Archivi categoria: strategia della tensione

Il puzzle ricomposto. Ecco la cronologia esatta della trattativa

Quella che presentiamo qui di seguito è la ricostruzione cronologica più fedele e meticolosa che mai sia stata fatta di tutte le fasi salienti della cosiddetta “trattativa” tra i vertici di Cosa Nostra e pezzi delle Istituzioni, a partire dalla seconda settimana del mese di giungo 1992 quando il capitano del Reparto Operativo Speciale (Ros) dei Carabinieri Giuseppe De Donno incontra per la prima volta l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino fino a giungere ai giorni nostri. Questa ricostruzione, che si concentra principalmente sul periodo più oscuro e controverso che va dalla morte di Salvo Lima (12 marzo 1992) fino all’arresto di Totò Riina (15 gennaio 1993) passando attraverso le stragi di Capaci e Via D’Amelio, è basata su un lavoro di ricerca, di analisi e di raffronto fra vari tipi di documentazione: i verbali di interrogatorio resi alla procura di Palermo da Massimo Ciancimino (il figlio prediletto di don Vito), le deposizioni dello stesso Massimo ma anche del fratello Giovanni, del colonnello Michele Riccio e di Luciano Violante al processo a carico di Mario Mori e Mauro Obinu in corso a Palermo per favoreggiamento a Cosa Nostra, le dichiarazioni spontanee dello stesso generale Mori, articoli di giornale recuperati in archivio, pizzini inediti, manoscritti autentici, agende personali, carte e carteggi originali sequestrati dall’autorità giudiziaria, dichiarazioni ufficiali rilasciate dai vari protagonisti nel corso degli anni, sentenze passate in giudicato, eventi storici indiscutibili e fatti ormai acquisiti.

Per correttezza, e’ bene ricordare che le dichiarazioni di Massimo Ciancimino inerenti questa “trattativa” tra i vertici di Cosa Nostra e pezzi dello Stato (dichiarazioni che costituiscono una delle fonti principali di questa ricostruzione cronologica e alle quali rimandiamo per approfondimento) sono attualmente al vaglio investigativo e dibattimentale dell’Autorità Giudiziaria. Tuttavia abbiamo ritenuto indispensabile fornire ai lettori un quadro il più aggiornato possibile su tutti gli elementi di conoscenza recentemente resi pubblici nel corso delle inchieste e dei processi in corso. Quello che ne esce è un puzzle impressionante, ricomposto tassello per tassello, che, pur presentando ancora qualche buco nero, si lascia guardare in tutta la sua interezza. E svela una Verità che fa male, malissimo, e che ormai viene a galla in tutte le sue sfumature più indecenti. Racconta di un’Italia che per quasi un anno, dal marzo ’92 fino al gennaio ’93, è stata letteralmente in balia, con la presunta complicità di estesi apparati dello Stato, di un pazzo criminale analfabeta, al secolo Totò U’ Curtu. E che, per i restanti tredici anni successivi al suo arresto, ha vissuto in precario equilibrio su un filo sottilissimo sospeso nel vuoto. Da un lato, a tenere il filo, oscuri personaggi in auto blu. Dall’altro, Bernardo Provenzano.

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Il generale Mori e Cosa Nostra: l’accusa è ‘concorso esterno’

Fonte: Il generale Mori e Cosa Nostra: l’accusa è ‘concorso esterno’.

Concorso esterno in associazione mafiosa. E’ questo il reato per il quale la Procura di Palermo ha iscritto nel registro degli indagati il generale Mario Mori, già capo del Ros dei Carabinieri e del Sisde. È un nuovo capitolo dell’inchiesta sulla “trattativa” e sul “patto” stretto da uomini delle istituzioni con Bernardo Provenzano, il capo dell’ala “moderata” di Cosa Nostra. Secondo l’ipotesi accusatoria dei Pm Nino Di Matteo e Antonio Ingroia, sarebbero stati parte di questa trattativa i colloqui che nel 1992, dopo la strage di Capaci, Mori e Giuseppe De Donno, il suo più fidato ufficiale, ebbero con l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino.

Nel marzo scorso si era saputo che, nell’ambito della stessa inchiesta, De Donno era indagato per “violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario”. E, con lui, per favoreggiamento, anche il capitano dei carabinieri Antonello Angeli. Assieme a questi uomini delle istituzioni, si seppe che erano pure indagati i capimafia Riina, Provenzano e Cinà e alcuni esponenti dei Servizi tra cui il misterioso “signor Franco”, l’agente di collegamento tra Vito Ciancimino e gli apparati dello Stato, la cui identificazione impegna spasmodicamente gli inquirenti. Del reato ipotizzato a carico di Mori si è invece saputo solo ieri.


Secondo l’ipotesi dei pm, la trattativa ebbe precisi passaggi. Dopo i colloqui con Ciancimino ci fu la cattura di Riina, agevolata da Provenzano. Alla quale, però, non seguì la perquisizione del covo. Altro passaggio, nell’ottobre del 1995, la mancata cattura di Provenzano. Per questo reato il generale Mori, con un altro ufficiale del Ros, Mauro Obinu, è oggi sotto processo a Palermo. Per la mancata perquisizione è stato già processato e assolto. Ma quell’omissione, oggi, viene letta nel nuovo contesto accusatorio: il covo di Riina non sarebbe stato perquisito per evitare il ritrovamento di documenti che avrebbero svelato la trattativa e compromesso il progetto di favorire la successione alla guida di Cosa Nostra del “moderato” Provenzano. Il quale, da latitante, avrebbe dovuto garantire una nuova ‘pax mafiosa’ e la fine delle stragi. Che, invece, nel 1993, continuarono. Ma senza il suo avallo. Provenzano, infatti, il 31 ottobre del 1995 non fu arrestato benché al Ros fosse giunta un’informazione estremamente precisa sul luogo in cui era nascosto, una casa tra Palermo e Corleone.

