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Il blog di Alessandro Tauro: Il nucleare italiano ad un passo dalla fine: la Corte Costituzionale boccia la legge sull’energia

Evviva, buone notizie!

Fonte: Il blog di Alessandro Tauro: Il nucleare italiano ad un passo dalla fine: la Corte Costituzionale boccia la legge sull’energia.

Era stato il fiore all’occhiello del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dell’ex ministro per lo Sviluppo Economico Claudio Scajola. Il percorso intrapreso non sembrava ammettere sbandate, deviazioni o rallentamenti: il ritorno dell’energia nucleare in Italia era un obiettivo primario ed imprescindibile dell’agenda di governo, anche a fronte della scarsissima popolarità (e dei numerosi timori) che questa “tecnica energetica” riscuote ancora oggi in Italia.

Tre giorni fa la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della sentenza numero 215 del 9 giugno 2010, con la quale la Corte Costituzionale ha decretato un vero e proprio stop alla corsa all’atomo del governo italiano.

La legge incriminata è la numero 102, del 3 agosto 2009, conversione del decreto-legge numero 78.

Con essa, all’articolo 4, il governo apriva alle procedure d’urgenza per la costruzione di nuove infrastrutture per la produzione di energia elettrica, da leggersi più comunemente come “nuove centrali nucleari”.
Il governo aveva piena potestà esclusiva in materia di trasmissione e distribuzione e competenza congiunta con le regioni per quanto concerne la produzione e, quindi, la collocazione dei nuovi impianti.

Le nuove centrali rientravano in un piano di urgenza “in riferimento allo sviluppo socio-economico” (non a caso la legge in questione è il famoso “pacchetto anti-crisi”) e si stabiliva la loro edificazione per mezzo di capitali “prevalentemente o interamente privati“.
Ai fini di attuazione, il governo istituiva la figura di uno o più Commissari straordinari del governo, con poteri esclusivi e totali in tema di nuovi impianti energetici, al punto tale da poter scavalcare tutti gli enti coinvolti (a partire dai comuni e dalle regioni) per la scelta delle nuove sedi nucleari nazionali.

Sono stati proprio il mix tra “ragione d’urgenza” ed “utilizzo di capitali privati” e la privazione dei poteri decisionali delle regioni in materia ad aver condotto la Corte Costituzionale a cassare l’intero articolo, nei commi che vanno dall’1 al 4.

Secondo quanto stabilito dalla suprema corte di giustizia italiana, “trattandosi di iniziative di rilievo strategico, ogni motivo d’urgenza dovrebbe comportare l’assunzione diretta, da parte dello Stato. Invece la disposizione impugnata stabilisce che gli interventi da essa previsti debbano essere realizzati con capitale interamente o prevalentemente privato, che per sua natura è aleatorio, sia quanto all’an che al quantum“.

Inoltre, per quanto concerne la depotenziazione delle regioni in materia, la Corte Costituzionale afferma che “se le presunte ragioni dell’urgenza non sono tali da rendere certo che sia lo stesso Stato, per esigenze di esercizio unitario, a doversi occupare dell’esecuzione immediata delle opere, non c’è motivo di sottrarre alle Regioni la competenza nella realizzazione degli interventi“.

E conclude deliberando che “i canoni di pertinenza e proporzionalità richiesti dalla giurisprudenza costituzionale al fine di riconoscere la legittimità di previsioni legislative che attraggano in capo allo Stato funzioni di competenza delle Regioni non sono stati, quindi, rispettati“.

Quanto stabilito dalla Consulta, ancora una volta nel silenzio quasi tombale della stampa nazionale, apre ad una vera e propria svolta in termini energetici e ostruisce, di fatto e sin da adesso, un percorso accelerato verso la creazione di nuove centrali nucleari.

Le procedure d’urgenza, che consentirebbero nell’ordine di 10-15 anni, di avere energia nucleare operativa in Italia, confliggono con la necessità imprescindibile del governo di attribuire i costi di produzione degli impianti ai singoli privati. E l’automatico decadimento delle ragioni d’urgenza, ipso facto, determinano il ripristino automatico della facoltà degli enti locali, ed in particolar modo delle regioni, di appoggiare o rigettare integralmente le scelte operative e territoriali dell’esecutivo nazionale.

Per un governo ancora privo di ministri deputati alla gestione delle questioni energetiche (dalle dimissioni di Claudio Scajola l’interim delle Attività Produttive è ancora nelle mani del premier Berlusconi), non si prospettano tempi facili.
Il nucleare italiano è ad un passo dalla morte prima ancora della sua nascita. La battaglia dei governatori Vendola, Errani e Lorenzetti contro il nucleare italiano sembra aver portato ad una prima, gigantesca e, forse per gli stessi ricorrenti, insperata vittoria.

ComeDonChisciotte – IL BUSINESS NASCOSTO SOTTO LA MACCHIA DI PETROLIO DI BP

ComeDonChisciotte – IL BUSINESS NASCOSTO SOTTO LA MACCHIA DI PETROLIO DI BP.

DI MAURO BOTTARELLI
ilsussidiario.net

Nella rubrica di oggi potevo parlarvi di Borsa, volatilità, crisi del debito, collocazione di bonds governativi e quant’altro: lo abbiamo fatto fino a oggi, riprenderemo a farlo dalla settimana prossima.

Quest’oggi parliamo della marea nera scatenata dal guasto all’impianto di British Petroleum nel Golfo del Messico, una tragedia ambientale che da settimane riempie pagine di giornali e le headlines dei principali tg. Per una volta non sembrano esserci dubbi nell’identificazione di buoni e cattivi: i primi sono i dirigenti della Bp, il secondo è Barack Obama che, dopo aver promesso di prendere a calci nel sedere i responsabili e passato ore a parlare con i pescatori della Louisiana, ieri ha mostrato una faccia ancor più dura.

I vertici dell’azienda petrolifera britannici, infatti, sono stati accolti con freddezza glaciale alla Casa Bianca e nonostante abbiano dato l’ok all’esborso di 20 miliardi di dollari per ripagare i danni causati, si sono sentiti rispondere dal numero uno della Casa Bianca che quella cifra «non rappresenta il tetto massimo». Ovvero, preparatevi a scucire molto altro denaro, ormai siete sotto scacco non mio ma dell’intero pianeta che vi odia a morte.

Sembra il film “Wag the dog”, una creazione mediatica straordinaria. Sono bastate, infatti, le immagini di quattro pennuti con le ali impiastrate di greggio e tre interviste ad altrettanti esperti pronti a proclamare la morte dell’oceano, per chiudere completamente gli occhi del mondo al molto altro che sta dietro alla vicenda che vede prootagonista la piattaforma Deepwater Horizon.

Lasciate stare che il paladino del mondo, ovvero Barack Obama, non più tardi di quattro mesi fa aveva autorizzato trivellazioni offshore anche nel “giardino delle rose” della Casa Bianca per non dipendere più dalla bizze ricattatorie dell’Opec e della speculazione otc sui futures, salvo ora trasformarsi nel Fulco Pratesi di turno, il problema è altro: che quell’incidente sarebbe accaduto lo si sapeva da mesi e mesi, era questione di tempo. Anzi, di timing visto che le implicazioni sono anche – e forse soprattutto – economche e finanziarie: prima delle quali, uccidere Bp, renderla scalabile e ottenere a prezzo di saldo le sue attività estrattive.

Cominciamo dal principio. La Deepwater Horizon, carta canta nei documenti ufficiali, è stata classificata fin dall’inizio della sua attività un progetto potenzialmente soggetto ai cosiddetto “low probability, high impact event”, classificazione che vede tra gli altri incidenti occorsi l’11 settembre, l’esplosione dello Shuttle e l’uragano Katrina: come per questi casi, l’ipotesi di “worst case scenario” è stata completamente ignorata. Con dolo o meno, lo scopriremo dopo.

Cosa è accaduto, quindi? Due sono le paroline magiche, “blowout preventer”, ovvero un meccanismo meccanico che fisicamente deve evitare possibili fuoriuscite di petrolio: nel caso della Deepwater Horizon, entrambi questi aggeggi, uno attivato manualmente e uno di back-up automatico, hanno fatto cilecca. Quando accadono incidenti di questo genere, ci dice Robert Bea, docente di Ingegneria alla University of California, le responsabilità si diramano in tre direzioni o filiere: i lavoratori della piattaforma, il cosiddetto “errore umano”, le gerarchie dell’azienda per cui questi operai lavorano e le burocrazie governative che sovraintendono i lavori, ovvero i cosiddetti controllori o regolatori.

Bea, dopo aver lavorato su una casistica di circa 600 incidenti in strutture estrattive, ha concluso che nell’80% dei casi le responsabilità sono imputabili a «fattori umani e organizzativi» , a loro volta all’interno di questa percentuale la metà fa capo a carenza nel design ingegneristico della struttura riguardo l’equipaggiamento o i processi estrattivi. Per Bea, quanto accaduto ha molto a che fare con l’uragano Katrina, «un misto di hubris, arroganza, ignoranza combinato con l’azzardo della natura».

“Maledetti, avidi inglesi perforatori!”, gridano in tutto il mondo. Peccato che la Bp sia solo corresponsabile, visto che nel caso della Deepwater Horizon ci troviamo di fronte a un classico caso di frammentazione delle responsabilità: la piattaforma è un’operazione di British Petroleum ma quest’ultima ha ottenuto il leasing della struttura dalla Transocean e i lavori, fattivi, quando l’incidente è accaduto erano in mano alla Halliburton, potentissima azienda statunitense che vede ai vertici una vecchia volpe della politica statunitense come Dick Cheney, braccio destro dell’ex presidente Usa, George W. Bush e uomo potentissimo per quanto riguarda la questione petrolio.

Il fatto è che questi tre soggetti hanno interessi diversi rispetto non solo alla Deepwtare Horizon ma all’intero processo operativo: Bp è interessata all’accesso alle risorse di idrocarburi per mandare avanti le sue raffinerie e la rete di distribuzione. Halliburton offre invece servizi sul campo, ovvero operativi. Transocean, infine, opera come un taxi: insomma, diversi obiettivi e quindi diversi processi operativi. Peccato che, in pasto all’opinione pubblica, sia stata data solo Bp.

Per Andrew Hopkins, un sociologo della Australian National University, quanto accaduto «è simile a quanto successo con la crisi finanziaria. I grandi manager ricevono enormi bonus per rischi presi quest’anno o l’anno scorso, il problema, i rischi reali, per tutti, arriveranno nelle case di tutti anni dopo».

Non la pensavano così negli Usa, nemmeno nell’epoca Obama (abbia già ricordato la sua decisione della scorsa primavera di trivellare l’Alaska senza tante precauzioni), visto che le decisioni governative riguardo le piattaforme estrattive si sono basate sempre sul principio del “tanto non succederà nulla”. Chi deve controllare e sovraintendere è il Minerals Management Service (MMS), una divisione dell’Interior Department, il quale dagli anni Ottanta in poi ha basato i suoi check riguardo l’operatività delle strutture su un principio unico: esenzione. Ovvero, nessun controllo sull’impatto ambientale delle varie aziende e strutture operanti: si opera sub judice e via così, a certificarlo con una denuncia molto circostanziata è stato non il sottoscritto ma Holly Doremus, professor di legislazione ambientale ad Harvard.

Nel silenzio degli altri media, troppo occupati a mostrare immagini catastrofiche e volontari al lavoro, Washington Post e Associated Press hanno certificato e scritto che la Deepwater Horizon aveva ottenuto una nuova esenzione (in gergo tecnico “Categorical exclusion”) lo scorso anno: su cosa si basava questa certezza operativa, questo ennesimo nulla osta? Calcoli empirici pubblicati nel 2007 in base ai quali la “most likely size”, la quantità più probabile di petrolio che si sarebbe riversata in mare in caso di incidente, sarebbe stata pari a 4.600 barili. Peccato che nel Golfo del Messico, a oggi, siamo sopra quota 80mila barili riversati: complimenti ai controllori e regolatori, oltre a chi stava operando in quel momento sulla piattaforma!

Già, perchè se come sembra l’errore è stato umano e dovuto alla non attivazione dei due “blowout preventers”, perché la Casa Bianca non si è infuriata con la potente e statunitense Halliburton, in carico operativo sulla struttura? Chiedetelo al presidente che minaccia calci nel sedere ma si guarda bene dal toccare interessi nazionali più grandi di lui: e forse, così facendo, capirete anche la stizza malcelata del premier britannico, David Cameron, per il crucifige generale ed esclusivo contro Bp.

Colmo dei colmi, ieri Washington ha annunciato un’inchiesta federale sull’accaduto: e a chi sarà affidata? Allo stesso MMS, l’ente dall’esenzione facile. Come ha dichiarato ancora Andrew Hopkins, «la MMS è il regolatore e un fallimento della regolamentazione è parte di questo disastro. Quindi, MMS sta per investigare su se stessa. Direi che è quantomeno totalmente inappropriato». Pensate il quadro sia già sufficientemente esaustivo da rimettere un po’ in discussione il can can mediatico e politico di questo periodo? Sbagliate. Il bello arriva ora e potete desumerlo da questa tabella. (http://moneycentral.msn.com/ownership?Holding=Institutional+Ownership&Symbol=BP )

Al 31 marzo di quest’anno, come sempre, Thomson Reuters ha reso noto l’assetto proprietario di Bp dopo il primo trimestre dell’anno: mancava poco all’incidente, proprio poco e guardate un po’ chi ha scaricato 4.680.822 di azioni di British Petroleum per un valore di 250 milioni di dollari e pari al 44% del totale? Goldman Sachs, banca d’affari legata a doppio filo a Washington e all’establishment politico e soprattutto unica banca d’affari che fa soldi quando gli altri perdono: loro non si scottano mai le dita.

Perchè sono i più bravi, questo è innegabile e va detto per evitare di scadere nel complottismo: certo, il fatto che quella piattaforma fosse a rischio lo certificava l’MMS con le sue esenzioni, certo il fatto che le azioni di Bp siano crollate è altrettanto vero – se le avesse tenute, Goldman avrebbe perso il 36% del loro valore – ma non sono quelle “briciole” a far paura a un gigante come la firm newyorchese: il danno è reale, le responsabilità diffuse ma veicolandole in modo giusto e nascondendo alcune di esse, magari Bp diviene scalabile e le sue attività acquisibili.

Ma non solo Goldman ha magicamente scaricato le azioni di Bp giusto in tempo: Wachovia ne ha vendute 2.667.419 e Ubs qualcosa come 2.125.566. Ripeto non è il numero di azioni o il controvalore a dover far riflettere ma il timing: ma come, Obama dà luce verde a trivellazioni offshore ovunque e soggetti del genere escono dal business? Strano. In compenso, qualcuno ha comprato. Chi? Ad esempio Wells Fargo, acquirente di 2.398.870 azioni: strano però, visto che Wells Fargo è proprietario della “scaltra venditrice” Wachovia. Puzza di partita di giro, almeno al sottoscritto. E chi altro? La Fondazione Melinda e Bill Gates, quella patrocinata dal signor Microsoft e il Wellington Management, una grande asset firm: bella fregatura hanno preso, almeno formalmente.

Il fatto strano è che a metà marzo, prima della vendita, il sito di ricerche di mercato Morningstar, quotava le azioni di Bp con un rating di tre stelle su cinque, quindi fomalmente appetibile: Goldman Sachs, per una volta, aveva sbagliato la scelta ed è stata “salvata” dall’incidente? No, perché nella descrizione del titolo, Morningstar elencava solo le debolezze di Bp, ovvero «la minore integrazione di Bp rispetto a Shell o ExxonMobil, le fluttuazioni del prezzo del petrolio, potenziali perdite dovute a rischi politici, soprattutto la forte esposizione in Russia (il consorzio Tnk-Bp, terzo gruppo petrolifero del paese, con 100mila occupati e la brutta idea di voler mettere i bastoni tra le ruote a Gazprom che ha portato con sé l’espulsione del presidente del gruppo, la presa di ostaggi tra gli operai da parte del governo di Mosca e altre manifestazioni democratica di amore per la concorrenza, ndr)».

