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Antimafia Duemila – 19 luglio ’10: rispondiamo alla chiamata di Paolo

Antimafia Duemila – 19 luglio ’10: rispondiamo alla chiamata di Paolo.

di Salvatore Borsellino – 16 luglio 2010
E’ passato un anno da quando ci siamo ritrovati tutti a Palermo, in via D’Amelio, per impedire che quel luogo, reso sacro dal sacrificio di Paolo e dei suoi ragazzi, venisse ancora una volta profanato. Profanato dagli avvoltoi che, tornando sulla scena del delitto, arrivano come ogni anno ad assicurarsi che Paolo sia veramente morto.
Ad assicurarsi che non possa più mettersi di traverso rispetto ad una ignobile trattativa stretta tra Stato e antistato della quale oggi continuiamo a vedere gli effetti ed a pagare le conseguenze. Ad assicurarsi che possano continuare a godere i frutti di quel patto scellerato e continuare a pagare le cambiali contratte per concludere quel patto.

L’anno scorso, in via D’Amelio abbiamo per la prima volta stretto in mano e levato al cielo le nostre Agende Rosse e, per la prima volta, nessun rappresentante delle Istituzioni ha avuto il coraggio di arrivare in quella via.
Nessuno di loro è venuto a deporre quelle corone di fiori che non avremmo accettato fossero poste davanti alle foto di Paolo, di Agostino, di Claudio, di Emanuela, di Vincenzo, di Walter, i nostri eroi. Se qualcuno di loro fosse arrivato lo avremmo dirottato su una riproduzione della tomba di Vittorio Mangano, il loro eroe. Anche quest’anno saremo in quella strada, con le nostre Agende Rosse ad impedire che ci vengano imposti quei funerali di Stato che 18 anni fa abbiamo rifiutato. Con quelle Agende Rosse siamo stati, un anno fa, nell’atrio della Facoltà di Giurisprudenza, dove Paolo ha vissuto quattro degli anni della propria giovinezza, preparando quegli esami che lo avrebbero portato a diventare il più giovane magistrato d’Italia, ed anche quest’anno saremo in quell’atrio, a ripercorrere i passi di Paolo.

Siamo saliti, levando le nostre grida di rabbia, lungo le rampe assolate che portano al Castello Utveggio, sul monte Pellegrino. Da lì abbiamo visto con i nostri occhi come, chi ha azionato il detonatore che ha provocato la strage, potesse, ad occhio nudo, vedere, davanti al portone di Via D’Amelio, il Giudice Paolo suonare il campanello della casa dove lo aspettava sua madre. Anche quest’anno saliremo quelle rampe, e continueremo a farlo ogni anno, fino a quando non sapremo chi, da quel Castello, ha azionato il detonatore che ha causato la strage. Con quelle Agende Rosse siamo stati in via D’Amelio, nell’ora della strage, quando è calato il silenzio e ciascuno di noi ha potuto sentire battere forte il proprio cuore e, nel battito del cuore degli altri, ha riconosciuto il battito del cuore di Paolo e dei suoi ragazzi. Anche quest’anno saremo lì, nell’ora della strage, quando suonerà il silenzio e la voce di Marilena Monti ci farà sentire ancora una volta l’addio di Palermo al Giudice Paolo.

Ancora con quelle Agende Rosse abbiamo percorso a piedi le strade di Palermo, fino ad arrivare nelle strade della Kalsa, in piazza Magione. Quella piazza, quel quartiere, dove Paolo e Giovanni si sono affacciati alla vita e sono poi cresciuti insieme con tanti di quei ragazzi che poi la vita avrebbe portato nelle mani di quelli che sarebbero stati i loro assassini. Quest’anno dall’olivo di Via D’Amelio andremo insieme fino all’albero che in Via Notarbartolo ricorda Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e i ragazzi della loro scorta Antonino Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani. Con quelle Agende Rosse siamo stati, un anno fa, davanti al Palazzo di Giustizia di Palermo a gridare la nostra solidarietà ed il nostro affetto a quei magistrati per i quali oggi, con le stesse Agende Rosse in mano e nel cuore, ci siamo costituiti in Scorta Civica in loro appoggio ed a loro protezione. Davanti allo stesso Palazzo di Giustizia saremo quest’anno per fare sentire ai quei magistrati come la nostra solidarietà e il nostro affetto si siano fatti ancora più forti a fronte del duro lavoro che, a rischio della loro stessa vita, continuano a portare avanti per la Giustizia e per la Verità.

Con le stesse Agende Rosse in mano e nel cuore siamo stati poi, per tutto questo anno che è trascorso da allora, in tanti incontri, in tante città, dovunque fosse necessaria la nostra rabbia, la nostra voglia di Verità e di Giustizia, o il nostro amore. Siamo stati a Roma, a L’Aquila, ancora a Palermo, nelle vicinanze del Natale, e abbiamo riempito l’olivo di Via D’Amelio di foglietti rossi con i nostri pensieri per Paolo; a Torino, a Napoli, a Pescara, a Cinisi, in tante altre città, in tanti altri incontri, in tante altre battaglie. Ora è passato un anno e Paolo ci chiama ancora una volta nel posto dove ha guardato l’ultima volta il cielo azzurro di Palermo, dove il suo sangue si è mescolato a quello dei suoi ragazzi, dove qualcuno ha sottratto dalla sua borsa quell’Agenda Rossa che è diventata il nostro simbolo. Tante cose sono cambiate in questo anno, il nostro paese sta sempre più scivolando verso il baratro di un regime, la nostra Costituzione viene sempre più messa sotto tiro e chi ne dovrebbe essere il garante è sempre più preda della sua ignavia, i magistrati sono sempre più attaccati e vilipesi, ma nonostante questo, alcuni di loro, a Palermo e a Caltanissetta stanno forse riuscendo a togliere il velo che finora ha impedito di arrivare ai mandanti occulti delle stragi del ’92 e del ’93.

Alcuni nuovi collaboratori di Giustizia stanno parlando con i magistrati, tanti personaggi hanno improvvisamente, a 17 anni di distanza, riacquistato barlumi di memoria e cominciano a fare delle ammissioni sulla “trattativa”. Solo uno, Nicola Mancino, continua a fingere di non ricordare, ma, forse, dovrà presto scavare nella propria memoria davanti ai magistrati. Noi siamo pronti per rispondere alla chiamata di Paolo, saremo a Palermo il 17, il 18, chi potrà, e il 19 tutti perché Paolo ha bisogno di noi, ancora una volta Palermo si riempirà delle nostra Agende Rosse e delle nostra grida di incitamento alla RESISTENZA.

Chiedo a tutti e soprattutto a quei Palermitani che 18 anni fa hanno saputo scacciare via dalla Cattedrale di Palermo, davanti alle bare dei ragazzi di Paolo fatti a pezzi nella strage, quei politici che davanti a quelle bare si disputavano i primi posti per essere meglio ripresi dalle telecamere, di venire in Via D’Amelio dove gli occhi di Paolo e dei suoi ragazzi hanno visto per l’ultima volta il cielo azzurro della nostra città. Un giorno della nostra vita per chi ha sacrificato la propria vita, per noi, in quella strada sul cui selciato il sangue di quei martiri non si potrà asciugare fino a quando Giustizia non sarà fatta.

Tratto da:
ilfattoquotidiano.it

Si può dire che Schifani aveva rapporti con gente di mafia, ma non che potrebbe subentrargli un lombrico o una muffa – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Fonte: Si può dire che Schifani aveva rapporti con gente di mafia, ma non che potrebbe subentrargli un lombrico o una muffa – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Due anni fa Renato Schifani veniva eletto presidente del Senato. In due articoli sull’Unità e in due programmi televisivi, “Crozza Italia” e “Che tempo che fa”, ricordai le sue frequentazioni con personaggi poi condannati per mafia e le sue consulenze per il Comune di Villabate sciolto per mafia. Nel programma di Fazio osservai anche lo scadimento della classe politica italiana per spiegare l’ascesa di uno Schifani alla seconda carica dello Stato, e mi concessi una battuta: “Mi domando chi verrà dopo… in questa parabola a precipizio… cioè dopo c’è solo la muffa, probabilmente… il lombrico, come forma di vita”. Quando Fazio si dissociò, scherzai ancora: “In effetti, dalla muffa si ricava la penicillina, quindi era un esempio sbagliato…”. Successe un putiferio, ovviamente perché avevo osato accostare il neopresidente del Senato a vicende e personaggi mafiosi, non certo per quel paio di battute. Fui attaccato da tutto il centrodestra e dal Pd (Finocchiaro, Gentiloni, Violante…), per non parlare di tutta la stampa di ogni orientamento.
Ci fu anche quell’“incidente” con Giuseppe D’Avanzo di Repubblica. Schifani annunciò querela poi, tanto per cambiare, promosse un’azione civile per risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali, chiedendomi 1.750.000 euro in tutto.

L’altro giorno il Tribunale civile di Torino ha emesso la sentenza di primo grado: dovrò risarcirgli danni non patrimoniali per 12 mila euro più 4 mila di riparazione pecuniaria (meno di un centesimo di quanto chiedeva Schifani) per la battuta sulla muffa, il lombrico e la penicillina; mentre tutto il resto (compresa la “parabola a precipizio” della nostra classe politica che ha portato un soggetto del genere al vertice del Senato) è coperto dal “diritto di cronaca politica e di critica”. Cioè: la mia battuta è stata giudicata “satirica”, ma offensiva perché rivolta alla “persona” Schifani e non al “politico” Schifani (naturalmente io mi riferivo al politico, visto che la persona ho la fortuna di non conoscerla, ma il giudice ha ritenuto diversamente e pazienza); invece tutti i fatti che ho raccontato sull’Unità, da Crozza e da Fazio erano veri e le mie critiche erano legittime, “ravvisandosi l’interesse pubblico alla conoscenza delle notizie narrate, la sostanziale verità delle stesse, la contestualizzazione dei vari episodi narrati e la continenza dell’esposizione”.

Non intendo commentare la sentenza, anche perché sono parte in causa. Preferisco pubblicarla, così ciascuno potrà valutarla e farsene un’idea. Trovo particolarmente interessante la risposta che dà a quei fresconi che mi avevano contestato il diritto di ricordare i rapporti di Schifani con certi personaggi solo perché quelli erano stati condannati per mafia “soltanto dopo” aver fatto parte della Siculabroker insieme a lui: “E’ noto – scrive il giudice – che le associazioni criminali di tipo mafioso riescono a realizzare il controllo del territorio attraverso l’inserimento di propri associati, o di fiduciari, nelle attività economiche legali, così realizzando una sistematica attività di infiltrazione nel sistema imprenditoriale dei territori da esse controllati. Tale circostanza non solo è ampiamente nota, ma non è neppure ignorabile da soggetti nati ed operanti da sempre in quel medesimo territorio”. Altrimenti dovremmo pensare che, per fare un solo esempio, Michele Greco, il boss della Cupola detto “il Papa”, o i cugini Salvo vadano considerati mafiosi soltanto dal 1984, quando Falcone li fece arrestare, mentre lo erano dalla notte dei tempi.
“Conseguentemente – prosegue il Tribunale – a maggior ragione, deve chiedersi a chi ricopre incarichi pubblici l’assenza di zone d’ombra nella propria storia professionale, o, perlomeno, una rivisitazione critica di eventuali inconsapevoli contatti avvenuti in passato con soggetti, oggetto di indagini giudiziarie anche successive, che ne hanno dimostrato l’inserimento (o quanto meno la contiguità) in organizzazioni criminali operanti in un territorio identificabile quale proprio bacino elettorale”. Quanto a ciò che avevo scritto e detto, scrive il giudice che le mie “affermazioni non avevano per oggetto la mafiosità dell’attore (che non è un fatto), ma la sua indegnità a ricoprire la seconda carica dello Stato per via delle sue passate e appurate frequentazioni (che sono un fatto)”. L’”attore”, naturalmente, è il senatore Renato Schifani che ha promosso la causa contro di me (il “convenuto”).

Il quale, scrive sempre il giudice, ha detto ripetutamente il falso nell’atto di citazione contro di me: “Non corrisponde a verità che il convenuto non abbia evidenziato che l’attore aveva sostanzialmente contestato il contenuto delle dichiarazioni del ‘pentito’ Campanella…” ed “è altresì infondata la doglianza dell’attore secondo cui il convenuto non avrebbe evidenziato che quanto asserito dal Campanella sarebbe stato appreso da terzi e quindi non fonte di cognizione diretta”; e “non coglie nel segno” neppure quando mi accusa di aver confuso l’amministrazione di Villabate sciolta per mafia nel 1998 con quella di cui era consulente Schifani fino al 1996, “posto che nell’articolo si dice chiaramente che fin dal 1996 l’on. Schifani era stato eletto in Parlamento, con conseguente cessazione dell’incarico per il Comune di Villabate. Inoltre, sebbene i componenti del Consiglio comunale fossero stati rinnovati a seguito delle elezioni del 1998, è però altrettanto vero che i vertici del Comune non erano mutati, essendo nuovamente rieletto Sindaco Giuseppe Navetta, determinandosi così sostanzialmente una continuità con la precedente amministrazione”.

Ho dunque appreso con un certo stupore della soddisfazione espressa da Schifani tramite i suoi legali per la sentenza del Tribunale di Torino. Ma chi si contenta gode. Da oggi si può dire che la seconda carica dello Stato ha avuto rapporti con gente di Cosa Nostra, ma non che il suo successore potrebbe essere un lombrico o una muffa. Questa battuta mi costa un po’ cara, ma ne è valsa comunque la pena.

La sentenza di primo grado del Tribunale di Torino

‘Sotto Scacco’: il film sulle stragi di mafia e la nascita di Forza Italia

Fonte: ‘Sotto Scacco’: il film sulle stragi di mafia e la nascita di Forza Italia.

La nostra prima produzione video verrà presentata a Palermo da Padellaro, Travaglio, Lillo, Gumpel e Borsellino. L’appuntamento è per martedì 22 giugno, lo stesso giorno in cui debutterà Il Fatto online

Ci siamo. Martedì 22 giugno a Palermo presentiamo la prima produzione video del Fatto Quotidiano, realizzata insieme alla Blond. Il film si chiama “Sotto scacco” ed è la storia delle stragi di mafia e della trattativa che ne è seguita, da Capaci alla pax mafiosa, passando per la nascita di Forza Italia. Dura due ore ed è preceduto da una lunga introduzione storica di Marco Travaglio. Alla presentazione di Palermo, che si terrà alle 21 in un luogo magico che sembra un set di Montalbano, la tonnara Kursaal, saranno presenti gli autori, Marco Lillo e Udo Gumpel, e poi il nostro direttore Antonio Padellaro, Marco Travaglio e Salvatore Borsellino. Il 22 giugno è però come sapete il giorno del lancio del nuovo sito internet del Fatto Quotidiano. E a Palermo speriamo di avere sul palco anche il direttore del Fatto online Peter Gomez. Alla tonnara Kursaal il 22 giugno saranno mostrati ampi estratti del dvd, che sarà in edicola giovedì 24 giugno ed è composto idealmente di due parti. La prima si occupa dell’attacco allo Stato e della contemporanea trattativa tra Cosa nostra e le istituzioni. La seconda si addentra nei misteri della nascita di Forza Italia e della cosiddetta pax mafiosa caratterizzata dalla latitanza indisturbata del boss Bernardo Provenzano.

