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Antimafia Duemila – Processo Dell’Utri: La boutade del complotto

Antimafia Duemila – Processo Dell’Utri: La boutade del complotto.

di Monica Centofante – 30 aprile 2010
Ora gli avvocati di Marcello Dell’Utri giocano perfino la carta del pentito. E nel giorno previsto per l’inizio dell’arringa difensiva chiedono l’acquisizione delle dichiarazioni ricevute il 20 aprile scorso dal collaboratore di giustizia di camorra Antonio Cutolo insieme ad un’intercettazione telefonica tra l’Avv. Gregorio Donnarumma e la signora Mirigliani, organizzatrice di Miss Italia.

E’ successo questa mattina, a Palermo, al processo d’appello che vede il senatore del Pdl imputato di concorso esterno in associazione mafiosa. Condannato in primo grado a 9 anni di reclusione dopo 211 udienze dibattimentali, acquisizioni documentali, consulenze finanziarie, risultanze filmate e fotografiche, intercettazioni telefoniche e audizioni di decine di testimoni e collaboratori di giustizia. Molti dei quali, non ce ne voglia Cutolo, di assoluto rilievo nel panorama della potente mafia siciliana. Ma i legali di Marcello Dell’Utri, a un passo dalla sentenza prevista per i primi di giugno, punterebbero proprio su di lui per ribaltare il quadro probatorio, al quale in secondo grado il procuratore generale ha aggiunto nuovi importanti tasselli. Perché è un diritto della difesa, dice l’avvocato Sammarco rivolto alla Corte: “Se avete ritenuto valente l’audizione di Gaspare Spatuzza” – soltanto uomo di fiducia dei fratelli Graviano di Brancaccio, quei boss che avevano contribuito alle stragi che nei primi anni Novanta misero in ginocchio lo Stato – “sarebbe giusto acquisire le dichiarazioni di Cutolo. Anche perché Spatuzza ha parlato ‘de relato’, e lo stesso fa Cutolo”. Il riferimento è a un periodo di co-detenzione con appartenenti a Cosa Nostra da cui il pentito, spiega Sammarco, avrebbe “appreso una serie di cose nel 2001 e nel 2007” rispettivamente dai boss Nino Spadaro e Antonino Ganci. “Cutolo ha appreso che in quel momento c’era un progetto dei collaboratori di giustizia, che erano creduti dai magistrati, che prendevano le loro parole come oro colato, di colpire con le loro accuse il centrodestra”, che “aveva irrigidito il 41bis” e di “sostenere il centrosinistra”, che invece “era più garantista”. A Cutolo Nino Spadaro avrebbe fatto anche i nomi “degli agganci politici” a disposizione: nientemeno che “Leoluca Orlando e Antonio Di Pietro”. E “nel 2007 Antonino Ganci gli avrebbe ripetuto queste confidenze”. Una testimonianza di assoluto rilievo, reputa l’accusa. Pazienza se per le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, come si usa fare, è stata trovata una mole impressionante di riscontri incrociati, se i buchi al 41bis lasciano qualche dubbio sull’effettiva rigidità del trattamento carcerario e se la posizione di Di Pietro e dell’Italia dei Valori sul regime di carcere duro non sia proprio morbida, scuserete il gioco di parole. Ma se l’ha detto Antonio Cutolo l’accusa è pronta a credere che sia proprio così. Tanto più che a supporto di un presunto complotto del centrosinistra contro Dell’Utri e Berlusconi vi sarebbe un’altra prova schiacciante: un’intercettazione del 9 ottobre 2007, agli atti di un altro processo di Potenza, tra l’avvocato Gregorio Donnarumma e l’organizzatrice del concorso di Miss Italia.. Al telefono con la signora Mirigliani, Donnarumma parla a ruota libera: “In Italia negli anni più importanti sono stati ammazzati tutti – dice a un tratto-. Ho visto cose terrificanti, sono minacciato dalla politica e dalla pubblica amministrazione, mi hanno anche offerto un seggio in Parlamento se riesco a mettere d’accordo quelli che accusano Dell’Utri. Ma ti rendi conto?”. All’epoca dei fatti narrati l’avvocato aveva solo 33 anni. “Un giovane – dice di se stesso – con degli ideali… soprattutto quelli!” e tanta paura. Insomma, la persona giusta a cui affidare l’organizzazione di un complotto contro il senatore Marcello Dell’Utri. E forse è vero, come hanno denunciato Di Pietro e Orlando al termine dell’udienza, minacciando le vie legali per senatore e difensori, che “la richiesta di inasprimento della pena (da 9 a 11 anni) al loro assistito ha giocato un brutto scherzo alla difesa del senatore Marcello Dell’Utri”. E’ chiaro, hanno aggiunto, che “è veramente alla frutta”.

Antimafia Duemila – Toto’ Riina vuole chiedere la grazia

Che Riina vuoti il sacco, niente benefici se non collabora pienamente con la giustizia.

Fonte: Antimafia Duemila – Toto’ Riina vuole chiedere la grazia.

Il boss dei boss Totò Riina ha chiesto al cappellano del carcere di Opera, dove è detenuto, di intercedere presso l’arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, affinché appoggi una sua domanda di grazia. Lo rivela il Corriere della Sera.

Per il suo avvocato, Luca Cianferoni, quella del 79enne capo della cupola mafiosa, condannato per attentati come quelli dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, è un’iniziativa personale.

“Non sono a conoscenza di questa iniziativa – ha dichiarato il legale al quotidiano milanese – che a quanto capisco è di tipo assolutamente personale”.

Riina non ha ancora formalizzato la sua richiesta. Ma le sue intenzioni sono osservate con grande attenzione: il direttore del carcere milanese ha subito avvertito il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che ha informato la Procura nazionale antimafia, diretta da Piero Grasso.

Il boss ha scontato 17 anni di carcere ed è detenuto in regime di 41 bis, cioè di carcere duro. Il suo avvocato Luca Cianferoni ritiene che il suo stato di salute “decadente” – il capomafia ha avuto già diversi problemi cardiaci – si potrebbe pensare di attenuare queste condizioni di detenzione.

Fonte: Maggiani Chelli: Riina collabori con la giustizia. Solo cosi’ possibile alleggerire 41 bis

Il capo di “Cosa nostra”, Salvatore Riina, ci riprova. Questa volta pare pensare alla  richiesta di grazia con l’aiuto della Chiesaattraverso l’arcivescovo di Milano.
“E’ malato ed ha 79 anni” lamenta il suo avvocato. Al di là del fatto che della richiesta di grazia il legale non sa nulla, questi suggerisce: si potrebbe pensare ad un alleggerimento del 41 bis e di tutto il sistema detentivo per alleviare le pene dell’anziano boss.
Pare di essere ritornati ai tempi in cui “Totò u’ curto”, tritolo alla mano, chiedeva, attraverso il suo “papello”, alleggerimenti  del 41bis. Allora li chiedeva  a suon di massacri di bambini e ragazzi, di bombe sotto le chiese. Oggi il lupo si è dipinto le zampette di agnello mentre lancia comunque i suoi messaggi e così  noi non gli crediamo.
Anche noi vorremmo un alleggerimento delle condizioni di vita dei nostri invalidi all’80%, maledettamente giovani per non poter più lavorare. Ma a riguardo sono tutti quanti girati dall’altra parte e i giornali non lo scrivono.
Collabori con la giustizia Salvatore Riina, dia la possibilità ai giudici di mandare in galera i “mandanti esterni a cosa nostra” per la strage di via dei Georgofili, così oltre a contribuire ad  una grande azione di giustizia verso di noi, e verso l’Italia,  potrà passare il resto dei suoi giorni fuori dal regime di 41 bis.
Cordiali saluti

Giovanna Maggiani Chelli
Vice Presidente Portavoce
Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili

Fonte: Rita Borsellino: ‘Richiesta Riina sembra segnale per qualcuno’

“Questa richiesta è talmente inverosimile da non potere essere considerata vera. Del resto Totò Riina ci ha abituato ormai alle sue dichiarazioni tanto estemporanee quanto paradossali”.

E’ questo il commento a caldo di Rita Borsellino in merito alla notizia della presunta richiesta di grazia fatta da Totò Riina.
La sorella di Paolo Borsellino spiega: “A me pare più un segnale, un messaggio lanciato a qualcuno, tutto da interpretare, piuttosto che una richiesta verosimile. Riina non ha mai mostrato alcun segno di pentimento o di revisione delle sue azioni, pertanto ritengo che questa richiesta non abbia alcun senso”.
A.B.

Tratto da: livesicilia.it

Un omicidio e un atto terroristico: la mafia sta trattando?

Fonte: Un omicidio e un atto terroristico: la mafia sta trattando?.

L’assassinio di Fragalà, il Lambro e l’ipotesi di una strategia

Certi silenzi parlano più delle parole. E parlano, ai miei occhi almeno, gli inquietanti silenzi su due gravissimi fatti recenti: l’assassinio, a Palermo, dell’avvocato Enzo Fragalà; l’inquinamento doloso, in Lombardia, del fiume Lambro. In apparenza due fatti del tutto lontani e incomunicabili. Ma che potrebbero anche non esserlo. Sicuramente si tratta di due fatti anomali accaduti in contemporanea. Nel primo caso è stato ammazzato davanti al suo studio un avvocato che si è storicamente distinto per avere tutelato in sede legale i boss mafiosi. Che è stato tra i loro difensori più in vista nel maxiprocesso degli anni Ottanta. E che è poi stato eletto in Parlamento, dove è rimasto per numerose legislature. Nel suo caso l’anomalia balza subito agli occhi. Ucciso una sera davanti al portone del suo studio da un energumeno isolato e munito, così ci è stato raccontato, di casco e di bastone. Ma da quando a Palermo si uccide con un bastone? Forse la città non si è distinta nella sua storia per la facilità con cui i conti vi vengono regolati con le armi da fuoco, si tratti di fatti pubblici o (anche) di fatti privati? O davvero si può credere che ci si presenti a uccidere un personaggio famoso da soli e armati solo di un randello, con il rischio, fra l’altro, che la vittima designata riesca a scappare, a premere un tasto o che passi qualcuno d’improvviso? E soprattutto: ma quale individuo isolato ucciderebbe a Palermo un legale dei clan?

Si è fatta l’ipotesi di un pazzo omicida. Certo. Solo che l’avvocato Fragalà era stato indicato come uno dei possibili bersagli di Cosa Nostra ai tempi del celebre striscione esposto allo stadio della Favorita, quello in cui Berlusconi veniva invitato a ricordarsi della Sicilia riferendosi al 41-bis, ossia al carcere duro, vera ossessione dei clan. Solo che il tema del carcere duro continua a tornare come un martello anche nelle sedi processuali. Solo che le promesse non mantenute e il preteso scarso impegno degli avvocati in Parlamento sono stati oggetto di ripetute e pubbliche lamentele nonché di allusive minacce da parte dei boss, di cui si trova conferma anche in qualche narrazione dei collaboratori di giustizia. Se poi Fragalà davvero stava assistendo alcuni imprenditori in via di dissociazione da Cosa Nostra, questo non ha potuto che esporlo ancora di più. Un messaggio di sangue, dunque. Il più volte temuto messaggio a una classe forense ritenuta contigua o più organica alla difesa dei boss in sede giudiziaria. Questo potrebbe essere l’assassinio di Fragalà.

E questa consapevolezza intuitiva è sembrata affiorare nelle dichiarazioni e soprattutto nelle mezze frasi corse qualche giorno dopo, durante l’assemblea dei legali al Palazzo di Giustizia palermitano. Come se si fosse ricevuto il segno di un’impazienza giunta all’ultimo stadio, e che la decisione di mandare all’asta i beni confiscati alla mafia non è bastata a sedare. E che, evidentemente, non bastano a sedare le generosissime falle amministrative che vengono ovunque denunciate nella gestione del 41-bis (ultimi, i liberi convegni in carcere tra i boss Graviano e Schiavone). Soprattutto, forse, di fronte ai ripetuti successi di magistrati e forze dell’ordine nella cattura dei latitanti. D’accordo, potrà dire qualcuno: ma che c’entra il Lambro? In effetti. Può darsi nulla. Ma può darsi molto. Il fatto è che a 1500 chilometri di distanza da Palermo, nella Lombardia dove batte il cuore del potere politico a cui i boss indirizzano da tempo le proprie richieste, è stata provocata una catastrofe ambientale. Non è stato incidente, questo è appurato. Bensì sabotaggio, vero e proprio atto di terrorismo ecologico. I cui danni sarebbero potuti essere immensi e coinvolgere in modo ancor più disastroso il Po e la sua pianura.

Sabotaggio professionale, ci è stato detto. Un atto di terrorismo che ha tutta l’aria di essere stato dimostrativo o punitivo o le due cose insieme. Indirizzato contro qualche interesse locale o contro interessi più ampi? La logica (che non sempre si riflette nei comportamenti umani, questo è vero) suggerisce che l’atto sia stato indirizzato consapevolmente contro la collettività. Un po’ come gli atti di terrorismo compiuti contro il patrimonio artistico. L’assassinio di Fragalà e l’attentato al Lambro-Po sono fatti assolutamente anomali. E quindi non facilmente leggibili dall’opinione pubblica. Dunque, in sé, perfettamente funzionali a un eventuale desiderio di irriconoscibilità da parte degli autori. Che è senz’altro in questo momento (vogliamo ipotizzarlo?) il desiderio di Cosa Nostra. La sua presenza sotto traccia sta scritta nel patto che l’ha traghettata nella Seconda Repubblica.