E, infine, il meglio: «Spaccature causate da limiti ambientali e operativi potrebbero ulteriormente limitare il potenziale di guadagno». Accidenti, o portano sfiga o sono dei portenti questi di Morningstar! Peccato, poi, che in febbraio altri analisti di Morningstar, in una nota separata, avevano invece salutato come un portento il risultati presentati da Bp nel quarto trimestre dello scorso anno dicendosi «incoraggiati dai continui guadagni grazie a nuovi progetti e tagli dei costi».

Come cambiano le cose, in pochi giorni! Un bel quadretto, non c’è che dire. Ora, il disastro ambientale, immane, resta ma non fatevi abbindolare dalla faccia contrita di Barack Obama mentre parla con i pescatori o dalle immagini di pennuti con le ali intrise di petrolio: dietro a quanto sta accadendo c’è molto di più, responsabilità molto diffuse e in alto e soprattutto interessi.

Lo certificava il 2 giugno scorso il sito di Bloomberg, gente che di mercati ne sa qualcosa: «Bp a rischio poiché il crollo delle azioni alimenta le voci di scalata», aggiornato addirittura quattro volte in un solo giorno. Chissà che a ExxonMobil, principale concorrente di Bp negli Stati Uniti, qualcuno non ci stia pensando, visto l’improbabile scalata di Shell, che già nel 2004 doveva fondersi con British Petroleum: con tutte quelle azioni vendute o passate di mano a soggetti così fedeli alla Casa Bianca e agli interessi, leggittimi, degli Usa…

Mauro Bottarelli
Fonte: www.ilsussidiario.net
Link: http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2010/6/18/MAREA-NERA-Il-giallo-del-rapporto-segreto-sugli-operai-della-BP-che-si-sono-ammalati-tentando-di-arginare-il-petrolio/3/93694/
18.06.2010

La più grave catastrofe ambientale della storia si sta consumando nel Golfo del Messico | www.ecplanet.com

Fonte: La più grave catastrofe ambientale della storia si sta consumando nel Golfo del Messico | www.ecplanet.com.

Apprendo da televideo che domani (martedì 15 giugno) il presidente Obama avrebbe in programma un discorso alla nazione, presumibilmente per comunicare alla popolazione gli ultimi dati relativi al disastro ambientale del Golfo del Messico.

In attesa di compilare un articolo ben più esaustivo sull’argomento, magari dopo aver sentito cosa comunicherà questa brillante guida della nazione statunitense, mi sembra doveroso comunicarvi un riassunto delle conclusioni basate sulle informazioni trapelate da alcuni scienziati costretti al silenzio (informazioni esaminate da altri specialisti che ne confermano l’attendibilità) e che i media si guardano bene dal dare:

Si stima che la pressione con la quale il petrolio fuoriesce nelle acque del Golfo sia compresa tra 20.000 e 70.000 PSI (libbre per pollice quadro): una pressione impossibile da controllare. Si stima inoltre che la quantità giornaliera di petrolio che fuoriesce dal fondo marino sia compresa tra 80.000 e 100.000 barili di petrolio. Il flusso di petrolio e gas che fuoriesce ad alta pressione dal pozzo trascina con sé sabbia e roccia, i quali producono un effetto erosivo su quel che rimane di quest’ultimo e sul foro di uscita. Di conseguenza, il diametro continua ad allargarsi, aumentando la quantità di petrolio che fuoriesce. Qualunque dispositivo di contenimento piazzato sopra il pozzo non è in grado di resistere all’enorme pressione.

Il petrolio ha ormai raggiunto la Corrente del Golfo e sta entrando nel ciclo della corrente oceanica, la quale è almeno quattro volte più forte della prima e lo porterà in giro per il mondo entro 18 mesi. Le possibili conseguenze di una tale alterazione dell’ambiente marino sono al momento imprevedibili.

Il petrolio, insieme ai gas, il benzene e svariate altre tossine, sta eliminando l’ossigeno presente nell’acqua, uccidendo tutte le forme di vita nell’oceano. Oltre al petrolio, sulle coste arriveranno quindi enormi quantità di pesci e altri animali morti, aggravando ulteriormente la situazione ambientale.

Una volta che l’intensa pressione avrà rimosso la testa del pozzo, il foro continuerà ad allargarsi e il petrolio potrà sgorgare liberamente nel Golfo del Messico. Quando dall’enorme sacca che si trova 8 chilometri al di sotto del fondo oceanico saranno fuoriusciti svariati MILIARDI di barili di petrolio, la pressione inizierà a normalizzarsi. A questo punto la grande pressione dell’acqua alla profondità di circa 1.500 metri indurrà quest’ultima a penetrare nel buco e quindi nella sacca precedentemente occupata dal petrolio. Si stima che a quella profondità la temperatura possa raggiungere e forse superare i 200°C. L’acqua che penetra si trasformerà in vapore, creando un’enorme quantità di forza e sollevando il fondo oceanico. Difficile stabilire quanta acqua entrerà nella sacca e di conseguenza calcolare di quanto si potrà sollevare il fondo. È possibile che questo fenomeno crei uno tsunami con onde tra i 6 e i 25 metri, e forse anche di più. Dopodiché il fondo collasserà nella sacca ormai vuota: il modo con cui la natura sigillerà il buco.

A seconda dell’altezza delle onde dello tsunami, i detriti oceanici, il petrolio e le strutture esistenti verranno spazzate lungo le coste e nell’entroterra, devastando completamente l’area per un’ampiezza tra gli 80 e i 300 chilometri. Anche rimuovendo i detriti, gli elementi contaminanti che rimarranno nel terreno e nelle falde acquifere impediranno la ripopolazione di queste aree per un imprecisato numero di anni.

Naturalmente mi auguro di tutto cuore che questo pauroso scenario non abbia mai a verificarsi, ma è un fatto che tutti i tentativi sinora operati dalla BP per fermare la fuoriuscita di petrolio sono miseramente falliti, così come l’esistenza di un “cordone sanitario” attorno agli operatori impegnati nella zona che impedisce qualunque contatto con la stampa, i giornalisti, etc. Tornerò presto su questo e molto altro nel mio prossimo intervento;

Craxi, Berlusconi, Del Turco. Una faccia, una razza.

L’Abruzzo non è stato colpito solo dal terremoto, perché prima che la forza distruttrice della natura si accanisse la regione era già stata depredata e saccheggiata e avvelenata da una classe dirigente rapace e disonesta.

In Abruzzo c’è una delle più grandi e pericolose discariche di materiali tossici d’Europa, sicuramente la più grande d’Italia, dove il materiale di scarto delle lavorazioni chimiche più nocive (su tutte l’iprite) si è andato accumulando fin dagli anni ’30 accanto al letto del fiume Tirino, appena prima che si congiunga con il fiiume Pescara. Accumulato non accidentalmente, ma scaricato dalla grande fabbrica chimica in loco e poi arricchito dai rifiuti industriali provenienti dal Nord Italia…

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Antimafia Duemila – L’inchiesta: tutta la verita’ su Ilaria e Miran

Antimafia Duemila – L’inchiesta: tutta la verita’ su Ilaria e Miran.

Ecco dunque la verità.  Il 20 marzo 1994 Ilaria e Miran furono vittime di un agguato ordinato perché la giornalista del Tg3 non rivelasse la ragnatela di interessi criminali fra uomini della Cooperazione, allora gestita dall’entourage di Bettino Craxi, faccendieri, organizzazioni mafiose, con l’aiuto di funzionari dei servizi segreti. Traffici d’armi in cambio dell’autorizzazione a inviare in Somalia, per esservi seppellite a terra o affondate in mare, enormi quantità di rifiuti tossici, che stanno seminando malattie e morte fra la popolazione del Corno d’Africa. Nella vicenda si susseguono le menzogne, i depistaggi, i silenzi avvolti nel segreto di stato, le coperture dei Servizi allo sporco affare. L’appello dell’associazione che difende la memoria di una giovane giornalista che credeva nella ricerca della verità risuona oggi come un allarme.

Quegli stessi servizi segreti, non «deviati» come vengono comodamente definiti, ma ufficiali e istituzionali, hanno lasciato scie di sangue e omertà in tanti fatti che hanno scosso la Repubblica. Fino ai delitti di mafia e alle stragi degli anni 90, per proteggere interessi politici e affaristici, «longa manus» di coloro che fanno della corruzione la radice stessa del potere.

Leggi anche: Porto nucleare

…Centinaia di container seppelliti nella banchina. Dialoghi intercettati sullo smaltimento di rifiuti tossici. in un dossier di greenpeace, gli scandali su cui indagava Ilaria Alpi…

Antimafia Duemila – Nucleare: Cina in maggio fuga radioattiva a Daya Bay

Resta da capire cosa intendano le autorità cinesi per “estremamente piccola”

Fonte: Antimafia Duemila – Nucleare: Cina in maggio fuga radioattiva a Daya Bay.

“Una fuga estremamente piccola” di radioattivita’ si e’ verificata in uno dei due reattori della centrale nucleare di Daya Bay, nel sud della Cina. L’episodio il 23 maggio scorso. L’ammissione arriva dalla China Guangdong Nuclear Power Group, che gestisce l’ impianto, in un comunicato pubblicato oggi dalla stampa cinese. Secondo la compagnia sarebbe aumentato ” leggermente il livello di radioattivita’ nell’impianto di raffreddamento dell’Unita’ 2”senza comunque mettere a rischio la popolazione. I due reattori sarebbero ora regolarmente in fuzione “in piena sicurezza.” L’episodio era gia’ stato denunciato dall’emittente Radio Free Asia che trasmette da Hong Kong e in seguito confermata dal governo dell’ ex-colonia britannica.

Verrà un giorno: De Donno: La trattativa fu gestita da lobby economico-politiche

Se una trattativa vera e propria ci fu, questa la sua ipotesi, essa fu gestita da interessi politico-affaristici, con i quali i ROS non hanno mai avuto a che fare. Anzi, i ROS si trovarono semplicemente in mezzo, “inconsapevolmente”, in un gioco più grande di loro. Come a dire: dopo gli ultimi sviluppi di indagine, tenendo conto anche delle dichiarazioni incrociate di Massimo Ciancimino, dell’ex ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli, dell’ex presidente della Commissione Antimafia Luciano Violante, dell’ex direttore degli Affari Penali Liliana Ferraro, dell’ex segretario generale presso la Presidenza del Consiglio Fernanda Contri, fino ad arrivare alle ultime esternazioni del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, sarà difficile continuare a smentire l’esistenza di una trattativa, ma chi di dovere sappia che le responsabilità vanno cercate altrove. Chi ha orecchie per intendere, intenda.


Leggi tutto: Verrà un giorno: De Donno: La trattativa fu gestita da lobby economico-politiche.

Blog di Beppe Grillo – Il nucleare non è la risposta

Da vedere anche il video in cui il giornalista Gianni Lannes denuncia come la ndrangheta scaricha in mare le scorie nucleari. Il nucleare è una follia, anche economicamente.

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Il nucleare non è la risposta.

Mettersi a discutere con i nuclearisti italiani non solo è inutile, ma controproducente. E’ la classica storia di chi si mette a discutere con un imbecille, chi osserva dall’esterno vede due imbecilli che discutono. Il nucleare è stato respinto da un referendum, punto. Non può essere reintrodotto da lobbisti e reggicoda politici. Il popolo italiano, che è abituato a sopportare quasi qualunque cosa, non lo vuole per istinto di sopravvivenza. Nel Paese con le più potenti mafie del mondo chi gestirebbe le scorie? Il nucleare costa più di qualunque altra energia: chi lo pagherà? L’uranio finirà entro qualche decennio e il suo prezzo aumenta di settimana in settimana, è l’energia MENO rinnovabile del mondo. Helen Caldicott, autrice di: “Il nucleare non è la risposta“, ci spiega la pericolosità del nucleare per i nostri figli e nipoti. Disoccupati, senza pensione e nuclearizzati.

Intervista a Helen Caldicott

H. Caldicott: Mi chiamo Helen Caldicott, sono australiana. Sono una pediatra e specialista in infanzia. Per quattro anni sono stata coinvolta nello studio delle implicazioni mediche del nucleare a scopo energetico e nucleare a scopo bellico. Ho fatto parte del corpo docente della Scuola di Medicina di Harvard e ho praticato la professione medica.

Blog: Perché ci sono ancora Paesi, come la Gran Bretagna, che ricorrono al nucleare nel mix energetico?

H. Caldicott: Molte persone ignorano quali sia il ciclo del combustibile nucleare e quali siano le conseguenze sul corpo dell’esposizione a radiazioni e di tutti gli altri aspetti della produzione di energia nucleare: l’estrazione e la lavorazione dell’uranio, l’arricchimento, la costruzione di un reattore, le radiazioni emesse dal reattore a regime, la concentrazione delle radiazioni nella catena alimentare e nel latte materno, nei polmoni. E poi i rifiuti radioattivi che durano mezzo milione di anni e contaminano la catena alimentare. Quindi la gente mangerà cibo radioattivo. I bambini sono dieci, venti volte più esposti degli adulti ai danni delle radiazioni. I feti, migliaia di volte.
Le persone non sembrano comprenderlo. È un problema medico. La maggior parte della gente non ha le informazioni biologiche per comprendere il problema. Così, l’industria nucleare ha spinto un’enorme campagna di propaganda dicendo che loro sono la risposta al surriscaldamento globale, perché non producono anidride carbonica.
In realtà producono grandi quantità di anidride carbonica, così come producono epidemie di cancro, leucemie e malattie genetiche nelle generazioni future.

Blog: Qual è quindi il reale costo dell’energia nucleare, considerando il costo sostenuto dalla società?

H. Caldicott: Costruire un reattore nucleare costa dai 12 ai 15 miliardi di dollari. Ma tutti i costi accessori di arricchimento dell’uranio, gli enormi costi di assicurazioni pagati dal governo – il governo sussidia l’intero bilancio dell’industria nucleare -, i costi per gli interventi medici conseguenti non sono compresi. I costi del trattamento di pazienti – soprattutto bambini – affetti da cancro o patologie genetiche o i costi per lo stoccaggio delle scorie nucleari per mezzo milione di anni non sono mai inclusi. Il trasporto delle scorie nucleari non è mai compreso.
È talmente più economico investire in energie da fonti rinnovabili, come l’eolico, il solare, il geotermico e la cogenerazione, alta efficienza nell’uso dell’elettricità.

Blog: Non esiste quindi un nucleare sicuro?

H. Caldicott: Non esiste assolutamente una strategia nucleare sicura. Nel mio libro spiego perché il nucleare non è la risposta al surriscaldamento globale. Lo capirete leggendo il libro. L’Italia non deve costruire centrali, ma sono sicura che Berlusconi non capisce quello di cui sto parlando.

Blog: Chi vuole dunque l’energia nucleare?

H. Caldicott: I politici sono stati i destinatari di una grande campagna di propaganda, e forse di denaro – non so. I politici sono analfabeti in materia scientifica e medica. In altre parole non capiscono la scienza. Come Berlusconi, che scienza è in grado di capire lui? Conosce forse la medicina e i tempi sufficienti per contrarre un cancro dopo essere stati irradiati per 5 o 6 anni? Non conosce forse i risultati di Hiroshima e Nagasaki?
Molti politici sono lo “scudo di bronzo” dell’industria nucleare, o dell’industria petrolifera o del carbone. Vanno dove va il denaro, non dove dovrebbe puntare il futuro e il benessere delle persone.

Blog: Che ci dice delle lobbies militari dietro l’industria nucleare?