Per realizzare il film insieme al collega Udo Gumpel, corrispondente in Italia della tv privata tedesca Ntv-Rtl e autore con Ferruccio Pinotti del libro “
L’unto del Signore”, abbiamo girato l’Italia per tre mesi. Oltre a una mezza dozzina di incontri con il testimone privilegiato della trattativa, Massimo Ciancimino, abbiamo intervistato per più di quattro ore il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo, che ci ha parlato dei suoi incontri con Paolo Borsellino, del progetto di sequestro a Silvio Berlusconi nel 1973 e di quello che gli disse Vittorio Mangano sul suo effettivo ruolo nella villa di Arcore. Nel documentario sono confluite anche le vecchie immagini degli insegnamenti di Paolo Borsellino alle scuole e ai boy scout e quelle di Giovanni Falcone nel film di Marcelle Padovani “La solitudine del giudice Falcone”. E poi le testimonianze dei protagonisti di quella stagione, dal collaboratore di giustizia Maurizio Avola (che partecipò alla preparazione delle stragi e che è stato intervistato in carcere dal collega Roberto Gugliotta) fino al giudice Ayala. Molto ampio è lo spazio dedicato alle parole forti del procuratore Pier Luigi Vigna sulla strategia politica di Cosa Nostra al momento della nascita di Forza Italia.

La seconda parte del documentario analizza il rapporto tra la mafia e il gruppo politico-imprenditoriale di Dell’Utri e Berlusconi attraverso testimonianze e intercettazioni emerse nel processo Dell’Utri. L’uscita del dvd è fissata per il 24 giugno, data della camera di consiglio della Corte di appello che dovrà decidere se confermare la condanna a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa a carico di Dell’Utri.

Il documentario include la requisitoria del procuratore generale Antonino Gatto, la testimonianza del pentito Gaspare Spatuzza, la difesa appassionata dell’imputato e dell’avvocato Alessandro Sammarco. A prescindere dall’esito giudiziario, grazie al Fatto Quotidiano, sarà possibile vedere le immagini del processo più importante degli ultimi anni, ignorate dai media. Le accuse di Filippo Alberto Rapisarda (impressionante la sua testimonianza inedita del 1998 sugli inizi del Cavaliere); i rapporti di Berlusconi con il fattore Vittorio Mangano e quelli del senatore Dell’Utri con i fratelli Graviano sono sviscerati come mai è stato fatto in tv. Un ampio capitolo è dedicato poi all’informativa della Dia che riporta le accuse di un confidente sugli incontri milanesi tra i Graviano e Marcello Dell’Utri. Mediante un lavoro investigativo, basato su visure e sentenze, gli autori sviluppano lo spunto della Dia e raggiungono sorprendenti scoperte. Infine, nel dvd si potranno rivedere le immagini originali delle stragi del 1993 (che restituiscono dopo anni di oblio la dimensione dell’attacco allo Stato) e le testimonianze dei parenti delle vittime, a partire da quella commovente dello zio di Nadia e Caterina Nencioni, le due bambine uccise nel crollo della torre dei Pulci a Firenze nel maggio1993.

Per la prima volta sarà possibile vedere una narrazione televisiva che unisce sequenze di fatti finora separati da un muro invalicabile: le stragi e l’evoluzione politica di quegli anni. Il tema del ruolo della mafia nelle origini della cosiddetta seconda repubblica sarà trattato per la prima volta da Il Fatto e dal corrispondente di una tv tedesca, a dimostrazione dell’esistenza – a 18 anni di distanza – di un vero e proprio tabù televisivo, che doveva essere abbattuto.

La realizzazione del documentario è stata una corsa contro il tempo. Le interviste ai magistrati, le riprese delle udienze, le intercettazioni telefoniche e le informative della Dia che ne costituiscono una parte importante saranno vietate dopo l’entrata in vigore della legge Bavaglio. Una ragione in più per girarlo e per proiettarlo al più presto.

Redazione de “Il Fatto Quotidiano” (20 giugno 2010)

Dell’Utri: assoluzione ad personam? – Passaparola – Voglio Scendere

Dell’Utri: assoluzione ad personam? – Passaparola – Voglio Scendere.

Buongiorno a tutti, questa settimana si chiuderà probabilmente in appello davanti alla Corte d’Appello di Palermo, il processo a Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, è un processo che all’inizio in primo grado aveva due imputati: Marcello Dell’Utri e Gaetano Cinà, furono condannati entrambi nel dicembre 2004, Dell’Utri a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, Cinà a una pena lievemente inferiore per partecipazione a associazione mafiosa.

Dell’Utri, una sentenza “politica”
Cinà è uno dei tanti personaggi che secondo i giudici di Palermo sono mafiosi, Cinà era della famiglia mafiosa di Malaspina imparentato tramite la moglie con i vecchi boss, poi deposti dai corleonesi nei primi anni 80 e cioè Stefano Bontate e Mimmo Teresi, Cinà poi è morto e quindi non compare più nel processo di appello dove è rimasto soltanto Dell’Utri che è accusato di concorso esterno.