Ma per chi trattarono Mori e De Donno? Chi garantì, sempre che l’ipotesi accusatoria sia fondata, il patto? Di certo, secondo gli inquirenti, ci fu una controparte politica. Lo stesso Mori recentemente ha sostenuto che se vi fu trattativa essa non poteva poggiarsi solo su due ufficiali dei carabinieri. Il fronte politico dell’indagine è ancora coperto. Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, e Giovanni Brusca, hanno fatto i nomi di Nicola Mancino, oggi vicepresidente del Csm e ministro dell’Interno nel 1992, e di Virginio Rognoni, ministro della Difesa fino al giugno dello stesso anno. Ma i due interessati hanno categoricamente smentito.
Secondo quanto hanno detto ai giudici di Palermo l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli e Liliana Ferraro, che prese il posto di Falcone all’ufficio Affari penali del ministero, dell’attività di Mori e De Donno sarebbe venuto a conoscenza il giudice Paolo Borsellino. Da qui il dubbio terribile che la strage in cui perse la vita assieme alla sua scorta, la strage di via D’Amelio, vada letta come strage di Stato.

L’ipotesi che la trattativa nel 1993 sia andata avanti a colpi di colpi di bombe (a Firenze, Milano e Roma) era del pm fiorentino Gabriele Chelazzi. Nell’aprile del 2003, pochi giorni prima di morire stroncato da un infarto, interrogò Mori. Voleva sapere perché tra il 4 e il 6 novembre 1993 era stato revocato il 41 bis a 140 mafiosi detenuti nel carcere dell’Ucciardone. Secondo Alfonso Sabella, ex pm palermitano, Chelazzi aveva iscritto Mori nel registro degli indagati.

Redazione de L’Unità.it (5 giugno 2010)

Antimafia Duemila – Di mafia e di deviazioni. Che Stato e’ il nostro?

Fonte: Antimafia Duemila – Di mafia e di deviazioni. Che Stato e’ il nostro?.

di Giorgio Bongiovanni – 31 maggio 2010

E’ vero. Ci vogliono le prove per accusare, per ricostruire con certezza, per condannare. Il tempo che trascorre a decine di anni è il peggiore alleato della verità giuridica, annacqua gli indizi, altera i risultati delle analisi, confonde i ricordi. Ma non lo è affatto per la lettura storica, politica e culturale.

La lontananza infatti consente una migliore valutazione del quadro d’insieme, degli effetti di quelle terribili cause scatenanti, delle ragioni ultime, delle convergenze di interessi.
Se non possiamo ancora additare tutti i colpevoli, gli esecutori materiali delle stragi e i loro complici, che appaiono sempre più chiaramente appartenere ai servizi di sicurezza, oltre ai terroristi, ai brigatisti e ai mafiosi, oggi come oggi ci possiamo senz’altro permettere un’analisi anche spudorata di quanto appare evidente agli occhi. Al di là di qualsiasi prudenza probatoria che è pertinenza dei soli magistrati.
Due sono le certezze di cui disponiamo. Ad ogni strage, da Portella della Ginestra, 1947, fino alle bombe di Firenze, Milano e Roma, 1993, passando per l’eversione nera e rossa, e golpe minacciosi, seguono puntuali e costanti: il piano di depistaggio e l’immediato contraccolpo politico per condizionare e determinare gli orientamenti di maggioranze e opposizioni.
In ossequio prima all’alleanza atlantica, fino alla caduta del muro di Berlino, quando gli equilibri mondiali imponevano all’Italia l’immobilismo e il centrismo, impedendo con ogni mezzo la realizzazione di una matura democrazia, e in obbedienza poi ai nuovi padroni del mondo: il ristretto club dei potentati economici e finanziari che decidono della sorte dei popoli giocando alla roulette truccata delle borse.
Questi Signori, del prima e del poi, sono coloro che tirano le fila della violenza e del ricatto che imprigionano l’Italia, tanto per rimanere in casa nostra. A questi individui insospettabili obbediscono i nostri servizi segreti, i nostri politici fantocci, certa magistratura, certo giornalismo, certa imprenditoria… altro che corruzione e ladri di galline. Qui si tratta proprio di quelle “menti raffinatissime” chiamate in causa subito dopo l’attentato all’Addaura da Giovanni Falcone la cui capacità di osservazione e di intendimento si muoveva molto al di là dei confini nazionali. (Non per niente dietro il muro di gomma che nasconde la verità sulla sua morte si agitano anche gli spettri dei servizi segreti americani e israeliani).
Di qui una domanda: davvero li dobbiamo chiamare ancora deviati? A me non sembra affatto. Sono assolutamente organici. Deviata è diventata la nostra Costituzione, aliena a questo Paese, e mai compiuta, rimasta carta ispiratrice di uno Stato che non si è mai realizzato. Deviati erano Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, il generale dalla Chiesa, Boris Giuliano, Ninni Cassarà, Rocco Chinnici, Pier Santi Mattarella, Pio La Torre, Moro e Berlinguer nel momento in cui decidono di spezzare i ricatti con il compromesso storico, Pippo Fava, Walter Tobagi, Giorgio Ambrosoli, Emilio Alessandrini… e non ci basterebbe una pagina intera. Uomini normali che hanno servito le Istituzioni facendo il loro mestiere ubbidendo solo ed esclusivamente al dettato costituzionale: eguaglianza di leggi, libertà di informazione ed espressione, diritti per tutti, nell’interesse della collettività. E non di schiere di potere che nello scontro tra titani mietono la vita di quei cittadini costretti a diventare eroi per aver fatto correttamente il proprio dovere.
Questo ormai lo sappiamo e ce lo possiamo dire: c’è uno stato-mafia con il suo esercito di assassini e complici e uno Stato deviato fatto di pochissimi politici, magistrati, giornalisti, imprenditori, operatori sociali che hanno come riferimento unico di civiltà la nostra Costituzione. Questi sì che sono deviati.
Ai cittadini non resta che scegliere da che parte stare e ingaggiare una nuova Rivoluzione. Io sono cristiano e pacifista, aborrisco la lotta armata, anche se capisco le ragioni dei partigiani che dovettero difendere con la vita e con la forza i valori che oggi sono scritti nella Carta e di grandi uomini come Che Guevara. Ma oggi non si possono ripetere vecchi schemi: la battaglia deve essere soprattutto culturale, di conoscenza, di presa di coscienza e responsabilità. Qualunque regime autoritario e oligarchico che si nasconde dietro alla facciata di democrazia ha bisogno per esistere di fondarsi sul segreto e sull’inganno. Per rovesciarlo non c’è che un modo: cercare, capire e dire la verità. L’unica che può renderci liberi, ma liberi davvero.
(Giovanni 8, 32)