E d’altronde essa sa perfettamente che per ottenere gli agognati benefici legislativi e amministrativi non può esibire tracotanza delittuosa. Ha imparato che dopo gli scoppi di aggressività criminale lo Stato è costretto a contrastarla di più, a non concederle più niente. Deve usare modalità mascherate e il meno sanguinarie possibili. Assassinio di Fragalà e attentato terroristico, per le forme in cui sono avvenuti, avrebbero dunque i requisiti ideali per minacciare selettivamente. Non il paese, ma chi può e deve capire. E purtroppo i silenzi clamorosi non aiutano a stare tranquilli. Perché, ad esempio, il ministro Alfano, che – oltre a governare la Giustizia – bene conosce la Sicilia, ha detto e mai più ridetto che stanno tornando i tempi più bui? Perché si levano allarmi e grida continue contro i clandestini e ogni più piccolo attacco alla nostra sicurezza ed è passato invece nel più gelido silenzio governativo un terribile atto di terrorismo? Siamo davanti alla coincidenza (possibile) di due fatti separati o a qualcosa che sa di strategia e di trattativa?

Fonte: il Fatto Quotidiano (Nando Dalla Chiesa, 25 marzo 2010)

Antimafia Duemila – ”Riaprire Pianosa e l’Asinara”, cosi’ Sandokan e Graviano non si incontrano

Fonte: Antimafia Duemila – ”Riaprire Pianosa e l’Asinara”, cosi’ Sandokan e Graviano non si incontrano.

“Se l’antimafia fallisce nei suoi obiettivi primari per motivi di spazio non c’è da perdere altro tempo. Bisogna chiedere con forza degli interventi.

Non penso a cose particolari, che necessitino una pronuncia legislativa. Basterebbe un provvedimento amministrativo. Penso alla riapertura delle supercarceri di Pianosa e dell’Asinara, che negli anni scorsi hanno garantito il massimo della sicurezza e l’effettività del 41 bis. Già lo stesso ministro della Giustizia aveva prospettato questa eventualità, poi per varie ragioni politiche non si e’ potuta realizzare”. Il procuratore aggiunto alla Dda, Antonio Ingroia, dice a “Repubblica” come si potrebbe fare in modo che non riaccada quanto scoperto dallo stesso giornale e pubblicato ieri: i colloqui nell’ora d’aria fra Giuseppe Graviano e Francesco Schiavone. “Madre natura” e “Sandokan”, due boss di primissimo ordine.

“Il carcere duro non ha una funzione penalizzante per il detenuto – continua Ingroia – ma ha solo lo scopo di impedire che il mafioso possa continuare ad essere tale. E questo obiettivo si realizza evitando di fargli pianificare affari e strategie. Ovvero impedendogli di comunicare all’esterno. Oggi è necessario considerare qualcosa di più insidioso – conclude il magistrato – il sistema mafioso integrato. Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra fanno affari insieme. Ecco perché gli incontri in carcere fra esponenti di organizzazioni criminali diverse sono davvero pericolosi”.

Tratto da: livesicilia.it

Lotta alla mafia nel mirino | Pietro Orsatti

Fonte: Lotta alla mafia nel mirino | Pietro Orsatti.

Dopo la bomba alla Procura di Reggio Calabria, parla il pm di Palermo Di Matteo. «La storia di Cosa nostra, con la sua volontà di combattere lo Stato con attentati e omicidi eccellenti, è una vicenda di corsi e ricorsi»
di Pietro Orsatti su left/Avvenimenti

E’ ormai una guerra. Niente più scaramucce ma un conflitto totale combattuto su più fronti contemporaneamente. Uno stratega militare la chiamerebbe “guerra di accerchiamento”. A farne le spese, obiettivo comune di soggetti e interessi differenti e sconnessi, è l’insieme della magistratura, in particolare i pubblici ministeri che si occupano di mafie, di intrecci mafiosi, di infiltrazioni del sistema criminale nella politica, nelle istituzioni e nell’economia. L’ordigno fatto esplodere domenica scorsa davanti alla Procura generale di Reggio Calabria è solo l’atto più eclatante e visibile. Si voleva intimidire la magistratura, è evidente, in particolare quei togati che stanno indagando su fatti di ’ndrangheta e corruzione e infiltrazioni nelle istituzioni locali e negli appalti. Atto diretto ed esplicito. «I criminali sono portati a pensare che nel processo d’appello le cose si sistemano – ha detto, commentando l’attentato, il procuratore generale di Reggio Calabria, Salvatore di Landro – . Quando questo non avviene, quando anche qui si rendono conto che prendono bastonate, qualcuno può avere la tentazione di reagire». E allora una “bombetta” di avviso. Non è la sola. Non solo in Calabria. In seguito all’arresto del boss di Altofonte, San Giuseppe Jato, Borgetto e Partinico, Domenico Raccuglia, del 15 novembre scorso a Calatafimi si è venuti a conoscenza della capacità tecnica e militare di Cosa nostra, e anche forse della sua volontà, di colpire con un attentato “bersagli eccellenti”, fra i quali non è difficile ipotizzare anche un possibile attacco a qualche magistrato “simbolo” in questa fase di forte offensiva da parte dello Stato nei confronti della mafia.

A non sottovalutare questo segnale è proprio uno dei pm di Palermo, Antonino Di Matteo. «Chi da decenni è abituato ad analizzare e studiare il fenomeno e a confrontarsi con le indagini e i processi sa benissimo che la storia di Cosa nostra anche da un punto di vista della capacità e della volontà di contrapporsi frontalmente allo Stato con attentati o omicidi eccellenti è una vicenda di corsi e ricorsi – spiega il magistrato da poco eletto presidente dell’Associazione nazionale magistrati di Palermo -. È nel dna di Cosa nostra la necessità e la capacità di ricorrere allo scontro frontale quando l’organizzazione lo ritiene opportuno e necessario per se stessa. Soltanto chi non conosce bene la storia di Cosa nostra e il suo modo di ragionare può sottovalutare determinati rischi solo perché negli ultimi quindici anni ha mantenuto un profilo basso, di immersione». Effettivamente una fase di immersione di Cosa nostra già avvenne negli anni Sessanta. Addirittura si ipotizzò il suo scioglimento. Poi con la strage di viale Lazio, compiuta a Palermo il 10 dice del ’69, divenne chiaro che non solo Cosa nostra era tutt’altro che in via di ritirata ma che c’era un nuovo soggetto militare in ascesa: i corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano che aprirono da quel momento un’offensiva ferocissima e sanguinosa verso i propri rivali diretti e contro lo Stato. Che si concluse solo nel biennio delle stragi 1992-93.

Questo rialzare il tiro da parte della criminalità nei confronti di chi indaga sulle mafie per conto dello Stato è un segnale preoccupante. Che si somma all’aggressività nei confronti della magistratura da parte di ampi settori della politica che non fanno riferimento alla sola maggioranza di governo. Una politica che sta cercando in tutti i modi, attraverso riforme organiche e blitz legislativi di vario tipo, di fermare l’azione in corso da parte della magistratura o di delegittimare di volta in volta uno più o magistrati che hanno ampliato il loro raggio di azione, passando dall’analisi e repressione degli aspetti militari della criminalità organizzata, debordando verso le implicazioni politiche, amministrative ed economiche del fenomeno mafia. Come ad esempio è successo dopo le ultime dichiarazioni in aula del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza nel processo di appello a Marcello Dell’Utri. «Non è una novità che le polemiche sui pentiti, sui collaboratori di giustizia, si scatenino solo ed esclusivamente quando le dichiarazioni di questi alzano il tiro sulla politica, sull’imprenditoria e le istituzioni – spiega il pm Di Matteo -. La legge del 2001 che regolamenta la collaborazione con la giustizia degli ex mafiosi ritengo che vada bene così com’è, è già abbastanza restrittiva e rigorosa, per cui un ulteriore giro di vite sarebbe pericolosissimo perché disincentiverebbe definitivamente la collaborazione».
E sempre in relazione al processo Dell’Utri, ha lasciato una scia velenosa di polemiche anche la sospensione di parte del regime del 41bis applicato al boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, che in aula si era avvalso della facoltà di non rispondere anche, questo ha fatto intendere, perché non erano state accolte le sue richieste di alleggerimento del proprio regime carcerario. Al processo Dell’Utri aveva detto: «Quando starò meglio potrei chiedere di essere sentito». Presto fatto, a meno di un mese dalla presentazione (per la seconda volta) dell’istanza del boss pluricondannato all’ergastolo anche per la strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, si è visto sospendere l’isolamento diurno. Da ora, nel supercarcere di Opera a Milano, potrà comunicare con altri detenuti, mafiosi e non, e avere quindi la possibilità di ricevere e inviare comunicazioni con l’esterno. Comunicazioni che proprio il 41bis, nella sua formulazione, intende impedire. La scorsa settimana questa decisione dei magistrati di sorveglianza ha scatenato, ovviamente, un putiferio, facendo intervenire anche due dei magistrati più in vista oggi sulla lotta alla mafia. Da un lato il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso ha spiegato che secondo lui la revoca dell’isolamento diurno per il boss mafioso Giuseppe Graviano è «una decisione presa da un giudice investito da una istanza di un difensore e che quindi non dovrebbe comportare nessuna altra valutazione dietrologica», dall’altro il procuratore aggiunto della direzione antimafia Antonio Ingroia è entrato nel merito giuridico e tecnico, affermando che «il problema è legislativo e la decisione che ha riguardato Graviano pone un tema centrale nel dibattito sul 41 bis e la lotta alla mafia. Dovrebbe essere previsto al più presto un prolungamento del periodo di tre anni di isolamento diurno per chi ha commesso reati particolarmente gravi, come quelli di mafia. Purtroppo – aggiunge Ingroia – le indagini ci dicono che i padrini di Cosa nostra continuano ancora a trovare il modo per oltrepassare le barriere del carcere duro, facendo arrivare gli ordini all’esterno». Come sia andata, le domande restano. Che sia stato un premio a Graviano per non aver testimoniato o un incentivo perché parli, rimangono molte ombre. Se non altro per la coincidenza dei tempi nell’applicazione dell’alleggerimento con l’udienza al processo Dell’Utri. Una serie di sospetti che già stanno scatenando polemiche durissime e le richieste più estreme, fra le quali quella della riapertura delle carceri speciali di Pianosa e l’Asinara, luoghi disumani e terribili che, nonostante fossero giustificate in ragione di una lotta estrema contro la mafia dopo le stragi del 1992, rappresentano un capitolo oscuro nella storia del rispetto dei diritti umani nel nostro Paese.

E poi, altra coda velenosa del dibattito (se vogliamo chiamarlo così, in realtà dai toni utilizzati sembrava di assistere a una rissa) è l’ipotesi da parte di alcuni esponenti della maggioranza di sopprimere o limitare all’interno di una codifica rigida e restrittiva per l’azione giudiziaria il reato di “concorso esterno” in associazione mafiosa. Guarda caso proprio il reato per cui è stato condannato a nove anni in primo grado il senatore Marcello Dell’Utri. «Il vero salto di qualità nella lotta alla mafia, soprattutto in questo momento storico – spiega ancora il pm Antonino Di Matteo – lo riusciremo a fare solo se sarà possibile colpire proprio i cosiddetti “colletti bianchi”: gli imprenditori, i politici, gli uomini delle istituzioni, quelli che consapevolmente e fattivamente contribuiscono alla realizzazione di fini importanti per l’organizzazione criminale. Il ricorso al “concorso esterno” è stato fondamentale e lo potrebbe essere ancora di più per debellare veramente la mafia. E vorrei anche ribadire che spesso l’apporto del concorrente esterno è ben più importante per Cosa nostra rispetto all’apporto di un uomo d’onore “punciutu”, che magari fa estorsioni o è rappresentante di una famiglia mafiosa. È attraverso i concorrenti che Cosa nostra esercita il suo potere. Sarebbe un errore che, con l’intervento su questa figura, si ponesse il concorrente esterno come una figura minore per Cosa nostra. Perché così non è». Sopprimere quindi la connotazione di questo reato dal codice sarebbe, secondo Di Matteo, un colpo mortale alla lotta alla mafia. C’è poi da dire che il concorso esiste per tutti i reati. Il concorso in truffa, rapina, omicidio, eccetera. Non è un’invenzione specifica della normativa antimafia. E non solo. «Poi, e questa è una mia valutazione personale, io sono contrario a una connotazione “normativa” specifica dei casi di concorso esterno in associazione mafiosa – prosegue il magistrato -. Anche perché la mafia è un fenomeno in continua evoluzione, temo che la previsione normativa di condotte definibili come concorso esterno possa poi non andare di pari passo con le tecniche mafiose di infiltrazione dei poteri pubblici. Se noi andiamo a vedere come si è evoluta l’azione, ad esempio nelle tecniche di riciclaggio dei capitali sporchi – e parlo delle tecniche “mafiose” di riciclaggio e infiltrazione dell’economia – capiamo che diventa anche difficile “normativizzare” oggi il concorso esterno in associazione mafiosa con un strumento che sia efficace anche fra dieci anni».
Ma di cosa avranno da preoccuparsi questi benedetti magistrati. Dopo tutto sia il premier che il ministro dell’Interno hanno annunciato un “piano” per debellare la mafia definitivamente entro la fine della legislatura. Quella stessa mafia spa che rappresenta quasi un terzo dell’economia reale di questo Paese.