H. Caldicott: Naturalmente la tecnologia nucleare trae origine dal progetto Manhattan che produsse plutonio per armare bombe. L’energia nucleare è una conseguenza di questa tecnologia nata per il senso di colpa degli scienziati responsabili della morte di circa 200.000 persone uccise letteralmente in un lampo. Ritenevano che se avessero estratto energia dall’atomo per usi civili, il loro senso di colpa sarebbe diminuito. Ho conosciuto e lavorato con alcuni di quegli scienziati e posso dirvi che hanno sempre odiato le armi nucleari e che sono morti ancora attanagliati dal senso di colpa. Sapevano, sapevano quanto fosse e quanto sia pericoloso il nucleare. Oggi sono tutti nelle loro tombe.
Dovete anche sapere che ogni centrale nucleare produce circa 250 kg di plutonio l’anno. Il plutonio dura mezzo milione di anni e puoi costruirne una testata nucleare con 5 kg. Ogni nazione che possiede un reattore nucleare può costruire facilmente centinaia di bombe atomiche, se lo desidera. Questo è il motivo per cui si è così preoccupati dell’Iran. È così che Israele ha costruito le sue testate, così la Gran Bretagna, la Francia, il Pakistan e l’India, la Cina. Le armi e l’energia nucleare sono parti della stessa industria. Quando disponi della tecnologia nucleare, puoi produrre armi atomiche. Berlusconi vuole forse delle armi nucleari?

Blog: Speriamo di no! C’è almeno un esempio al mondo di corretta gestione delle scorie nucleari?

H. Caldicott: No, non ce ne sono e non ce ne sarà mai uno. Quale che sia il materiale all’interno del quale venga stoccato, si deteriorerà. Il cemento presenterà infiltrazioni, il metallo arrugginirà e il materiale fuoriuscirà contaminando l’ambiente, l’acqua, il cibo, il latte, la carne. La gente mangerà cibo radioattivo. I bambini nasceranno deformi. Nascono bambini deformi a Falluja e Bassora, in Iraq dove sono state usate armi atomiche. Infatti a Falluja i dottori consigliano alle donne di non avere affatto figli. La quasi totalità dei bambini nasce con serie deformità: mancano del cervello o di un occhio, delle braccia. È davvero … è ciò che ci riserva questo futuro.

Blog: Cosa dovrebbero fare i cittadini per abbandonare l’opzione nucleare?

H. Caldicott: Per prima cosa devono essere bene informati. È imperativo che comprendano le informazioni. So che il mio libro è stato tradotto in italiano. Tutti quelli che ci ascoltano dovrebbero leggere “Il nucleare non è la risposta” e una volta letto devono trascorrere qualche giorno con le loro emozioni e decidere quello che intendono fare.
Abbiamo davvero bisogno di una rivoluzione contro questa industria nucleare spaventosa. È molto, molto peggiore dell’industria del tabacco. Molto peggio del fumo.
Le persone devono utilizzare le loro democrazie. Devono andare a incontrare i loro politici e informarli. Andate a trovare Berlusconi. Occupate il suo ufficio.
Gli italiani sono bravi. Sono appassionati. Sono sicura che troveranno il modo per assicurarsi che il loro Paese chiuda tutte le centrali nucleari!

Marea nera, 10 cose che dovreste sapere

Fonte: Marea nera, 10 cose che dovreste sapere.

In maniera marginale avevo già scritto qualcosa sul disastro petrolifero della BP, riproponendo un vecchio articolo di Murray Rothbard. La realtà di questi giorni è però di gran lunga più complessa.

É da 49 giorni che la piattaforma della BP, Deepwater Horizon, è esplosa nel Golfo del Messico. Da quel momento, è iniziata l’emorragia di greggio nelle acque oceaniche. Sebbene la BP ufficialmente affermi che solo poche migliaia di barili vengono persi al giorno, gli esperti stimano il danno in 60,000 barili, ovvero più di 2,5 milioni di galloni al giorno. Forse, ne sapremmo di più se la BP non avesse proibito agli ingegneri indipendenti di ispezionare la falla. Un trattamento analogo, grazie alla solerte collaborazione della Guardia Costiera statunitense, è stato riservato ai giornalisti. I rimedi per fermare la perdita sono risultate poco brillanti, e diversamente dall’ultimo grande incidente petrolifero – l’Exxon Valdez nel 1989 – il petrolio fuoriesce dal suolo, non da una petroliera, quindi non abbiamo la minima idea di quando si fermerà. I mass media stanno seguendo il disastro con articoli in prima pagina e notiziari notturni ogni giorno, ma gli aspetti nascosti di questo racconto da brividi dipingono un interessante quadro degli attori e delle azioni dietro la catastrofe. Ecco alcune cose che dovreste sapere sulla BP:

#1) Il proprietario della piattaforma ha guadagnato 270 milioni di dollari da questo incidente. La Transocean Ltd., la proprietaria della Deepwater Horizon, ceduta in affitto alla BP, è sempre stata nell’ombra del radar dei principali notiziari. Si tratta del più grande contractor di trivellazioni in mare aperto, la compagnia ha sede in Svizzera e non è nuova a disastri petroliferi. La piattaforma è stata assicurata per una somma di gran lunga più grande rispetto al suo valore.
#2) La BP ha un lungo curriculum di disastri petroliferi negli Stati Uniti. Nel 2005, la raffineria a Texas City esplose, uccidendo 15 lavoratori e ferendone 170. L’anno successivo, uno degli oleodotti in Alaska per un guasto perse 200,000 galloni di greggio. Secondo Public Citizen la BP pagò una multa di 550 milioni di dollari in multe. La corporation è particolarmente propensa a violare il Clean Air Act e il Clean Water Act, e ha pagato le due multe più onerose nella storia dell’Occupational Safety and Health Administration (è una sorpresa che la BP ha avuto un ruolo centrale, sebbene passato in secondo piano, nel tentativo fallito di contenere la perdita della Exxon Valdez?) Con la Deepwater Horizon il trend non è cambiato.In aggiunta alla scelta di un più conveniente e meno sicuro rivestimento per equipaggiare il pozzo, la compagnia ha scelto di non dotare la Deepwater Horizon con un meccanismo acustico, un’opzione che avrebbe potuto chiudere il pozzo anche se fosse stato pesantemente danneggiato, e che è richiesto nei paesi più sviluppati che permettono le trivellazioni in mare aperto. Infatti la BP utilizza questi strumenti nelle sue piattaforme a largo dell’Inghilterra, ma poichè gli Stati Uniti si limitano a raccomandarli, la BP non ha alcun incentivo a dotarsene, nonostante costino solo 500,000 dollari. Una cifra che secondo seizeBP.org, la compagnia guadagna in meno di otto minuti.
#3) Le perdite di greggio sono un costo d’impresa per la BP. Secondo l’Harte Research Institute, circa 1,6 miliardi di dollari in attività economiche annuali sono a rischio per via del disastro della Deepwater Horizon. Comparate questo numero all’attuale somma che la BP deve pagare per danni economici come posti di lavoro e turisti persi, che ammonta a 75 milioni di dollari. Comparateli ai profitti del primo quadrimestre, registrati dalla BP a una settimana dall’incidente: 6 miliardi di dollari. Tony Hayward, l’amministratore delegato di BP, ha solennemente promesso che la somma coperta sarà più di quella richiesta inizialmente. Il 10 maggio la BP ha annunciato che erano stati spesi 350 milioni di dollari. Che gesto generoso da parte di una compagnia valutata 152,6 miliardi di dollari e che guadagna 93 milioni di dollari ogni giorno.
#4) Il Dipartimento dell’Interno è complice. I primi allarmi su possibili guasti dei sistemi di supporto risalgono a dieci anni fa. Il Dipartimento dell’Interno dichiarò un’allerta per la sicurezza, ma poi lasciò decidere alle compagnie che supporti utilizzare. Nel 2007 lo stesso dipartimento minimizzò le possibilità e i danni di una perdita. Probabilmente la filiale della Louisiana del Dipartimento dell’Interno potrebbe essere confusa per via della propria fraternizzazione con l’industria del petrolio. La Minerals Management Service, ovvero l’agenzia che supervisiona le trivellazioni in alto mare, accetta quotidianamente regali dalle aziende petrolifere e persino si considera una branca delle stesse, piuttosto che un’agenzia di regolazione governativa. Volare sugli aerei privati non era un evento raro per gli ispettori della MMS in Lousiana, un rapporto federale riporta: “Le gare di tiro al piattello, le battute di caccia, la pesca, i tornei di golf e le feste di Natale” erano passatempi comuni. Attività che non hanno permesso agli ispettori di obbligare la BP a stilare un rapporto sui danni di un’eventuale perdita di greggio. Non stupisce che il Dipartimento dell’Interno, dal 20 aprile, giorno in cui è esplosa da Deepwater Horizon, abbia approvato 27 nuovi permessi per la trivellazione in mare aperto. Due di questi sono per la BP. Analogamente non stupisce che la BP, dal 2000, abbia guadagnato più di 9 miliardi di dollari attraverso gli appalti governativi.
#5) Le prospettive di bonifica sono minime. I mass media hanno fatto un gran chiasso attorno ai diversi metodi che la BP sta utilizzando per bonificare la perdita di greggio. La realtà è che anche se la BP dovesse trovare un metodo affidabile, gli esperti affermano che il miglior scenario di bonifica consista nel recuperare il 20% del greggio disperso.
#6) La BP non ha un piano reale di bonfica.
#7) L’amministratore delegato della BP, poche settimane prima della perdita di greggio, ha venduto 1,4 milioni di dollari delle sue quote del gigante petrolifero. Circa un mese prima dell’esplosione, Tony Hayward ha venduto un terzo della suq quota.

#8) La BP esponeva costantemente i propri impiegati a dei rischi. Un documento interno dimostra come nell’esplosione del 2005 a Texas City, che uccise 15 persone e ne ferì 170, si scelse di risparmiare piuttosto che garantire la sicurezza.

#9) Il Corexit, il famigerato disperdente che la BP continua a riversare in mare, è altamente tossico, non consentito in Europa, ma è prodotto dalla Nalco. Esistono almeno 12 detergenti più efficaci. Nel consiglio d’amministrazione dell’azienda siedono manager della BP, della Exxon e la Goldman Sachs possiede una quota considerevole della Nalco stessa.
#10) Il dato peggiore della calamità della Deepwater Horizon è che nessuno ha la minima idea di cosa fare. Non sappiamo quanto è ingente il danno perchè nessuno può misurare cosa stia accadendo. Non sappiamo come fermarlo e nell’eventualità che accadesse non sappiamo come bonificare. L’incidente potrebbe ripetersi nuovamente nel Golfo, dato che la piattaforma Atlantis sta violando norme di sicurezza cruciali e non dispone di importanti documenti ingegneristici, la cui assenza aumenta notevolmente le probabilità di rischio. L’amministrazione Obama e l’MMS non hanno la minima intenzione di obbligare la BP a fermare le operazioni di trivellazione. Molto probabilmente sono impegnati in una partita di golf.

ComeDonChisciotte – ECCO LA VERA RAGIONE PER CUI CONTINUA LA FUORIUSCITA DI PETROLIO NEL GOLFO DEL MESSICO

Fonte: ComeDonChisciotte – ECCO LA VERA RAGIONE PER CUI CONTINUA LA FUORIUSCITA DI PETROLIO NEL GOLFO DEL MESSICO.

FONTE: BLOGSTER.COM

Come è risaputo, la Deepwater Horizon è esplosa nel Golfo del Messico. E’ da più di un mese che sta riversando petrolio da un tubo danneggiato.

La BP e il Governo statunitense hanno affermato di stare facendo tutto il possibile per fermare la fuoriuscita di tutti quei milioni di litri di petrolio nel Golfo del Messico.

Sto per contestare tale affermazione, e dimostrare che la storia di loro che cercano di fare tutto il possibile è una bugia, oltre che un’iniziativa redditizia per coloro che possono trarre arricchimento da questo disastro.

Il metodo Top Kill è stato avviato e fermato diverse volte. E’ stato un tentativo incerto. Questo perché non si fanno soldi con una soluzione così semplice.

I soldi veri si fanno con l’uso dei disperdenti.

C’è una compagnia che si chiama NALCO. Loro producono sistemi di purificazione delle acque, e disperdenti chimici.

La NALCO ha base a Chicago, con filiali in Brasile, Russia, India, Cina e Indonesia.

La NALCO è associata a un programma della University of Chicago Argonne. La University of Chicago Argonne ha ricevuto 164 milioni di dollari di fondi incentivi nell’ultimo anno. La University of Chicago Argonne ha appena aggiunto due nuovi dirigenti al suo elenco. Uno della NALCO. L’altro dal Dipartimento dell’Educazione dell’Illinois.

Scavando un po’ più a fondo, si può scoprire che la NALCO ha anche legami con Warren Buffett, Maurice Strong, Al Gore, Soros, Apollo, Blackstone, Goldman Sachs, Hathaway Berkshire.

Warren Buffett e Hathaway Berkshire hanno incrementato le loro quote NALCO proprio lo scorso Novembre (il tempismo è tutto).

Il disperdente chimico è noto col nome di Corexit. Quello che fa è mantenere il petrolio al di sotto della superficie dell’acqua. Dovrebbe scomporre la fuoriuscita in perdite di dimensioni minori. E’ tossico ed è proibito in Europa.

La NALCO afferma di stare utilizzando versioni più vecchie e più recenti del Corexit nel Golfo. (perché si dovrebbe avere bisogno di una versione più nuova, se quella vecchia funziona bene?)

In questa truffa ci sono grandi quantità di denaro, e grandissimi giocatori. Mentre lasciano che il petrolio si diffonda nel Golfo del Messico, la posta in gioco e i profitti salgono.

I delfini, le balene, i lamantini, le tartarughe marine, e i pesci vengono soffocati e muoiono. Le regioni costiere, le paludi salmastre, le attrazioni turistiche e le proprietà balneari vengono distrutte, anche permanentemente. La qualità dell’aria si abbassa. L’industria peschiera del Golfo del Messico viene messa in ginocchio.

Tutto questo per creare la richiesta del loro costoso e redditizio veleno.

Io ed alcuni amici abbiamo stilato articoli e resoconti esaustivi a sostegno di queste affermazioni.

Grazie:

Sir_Templar. Ha portato tutto cio’ alla nostra attenzione e ha dispensato articoli e link.

Spongedocks. Ha cercato senza sosta tra montagne di informazioni, link di interesse e risorse.

Bobbi85710 Ha contribuito con link e articoli, e ha svelato la presenza dei fondi incentivi.

La ricerca:

‘Questa è la NALCO:

www.nalco.com/index.htm

Goldman Sachs fa parte del gruppo tripartito che ha acquistato NALCO:

bit.ly/8Z3Ai6

La scommessa di Buffett sull’acqua, NALCO (NLC è l’abbreviazione):

www.istockanalyst.com/article/viewarticle/articleid/3095068

‘Blackstone, Apollo e Goldman Sachs per l’acquisizione di Ondeo NALCO’ (COREXIT 9500):

bit.ly/bVHQkR

The Milken Institute – Leon Black dell’ Apollo Management LLC (cioè NALCO):

bit.ly/vJLz

BP plc, Citigroup Inc., Goldman Sachs, NALCO Holding Co., Halliburton Co:

finance.yahoo.com/news/Special-Report-on-BP

I rapporti tra Chicago, NALCO, gli arabi, Blago (Blagojevich, n.d.t.) e Rezko:

bit.ly/d88x31

Buffett, il consigliere economico di Obama= Berkshire Hathaway Inc – NALCO Holding Co:

bit.ly/ati3AL

NALCO e i rapporti con la Cina:

bit.ly/daKYmk

NALCO punta al raddoppio delle vendite in Cina:

bit.ly/bi7BZw

Berkshire, il secondo maggiore azionista della NALCO:

bit.ly/cvHDAl

Profilo della compagnia ‘NALCO Holding Co:

bit.ly/9qeTkd

’96 “collaborazione con i prodotti enviro per tutto il 2010”! Partecipanti: Gore M. Strong & NALCO:

is.gd/ctV7p

Gore/Strong EPA Conference ’96:

is.gd/ctVfN

Fonte: www.blogster.com
Link: http://www.blogster.com/joannemor/bombshell-expose-the-real-reason-the-oil-still-flows-into-the-gulf-of-mexico
30.05.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ARLEQUIN

BRITISH PETROLEUM: UNA CATASTROFE ACCIDENTALE?