L’appello lo ha fatto lui chiedendo di essere assolto e l’appello lo ha fatto anche la Procura generale di Palermo, dove il Procuratore generale Nino Gatto ha chiesto che la piena gli sia aumentata da 9 a 11 anni, ritenendo proprio lieve quella inflittagli in primo grado.
Con ogni probabilità  giovedì ci sarà l’ultima udienza con le ultime dichiarazioni di Dell’Utri dove la requisitoria del PM e dopo l’arringa dei suoi difensori e poi la Corte d’Appello si ritirerà in Camera di Consiglio. E’ una sentenza che ovviamente è importante, molto importante, è importante dal punto di vista giudiziario, ma soprattutto importante dal punto di vista politico perché Dell’Utri a differenza di Scajola e di pochissimi altri non è stato scaricato da Berlusconi, anzi è stato continuamente difeso anche in pubblico da Berlusconi, viene continuamente difeso dai giornali del centro-destra, viene difeso dalla maggioranza con decisioni che vedremo anche tra poco e che condizionano questo processo e quindi il suo ruolo politico non è soltanto archeologia, non stiamo parlando soltanto del padre fondatore, del partito Forza Italia, ma stiamo parlando di uno dei personaggi più importanti e più influenti di questo stesso partito. Anche se questo partito in Sicilia si è sdoppiato, c’è chi vede la mano di Dell’Utri dietro le manovre di Miccichè insieme al Governatore Lombardo per creare un centro-destra diverso in Sicilia, quindi c’è chi dice che addirittura il Pdl a Palermo è diventato un altro rispetto al Pdl a Roma e c’è uno scontro molto duro tra il Pdl che si riconosce nelle posizioni di Renato Schifani e del Ministro Alfano e il Pdl che invece si riconosce nelle posizioni di Miccichè, dietro Miccichè di Dell’Utri, Alfano e Schifani sono ostilissimi alla Giunta Lombardo, mentre invece si è creata questa curiosa alleanza che va dagli amici di Dell’Utri e Micciché ai finiani, al PD che sostengono invece la Giunta Lombardo che si propone come l’alfiere del partito del sud in contrapposizione con il partito del nord che è il blocco d’ordine che comanda il governo centrale con l’asse Berlusconi – Bossi.
Dato che Dell’Utri è sempre lì e non è stato scaricato, le conseguenze di una sua condanna o di una sua assoluzione saranno anche conseguenze politiche, visto anche il ruolo politico che tutt’oggi Dell’Utri ricopre. Non riepiloghiamo ovviamente perché l’abbiamo già fatto tante altre volte il percorso del processo, le accuse, basta ricordare che le accuse non sono frutto delle parole dei pentiti, il processo Dell’Utri è un raro caso di processo per concorso esterno in associazione mafiosa che si farebbe ugualmente anche se non esistesse nessun pentito, perché esistono prove documentali di suoi rapporti con mafiosi nel corso degli ultimi, almeno, 30 anni, intanto le prove sono state dalle dichiarazioni dello stesso Dell’Utri che ammette di avere frequentato con rapporti di amicizia e anche oltre, che di amicizia mafiosi conclamati come Mangano, come Cinà, come tanti altri. Recentemente ci siamo occupati del caso Garraffa, quando addirittura risulta che il boss di Trapani, Virga, andò a chiedere dei soldi a questo imprenditore Garraffa perché Dell’Utri reclamava da lui dei soldi addirittura in nero, usare un boss per il recupero crediti evidentemente non è una cosa normalissima e è un fatto notorio, ci sono le agende di Dell’Utri che dimostrano la sua frequentazione con Mangano ancora nel novembre 1993 mentre stava nascendo Forza Italia alla vigilia delle elezioni del 1994, ci sono gli appunti ritrovati nel libro mastro della famiglia mafiosa di San Lorenzo, capeggiata da Salvatore Biondino, l’autista tutto fare di Totò Riina, in quel libro mastro erano segnate le entrate della famiglia di San Lorenzo e erano da una parte le entrate dovute alle estorsioni, al pizzo pagato dai commercianti alla cosca e dall’altra parte, in un’altra colonna c’erano i regali e di regalo ne era segnato soltanto uno e era scritto in quella colonna “Can 5 1990” e poi una cifra che era evidentemente un quantum che veniva versato per esigenze del gruppo Fininvest, ci sono le intercettazioni telefoniche che documentano come i mafiosi si attivassero, gli amici di Provenzano, per fare eleggere Dell’Utri nel 1999 alle elezioni europee dopo che la Camera aveva appena respinto la richiesta di autorizzazione all’arresto spiccata dai giudici di Palermo, proprio per l’affare Garraffa, ci sono le intercettazioni telefoniche tra il boss Guttadauro ed il mafioso Aragona che parlano a casa di Guttadauro di come Dell’Utri abbia preso i voti della mafia dopo avere fatto un accordo con il boss Gioacchino Capizzi nel 1999 e poi non si sia più fatto vivo e quindi l’esigenza di tornare a parlare con lui, c’è Aragona che dice di essere stato addirittura invitato, Aragona è il medico mafioso che Procura un alibi falso a brusca e per questo è stato condannato per mafia, e che dice di essere stato invitato da Dell’Utri nella sua biblioteca a Milano in Via Senato per la presentazione del libro di Contrada.
Ci sono altri riscontri oggettivi su questo e poi ci sono le parole di Ciancimino che però come vedremo tra un attimo non sono entrate nel processo Dell’Utri per una molto discutibile decisione della Corte d’Appello. E’ un processo molto solido, basta leggersi la sentenza di primo grado, eppure è un processo che naturalmente è suscettibile di essere riformato, addirittura ribaltato tant’è che gli Avvocati di Dell’Utri non fanno mistero di una certa fiducia nella Corte d’Appello di Palermo per un’assoluzione, vedremo, naturalmente non siamo qui a fare i pronostici, devo dire che i segnali che vengono da quel processo vanno nella direzione delle aspettative di Dell’Utri e cioè la Corte non ha fatto mistero di una certa insofferenza nei confronti degli argomenti dell’accusa e quindi ha autorizzato queste aspettative positive per Dell’Utri e negative per la Procura generale.
Chi sono i giudici di Dell’Utri
Questa sentenza sta arrivando naturalmente in un clima surriscaldato perché ci sono tentativi di condizionamento, ci sono tentativi di condizionamento che sempre ovviamente si verificano quando si è alla vigilia di una sentenza così importante.
Basterà ricordare che nel dicembre 2004, quando i giudici erano appena entrati in Camera di Consiglio a Palermo, i giudici del Tribunale, Pierferdinando Casini, allora Presidente della Camera, si sentì in dovere di telefonare a Dell’Utri la sua amicizia e la sua solidarietà e poi di farlo sapere con un comunicato su carta  intestata della Presidenza della Camera in cui diramava a urbi ed orbi la notizia che il Presidente della Camera, la terza carica dello Stato, aveva fatto gli auguri e aveva dato solidarietà e amicizia a un signore che di lì a poco sarebbe stato giudicato per mafia e che sarebbe stato poi, questo non si poteva ancora sapere, condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
Fu un’interferenza gravissima alla vigilia della sentenza sui giudici, i giudici quando uscirono con la sentenza seppero che non stavano soltanto condannato , l’amico di Berlusconi, ma stavano anche condannando Dell’Utri l’amico di Casini, la presi non ebbe seguito naturalmente perché ci fu ugualmente la condanna, ma la pressione comunque ci fu, adesso le pressioni sono ricominciate.
Tra quelli che sono accusati di avere fatto pressione ci siamo anche noi de Il Fatto quotidiano e io per un articolo che ho fatto su L’Espresso, cosa ho scritto? Ho scritto una cosa che mi sembrava ovvia e cioè che era abbastanza arduo motivare una sentenza di assoluzione dopo che la Cassazione ha annullato la sentenza della Corte d’Appello di Milano che due anni fa aveva derubricato da estorsione tentata a minacce gravi l’episodio Garraffa, Dell’Utri che manda il boss Virga a riscuotere un credito in nero per conto di Dell’Utri e quindi essendo stato derubricato a un reato meno grave il reato era stato dichiarato coperto da prescrizione, la Corte di Cassazione ha detto: no, quell’episodio non può essere configurato come minacce gravi o le minacce non ci sono state, ma nel processo si è dimostrato che c’erano, se c’erano quelle minacce erano finalizzate a un’estorsione, a ottenere un vantaggio indebito con l’intimidazione e quella si chiama “tentata estorsione” tentata perché poi i soldi Garraffa non li ha pagati e quindi i giudici di appello, dice la Cassazione, devono rifare il processo, tenendo conto che o non ci sono minacce o se si ritiene che ci siano minacce e la corte ha già ritenuto che fossero dimostrate, allora quelle minacce si chiamano tentata estorsione e la tentata estorsione non è prescritta e quindi ovviamente invece della prescrizione ci dovrebbe essere una condanna, dicevo che sarà difficile motivare una sentenza di assoluzione, visto che la Cassazione che è il Tribunale più alto rispetto alla Corte d’Appello, ha già stabilito che Dell’Utri ha commesso un’estorsione mafiosa tramite il boss Virga nel 1990/1991 quindi meno di 20 anni fa, quindi se già fosse stabilito che ancora nel 1990/91 aveva questi rapporti di scambio di favori con la mafia, il reato di associazione mafiosa in concorso esterno non potrebbe essere dichiarato neanche prescritto, non solo non ci potrebbe essere l’assoluzione, quindi avevo semplicemente detto che questa area di assoluzione che tira in appello, poteva essere ribaltata da questo macigno che è il pronunciamento recentemente emesso dalla Corte Suprema di Cassazione, questa è una pressione sui giudici? No, è semplicemente un giornalista che fa il suo lavoro e analizza i fatti leggendo le carte.
Un’altra presunta pressione, pensate che siamo stati addirittura accusati da Belpietro di fare delle minacce mafiose ai giudici della Corte d’Appello, “Pizzini del Fatto ai giudici di Dell’Utri, Travaglio & C. sentono odore di assoluzione per Dell’Utri e gettano ombre sui magistrati” il tono è quello mafioso del dire e non dire del mascariare, dello sfigurare le persone. In realtà a cosa si riferisce oltre che a quel mio articolo su L’Espresso? Belpietro si riferisce a un articolo pubblicato da due giornalisti molto in gamba, tra i più informati che abbiamo a Palermo e che lavorano fortunatamente per Il Fatto quotidiano Peppino Lo Bianco e Sandra Rizza che molti di voi conoscono perché sono autori del libro “L’agenda Rossa di Borsellino” e appena da pochi giorni, di un altro libro meraviglioso che sto leggendo e che vi consiglio, ma ne sapete qualcosa perché il blog di Grillo lo ha già presentato questo libro che si intitola “L’Agenda nera della seconda Repubblica” e in questo libro Sandra e Peppino raccontano tutti i retroscena delle stragi, delle trattative e quindi i depistaggi dello Stato e che stanno venendo fuori finalmente grazie alle rivelazioni di Massimo Ciancimino e di Gaspare Spatuzza.
Cosa hanno scritto Lo Bianco e Sandra Rizza su Il Fatto quotidiano l’altro giorno? Quello che a Palermo circola e che nessuno ha avuto il coraggio di scrivere tranne Lirio Abbate che ne ha parlato su L’Espresso, Lirio Abbate sapete chi è, un giornalista valoroso che vive sotto scorta dopo avere pubblicato insieme a Peter Gomez il libro “I complici” in cui si parla di rapporti mafia – politica. Cosa gira in questi giorni a Palermo? Girano voci su tutti e 3 i giudici della Corte d’Appello di Palermo, noi non abbiamo dato sfogo alle voci, non abbiamo dato sfogo ai pettegolezzi, non abbiamo fatto ricorso all’insinuazione come scrive Belpietro dire e non dire, no, noi abbiamo detto quelle che sono non le voci ma i fatti, poi le voci ciascuno se le giudica come vuole, i fatti riguardano i 3 giudici della Corte d’Appello, nella riforma delle intercettazioni vogliono vietare ai giornalisti di pubblicare i nomi e le facce dei giudici e dei pubblici Ministeri, perché? Perché non tutti i giudici e i pubblici Ministeri sono uguali, ci sono quelli buoni, quelli cattivi, quelli così e così, i giornali hanno il compito di fare le pulci ai potenti, compresi i magistrati, se c’è qualcosa da dire la si dice, perché? Perché la giustizia è amministrata del popolo e il popolo deve sapere, a nome del popolo e il popolo deve sapere da chi viene amministrata, non sono cose gravissime naturalmente quelle che sono state scritte su questi 3 giudici, sono delle cose che fra un attimo vi spiegherò perché potrebbero essere importanti.
A titolo di cronaca si dice che uno dei 3 componenti del Collegio, Sergio La Commare era stato censurato dal Consiglio Superiore della Magistratura perché una quindicina di anni fa era stato sorpreso a mandare un bigliettino a un Pubblico Ministero, lui era giudicante, l’altro era il requirente, in cui dovendo fare una lunga camera di Consiglio e leggersi una montagna di carte, aveva chiesto al PM di fargli un riassunto perché non voleva affogare nelle carte, questo fu visto come un atto di non terzietà ma di rapporto troppo vicino al Pubblico Ministero da parte del giudice, quindi si ritenne che questo magistrato, magistrato naturalmente onesto, non stiamo parlando di disonestà o incapacità, una leggerezza fu, se vogliamo, però la leggerezza fu censurata dal Csm perché si ritenne che con quel bigliettino il giudice avesse mancato ai propri doveri di imparzialità e quindi da Palermo fu trasferito a Trapani.
L’altro giudice a latere di questo processo si chiama Salvatore Barresi, quest’ultimo era componente del Consiglio giudicante in primo grado al Tribunale, adesso è in Appello, Andreotti e c’è chi ritiene che sia stato decisivo per la sentenza di primo grado che assolveva Andreotti per insufficienza di prove, sentenza poi fatta a pezzi dalla Corte d’Appello di Palermo che la ribaltò, dichiarando prescritto e non invece inesistente il reato fino al 1980, conferma poi in Cassazione.
Perché  si è parlato di questo Barresi, non certamente perché abbia assolto Andreotti è un suo diritto – dovere se riteneva fosse giusto, poi processualmente  si è verificato che era sbagliato assolverlo ma di errori giudiziari ce ne sono tanti, anche le assoluzioni dei colpevoli sono errori giudiziari, non soltanto le condanne degli innocenti, anzi l’esperienza insegna che sono molto più frequenti gli errori giudiziari di questo tipo, le assoluzioni dei colpevoli, ma in ogni caso l’ha fatto in coscienza, quindi se riteneva che fosse giusto ha fatto bene anche se poi è stato smentito.
Qui si parla di Barresi perché il figlio di Ciancimino tra le mille cose che ha raccontato su suo padre, ha raccontato anche che da giovane prima di diventare magistrato questo Barresi frequentava il tavolo da poker di casa Ciancimino perché era compagno di scuola di uno dei figli di Vito Ciancimino, l’altro, quello che adesso credo faccia l’Avvocato e si chiama Giovanni. C’è qualcosa di male nel fatto che andava a casa di un suo compagno di scuola anche se era la casa di Ciancimino? E’ vero che si sapeva chi era Ciancimino ma evidentemente il giovane Barresi non immaginava che un giorno sarebbe diventato magistrato e che quindi quella frequentazione gli sarebbe stata contestata, anche lì non c’è nessun reato, nessun illecito, nulla che pregiudichi la sua correttezza e la sua immagine etc..
Tra un attimo vi dico perché è interessante scriverla questa cosa, vi dico nel frattempo però quello che si è detto e scritto in questi giorni sul Presidente della Corte d’Appello che sta giudicando Dell’Utri e cioè Claudio Dall’Acqua è un magistrato importante, assolutamente al di sopra di ogni sospetto, ha due figli però, le colpe dei padri non possono ricadere sui figli e viceversa naturalmente, però uno dei figli lavorava nell’azienda Abitalia che era collegata all’Edilia Venusta, una società che è stata espulsa per mafia dalla Confindustria siciliana perché il titolare, tale Rizzacasa è stato arrestato pochi giorni fa per riciclaggio, il figlio del giudice si è subito dimesso da questa azienda.
Strani movimenti a Palermo
L’altro figlio, Fabrizio è diventato qualche tempo fa, quando già il padre stava giudicando , Segretario Generale del Comune di Palermo, si dirà un iter automatico di carriera?
No, è stato chiamato fiduciariamente in quell’incarico, Segretario Generale del comune capoluogo della Sicilia dal Sindaco Cammarata, Cammarata è un fedelissimo di Micciché, quindi naturalmente molto legato alla parte dellutriana del Popolo della Libertà che ha chiamato il figlio del giudice che sta giudicando Dell’Utri a fare il Segretario Generale del suo comune e questa è la cosa interessante per cui se ne è parlato, scavalcando altri pretendenti a quella carica che erano considerati più anziani e esperti di lui e quindi questa cosa ha fatto molto discutere, del resto noi non sappiamo per quale motivo naturalmente ci sia stata questa chiamata diretta, può darsi che il figlio del giudice sia il più bravo tra i segretari comunali del mondo, certamente questo episodio non è che sia molto simpatico, anche perché viene dopo qualche mese da un’altra decisione della maggioranza di centro-destra nei confronti non del figlio, ma proprio del giudice, e stava giudicando anche lì in Appello Dell’Utri in un altro processo, il Presidente della Corte d’Appello di Palermo l’anno scorso ha abbandonato il processo di appello per la calunnia aggravata da finalità mafiose, Dell’Utri era imputato di avere orchestrato un complotto di falsi pentiti che incontrava anche personalmente per screditare i veri pentiti che accusano lui e non solo lui, accusano anche tutto il gota di Cosa Nostra in tanti altri processi, il reato era calunnia aggravata, è stato assolto in primo grado, la sentenza non è che fosse granché, infatti la Procura l’ha appellata e in appello si è ritrovata di fronte a questo Presidente che era noto per la sua severità, tant’è che aveva riformato in peggio la sentenza Andreotti e aveva anche condannato Contrada nel secondo appello, quindi era considerato un duro.
Sono riusciti a liberarsi di questo giudice come? Promuovendolo consulente della Commissione parlamentare antimafia, infatti poco prima della fine di questo processo di appello il giudice ha lasciato il processo e il processo ha dovuto ricominciare da zero, quindi questi interventi durante i processi a Dell’Utri sui giudici o su loro familiari non sono interventi isolati e è per questo che qualcuno ha storto il naso per questa promozione del figlio del Giudice Dall’Acqua che stava giudicando Dell’Utri, il che naturalmente non vuole dire che il Giudice Dall’Acqua non sia imparziale, ci mancherebbe altro noi siamo sicuri che lo sarà come anche i due giudici a latere, però conoscere i giudici e sapere da dove vengono, è importante soprattutto quando ci sono interessi politici che si intrecciano.
Perché  è interessante che si parli soprattutto a proposito di questa antica e giovanile frequentazione di cui parla il figlio di Ciancimino? Noi non conosciamo la versione del giudice Barresi, è importante perché la Corte d’Appello di Palermo nel processo Dell’Utri ha rifiutato di sentire il figlio di Ciancimino, quindi inevitabilmente a qualcuno è venuto di pensare che uno dei 3 giudici frequentava casa Ciancimino, poi improvvisamente il figlio di Ciancimino diventa un testimone potenziale nel processo Dell’Utri, il giudice insieme agli altri due gli dicono: no, tu no, tu non vieni a testimoniare in questo processo.
L’altro giorno sdegnati da quelle che ritengono delle accuse che mettono in dubbio la loro correttezza, i 3 giudici di appello sono usciti dalla Camera di Consiglio con un comunicato, una cosa che non era mai successa in processo, ma ho visto che non ha destato la minima discussione eppure è una cosa meno inusuale, non so se sia una cosa che si può fare, però l’hanno fatta e non ricordo precedenti, sono usciti dalla Camera di Consiglio e aprendo l’udienza hanno letto questo comunicato che diceva “Siamo indifferenti alle pressioni mediatiche e rispondiamo solo di fronte alla legge e alla nostra coscienza” credo che anche l’opinione pubblica abbia diritto naturalmente a qualche risposta e quindi credo che se qualcuno riterrà di doverla dare, la dovrà dare immediatamente naturalmente i 3 giudici del processo Dell’Utri sono stati difesi dal membro laico del Csm di stretta osservanza berlusconiana, Gianfranco Anedda, è uno che si rifiuta sempre di votare i documenti a tutela di magistrati insultati da Berlusconi o da altri esponenti del Polo, invece questa volta ha proposto di fare una pratica a tutela dei magistrati della Corte d’Appello perché ha detto: ci sono in giro insinuazioni che gettano discredito sulla magistratura giudicante, finalmente visto che le hanno fatte i giornali e le hanno fatte nei confronti di giudici che evidentemente Dell’Utri spera favorevoli a sé, allora il polista Anedda finalmente è pronto a votare una dichiarazione di solidarietà a 3 giudici, meno male su 9 mila giudici italiani ne ha trovati 3 che gli piacciono, il problema è che questa volta non hanno subito nessun attacco politico, nessun insulto, nessuno li ha pedinati per vedere di che colore hanno i calzini, abbiamo semplicemente raccontato 3 circostanze vere, quindi né insinuazioni né altro, che infatti neanche nel comunicato dei giudici sono state minimamente smentite, il comunicato dei giudici si limita a dire che loro sono imparziali e non si fanno condizionare e noi ne siamo felici, ci mancherebbe altro del resto!
Non mi pare ci sia da vantarsi di essere imparziali visto che è il dovere di ogni magistrato. Le vere pressioni, le vere intimidazioni nei confronti dei giudici del processo Dell’Utri vengono da altre parti, da parti politiche e dalla parte politica di Dell’Utri, dai suoi giornali e dai suoi colleghi parlamentari e Ministri; la prima intimidazione è quella che ha coinvolto, massacrato Massimo Ciancimino per avere osato parlare. Tra qualche giorno ve lo raccomando, l’ho visto ieri e mi ha molto colpito, uscirà insieme a Il Fatto quotidiano in edicola, un Dvd che si intitola “Sotto scacco” l’hanno curato due giornalisti Marco Lillo e Udo Gumpel e riguarda i temi di cui stiamo parlando: stragi, trattative, Ciancimino, Spatuzza, ci sono molte cose inedite, interessanti, si fa un po’ il punto della situazione, è una bella sintesi un po’ di meno di due ore di quello di cui stiamo parlando, naturalmente con interviste inedite, documenti, è veramente importante per certi versi e anche agghiacciante, in questo Dvd c’è una lunga intervista a Massimo Ciancimino che racconta tutti gli incontri di suo padre con Provenzano, con il Generale Mori etc., fa vedere la casa, i luoghi e a un certo punto dice: è strano questo paese perché continuamente mi sento ripetere: perché hai deciso di parlare? E quando non parlavo, prima, fino a due anni fa, nessuno mi aveva mai chiesto: perché non parli?
Strano un paese dove si chiede a uno: perché fai il suo dovere di cittadino testimone? Perché quando un Magistrato gli fa una domanda lui risponde? E porta documenti? E’ considerato strano chi non è omertoso in Italia, siamo un paese dove evidentemente la mafia ha già vinto perché la regola dell’omertà è considerata normalità, addirittura abbiamo Mangano definito eroe perché non ha parlato, mentre Ciancimino che non è un pentito ma che parla, è un testimone oculare, viene continuamente perseguitato da questa domanda: perché parli? Ciancimino parla, parla e per questo viene massacrato mediaticamente e politicamente, però i giudici non solo non lo massacrano ma lo ritengono attendibile, tant’è che qualche mese fa, il 27 gennaio la seconda sezione del Tribunale di Palermo ha consacrato, stiamo parlando del Tribunale di Palermo, non della Procura, non dell’accusa, i giudicanti stiamo dicendo, ha condannato a 10 anni e 8 mesi per mafia uno dei tanti deputati regionali di Forza Italia, Mercadante e tra gli accusatori attendibili c’era il figlio di Ciancimino, ha scritto il Tribunale di Palermo “ritiene il Tribunale di poter esprimere un giudizio di alta credibilità su quanto dichiarato da Massimo Ciancimino per il suo racconto fluido e coerente, senza contraddizioni di sorta e poi soprattutto perché ogni circostanza riferita ha trovato ulteriori precisazioni e argomentazioni a riscontro. Quello che è certo e può indiscutibilmente affermarsi nel presente processo è che egli (il figlio di Ciancimino) ebbe realmente modo di assistere a incontri tra il padre e Provenzano che parlavano di affari, appalti, mafia e politica. La vicinanza di Massimo Ciancimino al padre ha fatto di lui un testimone, se non un protagonista di riflesso di incontri e episodi oggi al centro di interesse investigativo in quanto utile a ricostruire il perverso sistema di frequentazioni, alleanze e accordi politico – istituzionali che fece dei corleonesi un centro di potere oltre che un gruppo di assassini senza scrupoli capaci di condizionare la storia politico – sociale e economica della Sicilia e in parte della Repubblica agli anni 70 a buona parte dei 90” questo scrive un Tribunale che ha giudicato già in primo grado le parole di Ciancimino.