Il partito unico dell’amore – Passaparola – Voglio Scendere

Un estratto di un lungo intervento di Marco travaglio che spiega come centrosinistra e centrodestra sono responsabili dell’allentamento della legislazione antimafia…

Fonte: Il partito unico dell’amore – Passaparola – Voglio Scendere.

Silenziare i pentiti
In quella legislatura 96 /2001, mentre D’Alema presiedeva la Bicamerale, Berlusconi pretende dal centrosinistra che passi qualsiasi cosa e il centrosinistra gliele dà tutte vinte: per esempio la legge sui pentiti, una legge che era stata chiesta espressamente da Riina nel papello, una legge che toglie quasi tutti i benefici ai mafiosi che collaborano con la giustizia e in più impone loro anche di parlare di tutta la loro carriera mafiosa nei primi sei mesi della collaborazione. Dopodichè, qualunque cosa dicano, non vale più. Immaginate uno che è stato mafioso per 50 anni, che ha commesso decine di delitti, come fa a ricordarsi in sei mesi tutto quello che ha fatto nella sua vita? A volte magari non dà neanche importanza a certe cose che assumeranno importanza successivamente, quando magari salta su qualcun altro a raccontare qualcosa, o quando magramente al giudice viene da chiedergli qualcosa: ecco, se loro non ne hanno già parlato nelle dichiarazioni introduttive nei primi sei mesi, quello che diranno dopo non sarà più valido. E a che cosa serve, a che cosa mira questa legge, se non a silenziare i pentiti?
E’ evidente che è così, vogliono tappare la bocca ai pentiti non perché raccontino balle, perché se raccontassero balle li lascerebbero parlare per tutta la vita, ma perché raccontano la verità: molti di loro nel 96, 97 e 98 stavano cominciando a parlare dei rapporti tra mafia e politica, delle trattative tra lo Stato e la mafia ai tempi delle stragi e, addirittura, dei mandanti esterni delle stragi, quindi tutta la classe politica di destra e di sinistra, con la Legge Fassino sui pentiti, decide di cucire la bocca ai mafiosi, di modo che chi si è già pentito torni indietro e si penta di essersi pentito e ritratti tutto, cosa che purtroppo accade dopo quella legge e chi, invece, stava per pentirsi e per collaborare e aggiungere altri particolari è stato silenziato, perché era meglio che non parlasse e che certi altarini non venissero fuori. Ecco perché poi qualcuno oggi fa lo spiritoso e dice “ ah, chissà come mai Spatuzza parla dopo tanti anni!”: perché all’epoca, quando i pentiti parlavano, i politici hanno pensato bene di farli stare zitti, creando un clima tale per cui, per diversi anni, si è capito benissimo che non conveniva parlare di certi argomenti, perché la politica, invece di fare di tutto per far dire la verità ai mafiosi, aveva tutto l’interesse a che i mafiosi stessero zitti sui rapporti con la politica.
Sempre a proposito di quali sono gli accordi sottobanco fatti da centrosinistra e centrodestra che D’Alema ci chiede di ricordargli e di rammentargli, che dire della chiusura delle carceri di Pianosa e Asinara, che è un altro punto del papello di Totò Riina, che è stato realizzato negli anni del centrosinistra? Altro che 41 bis! Era un’altra cosa il 41 bis nelle isole, lì sì i boss non riuscivano veramente a comunicare verso l’esterno e, guarda caso, sono stati riportati tutti nelle carceri continentali, dove è molto più facile intrattenere rapporti anche stando al 41 bis. E che dire della legge che ha addirittura abolito l’ergastolo per i mafiosi coinvolti nelle stragi? Nessuno se le ricorda, queste cose, ma per alcuni mesi nel 99 il centrosinistra e il centrodestra insieme hanno abrogato l’ergastolo per il reato di strage, consentendo l’accesso al rito abbreviato anche agli imputati di strage: il rito abbreviato è quello che si fa subito davanti al G.I.P. in udienza preliminare, senza iniziare il dibattimento, con le prove trovate dai Pubblici Ministeri. Su quella base si fa il rito abbreviato, che dura pochissimo: non si fa il dibattimento e quindi, in cambio, hai fino a un terzo di sconto della pena. Se uno ha fatto una strage prenderebbe l’ergastolo, quanto è in terzo dell’ergastolo? Trenta anni. Invece dell’ergastolo, i boss mafiosi delle stragi del 92 e 93 improvvisamente potevano arrivare a prendere soltanto trenta anni, che poi in Italia diventano venti con l’istituto della liberazione anticipata e, dato che erano tutti in galera da una decina d’anni, avrebbero avuto dinanzi a sé solo più dieci anni da trascorrere in carcere e avrebbero anche potuto ottenere i primi permessi premio, perché avevano già scontato quasi la metà della pena. Questa è un’altra clamorosa defaillance del sistema antimafia e è, guarda caso, un’altra delle richieste che Riina aveva scritto nel papello, che è stata soddisfatta, almeno per alcuni mesi, della legislatura del centrosinistra, dopodichè le proteste dei parenti delle vittime di Via dei Georgofili furono così forti che alla fine, per fortuna, almeno sull’ergastolo il centrosinistra tornò indietro e ripristinò un’aggravante speciale che riportava quei trenta anni all’ergastolo e quindi neutralizzava l’effetto di sconto che portava gli stragisti a avere trenta anni e non più la pena a vita. Inoltre ci sono le leggi sui reati fiscali, le leggi che aboliscono alcune fattispecie di utilizzo di false fatture, che consentono a Dell’Utri un ulteriore sconto di pena, senza neanche il rischio di dover chiedere l’affidamento ai servizi sociali, ossia lo fanno scendere sotto i due anni, entro i quali è compresa la sospensione condizionale della pena.

Giuseppe Graviano, “Per il momento io non sono in condizioni di…”

Fonte: Giuseppe Graviano, “Per il momento io non sono in condizioni di…”.

[il video lo potete trovare a questa pagina]

Scritto da Dario Campolo

A volte le parole non bastano, possono anche essere di parte, di quale parte non si sà perchè ognuno tira l’acqua al suo mulino. Come Redazione di 19Luglio1992.com noi cerchiamo di fare tutto ciò che possiamo per stare da una parte sola: Giustizia e Verità.

Ecco quindi il video nel quale il boss mafioso Giuseppe Graviano è intervenuto l’undici dicembre 2009 al processo d’appello che vede il sen. Marcello Dell’Utri imputato a Palermo per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Questo video è per noi fondamentale e unico nel suo genere: “lanciare messaggi”.

Buona visione e buona interpretazione.

Saldi di giustizia

Fonte: Saldi di giustizia.

Scritto da Nicola Tranfaglia

Ecco la notizia. Giuseppe Graviano boss mafioso del quartiere Brancaccio a Palermo, condannato all’ergastolo per numerosi assassini, ha avuto una rilevante riduzione di pena nell’applicazione del carcere duro non dovendo più sottostare all’isolamento diurno. Graviano, interrogato l’11 dicembre scorso al processo Dell’Utri, aveva rifiutato di deporre e aveva chiesto che non gli fosse più applicato il regime previsto dall’articolo 41 bis.
La questione è assai complessa. Basta fare la storia di quel regime carcerario per rendersi conto come l’art. 41 bis (approvato nel 1975 per i reati di terrorismo, poi esteso nel 1992 ai reati di mafia come misura provvisoria e successivamente nel 2002 nel decennale della strage di Capaci) sia stato regolarmente prorogato come misura di carcere duro e segno di volontà dello Stato di non venire a patti con le associazioni mafiose e mettere i detenuti in condizione di non poter comunicare più con l’esterno e tanto meno con i propri seguaci e compagni di mafia. Un precedente clamoroso fu l’abolizione dell’isolamento diurno concessa nel 2001 a Totò Riina che suscitò allora forti polemiche.

L’attuale normativa prevede in termini generali «che dopo la stabilizzazione del 41 bis il detenuto può presentare, più volte nel tempo, richiesta di sospensione perché non sussistono più le condizioni, mentre a seguito di una sospensione non può essere nuovamente sottoposto a questo regime carcerario. Il giudice di merito deve valutare se la persona sia ancora socialmente pericolosa, collegata con l’organizzazione mafiosa. La valutazione, difficilmente dimostrabile, si traduce facilmente nella revoca del 41 bis senza alcun rischio e senza alcuna formale irregolarità».
La decisione di concedere a un boss tutt’altro che pentito e anzi deciso a non parlare, almeno fino ad ora, la misura di alleggerimento della pena, non può non preoccupare l’opinione pubblica. C’è un legame tra la concessione proprio a Graviano e la sua scelta di non testimoniare al processo Dell’Utri? Con una simile scelta si vuol mandare un messaggio sul mutato atteggiamento dello Stato rispetto al carcere duro impersonato dall’applicazione dell’articolo 41 bis e dell’isolamento diurno? In un caso, come nell’altro, si tratta di segnali preoccupanti che si verificano proprio mentre sono in corso il processo al senatore Dell’Utri e l’indagine della procura di Palermo per l’individuazione dei mandanti delle stragi mafiose del ’92 e del ’93.
La situazione è, per così dire, molto delicata. Chi ha seguito le vicende del rapporto tra mafia e politica ricorda infatti che, tra le richieste che Cosa Nostra – guidata in quel momento, almeno formalmente, da Riina e Provenzano – presentò a chi conduceva le trattative per lo Stato (sicuramente i Ros dei Carabinieri ma non sappiamo per conto di chi), quella dell’abolizione del 41 bis, o di una sua consistente attenuazione, era tra le più importanti che l’associazione mafiosa aveva elaborato. Sta forse scoppiando la pace tra Cosa Nostra e i poteri attuali?

Fonte: L’Unità.it (Nicola Tranfaglia, 4 Gennaio 2009)

Mafia, Sonia Alfano, Chiediamo confronto con il Ministro Alfano

La trattativa è ancora in corso…

Fonte: Mafia, Sonia Alfano, Chiediamo confronto con il Ministro Alfano.

In un comunicato, Sonia Alfano, come presidente dell’associazione Nazionale Familiari vittime di mafia, commenta l’alleggerimento del regime carcerario al Boss Mafioso Giuseppe Graviano:

“Di fronte all’ennesima farsa della giustizia italiana, di cui è oggi protagonista il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, l’Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia chiede un confronto con il Ministro Angelino Alfano invitandolo a non presentarsi in compagnia della sua portavoce Danila Subranni, figlia del Generale del ROS ancora oggi indagato dalla Procura della Repubblica di Palermo per favoreggiamento al boss Bernardo Provenzano. Lo dichiara in una nota il Presidente dell’Associazione Sonia Alfano. Segnali come l’alleggerimento del 41bis per Graviano – prosegue Sonia Alfano – ci inducono a pensare ad una ricompensa per il silenzio e le cose non dette nell’ambito del processo Dell’Utri ed una prosecuzione della trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato.

Giuseppe Graviano per l’udienza relativa al processo Dell’Utri aveva scritto una lettera in cui elencava i suoi problemi di salute dovuti agli anni passati in isolamento al 41bis, dichiarando che sarebbe stato suo dovere, quando il suo stato di salute lo avesse permesso, informare l’Illustrissima Corte d’Appello per rispondere a tutte le domande.
Che qualcuno abbia colto il suo messaggio e abbia risposto celermente? Del resto, Dell’Utri si era mostrato compiaciuto di fronte al rifiuto di Graviano di rispondere ai magistrati.”

Trattativa a cielo aperto

Fonte: Trattativa a cielo aperto.

Scritto da Marco Travaglio

I messaggi del senatore, i silenzi eloquenti di Giuseppe Graviano. Tra Cosa Nostra e Stato segnali sul 41-bis a favore di telecamera.

La valanga di parole storte che si rovescia ogni giorno sul processo Dell’Utri nasconde malamente il tentativo di occultare una realtà drammatica che è sotto gli occhi di tutti: la trattativa fra Stato e mafia, iniziata dai carabinieri del Ros nell’estate del ’92 dopo la strage di Capaci, culminata nella consegna del papello ai nuovi referenti politici e nella consegna di Riina al Ros da parte degli uomini di Provenzano, ripresa nel ’93 da Dell’Utri con gli uomini di Provenzano e del clan Graviano, sfociata nella fine delle stragi nel ’94, continua tutt’oggi. Siamo ormai ai tempi supplementari, il regime berlusconiano è alle corde, e chi si aspetta che i vecchi patti vengano rispettati si rende conto di dover giocare il tutto per tutto. Non più nelle segrete stanze, dietro le quinte, con trattative sotterranee sulla “dissociazione” e messaggi cifrati (il proclama di Bagarella sui politici che non rispettano le promesse, lo striscione allo stadio di Palermo sul 41-bis). Ma a scena aperta. Alla luce del sole. In favore di telecamera. Perché tutti capiscano e chi di dovere si assuma finalmente le proprie responsabilità.