Mentre la pioggia tossica causata dalla fuoriuscita della BP ha cominciato a distruggere coltivazioni nel Tennessee, aumentano i sospetti sull’intenzionalità dello stesso.
Un rapporto del Ministero delle Risorse Naturali della Federazione Russa avverte che la fuoriuscita di petrolio e gas della BP nel Golfo di Messico è sul punto di trasformarsi nella peggior catastrofe ambientale di tutta la storia.

Gli scienzialti russi stanno segnalando i primi danni per la “pioggia tossica” nello stato del Tennessee. Informazioni stampa di questa regione confermano queste voci in base a quanto si legge nel Servizio di Notizie WREG nell’ articolo intitolato “ Misteriosi danni alle coltivazioni minacciano centinaia di ettari”.
“Le troviamo ovunque, nelle erbe, nei fiori, nei ciliegi, nella gramigna”, ha detto l’agricoltore Toni Holt riferendosi alle misteriose macchie biancastre che stanno sterminando le sue coltivazioni”. Sembra che siano dappertutto.

Holt coltiva prodotti organici che vende nei mercati degli agricoltori della zona. Mentre lui ed altri contadini ispezionano la crescita di nuove macchie di questa piaga sconcertante, temono per tutto il loro raccolto, che potrebbero perdere”. “Ci sono due uccelli morti appesi a due nidi differenti di uccelli, siamo preoccupati. Non so se c’è relazione ma è allarmante” ha detto Tolt. “Abbiamo galline. Vendiamo le nostre uova al mercato”.

La dispersione dell’agente Corexit 9500 sviluppato originariamente dalla Exxon e adesso prodotto dalla Holding Company Nalco di Naperille, Illinois, è quattro volte più tossico del petrolio (l’olio è tossico 11 ppm per milione),Corexit 9500 a solo 2,61 ppm). In un dossier scritto da Anita Georges-Ares e James r.Clarck da Exxon Scienze Biomediche,Inc, intitolato “Un’acuta tossicità acquatica di tre prodotti Corexit: una panoramica“ corexit 9500 è risultato essere uno dei propellenti più tossici mai sviluppati.

In combinazione con il riscaldamento delle acque del Golfo del Messico, le sue molecole saranno capaci di modificare il loro stato liquido a gassoso, che permette di essere assorbito dalle nuvole e la sua liberazione come “pioggia tossica” in tutto il Nord America.

Come se non bastasse, gli uragani e le recenti condizioni meteorologiche avverse stanno devastando la zona, mentre milioni di litri di Corexit 9500 sono sulla superficie del mare.

Le conseguenze di una “pioggia tossica” che potrebbe abbattersi sugli USA potrebbe “teoricamente” distruggere tutta la vita a qualsiasi profondità causando una “inimmaginabile catastrofe ambientale”.

Documenti provenienti dagli USA puntano alla possibilità che il governo si stia preparando in segreto ad evacuare decine di milioni dei suoi cittadini dagli Stati del Golfo del Messico.

Dall’altra parte, e anche se potrebbe trattarsi di un’enorme coincidenza, la Goldman Sachs, più mafia che banca, ha beneficiato dalla crisi economica, e collocata nei posti più importanti del gabinetto degli USA, ha venduto il 43.7 delle sue azioni dell’azienda BP tre settimane prima della fuoriuscita del petrolio del Golfo del Messico, che ha significato più di 266 milioni di dollari. La Goldman Sachs ha venduto precisamente 21 giorni prima della Giornata della Terra, che come parte di un oscuro umorismo cosmico è risultato essere il giorno della fuoriuscita del petrolio.

Ora sappiamo che la Goldman Sachs usa softwares che si avvicinano all’intelligenza artificiale per predire il futuro del mercato, ma i risultati della BP, che aveva avuto un guadagno di oltre i 6 milioni di dollari nel primo trimestre dell’anno, non sembrava mostrare nessuna tendenza contraria.

Se la Goldman avesse venduto oggi avrebbe perso 96 milioni di dollari. Questo non basta per convincerci che la fuoriuscita del greggio è stato pianificato con anticipo. Ma, esiste altra informazione.

Secondo la giornalista Andy Borowitz nel Huffinton Post il governo degli USA ha ricevuto mails di un impiegato della Goldman Fabrice “Faboluos Fab” Tourre nei quali parlava alla sua fidanzata, il giorno prima, della fuoriuscita che la sua compagnia prendeva come una “vendita corta” come posizione di fronte al Golfo. Basicamente scommetteva contro il petrolio nel Golfo del Messico. “Una piattaforma petrolifera cade e ci rotoleremo nel denaro”, ha scritto Tourre in una mail. “Inghiottita da pesciolini e uccellini”.

Queste parole sembrano troppo inquietanti. Ma non è tutto.
Il direttore non-operativo della Goldman Sachs International (filiale inglese della banca statunitense) è Peter Sutherland, che è stato anche direttore non-operativo della BP e, che come dice nella sua prima pagina su wikipedia, è membro del potente gruppo Bilderberg e della Commissione Trilaterale.

Questo potrebbe essere casuale ma l’infame protagonista di questo ecocidio, la BP, è una compagnia che si è fusa con Amoco Oil, prima Standard Oil, la compagnia petrolifera dell’impero Rockefeller. Come si sa David Rockefeller è un membro centrale della Commissione Trilaterale e parte molto importante dei Bilderberg, per alcuni l’uomo più potente del mondo.

Per aggiungere al cocktail di sospetto:

Lavoratori assunti dalla BP per provare la forza delle fondamenta di cemento nel pozzo sono stati inviati quasi 11 ore prima dell’esplosione del 20 aprile, superando l’esame che, secondo un dirigente di una società di cemento è l’unico test che possa veramente determinare la efficacia con cui il bene è sigillato”. (Nota nel Huffington Post).

Un altro punto da considerare è la negligenza nel fermare la marea nera, al tempo stesso usando un disperdente, il corexit, che è altamente tossico per l’ambiente e non è tra i dieci primi più efficaci. Questo suggerisce che si cerca di estendere la marea, forse per causare una crisi alimentare?

Il potere e la scarsa morale della Goldman Sachs è stata denunciata da Matt Taibbi che l’ha chiamata “un calamaro vampiro che soffoca l’umanità”-
La sua ingerenza nella politica mondiale è stata dimostrata in varie occasioni.

Fonte: http://dictaduraglobal.blogspot.coBm/2010/06/mientras-la-lluvia-toxica-originada-por.html
8.06.2010

Tradotto e segnalato per Voci Dalla Strada da VANESA

Antimafia Duemila – La nuova strategia per la penetrazione degli Ogm in Europa

Fonte: Antimafia Duemila – La nuova strategia per la penetrazione degli Ogm in Europa.

di G. Sinatti, Associazione Terre dell’Adriatico – 6 giugno 2010
Qui di seguito pubblichiamo un importante articolo dell’autorevole agenzia Reuters, che contiene importanti indiscrezioni che la Commissione europea ha evidentemente lasciato filtrare pochi giorni fa sul progetto di nuova regolamentazione della coltivazione degli Ogm in Europa.

A nostro avviso si tratta di un piano di estrema importanza perché mette in luce alcuni elementi essenziali per comprendere cosa accadrà nei prossimi mesi. Sintetizziamo brevemente, anche per i lettori non specializzati, i dati essenziali della situazione attuale:
1) L’insuccesso degli Ogm in agricoltura in Europa è oramai un dato acquisito: la contrarietà dell’opinione pubblica; l’indifferenza degli agricoltori europei, che stanno affrontando problematiche strutturali che gli Ogm non saranno mai in grado di risolvere; l’importanza dell’opposizione da parte di tecnici e studiosi – tutti questi elementi hanno di fatto bloccato l’espansione delle colture Ogm nel nostro continente;
2) Questa situazione è stata contrastata a tutti i livelli da parte della Commissione europea, soggetta a fortissime pressioni da parte di alcuni Paesi, la Gran Bretagna in particolare, e da parte della potentissima lobby biotecnologica: il quadro giuridico che ne è derivato è quanto di più inapplicabile e irrealistico si sia potuto concepire in tutta la storia della burocrazia europea, culminando con un concetto come quello della coesistenza fra colture Ogm e non Ogm che si è dimostrata del tutto inapplicabile, come testimoniato, in Italia, anche da esperienze come il progetto Life Environment Sapid al quale ha partecipato la nostra Associazione (1);
3) L’industria bio-tecnologica rappresenta a livello internazionale una forza finanziaria e tecnica che è in grado di coprire tutto il processo produttivo agrario ed è quindi in grado di condizionare le scelte degli imprenditori agricoli, che in molti contesti, in primo luogo quello nord-americano, sono ormai nella maggioranza dei casi operatori che operano a contratto per le multinazionali dell’agro-alimentare; questa forza tecnologica e finanziaria ha l’esigenza di forzare la situazione in Europa, dato che essa costituisce l’ultima area a livello mondiale in grado di opporsi alla penetrazione dei prodotti agricoli geneticamente ingegnerizzati, la cui sostanziale inefficacia rispetto alle aspettative inizialmente suscitate è ampiamente dimostrata, pur fra le righe, anche da ricerche non contrarie agli Ogm (2);
4) Il mondo della ricerca scientifica si è dimostrato fin da subito in piena contraddizione con le premesse del pensiero scientifico occidentale, premesse di indipendenza e di rigore sperimentale, che sono state disattese fin dalle origini a causa delle fortissime pressioni esercitate a livello politico ed economico dalle aziende biotech, come dimostra il testo, recentemente tradotto in italiano di Arpad Pusztai e di Susan Bardocz, scienziati che hanno vissuto in prima persona un incredibile linciaggio mediatico e professionale per avere denunciato per primi l’assenza di garanzia di scientificità nelle sperimentazioni sugli effetti degli Ogm sulla salute di uomini ed animali (3);
5) la strategia di fondo del complesso politico-industriale che sostiene le biotecnologie per l’agricoltura è quindi quella di creare il fatto compiuto, ovverosia introdurre queste colture a tutti i costi, vuoi inquinando le filiere agro-alimentari (come avvenuto anche in Europa nel caso della soia, un prodotto agricolo presente in oltre 10.000 prodotti alimentari finali), vuoi utilizzando gli aiuti allo sviluppo (dalla Serbia all’Africa) per diffondere le colture Ogm, vuoi appunto utilizzando come “teste di ponte” quegli Stati europei come la Spagna che hanno lasciato le porte aperte a queste colture, fra l’altro distruggendo in tal modo intere filiere commerciali non biotech, come quella del mais biologico.
Fatte queste indispensabili premesse, è ora il caso di rilevare come le notizie contenute in questo servizio della Reuters indicano con chiarezza che siamo arrivati alla resa dei conti finale in Europa. L’idea sottesa a questa nuova impostazione, che ovviamente, se passerà, sarà presentata come una “liberalizzazione” del mercato, è quella di creare appunto una situazione in cui, come ha notato da tempo il prof. Claudio Malagoli, utilizzando un’espressione tratta dalla storia economica, “la moneta cattiva scaccia quella buona” (4): vale a dire che i prodotti Ogm, con alle spalle la forza dell’industria bio-tecnologica ed il supporto dei settori politici che sono da esse sovvenzionati, si diffonderanno comunque, invadendo le filiere di qualità certificata come quelle biologiche e di origine e denominazione controllata, dato che, per le loro caratteristiche intrinseche sono esse in grado di contaminare gli altri prodotti, mentre non può avvenire il contrario.
La sfida è quindi gettata, con l’arroganza tipica di questi potenti settori economici che contano sull’intreccio di interessi fra scienza, industrie multinazionali e partiti – in significativo parallelismo con quanto avviene con gli strumenti della finanza globale, per togliere di mezzo le ultime forze che agiscono in nome della libertà di impresa dei produttori, per il diritto ad una scelta consapevole da parte dei consumatori.
Questa sfida potrà essere raccolta e vinta, a nostro avviso, solo se produttori e consumatori avranno ben chiara la posta in gioco: non si tratta semplicemente della salute e dell’ambiente, occorre dirlo chiaramente una volta per tutte, sono in gioco i rapporti economici all’interno delle nostre società. Quello per cui occorre agire presso l’opinione pubblica e i decisori politici sono la sovranità e la democrazia economica del nostro continente.

1) G. Sinatti, “Il progetto Life Environment Sapid: dal rischio un’opportunità”, 2009, in corso di pubblicazione.
2) The National Academies, The Impact of Genetically Engineered Crops on Farm Sustainability in the United States, National Academies Press, 2010.
3) Arpad Pusztai – Susan Bardocz, La sicurezza degli OGM, Edilibri, Milano, 2008.
4) C. Malagoli, Etica dell’alimentazione – prodotti tipici e biologici, Ogm e nutraceutici, commercio equo e solidale, Aracne editrice, Roma, 2006.
Venerdì 4 giugno 2010
Esclusivo: l’Unione Europea rivede il sistema di coltivazione degli OGM

Bruxelles (Reuters): L’Unione Europea sta per rivedere radicalmente il suo sistema di autorizzazione per le colture OGM a partire dal prossimo mese, aprendo la via ad una coltivazione degli OGM su larga scala, come dimostra una bozza di proposta di cui la Reuters ha preso visione venerdì.
In presenza di una maggioranza di Europei che non dimostrano di gradire la presenza di Ogm nei cibi, i politici dell’UE hanno appena approvato due varietà per la coltivazione in 12 anni, rispetto a più di 150 a livello mondiale.
Secondo una proposta che dovrebbe essere adottata il prossimo 13 luglio, la Commissione Europea intenderebbe dare maggiore libertà di approvazione a nuove varietà Ogm destinate alla coltivazione permettendo in cambio ai governi della UE di decidere se coltivarle o meno.
“Ci aspettiamo che il procedimento di autorizzazione per la coltivazione degli Ogm a livello europeo divenga più efficiente”, sostiene l’analisi della Commissione Europea che accompagna la proposta.
Il ministro dell’Agricoltura francese dichiara di non poter commentare il piano fino a che non lo avrà potuto esaminare. I governi della UE potrebbero manifestare le loro prime reazioni nell’incontro dei ministri dell’ambiente che si terrà il prossimo venerdì a Lussemburgo, dove la Francia ha richiesto una discussione sulla politica di blocco degli Ogm.
In Europa, la superficie coltivata a Ogm destinati alla commercializzazione lo scorso anno è stata inferiore ai 100.000 ettari, per lo più in Spagna, contro una superficie a livello mondiale di 134 milioni di ettari. Il piano della Commissione pertanto dovrebbe portare ad un aumento della coltivazione di varietà per il commercio nei Paesi che già stanno utilizzando gli Ogm, come la Spagna, il Portogallo e la Repubblica Ceca, mentre darebbe veste legale agli attuali bandi contro gli Ogm in Paesi come Italia, Austria e Ungheria.
Ma i critici sostengono che la proposta potrebbe accendere le dispute sul mercato interno europeo e lasciare l’UE vulnerabile a un contenzioso legale con il WTO che ha sostenuto nel 2006 l’accusa degli Stati Uniti secondo la quale la politica dell’Unione Europea era anti-scientifica.
Le nuove regole sono state disegnate da John Dalli, membro maltese della Commissione per gli Affari della Salute e del Consumatore: Dalli ha provocato in marzo una polemica per avere approvato la coltivazione di una patata Ogm per la produzione di amido.
I piani sono basati su di una proposta congiunta di Austria e Olanda che il presidente della Commissione, José Manuel Barroso si era impegnato l’anno scorso a mettere in atto come parte del suo programma di riconferma nella carica.

