacciata, l’usurpazione della terre da parte delle compagnie transnazionali e dei fondi sovrani [9] è uno scandalo supplementare.

 

Per impossessarsi delle terre da pascolo, i grandi proprietari terrieri e i manager di queste aziende bruciano le foreste del Brasile, decine di migliaia di ettari ogni anno.

 

La distruzione è esiziale. Le terre del bacino amazzonico e del Mato Grosso [10], coperte dalle foreste vergini, ha soltanto un sottile strato di humus. Anche nell’improbabile caso che i dirigenti di Brasilia vengano catturati da un improvviso lampo di lucidità, non potrebbero comunque ricreare le foreste pluviali amazzoniche, i “polmoni del pianeta”. Secondo uno scenario riconosciuto dalla Banca Mondiale, ai ritmi attuali di distruzione il 40% della foresta pluviale amazzonica andrà perduto nel 2050.

 

A causa dell’intensità con la quale il Brasile ha gradualmente sostituito la coltura a scopo alimentare con quella della canna da zucchero, ciò che si è ottenuto è l’ingresso nel circolo vizioso del mercato internazionale del cibo: quando si è costretti a importare quello che non si produce internamente, la domanda globale cresce, e ciò provoca un aumento dei prezzi.

 

L’insicurezza alimentare, di cui una grande parte della popolazione brasiliana è vittima, è perciò direttamente correlata con il piano Pro-Alcohol. Ciò affligge in modo particolare le zone dove si coltiva la canna da zucchero, dal momento che l’alimentazione principale va a sorreggersi su beni di importazione soggetti alle significative fluttuazioni di prezzo. Molti piccoli agricoltori e contadini sono in definitiva acquirenti di generi alimentari, dato che non hanno abbastanza terra per produrre una quantità di cibo per i bisogni della famiglia. Per questo, nel 2008 i piccoli contadini non sono stati in grado di comprare cibo a sufficienza a causa dell’improvvisa esplosione dei prezzi.

 

Inoltre, allo scopo di ridurre i costi, i produttori di biocarburante sfruttano abbondantemente i lavoratori migranti, secondo un modello di agricoltura capitalistico ultra-liberista. Non soltanto vengono pagati con salari da elemosina, ma sono sottoposti a turni di lavoro inumani, sorretti da strumenti di tutela minimali e le condizioni di lavoro rasentano la schiavitù.

 

Conclusioni

 

Se il mondo dovrà essere salvato dalla morsa del neoliberismo e dall’immensa avarizia e totale insensibilità dei “nuovi padroni del mondo” [11], noi dobbiamo intervenire ora. Dobbiamo osservare in maniera lucida, con occhi e menti ben aperti come questi predoni stanno rapidamente il pianeta e le persone in ostaggio nel loro tentativo assurdo di incrementare la propria ricchezza e dominare il mondo. Dobbiamo riunirci insieme e lavorare senza sosta, senza perdere la speranza, senza perdere di vista l’obiettivo del salvataggio della Terra. Noi non dobbiamo farci ingannare dalla assordante macchina della propaganda. Noi dobbiamo insieme tenere duro. Ci potrebbe così essere una via d’uscita dall’inferno.

 

Note:

 

[1] Adattamento, con il permesso degli autori, realizzato da Finian Cunningham per Global Research. L’articolo originale e le note a piè di pagina sono pubblicate su Axis of Logic: http://axisoflogic.com/artman/publish/Article_64191.shtml

 

[2] Destruction Massive – Géopolitique de la Faim, di Jean Ziegler, Editions du Seuil, pubblicato il 13 ottobre 2011.