Il Graviano sbagliato.
Il gioco delle parti tra i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, lungi dallo smentire Spatuzza, lo conferma. Spatuzza dice che era Giuseppe il suo capo, non Filippo. Infatti Filippo nel 2004, nel carcere di Tolmezzo, gli disse che bisognava far sapere a Giuseppe che, se non arrivava quel che doveva arrivare (benefici carcerari per i boss al 41-bis), bisognava andare a parlare con i magistrati”. E fu Giuseppe, tra la fine del 1993 e l’inizio del ‘94, a confidare a Spatuzza prima che c’era un progetto politico dietro le stragi del ’93, poi che con Berlusconi e Dell’Utri in politica Cosa Nostra aveva “il paese nelle mani”. Dunque è Giuseppe, non Filippo, che potrebbe confermare le parole del pentito. Filippo nega tutto, ma Giuseppe se ne guarda bene. Potrebbe chiudere definitivamente la partita e liquidare il pentito in due parole: “Tutte bugie”. Invece ne pronuncia ben di più, tramite il suo avvocato: “Mi avvalgo della facoltà di non rispondere perché non sto bene a causa del 41-bis, ma, quando il mio stato di salute me lo permetterà, sarà mio dovere rispondere”. Paradossalmente, se la trattativa sul 41-bis andrà a buon fine, lui parlerà. Resta da capire che cosa dirà: confermerà o smentirà Spatuzza, che finora non solo non ha mai smentito, anzi ha addirittura elogiato come un “fraterno amico” da “rispettare” perché “ha fatto le sue scelte”? Il paradosso è proprio questo: se gli danno quel che chiede, lui potrebbe inguaiare i vertici del governo. Ma potrebbe farlo anche se non gli danno quel che chiede. In ogni caso, è una clamorosa conferma alle rivelazioni di Spatuzza sull’insofferenza dei Graviano per le promesse non mantenute.

Marcello risponde a tono.
Dell’Utri, se davvero fosse estraneo a quel mondo, potrebbe chiamarsene fuori. Invece entra a piedi giunti in questo dialogo a distanza. Ha già detto che per lui i mafiosi si dividono in eroi (quelli che, come Mangano, non solo non parlano di lui né di Berlusconi, ma non parlano tout court, restando mafiosi: come anche Riina, Provenzano, Bagarella e così via) e in bugiardi che dicono “minchiate” (Spatuzza, ma anche gli altri venti che hanno parlato di lui in 15 anni di inchieste e processi sul suo conto). Il 7 dicembre, a Porta a Porta, Dell’Utri spiega che“Spatuzza è un assassino efferato e non capisco come si possa dopo tanti anni dire queste cose. Ma l’obiettivo è chiaro: Spatuzza ottiene prebende, ottiene di uscire dal carcere, lavoro per lui e per le persone a lui vicine. Spatuzza con questo pentimento si è santificato e io passo per un efferato stragista”. Quando invece Filippo Graviano dice di non conoscerlo e smentisce Spatuzza, Dell’Utri si spertica in elogi e gli conferisce una patente di pentito attendibile: “Sono meravigliato dalla dignità e dalla compostezza di questo signore. Ha detto cose che mi meravigliano. Nel guardarlo ho avuto l’impressione di dignità da parte di uno che si trova in carcere e ha delle sofferenze. A differenza dell’impressione che mi ha fatto Spatuzza, mi è parso di vedere dalle parole di Filippo Graviano il segno di un percorso di ravvedimento”. Peccato che Filippo Graviano non sia pentito di un bel nulla, tant’è che nega financo di essere mafioso,nega i delitti per cui è stato condannato all’ergastolo, delitti molto più gravi di quelli commessi da Spatuzza, visto che questo era solo un sottoposto, mentre l’altro è uno dei capi. Dunque, contrariamente a quanto previsto da una legge dello Stato voluta da Giovanni Falcone, per Dell’Utri i pentiti veri sono i mafiosi che non confessano e non collaborano. Figurarsi l’entusiasmo dei boss irriducibili per le parole di un parlamentare della Repubblica. E figurarsi l’allarme fra i pentiti veri, la cui sicurezza dipende dal sottosegretario Alfredo Mantovano: che dovrebbe attenersi ad assoluta terzietà, dovendo valutare le richieste dei magistrati per assegnare i programmi di protezione, e invece va in tv ad attaccare l’attendibilità dei pentiti a cui dovrebbe garantire l’incolumità perché collaborino serenamente con la giustizia.

Il destino del processo.

È stata un autogol di un magistrato “inadeguato, dilettante e disinvolto” la scelta del pg di Palermo di introdurre Spatuzza nell’ultima fase del processo Dell’Utri prima di sottoporlo ai necessari riscontri, come scrivono certi maestrini che danno le pagelle ai giudici? Assolutamente no. Quando c’è il tempo, si cercano i riscontri in proprio. Quando, come nel caso delle recentissime dichiarazioni di Spatuzza, queste arrivano nella fase finale del processo, è doveroso riversarvele, accompagnate dai riscontri già trovati dalla Dia e dalla Procura di Firenze (che ritiene Spatuzza attendibile, tant’è che ha chiesto di ammetterlo al programma di protezione). Tanto più che Spatuzza non fa altro che aggiungere un tassello a quanto già dimostrato in primo grado: i già accertati rapporti fra Dell’Utri e i Graviano. Spetterà poi ai giudici valutare le nuove testimonianze alla luce dei fatti già emersi nel processo. La stessa cosa accadde al processo Cusani, dove Di Pietro portò in aula i segretari dei partiti che gli avevano appena confessato di essersi spartiti la maxitangente Enimont. E, guardacaso, alla fine fioccarono le condanne.

MARCO TRAVAGLIO

da Il Fatto Quotidiano del 13 dicembre 2009

Ciancimino jr e il biglietto del boss “Dell’Utri parlò con Provenzano”

Fonte: Ciancimino jr e il biglietto del boss “Dell’Utri parlò con Provenzano”.

Deposizione del figlio del defunto sindaco di Palermo davanti ai pm che indagano sulle stragi di mafia. Il capo dei capi parlava di “il nostro amico senatore”

CALTANISSETTA – Bernardo Provenzano, il capo dei capi di Cosa nostra, era in contatto diretto con il senatore Marcello Dell’Utri. Lo ha raccontato Massimo Ciancimino, figlio del defunto ex sindaco di Palermo Vito, ai giudici di Palermo e di Caltanissetta che indagano sulle stragi di Capaci e di via D’Amelio, e sulla presunta “trattativa” tra Stato e Mafia di quegli anni.

Massimo Ciancimino lo ha detto ieri ai magistrati spiegando nei dettagli il “senso” di un biglietto dattoloscritto da Bernardo Provenzano ed inviato a Don Vito Ciancimino che si trovava agli arresti domiciliari a Roma, dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio. “Caro ingegnere – scriveva Provenzano – ho ricevuto la “ricetta”, ci dobbiamo incontrare nel solito posto, al cimitero, per chiarire alcune cose… Abbiamo parlato con il nostro amico senatore per quella questione, hanno fatto una riunione e sono tutti d’accordo”.

E quell’amico senatore, secondo Massimo Ciancimino, sarebbe proprio Marcello Dell’Utri. La “ricetta” che Provenzano aveva ricevuto da Vito Ciancimino, sarebbe stata la richiesta di Cosa nostra ad alcuni esponenti politici di favorire i mafiosi in carcere ed i loro patrimoni in cambio della fine delle stragi del ’92-’93 che avevano raggiunto l’apice con gli attentati di Firenze, Roma e Milano.

Ma l’ultimo “pizzino” di Provenzano inviato a Vito Ciancimino, quello relativo all’incontro con “il nostro amico senatore”, sarebbe stato spedito nel 2000, ha spiegato Massimo Ciancimino, a conferma che la “trattativa” tra Stato e Mafia avviata con Riina e Provenzano e proseguita poi con i fratelli Filippo e Giuseppre Graviano, è continuata e non si sarebbe mai interrotta.

Massimo Ciancimino ha chiarito anche il significato di quel biglietto inviato al padre da Bernardo Provenzano. La “questione” avrebbe fatto riferimento al dibattito politico di quegli anni sull’amnistia e sul 41 bis, da sempre il chiodo fisso dei mafiosi in libertà che si sentivano “responsabili” del fatto che le stragi compiute avevano indotto lo Stato ad assumere provvedimenti restrittivi. Appunto il 41 bis. Il pentito Gaspare Spatuzza, ha chiamato in causa Berlusconi e Dell’Utri come “referenti” dei boss Giuseppe e Filippo Graviano: certe scelte, del resto, avevano provocato grandi polemiche all’interno delle carceri da parte dei detenuti che non condividevano la strategia stragista di Cosa nostra.

Adesso, rompendo ogni indugio e abbandonando le paure di “parlare di persone importanti”, Massimo Ciancimino ha svelato che Bernardo Provenzano si riferiva proprio a Marcello Dell’Utri. Non solo. Massimo Ciancimino ha svelato anche alcuni affari dei mafiosi con lo stesso esponente del Pdl: investimenti dei boss mafiosi Buscemi e Bonura (che avevano investito anche nella Calcestruzzi di Raoul Gardini) nella società “Edilnord” di Silvio Berlusconi, la prima impresa di costruzione dell’attuale Presidente del Consiglio. E, sempre a proposito di “affari” Massimo Ciancimino ha ricordato che il padre avrebbe fatto da “consulente” in una delle prime società di Marcello Dell’Utri, la “Venchi Unica” di cui era socio anche l’imprenditore Filippo Maria Rapisarda che è stato uno dei principali testi dell’accusa nel processo a carico del senatore condannato in primo grado a 9 anni di reclusione. L’appello è ancora in corso e vedrà venerdì prossimo a Torino la deposizione dell’ultimo pentito di mafia, Gaspare Spatuzza.

41 bis per i mafiosi, qui si tratta (ancora)

Fonte: 41 bis per i mafiosi, qui si tratta (ancora).

Farina (Pdl) denuncia l’inumanità del 41 bis per i mafiosi. Come nel 2002: ipotesi ricatto dei clan alla politica

Per lui è solo un atto di carità cristiana. Un gesto umanitario per dare un po’ di conforto a chi soffre. Per gli investigatori, invece, potrebbe essere una sorta di messaggio. O almeno potrebbe essere colto dalla mafia come tale. Come l’ultimo, o il penultimo, segnale nella lunga presunta trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato cominciata nel 1992-93 e mai interrotta. Comunque stiano le cose un fatto è certo: fa effetto ascoltare dai microni di Radio Radicale un esponente di peso del Pdl come il neo-parlamentare Renato Farina, chiedersi se davvero il 41 bis, il cosiddetto carcere duro, è una forma di tortura. E fa ancora più effetto pensare che le sue dichiarazioni, chiuse con la proposta di istituire una commissione internazionale sulla situazione dei boss in prigione, sia arrivata a ferragosto, davanti alle porte del carcere milanese di Opera.

Lì dentro, ospitati in celle singole controllate giorno e notte, ci sono ben 82 capi-mafia. E assieme al più celebre di tutti, Totò Riina, c’è anche Giuseppe Graviano, il capo della famiglia mafiosa di Brancaccio, che, secondo il pentito Gaspare Spatuzza, avrebbe concluso intorno al Natale 1993 una sorta di accordo politico con Silvio Berlusconi. Farina, è vero, rispetto al 41 bis ha un approccio problematico. E nella sua intervista fornisce un particolare importante: dice che buona parte dei detenuti non appena ha capito chi era e soprattutto in che partito militava, ha mostrato “una furia” che lo ha “preoccupato”. Ce l’avevano con lui, con il ministro della Giustizia Angelino Alfano e con Berlusconi.

Resta però una singolare coincidenza: la visita ispettiva ad Opera dell’ex giornalista, radiato dall’Ordine per il denaro ricevuto dai servizi segreti militari, avviene subito dopo i primi interrogatori di Giuseppe Graviano e di suo fratello Filippo. Lunghi faccia a faccia con i magistrati durante i quali i due boss hanno più volte detto di “rispettare” la scelta di Spatuzza . Ma hanno aggiunto che stare al 41 bis è come stare “a Guantanamo”: “Ho la luce accesa giorno e notte e da quattro mesi aspetto una visita per un sospetto di tumore” ha detto Giuseppe. Il dubbio, insomma, che il dialogo tra la politica e la mafia sia ancora in corso, c’è. Pure l’Aisi (il servizio segreto interno), nelle sue ultimi relazioni sullo stato della criminalità organizzata in Italia, spiega che nelle carceri i boss mostrano segni d’irrequietezza e d’impazienza. E, secondo quanto risulta a Il Fatto Quotidiano, sottolinea proprio il ruolo dei fratelli Graviano che sarebbero alla ricerca di una soluzione per il 41 bis.

Detto in altre parole: l’impressione è di trovarsi di fronte a una sorta di grande ricatto. O fate qualcosa, o rispettate i patti – comunica la mafia – o noi cominciamo a far sapere come sono andate realmente le cose negli anni delle stragi.

I Graviano, del resto, hanno già tentato operazioni del genere. Nel 2002 erano stati proprio loro a dare il via a una singolare corrispondenza tra boss detenuti (spesso condannati proprio per le bombe ai monumenti) ricca di ambigui riferimenti alla “cappella Sistina”, al “museo egizio di Torino”, al Milan (la squadra del presidente del consiglio Silvio Berlusconi) e alla Formula Uno, sempre indicata da chi scrive con la sigla “F.I”: le iniziali di Forza Italia. Allora accanto alle lettere, tutte ovviamente lette dalla censura e finite in corposi rapporti dello Sco (Servizio Centrale operativo) della Polizia, c’erano stati pubblici proclami di boss del calibro di Luchino Bagarella che il 12 luglio del 2002, in aula, aveva accusato la politica di aver “strumentalizzato” i detenuti.