Antimafia Duemila – Novembre ’93: nuovi partiti all’ombra di un golpe

Fonte: Antimafia Duemila – Novembre ’93: nuovi partiti all’ombra di un golpe.

di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza – 30 maggio 2010

Pubblichiamo un estratto del libro “L’agenda nera della seconda repubblica”, che sarà in libreria per Chiarelettere dal 10 giugno. È il mese del “non ci sto” detto dal Presidente Scalfaro e del nuovo partito del capo della Fininvest.

Località segreta, 1 novembre ‘93
Il pentito Salvatore Cancemi racconta ai pm di Caltanissetta che a metà di maggio del ’92, di ritorno da una riunione con altri soggetti di Cosa nostra, si era trovato a discutere con il boss della Noce Raffaele Ganci dell’imminente attentato a Falcone. In quell’occasione, Ganci gli spiegò che Riina aveva avuto un incontro “con persone molto importanti, insieme alle quali aveva deciso di mettere la bomba a Falcone”. “Queste persone importanti – aveva aggiunto Ganci – hanno promesso allo zio Totò che devono rifare il processo nel quale lui è stato condannato all’ergastolo”. Secondo Cancemi, la strage sarebbe avvenuta otto-dieci giorni dopo.

Roma, 2 novembre ‘93
Nel corso del programma Uno contro tutti, condotto da Maurizio Costanzo su Canale5, il direttore del Tg5 Enrico Mentana nega che Berlusconi stia creando un partito: “Si tratta di prove tecniche di fiancheggiamento elettorale” dice. Vittorio Sgarbi interrompe Mentana e sostiene che il partito di Berlusconi esiste eccome e che sia Mentana sia Costanzo lo sanno benissimo, avendo partecipato a riunioni riservate con il Cavaliere. Specifica poi Sgarbi: “Il nuovo partito non sarà rappresentato da Segni, Amato o Costa. Occorrono uomini nuovi”.

Milano, 2 novembre ‘93
Marcello Dell’Utri, numero uno di Publitalia, incontra almeno due volte (il 2 e il 30 novembre) Vittorio Mangano a Milano, come risulta dalle sue agende.   Di cosa parlano? Il senatore, impegnato in quei mesi nella costruzione del nuovo partito Forza Italia, non lo spiega. Dice solo che “di tanto in tanto” Mangano lo andava a trovare “per motivi personali”. È il periodo in cui sono in corso le manovre per l’organizzazione di Forza Italia e Cosa nostra prepara il cambio di rotta verso la nascente forza politica. È in questo momento che, come rivela il pentito Antonino Giuffrè, Provenzano fa sapere agli altri capimafia di aver trovato in Dell’Utri un nuovo referente “affidabile”.

Roma, 3 novembre ‘93
“Non ci sto!”. Dopo le bombe e lo scandalo dei fondi neri del Sisde, il presidente della Repubblica Scalfaro sente il bisogno di indirizzare un messaggio alla nazione e va in onda per sette minuti in diretta televisiva sulle reti pubbliche e private. Il presidente, visibilmente indignato, parla a braccio, consultando ogni tanto alcuni fogli di appunti. Scalfaro denuncia agli italiani un tentativo di “lenta distruzione dello Stato” in atto nel paese e sostiene che occorre difendere le istituzioni. (…) Ma cosa temeva Scalfaro in quella fine del ’93? «Parlerei di un intreccio di interessi   sovrapposti… Esprimevo ciò che stavo vivendo in prima persona, dopo aver assistito a veri e propri atti di guerra (le bombe mafiose), e dopo aver colto da certi ambienti (contigui alla politica, ma non solo) diversi segnali di intimidazione”. (…) Anche Carlo Azeglio Ciampi, in quel periodo a capo del governo, ricostruisce il clima teso di quei giorni e i timori di un attacco alle istituzioni democratiche. “Ricordo perfettamente quei giorni del ’93. Ero da poco stato eletto presidente del Consiglio in un momento non facile. C’era un clima molto teso dopo le bombe di Firenze, Milano, Roma. […] Ricordo l’entusiasmo del ’93 per l’accordo sul costo del lavoro. Poi la lunga serie di attentati in nottata. Ero   a Santa Severa, rientrai con urgenza a Roma, di notte. Accadevano strane cose. Io parlavo al telefono con un mio collaboratore a Roma e cadeva la linea. Poi trovarono a Palazzo Chigi il mio apparecchio manomesso, mancava una piastra. Al largo dalla mia casa di Santa Severa, a pochi chilometri da Roma, incrociavano strane imbarcazioni. Mi fu detto che erano mafiosi allarmati dalla legge che istituiva per loro il carcere duro. Chissà, forse lo volevano morbido, il carcere”. Alla domanda sullo spettro di un colpo di Stato pronto a scattare in Italia, Ciampi risponde: “In quelle settimane davvero si temeva un colpo di Stato. I treni non funzionavano, i telefoni erano spesso scollegati. Lo ammetto: io temetti il peggio dopo tre o quattro ore a Palazzo Chigi col telefono isolato. Di quelle giornate, quel che ricordo ancora molto bene furono i sospetti diffusi di collegamento con la P2”.