 

[3] Jean Ziegler, ex professore di sociologia all’Università di Ginevra e alla Sorbona, a Parigi, è membro dell’UN Human Rights Council’s Advisory Committee, con competenza in diritti culturali, sociali ed economici. Nel periodo 2000-2008, Ziegler è stato relatore speciale dell’ONU sul diritto all’alimentazione. Nel Marzo 2008 è stato eletto membro dell’UN Human Rights Council’s Advisory Committee. Un anno dopo, l’Human Rights Council ha deciso, per acclamazione, la rielezione di Jean Ziegler come membro dell’Advisory Committee, carica che ricopre tuttora con scadenza 2012. Nell’Agosto 2009, i membri dell’Advisory Committee lo hanno elettro come vice presidente del forum.

 

[4] Siv O’Neall è una scrittrice e attivista con sede in Lione, Francia, che tiene una rubrica per Axis of Logic su diversi argomenti internazionali. Ha tradotto estratti dall’ultimo libro di Jean Ziegler per il presente articolo, con il permesso dell’autore. È possibile contattarla al seguente indirizzo: siv@axisoflogic.com.

 

[5] 248 milioni di persone nell’Asia meridionale si trovano nella stessa situazione, 398 milioni nell’Asia orientale, 180 milioni nell’Asia del sud e Pacifico orientale, 92 milioni nell’America Latina e nei Caraibi e 67 milioni nei paesi arabi.

 

[6] Soltanto otto milioni di barili sono prodotti da Texas, Golfo del Messico (offshore) e Alaska.

 

[7] Engenho è un termine che ha origine nell’epoca coloniale portoghese che si riferisce ai mulini da zucchero e agli stabilimenti associati. La parola engenho era tipicamente riferita soltanto al mulino, ma in maniera estensiva poteva descrivere l’area nel suo complesso, includendo la terra, il mulino, le persone che vi lavoravano.

 

[8] Lavoratori senza terra (boia = bue ; frio = freddo). Lavorerà come un bue e mangerà del cibo freddo

 

[9] I fondi sovrani sono fondi di investimenti di proprietà statale composto da valori finanziari come azioni, obbligazioni, metalli preziosi e altri strumenti finanziari. I fondi sovrani possono investire a livello globale.

 

[10] Il Mato Grosso è uno stato situato nel centro-nord del brasile, confinante con Bolivia e Paraguay.

 

[11] Vedi Les Nouveaux Maîtres du Monde et Ceux qui leur Résistent di Jean Ziegler (Editions Fayards), 2005.

 

**********************************************Fonte: Fuelling World Hunger: How The Global Biofuel Industry Is Creating Massive Destruction

 

31.12.2011

 

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MICHELE GARAU

ComeDonChisciotte – I MILIARDARI CHE SPECULANO SULL’AVVENIRE DEL PIANETA

Fonte: ComeDonChisciotte – I MILIARDARI CHE SPECULANO SULL’AVVENIRE DEL PIANETA.

DI IVAN DELLA ROY E SOPHIE CHAPELLE
BASTA!

Possiedono compagnie petrolifere, gasdotti, miniere, acciaierie e anche i media. Influenzano governi e istituzioni per impedire qualsiasi regolamentazione che sia troppo stringente. E sono tra le persone più ricche al mondo. Un rapporto di un centro di ricerca degli Stati Uniti li considera, a causa del loro potere e dell’inquinamento generato dalle loro attività, la più grande minaccia che pesa sull’ambiente e sul clima. Chi sono questi multimiliardari che costruiscono la loro fortuna ipotecando l’avvenire del pianeta?

Sono cinquanta. Cinquanta miliardari su cui viene puntato il dito per la loro responsabilità nella degradazione del clima. Traggono le loro ricchezze da attività molto inquinanti e non esitano a spendere milioni per influenzare i governi e la pubblica opinione. Le loro ricchezze cumulate assommano a 613 miliardi di euro. In 50 hanno un peso finanziario superiore ai i Fondi europei di stabilità che sono stati creati per difendere l’eurozona – 17 paesi – contro la speculazione. Questo per dire la forza che possiedono. È questa aberrante concentrazione di potere che viene denunciata da rapporto del Forum Internazionale della Globalizzazione (IFG), un istituto indipendente insediato a San Francisco che raggruppa economisti e ricercatori tra cui l’indiana Vandana Shiva o il canadese Tony Clarke, noti per le loro battaglie contro gli abusi delle multinazionali.