Così il Sisde, all’epoca diretto dal generale Mario Mori, aveva lanciato l’allarme. Aveva annunciato con un’informativa segreta a Palazzo Chigi, di aver appreso da “Attendibili fonti fiduciarie l’esistenza di un progetto di aggressione di Cosa Nostra che avrà inizio con azioni in toto non percettibili dall’opinione pubblica fino a raggiungere toni manifesti, con la commissione, in un secondo momento, di azioni eclatanti”. Nel mirino, secondo gli 007, c’erano Dell’Utri, l’avvocato Cesare Previti e una molti avvocati meridionali (per lo più parlamentari). E a tutti loro fu data una scorta. Oggi la situazione è diversa. A far paura non sono più le armi della mafia, ma le parole. Certo in Cosa Nostra c’è chi può pensare (al contrario di quanto sostiene il ministro dell’Interno, Roberto Maroni) che la riforma della legge sul sequestro dei beni appena introdotta in finanziaria, sia una buona notizia. O che la due giorni di sciopero degli avvocati, che protestano anche contro il 41 bis, sia il sintomo di qualcosa che si sta muovendo. Ma forse è tardi. Troppo tardi. Perchè, come diceva Leonardo Sciascia, “Tutti i nodi vengono al pettine. Se c’è il pettine”.

Peter Gomez (Il Fatto Quotidiano, 28 novembre 2009)

Una domanda a Silvio: sei il MANDANTE DELLE STRAGI? | Il blog di Daniele Martinelli

Una domanda a Silvio: sei il MANDANTE DELLE STRAGI? | Il blog di Daniele Martinelli.

Altro che cazzate, come ci raccontava qualche giorno fa Marcello Dell’Utri! Altro che presidente del consiglio che passerà alla storia per aver sconfitto la mafia! E’ cominciata la guerra civile, o meglio, penale. Per lui! il privato corruttore ed evasore fiscale Silvio Berlusconi. E’ cominciato un momento storico per l’Italia. Ora non so cosa succederà. O meglio, spero di sbagliare profezia. Se mi dicessero che Berlusconi si è già dato alla fuga col suo jet per qualche atollo sconosciuto non mi meraviglierei. Se mi dicessero che ha già allertato i servizi segreti deviati per far fuori determinati giornalisti e determinate voci libere (blogger compresi), piuttosto che oppositori politici o parenti di altri mafiosi, non mi meraviglierei altrettanto. Le minacce di morte al presidente del Senato Renato Schifani e sembra anche a Marcello Dell’Utri, non mi meraviglierei se si rivelassero deviate per creare confusione (un po’ alla Francesco Guzzardi). La crisi ha colpito anche i vertici della mafia. Si sono decisi a parlare in coro. Tengono tonalità e ritmo. Per il privato corruttore il ballo si fa difficile. Insostenibile.

Qui in rete è da tempo che discutiamo con allegra libertà ciò che aspettavamo in grande evidenza sui giornali. Ci siamo permessi il capriccio e in parte il lusso, di cantare da solisti e di anticipare ciò che oggi, alcuni di quei giornali scrivono. Benché pilotati quei giornali hanno ancora il loro effetto sulle masse. Come il quotidiano Repubblica, il più incisivo, oggi, nel costringere il governo a dimettersi o il presidente della Repubblica a prevedere di sciogliere presto le camere, e le forze dell’ordine di vigilare su Berlusconi affinché non scappi. Attendiamoci da un momento all’altro che il privato corruttore col riporto venga convocato in aula per rispondere di tutte quelle accuse coincidenti, di bel po’ di pentiti, che anziché darsi degli infami sono tutti concordi e tutti in reciproco rispetto. In doppia stereofonia dalle aule dei tribunali di Milano, Firenze, Palermo e Caltanissetta per le stragi di Firenze, Milano e di Roma del 1993. Quindi anche delle stragi dei giudici FALCONE e BORSELLINO.

Repubblica oggi in prima pagina titola “Cosa nostra e la resa dei conti del Cavaliere“. Inizia un lungo articolo che va a riempire le pagine 2 e 3, col resoconto degli interrogatori dei pentiti che inchiodano il presidente del consiglio piduista, assieme a Marcello Dell’Utri.
Sono proprio curioso di vedere cosa accade. Vorrei essere una mosca per vedere le facce di quei milioni di italiani che oggi, nonostante i filtri minchiolini, dovranno pur sapere qualcosa dai telegiornali. Mi piacerebbe vedere le facce di Emilio Fede, Littorio Feltri e Maurizio Belpietro. Oltre che di Claudio Brachino.
Riporto, di nuovo, in estrema sintesi, i punti focali che segnano la fine dell’incredibile personaggio camuffato da capo del governo di cui, forse, l’Italia potrà liberarsi molto presto. Ripeto: forse prima di quel famigerato 5 dicembre del nobday.
Ecco alcuni stralci di articolo pubblicati oggi (dai contenuti non nuovi per chi legge questo blog) assolutamente cruciali.

Gaspare Spatuzza indica nel presidente del consiglio e nel suo braccio destro (Marcello Dell’Utri) i suggeritori della campagna stragista di sedici anni fa.
…la famiglia di Brancaccio
(fratelli Giuseppe e Filippo Graviano ndr) ha deciso di aggredire in pubblico e servendosi di un processo chi “non ha mantenuto gli impegni”. Ci sono anche i messaggi di morte. Al presidente del Senato, Renato Schifani, siciliano di Palermo (…) le “voci di dentro” di Cosa Nostra, avvertimenti che sarebbero piovuti su Marcello Dell’Utri…

Sono sintomi che devono essere considerati oggi un corollario della resa dei conti tra Cosa Nostra e il capo del governo… tra Cosa Nostra e gli uomini (Berlusconi, Dell´Utri) che, a diritto o a torto, è tutto da dimostrare, i mafiosi hanno considerato, dal 1992/1993 e per quindici anni, gli interlocutori di un progetto che, dopo le stragi, avrebbe rimesso le cose a posto: i piccioli, il denaro, al sicuro; i «carcerati» o fuori o dentro, ma in condizioni di tenere il filo del loro business; mediocri e distratte politiche della sicurezza; lavoro giudiziario indebolito per legge…(come dal Piano di rinascita piduista ndr).

La campana suona per Silvio Berlusconi perché, nelle tortuosità che sempre accompagnano le cose di mafia, è evidente che il 4 dicembre, quando Gaspare Spatuzza, mafioso di Brancaccio, testimonierà nel processo di appello contro Marcello Dell’Utri, avrà inizio la resa dei conti della famiglia dei fratelli Graviano contro il capo del governo…

È un fatto sorprendente che i mafiosi abbiano deciso di parlare con i pubblici ministeri di quattro procure. Vogliono contribuire “alla verità”. Lo dice anche Giuseppe Graviano, “muto” da quindici anni. Quattro uomini della famiglia offrono una collaborazione piena. Sono Gaspare Spatuzza, Pietro Romeo, Giuseppe Ciaramitaro, Salvatore Grigoli.

Racconta Gaspare Spatuzza: “Giuseppe Graviano mi ha detto che tutto si è chiuso bene, abbiamo ottenuto quello che cercavamo; le persone che hanno portato avanti la cosa non sono come quei quattro crasti dei socialisti che prima ci hanno chiesto i voti e poi ci hanno venduti. Si tratta di persone affidabili. A quel punto mi fa il nome di Berlusconi e mi conferma, a mia domanda, che si tratta di quello di Canale 5; poi mi dice che c´è anche un paesano nostro e mi fa il nome di Dell’Utri (…) Giuseppe Graviano mi dice [ancora] che comunque bisogna fare l’attentato all’Olimpico perché serve a dare il “colpo di grazia” e afferma: ormai “abbiamo il Paese nelle mani”».

Pietro Romeo, interrogatorio del 30 settembre 2009: «… In quel momento stavamo parlando di armi e di altri argomenti seri. [Fu chiesto a Spatuzza] se il politico dietro le stragi fosse Andreotti o Berlusconi. Spatuzza rispose: Berlusconi. La motivazione stragista di Cosa Nostra era quella di far togliere il 41 bis. Non ho mai saputo quali motivazioni ci fossero nella parte politica. Noi eravamo [soltanto degli] esecutori».
Salvatore Grigoli, interrogatorio 5 novembre 2009: «Dalle informazioni datemi (…), le stragi erano fatte per costringere lo Stato a scendere a patti (…) Dell’Utri è il nome da me conosciuto (?), quale contatto politico dei Graviano (…) Quello di Dell’Utri, per me, in quel momento era un nome conosciuto ma neppure particolarmente importante. Quel che è certo è [che me ne parlarono] come [del nostro] contatto politico».

E’ una scena che trova conferme anche in parole già dette, nel tempo. I ricordi di Giuseppe Ciaramitaro li si può scovare in un verbale d´interrogatorio del 23 luglio 1996: “Mi [fu] detto che bisognava portare questo attacco allo Stato e che c’era un politico che indicava gli obiettivi, quando questo politico avrebbe vinto le elezioni, si sarebbe quindi interessato a far abolire il 41 bis (?).
Si rispettano, sorprendentemente. Non era mai capitato. Senza considerarsi infami.

…ma la dirompente novità è nei cauti passi dei due boss di Brancaccio, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, i più vicini a Salvatore Riina. Hanno guidato con mano ferma la loro “batteria” fino a progettare la strage, per fortuna evitata per un inghippo nell´innesco dell’esplosivo, di un centinaio di carabinieri all’Olimpico il 23 gennaio del 1994. Sono in galera da quindici anni. Hanno studiato (economia, matematica) in carcere. Dal carcere si sono curati dell’educazione dei loro figli affidati ai migliori collegi di Roma e di Palermo e ora sembrano stufi, stanchi di attendere quel che per troppo tempo hanno atteso. Spatuzza racconta che, alla fine del 2004, Filippo Graviano, 48 anni, sbottò: “Bisogna far sapere a mio fratello Giuseppe che se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati”.

C´è un accordo. Chi lo ha sottoscritto, non ha rispettato l´impegno. Per cavarsi dall´angolo, c´è un solo modo: dissociarsi, collaborare con la giustizia, svelare le responsabilità di chi, estraneo all´organizzazione, si è tirato indietro.

Interrogatorio del 28 luglio 2009: Filippo Graviano durante il confronto con Gaspare Spatuzza gli dice: “Io non ho mai parlato con ostilità nei tuoi riguardi. I discorsi che facevamo erano per migliorare noi stessi. Già noi avevamo allora un atteggiamento diverso, già volevamo agire nella legalità. Noi parlavamo di un nostro futuro in un’altra parte d´Italia».
Filippo Graviano ai pm: «Mi dispiace contraddire Spatuzza, ma devo dire che non mi aspetto niente adesso e nemmeno nel passato, nel 2004. Mi sembra molto remoto che possa avere detto una frase simile perché, come ho detto, non mi aspetto niente da nessuno. Avrei cercato un magistrato in tutti questi anni, se qualcuno non avesse onorato un presunto impegno».
Filippo Graviano usa senza timore parole vietate come “legalità”, “cercare magistrati”. Si spinge anche a pronunciare: «dissociazione». Dice: «Da parte mia è una dissociazione verso le scelte del passato (?). Oggi sono una persona diversa. Faccio un esempio. Nel mio passato, al primo posto, c´era il denaro. Oggi c´è la cultura, la conoscenza. (?) Io non rifarei le scelte che ho fatto».

Ecco perché ha paura Berlusconi. Quegli uomini della mafia non conoscono soltanto “la verità” delle stragi (che sarà molto arduo rappresentare in un racconto processuale ben motivato), ma soprattutto le origini oscure della sua avventura imprenditoriale, già emerse e documentate dal processo di primo grado contro Marcello Dell´Utri (condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa). Di denaro, di piccioli minacciano allora di parlare i Graviano e gli uomini della famiglia di Brancaccio. Dice Spatuzza: “I Graviano sono ricchissimi e il loro patrimonio non è stato intaccato di un centesimo. Hanno investito al Nord e in Sardegna e solo così mi spiego perché durante la latitanza sono stati a Milano e non a Brancaccio. È anomalo, anomalissimo”. Se a Milano ? dice il testimone ? Filippo e Giuseppe si sentivano più protetti che nella loro borgata di Palermo vuol dire che chi li proteggeva a Milano era più potente e affidabile della famiglia.

Il privato corruttore ha detto che chi non sta col Popolo delle laidità è fuori dal governo. Attendiamo con ansia il presidente della Camera Gianfranco Fini al varco. Oggi, o al massimo domani. Salvo cazzate.

Indagine esplosiva

Fonte: Indagine esplosiva.

I pm pronti a riaprire l’inchiesta sul premier per le stragi. Mentre altri boss potrebbero parlare. E provocare un terremoto politico.


Le rivelazioni del mafioso Gaspare Spatuzza possono portare ad una nuova inchiesta di mafia a Firenze e Caltanissetta che coinvolgerebbe il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il suo amico Marcello Dell’Utri. Il neo pentito racconta pure nuovi risvolti giudiziari su un alto esponente politico del Pdl che in passato avrebbe incontrato i boss Giuseppe e Filippo Graviano, perché accompagnava alcuni imprenditori che erano loro prestanome. Pesano le affermazioni di Spatuzza su mafia e politica e i riscontri investigativi rischiano di condizionare il panorama politico italiano.