Approccio a doppio binario (twin-track approach)
La proposta della commissione contiene due elementi principali, come dimostra la bozza.
Il primo è una misura provvisoria destinata a introdurre rapidamente dei cambiamenti che dovrebbero vedere la Commissione pubblicare nuove linee guida agli Stati membri in tema di “coesistenza” fra colture Ogm e non-Ogm.
Questo permetterebbe ai Paesi di stabilire le proprie regole tecniche per la coltivazione degli Ogm, per esempio stabilendo zone-cuscientto di 10 km tra campi Ogm e non Ogm, che in realtà escluderebbero la coltivazione degli Ogm in intere Regioni e Paesi.
Il secondo è un “emendamento ristretto” all’attuale legislazione UE sul rilascio degli Ogm nell’ambiente, che permetterebbe ai Paesi di bandire del tutto la coltivazione degli Ogm per ragioni diverse dalla sicurezza o dalla coesistenza.
Il mutamento legislativo dovrebbe raccogliere una maggioranza qualificata dei governi della UE e del Parlamento europeo secondo il sistema di ponderazione del sistema di voto dell’Unione.
Se il dibattito non potesse essere limitato a questa sola modifica come la Commissione si augura, comporterebbe due o più anni di complesso dibattito politico prima di arrivare ad una decisione.
Contattato dalla Reuters, il portavoce di Dalli ha rifiutato di confermare i dettagli del piano, ma ha dichiarato che il Commissario ha da tempo sostenuto questa idea ed ha promesso di definire delle proposte prima dell’estate.

Gli oppositori condividono la preoccupazione
“Queste proposte sono legalmente discutibili, contrarie al mercato unico e tali da seminare discordia tra gli Stati membri”, dichiara una fonte industriale che ha visto la proposta ma che ha chiesto di restare anonima.
La mossa potrebbe aprire nuovi mercati in Europa alle compagnie come Monsanto, Dow Agrosciences, una sussidiaria della Dow Chemical, e Singenta.
Le azioni di Syngenta sono inizialmente cresciute dopo la notizia, per chiudere in discesa nel corso della stessa giornata.
Il portavoce di Monsanto, Kelli Powers, ha dichiarato che senza ulteriori dettagli la società non era in grado di commentare la notizia. Anche i funzionari di Dow AgroSciences hanno dichiarato di riservarsi di commentare la notizia non appena emergeranno maggiori dettagli.
Il piano potrebbe essere una forte spinta alla crescita delle aziende cementiere, dice l’analista di Jeffries and Co., Laurence Alexander, ma resta prioritaria la preoccupazione in merito ad un più ampio accoglimento da parte del largo pubblico che potrebbe schiudere l’Unione Europea a maggiori importazioni.
Attualmente, l’UE blocca tutte le importazioni che contengano la minima traccia di materiale geneticamente modificato non approvato, ma la Commissione europea sta predisponendo una proposta che introduca nel corso dell’anno un più ampio margine di tolleranza, per evitare il ripetersi dei problemi di forniture alimentari provocati da questa normativa nel 2009.
Gli ambientalisti che sono stati informati della proposta dalla Commissione giovedì commentano che questa proposta conferma l’intenzione di Barroso di promuovere la coltivazione degli Ogm in Europa.
“La gente e l’ambiente saranno protetti solo se la proposta della Commissione sarà accompagnata da misure a livello europeo per prevenire che cibo e mangimi siano contaminati. Fino ad allora è necessario un immediato divieto alla coltivazione di colture Ogm”, dichiara Adrian Bebb, responsabile per cibo e agricoltura dell’organizzaziona ambientalista Friends of the Earth.

(hanno collaborato Catherine Hornby da Amsterdam, Carey Gillam da Chicago; Gus Trompiz e Marie Maitre da Paris; a cura di Veronica Brown and Sue Thomas)

Tratto da: clarissa.it

ComeDonChisciotte – MA CHE GENTE SIETE ?

ComeDonChisciotte – MA CHE GENTE SIETE ?.

DI MARINA PETRILLO
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(AP via HuffPost)

C’è da mettersi le mani nei capelli. Come testimonia la spillcam, il petrolio continua a fuoriuscire forse peggio di prima, la BP prova a incappucciare la falla mentre le sue quotazioni in borsa crollano, Sarah Palin dice che è colpa degli ambientalisti, gli animali muoiono, MotherJones fotografa le insegne delle botteghe e dei negozi in Louisiana (“chiuso per colpa della BP”), Obama cancella il viaggio in Australia e Indonesia per tornare nel Golfo, si è aperta la stagione degli uragani, i commentatori di sinistra lamentano che il disastro oscuri la sua presidenza, mentre scienziati di tutto il mondo ed esperti degli abissi marini sono chiamati a dare il loro parere, fianco a fianco con deputati repubblicani che siedono nei CdA della compagnie petrolifere. E mentre noi ricicliamo le bottiglie di plastica, la macchia di greggio potrebbe arrivare all’Atlantico. Ma potrebbe esserci un simbolo più chiaro della fine di un’epoca e dell’urgenza di cambiare modo di vivere?

Jacqueline Leo, direttrice del Fiscal Times, posta per HuffingtonPost su come la BP abbia comprato i risultati di ricerca di Google in modo da comparire sempre per prima nelle ricerche su “perdita di petrolio”, “petrolio nel golfo”, “perdita sulla costa della Louisiana”, “pulizia del petrolio” (ma non “disastro da petrolio”) spingendo verso le pagine secondarie i risultati delle associazioni non-profit (vi traduco quanto più possibile di questi post nel podcast qui sotto)

Anderson Cooper della Cnn trasmetteva ieri sera dopo il suo sopralluogo in mare nel Golfo. Maureen Miller, della sua redazione, anticipava che la BP ha il coraggio di dire che l’avvelenamento dei pulitori sulle spiagge potrebbe non essere dovuto alle sostanze chimiche che stanno maneggiando ma a un “avvelenamento da cibo”.

Rick Outzen per Daily Beast racconta come mentre tanti pescatori senza lavoro aspettano con le mani in mano, la BP paga i turisti ricchi perché li aiutino con le loro motobarche superveloci.

James McKinley Jr posta per il New York Times su cosa sta accadendo all’industria della pesca nel Golfo.

James Cameron, che per Abyss e Titanic ha lavorato con le troupe di sommozzatori più esperte del mondo, dice che la sua offerta di aiuto è stata rimbalzata dalla BP.

Nel frattempo, dopo che la sega dalla lama di diamante si è incastrata nel condotto, la BP è riuscita a liberarla e sta usando un paio di forbici giganti. Sì. Deve tagliare il tubo per provare a “incappucciarlo”, in attesa che siano completati i pozzi di sfogo (per agosto?). generosamente paga lei le barriere di sabbia con cui la costa della Louisiana sta cercando di proteggersi.

La dimensione delle punizioni civili per la BP – cioè le multe – dipende da quanto petrolio versano in mare, perciò è di assoluta importanza calcolare esattamente quanto petrolio sia stato disperso. Kate Sheppard qui. nel frattempo è investita da una valanga di richieste private di risarcimento, racconta Andrew Clark.

Elisabeth Rosenthal esamina il problema della fede nel governo-che-tutto-ripara.

Finlo Rohrer cerca di capire quanta rabbia ci sia negli Stati Uniti, dalle iniziative individuali contro la Bp alle 350 mila persone che protestano su Facebook.

Ecco la puntata di oggi: Per scaricarla sul tuo computer clicca qui.

Marina Petrillo
Fonte: http://mir.it/servizi/radiopopolare/blogs/alaska
Link: http://mir.it/servizi/radiopopolare/blogs/alaska/?p=2608
4.06.2010

Antimafia Duemila – Paul Connett, un mondo a ”rifiuti zero”

Fonte: Antimafia Duemila – Paul Connett, un mondo a ”rifiuti zero”.

di Andrea Degl’Innocenti – 5 giugno 2010
Paul Connett, ideatore della strategia “zero waste” adottata con successo in molte città americane, canadesi e neozelandesi, è da poco tornato in Italia per un ciclo di conferenze.

Dalle nostre parti però le sue teorie vengono spesso viste con diffidenza, ed il business degli inceneritori continua ad ostacolare ogni altro tipo di smaltimento.

Gli inceneritori sono un grosso affare, si sa. Un business enorme che fa gola a molti, attira gli investimenti della criminalità organizzata – si veda il caso siciliano – e di imprenditori senza scrupoli. Ergo gli inceneritori si devono fare. Poco importa se emettono diossine e polveri sottili, contaminano i terreni circostanti, causano ovunque aumenti di tumori, linfomi e leucemie. In Italia, i prossimi due dovrebbero sorgere uno a Parma e l’altro nel sud di Milano.

C’è però un signore d’oltreoceano che da anni propone una soluzione alternativa ed è da poco tornato in Italia per un ciclo di conferenze. Si chiama Paul Connett ed è l’ideatore della strategia “rifiuti zero”.

Così raccontava la sua esperienza in una intervista andata in onda su Radio Popolare nel 2006: “21 anni fa hanno cercato di costruire un inceneritore nella nostra contea nel nord dello stato di New York vicino al confine con il Canada.”

“All’inizio credevo fosse una buona idea, pensavo: ci sbarazziamo di tutte quelle orrende discariche e produciamo energia dai rifiuti in una struttura che può essere monitorata. Poi leggendo ho scoperto che bruciando i rifiuti domestici si producono le sostanze più tossiche che l’uomo abbia mai prodotto e inoltre, ogni 3 tonnellate di spazzatura, resta una tonnellata di cenere molto tossica che da qualche parte andrà pur messa; quindi ho capito che l’inceneritore era la strada sbagliata.

Da allora Connett, professore emerito di chimica ambientale all’Università St Lawrence di Canton, New York, si è messo all’opera assieme ad una equipe di cittadini e ricercatori, per sviluppare e mettere in pratica la teoria del “zero waste”, rifiuti zero. Si tratta di un metodo che mira a raggiungere il riciclaggio del 100 per cento dei rifiuti, ritirando dal commercio tutti quei prodotti che non sono riciclabili.

È un metodo che ha come presupposto necessario la combinazione di tre livelli di responsabilità: quella della classe politica, che fa le leggi, quella della comunità, nella fase finale del processo, e quella industriale che invece avviene all’inizio del processo.”

È un metodo, soprattutto, che funziona. E non, come in molti pensano, solo nei piccoli centri e nei paesi. Negli Stati Uniti infatti è stato applicato con successo in alcune delle maggiori città. A San Francisco, come illustra il video qui di seguito, si è superata in breve tempo la soglia del 75 per cento di differenziazione dei rifiuti.

A San Diego si mira perfino al 90 per cento entro la fine dell’anno. Esperimenti simili sono stati fatti anche in Canada e Nuova Zelanda, mentre in Italia solo Capannori, un comune di quasi 50 mila abitanti in provincia di Lucca, ha adottato il metodo “rifiuti zero”.

È un sistema, infine, che conviene anche da un punto di vista economico, come illustra lo stesso Connett. “Certo, si può nascondere il problema come fanno in Italia, parlando di termovalorizzatori invece di inceneritori, ma il problema resta: se bruci qualcosa poi devi ripartire da zero nel processo produttivo, devi sempre spendere nuovi soldi per l’estrazione delle materie prime, per la produzione e così via; se invece ricicli e riutilizzi non devi incominciare da capo e risparmi il quadruplo di energia.

Connett è da poco tornato in Italia, chiamato da coloro che si oppongono alla costruzione dei nuovi inceneritori. È stato a Lucca il 19 maggio, a Capannori il 20 – qui ha presieduto l’Osservatorio verso rifiuti zero del comune, ed ha partecipato alla prima riunione ufficiale del Centro Ricerca Rifiuti Zero –, a Pietrasanta il 21.

Il 22 ha partecipato alla manifestazione regionale di Montale. Il 24 si è recato a Verona, il 25 a Desio (MI), il 27 a Calcinaia (PI), il cui Comune sta aderendo ufficialmente alla strategia rifiuti zero. Infine, il 28 e il 29 ha concluso la sua tournée a Firenze presso lo stand “verso rifiuti zero” nell’ambito di Terra Futura.

Ma nonostante i ripetuti viaggi e gli sforzi evidenti, la filosofia dei rifiuti zero stenta a prendere piede dalle nostre parti. Lo scorso 27 aprile, ospite a Parma in una trasmissione televisiva, Connett si è preso perfino del “cretino” da Allodi, presidente di Enia, la ditta che dovrebbe costruire l’inceneritore. E buona parte della classe politica, fra cui lo stesso Ministro dell’ambiente, Stefania Prestigiacomo, si spertica in lodi per quelli che loro chiamano “termovalorizzatori”.

Pare, insomma, che due dei tre livelli indicati da Connett come necessari all’attuazione della sua strategia siano a questa piuttosto restii, per non dire contrari. Resta il terzo livello, i cittadini. Solo questi, impegnandosi per primi, potranno provare a fargli cambiare idea.

Tratto da: terranauta.it

Blog di Beppe Grillo – Il picco dell’acqua – Intervista a Lester Brown

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Il picco dell’acqua – Intervista a Lester Brown.

Lester Brown, uno dei più importanti ambientalisti del mondo, fondatore del Worldwatch Institute e dell’Earth Policy Institute, introduce alcuni concetti molto interessanti. L’estrazione del petrolio non deve più essere fatta nelle zone sottomarine senza un’assoluta sicurezza, comprese tutte quelle esistenti. Il Golfo del Messico potrebbe essere solo l’inizio della marea nera. Il picco del petrolio, quindi il punto oltre il quale il petrolio comincerà a scarseggiare, sarà accompagnato dal picco dell’acqua. I due fenomeni cambieranno l’economia e la nostra stessa idea di civiltà. Questo non succederà tra decenni, ma succede ora. Lester Brown che ha partecipato alla creazione del documentario “Terra reloaded” prodotto insieme a Greenpeace, ha scritto nel suo ultimo libro: “Piano B 4.0 – Mobilitarsi per salvare la civiltà” (Ed. Edizioni Ambiente) le indicazioni per il futuro. Un piano per la sopravvivenza, ma anche per un domani migliore per le generazioni che verranno.

Intervista a Lester Brown

La Chernobyl dell’industria petrolifera
Blog: “Qualche settimana fa, una piattaforma petrolifera di BP è esplosa e il petrolio sta riversandosi nel Golfo del Messico. Nel mentre, in Europa, stanno fallendo gli Stati. Cosa sta capitando al mondo?”
Lester Brown: “Non sappiamo cosa sia andato storto. Sappiamo però che BP stava perforando in una zona dove l’acqua era profonda oltre un miglio, e il giacimento si trovava sotto un ulteriore mezzo miglio di pietra. Il petrolio si trovava quindi sotto un’enorme pressione. Ci sono due questioni. È andato storto qualcosa, o forse la pressione di questo giacimento era così elevata che la tecnologia esistente non è stata in grado di controllarla? Se vale la seconda ipotesi, questo fa alzare una bandiera rossa sulle trivellazioni in alto mare e ad alte profondità, perché non si sa bene quali condizioni si incontreranno. Può essere che, nonostante la tecnologia di trivellazione in alto mare sia stata efficace in passato, potrebbero non essere adeguate per gestire i nuovi problemi che stanno emergendo in condizioni estreme. Qualcuno ha detto che questo evento potrebbe essere la Chernobyl per l’industria petrolifera, almeno per le trivellazioni in alto mare. Perché, se questi versamenti di petrolio continueranno per mesi, il danno ambientale ed economico che arrecheranno sarà enorme. La cosa interessante per la contabilità nazionale è che questo evento farà aumentare il PIL nelle regioni del Golfo del Messico, dal momento che tutti cercheranno di controllare il problema. Poi certamente calerà, dal momento che danneggerà le economie locali, spiagge, la fauna marina, la pesca, le industrie locali.
Siamo probabilmente arrivato al limite tecnologico per estrarre comodamente il petrolio dai giacimenti residui. Questi versamenti stanno influenzando l’opinione pubblica. Visto che sappiamo che dobbiamo comunque abbandonare il petrolio, perché corriamo questi rischio solo per estrarre il poco che ne rimane? Credo che questo cambierà il modo in cui pensiamo al futuro del petrolio e di tutti i carburanti fossili.
È interessante notare che i valori che guidano il sovra-consumo delle risorse naturali sono gli stessi valori che guidano il sovra-consumo di risorse finanziare. L’eccessivo consumo che supera la capacità dei sistemi creditizi. Lo abbiamo visto negli Stati Uniti con l’enorme debito del sistema creditizio degli americani. Ora è calato un po’, ma gli americani continuano a non preoccuparsi del domani. Ciò porta a problemi economici e a problemi ambientali, per il sovra-consumo di risorse naturali e l’interconnessione tra le due.
Il problema maggiore che il mondo si trova a fronteggiare oggi è l’aumento dell’economia negli ultimi cinquant’anni – è cresciuta di circa quattro volte – e il conseguente aumento del consumo delle risorse naturali molto oltre il livello sostenibile. L’agricoltura sta diminuendo, la pesca sta crollando, le falde acquifere stanno diminuendo, i suoli si erodono, le savane si stanno desertificando. Stiamo lentamente distruggendo, e forse non così lentamente, i sistemi naturali di supporto. Nessuna civiltà può sopravvivere oltre la distruzione dei propri sistemi naturali di supporto.
Mi sono chiesto in quali modi questo sovraconsumo ci danneggerà. La mia previsione è che si tradurrà in una crisi di disponibilità di cibo, aumento di prezzi e aumento della instabilità politica, e un numero crescente di Stati falliti. Il numero totale degli Stati in via di fallimento – Stati i cui governi non sono in grado di garantire la sicurezza personale o sicurezza alimentare – sta aumentando. Ciò fa nascere una domanda scomoda: quanti Stati sulla via del fallimento ci vogliono per far fallire la civiltà? Non conosciamo ancora la risposta a questa domanda. Non abbiamo mai visto niente del genere.