Il loro voluminoso rapporto, Outing The Oligarchy [1], ha l’obiettivo “di attirare l’attenzione del pubblico sugli individui ultraricchi che traggono sempre più profitto – e che sono più responsabili – dell’aggravamento della crisi climatica“. Per l’inquinamento da loro provocato e dalle pressioni che esercitano per difendere i combustibili fossili, questo gruppo di miliardari costituisce, secondo l’IFG, “la più importante minaccia che pesa sul nostro clima“. L’istituto ha deciso di fare i nomi di coloro che formano questa minaccia. Siccome è il 99% a subire le conseguenze del loro arricchimento smisurato – per riprendere la formula del movimento Occupy Wall Street – deve sapere chi stiamo parlando. Una sorta di “outing” forzato.

L’uomo che valeva 63,3 miliardiQuesti cinquanta miliardari sono statunitensi, russi, indiani o messicani. Ma anche brasiliani, cinesi, di Hong Kong o israeliani. Alcuni sono molto conosciuti in Europa: Lakshmi Mittal, Presidente del gigante della metallurgia ArcelorMittal, Rupert Murdoch, il magnate dei media anglosassoni, Silvio Berlusconi, l’ex Primo ministro italiano con 6 miliardi di dollari, Roman Abramovich, proprietario del club calcistico del Chelsea. Altri sono anonimi per chi non è un lettore assiduo della classifica delle grandi ricchezze pubblicate dalla rivista Forbes. Da anonimi riescono a non farsi notare. Possiedono compagnie petrolifere, miniere, media, un esercito di guardie del corpo.

Prendete il Messicano Carlos Slim, l’uomo più ricco del mondo (63,3 miliardi di dollari) che ha approfittato pienamente della privatizzazione della compagnia pubblica Telmex. Detiene 222 imprese in tutto il mondo – nelle telecomunicazioni, nel settore bancario, nell’industria mineraria, nell’energia, nella ristorazione o nel campo sanitario – che impiegano 250.000 persone e generano un fatturato annuo di 386 miliardi di dollari. Tanto che è “quasi impossibile trascorrere una giornata in Messico senza contribuire ad arricchire Carlos Slim, sia che una persona stia telefonando, mangiando in uno dei suoi ristoranti o depositando del denaro in banca“. È come se ogni Messicano gli versasse 1,5 dollari al giorno.

Una gran parte dalla ricchezza di Carlos Slim deriva dalle sue holding industriali devastanti in campo ambientale“, denuncia il rapporto. Trasferimento forzato delle popolazioni per costruire le dighe, contaminazione di suoli con l’arsenico, distruzione di villaggi, pessime condizioni lavorative. Sembra che le industrie di Carlos Slim non indietreggino davanti a niente. “Le sue collaborazioni, come le sue attività in campo sanitario col governo spagnolo e l’influente Bill Gates, gli permettono di costruirsi e di curare un’immagine positiva dietro la quale può dissimulare l’evidenza dei danni ambienti e umani dei suoi progetti minerari o petroliferi“, denunciano i ricercatori dell’IFG.

Le nuove oligarchie emergentiPerché questi cinquanta e non Bill Gates (secondo patrimonio al mondo) o Bernard Arnault (il più ricco francese, quarto mondiale)? I miliardari che corrispondono a tre criteri hanno attirato l’attenzione degli analisti: la ricchezza complessiva (misurata dalla rivista Forbes), i danni ecologici e le emissioni di carbonio generati dalle loro attività economiche [2] e il loro sostegno, palese o nascosto, ai politici che favoriscono le attività con forti emissioni di CO2, come l’industria petrolifera. Risultato: i miliardari dei paesi emergenti sono quelli più rappresentati. Si contano solamente due europei, Russia a parte – Silvio Berlusconi e il cipriota (ex-norvegese) John Fredriksen, un armatore che ha costruito la sua fortuna grazie alla sua flotta di petroliere – tra cui ci sono 13 russi, 9 indiani, 3 messicani e 2 brasiliani.