Ma la grande paura di Berlusconi è nascosta dietro le facce dei Graviano, due capi mafia non ancora cinquantenni, che in cella indossano golfini di cachemire e leggono quotidiani di economia e finanza. Sono detenuti da 15 anni e sul ruolino del carcere è segnato: fine pena mai. Hanno un ergastolo definitivo per aver organizzato le stragi del 1993. Ma custodiscono segreti che se fossero svelati ai magistrati potrebbero provocare uno tsunami istituzionale. I loro contatti e i loro affari sono stati delineati ai pm dal collaboratori di giustizia Spatuzza, che era il loro uomo di fiducia, e poi da Salvatore Grigoli e Leonardo Messina. Pentiti che parlano di retroscena politico-mafioso fra il 1993 e il 1994: gli anni delle bombe e della nascita di Forza Italia. Le nuove rivelazioni hanno portato i magistrati di Caltanissetta e Firenze a valutare la possibilità di riaprire le inchieste su Berlusconi e Dell’Utri. Indagini che farebbero ripiombare sul presidente del Consiglio l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, mentre per il suo amico e cofondatore di Forza Italia quella di concorso in strage aggravata da finalità mafiose e di terrorismo.

Il premier lo scorso settembre pensava proprio a questa ipotesi, dopo che sono iniziati a circolare i primi boatos scaturiti dalle rivelazioni di Spatuzza, quando ha attaccato i magistrati di Firenze, Palermo e Milano. Affermava che si trattava di «follia pura» ricominciare «a guardare i fatti del ’93 e del ’92 e del ’94. Mi fa male che queste persone pagate dal pubblico facciano queste cose cospirando contro di noi che lavoriamo per il bene del Paese». L’inchiesta è sui presunti complici a volto coperto di Cosa nostra nelle stragi di Roma, Firenze e Milano, in cui il premier e l’ex numero uno di Publitalia sono stati coinvolti dieci anni fa e la loro posizione è stata archiviata dal gip. In quel decreto, firmato il 16 novembre 1998, veniva spiegato che «l’ipotesi di indagine (su Berlusconi e Dell’Utri) aveva mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità». Ma in due anni di lavoro, non era stata trovata «la conferma alle chiamate de relato» di Giovanni Ciaramitaro e Pietro Romeo, due componenti del commando mafioso in azione nel nord Italia, diventati collaboratori di giustizia. Dopo 24 mesi il gip di Firenze ha archiviato tutto per decorrenza dei termini, scrivendo però che «gli elementi raccolti» dalla procura non erano pochi: era convinto che i due indagati avessero «intrattenuto rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista realizzato». Pensava che «tali rapporti» fossero «compatibili con il fine perseguito dal progetto» della mafia: cioè la ricerca di una nuova forza politica che si facesse carico delle istanze di Cosa nostra. Ma tutti quegli indizi non erano «idonei a sostenere l’accusa in giudizio». Per cui «solo l’emergere di nuovi elementi» avrebbe a quel punto portato alla riapertura dell’inchiesta.

È quello che potrebbe essere fatto adesso. Oggi sappiamo dal neo pentito Spatuzza che Giuseppe Graviano, già nel gennaio ’94, sosteneva di aver raggiunto una sorta di accordo politico con Berlusconi, e raggiante ripeteva: «Ci siamo messi il Paese nelle mani». Ma dopo Spatuzza c’è chi ritiene si possano registrare altre defezioni di rango tra le fila dei mandanti ed esecutori delle stragi: nuove collaborazioni che diano ancora più peso alle accuse. Magari a partire proprio da Filippo Graviano. Era stato proprio lui, nel 2004, a comunicare in carcere a Spatuzza che «se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati». Erano trascorsi dieci anni da quando suo fratello Giuseppe sosteneva di aver agganciato Berlusconi tramite Dell’Utri, e secondo il pentito la trattativa fra Stato e mafia proseguiva ancora.

Ma i detenuti, stanchi di attendere una soluzione politica a lungo promessa, ma non ancora completamente realizzata, adesso minacciano di vendicarsi raccontando cosa è davvero successo nel 1993-94. Quello che dice ai pm Spatuzza si collega ad alcuni retroscena dell’indagine della procura di Napoli sul sottosegretario Nicola Cosentino di cui è stato chiesto l’arresto per concorso esterno in associazione camorristica. Sembrano apparentemente due mondi lontani, ma a metterli in contatto sono alcuni esponenti di Forza Italia che si rivolgono fra il ’94 e il ’96 a boss di mafia e camorra promettendo, in caso di vittoria elettorale, «un alleggerimento nei loro confronti».

E da questi discorsi emerge il progetto della dissociazione, cioè l’ammissione delle proprie responsabilità in cambio di sconti di pena, senza accusare altre persone. Spatuzza, parlando della trattativa con lo Stato, che sarebbe proseguita fino al 2004, spiega che durante la detenzione «Filippo Graviano mi dice che in quel periodo si sta parlando di dissociazione, quindi a noi interessa la dissociazione ». E dello stesso argomento aveva discusso il casalese Dario De Simone, con l’onorevole Cosentino.

Adesso il premier ha paura di quegli spettri che 16 anni fa lo avrebbero accompagnato nella sua discesa in politica. Ma lo spaventa anche la ricostruzione di tutti gli spostamenti dei Graviano nel 1993. Perché gli investigatori sono in grado di accertare le persone con le quali sono stati in contatto. I tabulati di alcuni vecchi cellulari utilizzati dai fratelli stragisti sono stati analizzati dagli investigatori con l’aiuto di Spatuzza. E grazie a questi documenti è possibile dimostrare con chi hanno parlato.

Su questi fatti vi sono due indagini. Una coordinata dal procuratore di Firenze Giuseppe Quattrocchi con i suoi sostituti Giuseppe Nicolosi e Alessandro Crini; l’altra condotta dal capo della Dda di Caltanissetta Sergio Lari con l’aggiunto Domenico Gozzo e i pm Nicolò Marino e Stefano Luciani.

Lari ha riaperto da mesi i fascicoli sui mandanti occulti delle stragi e la scorsa estate Totò Riina ha fatto arrivare un lungo messaggio attraverso il suo avvocato. Riuscendo a bucare il carcere duro imposto dal 41 bis. Per il capo di Cosa nostra la responsabilità della morte di Borsellino era da addebitare a «istituzioni deviate». Un messaggio torbido. E così Lari e i suoi pm sono andati a interrogarlo. Nello stesso periodo, i pm di Firenze interrogavano Giuseppe Graviano.

È lo stesso stragista a rivelarlo durante una deposizione a difesa dell’ex senatore Vincenzo Inzerillo nel processo d’appello di Palermo in cui è imputato di mafia. Graviano dice: «È venuta la procura di Firenze. Mi hanno detto solamente: “Siamo venuti a interrogarla per i colletti bianchi”. Gli ho detto: “Mi faccia leggere i verbali” (riferendosi alle dichiarazioni di Spatuzza, ndr) e aspetto ancora…».

La coincidenza vuole che poche settimane dopo questi due episodi, il deputato Renato Farina (Pdl), alias “agente betulla”, entra nel carcere di Opera, nell’ambito dell’iniziativa promossa dai Radicali. L’ex informatore dei servizi segreti si ferma a parlare con Totò Riina. Poi il deputato prosegue il giro “cella per cella” degli 82 reclusi sottoposti al 41bis. Casualità vuole che in questo istituto è detenuto pure Giuseppe Graviano. I boss lanciano messaggi, e i politici che comprendono il loro linguaggio sanno come rispondere. Ma adesso un mafioso pentito è pronto a decifrare questo codice segreto.

Lirio Abbate (L’espresso.it, 19 novembre 2009)

Antimafia Duemila – Silenzio sulla trattativa

Fonte: Antimafia Duemila – Silenzio sulla trattativa.

A colloquio con Alfonso Sabella
di Lorenzo Baldo – 14 novembre 2009

Roma. Dopo la pubblicazione su Il Fatto Quotidiano dell’articolo “Un giudice stritolato dalla trattativa” l’amarezza del giudice Alfonso Sabella è sempre più tangibile. Amarezza e disillusione che emergono anche in questo colloquio.

Dott. Sabella stiamo assistendo ad una vera e propria accelerazione degli eventi in merito alle indagini sulle stragi del ’92 e del ’93. Da una parte giungono le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza e quelle di Massimo Ciancimino, dall’altra si materializzano le tardive dichiarazioni di esponenti delle istituzioni come Claudio Martelli, Luciano Violante o Liliana Ferraro. Come interpreta questi segnali che si intersecano nella ricostruzione delle sue vicende professionali pubblicate su Il Fatto Quotidiano?
Non c’è nulla di nuovo nella ricostruzione dell’articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano, semmai qualche piccolo dettaglio, magari non secondario, ma comunque minore all’interno di una logica globale. Questi fatti erano risaputi. Che Scarantino non fosse attendibile e che la strage di via D’Amelio fosse da attribuire agli uomini di Brancaccio l’avevo già scritto nel mio libro (Cacciatore di mafiosi – Mondadori 2008 ndr).
Nel capitolo sulla collaborazione di Giovanni Brusca spiegavo, magari in maniera un po’ più criptica, la vicenda Brugnano – Lombardo, così come la cattura di Totò Riina.
Ora però stanno cominciando a spuntare degli elementi di prova che non sono semplicemente logici come quelli che esponevo io, ma un po’ più concreti.
Bisognerebbe interrogarsi su chi ha fatto parlare Scarantino in quel modo. Bisognerebbe interrogarsi sul famigerato papello che finora era stato sostanzialmente un’ombra e che invece adesso acquista una veste reale. Ormai non si può più dire che non esiste. Io sono convinto che il papello che ha presentato Ciancimino sia la copia di quello autentico, poi magari gli eventi mi smentiranno, ma al momento ci credo fermamente. Ritengo che questi elementi messi insieme possano avere indotto qualcuno a riferire all’autorità giudiziaria solamente qualcosa di minimale rispetto a quello che sapevano. Siamo di fronte a persone che si ricordano di determinati episodi che potevano riferire in mille altre occasioni precedenti e lo fanno solo adesso dopo che è comparso il papello e dopo le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza e di Massimo Ciancimino appunto. Dichiarazioni che ritengo molto importanti. Ciancimino racconta esattamente quello che noi investigatori prima avevamo solamente intuito.
Ma il nostro è un Paese immaturo. Io continuo a pensare che il gen. Mori sia un uomo dello Stato. Ha agito in virtù di quello che lui riteneva essere l’interesse superiore del Paese, secondo disposizioni avute dai vertici governativi dell’epoca.
Il problema riguarda il fatto di trattare prima con Riina e poi con Provenzano al fine di ridurre la mafia a quel livello di “tollerabilità” che si ritiene “sufficiente”. Sono convinto che chi ha trattato all’inizio ha determinato l’accelerazione sulla strage di via D’Amelio, ingenerando nella mafia l’idea che alzando il tiro alzavano il prezzo.

Pensa che le sue dichiarazioni rese al Fatto Quotidiano siano rimbalzate contro un muro di gomma?
Se fossimo un Paese serio dopo le mie dichiarazioni sarebbe dovuto scoppiare un putiferio. C’è invece un silenzio totale. Mi rendo conto che in questo momento ci sono altre priorità come la riforma della giustizia, lo scudo fiscale ecc. Gli interrogativi che io pongo sono però molto gravi. Punto primo: il nostro Paese per 15 anni ha trattato con Cosa Nostra e alla mafia è stato riconosciuto il ruolo di interlocutore, punto secondo: si è tentato di concedere qualcosa alla mafia. Andiamo a vedere in concreto quello che è successo. Vorrei proprio vedere la “qualità” delle persone che sono al 41 bis non la quantità. Non mi interessano i dati, non voglio sapere quante persone sono al 41 bis, voglio sapere chi c’è al 41 bis. Io ho saputo di revoche del carcere duro a persone che per mio conto al 41 bis ci dovevano morire.

Non ritiene che vi sia la possibilità di riscrivere pezzi di storia del nostro Paese?
No. Secondo me non c’è nessuna volontà. Io credo che siamo al solito momento in cui si alza il classico polverone e poi tra qualche mese il Paese dimenticherà tutto.
Chi conosce a fondo i fatti difficilmente vorrà parlare. E c’è anche chi, tra le parti “sane” del Paese, ha interesse che certe storie non vengano fuori perché potrebbero arrecargli qualche pregiudizio sul piano personale, di conseguenza non credo che si riuscirà a fare luce.
Le procure che stanno lavorando sulle indagini operano  sostanzialmente incrociandosi tra di loro su aspetti identici della stessa storia, varie facce della stessa medaglia. Chi cerca di ricostruire la strage di via d’Amelio non lo può fare a prescindere dalla trattativa. Chi cerca di ricostruire le stragi del ’93 non lo può fare a prescindere dalla trattativa e da quello che è avvenuto nel ’92. Chi vuole ricostruire quello che è avvenuto al Dap dopo che io vengo mandato via (Dap – Sisde, tentativo di inquinamento delle dichiarazioni di Giuffrè,  l’accordo sulla dissociazione, il tentativo di realizzarla ecc.), così come chi vuole ricostruire quello che avviene nelle vicende Mori-Tinebra-Leopardi, non lo può fare prescindendo dalla questione della trattativa o della dissociazione.