Testimoni che non possono testimoniare
La Procura di Palermo ha chiesto di sentire Ciancimino nel processo Dell’Utri, i 3 giudici Dall’Acqua, La Commare e Barresi hanno detto di no e hanno detto di no perché?
E’ legittimo, è il giudice che decide quali testimoni entrano e quali no nel processo, le parti chiedono, il giudice decide, però bisogna vedere come decide e come motiva la sua decisione perché poi la decisione è ovviamente opinabile, la si può commentare se la si conosce. In questa ordinanza fiume di 9 pagine i giudici del processo Dell’Utri dicono che non si può sentire Ciancimino per la progressione, l’irrisolta contraddittorietà e la genericità delle sue dichiarazioni, come conoscono le dichiarazioni di Ciancimino i giudici di appello se non le hanno mai ascoltate in aula? Le giudicano da quello che hanno letto sui giornali? Da quello che hanno saputo in televisione? Dai sentito dire? Come fai a giudicare inattendibile o contraddittorio o generico un testimone se non lo senti? Chi te l’ha detto che è generico? Giudichi i verbali raccolti dal PM che ti sono stati trasmessi per chiedere di sentirlo? I verbali davanti un PM non hanno mica nessun valore di prova nei processi, da quando abbiamo il 111 della Costituzione nuova versione, dal 1999/2000 tutto ciò che non avviene dentro l’aula del Tribunale non vale, quindi le dichiarazioni di Ciancimino avranno un valore soltanto quando saranno rese sul banco dei testimoni nel processo Dell’Utri, solo lì i giudici potranno decidere se è attendibile, inattendibile, generico o processo, contraddittorio o coerente, progressivo o immediato, gli facciano le domande giuste, vedono le risposte e poi giudicano, come fanno a saperlo prima? Prima di sentirlo? Come fai a giudicare un testimone se non l’hai mai visto in faccia a parte eventualmente quando andavi a giocare a carte?
Questa è  la domanda che ci si pone, quindi non è solo una decisione opinabilità, ma una decisione sconcertante quella di tenere fuori un testimone che peraltro il Tribunale ha già ritenuto attendibile in un altro processo, ma quando parlava dello stesso contesto di cui parla anche a proposito dei rapporti politici di suo padre e dei corleonesi, questa è la ragione fondamentale per cui è utile andare a vedere chi sono i giudici della Corte d’Appello, per capire perché hanno preso una decisione così sconcertante non bisogna ovviamente tralasciare nulla, bisogna andare a vedere chi sono per magari capire cosa dicono, queste non sono insinuazioni o pizzini o messaggi o condizionamenti, si chiama diritto di cronaca, dovere di cronaca, se avessero sentito Ciancimino e l’avessero dichiarato inattendibile nella sentenza ne avremmo preso atto, come abbiamo preso atto del fatto che invece il Tribunale l’ha ritenuto attendibile, ma se non lo senti come fai a sapere che è inattendibile? E’ per questo che qualcuno si è fatto l’idea che questa Corte sia più incline all’assoluzione che non alla condanna, per questo forse si è fatto questa idea, poi magari è un’idea sbagliata, intendiamoci, il processo si saprà come finisce quando verrà letta la sentenza, però certamente una dichiarazione così stravagante, strampalata merita attenzione, i giornali sono qua per criticarla anche la Magistratura quando prende delle decisioni o espone delle tesi balzane come quella che abbiamo appena letto.
L’altro condizionamento oltre alle accuse infondate peraltro finora a Ciancimino figlio, è la decisione del Ministero dell’Interno, della Commissione che si occupa dei programmi di protezione per i pentiti e per i testimoni di mafia, di non concedere il programma di protezione pentiti a Gaspare Spatuzza, è una decise che arriva un anno dopo la richiesta della Procura di Firenze, qualche mese dopo le richieste analoghe delle procure di Caltanissetta, della superprocura nazionale antimafia.
Tutte ritengono che Spatuzza sia un pentito vero, che finora non è stato mai smentito, anzi ogni volta che si sono trovati dei riscontri, quei riscontri hanno confermato e non smentito le dichiarazioni di Spatuzza, poi ci sono delle dichiarazioni che magari non possono essere né confermate né smentite, se uno racconta quello che gli ha detto un altro, o quell’altro conferma o altrimenti è la parola di Spatuzza che non vuole dire che non è vera soltanto perché non è stata riscontrata, ma naturalmente se non sarà riscontrata non potrà essere utilizzata nel processo, noi non sappiamo se è vero che Graviano Giuseppe gli ha detto che Dell’Utri e Berlusconi stavano mettendo lo stato nelle mani della mafia, Graviano purtroppo non parla, il fratello di Graviano dice che non ha mai sentito parlare di queste cose, Giuseppe ha preso tempo, ha detto vedremo, in futuro forse potrei parlare, adesso non sono in condizioni, prima mi levate il 41 bis, chi l’ha detto che quella dichiarazione di Spatuzza è falsa? Al massimo non potrà essere usata se non verrà riscontrata, ma per dire che è falsa ci vorrebbe la prova del contrario ovviamente.
Perché  Spatuzza viene lasciato senza programma di protezione? Dice il sottosegretario che se ne occupa  Alfredo Mantovano che ha fatto delle dichiarazioni tardive quelle su Dell’Utri, Berlusconi, la mafia e le stragi, rispetto ai 6 che la legge del 2001 assegna come tempo massimo per dire tutto, la legge fu fatta dal centro-sinistra, il padre vero di quella legge fu Napolitano che come Ministro dell’Interno nel 1996/97 del primo Governo Prodi disse che erano troppi i pentiti di mafia, in un paese dove ci sono 30 mila mafiosi lui disse che erano troppi i pentiti che erano un migliaio, non troppi i mafiosi che mafiano e che tacciono, erano troppi i pentiti che parlavano e quindi cominciarono a lavorare, poi ci impiegarono un po’ di tempo, la legge fu poi tradotta in pratica dal Ministro Fassino nel 2001 e votata da un’amplissima a maggioranza di centro-destra e centro-sinistra, è una legge orrenda che ha dissuaso dalla collaborazione centinaia di mafiosi, non si è più pentito praticamente nessuno, a parte Spatuzza che non è un pentito di connivenza, perché ormai ai mafiosi non conviene più pentirsi perché la legge gli ha tolto tutti i benefici e gli ha dato pure questo timer di 6 mesi e non un minuto di più, per raccontare magari 40/50/60 anni di vita mafiosa, come fa uno a ricordarsi tutto quello che ha fatto in 60 anni in 6 mesi?
Spatuzza non è un pentito per convenienza, Spatuzza è un pentito che ha avuto la folgorazione mistica, ha avuto un lungo percorso religioso con il Vescovo de L’Aquila etc., quindi è una cosa molto diversa dagli altri pentiti, l’hanno tenuto fuori perché dicono che ha parlato di Berlusconi e di Dell’Utri oltre i 6 mesi, ma le 3 procure, più la Procura nazionale antimafia conoscono la legge, lo sanno benissimo che certe cose Spatuzza le ha dette dopo i 6 mesi, perché hanno chiesto lo stesso di dargli la protezione? Perché visto che è assolutamente impossibile perché in 6 mesi uno dica tutto, c’è un’interpretazione della Cassazione che fa testo di quella legge che dice che nei 6 mesi il mafioso deve sviluppare le cose che ha fatto lui e che sa lui di sua scienza, all’inizio della collaborazione fa una dichiarazione di intenti dove descrive gli argomenti, i punti, l’indice di quello che dirà e poi deve cominciare a parlare delle cose che ha fatto lui o ha saputo lui direttamente. Per le cose che ha saputo da altri, può anche continuare a parlarne dopo, l’importante è che facciano parte, almeno nell’indice delle cose che ha detto all’inizio nella dichiarazione di intenti.
Spatuzza cosa ha fatto? Spatuzza, scrivono i giudici di Firenze, ha compiutamente delineato lo scenario fin dai suoi primi interrogatori e non ha mai revocato l’intenzione di parlarne, le successive indicazioni circostanziali dallo stesso formulate, i nomi di Berlusconi e Dell’Utri, appaiono quale completamento e sviluppo di un tema già ampiamente annunciato, tant’è che il 16 giugno, Spatuzza inizia a collaborare all’inizio del 2009, del 2009, quasi allo scadere dei 6 mesi, Spatuzza dice: rivelerò nomi di politici o di altre personalità, ma dice: non volevo rendere più importanti e interessanti le mie dichiarazioni prima di una valutazione favorevole, lui ha detto: non volevo fare subito i nomi di Dell’Utri… perché altrimenti diranno che ho dato in pasto questi nomi ai magistrati per conquistarmi la protezione, quindi dico prima le cose che ho fatto io, tipo la strage di Via D’Amelio al posto di Scarantino che si è autoaccusato e che invece non c’entra niente e sono stati trovati riscontri e adesso verrà revisionato quel processo, anche se è ormai approdato a sentenza definitiva, perché abbiamo il galera gente che non c’entra niente perché? Perché è stata condannata per avere fatto le cose che invece ha fatto Spatuzza, quindi i giudici di Firenze chiedono al governo, alla Commissione dei programmi di protezione di dare la protezione a Spatuzza il 28 aprile 2009, Spatuzza stava aspettando che gli dicessero ok, per poi dettagliare quei nomi di quei politici affinché nessuno potesse dire che stava mercanteggiando la protezione in cambio di, perché se lo diceva prima dicevano: eh, vedi che questi l’hanno voluto premiare per avere fatto i nomi di Dell’Utri e di Berlusconi? Invece lui ha prima voluto che si valutasse la serietà della sua collaborazione per le cose che aveva fatto lui, la strage di Via D’Amelio e tanti altri delitti che nessuno aveva mai risolto e che lui ha aiutato a risolvere dicendo: li ho fatti io!
Quindi una mossa che lui ha fatto ritardando questi nomi, ma dicendo che li avrebbe fatti per dimostrare la sua assoluta buonafede e la sua assenza di interessi biechi, allontanare il sospetto di possibili strumentalizzazioni, gli è costata questa bocciatura perché dicono: non li ha fatti subito, naturalmente se li avesse fatti subito avrebbero detto che li aveva fatti subito per conquistarsi la protezione, mentre in realtà la protezione è stata chiesta prima che lui facesse quei nomi, quando i magistrati non sapevano ancora quali erano quei nomi e quindi negare la protezione perché lui ha fatto i nomi dopo, è un assurdo logico, oltre che giuridico perché la protezione è stata chiesta prima che lui facesse quei nomi e che i magistrati sapessero quali erano quei nomi, comunque è una decisione che come spiega l’Avvocato Li Gotti che è un parlamentare dell’Italia dei Valori ma è soprattutto il più famoso Avvocato di pentiti, è una decisione che non sta né in cielo e né in terra perché non si è mai visto che il governo si sostituisce alla Magistratura per decidere quale pentito è attendibile e quale no e soprattutto quale pentito merita la protezione e quale no, ci mancherebbe altro, stiamo parlando oltretutto del governo presieduto dalla persona di cui Spatuzza fa il nome a proposito di quello che successe nella stagione delle stragi.
Quindi il conflitto di interessi è un apoteosi, una volta il pentito parlava, i giudici lo riscontravano, il governo lo proteggeva e la mafia lo minacciava, adesso è tutto più veloce perché la mafia non ha neanche bisogno di minacciare Spatuzza in quanto lo minaccia già il governo presieduto da colui che Spatuzza chiama in causa, non so se mi spiego, queste sono le intimidazioni pesantissime che vengono fatte su un testimone chiave dei processi di mafia, su un testimone importante del processo Dell’Utri, non decisivo perché comunque Spatuzza dice quello che hanno già detto altri 30 pentiti e è già stato riscontrato da vari elementi oggettivi, ma in ogni caso immaginate un giudice in Camera di consiglio che già sa che se riterrà attendibile Spatuzza, si attirerà dietro le ire non solo di Dell’Utri, ma dell’intero governo che è arrivato al punto di fare una mossa così azzardata, lasciare senza programma di protezione un pentito che sta scardinando addirittura i processi definitivamente chiusi per la strage di Via D’Amelio e per le stragi del 1993, per fortuna questa decisione del Ministero può essere impugnata davanti al Tar e credo che è quello che o faranno i difensori di Gaspare Spatuzza.
Quindi staremo a vedere, la sulla settimana probabilmente ci ritroveremo, se la Camera di Consiglio non durerà molto, a commentare la sentenza d’appello, confermando ancora una volta che fino a prova contraria la fiducia nell’imparzialità dei giudici deve essere assoluta e che quindi le cose che abbiamo scritto, che erano doverose, non mettono minimamente in dubbio la loro buonafede e la loro imparzialità, semmai è quella decisione di dire di no a un testimone come Ciancimino che fa dubitare della serenità del giudizio dei giudici molto più che non le loro vicende personali che non hanno nessun rilievo se non dal punto di vista della curiosità e della cronaca.
Vi saluto, raccomandandovi una cosa, questa settimana, è questione di ore ormai, parte il sito de Il Fatto quotidiano, ilfattoquotidiano.it. Forse avete già visto la campagna di pubblicità virale che abbiamo fatto, ci tengo molto, mi permetto di suggerirvelo: il vostro primo sito, soprattutto quelli che seguono il blog di Grillo continuerà a essere il blog di Beppe, mi auguro che questo diventi il vostro secondo sito perché non è più un luogo dove mettiamo qualche articolo uscito su Il Fatto quotidiano, diventa una cosa completamente diversa. Diventa un vero e proprio giornale on line che informa in presa diretta sui fatti del giorno, non del giorno prima, e che ospiterà una piattaforma di blog di personaggi che penso vi stupiranno e vi faranno piacere, magari qualcuno vi farà pure incazzare. Ma soprattutto avrà delle rubriche alle quali si potrà partecipare e interagire, per esempio vedrete come faremo i controtelegiornali, smonteremo quasi in diretta i telegiornali per smascherare ogni giorno le palle le raccontano e le cose che nascondono. Questo è un piccolo assaggio di tante altre cose che troverete proprio dalle prossime ore su ilfattoquotidiano.it, passate parola!

Bilderberg 2010: obiettivo povertà mondiale e bloccare il risveglio | www.ecplanet.com

Continuiamo a svegliarci e a diffondere la consapevolezza su questa cricca di malfattori che vuole renderci schiavi, non ci riusciranno!

Fonte: Bilderberg 2010: obiettivo povertà mondiale e bloccare il risveglio | www.ecplanet.com.