I grandi ricchi europei sarebbero più virtuosi dei loro omologhi dei paesi emergenti? Non necessariamente. La deindustrializzazione e la finanziarizzazione delle economie del Nord le hanno resi meno inquinanti. E i nuovi megaricchi dei vecchi poteri industriali costruiscono oggi la loro fortuna sulla speculazione finanziaria o le nuove tecnologie dell’informazione (Internet). Ciò non rende il loro accumulo di ricchezza meno osceno, solo un po’ meno devastatore. Gli autori del rapporto non esonerano quindi le vecchie dinastie industriali europee dalle loro responsabilità in materia ambientale. Ma, a parte alcuni magnati petroliferi statunitensi, non fanno più parte di questa nuova “oligarchia dei combustibili fossili” che tenta di dettare legge nel campo della produzione energetica, dell’estrazione mineraria e dell’inquinamento. Alcuni miliardari della vecchia scuola, come Warren Buffet, adottano anche delle posizioni piuttosto progressiste se comparate al cinismo ambientale che regna in seno alla loro casta.

Da Goldman Sachs ad ArcelorMittalIl prototipo di questi nuovi miliardari senza scrupoli: Lakshmi Mittal. Malgrado una fortuna stimata in 19,2 miliardi di dollari, il padrone di Arcelor continua a svuotare di operai gli altiforni francesi ed europei. Non per la preoccupazione di inquinare meno, ma per ” razionalizzare” i costi e approfittare dei paesi dove la regolamentazione pubblica è debole o inesistente. La sua rete di influenza è tentacolare, e arriva fuori dal campo siderurgico: a Wall Street, dove siede nel consiglio di amministrazione di Goldman Sachs, una delle banche più potenti del mondo; in Europa (consiglio di amministrazione di EADS), passando dall’Africa meridionale, il Kazakistan o l’Ucraina.

Come si esercitano concretamente le influenze e la lobby di questi cinquanta mega-inquinatori? Dagli Stati Uniti alla conferenza sul clima di Durban, i fratelli Koch sono diventati degli esperti in materia. Con una fortuna stimata in 50 miliardi di dollari, David e Charles Koch sono alla testa di un vasto conglomerato di imprese che operano principalmente nel settore petrolchimico. I loro dollari si accumulano per milioni grazie alle loro partecipazioni negli impianti che trasportano il petrolio, il gas, i prodotti petroliferi raffinati o anche i concimi chimici. La maggior parte delle attività di Koch Industries, la cui sede è in Kansas, sono ignorate del grande pubblico, eccetto alcuni prodotti come i cotoni DemakUP® o ancora la carta igienica Lotus®. Charles e David Koch hanno alle spalle una lunga storia di impegno politico conservatore e libertariano. Suo padre, Fred Koch, fu uno dei membri fondatori del John Birch Society che sospettava il presidente Eisenhower di essere un agente comunista. Nel 1980 i due fratelli hanno finanziato la campagna del candidato Ed Clark che si presentava alla destra di Reagan. Il loro programma suggeriva l’abolizione dell’FBI, della Sicurezza Sociale o del controllo sulle armi.

I milioni per gli scettici del climaConsiderata come uno dei “primi dieci inquinatori dell’atmosfera negli Stati Uniti” dall’università del Massachusetts, Koch Industries è stata denunciata sotto l’amministrazione Clinton per più di 300 sversamenti in mare in sei Stati federati, prima di accordarsi per una multa di 30 milioni di dollari nel gennaio del 2000. I fratelli Koch riservano un sostegno incondizionato alla cerchia degli scettici del clima che negano il cambiamento climatico. Tra il 2005 e il 2008 hanno speso più denaro della compagnia petrolifera statunitense Exxon Mobil – 18,4 milioni di euro – per finanziare alcune organizzazioni che, secondo Greenpeace, “diffondono notizie errate e false a proposito della scienza del clima e delle politiche in materia energetica“.