Un antesignano delle vicende legate alla trattativa resta indubbiamente il Pm Gabriele Chelazzi, scomparso nel 2003. Secondo lei Chelazzi avrebbe potuto completare il suo lavoro di ricerca sui mandanti esterni nelle stragi?
Indubbiamente si. Aveva le capacità professionali, la giusta autonomia da ogni tipo di condizionamento perché era libero. Era un magistrato assolutamente capace, un grandissimo conoscitore di mafia. Ho sempre pensato che fosse l’unico magistrato non siciliano che ne capiva di più di mafia. Paradossalmente anche più di Giancarlo Caselli, senza nulla togliere alla preparazione di Caselli che aveva però un altro ruolo. Gabriele era un investigatore puro. Ma forse anche il Padreterno è dalla parte di chi pensa che probabilmente per il nostro Paese sia meglio che certi fatti non vengano fuori. Un conto è che questi esistano, un altro è l’interesse del Paese a dimostrarli.

A un certo punto le indagini di Chelazzi si incrociarono con Mario Mori, poi poco prima di morire lo stesso Pm fiorentino scrisse una lettera all’ex procuratore di Firenze Ubaldo Nannucci lamentando di essere stato lasciato solo a investigare sulle stragi. Come valuta questi due aspetti della vita di Gabriele Chelazzi?
All’epoca io non ero formale assegnatario del processo sulle stragi, però con Gabriele ci confrontavamo spesso. Gabriele iscrisse Mori nel registro degli indagati per favoreggiamento in relazione alla vicenda della fase della trattativa che doveva portare alla revoca di alcuni 41 bis alla vigilia delle stragi in contemporanea con il fallito attentato all’Olimpico.
L’aspetto tecnico (e non solo tecnico) di iscrivere Mario Mori per favoreggiamento verteva su una domanda specifica: l’avrebbe fatto per favorire la mafia o l’avrebbe fatto sostanzialmente per favorire la pacificazione nello Stato? Gabriele giustamente sosteneva di volerlo appurare da Mori e a tal proposito ribadiva: “Mi venga a dire perché l’avrebbe fatto oppure invochi il segreto di Stato, e in questo caso che venga un Presidente del Consiglio a porre il segreto di Stato”.
Ubaldo Nannucci probabilmente non era molto d’accordo sul taglio globale che Gabriele dava all’inchiesta. Ma non credo che la solitudine di Gabriele fosse frutto di un disegno preordinato. Penso che l’isolamento di Gabriele fosse nato dal fatto che lui era diverso in quel contesto, nel senso che egli riteneva di aver capito. Mentre gli altri forse non erano così sicuri che quello che aveva capito Gabriele fosse corretto. Probabilmente il fatto di andare a toccare livelli istituzionali così alti avrà impaurito qualche magistrato. Ma se pur aveva avuto alti e bassi con l’ex procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna, devo riconoscere che in quel momento Gabriele si sentiva supportato da Vigna.

Quali sono le sue considerazioni finali?
Ormai non ho più nulla da perdere, non posso più peggiorare la mia situazione oltre misura. Ritenevo che in questo Paese ci fosse qualche persona in più “libera”, ma non vedo reazioni neanche nelle correnti della magistratura sia da parte di MD, così come per MI e via dicendo. Il silenzio è uguale a morte diceva una canzone di Guccini…

L’antimafia del carcere molle – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Fonte: L’antimafia del carcere molle – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Forse era un filino imbarazzato per le rivelazioni dell’Espresso. O forse aveva semplicemente preso sul serio l’adorato premier (“Non sono ricattabile né ricattato da nessuno”, neppure dalla mafia). Sta di fatto che il ministro Angelino Alfano ne aveva detta una giusta: “Riaprire le supercarceri di Pianosa e Asinara e metterci dentro i mafiosi cattivi”. Ma ha dovuto subito rinculare, scaricato dagli altri ministri, Maroni escluso, improvvisamente convertiti all’ambientalismo. Mai prendere sul serio Berlusconi quando parla sul serio: lui dice la verità solo quando scherza.

Peccato: sarebbe stato un bel segnale a Cosa Nostra, proprio mentre si scoprono ogni giorno nuovi particolari sul patto Stato-mafia siglato nel 1992-’93 sulla pelle dei morti ammazzati. Una stonatura dopo 15 anni di leggi spaventosamente somiglianti a quelle richieste da Riina nel “papello”. Una mossa che avrebbe tappato la bocca ai soliti malfidati che sospettano una trattativa tuttora in pieno corso. Già quest’estate i magistrati che indagano sul papello e dintorni avevano sollecitato la riapertura di Pianosa e Asinara. Dal 1998, quando il centrosinistra d’accordo col centrodestra chiuse i due carceri di massima sicurezza che isolavano i boss delle stragi, inducendone molti a collaborare, non si ricorda una legge che abbia davvero scontentato la mafia.

La stabilizzazione del 41-bis, fiore all’occhiello dell’antimafia berlusconiana, è fumo negli occhi: ha reso addirittura più facile per i mafiosi ottenere la revoca del carcere duro rispetto a quando la misura veniva rinnovata dal governo ogni sei mesi. Intanto le confische dei beni si fanno sempre più complicate e l’isolamento in cella sempre più perforabile. Fra il 1999 e il 2000, poi, due capolavori che devono aver sorpreso persino Riina. Prima, per alcuni mesi, fu abrogato l’ergastolo per le stragi, con l’estensione del rito abbreviato a tutti i reati (le pene a vita si riducevano a 30 anni, che poi in Italia significano 20). Poi la “riforma dei pentiti” ridusse i benefici a tal punto da scoraggiare i mafiosi dal collaborare ancora con la giustizia.

Intanto al ministero c’era chi si adoperava – fortunatamente invano – per esaudire un altro desiderio dei boss detenuti, già contenuto nel papello: la “dissociazione” modello Br. I mafiosi avrebbero ammesso il proprio status e i propri reati per cui erano già stati condannati, senz’aggiungere una parola utile a nuove indagini, ottenendo la revoca dell’ergastolo e del 41-bis, oltre ai benefìci della Gozzini, a costo zero. Tutta manna per l’intoccabile Provenzano, padre cofondatore della Seconda Repubblica, e per i politici amici assediati come lui dagli stragisti in cella. Nel 2001 Bagarella protestò per le “promesse non mantenute”, poi alcuni mafiosi sventolarono allo stadio di Palermo un minaccioso striscione: “Uniti contro il 41bis. Berlusconi dimentica la Sicilia”. Chissà che avrebbero scritto questa volta, se il governo avesse riaperto Pianosa e l’Asinara. Meglio evitare.

I pentiti a perdere e il bluff del 41 bis

I pentiti a perdere e il bluff del 41 bis.

Buoni se servono a portare lustro, scomodi se dicono più del dovuto. Il Pdl propone una commissione all’assalto dei collaboratori di giustizia. E si nasconde dietro il teatrino delle carceri speciali. Ci risiamo. Quando servono per compiere un’operazione di polizia o la cattura di un latitante di cui fregiarsi nessuno osa dire nulla, quando invece le loro dichiarazioni si alzano di livello ecco scatenarsi la solita caccia alle streghe contro i collaboratori di giustizia, i cosiddetti pentiti. Con il pretesto che un numero esiguo di questi è ritornato a delinquere uscendo così dal programma di protezione si è sempre cercato di screditare l’intera categoria. Oggi quattro senatori del Pdl hanno persino proposto l’istituzione di una commissione apposita per verificare se, quando e come sono stati spesi i soldi con cui lo Stato ha ricompensato quei collaboratori di giustizia le cui dichiarazioni in seguito non hanno avuto riscontri. L’esempio più gettonato, da sempre, è quello di Balduccio Di Maggio il quale parlò del bacio tra Totò Riina e Giulio Andreotti e poi, una volta scappato in Sicilia, commise altri reati di mafia.

Come al solito si cerca di far passare l’idea che l’intero impianto accusatorio formulato dalla Procura di Palermo a carico del senatore Andreotti sia stato basato sulle uniche dichiarazioni di costui e che il processo sia finito con un’assoluzione piena, quando ormai è noto che sono intervenute una prescrizione “per i reati commessi” fino agli anni ’80 e un’assoluzione per mancanza di prove per il periodo successivo. Fa parte del gioco, così come è chiaro che questa ennesima boutade sia frutto della legittima preoccupazione dei berluscones per le nuove dichiarazioni di Gaspare Spatuzza sul senatore Marcello Dell’Utri. Proprio in questi giorni infatti la Corte che presiede il processo d’appello a carico dell’esponente politico ha sospeso la requisitoria del Pg Gatto, prossima alla conclusione, per poter sentire il neo collaboratore le cui ricostruzioni sono state considerate di notevole interesse.
Era ovvio aspettarsi una contromossa. D’altra parte la demolizione dei pentiti e delle loro dichiarazioni erano in testa anche alle richieste di intervento che Cosa Nostra pretese da parte dello Stato in cambio della cessazione delle stragi. Lo possiamo leggere tutti ormai nel famigerato “papello” che viene a confermare dopo anni quanto avevano già detto Salvatore Cancemi e Giovanni Brusca.
Quel Brusca macellaio e assassino senza il quale però non sapremmo nulla della strage di Capaci nè della trattativa tra mafia e stato che oggi è tornata alla ribalta con il racconto di Massimo Ciancimino. Il figlio di don Vito non è un pentito, ma un testimone diretto e, che piaccia o non piaccia, i suoi ricordi combaciano molto con quelli di boss di primo piano che hanno scelto di passare dalla parte dello Stato. Compreso Nino Giuffré grazie al quale la procura di Palermo ha letteralmente smantellato l’intera rete di protezione di Provenzano facendo giungere alla cattura non solo del capo di Cosa Nostra ma di un numero elevatissimo di fiancheggiatori, compresi l’ingegner Aiello, dominus della sanità siciliana, e persino infedeli servitori dello Stato. Ma quando il ministro Maroni snocciola i numeri del successo del governo contro l’ala militare di Cosa Nostra si dimentica sempre di sottolineare che senza i collaboratori di giustizia in questi anni si sarebbe potuto far bene poco. E assolutamente niente sul fronte delle indagini sulle stragi di mafia. Nemmeno Falcone e Borsellino avrebbero potuto infliggere a Cosa Nostra i colpi più duri della storia senza Buscetta, Contorno o Marino Mannoia.
Questo non significa ovviamente che non ve ne siano di falsi e corrotti. La recente vicenda di Scarantino, smentito proprio da Spatuzza è un esempio di come si possa tentare di depistare un’intera indagine con un falso collaboratore. Del resto lo sa bene anche il senatore Dell’Utri che secondo la prima sentenza che lo ha condannato ha cercato di comprare la testimonianza di tale Chiofalo. Sta alla magistratura poi svolgere minuziosi controlli e stando alle statistiche, in rapporto ad altri stati come gli Usa, gli errori sono stati assai limitati.
E’ chiaro che a nessuno piace pensare, per esempio, che quei pochi spiragli di verità sulle stragi di cui siamo in possesso dopo 17 anni debbano venire dalla bocca di Cosa Nostra, tra pentiti e il figlio di un mafioso, ma se non fosse stato per loro non avremmo idea di quanto è accaduto tra il 1992 e il 1993, in quel biennio che ha cambiato il volto del nostro Paese. E’ il prezzo che paghiamo per aver tollerato, sottovalutato, minimizzato la capacità di evoluzione, crescita e infiltrazione del fenomeno mafioso che accompagna la storia d’Italia da 150 anni. Del resto hanno avuto più coraggio e dignità loro, seppur alcuni con la finalità di trarne qualche vantaggio, che molti dei politici, dei magistrati, degli imprenditori che sapevano e sanno e che hanno taciuto e tacciono, salvo farsi venire in mente qualche particolare dopo decenni.
Del resto chi ha qualcosa da nascondere questo lo sa benissimo, e invece di proporre commissioni che si concentrino sulle collusioni tra mafia, politica e imprenditoria si accaniscono ancor di più di quanto non sia già stato fatto su uno strumento tanto difficile da gestire quanto indispensabile per sconfiggere la mafia. Quello che assieme alle intercettazioni penetra più facilmente nel muro di omertà e segretezza che protegge i boss e le loro propaggini istituzionali. E siccome alle intercettazioni ci hanno già pensato ora eccoli pronti a dare il colpo di grazia anche a pentiti e testimoni, tutti ben nascosti dietro il teatrino del 41 bis e della riapertura delle carceri di Pianosa e dell’Asinara.
Il governo dell’apparenza mostra i muscoli contro boss e gregari facendo credere all’opinione pubblica che la lotta alle mafie sia solo una questione di guardie e ladri, di picciotti arroganti che di tanto in tanto cercano di infastidire qualche politico con affari allettanti. Niente di meglio per la propaganda. Usare un tema così importante come il ripristino dell’originario carcere duro, strumento comunque valido per la repressione mafiosa, per dimostrare di essere inflessibile con i “cattivi”, ma guai a chi tocca i “colletti bianchi” seduti nello scranno accanto.
Un bluff che si è sgonfiato subito. E’ bastata la protesta di qualche ambientalista e la scusa del turismo.“Salvo un gioiello della natura”, ha esclamato il ministro Prestigiacomo, dopo l’istantanea e ridicola marcia indietro sulla riapertura del carcere di Pianosa. “Gioielli erano i nostri figli” le ha risposto Giovanna Maggiani Chelli, portavoce dei familiari delle vittime di via dei Georgofili, di quelle mamma e quei papà che hanno visto i loro figli massacrati dalla furia di Cosa Nostra sospinta da chi dialogava e trattava nell’ombra con i mafiosi. Questo la dice lunga su quanto l’intero paese Italia sia ancora molto lontano da una presa di coscienza collettiva della pericolosità del fenomeno mafioso per l’intera democrazia. Mentre famiglie intere piangono ancora i loro cari vittime dell’ingiustizia, altre famiglie pensano ancora di poter vivere ignorando la questione, pensando che la lotta alla mafia riguardi solo magistratura e polizia e chi, sfortunato, ne è stato suo malgrado coinvolto.
Non è certo con il solo 41bis che si risolve la questione mafiosa. Il nodo da sciogliere infatti, come ricordava Borsellino, è politico. Ma la politica vive di consenso e se non è il popolo a pretendere, unito, giustizia per i propri caduti, tutti i suoi figli, dal nord al sud, ci sarà ben poco da fare. Altro che esercito, carceri speciali e latitanti catturati…

Anna Petrozzi (da Antimafia Duemila del 9 Novembre 2009)

Il papello e quelle leggi – Peter Gomez – Voglio Scendere

Fonte: Il papello e quelle leggi – Peter Gomez – Voglio Scendere.