Ma c’è stato davvero il rischio di un colpo di Stato piduista durante la stagione dello stragismo dei primi anni Novanta? “I piduisti ebbero a che fare con la strategia della tensione” risponde l’ex procuratore nazionale Piero Luigi Vigna. (…) Perché Ciampi pensò proprio a un colpo di Stato? “Quando il 28 luglio scoppiò l’autobomba davanti alla chiesa di San Giorgio al Velabro, avvisai Ciampi, che si trovava nella sua casa al mare. E mentre stava al telefono sentì dalla conversazione telefonica il secondo boato dell’ordigno esploso a San Giovanni in Laterano. Le comunicazioni caddero. Lui si precipitò a Roma, ma le linee del Quirinale rimasero isolate per alcune ore. Bombe e interruzioni telefoniche lo indussero a pensare che qualcosa di grave stesse succedendo, un colpo di Stato. Facemmo perizie e consulenze dalle quali risultò   che non ci fu alcuna manomissione esterna. Si trattò di un accumulo di comunicazioni, che aveva determinato il blackout telefonico”. (…)

Palermo, 3 novembre ‘93
Enzo Scarantino compare per la prima volta in un’aula di giustizia per difendersi dall’accusa di spaccio di droga. “Mi rifornivo da Scarantino negli anni ’85-86” ha detto il pentito Salvatore Augello. “Compravo da lui cento-centocinquanta grammi ogni dieci-quindici giorni. Cento grammi li pagavo diciotto milioni”. Intervistato dai cronisti, Scarantino ha negato ogni suo coinvolgimento nella strage di via D’Amelio. “Sono tutte falsità – ha detto l’imputato – e non è vero neanche che ho tentato di togliermi la vita in cella”.

Roma, primi di novembre ‘93
Giuliano Urbani manda alle stampe un libretto di trentacinque pagine intitolato Alla ricerca del buon governo – Appello per la costruzione di un’Italia vincente. Il volume verrà dato in omaggio e indicato come riferimento ideologico a tutti coloro che si iscriveranno ai club Forza Italia.

Roma, 5 novembre ‘93
La Procura di Roma, sospettando che le «dichiarazioni» destabilizzanti siano state concordate, aggrava l’accusa   contro i tre dirigenti del Sisde (Malpica, Broccoletti e Galati) che avevano tirato in ballo il presidente della Repubblica: l’ipotesi di reato è ora quella di “attentato agli organi costituzionali”. Intanto, voci false su imminenti dimissioni del capo dello Stato scatenano la speculazione internazionale sulla lira facendone precipitare le quotazioni; ma in giornata la moneta recupera.

Roma, 9 novembre ‘93
Nel dibattito in Parlamento sullo scandalo Sisde, il presidente del Consiglio Ciampi illustra le misure restrittive messe in atto dal governo sull’uso dei fondi dei servizi segreti e dice che “le bande di malfattori dentro lo Stato non mineranno la democrazia”. » (…)

Milano, 10 novembre ‘93
In viale Isonzo, cominciano i provini televisivi per i 650 personaggi candidabili usciti dallo screening di Publitalia. (…)

Roma, 12 novembre ’93
La Procura di Roma scagiona il ministero dell’Interno Mancino: non ha preso nessun fondo nero dal Sisde; gli ex ministri Antonio Gava ed Enzo Scotti vengono invece rinviati al Tribunale   dei ministri con l’accusa di peculato.

Parigi, 12 novembre ’93
A Parigi, in una saletta dell’Assemblea nazionale (il Parlamento francese), Angelo Codignoni riceve dalle mani di Giulia Ceriani, collaboratrice del semiologo ed esperto di marketing Jean-Marie Floch, lo Screening X. Si tratta di un rapporto di quattrocento pagine per verificare lo spazio di una nuova formazione politica di centro-destra. Floch suggerisce anche le due chiavi utili per vincere: il dovere (“Devo bere l’amaro calice”) e il sapere (“Io   ho la competenza”).

Roma, 16 novembre ‘93
L’apposita commissione ministeriale accerta che i ministri dell’Interno dal 1987 al 1992 (quindi anche Gava e Scotti) non si sono appropriati di fondi segreti del Sisde.

Roma, 21 novembre ‘93
Primo turno delle elezioni amministrative (…) I dati generali danno vincenti tre grandi forze: la sinistra (raccolta in un’Alleanza democratica e progressista guidata dal Pds), la Lega nord e il Movimento sociale; seccamente sconfitti, invece, la Dc, il Psi e in generale i partiti di governo.