In occasione della riunione di Durban, Greenpeace ha inserito i fratelli Koch tra i primi dodici dirigenti di imprese inquinanti che operano in sintonia per minare un accordo internazionale sul clima. Concedono enormi sovvenzioni alle associazioni industriali come l’American Petroleum Institute, un organismo che rappresenta le compagnie petrolifere americane. Anche se il loro ruolo nei negoziati del clima è importante, i fratelli Koch vogliono rimanere nell’ombra. Charles Koch ha dichiarato che bisognerebbe “passargli sul corpo” prima di vedere la sua società quotata in Borsa. Senza una quotazione, la società non ha l’obbligo di pubblicare le sovvenzioni accordate alle diverse organizzazioni. Una situazione ideale per praticare nell’ombra un lobbying intenso. L’azienda ha versato così più di un milione di dollari all’Heritage Foundation, un “pilastro della disinformazione sui problematici climatici e ambientali“, secondo Greenpeace.

I fratelli Koch avrebbero largamente partecipato all’amplificazione del “Climategate” nel novembre del 2009. Questo scandalo era stato scatenato dalla pirateria e dalla diffusione di una parte della corrispondenza dei climatologi dell’università britannica di East Anglia. I Koch hanno finanziato alcuni organismi, come il think tank della destra radicale Cato Institute – di cui sono cofondatori – per montare questa iniziativa, mettendo in dubbio l’esistenza del riscaldamento. Altro fatto essenziale: in risposta al documentario del vicepresidente Al Gore sul cambiamento climatico, i due miliardari hanno versato 360.000 dollari al Pacific Research Institute for Public Policy per il film An Inconvenient Truth… or Convenient Fiction, un libello assolutamente climatoscettico.

Il petrolio nel Tea PartyKoch Industries ha anche iniziato un anno fa una campagna referendaria che vuole impedire l’entrata in vigore della legge californiana per la lotta al il cambiamento climatico (la “AB32”). La loro posizione: lo sviluppo di energie proprie in California costerebbe molti fondi allo stato. Insieme ad altri gruppi petroliferi, i fratelli Koch ci hanno investito un milione di dollari. La loro proposta è stata alla fine rigettata e la legge impone oggi alla California una riduzione del 25% delle emissioni di gas ad effetto serra di qui al 2020 (per tornare al livello del 1990). Malgrado questa sconfitta, il comitato di azione politica di Koch Industries, KochPac, ha continuato a praticare intense pressioni a Washington per ostacolare ogni legge che limitasse le emissioni di gas serra. Secondo il rapporto di Greenpeace, il comitato ha speso più di 2,6 milioni di dollari nel 2009-2010 per condizionare il voto sulla legge Dodd-Frank che ha l’obbiettivo di una maggiore regolazione finanziaria.

I fratelli Koch finanziano anche il Tea Party dei conservatori e partecipano al gruppo Americans for Prosperity (AFP). Creato nel 2004, l’AFP è all’origine di numerose manifestazioni contro l’amministrazione Obama, in particolare contro il suo progetto di tassa sul carbonio. Siccome la Corte Suprema ha tolto nel gennaio 2010 i limiti al finanziamento delle campagne elettorali nazionali da parte delle imprese, i Koch sembrano pronti a investire ancora più denaro nel Tea Party in vista delle elezioni del 2012. Il loro lobbying è così tentacolare che sono soprannominati “Kochtopus”, un gioco di parole che unisce il loro cognome a quello della piovra (octopus in inglese).