Uno scambio di informazioni tra organizzatori della conferenza Bilderberg 2010, sentito da un giornalista londinese del quotidiano «Guardian», rivela che gli elitisti, che attualmente si trovano presso l’hotel Dolce di Sitges, in Spagna, considerano le persone con reddito medio “una minaccia” ai loro ordini del giorno, evidenziando il fatto che i globalisti sono intenti a sviscerare la classe media e abbassare il tenore di vita mediante un aumento della povertà.

I dettagli della conversazione sono stati rivelati da Charlie Skelton negli ultimi blog Bilderberg per il sito web «Guardian». Skelton è stato l’ultimo giornalista a lasciare l’Hotel Dolce di Sitges. Aumentare la consapevolezza, l’attenzione dei media e le proteste contro il Gruppo Bilderberg incute inquietudine agli elitisti. Inoltre ciò che spaventa ancor maggiormente gli affiliati del gruppo Bilderberg è l’incremento e l’accelerazione del risveglio globale al nuovo ordine mondiale.

In una riunione del Consiglio per le Relazioni Esteri a Montreal tenutasi lo scorso mese, il prominente membro del gruppo Bilderberg Zbigniew Brzezinski ha reso attenti i compagni elitari su come i pericoli di un “risveglio politico globale” stiano minacciando di far deragliare la transizione verso un governo mondiale. “Per la prima volta in tutta la storia umana l’opinione pubblica è politicamente risvegliata – ciò è una nuova realtà globale – non è stato così per la maggior parte della storia umana”, ha asserito Brzezinski, aggiungendo che la gente è diventata “consapevolmente risvegliata delle ingiustizie globali, le disuguaglianze, mancanza di rispetto, lo sfruttamento”.

I membri del gruppo Bilderberg odiano ogni attenzione rivolta a loro e sono furiosi che gli sforzi degli attivisti, in combinazione con la crescita di Internet come strumento di media indipendente, sono diventati, negli ultimi anni, metodi invasivi per spiare sul loro intrigante segreto. Essi hanno ora molta paura di essere completamente esposti e di attirare migliaia di attivisti.

Questi elitisti non sopportano il fatto che alcuni gruppi di attivisti hanno ancora i mezzi finanziari per esercitare il loro diritto di protestare. Motivo principale affinché gli elitisti trovino opportuni sistemi per indebolire il tenore di vita delle popolazioni introducendo tasse più elevate, misure di austerità, prelievi fiscali sul CO2 ed altri loschi progetti.

L’élite vede un ceto medio prosperoso, o persino coloro che stanno beneficiando di un reddito più modesto, come “minaccia” contro il loro monopolio di potere. Effettuando la loro promessa “di una rivoluzione postindustriale”, alleata con “un’economia verde” che in realtà paralizzerà le economie una volta prospere, gli elitisti sperano di rendere tutta la popolazione povera al punto che la loro principale preoccupazione non sarà più quella di protestare contro la riunione di 200 elitari presso una località di villeggiatura di lusso ma quella di come arrivare alla fine del mese.

Come sottolinea Skelton, l’unica “minaccia” per i membri del gruppo Bilderberg è se la gente sa cosa stanno realmente facendo a porte chiuse.

Autore: Paul Joseph Watson / Fonte: infowars.com / Traduzione riassuntiva e adattamento linguistico a cura di: Ester Capuano

Antimafia Duemila – Licio Gelli: ”il Governo copia la P2, ma lo fa male”

Fonte: Antimafia Duemila – Licio Gelli: ”il Governo copia la P2, ma lo fa male”.

di Mattia Nesti – 19 giugno 2010
Il Maestro Venerabile della Loggia P2 Licio Gelli, a ventitre anni dall’arresto, è tornato a parlare pubblicamente, dopo essere andato in onda per alcune serate su “Odeon Tv” nel 2008, in un’intervista rilasciata al settimanale “L’Espresso” uscito ieri in edicola.

“Gli uomini al governo – spiega rispondendo al cronista – si sono abbeverati al mio Piano di Rinascita ma l’hanno preso a pezzetti. Io l’ho concepito perché ci fosse un solo responsabile, dalle forze armate fino a quell’inutile Csm. Invece oggi vedo un’applicazione deformata”.

Parole dure contro la classe politica al Governo, la Lega Nord e un rimprovero anche per il Presidente del Consiglio, adepto del Maestro Venerabile fin dal 1978, quando, mentre i misteriosi conti svizzeri della Fininvest emettevano finanziamenti miliardari, l’allora imprenditore Silvio Berlusconi ricevette la tessera 1816 della “Propaganda 2″.
“(Nel Governo, ndr) ci sono gli stessi uomini di vent’anni fa e non valgono nulla. – continua Gelli – Sanno solo insultarsi e non capiscono di economia… Il Parlamento è pieno di massaggiatrici, di attacchini di manifesti e di indagati. [...] Certamente non condivido ciò che accade per sua volontà (di Berlusconi, ndr). Anche certe questioni private si risolvono in famiglia. Deve essere meno goliardico. Inoltre, non ha molti collaboratori di valore”.
La Lega Nord per me è un pericolo. Sta espropriando la sostanza economica dell’Italia. Le bizzarrie di Umberto Bossi hanno già diviso il Paese. Bisogna dire basta”.

Nonostante le lamentele del Maestro, l’attuazione del “Piano di Rinascita Democratica”, elaborato nel lontano 1975 alle origini della P2, continua imperterrito senza trovare ostacoli sul suo cammino.
Così, dopo la destrutturazione sistematica della Rai, l’inibizione del dibattito parlamentare attraverso le varie svolte maggioritarie, il bavaglio imposto alla stampa e ai giornalisti “scomodi” e la distruzione del Partito Comunista Italiano, potremo assistere in questi giorni, con il referendum di Pomigliano del prossimo 22 giugno, all’attuazione dell’elemento economico-sociale del piano piduista, con annessi l’asservimento dei sindacati confederali moderati (Cisl e Uil) all’interesse delle forze produttive del Paese (Confindustria) e l’attacco ai basilari diritti dei lavoratori. In attesa che, come dettato dal documento del 1975, si proceda poi allo smantellamento dello Statuto dei Lavoratori, già annunciato dal ministro del Lavoro Sacconi.

La democrazia – ha detto Gelli, chiudendo l’intervista – è una brutta malattia, una ruggine che corrode”. O che, forse, in questo momento è soprattutto corrosa.

Tratto da: newnotizie.it

Licio Gelli. Un esempio chiaro di un assassino della vita. Di un criminale sanguinario amico di Pinochet, di Videla, di Massera, di Stroessner, dello stesso Hitler.
Un cattivo maestro di Berlusconi, di Cicchitto e di tutti quei pagliacci che hanno fatto parte della P2, molti dei quali ancora sono al Governo dell’Italia.
L’Italia, povera Italia!!!
Giorgio Bongiovanni

Antimafia Duemila – Quell’acre sapore di P2

Fonte: Antimafia Duemila – Quell’acre sapore di P2.

di Maurizio Chierici – 15 giugno 2010
I giornalisti possono resistere al bavaglio, ma non da soli. Se gli editori brontolano contro la legge che taglia l’informazione ma alla fine si adeguano per non compromettere i rapporti che ogni imprenditore coltiva con i governi di turno, i fratelli del venerabile Gelli brinderanno al silenzio della grande loggia.

Da 30 anni aspettano di spegnere la luce; ce l’hanno quasi fatta. Siamo chiamati subito a disobbedire, ognuno con la disobbedienza che gli compete. Perché le notizie continueranno a filtrare attraverso i buchi di una burocrazia oscura e perché le intercettazioni sono affidate a compagnie telefoniche private, contratti d’oro che se il governo vuol risparmiare ridimensiona in un minuto ma non credo lo farà: sbandiera spese pesanti per imbrogliare chi non sa. E l’Italia degli intrighi spargerà veleni immaginari obbligando chi fa la cronaca a verifiche e scavi per testimoniare cosa sta davvero succedendo. Comincia una sfida culturale di massa. Ritorna il giornalismo d’inchiesta finora salvato da ricercatori superstiti ai quali dobbiamo la conoscenza degli imbrogli che avvolgono la democrazia. Dal momento dell’ultimo “sì” blindato in Parlamento, si apre la rivoluzione professionale dell’onestà: rispettare le regole del mestiere senza guardare in faccia i disonesti, non importa chi sono e cosa fanno. Dirlo è facile, farlo presenta qualche difficoltà. Gli editori, soprattutto. Impuri vuol dire che per irrobustire gli affari hanno messo i piedi nell’editoria e nelle Tv. Aprono finestre compiacenti ai politici dal pensiero debole e ambizione dell’apparire smisurata; cancellano i politici (non troppi) che insistono nella lealtà. Giornali e televisioni vivono di pubblicità. Berlusconi ripete l’invito a non comprare spazi nei media che raccontano le malefatte del suo governo. Altrimenti se ne ricorderà. Ecco il problema: gli editori-imprenditori accetteranno di difendere la normalità della convivenza civile, o inseguiranno la convenienza del puntellare bilanci che al momento traballano? Montezemolo invita a resistere, la Marcegaglia scende dal ring suggerendo ai cavalieri del lavoro di far finta di niente. Sono i cavalieri degli appalti, degli scudi fiscali, delle commesse di Stato; cavalieri alla ricerca di leggine che intiepidiscano la crisi sacrificando operai dalle mani vuote. Appena torna la ripresa anche per i giovani in fuga all’estero forse si vedrà. Ma chi fa l’imprenditore deve guardare al futuro con la concretezza di un protagonista non di giornata. La programmazione delle fortune richiede questo talento ed è incomprensibile affidare il destino delle aziende ai salta-fossi di governi che nascondono la realtà. Seppellisci, seppellisci: alla fine finiranno sotto terra. I fallimenti che si moltiplicano dipendono in parte dalla pigrizia del non voler capire cosa sta succedendo. L’informazione della provincia italiana è nelle mani di imprenditori che sincronizzano l’informazione agli affari delle città. Anche i grandi giornali figurano nella contabilità di imprese e banche che dialogano con la politica se non addirittura la rappresentano. Ecco l’ostacolo per chi vuole resistere. Da soli è complicato (eppure Il Fatto dimostra che la speranza è possibile) se i padroni decidono di navigare provvisoriamente con le vele di Palazzo Chigi. Parliamo sempre di giornalisti normali, non dei blackwaters berlusconiani. La sincronia tra “il Giornale” di Feltri e “Libero” Belpietro fa capire quanti Boffo verranno scardinati dalla direzione dei loro fogli nel gioco delle informazioni immaginarie. Un suicidio insistere nel raccontare che il re è nudo. Finti scandali in agguato per tutti, la privacy è il lusso di chi se lo può permettere. Gli altri non ne hanno diritto. Comincia un’Italia così: chissà se gli imprenditori-editori si accontentano dell’effimero pronto incasso o pensano ai figli che ne prenderanno il posto. L’ultima raffica della Loggia P2 la spara Cicchitto, voce agitata contro il Montezemolo che non sopporta la follia. Per noi e per loro la scommessa è questa.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Una gabbia di matti

Fonte: Una gabbia di matti.

In poche ore è avvenuta una sequenza di eventi che confermano quanto l’Italia sia ormai in preda a una totale follia, frutto di un’irreversibile condizione di sfascio etico-morale.

1) Dopo la sentenza di condanna a un anno e 4 mesi per istigazione alla falsa testimonianza nel processo per il massacro nella scuola Diaz durante il G8 di Genova, l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro ha presentato le proprie dimissioni dal suo attuale incarico al vertice dei Servizi di Informazione e Sicurezza ma prontamente il Consiglio dei ministri gli “ha collegialmente confermato all’unanimità piena e completa fiducia”. Dimissioni respinte.

Quantomeno De Gennaro il gesto l’ha fatto, ma in qualsiasi altro Paese cosiddetto civile e democratico le dimissioni sarebbero state accettate al volo. Anzi, pretese dal governo.

2) Oggi è nominato ministro per l’Attuazione del Federalismo Aldo Brancher – ex dirigente di Fininvest e Publitalia, coinvolto nel 1993 in Tangentopoli e accusato di appropriazione indebita in relazione a soldi incassati da Giampiero Fiorani, nell’ambito di uno stralcio dell’indagine sulla scalata della Banca Popolare di Lodi alla Banca Antonveneta di cui riprende il processo il 26 giugno.

Quindi il governo crea un ministero nuovo di zecca giusto una settimana prima del processo e ora Brancher potrà a pieno titolo evitare di comparire all’udienza avvalendosi della norma privilegio sul legittimo impedimento.

Spettacolare…. e poi non bastavano già tre ministri – Calderoli, Bossi e Fitto – ad occuparsi di federalismo…

3) L’avvocato di Berlusconi e deputato Pdl, Niccolò Ghedini, reagisce così alla convocazione dei pm che vogliono ascoltarlo in merito alla vicenda Unipol-Consorte: “Il ministro della Giustizia mandi gli ispettori in procura a Milano”, e chiede che si valutino provvedimenti disciplinari nei confronti del sostituto procuratore Massimo Meroni.

La vicenda è quella della famosa intercettazione nella quale l’ex segretario dei Ds Piero Fassino, al telefono con l’allora numero uno di Unipol Giovanni Consorte, pronuncia la frase “Abbiamo una banca”.
Una conversazione mai trascritta né finita negli atti di un’inchiesta, quindi teoricamente sconosciuta, e che invece venne pubblicata in prima pagina su “Il Giornale”. E per questo viene indagato il fratello del presidente del consiglio, Paolo Berlusconi, editore del quotidiano.

Su quei fatti la procura di Milano aveva convocato Ghedini per poterlo ascoltare in qualità di persona informata dei fatti. Ghedini però non si presenta e il pm Meroni chiede alla Giunta della Camera di poter disporre l’accompagnamento coatto nei suoi confronti. E oggi Ghedini reagisce con la frase di cui sopra.

Massì, chissenefrega… Forza Italia!! Ora si può di nuovo dirlo…

EnricoSabatino

Smascherati i senatori salva orchi | Il blog di Daniele Martinelli

Fonte: Smascherati i senatori salva orchi | Il blog di Daniele Martinelli.