L’ignoranza degli economisti
La questione è: cosa possiamo fare e quanto ci costerà non farlo. Perché se non lo facciamo, siamo finiti! La civiltà non sopravviverà continuando con la solita gestione delle cose. Dobbiamo operare grandi cambiamenti: tagliare le emissioni di CO2, stabilizzare la crescita della popolazione, sradicare la povertà – che è strettamente connessa con la stabilizzazione della crescita demografica – e ripristinare l’agricoltura, la pesca, le riserve idriche, il nostro sistema di sostegno naturale. Il problema è che si tratta di un sistema complesso di questioni e i capi di Stato sono consigliati perlopiù da economisti. Ci sono un sacco di cose che gli economisti fanno bene, ma ci sono delle cose che non sanno fare bene affatto. Gli economisti non riconoscono il livello di rendimento sostenibile dei sistemi naturali. L’economia semplicemente non riesce a riconoscere la cosa. Non c’è niente nella teoria economica che spieghi perché l’industria della pesca del merluzzo in Canada sia crollata, o perché si stiano fondendo i ghiacciai sugli altopiani del Tibet e sull’Himalaya. L’economia non spiega perché la calotta polare della Groenlandia si stia fondendo e il livello del mare si stia alzando. Gli economisti sono come esclusi dal mondo reale. Sono isolati dalla realtà dal corpo della teoria economica. Cercano di trovare il modo migliore per operare piccoli aggiustamenti per adattare il sistema e spiegare ciò che accade, ma la teoria economica fallisce nel tentativo di spiegare le relazioni fondamentali tra la l’economia globale e i sistemi naturali di supporto. Mi sono accorto che gli economisti che consigliano Obama o il Segretario Generale dell’ONU, o la Banca Mondiale, o il presidente della UE non capiscono cosa stia accadendo al mondo e non capiscono l’urgenza di ristrutturare l’economia energetica mondiale per esempio.
L’economia non spiega il cambiamento climatico. Per esempio, la fusione dei ghiacci nell’estremo nord dell’Atlantico potrebbe portare all’inondazione delle coltivazioni di riso nei delta dei fiumi asiatici, riducendo drasticamente i raccolti di riso. A meno che non si studino queste cose, non è ovvio intuire che lo scioglimento dei ghiacci in Groenlandia sta minacciando la raccolta di riso in Asia, dove vive la metà della popolazione mondiale. È questo genere di complessità che ci troviamo a gestire. Gli economisti non hanno gli strumenti giusti per definire politiche adeguate.
La metà della popolazione mondiale vive in Paesi dove il livello delle falde acquifere si sta abbassando. Tra questi i tre grandi produttori di grano: Cina, India e Stati Uniti. Ci sono anche molti Paesi più piccoli: Arabia Saudita, Yemen, Siria, Pakistan, Messico e altri. Pompando acqua dalle riserve acquifere oltre il livello di riempimento naturale, stiamo alimentando una bolla nella produzione di cibo. Stiamo inflazionando la produzione di cibo artificialmente esaurendo le scorte d’acqua.

Il picco dell’acqua
Quando avremo esaurito le scorte d’acqua, il tasso di prelievo dovrà necessariamente ridursi fino al tasso di riempimento naturale. Non si tratta di ipotesi o argomenti di dibattito. È la realtà. Quindi abbiamo bolle della produzione di cibo di dimensione significativa che prima o poi scoppieranno e non credo che il mondo sia pronto a questo. A me pare che le aree irrigate negli Stati Uniti hanno raggiunto un picco e stanno ora diminuendo. Ciò vale certamente anche per l’India. Potrebbe valere anche per la Cina, non siamo sicuri, e per un numero di piccoli Stati: Arabia Saudita, Siria, Messico. Ciò significa che probabilmente abbiamo raggiunto il picco di estrazione dell’acqua contemporaneamente al raggiungimento del picco di estrazione del petrolio. Molta gente parla del picco del petrolio, ma pochi parlano del picco dell’acqua. Ma penso che ci siamo ora e credo di aver argomentazioni convincenti. Il mondo dopo il picco dell’acqua sarà un mondo diverso da quello che conoscevamo prima del picco. Nel corso delle nostre vite l’uso dell’acqua per le aree irrigate che contano per il 70% dell’acqua utilizzata, diminuirà. Sarà un mondo molto diverso, che non abbiamo ancora immaginato. Lo stesso vale per il petrolio, naturalmente. Nel corso delle nostre vite il tasso di estrazione è aumentato e ora diminuisce. Sarà un mondo molto differente.

Casa della Legalita’ e della Cultura – Onlus – La Spezia, crocevia radioattivo e di veleni, tra Servizi, mafie e massoni

Fonte: Casa della Legalita’ e della Cultura – Onlus – La Spezia, crocevia radioattivo e di veleni, tra Servizi, mafie e massoni.

A La Spezia vi sono due record, anzi tre. Il primo è nella zona intorno al Porto Militare dove vi è la più alta percentuale di SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica). Il secondo è zona intorno alla Discarica di Pitelli dove vi è la più alta percentuale di tumori infantili. Il terzo è generale, per tutta la provincia, e vede il record mondiale per malati per amianto di mesotelioma in rapporto alla popolazione. Davanti a tutto questo la Procura non nota nulla, figuriamoci la politica ed i funzionari pubblici…

Qui, come nella Lunigiana, il peso della Massoneria è ancora forte, anzi è determinante. Quindi certe cose non le si deve guardare, anzi bisogna starci ben alla larga. Alcuni magistrati ci avevano provato ed alla fine se traffici & affari sporchi sono rimasti saldi in quella terra spezzina, sono i magistrati che se ne sono dovuti andare. Ed è da qui che occorre partire, da quella rete di Potere che, trasversale, veramente come vi fosse a giostrare il tutto un abile Architetto dell’Universo, vede una commistione tra lecito e illecito, tra decenza ed indecenza, con protagonisti imprenditori, amministratori pubblici, funzionari, mafiosi e Servizi.

Certo c’è un porto, ci sono i cantieri navali… c’è l’Arsenale e l’area militare… Vero, ma vi è di più a La Spezia. Vi è un crocevia tra terra e mare, vi sono aree e spazi da riempire, con cosa poco importa, a quale costo (ambientale e sociale) nemmeno.

Qui la ‘ndrangheta, con la copertura dei Servizi, aveva uno degli snodi per i traffici dei veleni e soprattutto per le navi dei veleni, quelle verso l’Africa e quelle a perdere, destinate agli affondamenti. La Spezia era un nodo centrale per i servizi a basso costo offerti dalla ‘ndrangheta alle grandi industrie del nord per far sparire quei rifiuti tossici che per essere smaltiti regolarmente avrebbero comportato costi assai più elevati. E poi ci sono i servizi, sempre a basso costo, che la ‘ndrangheta poteva fornire per far sparire i rifiuti radioattivi… ed i Militari di questi ne hanno tanti!

Così a La Spezia dove prima dell’esplodere degli scandali facevano base anche i Messina con le loro flotte di navi, è il porto della Zanobia e della Rigel… è il porto dove una banchina era “a disposizione” e dove i Servizi permettevano di accedere con i camion pieni di veleni da far sparire interrati altrove, affondati nei loro fusti o container quando non con le stesse navi su cui venivano stipati… o condotti in Africa con quel viaggio di rifiuti ed armi coperto dalla nota “cooperazione internazionale”.

Qui avevano snodo rifiuti tossici delle grandi imprese del nord, a partire da quelle chimiche, i rifiuti dell’Acna di Cengio avevano un lascia-passare. Qui una parte finiva in Porto su quella banchina fantasma, altri, insieme alle ceneri delle Centrali Enel, finivano nella Discarica di Pitelli. Ed è di lì che iniziarono ad indagare i magistrati spezzini che poi dovettero spostasi altrove. In quella Discarica dove per fermarli, per non farli arrivare in quell’angolo dove interrati non vi erano solo i rifiuti tossici ma anche quelli radioattivi, fu posto il Segreto di Stato…

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Antimafia Duemila – Greenpeace svela come l’uranio di Areva sta uccidendo il Niger

Fonte: Antimafia Duemila – Greenpeace svela come l’uranio di Areva sta uccidendo il Niger.

Greenpeace diffonde oggi un’inchiesta in cui rivela come l’estrazione di uranio dalle miniere di Areva, il gigante dell’energia nucleare (società che possiede la tecnologia dell’EPR le centrali che il governo vuole costruire in Italia) sta mettendo in serio pericolo la popolazione del Niger, uno dei paesi più poveri dell’Africa.

Greenpeace – in collaborazione con il laboratorio francese indipendente CRIIRAD e la rete di ONG ROTAB – ha realizzato un monitoraggio della radioattività di acqua, aria e terra intorno alle cittadine di Arlit and Akokan, a pochi chilometri dalle miniere di Areva, accertando che i livelli di contaminazione sono altissimi.

«La radioattività crea più povertà perché causa molte vittime. Ogni giorno che passa siamo esposti alle radiazioni e continuiamo a essere circondati da aria avvelenata, terra e acqua inquinate, mentre Areva fattura centinaia di milioni di dollari grazie alle nostre risorse naturali» testimonia Almoustapha Alhacen, Presidente della Ong locale Aghir in’Man.

Le analisi di Greenpeace mostrano che in quattro casi su cinque la radioattività nell’acqua supera i limiti ammessi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Nonostante questo, l’acqua viene distribuita alla popolazione. L’esposizione alla
radioattività causa anche problemi delle vie respiratorie e non a caso nella regione delle miniere di Areva i tassi di mortalità legati a problemi respiratori sono il doppio che del resto del Paese.

Inoltre, le ONG locali accusano gli ospedali, controllati da Areva, di aver nascosto molti casi di cancro. «Sono paesi come il Niger a scontare la follia nucleare dell’occidente. – Spiega Andrea Lepore, responsabile della campagna nucleare di Greenpeace – Anche l’Italia si appresta a costruire le sue centrali con Areva e questo è l’ennesimo drammatico risvolto dell’atomo».

La metà dell’uranio di Areva proviene da due miniere del Niger, paese che rimane poverissimo nonostante da oltre quarant’anni sia il terzo produttore di uranio al mondo. Areva ha firmato un accordo per iniziare a scavare una terza miniera tra il 2013 e il 2014.

Areva si presenta come una società attenta all’ambiente, ma il Niger ci rivela una verità ben diversa. Greenpeace chiede che venga svolto uno studio indipendente in Niger, sulle miniere e le città circostanti, seguito da una completa bonifica e decontaminazione.

Devono essere attivati i  controlli necessari per garantire che Areva rispetti le normative internazionali di sicurezza nelle sue operazioni, tenendo conto del benessere dei lavoratori, dell’ambiente e delle popolazioni.

SCARICA IL RAPPORTO: Clicca qui!

Tratto da: greenpeace.org

Antimafia Duemila – Gaza, le armi proibite

Fonte: Antimafia Duemila – Gaza, le armi proibite.

di Luca Galassi – 12 maggio 2010
Studio del New Weapons Research Group rivela che la presenza di metalli tossici nei tessuti e’ prova dell’utilizzo di armi sconosciute nelle offensive israeliane nella Striscia.
Un nuovo studio del New Weapons Research Group (Nwrg) ha rivelato che a Gaza gli israeliani hanno utilizzato armi contenenti metalli tossici e sostanze carcinogene. Per la prima volta sono stati analizzati tessuti di persone ferite nella Striscia durante le operazioni militari del 2006 e del 2009.

La commissione di scienziati del Nwrg ha coordinato tre universita’ (La Sapienza di Roma, l’universita’ di Chalmer in Svezia e quella di Beirut in Libano) nella raccolta e nell’analisi dei dati. La ricerca, che ha messo a confronto il contenuto di 32 elementi rilevati dalle biopsie, mostra come nelle offensive siano state utilizzate armi sconosciute, che non lasciano schegge o frammenti nel corpo, ma metalli e sostanze i cui effetti possono provocare anche mutazioni genetiche.

Sono stati analizzati 16 campioni di tessuto appartenenti a 13 vittime, prelevati dall’ospedale Shifa di Gaza, e individuati quattro tipi di ferite: carbonizzazione, bruciature superficiali, bruciature da fosforo bianco e amputazioni. Elementi chimici come alluminio, rame, bario, mercurio e vanadio sono stati individuati nelle persone amputate; sempre alluminio, rame, cobalto, e mercurio nelle ferite da fosforo bianco; piombo e uranio in tutte le ferite; arsenico, manganese, cadmio e cromo in tutte le ferite eccetto quelle da fosforo bianco; nichel solo nelle amputazioni. Alcuni di questi elementi sono carcinogeni, altri potenzialmente carcinogeni, altri tossici per il feto. Mercurio, arsenico, cadmio, cromo, nichel e uranio possono portare a mutazioni genetiche. Cobalto e vanadio producono mutazioni genetiche negli animali ma non e’ dimostrato che facciano altrettanto nell’uomo. Alluminio, mercurio, rame, bario, piombo, manganese hanno effetti tossici e provocano danni per il nascituro, nel caso di donne incinte, essendo in grado di oltrepassare la placenta e danneggiare embrione o feto. Tutti i metalli possono determinare patologie croniche ai danni dell’apparato respiratorio, renale, riproduttivo e della pelle.

“Nessuno – spiega Paola Manduca, docente di genetica all’università di Genova e portavoce del New Weapons Research Group – aveva mai condotto questo tipo di analisi bioptica su campioni di tessuto appartenenti a feriti. Noi abbiamo focalizzato lo studio su ferite prodotte da armi che non lasciano schegge e frammenti perché ferite di questo tipo sono state riportate ripetutamente dai medici a Gaza e perché esistono armi sviluppate negli ultimi anni con il criterio di non lasciare frammenti nel corpo. Abbiamo deciso di usare questo tipo di analisi per verificare la presenza, nelle armi che producono ferite amputanti e carbonizzanti, di metalli che si depositano sulla pelle e dentro il derma nella sede della ferita”.

“La presenza – prosegue – di metalli in queste armi che non lasciano frammenti era stata ipotizzata, ma mai provata prima. Con nostra sorpresa, oltre a identificare i metalli presenti nelle armi amputanti, anche le bruciature da fosforo bianco contengono metalli in quantità elevate. La presenza di metalli in tutte queste armi implica anche la loro diffusione nell’ambiente in quantità ed in un’area di dimensioni a noi ignote, variabili secondo il tipo di arma. Questi metalli sono dunque anche inalati dalla persona ferita e da chi si trovava nelle adiacenze anche dopo l’attacco militare. La presenza di questi metalli comporta così un rischio sia per le persone coinvolte direttamente, che per quelle che invece non sono state colpite”.