Il 99% sacrificato dall’1%?Per restringere il potere di queste nuove plutocrazie e di queste ricchezze smisurate, il rapporto dell’IFG raccomanda una serie di misure fiscali per assicurare una vera distribuzione della ricchezza: indicizzare gli alti stipendi a quelli più bassi, aumentare l’imposizione sugli alti redditi o tassare le transazioni finanziarie. Sono quindi necessarie nuove leggi per impedire queste enormi concentrazioni societarie e per evidenziare i danni ambientali che provocano.

C’è un’urgenza: “Un aumento di 4°C della temperatura mondiale […] è una condanna a morte per l’Africa, per i piccoli Stati insulari, per i poveri e le persone vulnerabili di tutto il pianeta, avverte Nnimmo Bassey, presidente degli Amici Internazionali della Terra a Durban: “Questa riunione ha amplificato l’apartheid climatico. L’1% più ricco del pianeta ha deciso che era accettabile sacrificare il 99%“. Ciò significa che gli Stati, i governi e i cittadini devono riprendere in mano la situazione. Nel frattempo, sono sempre più sotto pressione di quei “mercati finanziari” di cui questi cinquanta multimiliardari sono attori imprescindibili.

Note:[1] Outing The Oligarchy, billionaires who benefit from today’s climate crisis, International Forum on Globalization.

[2] Grazie principalmente agli indicatori di sviluppo durevole come il Dow Jones Sustainability Index o il CSR Hub Rating che misurano la responsabilità sociale delle imprese.

**********************************************Fonte: Ces milliardaires qui spéculent sur l’avenir de la planète

13.12.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

Gli esperti del narcotraffico e la questione afghana | STAMPA LIBERA

Fonte: Gli esperti del narcotraffico e la questione afghana | STAMPA LIBERA.

Da un’intervista a Sandro Donati, già consulente del Ministero della Solidarietà Sociale, direttore scientifico del progetto Narcoleaks, che raccoglie un gruppo di ricercatori volontari italiani impegnati nel monitoraggio dei dati relativi alla produzione e al commercio di droga a livello globale.
La recente diffusione di un documento redatto dal gruppo, eloquentemente intitolato Le bugie di Obama sul traffico internazionale di cocaina, ha suscitato una certa apprensione presso la Casa Bianca