Palermo, fine ‘93
Secondo Nino Giuffrè questo è il momento in cui all’interno di Cosa nostra si discute dell’imminente discesa in campo di Silvio Berlusconi. “Tutte le persone che avevano notizie di questo movimento che stava per nascere – dirà Giuffrè – trasmettevano le informazioni all’interno di Cosa nostra. Provenzano, in modo particolare, ne valutava l’affidabilità. Iniziò un lungo periodo di discussione e di indagine per vedere se era un discorso serio che poteva interessare a Cosa nostra, per poter   curare quei mali che avevano provocato danni all’organizzazione. Abbiamo fatto anche delle riunioni per discutere, fino a quando lo stesso Provenzano ci disse che potevamo fidarci, che eravamo in buone mani. E nel momento in cui lui ci dà queste informazioni, e queste sicurezze, ci mettiamo in cammino per portare avanti all’interno di Cosa nostra, e poi successivamente all’esterno, il discorso di Forza Italia”.

Torino, 22 novembre ’93
Berlusconi rilascia un’intervista a La Stampa commentando il risultato del primo turno delle amministrative. “Li avevo previsti da tempo e centrati in pieno con proiezioni sulle elezioni di   giugno”. E poi: “Sono in molti a chiedere un mio impegno: gente comune, colleghi imprenditori, politici. Se dicessi di sì dovrei tirarmi da parte come editore: sarebbe per me una decisione gravosa. Anzi, se mi consente l’aggettivo, una decisione eroica. Mi auguro che quanto succederà nelle prossime settimane possa allontanare da me questa decisione, questo amaro calice”. (…)

Bologna, 23 novembre ‘93
Al mattino un Berlusconi ancora in tuta da ginnastica sale sull’aereo che lo porta a Casalecchio di Reno, vicino a Bologna, per inaugurare un ipermercato. Dopo la cerimonia tiene una conferenza stampa al termine della quale, su specifica domanda, dice che se dovesse votare nel ballottaggio a Roma sceglierebbe “senza esitazioni   Fini, esponente di quell’area moderata che si è unita e può garantire un futuro al paese”. (…)

Milano, 27 novembre ‘93
Alle 14 su Rete4, al posto della prevista puntata della soap opera Sentieri viene trasmessa integralmente la conferenza stampa tenuta il giorno prima da Berlusconi. Alle 22.40 anche Canale5 cancella il film Donna d’onore, con Serena Grandi, per mettere in onda l’intero faccia a faccia del Cavaliere con i giornalisti stranieri. Sono le prime prove tecniche della nascente telecrazia.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

B. e l’incubo Spatuzza

Fonte: B. e l’incubo Spatuzza.

Quando nel 1998 fu archiviata l’inchiesta sulle connessioni tra  stragi e politica, non c’era ancora il grande pentito

Venti pentiti, ritenuti credibili, raccontano dall’interno i rapporti tra Berlusconi, Dell’Utri e i boss mafiosi durante la stagione delle stragi. Da Francesco Di Carlo a Calogero Ganci, da Gioacchino Pennino ad Angelo Siino, da Pietro Romeo a Giovanni Ciaramitaro. Sono capi e gregari che raccontano come in quel periodo tra i boss e i due leader di Forza Italia fu stretto un accordo elettorale: la mafia avrebbe fatto votare in massa la nuova formazione politica in cambio di una normativa giudiziaria più favorevole (“41 bis, legislazione sui collaboratori di giustizia, recupero di garantismo processuale trascurato dalla legislazione dei primi anni ’90”). Un accordo elettorale frutto di un rapporto che, secondo i magistrati, “non ha mai cessato di dimensionarsi sulle esigenze di Cosa Nostra”, ma che non basta a stabilire l’esistenza, a monte, di un patto preventivo tra quei politici e i boss mafiosi per pianificare ed eseguire le stragi. Ecco perchè le posizioni di Berlusconi e Dell’Utri, indagati dodici anni fa come “mandanti occulti” sono state archiviate, ed ecco perchè il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso oggi imprime, a sorpresa, con le sue dichiarazioni, una brusca  accelerazione mediatica alle indagini sul ’93, alludendo ad una matrice politica del terrorismo mafioso.

Grasso sa benissimo – poichè lui stesso (con i pm di Firenze Fleury, Chelazzi, Nicolosi e Crini) è tra i firmatari della richiesta di archiviazione – che quelle indagini, arenatesi nel novembre del 1998 con il decreto del gip Giuseppe Soresina, oggi trovano uno straordinario impulso nelle nuove investigazioni riaperte a Firenze e a Caltanissetta, dopo la collaborazione del pentito Gaspare Spatuzza. Grasso sa che le nuove analisi dei pm nisseni e fiorentini ripartono da un dato certo: nel biennio ’92-’93, Cosa Nostra “attraverso un programma di azioni criminali, ha inteso imprimere un’accelerazione alla situazione politica nazionale così da favorire trasformazioni incisive e da agevolare l’avvento di nuove realtà  politiche”. Cosa nostra ha cioè pianificato ed eseguito le stragi agevolando un obiettivo “politico”, esterno ai suoi più diretti interessi: seminare il caos, favorire il ribaltone istituzionale, e traghettare il Paese dalla Prima alla Seconda Repubblica. Sono parole che lo stesso procuratore nazionale aveva già sottoscritto, proprio dodici anni fa, in quella richiesta di archiviazione nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri, che fino ad oggi – incredibilmente – è rimasta inedita.