Il ddl sulle intercettazioni conteneva un emendamento, il numero 1.707, che se fosse passato in sordina avrebbe introdotto la perversa teoria della “violenza sessuale di lieve entità” nei confronti di minori.
Firmatari, come sappiamo, alcuni senatori di Pdl e Lega che proponevano l’abolizione dell’obbligo di arresto in flagranza nei casi di violenza sessuale nei confronti di minori, se – appunto – di “minore entità”. Senza specificare quali fossero i limiti di suddetta entità.
Dopo la denuncia del Partito Democratico, come al solito nel popolo delle laidità hanno fatto gli scemi per non andare alla guerra. “Non lo sapevo” “non avevo capito” “ci avete frainteso“.
Ma quel che conta è conoscere chi sono stati i senatori firmatari dell’emendamento “pro pedofili minorati in entità”. Eccoli:

Maurizio Gasparri (Pdl), Federico Bricolo (Lega Nord), Gaetano Quagliariello (Pdl), Roberto Centaro (Pdl), Filippo Berselli (Pdl), Sandro Mazzatorta (Lega Nord Padania) Sergio Divina (Lega Nord).
Bricolo è lo stesso che proponeva il carcere per chi rimuove un crocifisso da un edificio pubblico (evidentemente non per chi mette le mani addosso ai bimbi);
Berselli disse di “essere stato iniziato al sesso da una prostituta”.
Mazzatorta si batte contro “i matrimoni misti”.
Divina ha definito i trentini “cani ringhiosi che capiscono solo la logica del bastone“.
Per Gasparri ci vorrebbe un intero blog ad elencare le sconcezze uscite dalla sua bocca. A cominciare dall’aver definito il Csm una cloaca.
Consola che dal letamaio di leggi schifose almeno quell’emendamento pro-pedofili è stato ritirato. La guardia deve rimanere alta per la censura legalizzata che passerà alla Camera il 9 luglio. A proposito: ci sarò anch’io quel giorno al sit in di protesta a Roma.
QUI il gruppo su Facebook che chiede le dimissioni di quei senatori

Il Popolo Viola per la libertà e il diritto all’informazione

Fonte: Il Popolo Viola per la libertà e il diritto all’informazione.

Il Popolo Viola, dopo essersi consultato con i rappresentanti dei gruppi locali, alla luce anche, del nuovo calendario di discussione della legge alla Camera, prendendo atto della richiesta pervenuta al Popolo Viola dal comitato per “la libertà e il diritto all’informazione” aderisce alla manifestazione indetta per il giorno 1.7.2010 a Roma. I gruppi locali -sia italiani che esteri- hanno dato la propria disponibilità, nonostante le evidenti difficoltà che un giorno infrasettimanale pone ed il ridottissimo tempo a disposizione, ad adoperarsi alla riuscita dell’evento.

Il Popolo Viola sta già riarticolando il proprio calendario, al fine di rendere quanto più incisiva la protesta contro una legge in contrasto con i principi di legalità e libertà, che il Popolo Viola difende da sempre. Per questo il Popolo Viola desidera, in questo momento, essere anche al fianco dei magistrati, il cui lavoro sarà duramente pregiudicato se questa scellerata legge dovesse trovare approvazione, e perciò sarà presente a Palermo con Salvatore Borsellino e le sue Agende Rosse il 17-18-19 luglio.

Il Popolo Viola una volta determinato il calendario dei propri interventi di opposizione all’approvazione della legge, che sarà il risultato di valutazioni tra i vari gruppi locali che lo compongono, lo proporrà a tutte le altre forze e ai soggetti maggiormente colpiti da questa legge, magistrati, giornalisti e bloggers.

Il Popolo Viola – Comunicato stampa del 18.06.2010

Info:

Silvia Bartolini

347 6996044

Antimafia Duemila – Scontro interno su Spatuzza. Ma il Viminale non applica la legge

Fonte: Antimafia Duemila – Scontro interno su Spatuzza. Ma il Viminale non applica la legge.

di Monica Centofante – 17 giugno 2010
Uno scontro durissimo, poi la decisione di Alfredo Mantovano, appoggiato dai rappresentanti delle forze di Polizia di cui è composta la Commissione del Viminale, di rigettare l’ammissione al programma definitivo di collaborazione di Gaspare Spatuzza.
Il pentito che al processo contro Marcello Dell’Utri ha osato pronunciare il nome del senatore del Pdl e quello del premier Silvio Berlusconi.
Lo scorso 15 giugno degli otto componenti della Commissione, sette erano presenti al voto. Tra questi i due magistrati Maurizio De Lucia e Gianfranco Donadio, che si sono battuti per ore perché l’ex boss di Brancaccio, già fedelissimo dei potenti fratelli Graviano, potesse ottenere lo status di collaboratore e la protezione necessaria a chi si espone in prima persona contro l’organizzazione criminale mafiosa. Una lotta vana, perduta in partenza di fronte alla “ragion politica”. Perché a leggere le motivazioni della Commissione del Ministero del’Interno altro non traspare.

Ben tre procure della Repubblica avevano chiesto per Spatuzza l’ammissione al programma di protezione dopo aver riscontrato punto per punto le rivelazioni del pentito e parere positivo era arrivato anche dalla Direzione Nazionale Antimafia. Ma per la prima volta nella storia questo non è stato sufficiente.
Nel testo firmato dal sottosegretario del Pdl Alfredo Mantovano si ripercorrono tutte le dichiarazioni “controverse”, a parere del politico, che dimostrerebbero la tardività delle rivelazioni del pentito sulla presunta trattativa in corso, negli anni caldi delle stragi, tra Giuseppe Graviano,  Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi. Nello specifico ci si riferisce al noto colloquio tra lo stesso Spatuzza e il boss Giuseppe Graviano all’interno del bar Doney di Via Veneto, a Roma, nel gennaio del 1994. Quando Graviano, euforico, al suo braccio destro avrebbe detto: grazie a Berlusconi “e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri” (“una persona vicinissima a noi”, “qualcosa di più di Berlusconi”) “ci siamo messi il Paese nelle mani”.
Informazioni, recita il documento del Viminale, rese dopo i 180 giorni previsti dalla legge “per riferire fatti gravi o comunque indimenticabili”.

Ma la verità risiede altrove. E non soltanto perché il pentito aveva approfondito fatti già inseriti in un elenco consegnato alle procure entro i 6 mesi, come previsto dalla legge;
e non soltanto perché una sola dichiarazione ipoteticamente tardiva non può in ogni caso compromettere un’intera collaborazione;
ma per una questione squisitamente giuridica. Le dichiarazioni cosiddette de relato (cioè apprese da terza persona), come previsto dall’art. 195 del codice di procedura penale, non sono sottoposte alla legge dei 180 giorni. Un particolare, sottolinea l’avvocato sen. Luigi Li Gotti, legale di molti collaboratori di giustizia, che “consente di affermare la debolezza giuridica della motivazione e un evidente errore frutto di chiara sciatteria”. “Le dichiarazioni che devono essere rese entro 180 giorni – rimarca, ripetendo quanto già dichiarato ieri dall’avvocato Valeria Maffei – per espressa previsione della legge, sono quelle rientranti nell’art. 194 della procedura penale, ossia le dichiarazioni concernenti atti vissuti o conosciuti direttamente”. “Distinzione abbondantemente spiegata dalla Corte di Cassazione”.

Il provvedimento quindi contiene un gravissimo errore giuridico ed emargina la collaborazione di Gaspare Spatuzza, continua Li Gotti, lanciando oggettivamente “un messaggio devastante a possibili future collaborazioni”.
Tutto questo in un Paese normale non sarebbe stato possibile. A meno che non si voglia porre la politica al di sopra della legge.


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- Spatuzza bocciato dal Viminale. Cavilli giuridici, ma la ragione e’ tutta politica
di Monica Centofante

Sandokan pentiti, il tuo potere è finito  – Repubblica.it

Nonostante l’appoggio esplicito del governo la criminalità è quasi sconfitta grazie al grande lavoro di magistratura e forze dell’ordine. E’ giunta l’ora che si arrendino e vuotino il sacco completamente. Bravo Saviano con questo suo forte appello.

Fonte: Sandokan pentiti, il tuo potere è finito  – Repubblica.it.

di ROBERTO SAVIANO

ORA che ti hanno arrestato anche il primo figlio, è giunto il tempo di collaborare con la giustizia, Francesco Schiavone. Sandokan ti chiama ormai la stampa, Cicciò o’ barbone i paesani, Schiavone Francesco di Nicola, ti presentano i tuoi avvocati. E Nicola, come tuo padre, hai chiamato tuo figlio a cui hai dato lo stesso destino. Destino di killer. Accusato di aver ucciso tre persone, tre affiliati che avevano deciso di passare con l’altra famiglia, con i Bidognetti. Nessuno si sente sicuro nella tua famiglia, il tuo gruppo ormai non dà sicurezza. Non ti resta che pentirti. Questa mia lettera si apre così, non può iniziare diversamente, non può cominciare con un “caro”. Perché caro non mi sei per nulla. Neanche riesco a porgertelo per formale cortesia, perché la cortesia rischia già di divenire una concessione che va oltre la forma. Scrivendo non userò né il “voi” che considereresti doveroso e di rispetto, né il “lei”. Chi usa il “lei”, lo so bene, per voi camorristi si difende dietro una forma perché non ha sostanza. Allora userò il tu, perché è soltanto a tu per tu che posso parlarti….

Antimafia Duemila – Spatuzza: ”La mafia brinda alla vittoria”

Fonte: Antimafia Duemila – Spatuzza: ”La mafia brinda alla vittoria”.

Ha affidato i suoi pensieri ad una lettera pubblicata in anteprima da l’Espresso.

Il pentito Gaspare Spatuzza, l’uomo che con le sue dichiarazioni ha permesso la riapertura di importanti processi come quelli sulla strage di Via D’Amelio e per le bombe del ’93, ha commentato come segue la decisione del Viminale di non ammetterlo allo speciale programma di protezione per i collaboratori di giustizia. Una decisione che ha suscitato sconcerto, soprattuto tra i magistrati di Palermo, Caltanissetta e Firenze, che per lui avevano chiesto l’inserimento nello stesso programma di protezione dopo aver riscontrato punto per punto le sue rivelazioni.

  • Sono Gaspare Spatuzza, da mezzi d’informazione (TV) ho appreso la notizia della mia “non” ammissione al Programma di Protezione. Certamente mi amareggia, ma sono molto fiducioso nelle “ISTITUZIONI” per cui non ho motivo di scoraggiarmi.
  • “Adesso il mio unico pensiero va a Tutti i Miei Cari Familiari, perché se prima avevo una piccolissima possibilità per riconciliarmi con loro, adesso certamente tutto mi sarà molto, molto più difficile”.
  • Un altro pensiero è rivolto a tutta la criminalità-organizzata che certamente sta gioendo e magari brindando a questa vittoria.
  • Un altro pensiero è rivolto a quella “minoranza di gente” che, dal primo momento, non ha fatto altro che denigrare la mia Persona e quel pezzo di “VERITA’ CHE RAPPRESENTO”.
  • Quello che chiedo, ORA, allo STATO: rassicurazioni sull’incolumità della mia VITA. Le SS.LL sanno benissimo che, da due anni, non faccio altro che reclamare maggiore garanzia per salvaguardare la MIA VITA, perché sono consapevole che il mio nemico è molto abile ad infiltrarsi nelle istituzioni: “come nel passato ha GIA’ FATTO“. Voglio dire che se ho dato un pezzo della mia Vita per il male, sono ben disposto a perderla per il BENE.
  • Sono sempre a disposizione, a portare avanti, questa mia MISSIONE per dare quel pezzo di VERITA’ a tutte quelle persone ONESTE e di buona volontà.

    Con la più totale osservanza allo STATO E ALLA LEGGE.

    Località segreta lì 15 giugno 2010

    Gaspare Spatuzza

Cosa nostra, Gelli e lo Stato « Blog di Giuseppe Casarrubea

Tutto da leggere il decreto di archiviazione, dove vengono considerati provati i legami tra mafia e p2, p2 e lega nord, mafia e “nuove forze politiche…”

Fonte: Cosa nostra, Gelli e lo Stato « Blog di Giuseppe Casarrubea.

PROCURA  DELLA  REPUBBLICA

presso il Tribunale di Palermo

- Direzione Distrettuale Antimafia -

IL PUBBLICO MINISTERO

Letti gli atti del procedimento penale n. 2566/98 Reg. N.R. nei confronti di:

1) GELLI Licio, nato a Pistoia il 21.4.1919;

2) MENICACCI Stefano, nato a Foligno (PG) il 4.10.1931;

3) DELLE CHIAIE Stefano, nato a Centurano di Caserta (CE) il 13.9.1936;

4) CATTAFI Rosario, nato a Barcellona Pozzo di Gotto (ME) il 6.1.1952;

5) BATTAGLIA Filippo, nato a Messina l’8.2.1950;

6) RIINA Salvatore, nato a Corleone il 16.11.1930;

7) GRAVIANO Giuseppe, nato a Palermo il 30.9.1963;

8) GRAVIANO Filippo, nato a Palermo 27.6.1961;

9) SANTAPAOLA Benedetto Sebastiano, nato a Catania il 4.6.1938;

10) ERCOLANO Aldo, nato a Catania il 14.11.1960;

11) GALEA Eugenio, nato a Catania l’8.6.1944;

12) DI STEFANO Giovanni, nato a Petrella Tefernina (Campobasso) l’1.7.1955;

13) ROMEO Paolo, nato a Gallico (RC) il 19.3.1947;

14) MANDALARI Giuseppe, nato a Palermo il 18.8.1933.

I N D A G A T I

Tutti:

a) in ordine al reato di cui all’art. 270 bis, commi 1 e 2, c.p., in particolare, per avere, con condotte causali diverse ma convergenti verso l’identico fine, promosso, costituito, organizzato, diretto e/o partecipato ad un’associazione, promossa e costituita in Palermo anche da esponenti di vertice di Cosa Nostra, ed avente ad oggetto il compimento di atti di violenza con fini di eversione dell’ordine costituzionale, allo scopo – tra l’altro – di determinare, mediante le predette attività, le condizioni per la secessione politica della Sicilia e di altre regioni meridionali dal resto d’Italia, anche al fine di agevolare l’attività dell’associazione mafiosa Cosa Nostra e di altre associazioni di tipo mafioso ad essa collegate sui territori delle regioni meridionali del paese.

DDA: Archiviazione per Gelli, Delle Chiaie, Totò Riina e altri

Sentenze à la carte – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Fonte: Sentenze à la carte – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Non avendo nulla da fare, a parte nominare primari ospedalieri e dirigenti delle Asl, lottizzare società pubbliche e miste, metter becco nella Pubblica amministrazione, nella scuola, nell’università, nella ricerca, negli istituti culturali, nelle banche, negli appalti e nelle consulenze, fare i palinsesti televisivi e poi gli ospiti televisivi e poi la critica televisiva, decidere se un film è bello o no, se un attore o un regista è bravo o no, stabilire cosa devono scrivere i giornali e cosa no, chi devono intercettare i magistrati e chi no, chi devono ammanettare i poliziotti e chi no, e in parecchi casi rubare a man bassa, ora i politici pretendono pure di scrivere le sentenze.

Il governo decide che il pentito Gaspare Spatuzza non è attendibile perché ha parlato fuori tempo massimo e gli nega il programma di protezione, così impara a fare il nome del presidente del Consiglio (che infatti gli nega la protezione, cioè confessa). Un tempo, quando un mafioso collaborava con la giustizia, erano i giudici a stabilire se era attendibile: dopodiché la mafia lo minacciava e il governo lo proteggeva. Ora è tutto più semplice: quattro procure giudicano Spatuzza attendibile, ma ciononostante, anzi proprio per questo, il governo non lo protegge e lo minaccia, risparmiando inutili fatiche alla mafia. E pazienza se Spatuzza si accusa della strage di via D’Amelio scagionando tre tizi condannati per sbaglio al posto suo. Pace all’anima loro. È il Lodo Mantovano, ultimo grido del garantismo all’italiana: i colpevoli fuori, gl’innocenti in galera.