“La questione afghana è una cartina di tornasole, un qualcosa che consente di comprendere tutto ed è sconcertante come osservatori ed esperti di narcotraffico facciano finta di non vedere. Ci sono infatti una serie di elementi eclatanti che parlano con estrema chiarezza
Anzitutto, fino a prima che iniziasse il conflitto afghano – mi riferisco al periodo precedente finanche all’invasione sovietica in Afghanistan – la produzione nel Paese era una percentuale minima di quella mondiale. Diciamo che la quasi totalità della produzione mondiale era tutta quanta concentrata nel Triangolo d’oro. La produzione afghana cominciò a muoversi durante l’invasione sovietica e ci sono molti riferimenti che indicano come gli Stati Uniti finanziassero i mujahidin all’epoca, proprio facilitando il traffico dell’oppio. Fatto è che l’Afghanistan cominciò a produrre una parte un po’ più consistente della produzione mondiale, portandosi intorno ad un 15-20% del totale, ma il Triangolo d’oro continuava sempre ad essere dominante nel settore. Quando i sovietici si ritirarono, la produzione era ormai consolidata, e rimase tale sino a che nel 2000 intervenne un primo editto dei talebani. Questo editto provocò una prima diminuzione che mi pare si attestò attorno ad un 20-30% della produzione. L’anno successivo i talebani fecero sul serio, perché emisero un altro editto molto più duro che evidentemente spaventò i contadini; fatto sta che la produzione venne pressoché azzerata e si ridusse a circa un 7-8% di quello che era prima. Ora, nell’ottobre del 2001 arrivano gli americani e i loro alleati. Quello che è eclatante è seguire la curva con la quale da quel momento in poi aumenta annualmente la produzione di oppio. La pendenza della curva dimostra un aumento di produzione spaventosamente più elevato rispetto alla lenta crescita avuta durante il periodo dell’occupazione sovietica. La produzione arriva infatti a raddoppiare o triplicare anno per anno e si arriva ad una situazione limite intorno al 2007, anno in cui l’Afghanistan diventa pressoché il monopolista nella produzione mondiale. E quindi qui intervengono diversi fatti clamorosi che vanno osservati con attenzione: non soltanto l’Afghanistan vede esplodere la sua produzione, ma al tempo stesso crolla quella del Sud-Est asiatico. E qualcuno mi deve spiegare chi è che manovra quello che io definisco una sorta di simbolico semaforo internazionale che diventa rosso da una parte e verde dall’altra. Sul versante del Triangolo d’oro, d’improvviso cominciano a funzionare tutte quelle politiche di sviluppo dell’agricoltura alternativa e la produzione di oppio si abbatte fortemente.
In Afghanistan invece assistiamo all’esplosione della produzione in uno dei Paesi più controllati al mondo da satelliti, ricognizioni aeree e movimenti di truppe terrestri. Ammettiamo per un attimo di credere alla favoletta che l’oppio si produce soltanto nelle zone controllate dai talebani; dovremmo anzitutto superare la contraddizione che gli stessi talebani in precedenza avevano emesso degli editti contro la produzione. Ma anche volendo ammettere che i talebani a loro volta, accecati dal bisogno di armarsi dettato dalla guerra, abbiano cercato finanziamenti nel narcotraffico: è evidente che gli Stati Uniti hanno una capacità aerea di totale controllo del Paese e che i talebani non sono certo in grado di contrastarli dal punto di vista aereo, soprattutto nei voli ad alta quota. Potendosi tutto ricostruire minuziosamente dai satelliti, vi sarebbe la possibilità di distruggere le coltivazioni come per esempio gli stessi statunitensi hanno insegnato a fare ai colombiani con le fumigazioni, cioè gettando sostanze chimiche che cadono sulle piantagioni e le distruggono. Come mai tutto questo non è stato mai attuato in Afghanistan?
Ma poi c’è una seconda domanda più stringente, che supera pure il pretesto che le coltivazioni siano solo nei territori controllati dai talebani: l’oppio coltivato deve poi essere lavorato e trasformato. Dei vari passaggi necessari il primo è la trasformazione in oppio dei fiori. Che già significa movimentare delle quantità notevoli di materia prima, che dal punto di vista di volume e peso è in rapporto di 5 a 1 rispetto all’oppio che ne verrà ricavato. La merce si sposta con camion e poi arriva nei laboratori nei quali deve essere trasformata in oppio e da oppio in eroina. Qualcuno dovrebbe spiegare alla comunità internazionale per quale motivo dai report dell’ONU emerge un numero bassissimo di laboratori di trasformazione dell’oppio in eroina in Afghanistan. Ed anche come esce questa quantità immensa di oppio ed eroina dall’Afghanistan, visto che gli americani in teoria controllerebbero tutto. Le questioni per la verità sono tante e l’esplosione di produzione in Afghanistan comporta un’altra considerazione di estrema importanza: per la prima volta in maniera eclatante si dimostra che, decidendo a migliaia di km dai mercati di consumo che si deve aumentare la produzione, si è comunque sicuri che quella produzione avrà buon fine, avrà – in sostanza – sbocco nel mercato. E questo dimostra in maniera inequivocabile che è l’offerta che determina la domanda, e quindi è almeno in parte fallace tutta quella serie di argomenti addotti soprattutto in America Latina per spiegare che la produzione è colpa dei Paesi che consumano.”

Cosentino e i legami con i colletti bianchi della camorra casalese: ecco le foto dell’incontro – Video – Corriere TV

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Cosentino e i legami con i colletti bianchi della camorra casalese: ecco le foto dell’incontro
Martedì la giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera esprimerà il proprio voto sulla richiesta di autorizzazione all’arresto inoltrata dal giudice per il coordinatore campano del Pdl – di Amalia De Simone

Antonio Di Pietro: Monti, la Svizzera e quei capitali da riprendere

Fonte: Antonio Di Pietro: Monti, la Svizzera e quei capitali da riprendere.