In quell’atto, oltre a spiegare il percorso investigativo e logico-giuridico che li ha condotti a chiedere l’archiviazione, i magistrati di Firenze sottolineano un dato certo: sono “molteplici – scrivono i pm – gli elementi acquisiti univoci nella dimostrazione che tra Cosa Nostra e il soggetto politico imprenditoriale intervennero, prima ed in vista delle consultazioni elettorali del marzo 1994, contatti riconducibili allo schema contrattuale, appoggio elettorale-interventi sulla normativa di contrasto della criminalità organizzata”. Il rapporto di scambio – e cioè un accordo – c’è stato, anche se al semplice livello di promesse ed intese reciproche. Resta, all’epoca, sospesa una domanda finale: e cioè se il “dinamismo politico-militare dei boss, di cui quell’accordo fu uno degli effetti (…) attrasse di fatto – proprio nel momento storico in cui l’iniziativa militare veniva deliberata o era in corso – anche l’interlocutore politico”. E cioè se Berlusconi e Dell’Utri abbiano indirizzato i progetti eversivi di Cosa Nostra o se, invece, ne abbiano solo beneficiato a posteriori, senza averne alcuna consapevolezza o responsabilità. In questo quadro stagnante, ma sconosciuto per dodici anni, si inseriscono oggi le parole di Gaspare Spatuzza, che sembra riprendere i fili di un discorso interrotto, sia attribuendo una valenza politica allo stragismo, sia, soprattutto, indicando come “interlocutori” dei suoi capi, i boss Filippo e Giuseppe Graviano, gli stessi leader politici archiviati in passato. L’ex armiere i Brancaccio rilegge l’intera stagione delle bombe a partire dalla fine del ’91, quando i boss della cupola mafiosa, Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, sono tutti a Roma per uccidere Giovanni Falcone, Claudio Martelli, Maurizio Costanzo. Ma gli assassini, pronti a liquidare gli avversari con un colpo di pistola, si fermano. Succede qualcosa, in quel momento – lascia intendere Spatuzza – che fa cambiare il progetto di morte. Che fa pensare a modalità più “spettacolari” per quegli omicidi. Che induce a pianificare le stragi come strumento di terrore e di condizionamento. Che suggerisce di utilizzare la vendetta mafiosa, trasformandola in strategia politica, in strategia della tensione. Succede, fa capire Spatuzza, che in quel momento appare sulla scena politica italiana  un nuovo soggetto, appaiono nuovi interlocutori: persone che si propongono come tali ai boss preoccupati dall’imminente sentenza del maxi in Cassazione. Non c’è ancora un partito, ma i capimafia sanno (e, stando alle rivelazioni di Pino Lipari, l’ex consigliori di Riina e Provenzano, lo sanno direttamente da Dell’Utri) che presto ci sarà una nuova formazione politica. E che sarà un partito aperto alle esigenze di una legislazione giudiziaria “morbida”, tema cruciale per Cosa nostra. Agevolare la sua affermazione, sarà un affare per l’organizzazione mafiosa.

Spatuzza dice che quei nuovi soggetti, quei “nuovi interlocutori” sono Berlusconi e Dell’Utri, fornendo un ulteriore tassello a quella ipotesi investigativa che dodici anni fa finì in archivio. Oggi Grasso, che fin dall’ìnizio ha sponsorizzato la collaborazione di Spatuzza, getta acqua sul fuoco e dice che le sue parole sono state “decontestualizzate”, ipotesi e ragionamenti che volano più in alto dei poteri che la Costituzione gli attribuisce. Poi la butta in scherzo: “’Un mandato di cattura per Berlusconi? Calma, nessun mandato, anche perchè non ne avrei i poteri”.


Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (il Fatto Quotidiano, 28 maggio 2010)

La bomba a via D’Amelio, Narracci in barca

Fonte: La bomba a via D’Amelio, Narracci in barca.

L’agente indicato da Spatuzza, in mare con Contrada quando Borsellino saltò in aria. Ebbero la notizia prima di tutti

È tutta racchiusa in cento secondi la verità sulla strage di via D’Amelio, dove il 19 luglio 1992 morirono Paolo Borsellino e la sua scorta. Un vuoto di cento secondi che ora – grazie alle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza e del testimone Massimo Ciancimino, incrociate con vecchie perizie del consulente antimafia Gioacchino Genchi – si riempie di due nomi: quelli di un uomo di mafia e di un servitore dello Stato. Il doppio Stato.

L’uomo di mafia è Gaetano Scotto, della famiglia palermitana dell’Arenella, che il 6 febbraio 1992 risulta aver telefonato a un’utenza del Cerisdi (il centro studi che ha sede nel castello Utveggio sul Monte Pellegrino che domina Palermo, dove il Sisde aveva un ufficio “coperto” e da dove, secondo molti, sarebbe stato premuto il detonatore dell’autobomba che ha ucciso Borsellino) e parlato con un dirigente per 4 minuti; poi fu condannato all’ergastolo per quella strage.


L’uomo dello Stato è Lorenzo Narracci, all’epoca funzionario del Sisde e fedelissimo di Bruno Contrada (allora numero tre del servizio civile con delega all’antimafia, poi condannato in Cassazione a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa). Narracci fu indagato con Contrada a Caltanissetta in una delle inchieste sui “mandanti esterni” delle stragi, poi archiviata nel 2002. Ora però è stato riconosciuto sia da Spatuzza sia da Ciancimino jr: il pentito dice che Narracci era presente nel garage in cui fu imbottita di tritolo la Fiat 126 che poi sventrò via D’Amelio; il figlio di don Vito dice di averlo visto in un hotel di Palermo dove erano presenti anche suo padre e il “signor Franco”, l’uomo degli “apparati” che lo assistè per trent’anni; quel giorno, nel bar dell’hotel, Narracci avrebbe parlato con Scotto.