Per non essere da meno, anche il Pd vuole sostituirsi ai giudici. La capogruppo al Senato Anna Finocchiaro non ha gradito la requisitoria del procuratore di Pescara Nicola Trifuoggi contro Ottaviano Del Turco: “Trovo criticabile che, nel corso di un pubblico dibattimento, il pm abbia dato lettura di intercettazioni telefoniche riguardanti fatti estranei ai capi d’imputazione e dunque alle accuse formalizzate nei confronti di Del Turco”. Ne avesse azzeccata una. Non era un “pubblico dibattimento”, ma un’udienza preliminare in camera di consiglio, cioè a porte chiuse. Il pm non ha “dato lettura” di un bel niente. E i fatti non sono per nulla “estranei ai capi d’imputazione”: si tratta di rapporti intimi fra il presidente della Regione e una signora nominata consulente della sua Regione. Il pm ha evocato en passant questo caso di – parole sue – “onanismo telefonico” – per dimostrare “la strumentalizzazione dell’ufficio pubblico per scopi privati”. Ripetiamo per l’ennesima volta: non sappiamo se Del Turco sia colpevole o innocente, lo stabiliranno i giudici che devono ancora decidere se vada rinviato a giudizio o no. I pm ritengono di sì, i difensori di no, si pronuncerà il gup.

Mentre, tre giorni fa, Trifuoggi teneva la sua requisitoria, al primo accenno a quelle telefonate i difensori l’hanno interrotto, nella pretesa che il gup gli levasse la parola. Il gup l’ha invitato a proseguire. Allora avvocati e Del Turco hanno abbandonato l’aula e, appena fuori, han raccontato alla stampa quel che era emerso in camera di consiglio e che essi conoscevano da tempo (le telefonate hard sono agli atti da due anni). I giornalisti invece non ne sapevano nulla e avrebbero seguitato a non saperne nulla se non li avessero informati Del Turco e i suoi legali. Ora, secondo la Finocchiaro, quelle telefonate “attengono alla vita privata” e sono servite al pm per “mortificare la dignità di Del Turco”. Ma una consulenza “artistica” di 30 mila euro l’anno a una signora molto vicina a un governatore è un fatto pubblico, visto che la tipa era pagata con soldi pubblici, cioè nostri. Così come l’assunzione del figlio di un amico del governatore a “vignettista ufficiale” della Regione Abruzzo (altri 30 mila euro l’anno). Pare che la svagata signora Finocchiaro, in una precedente reincarnazione, fosse addirittura magistrato. Poi, per fortuna della Giustizia, ha smesso. Ma niente paura: riesce a far danni lo stesso.

Mafia, esplode il caso Spatuzza

Il governo ed il ministero della giustizia sono in chiaro conflitto di interesse in questo caso di Spatuzza che chiamerebbe in causa il primo ministro ed il suo partito. Dovrebbero astenersi dal prendere tali decisioni, invece la decisione presa di non dare la protezione a Spatuzza è una plateale ammissione di colpevolezza

Fonte: Mafia, esplode il caso Spatuzza.

Il procuratore di Caltanissetta si dice disorientato per la negazione del programma di protezione. Granata: “Colto di sorpresa da decisione della commissione”

PALERMO - Promette ancora polemiche la mancata concessione del programma di protezione 1 a Gaspare Spatuzza. Perplessi e disorientati i giudici, preoccupati anche i finiani del Pdl. Parla al Gr1 Rai il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, titolare delle nuove indagini sulla strage di via D’Amelio. “Siamo disorientati, perché è la prima volta che viene negato il programma di protezione dopo che tre procure e la procura nazionale antimafia ne avevano sostenuto fortemente la necessità. Le motivazioni cui si riferisce la commissione erano già state valutate come una specificazione di anticipazioni che Spatuzza aveva fatto nei 180 giorni”.

Sono state le dichiarazioni rese al processo Dell’Utri ad avere dato fastidio? “Credo che sia evidente”, risponde secco Lari, che aggiunge: “Mi voglio augurare che non abbia un significato il fatto che ciò avvenga alla vigilia della sentenza”. “In questi mesi di indagini difficilissime abbiamo ricevuto anche buste con proiettili e minacce di morte, ma mai avevamo avvertito resistenze nella ricerca della verità da parte della politica. La decisione della commissione di non ammettere Spatuzza al programma di protezione è il primo segnale negativo che arriva”, dice ancora il procuratore in una intervista a Repubblica 2. Lari spiega che la decisione “mette in difficoltà” i pm che stanno indagando. “Il collaboratore che ci ha consentito di riscrivere la verità sulla strage Borsellino – afferma – potrebbe anche fare marcia indietro. Spero davvero che non accada”. “Siamo di fronte alla decisione di un organo amministrativo – spiega inoltre il pm – che non incide sui profili di attendibilità del collaboratore. Per noi Spatuzza resta attendibile”.
“Stupore” per la decisione della commissione del Viminale viene espressa anche dal deputato Pdl e vicepresidente della commissione Antimafia, Fabio Granata. “Non è successo molte volte, a mia memoria – sottolinea Granata in una intervista alla Stampa – , con tutte le procure che indagano sulle stragi del ’92  e ’93, cioè Firenze, Palermo e Caltanissetta, e la Superprocura antimafia, che ci fosse tanta collegialità nella richiesta. Non vorrei ora che la polemica si aprisse non tanto su ciò che Spatuzza ha detto ma su ciò che Spatuzza non ha detto”. E ha aggiunto: “Ovviamente la decisione avrà delle motivazioni che la commissione Antimafia chiederà subito, già tra oggi e domani, al ministero dell’Interno. Le leggeremo con attenzione”.

Fonte: repubblica.it (Salvo Palazzolo, 16 Giugno 2010)

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SPATUZZA: ASS.GEORGOFILI, FORSE SI TENTA ZITTIRE PENTITI (strageviadeigeorgofili.org)

Spatuzza bocciato dal Viminale. Cavilli giuridici, ma la ragione è tutta politica

E’ una vergogna, hanno paura della verità, ma la giustizia prevarrà e saranno puniti…

Fonte: Spatuzza bocciato dal Viminale. Cavilli giuridici, ma la ragione è tutta politica.

E’ il sapore amaro della ritorsione quello che per primo colpisce i sensi. E l’interrogativo che rimane sospeso nell’atmosfera cupa che grava su alcuni di quelli che potremmo tranquillamente definire “processi del secolo”. La decisione del Viminale di non ammettere al programma di protezione il pentito Gaspare Spatuzza non ha precedenti storici: è la prima volta, lo ricordano i magistrati, che si nega una simile ammissione in presenza della richiesta di ben tre Procure della Repubblica. Quelle di Palermo, Caltanissetta e Firenze. Quelle che indagano sugli anni bui delle stragi e sulle responsabilità dei cosiddetti mandanti esterni alla mafia, coperte per quasi due decenni da una spessa coltre di inganni, silenzi e depistaggi.

Le dichiarazioni di Spatuzza, già dal 2008, avevano contribuito a rischiarare alcune zone d’ombra sulle modalità con cui fu compiuta la strage di Via D’Amelio e su questo, conferma oggi Alfredo Mantovano, presidente della commissione sui programmi di protezione, niente da obiettare: “Spatuzza è attendibile” – dice – in quanto “indica alcuni particolari, riscontrati, sulla 126 utilizzata per uccidere Paolo Borsellino”. Ma quando l’attenzione del pentito si è spostata dall’ala militare ai sistemi di collusione con la politica qualcosa è cambiato. Quei verbali depositati al processo contro Marcello Dell’Utri e la deposizione in aula, lo scorso dicembre, quando aveva parlato esplicitamente di Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi come terminali di una trattativa con Giuseppe Graviano, hanno scatenato i più violenti attacchi. E la decisione della Commissione del Viminale, giunta pochi giorni prima della sentenza di secondo grado contro il senatore del Pdl a più d’uno ha fatto storcere il naso. Le dichiarazioni, sulla base delle quali il Pg Antonino Gatto ha chiesto un aggravamento della pena per l’imputato, saranno comunque utilizzabili, spiegano le procure. Ma è chiaro che il “giudizio” della commissione ministeriale getta ombre sulla loro genuinità. Trasformandosi inevitabilmente in un assist per il collegio difensivo.

Mantovano si difende: “Dobbiamo impedire le dichiarazioni a rate”, spiega, e la proposta di ammettere al programma di protezione definitivo l’ex boss è stata rifiutata perchè il pentito ha cominciato a fare le sue confessioni ben oltre il limite dei 180 giorni da quando ha espresso la disponibilità a collaborare.
Per i magistrati antimafia non è una buona ragione per negare la protezione: le affermazioni sulla sfera politica, spiegano, potevano essere ricomprese nella dichiarata volontà di riferire nuovi particolari sulle stragi del ’93. Mentre la tesi della tardività, già proposta dall’avvocato Nino Mormino a Torino, era già stata bocciata dalla Corte d’Appello presieduta da Claudio Dall’Acqua che giudica il senatore Dell’Utri.

Nel verbale illustrativo, inoltre, di una trattativa in corso Spatuzza parlerebbe eccome, così come dell’incontro con Giuseppe Graviano al bar Doney, a Roma.
Ed è certo che il 7 luglio del 2008, all’inizio dei sei mesi di collaborazione, aveva dichiarato: Nel 1994 “noi siamo in preparazione per la trasferta all’Olimpico (luogo del fallito attentato che pone fine alla strategia stragista ndr.), poi ci siamo incontrati a Roma con Giuseppe Graviano, poi subito dopo sono stati arrestati (i fratelli Graviano ndr.) e si interrompe tutto”. “Sono convinto che c’è una trattativa direttamente da Giuseppe Graviano, perché nel momento in cui c’è l’arresto dei fratelli Graviano non si parla più di niente”.
In quanto a Marcello Dell’Utri è il 18 dicembre successivo – e quindi ancora entro i sei mesi, visto che il primo interrogatorio del pentito risale al 26 giugno 2008 – che ipotizza contatti del politico con i boss di Brancaccio. “Quindi – dice – io so che c’è una trattativa in corso (…) con qualcuno che ci deve risolvere dei problemi. (…) Io ho letto la questione di Porta Nuova di cui io sono stato incaricato, dopo le stragi di Firenze, di andare a mettere a posto questo quartiere di Porta Nuova. Facendo un discorso così esteso, sono convinto che la persona vicina a Graviano è il Mangano Vittorio, e di conseguenza Marcello Dell’Utri”.
Per Mantovano non è sufficiente: “In quel contesto fa il nome di Dell’Utri come sua deduzione. Non parla di quello che gli disse Graviano su dell’Utri e Berlusconi”.
Ma sul punto l’avvocato Valeria Maffei, legale di Spatuzza, tuona: “Perché non ha parlato subito? Perché aveva paura, è semplicissimo”. Ricalcando quanto dichiarato dallo stesso pentito nel corso di un interrogatorio: “La persona di cui dovevo parlare era appena diventata (ad aprile 2008 ndr.) presidente del Consiglio…”.
E’ lo stesso avvocato a preannunciare il ricorso al Tar contro “una decisione assurda”, sottolinea, “perché il mio cliente si è autoaccusato delle stragi Falcone e Borsellino, delle quali non era nemmeno sospettato, ha raccontato una verità, ampiamente riscontrata, che ha gettato nuova luce e ombre sinistre sulla strage di via D’Amelio e ora gli si contesta di non aver rilasciato prima una dichiarazione che oltretutto è de relato. Un assurdo giuridico che non ha precedenti”.
La decisione del Viminale ruoterebbe quindi attorno ad una sola frase, quella appresa dal boss Graviano al bar Doney su Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi. Una frase per la quale si pretende di cancellare un’intera collaborazione e che per questo non può che assumere i connotati di un evidente pretesto politico.

La stessa decisione della Commissione sarà impugnata anche davanti al tribunale amministrativo regionale mentre i magistrati spiegano: “La valutazione sull’attendibilità delle dichiarazioni di Spatuzza resta di competenza delle autorità giudiziarie”. Al Dott. Antonino Di Matteo, Presidente dell’Anm palermitana, si aggiunge il procuratore capo di Palermo Francesco Messineo che ricorda come la Cassazione abbia già ritenuto “che anche le dichiarazioni per così dire ‘tardive’, se rese nel contraddittorio tra le parti, possono essere utilizzabili”.
E a sbilanciarsi, sul “caso Spatuzza”, è persino il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, solitamente poco incline a rilasciare dichiarazioni. “Per chi indaga sulla strage di Via D’Amelio e su altri rilevantissimi fatti di quella stagione stragista – spiega  ad alcuni quotidiani – – può essere un segnale preoccupante”. “In questi mesi di indagini difficilissime – prosegue – abbiamo ricevuto anche buste con proiettili e minacce di morte, ma mai avevamo avvertito resistenze nella ricerca della verità da parte della politica. La decisione della commissione di non ammettere Spatuzza al programma di protezione è il primo segnale negativo che arriva” da quella direzione. Anche se, tiene a precisare, “Per certi versi siamo davanti a una decisione annunciata”.
Sulle motivazioni Lari non prende una posizione netta: “Mi limito a osservare che quello che s’è verificato è un unicum nella storia giudiziaria del contrasto alla mafia, non c’è un solo precedente. Io devo tutelare le mie indagini e posso solo sottolineare che chi ha preso questa decisione s’è assunto una grande responsabilità in relazione al lavoro che stiamo facendo sulla strage di via D’Amelio e ad altri fatti che hanno segnato in maniera drammatica la storia di questo paese”.
Anche il Procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso, aveva definito i contenuti della collaborazione del pentito “di notevole importanza per lo sviluppo di indagini in ordine a fatti gravissimi”. E gli stessi “alla luce dei riscontri effettuati e delle risultanze degli atti – aveva scritto nel parere inviato alla stessa Commissione del Ministero dell’Interno – presentano carattere di intrinseca attendibilità”.
Nelle aule di Giustizia, dunque, la situazione potrebbe rimanere pressoché invariata, ma è chiaro che a Gaspare Spatuzza il messaggio sarà arrivato forte e chiaro.
Ne è convinto Antonio Di Pietro: “La mancata assegnazione del programma di protezione a Spatuzza è un modo per intimidire coloro che riferiscono fatti rilevanti al fine di fare luce su alcune scomode verità”. “Ed è anche un segnale ben chiaro, un altolà rivolto a chi collabora con la giustizia, un modo per dire: ‘state attenti’, la collaborazione non paga. Insomma, Spatuzza, da oggi, è un morto che cammina”.
Sergio Lari è d’accordo, ma su Spatuzza si dichiara ottimista. “Certamente – dice – la decisione incide sui benefici al collaboratore, e può incidere sul nostro lavoro nella misura in cui dovesse influire sull’atteggiamento di Spatuzza. Se a seguito del diniego decidesse di non rispondere più alle domande, soprattutto nei dibattimenti, la sua scelta avrebbe gravi conseguenze. Ma conoscendolo – conclude – e conoscendo la genesi dei suo pentimento, non credo che questo accadrà”.