Tratto da: it.peacereporter.net

Perché l’Italia non deve tornare al nucleare | gli italiani

Fonte: Perché l’Italia non deve tornare al nucleare | gli italiani.

di Raffaele Langone

Come è noto, il Governo centrale spinge per il ritorno dell’Italia al nucleare e l’ENEL ha stipulato un accordo preliminare con la ditta francese AREVA per l’acquisto di quattro centrali di tipo EPR da 1650 MW. Per dar ragione di questa scelta si fa ricorso ad argomentazioni che a prima vista possono apparire fondate, ma che in realtà sono facilmente confutabili sulla base di dati ampiamente disponibili nella letteratura scientifica ed economica internazionale.

Si sostiene che l’energia nucleare è in forte espansione in tutto il mondo, ma si tratta di un’informazione smentita dai fatti. Da vent’anni il numero di centrali nel mondo è di circa 440 unità e nei prossimi anni le centrali nucleari che saranno spente per ragioni tecniche od economiche sono in numero maggiore di quelle che entreranno in funzione. In Europa il contributo del nucleare alla potenza elettrica installata è sceso dal 24% del 1995 al 16% del 2008. L’energia elettrica prodotta col nucleare nel mondo è diminuita di 60 TWh dal 2006 al 2008. In realtà, quindi, il nucleare è in declino, semplicemente perché non è economicamente conveniente in un regime di libero mercato.

Se lo Stato non si fa carico dei costi nascosti (sistemazione delle scorie, dismissione degli impianti, assicurazioni), oppure non garantisce ai produttori di energia nucleare consumi e prezzi alti, il tutto ovviamente a svantaggio dei cittadini, nessuna impresa privata è disposta ad investire in progetti che presentano alti rischi finanziari di vario tipo, a cominciare dalla incertezza sui tempi di realizzazione. Negli Stati Uniti, dove non si costruiscono centrali nucleari dal 1978, il Presidente Obama, nel suo discorso di insediamento ha detto: “utilizzeremo l’energia del sole, del vento e della terra per alimentare le nostre automobili e per far funzionare le nostre industrie”. La recente decisione del Governo americano di concedere 8,3 miliardi di dollari come prestito garantito ad un’impresa che intenderebbe costruire due reattori nucleari non modifica sostanzialmente la situazione. Obama è evidentemente condizionato dalla fortissima lobby nucleare americana, capeggiata dalla Westinghouse che, volendo vendere all’estero i suoi reattori, deve costruirne almeno qualcuno in patria. La notizia, peraltro, conferma la necessità per il nucleare di ricevere aiuti statali ed è accompagnata (si veda Chem. Eng. News 2010, 88(8), p. 8, February 22, on line February 18) da due interessanti informazioni: la Commissione di sicurezza ha riscontrato difetti nei progetti della Westinghouse e non ha dato il suo benestare alla costruzione dei reattori in oggetto, e l’Ufficio del Bilancio del Congresso ha manifestato preoccupazione perché c’è un’alta probabilità che il progetto fallisca e vadano così perduti gli 8,3 miliardi di dollari dei contribuenti.
Si sostiene che lo sviluppo dell’energia nucleare è un passo verso l’indipendenza energetica del nostro Paese, ma anche questa è una notizia falsa, semplicemente perché l’Italia non ha uranio. Quindi, nella misura in cui il settore elettrico si volesse liberare dalla dipendenza dei combustibili fossili utilizzando energia nucleare, finirebbe per entrare in un’altra dipendenza, quella dall’uranio, anch’esso da importare e anch’esso in via di esaurimento.

Si sostiene che con l’uso dell’energia nucleare si salva il clima perché non si producono gas serra. In realtà le centrali nucleari, per essere costruite, alimentate con uranio, liberate dalle scorie che producono e, infine, smantellate, richiedono un forte investimento energetico basato sui combustibili fossili. In ogni caso, le centrali nucleari che si intenderebbe installare in Italia non entreranno in funzione prima del 2020 e quindi non potranno contribuire a farci rispettare i parametri dettati dall’Unione Europea (riduzione della produzione di CO2 del 17% per il 2020).

Si afferma anche che la Francia, grazie al nucleare, è energeticamente indipendente e dispone di energia elettrica a basso prezzo. In realtà la Francia, nonostante le sue 58 centrali nucleari, importa addirittura più petrolio dell’Italia. E’ vero che importa il 40% in meno di gas rispetto all’Italia, ma è anche vero che è costretta ad importare uranio. Che poi l’energia nucleare non sia il toccasana per risolvere i problemi energetici, lo dimostra una notizia pubblicata su Le Monde del 17 novembre scorso e passata sotto silenzio in Italia: pur avendo 58 reattori nucleari, la Francia attualmente importa energia elettrica.
Secondo voci ufficiali, la costruzione (si noti, solo la costruzione) delle quattro centrali EPR AREVA che si vorrebbero installare in Italia, costerebbe complessivamente 12-15 miliardi di €, ma la costruzione in Finlandia di un reattore dello stesso tipo si è rivelata un’impresa disastrosa. Il contratto prevedeva la consegna del reattore nel settembre 2009, al costo di 3 miliardi di €: a tale data, i lavori erano in ritardo di 3,5 anni ed il costo era aumentato di 1,7 miliardi di €; ma non è finita, perché in novembre le autorità per la sicurezza nucleare di Finlandia e Francia hanno chiesto drastiche modifiche nei sistemi di controllo del reattore, cosa che da una parte causerà ulteriori spese e ritardi e dall’altra conferma che il problema della sicurezza non è facile da risolvere.
L’Italia non solo non ha uranio, ma non ha neppure la filiera che porta, con operazioni di una certa complessità, dall’uranio grezzo estratto dalle miniere all’uranio arricchito utilizzato nei reattori. Per il combustibile dipenderemo quindi totalmente da paesi stranieri, seppure amici come la Francia. Non bisogna però dimenticare che la Francia a sua volta non ha uranio e che per far funzionare i suoi reattori ne importa il 30% da una nazione politicamente instabile come il Niger.

C’è poi il problema dello smaltimento delle scorie, radioattive per decine o centinaia di migliaia di anni, che neppure negli USA ha finora trovato una soluzione. E c’è il problema dello smantellamento delle centrali nucleari a fine ciclo, operazione complessa, pericolosa e molto costosa, che in genere viene rimandata (di 100 anni in Gran Bretagna), in attesa che la radioattività diminuisca e nella speranza che gli sviluppi della tecnologia rendano più facili le operazioni. Si tratta di due fardelli che passano sulle spalle delle ignare ed incolpevoli future generazioni!
Il rientro nel nucleare, quindi, è un’avventura piena di incognite. A causa dei lunghi tempi per il rilascio dei permessi e l’individuazione dei siti (3-5 anni), la costruzione delle centrali (5-10 anni), il periodo di funzionamento per ammortizzare gli impianti (40-60 anni), i tempi per lo smantellamento alla fine della operatività (100 anni), la radioattività del combustibile esausto (decine o centinaia di migliaia di anni), il nucleare è una scommessa che si protende nel lontano futuro, con un rischio difficilmente valutabile in termini economici e sociali.

Di fronte ad una domanda di energia sempre crescente,fino ad oggi la politica adottata in Italia e negli altri Paesi sviluppati è stata quella di aumentarne le importazioni. Continuare in questo modo significa correre verso un collasso economico, ambientale e sociale. Oggi la prima cosa da fare è mettere in atto provvedimenti mirati a consumare di meno, cioè a risparmiare energia e ad usarla in modo più efficiente. Autorevoli studi mostrano che nei paesi sviluppati circa il 50% dell’energia primaria viene sprecata e che l’aumento dei consumi energetici non porta ad un aumento del benessere, ma semmai causa nuovi problemi: in Europa nel 2008 gli incidenti stradali causati dall’eccessivo uso dell’automobile hanno provocato 39 mila morti e 1.700.000 feriti. E’ possibile diminuire i consumi energetici in modo sostanziale con opportuni interventi quali l’isolamento degli edifici, il potenziamento del trasporto pubblico, lo spostamento del traffico merci su rotaia e via mare, l’uso di apparecchiature elettriche più efficienti, l’ottimizzazione degli usi energetici finali. Anche in sede Europea, la strategia principale adottata per limitare la produzione di gas serra consiste nel ridurre il consumo di energia (20% in meno entro il 2020).

Quanto alle fonti di energia, l’Italia non ha petrolio, non ha metano, non ha carbone e non ha neppure uranio. La sua unica, grande risorsa è il Sole, una fonte di energia che durerà per 4 miliardi di anni, una stazione di servizio sempre aperta che invia su tutti i luoghi della Terra un’immensa quantità di energia, 10.000 volte quella che l’umanità intera consuma. Una corretta politica energetica deve basarsi sulla riduzione degli sprechi e dei consumi e sullo sviluppo dell’energia solare e delle altre energie rinnovabili. Come è già accaduto in altri paesi europei, una diffusa applicazione delle energie rinnovabili creerebbe in tempi brevi nuove imprese industriali ed artigianali e nuovi posti di lavoro.
Bisogna anche sottolineare che l’eventuale rientro nel nucleare, proprio a causa dei gravi problemi che pone e dei tempi che ipotecano largamente il futuro, non può avvenire senza il consenso politico della grande maggioranza del Parlamento e delle Regioni, alle quali spetta la competenza dell’uso del territorio.

L’espansione del nucleare non è una strada auspicabile neppure a livello mondiale in quanto si tratta di una tecnologia per vari aspetti pericolosa. C’è infatti una stretta connessione dal punto di vista tecnico, oltre che una forte sinergia sul piano economico, fra nucleare civile e nucleare militare, come è dimostrato dalle continue discussioni per lo sviluppo del nucleare in Iran. Una generalizzata diffusione del nucleare civile porterebbe inevitabilmente alla proliferazione di armi nucleari e quindi a forti tensioni fra gli Stati, aumentando anche la probabilità di furti di materiale radioattivo che potrebbe essere utilizzato per devastanti attacchi terroristici.
Infine, è evidente che, a causa del suo altissimo contenuto tecnologico, l’energia nucleare aumenta la disuguaglianza fra le nazioni. Risolvere il problema energetico su scala globale mediante l’espansione del nucleare porterebbe inevitabilmente ad una nuova forma di colonizzazione: quella dei paesi tecnologicamente più avanzati su quelli meno sviluppati.

Il Comitato energia per il futuro.it

Vincenzo Balzani (Presidente), Università di Bologna
Vincenzo Aquilanti, Università di Perugia
Nicola Armaroli, Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna
Ugo Bardi, Università di Firenze
Salvatore Califano, Università di Firenze
Sebastiano Campagna, Università di Messina
Marco Cervino, Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna
Luigi Fabbrizzi, Università di Pavia
Michele Floriano, Università di Palermo
Giovanni Giacometti, Università di Padova
Elio Giamello, Università di Torino
Nazareno Gottardi, già ricercatore dell’EURATOM (Commissione Europea)
Giuseppe Grazzini, Università di Firenze
Francesco Lelj Garolla, Università della Basilicata
Luigi Mandolini, Università “La Sapienza”, Roma
Giovanni Natile, Università di Bari
Giorgio Nebbia, Università di Bari
Gianfranco Pacchioni, Università Milano-Bicocca
Giorgio Parisi, Università “La Sapienza”, Roma
Paolo Rognini, Università di Pisa
Renzo Rosei, Università di Trieste
Leonardo Setti, Università di Bologna
Franco Scandola, Università di Ferrara
Rocco Ungaro, Università di Parma

Blog di Beppe Grillo – Nulla si crea, nulla si distrugge.Il centro di riciclo di Vedelago

Fantastico questo impianto di riciclaggio…

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Nulla si crea, nulla si distrugge.Il centro di riciclo di Vedelago.

Nulla si crea e nulla si distrugge. I rifiuti sono una risorsa, se da un diamante non nasce nulla dalla raccolta differenziata può nascere qualunque cosa, dalle sedie, ai materiali edili, alla pavimentazione per interni e prefabbricati. Il Centro Riciclo di Vedelago è la dimostrazione che lo smaltimento rifiuti può diventare gratuito con la raccolta differenziata. Se gli inceneritori producono malattie, il riciclo dei rifiuti produce occupazione. Vedelago crea un indotto di 9.200 persone. E’ necessario un Centro Riciclo come Vedelago in ogni provincia. Il blog darà visibilità alle nuove iniziativa. La bolletta della spazzatura va incenerita, non i rifiuti.

Intervista a Carla Poli del Centro Riciclo di Vedelago.

Come funziona il Centro Riciclo Vedelago
Blog: “Dott. Carla Poli siamo venuti qui nel centro di riciclo di Vedelago, cosa fate in questo impianto? ”
Carla Poli: “Noi riceviamo le raccolte differenziate dei comuni e delle aziende, escludendo solo la parte umida e provvediamo a fare dapprima una selezione per ricavare i materiali che hanno già un mercato, i materiali che non hanno un mercato immediato, vengono riciclati, ne facciamo una materia prima e seconda, che ha un suo mercato di riferimento.
Blog: “Tutto questo partendo da cosa? ”
Carla Poli: “Partendo dai materiali di scarto che non hanno un utilizzo immediato, mentre le bottiglie e i flaconi trovano collocazione in un mercato di vendita nelle fabbriche per fare altri flaconi o pile, queste sarebbero tutte le plastiche miste anche con un po’ di carta, con tutti i materiali di scarto che si portavano una volta a discarica o inceneritore. Qua hai un esempio di una pavimentazione fatta con il nostro granulo più gli scarti del legno da riciclo, quindi pavimentazione per prefabbricati, per interni e per pavimentazione per esterno antiscivolo, quindi le tecniche ci sono, gli studi sono stati fatti, noi abbiamo investito i nostri soldi derivanti dalle attività perché aiuti non ne abbiamo avuti finora nella ricerca, nella sperimentazione, insieme a università… ”
Blog: “Quindi questo materiale viene fuori da qui? ”
Carla Poli: “Non lo facciamo noi, lo fa un’altra azienda, noi mettiamo in moto un’altra filiera che è quella di fare i manufatti! Oltre a pavimentazione, le sedute, gli schienali delle sedie, questa poltroncina invece di avere legno o plastica vergine, poi diventa quella. Queste sedie hanno bisogno solo di essere foderate o questi sono i camminamenti per le spiagge, si usano moltissimo, sono fatti 100% con il nostro materiale. ”
Blog: “Anche dissuasori? ”
Carla Poli: “Sì, qua ce ne è una percentuale, lo studio e la sperimentazione serve a dire: come faccio questo manufatto? Quanto posso usare del mio granulo? Insieme a cosa, prendo qua c’è la gomma che deriva dal riciclo del rame dai cavi di rame, quindi il campo è vasto, bisogna studiare, applicarsi, sperimentare. Pallet, quelle sono per le costruzioni, vanno annegate nel cemento per dare areazione e antisismicità alle costruzioni, quell’azienda aveva chiuso qua in Italia, è un’azienda di Ancona, grazie a questo nuovo studio – applicazione, ha riaperto, perché altrimenti non era più competitiva sul mercato visti i costi e dentro a questa igloo c’è l’80% del nostro grano, fino all’80%, quindi anche un parziale utilizzo di un manufatto, consente un abbattimento dei costi, l’importante nel nostro sistema perché non è che noi abbiamo un impianto che si può replicare, si può portare, funziona là, facciamo anche noi… no, abbiamo un sistema che parte dall’organizzazione del territorio, quindi ci vuole l’aggancio con l’ente pubblico perché al pubblico è demandata per legge la raccolta e la gestione del rifiuto urbano, poi l’industriale è tutta un’altra cosa, le aziende fanno una bellissima raccolta differenziata perché risparmiano, non c’è bisogno di tante storie, capito? Imparano tra gruppo San Pellegrino, Gruppo Vera, Gatorade, tutto il gruppo Benetton hanno la mensa e la fanno tutti la raccolta differenziata per il semplice motivo che risparmiano nella gestione. Un metodo del genere si riesce a esportare in Campania, dove c’è una situazione ai limiti della sopportazione. In Campania bisogna mettere in moto gli impianti, gli impianti ci sono, solo che sono fermi!”
Blog: “Perché li hanno trasformati non fanno più il Cdr. ”
Carla Poli: “Va portato in discarica, va portato all’inceneritore? Bene, o va là o va al riciclo, il materiale o va in un posto o va in un altro! ”
Blog: “Una montagna di ecoballe che non si sa cosa c’è dentro… ”
Carla Poli: “L’ecoballe è tutto un altro problema, bisogna sapere cosa… non tratto materiale che viene tutto alla rinfusa, se si vuole fare questo percorso, guarda che è la terza volta che te lo dico, bisogna fare a monte una raccolta che sia adeguata, perché nel casino non ci mette le mani nessuno, invece se ci arriva la raccolta della frazione secca non deve esserci umido, se non il 4, 5% come noi verifichiamo, allora l’errore noi correggiamo, la percentuale di errore, non la mescolanza… se non si vuole fare questo, allora si porta a discarica, ci sono delle regole ben precise è una cosa talmente ovvia… se un’azienda mescola i suoi scarti di produzione che sono sfridi plastici, con il materiale che gli proviene dalla mensa, capisci che nessuno ci può mettere le mani, noi ci mettiamo le mani sul materiale, ma deve arrivare materiale, non rifiuto! Chi fa la raccolta differenziata deve capire questa differenza che è sostanziale. Partiamo da questo che è il riciclo, trasformo in una materia prima e seconda, puoi vedere, qua si vede bene, questo è… vedi la frazione secca? Qua non senti odore, senti odore qua? Molto meno che nell’imballaggio perché se non c’è l’umido è logico, però questa sarebbe stata destinata tutta a discarica, almeno per l’80% si vede, vedi la racchetta… è plastica, quindi con queste considerazioni noi siamo partiti… ”
Blog: “Voi mettete le mani in questa… ”
Carla Poli: “No, questa va direttamente in lavorazione, ma la controlliamo e vediamo se è divisa correttamente. Questi invece sono imballaggi plastici che non hanno mercato, il consorzio nazionale del Conai usualmente mi destina a discarica l’inceneritore, noi abbiamo la possibilità e li ricicliamo, tutto questo materiale viene ricontrollato, va sull’impianto, c’è una calamità, se c’è il ferro… qui c’è ulteriormente recupero di ferro e di alluminio… recupera perché nella frazione secca, per esempio qualcuno dimentica la lattina e noi facciamo il recupero, ma proprio anche le parti più piccole, queste noi la vendiamo, è alluminio, quindi le macchine ci sono per fare questi lavori, trova impiego proprio… “