Sebbene di nuovo indagato a Caltanissetta, Narracci al momento non è colpevole di nulla: il rischio che, 18 anni dopo, la memoria dei testimoni sia confusa è forte. Ma, se il doppio riconoscimento trovasse conferma, sarebbe il tassello mancante di un mosaico di “coincidenze” che lascia senza fiato. Perché Narracci è, nel migliore dei casi, l’uomo delle coincidenze (come ha ricordato ieri Marco Lillo, il suo nome emerse pure a vario titolo nelle inchieste sulle stragi di Capaci e di via Fauro, senz’alcuna responsabilità penale).

Quattro uomini in barca. Nel pomeriggio di domenica 19 luglio 1992 Narracci è in gita in barca al largo di Palermo con alcuni amici e amiche, fra cui Contrada, un capitano dei carabinieri e il proprietario della barca, Gianni Valentino, un commerciante di abiti da sposa in contatto con il boss Raffaele Ganci (condannato all’ergastolo per le stragi del ’92). Racconterà Contrada a verbale che, dopo pranzo, Valentino riceve una telefonata della figlia “che lo avvertiva che a Palermo era scoppiata una bomba e comunque c’era stato un attentato. Subito dopo il Narracci, dal suo cellulare o dal mio, ha chiamato il centro Sisde di Palermo per informazioni più precise”. Appreso che la bomba è esplosa in via D’Amelio, dove abita la madre di Borsellino, Contrada si fa accompagnare a riva, passa da casa e, in serata, raggiunge via D’Amelio con Narracci.

Ma gli orari ricostruiti da Genchi non tornano. Tutto in 100 secondi. L’istante esatto della strage è fissato dall’Osservatorio geosismico alle ore 16, 58 minuti e 20 secondi. Alle 17 in punto, 100 secondi dopo l’esplosione, Contrada chiama dal suo cellulare il centro Sisde di via Roma. Ma, fra lo scoppio e la chiamata, c’è almeno un’altra telefonata: quella che ha avvertito Valentino dell’esplosione.

Dunque, in 100 secondi, accadono le seguenti cose: la bomba sventra via D’Amelio; un misterioso informatore (Contrada dice la figlia dell’amico) afferra la cornetta di un telefono fisso (dunque non identificabile dai tabulati), forma il numero di Valentino e l’avverte dell’accaduto; Valentino informa Contrada e gli altri; Contrada afferra a sua volta il cellulare, compone il numero del Sisde e ottiene la risposta dagli efficientissimi agenti presenti negli uffici (solitamente chiusi la domenica, ma guardacaso affollatissimi proprio quella domenica).

Tutto in cento secondi. Misteri su misteri. Come poteva la figlia di Valentino sapere, a pochi secondi dal botto, che – parola di Contrada – “c’era stato un attentato”? Le prime volanti della polizia giunsero sul posto 10-15 minuti dopo lo scoppio. E come potevano, al centro Sisde, sapere che era esplosa una bomba in via D’Amelio già un istante dopo lo scoppio? Le prime confuse notizie sull’attentato sono delle 17:30. Le sale operative di Polizia e Carabinieri parlavano genericamente di “esplosione” e di “incendio nella zona Fiera” fino alle 17:10–17:15 senz’aver ancora individuato il luogo preciso, forse a causa dell’isolamento dei telefoni dei condomìni adiacenti, coinvolti nell’esplosione. Valentino e Contrada, però, in alto mare, pochi secondi dopo le 17 già sapevano tutto: “Attentato”.

Escludendo che la figlia di Valentino e gli uomini Sisde siano veggenti e ricordando i rapporti di Valentino con i Ganci, viene il dubbio che l’informazione sia giunta da chi per motivi “professionali” ne sapeva molto di più: magari qualcuno appostato in via D’Amelio o sul Monte Pellegrino (dove il Sisde aveva una succursale occulta in contatto col mafioso Scotto), che attendeva il buon esito dell’attentato per comunicarlo in diretta a chi stava in barca. Nel qual caso la gita dei nostri marinaretti assumerebbe tutt’altro significato. Purtroppo la chiamata non ha lasciato tracce: proveniva da un fisso (abitazione, ufficio o cabina). E Valentino nel frattempo è morto. Ma ora, quando quei 100 secondi misteriosi sembravano sepolti per sempre, i ricordi di Spatuzza e Ciancimino hanno provveduto a riaprire il caso.

Marco Travaglio (il Fatto Quotidiano, 29 maggio 2010)

Antimafia Duemila – ”La notte del ’92 con la paura del golpe”

Fonte: Antimafia Duemila – ”La notte del ’92 con la paura del golpe”.

Parla l’ex presidente della Repubblica: “Alle quattro di notte parlai con Scalfaro al Quirinale e gli dissi ‘dobbiamo reagire’. Grasso dice cose giuste”.

“Non c’è democrazia senza verità. Questo è il tempo della verità. Chi c’è dietro le stragi del ’92 e ’93? Chi c’è dietro le bombe contro il mio governo di allora? Il Paese ha il diritto di saperlo, per evitare che quella stagione si ripeta…”. Dopo la denuncia di Piero Grasso 1, dopo l’appello di Walter Veltroni 2, ora anche Carlo Azeglio Ciampi chiede al governo e al presidente del Consiglio di rompere il muro del silenzio, di chiarire in Parlamento cosa accadde tra lo Stato e la mafia in uno dei passaggi più oscuri della nostra Repubblica.