Di Peter Gomez – Il Fatto Quotidiano, 17 ottobre 2009

Basta poco per rendersene conto. Basta rileggere le cronache parlamentari. Nei 12 punti elencati da Totò Riina nel suo papello come condizione per chiudere la stagione delle bombe non vi è nulla di sorprendente. La trattativa tra Stato e mafia c’è stata, proprio come raccontavano, ben prima della scoperta del papello, le sentenze definitive sulle stragi del ’93. Non per niente, durante gli ultimi 17 anni, buona parte dei desiderata di Cosa Nostra sono stati discussi e, a volte approvati, da Camera e Senato. Le supercarceri di Pianosa e l’Asinara sono state chiuse nel 1997 dal centrosinistra. La legge sui pentiti, coi voti dell’Ulivo e il plauso del centro-destra, è stata riformata nel 2001, provocando un crollo verticale del numero dei collaboratori di giustizia. Il 41 bis, il cosiddetto carcere duro, è stato invece “stabilizzato” nel 2002. Ma la norma, anche questa volta bipartisan, è stata scritta male. Così i tribunali di sorveglianza, com’era perfettamente prevedibile, si sono trovati a dover revocare il 41 bis (già reso molto meno duro) a centinaia di boss. E persino quattro mafiosi condannati per la strage di via dei Georgofili a Firenze sono adesso detenuti in regimi penitenziari normali.

A partire del 1994, poi, si è cominciato a parlare pubblicamente della possibilità di concedere forti sconti di pena agli uomini d’onore che non si pentono, ma decidono invece di dissociarsi dall’organizzazione. Il primo a farlo è stato uno dei tanti testimoni di quella trattativa che oggi ritrovano miracolosamente la memoria: Luciano Violante. Subito dopo, nel 1996, un’apposita proposta di legge è stata presentata da tre senatori dell’allora Ccd, mentre nel 2001 il futuro ministro degli Esteri, Franco Frattini, se l’è presa con i giornali che parlando troppo di dissociazione avevano fatto saltare “l’intera operazione”. Leggendo la copia del papello in mano ai magistrati un’unica domanda ha quindi senso: la trattativa con Cosa Nostra è ancora in corso? Perché come diceva una delle sue vittime, il giudice Paolo Borsellino: “Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra, o si mettono d’accordo”.

La «riforma» di Cosa Nostra, il papello e quelle leggi sulla giustizia in Italia

Fonte: La «riforma» di Cosa Nostra, il papello e quelle leggi sulla giustizia in Italia.

Scritto da Nicola Biondo

«Stiamo indagando su dieci anni di trattativa» dice all’Unità il Pm palermitano Nino Di Matteo a poche ore dalla consegna del Papello. Dieci anni il cui inizio è la strage di Capaci, maggio ’92, e la cui fine, o meglio punto di svolta, è il proclama di Leoluca Bagarella del luglio 2002 indirizzato alle forze politiche. Nel mezzo c’è il sangue di Borsellino e Falcone e delle vittime delle stragi del ’93, a Milano e Firenze, e un grande sforzo investigativo di magistratura e forze di polizia come mai era avvenuto in passato. Ma anche molte, troppe, aree grigie e un sensibile mutamento di clima intorno alla lotta antimafia. La trattativa insomma èun workin progress,nonsi esaurisce, secondo gli investigatori, al papello o agli scritti di Vito Ciancimino ma va oltre.

COME FINÌ LA TRATTATIVA?

La prima domanda che gli investigatori si pongono è se e quali punti del papello hanno avuto effettiva realizzazione in questa «lunga trattativa». La revisione del maxiprocesso ad esempio non è mai stata all’ordine del giorno. Negli ultimi anni però sono state molte le proposte di legge presentate per ottenere nuove norme per la revisione dei processi da ancorare, secondo unodei promotori Gaetano Pecorella – avvocato del premier – alle sentenze della Corte europea. Per quanto riguarda il 41bis e la legge sui pentiti è sotto gli occhi di tutti che le nuove leggi non garantiscono più buoni risultati. L’isolamento dei boss è ormai un ricordo del passato e la legge sui pentiti ha ottenuto un unico risultato: da anni ormai non si pente quasi più nessuno. Sulla revisione della legge Rognoni-La Torre basta dire che sono migliaia ogni anno i beni confiscati che non vengono riutilizzati, come denuncia da tempo la Agenzia del demanio. Le richieste di Riina contemplano anche la possibilità di dissociarsi da Cosa nostra, una exit strategy che garantirebbe la possibilità di accedere ai benefici carcerari senza l’obbligo di rivelare nulla. Una idea che ha fatto capolino più volte nelle aule parlamentari e per la quale ha mostrato interesse finanche un alto magistrato come Giovanni Tinebra, ex-capo della procura di Caltanissetta. La chiusura dei super carceri, comequelli dell’Asinara, è ormai invece una realtà. Mentre la trattativa progrediva è poi arrivata la riforma del c.d. «giusto- processo» che permette la scelta del silenzio ai testi o ai collaboratori mentre nessuna disposizione è stava varata per tutelare chi testimonia nei processi di mafia.

LA RIFORMA DI COSA NOSTRA

I dodici punti del papello, di cui questi sono i nodi essenziali, rivelano la grande riforma della giustizia di Cosa Nostra.Che non può non ricordare i temi dell’agenda dell’attuale governo. Di chi in fondo in nome di un garantismo disinvolto vorrebbe i magistrati sottoposti a forme di controllo e le indagini depotenziate con l’abolizione delle intercettazioni. Binu Provenzano lo aveva promesso al popolo di Cosa Nostra consumato dalla politica delle stragi: «Servono dieci anni per tornare all’antica». L’orizzonte della trattativa sarebbe stato allora «più ampio»: far nascere una nuova mafia in un nuovo Stato. In questo senso il papello di Riina nasce «vecchio» perché il suo alter ego Provenzano lo ha emendato e in parte realizzato, nella previsione diunarimozione collettiva del problema mafia. E si arriva così al redde rationem, a quel proclama di Bagarella del 2002 che accusa gli avvocati diventati parlamentari di non occuparsi più dei loro clienti mafiosi, che tira in ballo le forze politiche che giocano «sulla pelle dei detenuti». Una dichiarazione di guerra contro il patto di Provenzano che vedrà la sua manifestazione più clamorosa in uno striscione apparso pochi mesi dopo allo stadio di Palermo: «Uniti contro il 41bis, Berlusconi dimentica la Sicilia». Ci sono tappe visibili e meno visibili di questa trattativa. Una sicuramente è la scandalosa latitanza di don Binu: secondo la Procura di Palermo andrebbe addebitata proprio ad uno dei protagonisti della trattativa con Ciancimino, il generale Mario Mori oggi sotto processo per avere omesso di catturare il padrino pur essendo a conoscenza di uno dei luoghi che abitualmente frequentava fino al 2001. Processo che riprende martedì prossimo con l’audizione di LucianoViolante.

Con il papello i boss cercarono di dettare l’agenda al governo

Con il papello i boss cercarono di dettare l’agenda al governo.

Scritto da Peter Gomez e Giuseppe Lo Bianco

Nel ‘93, Cosa Nostra replicava ai decreti di proroga del 41 bis con camion carichi di esplosivo e attentati a raffica. Un auto non venne fatta esplodere a pochi giorni dalla revoca del carcere duro per i mafiosi

E ora il papello entra anche nell’inchiesta sulle stragi del ‘92: i magistrati di Caltanissetta hanno acquisito informalmente ieri mattina l’elenco di richieste avanzate dalla mafia allo Stato. E sui tavoli dei pm sono tornati anche atti trasmessi nei mesi scorsi dalla procura di Firenze utili a rimettere insieme i tasselli di un puzzle lungo 17 anni e di una trattativa che, secondo l’ipotesi investigativa, non si esaurisce nella sola stagione delle stragi del ‘92, ma prosegue anche l’anno dopo, e ben oltre. Giungendo, forse, fino ai giorni nostri.

Per l’europarlamentare Rita Borsellino, sorella del giudice ucciso, il papello è “la conferma di tutto ciò che fino ad ora è stata considerata solo un’ipotesi. Cioè che la trattativa è esistita. Una conferma importante su cose che si basavano solo sulle dichiarazioni dei pentiti”. E lo aveva ben capito il pm di Firenze Gabriele Chelazzi, morto d’infarto nel 2003, che sei anni fa aveva scoperto che la cronologia delle bombe del 1993 non era stata casuale. Secondo Chelazzi dietro a quella lunga scia di sangue c’era una strategia precisa, tesa a calibrare l’esplosione del tritolo sulle decisioni in materia di carcere duro (41 bis) adottate dal ministero di Grazia e Giustizia. Qualcuno infatti (secondo quella ipotesi), teneva costantemente informati i boss di quanto accadeva in via Arenula, e Cosa Nostra avrebbe utilizzato quelle notizie per proseguire la trattativa con lo Stato.

È la seconda fase, dopo quella del papello del giugno ‘92, fatta di messaggi trasversali, minacce e tritolo che avrebbe cominciato a dare i suoi frutti tra il 4 e il 6 novembre di sedici anni fa, quando all’improvviso a 140 detenuti del carcere palermitano dell’Ucciardone fu revocato il 41 bis. Il pm era partito dalla storia di un’autobomba che non è mai esplosa: quella piazzata a Roma a poche centinaia di metri dallo stadio Olimpico domenica 31 ottobre 1993. Quel giorno, un commando di sole quattro persone posteggia in via dei Gladiatori una Lancia Thema rubata carica di chiodi e di tritolo che avrebbe dovuto saltare in aria al termine di Lazio-Udinese al passaggio di due autobus dei carabinieri. L’obiettivo dichiarato era quello di fare più vittime possibile tra i militari. Ma la bomba radiocomandata non esplode e la Thema rimane lì, posteggiata a lungo prima di essere rimossa.

Gli investigatori per anni si sono chiesti perché l’attentato non fu portato a termine la domenica successiva, il 7 novembre, quando si giocava Roma-Foggia. Poi, quando Chelazzi ha scoperto la revoca del 41 bis ai mafiosi dell’Ucciardone decisa il 4 novembre, hanno ipotizzato l’esistenza di un canale, mentre esplodevano le bombe, attraverso il quale mafia e Stato dialogavano. Un canale che arrivava fino alle stanze del ministero di Grazia e Giustizia. Per questo gli ultimi atti d’indagine di Chelazzi sono stati dedicati al fronte delle carceri. Il pm, prima di morire, aveva tra gli altri ascoltato come testimoni l’ex Guardasigilli Claudio Martelli; l’ex direttore del Dap (direzione amministrativa penitenziaria) Nicolò Amato (sostituito il 4 giugno ‘93); i familiari e i collaboratori di Francesco Di Maggio, lo scomparso pm milanese, che dall’estate ‘93 era vicedirettore del Dap; Livia Pomodoro, allora dirigente del ministero della Giustizia; l’attuale direttore del Sisde, il generale Mario Mori e il suo autista, i cappellani delle carceri di Pianosa e Porto Azzurro e il loro ispettore generale, monsignor Giorgio Caniato.

Alla base di tutti gli interrogatori, un’ipotesi da verificare: le stragi del ‘93 furono decise principalmente per tentare di costringere lo Stato a revocare il 41 bis, firmato da Martelli il 20 luglio del 1992, subito dopo l’attentato a Paolo Borsellino. Infatti, lo stato maggiore di Cosa Nostra contrappunta le proroghe dei decreti, firmate dal ministro Conso dal 16 luglio in avanti, con una nuova raffica di attentati. Perché quasi nelle stesse ore in cui erano in corso le notifiche delle proroghe del carcere duro, partivano da Palermo i camion con l’esplosivo per Roma e Milano. Per poter eseguire gli attentati, come poi è successo, praticamente negli stessi giorni in cui gli uomini d’onore ricevevano le notifiche delle proroghe.


Peter Gomez e Giuseppe Lo Bianco (
il Fatto Quotidiano, 17 ottobre 2009)