Nell’intervista pubblicata oggi su La Stampa analizzo la situazione economica italiana e le possibili soluzioni.

Il rientro dei capitali dalla Svizzera, sono 160 miliardi di euro illegalmente esportati, una cifra che permetterebbe all’Italia di risolvere gran parte dei suoi problemi. Quando Fabio Fazio ha chiesto al presidente del Consiglio se si stava lavorando ad un accordo con la Svizzera, Monti ha sorriso e ha lanciato una delle sue usuali frecciate. «In Italia l’hanno chiesto alcuni che dicono mai più condoni». Il riferimento era abbastanza chiaro. Ce l’aveva, ad esempio, con l’Italia dei Valori che sulla tassa sui capitali all’estero sta combattendo una battaglia in Parlamento. Ma che al tempo stesso ha avvertito tutti di essere contrario ai condoni.

Antonio Di Pietro, che ne pensa: Ce l’aveva con voi il presidente Monti?
«Il presidente del Consiglio non riesce ad essere ancora preciso né sulla questione dei capitali all’estero né sul contributo di solidarietà che ne dovrebbe derivare. A noi dell’Italia dei Valori dispiace che per parlarne nell’intervista abbia fatto ricorso ad un paragone che non ha alcuna ragione di esistere, invece, a nostro avviso. Anzi, è il contrario: perché è verissimo che noi non vogliamo condoni ma è vero anche che non vogliamo nemmeno lo scudo fiscale: noi chiediamo il sequestro dei beni. Visto che invece il governo precedente li ha scudati allora chiediamo almeno un contributo. Ci sembra il minimo che si possa chiedere».

E che cosa ne pensate di un accordo con la Svizzera per far rientrare i capitali all’estero?
«Abbiamo presentato un emendamento molto chiaro. Da un lato chiediamo un aumento della sovrattassa sui capitali scudati dall’1,5% vergognoso chiesto dal governo Monti al 15%: così si rimedia alla vergogna dello scudo fiscale, incassando almeno altri 10 miliardi di euro. Ma al tempo stesso chiediamo che chi non ha aderito allo scudo fiscale e quindi abbia capitali all’estero debba essere sottoposto all’inversione della prova: se vengono trovati spetta a chi ne è in possesso di dimostrare la provenienza lecita altrimenti debbono essere sequestrati».

L’Idv e il governo Monti insomma hanno posizioni diverse sul tema dei capitali all’estero: andrà a finire che non darete il vostro sostegno al governo nella fase 2?
«Non vorrei che un aspetto particolare come quello dei capitali all’estero faccia dire a tutti che l’Italia dei Valori non aiuterà Monti. La verità è che è difficile rispondere a questa domanda perché finora sappiamo che cosa dice il governo Monti, non quello che fa. Siamo in attesa. Possiamo dire che se anche dovesse rispettare quello che ha detto, di sicuro alcune posizioni sarebbero condivisibili altre meno».

Che cosa condividete?
«Sì alla Tobin Tax, sì a non approvare nuove manovre sulla tassazione, sì a interventi sulla concorrenza e sulle liberalizzazioni. Lo aiuteremo di sicuro su questi temi».

E quando si tratterà di approvare le misure sui capitali all’estero?
«Spero che per quella data Monti abbia le idee più chiare. Per il momento a me sembra solo che sia molto incerto, che non sappia davvero che cosa fare. Forse lui non vuole ma ha capito che si deve e nell’attesa non sa che fare, come salvare capra e cavoli».

E quindi?
«E quindi aspettiamo. L’importante è sapere che noi dell’Idv, al contrario di Monti, le idee le abbiamo ben chiare».

intervista di Flavia Amabile.