Monica Centofante (Antimafiaduemila.com, 16 giugno 2010)

«L’omicidio Borsellino per il patto mafia-Stato»

Fonte: «L’omicidio Borsellino per il patto mafia-Stato».

La tesi del procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia

MILANO – «Secondo un’ipotesi investigativa sempre più accreditata, Paolo Borsellino sarebbe stato ucciso in quanto ritenuto un ostacolo alla trattativa che si sarebbe sviluppata fra Stato e mafia durante la stagione stragista, a cominciare dalla strage di Capaci in cui aveva perso la vita Giovanni Falcone con la moglie e i poliziotti della scorta». E che una trattativa ci fu, «è ormai processualmente accertato».
Se una simile affermazione non viene da un’osservatore qualunque, ma dal procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, acquista inevitabilmente un certo peso. Non fosse perché quello stesso procuratore aggiunto è titolare di una delle indagini ancora aperte sui contatti fra uomini delle istituzioni e Cosa Nostra avvenuti fra il 1992 e il 1993, a cavallo delle stragi. Inoltre, spogliandosi dei panni dell’inquirente e quelli del testimone, amico e «allievo» di Paolo Borsellino che lavorò al suo fianco fino ai giorni precedenti la strage di via D’Amelio, il magistrato aggiunge: «Se ne avesse avuto conoscenza, è certo che Borsellino vi si sarebbe opposto con tutte le sue forze».
Le opinioni di Ingroia sono contenute nell’introduzione che ha voluto firmare al libro del giornalista Maurizio Torrealta intitolato, appunto, La trattativa (Bur-Rizzoli, pagine 651, euro 11), e aprono scenari inquietanti. Veri e propri baratri. Perché le trattative si fanno in due, e se diventano il movente di un omicidio è possibile che quello stesso omicidio abbia almeno due mandanti. Non solo la mafia, dunque, ma anche la controparte.


A sostegno della sua ipotesi, Ingroia cita le sentenze già pronunciate sull’eccidio di via D’Amelio che già evocano contorni che vanno oltre Cosa nostra: «Questo stesso processo – scrivevano i giudici del «Borsellino bis» – è impregnato di riferimenti, allusioni, elementi concreti che rimandano altrove, ad altri centri di interesse, a coloro che in linguaggio non giuridico si chiamano “mandanti occulti”, categoria rilevante non solo sotto il profilo giuridico ma anche sotto quello politico e morale». E a conclusione del processo «Borsellino ter» altri giudici scrissero: «Proprio per agevolare la creazione di nuovi contatti politici occorreva eliminare chi, come Borsellino, avrebbe scoraggiato qualsiasi tentativo di approccio con Cosa nostra e di arretramento nell’attività di contrasto alla mafia, levandosi a denunciare, anche pubblicamente, dall’alto del suo prestigio professionale e dalla nobiltà del suo impegno civico, ogni cedimento dello Stato o di sue componenti politiche ».

Dopo, solo dopo queste sentenze che fotografavano una situazione tutt’altro che chiara, sono arrivate le deposizioni dell’ex mafioso pentito Gaspare Spatuzza e del «testimone assistito» Massimo Ciancimino, che hanno fatto aprire nuove indagini. A Palermo, a Caltanissetta, a Firenze, dove si cercano ancora le verità nascoste sulle bombe del 1993. E’ sulle loro testimonianze, oltre che su quelle dell’altro pentito Nino Giuffrè e dell’ex colonnello dei carabinieri Michele Riccio, che Torrealta ha costruito il suo libro, partendo da quello che (con lo stesso titolo) aveva già pubblicato nel 2002. Sono dichiarazioni che hanno dato vita a inchieste e processi che non si sono conclusi, e dunque mancano le sentenze definitive. Però lo sfondo del nuovo lavoro di pubblici ministeri e giudici è sempre lo stesso, e rafforza l’idea che dietro quel biennio di attentati non ci fosse solo il «delirio di onnipotenza» dei corleonesi di Totò Riina, ma lo chiama Ingroia, ma una convergenza di altri interessi. Qualcosa che a Walter Veltroni, nella prefazione al volume, ricorda ciò che è accaduto più volte nella storia repubblicana: «Ogni volta che l’Italia sceglie di cambiare arriva il colpo, la bomba, la strage. E un grumo scuro, viscido, impenetrabile, blocca ogni mutamento reale, cosicché il Paese resta fermo nella sua acqua stagnate, nella sua democrazia incompiuta ».

Chi ritenesse questi argomenti condizionati da opinioni politiche, potrà notare che coincidono in gran parte con la lettura data anche di recente dal super-procuratore antimafia Pietro Grasso, che non è un leader di partito come Veltroni ma un magistrato che s’è trovato spesso in disaccordo (soprattutto quando lavoravano entrambi a Palermo) con le impostazioni di Ingroia. Ma anche lui, meno di un mese fa, ha ribadito che attraverso la nuova «strategia della tensione» di inizio anni Novanta, «Cosa nostra ha inteso agevolare l’avvento di nuove realtà politiche che potessero poi esaudire le sue richieste».

Il libro di Torrealta offre la più completa documentazione giudiziaria alla base di queste ricostruzioni. E gioverà ricordare che dopo aver scritto uno dei suoi romanzi di successo, Nelle mani giuste, il giudice-scrittore Giancarlo De Cataldo rivelò che la sua guida attraverso i fatti realmente accaduti da lui intrecciati con personaggi di fantasia, fu la prima edizione de La trattativa, ormai introvabile. Ora i lettori hanno la possibilità di tornare a quella fonte, in una nuova, aggiornatissima versione.

Verrà un giorno: De Donno: La trattativa fu gestita da lobby economico-politiche

Se una trattativa vera e propria ci fu, questa la sua ipotesi, essa fu gestita da interessi politico-affaristici, con i quali i ROS non hanno mai avuto a che fare. Anzi, i ROS si trovarono semplicemente in mezzo, “inconsapevolmente”, in un gioco più grande di loro. Come a dire: dopo gli ultimi sviluppi di indagine, tenendo conto anche delle dichiarazioni incrociate di Massimo Ciancimino, dell’ex ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli, dell’ex presidente della Commissione Antimafia Luciano Violante, dell’ex direttore degli Affari Penali Liliana Ferraro, dell’ex segretario generale presso la Presidenza del Consiglio Fernanda Contri, fino ad arrivare alle ultime esternazioni del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, sarà difficile continuare a smentire l’esistenza di una trattativa, ma chi di dovere sappia che le responsabilità vanno cercate altrove. Chi ha orecchie per intendere, intenda.


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Via d’Amelio, ne “L’Agenda nera” le prove dei depistaggi di Stato – Vent’anni di menzogne

Fonte: Via d’Amelio, ne “L’Agenda nera” le prove dei depistaggi di Stato – Vent’anni di menzogne.

Via d’Amelio, ne “L’Agenda nera” le prove dei depistaggi di Stato

di Benny Calasanzio

Se L’Agenda Rossa di Paolo Borsellino era la narrazione di quei 57 giorni che trascorsero dalla strage di Capaci a quella di Via D’Amelio visti dagli occhi di Paolo Borsellino, scanditi dagli appunti trovati su un’altra agenda del giudice, L’Agenda Nera della Seconda Repubblica (ed. Chiarelettere) è invece il racconto di quei giorni visti dall’altra sponda del fiume. E’ fondamentalmente il racconto di come si sia riusciti ad insabbiare le indagini sul terzo livello di cosa nostra e si sia consegnata ai familiari del magistrato morto in via D’Amelio una falsa verità.

Per dirla in maniera commestibile anche ai palati più a secco di storie di mafia, ben sei processi e due sentenze della Suprema Corte sull’eccidio Borsellino, Loi, Traina, Li Muli, Cosina e Catalano sono stati fondati su solenni “balle”. Sulle dichiarazioni di un collaborante, Vincenzo Scarantino, che le ha rese, poi trattate, poi confermate, poi ritrattate, poi riconfermate ed infine ritrattate nuovamente a seconda dell’umore e delle pressioni della sua famiglia, da sempre convinta della sua estraneità e che alla luce dei nuovi fatti sembra aver visto giusto sin dal primo momento.

Un pentito che era persino stato riformato dalla leva militare perchè “psicolabile”. Psicolabile dunque ottimo da manovrare, da incastrare con pressioni fisiche e psicologiche, con violenze e torture oltre ogni limite costituzionale; ottimo dunque da costruirci sopra svariati processi. Ma mai nessuno si è chiesto come potesse cosa nostra aver affidato ad un tale elemento la preparazione fisica della strage? Evidentemente nessuno doveva fare e farsi domande.

Ma chi c’è dietro il più grande depistaggio della storia italiana che ora, venuto alla luce, sta gettando nel panico politici, magistrati ed investigatori? C’era, secondo i magistrati, innanzi tutto il gruppo investigativo Falcone Borsellino, guidato da Arnaldo La Barbera, che prima era stato estromesso dalle indagini e poi richiamato assieme al suo gruppo dopo le pressioni dei magistrati. Un gruppo in cui c’era anche Gioacchino Genchi, oggi consulente dell’autorità giudiziaria, che quando intuisce che a gestire le indagini non è più La Barbera, ma c’è qualcuno che lo sta manovrando e sta deviando le investigazioni lontano dalla più ovvia logica, dopo una sfuriata lunga una notte sbatte la porta e se ne va, mentre La Barbera gli confida in lacrime che chiudendo in fretta quell’indagine lo avrebbero promosso.

E oggi Vincenzo Ricciardi, oggi questore di Novara, Salvatore La Barbera, della Criminalpol e Mario Bo, dirigente della polizia in Friuli, vecchi pezzi di quel gruppo, sono formalmente indagati per quei depistaggi e per quelle manovre oscure; La Barbera, indagato invece non lo è, ma solo perchè è morto nel 2002. Depistaggio per ragion di Stato, per rassicurare l’opinione pubblica e gli organi di uno Stato che è stato sull’orlo di un golpe, o per disegno eversivo spinto dai servizi segreti, di cui, e qui il vero scoop dei segugi de L’Ora, La Barbera era a libro paga, per portare a termine la trattativa con cosa nostra, di cui ha ampiamente parlato Massimo Ciancimino? Questo si chiedono gli autori Peppino Lo Bianco e Sandra Rizza, oggi al Fatto Quotidiano; un interrogativo che i magistrati della procura nissena stanno cercando di risolvere.

Quello che rimane oggi sono alcuni ricordi, alcuni ritagli di quotidiani ormai sbiaditi, i classici profeti in patria mai ascoltati, come il magistrato Alfonso Sabella e Gioacchino Genchi, che per primi diffidano di quel balordo della Guadagna che al massimo era buono per spacciare droga di pessima qualità, e per primi compromettono le loro carriere mettendosi di traverso ad una manovra enorme e raffinatissima, che portava nel ventre infetto patti scellerati, leggi salvamafiosi e abbracci mortali tra politica e cosa nostra.

Un depistaggio a cui purtroppo hanno abboccato senza esitare i pm dei vari processi, quei dibattimenti che oggi, di fronte alla collaborazione di Gaspare Spatuzza che ha definitivamente affossato le balle di Scarantino, sono a rischio revisione. In parallelo al depistaggio, sulle pagine dell’Agenda Nera, sono scandite le tappe che hanno portato alla nascita di Forza Italia, vecchio partito del premier Silvio Berlusconi; i boss che guardano con speranza al magnate dei media, le mediazioni di Dell’Utri, la promessa che in dieci anni il Governo avrebbe fatto tutto il possibile per alleviare i problemi dei boss. E una certezza, ormai ribadita in più decreti di archiviazione, che quell’ipotesi dei mandanti a volto coperto delle stragi, Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, non è mai stata cancellata, ma anzi alcuni elementi hanno accresciuto il quadro iniziale, insufficiente però ad istruire un processo.

E nel frattempo Totò Riina, ampiamente scaduti quei dieci anni di mora, torna sibillino a farsi sentire: Borsellino l’avete ammazzato voi, lo Stato. Mai come in questo caso il nero è stato il colore del male.

Benny Calasanzio (MicroMega on line, 16 giugno 2010)

Vent’anni di menzogne


di Salvatore Borsellino

Ho cominciato a sfogliare con particolare emozione le pagine di questo nuovo libro di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza perché fu proprio sul precedente libro degli stessi autori L’Agenda Rossa di Paolo Borsellino che, dopo sette anni di silenzio, seguiti ai primi cinque anni dopo la morte di Paolo, cominciai a cercare gli elementi che potessero darmi le prove del mio convincimento.

Il convincimento, cioè, che la sentenza di morte di Paolo Borsellino fosse stata emessa da quei pezzi deviati dello Stato e del sistema di potere che, dopo la strage di Capaci, avevano deciso di portare avanti quella scellerata trattativa che doveva servire a stabilire per il nostro paese un nuovo piano di equilibrio al prezzo, ancora una volta, di una “strage di Stato”.

Ancora una volta, e con i nuovi elementi emersi in questo ultimo scorcio dei quasi diciotto anni che ci separano dalla strage Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza analizzano lucidamente i 57 giorni che separano la strage di Via D’Amelio dalla strage di Capaci; analizzano tutte le menzogne che ci sono state propinate in questi anni; analizzano i depistaggi che ci hanno propinato un falso e assolutamente improbabile pentito come Scarantino perché non si arrivasse alla famiglia dei Graviano.
Perché non si arrivasse ai personaggi che con questi, attraverso Marcello Dell’Utri, erano in contatto.
Possono farlo grazie ai nuovi elementi messi in luce da quei magistrati coraggiosi che stanno facendo di tutto per togliere lo spesso velo che finora ha coperto i veri mandanti di quella strage ed i depistaggi che ne hanno coperto le responsabilità.

Mentre scrivo questa breve nota mi arriva la notizia che al collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, una delle fonti principali tramite le quali si è finalmente potuto arrivare a queste inconfessabili verità, è stato escluso dal programma di protezione.
Per questa assurda decisione è stato utilizzato il limite dei “180 giorni” inserito nello stravolgimento della legge sui collaboratori di Giustizia fatta approvare da questo governo per pagare una delle tante cambiali contratte durante la trattativa.
Per pagare un’altra cambiale stanno per approvare una legge sulle intercettazioni che toglierà ai magistrati ed alle forze dell’ordine uno dei mezzi fondamentali per arrivare alla verità.
Per impedirci di sapere stanno per approvare una legge che impedirà ai mezzi di informazione di pubblicare le notizie sulle indagini e sugli stessi nomi dei magistrati.
Perché la verità non deve essere conosciuta, a tutti i costi.
Non per nulla il capo del Governo ha definito le stragi di Capaci e di Via D’Amelio “vecchie storie” per investigare sulle quali non vale la pena di spendere i soldi degli italiani.
Ma sono “vecchie storie” il cui sangue non si è ancora asciugato sul selciato di Capaci, di Via D’Amelio, di Via Palestro e di Via dei Georgofili, e non si asciugherà fino a quando non verrà fatta Giustizia.

Salvatore Borsellino (
MicroMega on line, 16 giugno 2010)