Un’industria virtuosa

Blog: “Secondo lei da materiale compromesso come la questione delle ecoballe a Napoli, si riesce a fare questo lavoro? ”
Nelle ecoballe non so cosa c’è, se c’è la parte umida… se sta andando in fermentazione, vuole dire che c’è dell’umido dentro, allora la fase di base è che deve essere tolto l’umido, altrimenti qua non è che vuoi trasformare in… ”
Blog: “Altrimenti qui non potremmo respirare, invece… ”
Bravo, invece vedi che non ti provoca problemi, adesso dobbiamo saltare avanti dopo questo entra macchina che stanno cambiando le lame, per sfregamento si scioglie, si riscalda, dopo che va in raffreddamento raggiunge una temperatura di circa 160/180° per cui non c’è combustione, ma c’è solo lo scioglimento del materiale plastico che ingloba un po’ anche tutti gli altri materiali, un po’ di legno… a norma di legge, perché le leggi ci sono, i regolamenti ci sono, le norme Uni ci sono, una volta che è avvenuta la densificazione va al raffreddamento perché uscendo a quella temperatura, va in quel macinatore che è un granulatore, si chiama, poi va nel vaglio per dividere la parte fine dalla parte grossa e va all’insaccamento. ”
Blog: “Quindi dentro questi sacchi c’è il materiale miracoloso! ”
Carla Poli: “Questo è un tipo di materiale, questo è densificato, come esce, esce molle e guardi, poi si solidifica e poi va in granulazione, o questo oppure… perché noi non è che facciamo un prodotto e quello è, noi facciamo il prodotto per il cliente.”
Blog: “C’è chi lo vuole un po’ più grezzo… ”
Carla Poli: “Non ho materiale che è qua, tutto il materiale è ordinato, prenotato, noi produciamo sempre il cliente, c’è un cliente che lo vuole più addensato, meno addensato, più cotto, più crudo, più fine o meno fine e noi glielo produciamo, non è che siamo il supermercato che poi magari facciamo una svendita 3 x 2, qua dobbiamo produrre per vendere, perché se 100 tonnellate mi entrano al giorno, 100 tonnellate mi devono uscire! ”
Blog: “Quante persone lavorano in un impianto come questo? ”
Carla Poli: “Noi abbiamo 64 dipendenti, però per alcuni materiali diamo da lavorare a altre aziende, ci sono molte aziende in Provincia di Treviso che si occupano di riciclo, per esempio queste cassette vanno consegnate a un’azienda che le lava, le tritura, fa le scagliette e poi questa azienda le vende a un’altra azienda che rifà magari cassette o fa le bacinelle. “
Blog: “C’è un indotto anche. ”
Carla Poli: “C’è un indotto, è stato calcolato da un istituto di ricerca in circa 9.200 persone addette all’indotto dalla nostra azienda, quindi sono tutti quei calcoli che fanno, potremmo farlo anche noi, però dovremo dotarci di una macchina apposta, ma così noi facciamo il nostro lavoro che è il lavoro base! Sopra c’è la piattaforma dove fanno la selezione, tutte queste camere si riempiranno una di bottiglie bianche, una di azzurra, una di colorate, quando è piena la camera, si spinge il materiale e va su in pressa, attraverso questi nastri viene caricata la pressa che è quel macchinario verde e viene fatta la balla di materiale e portata nel deposito produzione. Invece questo è un polmone di accumulo perché se si rompe la prima parte di impianto, la seconda parte può lavorare. Questo vaglio fa un grande lavoro, suddivide le plastiche leggere che non hanno un mercato, i pezzettini piccoli, quindi si chiama sottovaglio, le bottiglie e i flaconi li manda sulla piattaforma, quindi è una prima sgrossatura del materiale plastico di modo che c’è una produttività ottima, se dovessimo farlo a mano ci vorrebbe un’altra piattaforma. Senti il rumore perché è materiale con il vetro, organizziamo tutti i vari settori, sappiamo già dalla settimana prima quali saranno i conferimenti, quindi vengono organizzate le produzioni per i tipi di materiali che arrivano. Quindi le squadre di operatori… sapendo già cosa ci portano e che cosa dobbiamo fare, allora noi siamo informati di tutte le tipologie di imballaggi, di materiali… che entrano sul mercato perché prima o dopo ci arrivano, quindi dobbiamo già sapere cosa, come si possono recuperare, quindi mettiamo in moto dalla produzione al recupero dei materiali, quindi torniamo alla produzione, questo è un ciclo chiuso come la natura, non è un ciclo aperto. Tu vedi, queste raccolte provengono dalle scuole e noi dalle scuole partiamo, perché li abituiamo a fare una raccolta, questi sono sacchi di frazione secca, vedi che non c’è il sacco nero? Noi non vogliamo perché la responsabilità di quello che conferiscono, quindi non devono avere l’idea che bisogna nascondere, la si vede che è frazione secca, quindi stanno attenti perché altrimenti si vede, perché l’operatore del camion ha subito la visione e quindi dice: no, questo non va bene, me lo riselezioni e stai più attento, se invece è sacco nero non si vede niente. Il costo che facciamo pagare per la raccolta di questo… è zero, capito? Quello invece… gli imballaggi, le lattine, plastiche… le scuole lo fanno, vedi com’è divisa la roba? Qua basta che lo metto in linea e è a posto, passa sotto una macchina, se è ferro, se è alluminio perché anche adesso le lattine le fanno in acciaio, quindi se è acciaio va diviso dal… però il grosso del lavoro me l’ha fatto la scuola e non gli è costato niente perché invece di mettere lì, mettono là, quindi un gesto di consapevolezza perché loro vedono perché vengono in visita e vedono cosa facciamo del materiale. ”
Blog: “Quanto costa mettere so un impianto così? ”
Carla Poli: “Dipende da quanta roba devi lavorare, se vuoi fare il primo impianto solo o anche il secondo, noi abbiamo investito circa 5,5/6 milioni di euro, perché di macchine ne compriamo sempre, non è che… adesso hanno appena caricato un camion di un determinato materiale, quindi… ma vedi la selezione com’è? Vedi i flaconi, le bottiglie colorate, quelle bianche, quelle azzurre, questo è il mercato italiano, quelle nere sono le cassette, gli altri lasciano i nylon, mentre la roba ci arriva sciolta, la puoi vedere, quindi i conferimenti sono quelli, noi da là partiamo, mentre quelle bianche, quei sacchi sono tutti sacchi di polistirolo di un’azienda che li ha suddivisi, quel polistirolo però ci sono anche cartoni, toglieremo i cartoni da avviare alla cartiera, mentre il polistirolo va nel secondo impianto. Quindi dopo questa attività c’è tutto il lavoro, quindi l’indotto fatto nascere e crescere proprio dalle tipologie di materiali. Per esempio in Sardegna dove inaugureremo a breve il nuovo impianto, inaugureremo ufficialmente nel senso che sta già operando, lì è nata una cooperativa per utilizzare il granulo nel settore edilizio, perché loro la sabbia la comprano in continente, quindi gli costa un sacco di soldi, ne vanno a riutilizzarla, però stanno nascendo varie attività per utilizzare questi materiali e per far nascere un’attività devono studiare, quindi il collegamento anche lì con le università, con l’istituto di ricerca, Cagliari, Sassari, ci sono ottimi ricercatori, non dobbiamo noi andare a ricercare ricercatori all’estero, perché ne abbiamo, anzi i nostri vanno all’estero! Quindi l’abbinamento con i diversi laboratori universitari, perché un’università è specializzata in una cosa e una nell’altra, quindi bisogna andarsele a ricercare, quindi è un lavoro di pazienza, costanza, è un lavoro! ”
Blog: “Però possibile.”
Carla Poli: “Ma certo che è possibile, non è che siamo qua dall’anno scorso, sono decenni, all’inizio era più difficile trovare delle soluzioni, adesso si trovano perché si è aperto anche… quando c’è la normativa, le regole che stabiliscono, tu basta che corri sulla strada!

Antimafia Duemila – L’inquinamento siracusano al Parlamento europeo

Fonte: Antimafia Duemila – L’inquinamento siracusano al Parlamento europeo.

Ho presentato un’interrogazione alla Commissione europea sullo smaltimento dei rifiuti e l’inquinamento nella zona del siracusano, riportando dei dati ufficiali molto preoccupanti.
Secondo i dati ufficiali dell’OMS e dell’ENEA, la zona della provincia di Siracusa, comprendente i comuni di Augusta, Priolo e Melilli, è contraddistinta da un tasso di mortalità per cancro del 30%. L’esposizione della popolazione della zona al cancro arriva al 60%, laddove la media italiana è del 25%. Altro dato preoccupante è la percentuale di feti con malformazioni che si aggira sul 4%, raggiungendo addirittura picchi del 5-6% com’è accaduto nel 2000.

Già negli anni ’90 il Ministero dell’Ambiente aveva dichiarato quella zona un’area ad ‘alto rischio di crisi ambientale‘, ma nulla è stato fatto per rimediare a questo ‘olocausto industriale‘, come qualcuno lo ha etichettato. I dati sulle emissioni nell’atmosfera e nelle acque dei complessi industriali della zona sono consultabili nel registro INES, aggiornato al 25 novembre 2008, e dimostrano un preoccupante trend delle emissioni, in crescita nel corso degli anni. Come se non bastasse, la Regione Siciliana ha di recente approvato un progetto per la creazione sul sito di un megainceneritore che permetterebbe di convogliare circa 500.000 tonnellate di rifiuti e di bruciarne circa 280.000 l’anno.

Si registrano tante e tali violazioni di direttive comunitarie in materia, da rendere impossibile citarle tutte, ma ho citato nella mia interrogazione quelle principali: carenza della valutazione d’impatto ambientale di determinati progetti pubblici e privati; carenza nella lotta contro l’inquinamento atmosferico provocato dagli impianti industriali, carenze nella limitazione delle emissioni nell’atmosfera di taluni inquinanti originati dai grandi impianti di combustione e totale disattenzione alla direttiva sulla responsabilità ambientale in materia di prevenzione e riparazione del danno. Questa normativa europea è tra l’altro citata nei ‘considerando‘ del decreto legislativo n. 152 del 3 aprile 2006, recante norme in materia ambientale, che viene del tutto disatteso. Alla luce di tutto questo, ho chiesto alla Commissione come intendesse intervenire affinchè si fermasse questo scempio e si garantisse ai cittadini il diritto alla salute.

Proprio ieri ho ricevuto risposta da Janez Potocnik, il quale mi ha informata che la Commissione non era a conoscenza della situazione specifica da me illustrata, nonostante avesse contezza circa l’inquinamento industriale nella zona di Augusta.
In materia di normativa UE sulla qualità dell’aria, l’Italia ha richiesto una proroga, ai sensi dell’articolo 22 della direttiva 2008/50/CE, per quanto riguarda il rispetto dei valori limite per il particolato (PM10) nella zona di qualità dell’aria che comprende i comuni citati dall’onorevole parlamentare (zona IT19R2).
In data 1° febbraio 2010, la Commissione ha deciso di non concedere la proroga in quanto l’Italia non aveva dimostrato di aver adottato tutte le disposizioni utili per conformarsi agli obblighi entro la data iniziale prevista nel 2005, né che il rispetto dei valori limite sarebbe stato raggiunto entro giugno 2011, termine del periodo di esenzione (si tratta di due delle tre condizioni stabilite all’articolo 22 della direttiva 2008/50/CE per poter ottenere una proroga).
La Commissione aveva già lanciato una procedura d’infrazione nel gennaio 2009, in quanto l’Italia aveva dato notifica in ritardo della proroga. La Commissione ha adottato due decisioni negative in risposta a richieste di proroga avanzate dall’Italia per il PM10 e sta attualmente valutando se inviare un parere motivato allo Stato membro riguardo il superamento dei valori limite del PM10 in diverse zone di valutazione della qualità dell’aria ambiente sul suo territorio, inclusa la zona IT19R2.

La programmazione di attività industriali e lo svolgimento di progetti specifici in questo campo è di competenza esclusiva degli Stati membri, a condizione che essi rispettino la legislazione dell’UE. La Commissione tiene a precisare che ai sensi dell’articolo 4 della direttiva 2006/12/CE del Parlamento e del Consiglio del 5 aprile 2006 relativa ai rifiuti2, gli Stati membri adottano le misure necessarie per assicurare che i rifiuti siano recuperati o smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e senza usare procedimenti o metodi che potrebbero recare pregiudizio all’ambiente e in particolare:

a) senza creare rischi per l’acqua, l’aria, il suolo e per la fauna e la flora;
b) senza causare inconvenienti da rumori od odori;
c) senza danneggiare il paesaggio e i siti di particolare interesse.

Inoltre, l’articolo 4 della direttiva quadro 2008/98/EC sui rifiuti, applicabile a decorrere dal 12 dicembre 2010, stabilisce che per la loro gestione vada osservata una cosiddetta “gerarchia dei rifiuti” che incoraggia la prevenzione, la preparazione per il riutilizzo, il riciclaggio e il recupero di energia, mentre lo smaltimento, ad esempio tramite incenerimento, è considerata la meno desiderabile tra le opzioni disponibili.

La Commissione non ha ancora individuato violazioni specifiche nella provincia di Siracusa, ma si impegna da subito a richiedere alle autorità italiane di fornire informazioni in merito alle procedure di autorizzazione per il previsto inceneritore nonché alle condizioni di funzionamento degli impianti nella zona e alle misure tramite le quali le autorità italiane intendono assicurare l’effettiva osservanza della legislazione UE.

Tratto da: soniaalfano.it