L’ex presidente, a Santa Severa per un weekend di riposo, è rimasto molto colpito dalle parole del procuratore nazionale antimafia, amplificate dall’ex leader del Pd. E non si sottrae a una riflessione e, prima ancora, a un ricordo di quei terribili giorni di quasi vent’anni fa. “Proprio la scorsa settimana ho parlato a lungo con Veltroni, che è venuto a trovarmi, di quelle angosciose vicende. E ora mi ritrovo al 100 per cento nei contenuti dell’intervista che ha rilasciato a “Repubblica”. Quelle domande inevase, quel bisogno di sapere e di capire, riflettono pienamente i miei pensieri. Tuttora noi non sappiamo nulla di quei tragici attentati. Chi armò la mano degli attentatori? Fu solo la mafia, o dietro Cosa Nostra si mossero anche pezzi deviati dell’apparato statale, anzi dell’anti-Stato annidato dentro e contro lo Stato, come dice Veltroni? E perché, soprattutto, partì questo attacco allo Stato? Tuttora io stesso non so capire… “.

Il ricordo di Ciampi è vivissimo. E il presidente emerito, all’epoca dei fatti presidente del Consiglio di un esecutivo di emergenza, che prese in mano un Paese sull’orlo del collasso politico (dopo Tangentopoli) e finanziario (dopo la maxi-svalutazione della lira) non esita ad azzardare l’ipotesi più inquietante: l’Italia, in quel frangente, rischiò il colpo di Stato, anche se è ignoto il profilo di chi ordì quella trama. “Il mio governo fu contrassegnato dalle bombe. Ricordo come fosse adesso quel 27 luglio, avevo appena terminato una giornata durissima che si era conclusa positivamente con lo sblocco della vertenza degli autotrasportatori. Ero tutto contento, e me ne andavo a Santa Severa per qualche ora di riposo. Arrivai a tarda sera, e a mezzanotte mi informarono della bomba a Milano. Chiamai subito Palazzo Chigi, per parlare con Andrea Manzella che era il mio segretario generale. Mentre parlavamo al telefono, udimmo un boato fortissimo, in diretta: era l’esplosione della bomba di San Giorgio al Velabro. Andrea mi disse “Carlo, non capisco cosa sta succedendo…”, ma non fece in tempo a finire, perché cadde la linea. Io richiamai subito, ma non ci fu verso: le comunicazioni erano misteriosamente interrotte. Non esito a dirlo, oggi: ebbi paura che fossimo a un passo da un colpo di Stato. Lo pensai allora, e mi creda, lo penso ancora oggi… “.

Resta da capire per mano di chi. Su questo Ciampi allarga le braccia. “Non so dare risposte. So che allora corsi come un pazzo in macchina, e mi precipitai a Roma. Arrivai a Palazzo Chigi all’una e un quarto di notte, convocai un Consiglio supremo di difesa alle 3, perché ero convinto che lo Stato dovesse dare subito una risposta forte, immediata, visibile. Alle 4 parlai con Scalfaro al Quirinale, e gli dissi “presidente, dobbiamo reagire”. Alle 8 del mattino riunii il Consiglio dei ministri, e subito dopo partii per Milano. Il golpe non ci fu, grazie a dio. Ma certo, su quella notte, sui giorni che la precedettero e la seguirono, resta un velo di mistero che è giunto il momento di squarciare, una volta per tutte”. La certezza che esponeva ieri Veltroni è la stessa che ripete Ciampi: non furono solo stragi di mafia, ed anzi, sulla base delle inchieste si dovrebbe smettere di definirle così. Furono stragi di un “anti-Stato”, ancora tutto da scoprire. E come Veltroni anche Ciampi aggiunge un dubbio: perché a un certo punto, poco dopo la nascita del suo governo, le stragi cominciano? E perché, a un certo punto, dopo gli eccidi di Falcone e Borsellino, le stragi finiscono? Perché la mafia comincia a mettere le bombe? Perché la mafia smette di mettere le bombe?

È lo scenario ipotizzato dal procuratore Grasso: gli attentati servirono forse a preparare il terreno alla nascita di una nuova “entità politica”, che doveva irrompere sulla scena tra le macerie di Mani Pulite. Un “aggregato imprenditoriale e politico” che doveva conservare la situazione esistente. Quell’entità, quell’aggregato, secondo questo scenario, potrebbe essere Forza Italia. Nel momento in cui quel partito si prepara a nascere, e siamo al ’94, Cosa Nostra interrompe la strategia stragista. È uno scenario credibile? Ciampi non si avventura in supposizioni: “Non sta a me parlare di tutto questo. Parlano gli avvenimenti di quel periodo. Parlano i fatti di allora, che sono quelli richiamati da Grasso. Il procuratore antimafia dice la verità, e io condivido pienamente le sue parole”.

Per questo, in nome di quella verità troppo a lungo negata, l’ex capo dello Stato oggi rilancia l’appello: è sacrosanto che chi sa parli. Ed è sacrosanto, come chiede Veltroni, che “Berlusconi e il governo non tacciano”, perché la lotta alla mafia non è questione di parte, “ma è il tema bipartisan per eccellenza”. Si apra dunque una sessione parlamentare, dedicata a far luce su quegli avvenimenti. Perché il clima che si respira oggi, a tratti, sembra pericolosamente rievocare quello del ’92-’93. Ciampi stesso ne parlerà, in un libro autobiografico scritto insieme ad Arrigo Levi, che uscirà per “il Mulino” tra pochi giorni. “Lì è tutto scritto, ciò che accadde e ciò che penso. Così come lo riportai, ora per ora, sulle mie agende dell’epoca… “. Deve restare memoria, di tutto questo. Ma insieme alla memoria deve venir fuori anche la verità. “Perché senza verità – conclude l’ex presidente della Repubblica – non c’è democrazia”.

Tratto da: La Repubblica