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Addaura, nuova verità sull’attentato a Falcone

Da vedere anche il video linkato sotto

Fonte: Addaura, nuova verità sull’attentato a Falcone.

Così lo Stato si divise. Nel commando non c’erano solo i boss di Cosa nostra ma anche presenze estranee: uomini dei servizi segreti

di ATTILIO BOLZONI

Attilio Bolzoni da Repubblica.it

Il video dell’inchiesta di Attilio Bolzoni e Francesco Viviano:

http://tv.repubblica.it/copertina/la-verita-sull-attentato-a-falcone/46713?video=&pagefrom=1

Stato-Mafia, ora si punta al IV livello

Leggendo quest’articolo mi è venuta una riflessione, forse un
pó estrema o forse no.

Ai funerali degli agenti di scorta di PAolo Borsellino la folla inferocita gridava alle autorità “fuori la mafia dallo stato”.


Ma alla luce di questi sviluppi forse sarebbe più appropriato gridare “fuori lo stato dalla mafia”

E la cosa è seria, non è una battuta. Leggendo la storia di Cosa Nostra di Dickie sappiamo che il fatto che la mafia fosse stata usata da alcuni poteri dello stato come “strumento di governo locale” fin dal 1870 circa, e la cosa era venuta fuori addirittura in parlamento.

Dunque la mafia è sempre stata usata da dalla politica tramite servizi segreti e forze dell’ordine come un organo “segreto” dello stato per mantenere il potere ben saldo ai politici stessi ed eliminare gli elementi di “fastidio”. Come contropartita cosa nostra ha ricevuto una larga impunità che è stata infranta in modo significativo da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ed ecco dunque che questi elementi di fastidio andavano eliminati per non rompere il
giocattolo.

Il “quarto livello” è compatibile con i memoriali di Vincenzo Calcara.

Fonte: Stato-Mafia, ora si punta al IV livello.

Scritto da Fabrizio Colarieti e Antonino Monteleone

Fu Franco Restivo, ex ministro democristiano degli Interni e della Difesa, a far incontrare Don Vito Ciancimino e il misterioso personaggio legato ai Servizi segreti conosciuto col nome di “Signor Franco”. Evocato spesse volte da Massimo Ciancimino nelle aule di tribunale, nei processi dove viene ascoltato dai giudici in qualità di testimone o di imputato di reato connesso, ma non solo. Il figlio di Don Vito, quel “Signor Franco” (spesse volte Signor Carlo), lo fa giocare in un ruolo chiave nelle più intricate vicende palermitane. Dalla fine degli anni ‘70 a oggi, Franco/Carlo entra ed esce dalle storie di mafia così come coloro che erano certamente un gradino più sotto di lui, i manovali, le “facce da mostro”. Massimo Ciancimino nel corso dei suoi interrogatori ai pm siciliani, tra Palermo e Caltanissetta, che indagano su fronti diversificati, ma che tendono a intrecciarsi con una certa frequenza, racconta quanto “Franco” fosse vicino al padre in ogni momento e di come abbia seguito da vicino, dopo la scomparsa del sindaco mafioso di Palermo, passi importanti della sua stessa vita, fino al 2006. Massimo Ciancimino lo definisce un uomo che “tira i fili”, un puparo, l’unico in grado di intavolare una trattativa tra Stato e Cosa nostra perché, forse, aveva un piede su ognuna delle due sponde del fiume. Uno che con la stessa facilità entra ed esce dai palazzi più importanti del Paese. Che per comunicare passa tramite la “batteria” del Viminale, senza il timore di non essere ricevuto o ascoltato. Sembra l’immagine del famigerato “grande vecchio”, che sta dietro a ogni mistero italiano che si rispetti.

Così, mettendo assieme tutti quelli che il giornalista palermitano Salvo Palazzolo chiamerebbe “i pezzi mancanti”, sul mistero di “faccia da mostro” non è così difficile rendersi conto, a poco a poco, che il “mostro” ha fatto parte di una catena di comando molto complessa al vertice della quale c’era senz’altro il Signor Franco. Qualche gradino più in basso troviamo Bruno Contrada, l’ex numero tre del Sisde finito in carcere e condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, e i suoi uomini più fidati, come il suo vice Lorenzo Narracci. Mentre “faccia da mostro” diviene, per usare un linguaggio caro agli esperti, una sorta di «riferimento territoriale di prossimità». Un soggetto che conosce bene il territorio e chi lo abita, uno che parla la “lingua” giusta, uno che quando occorre si sporca le mani e torna, in punta di piedi, nell’ombra. Persone, luoghi e fatti. Ma, verosimilmente, potrebbe non essere stato organico alla struttura di intelligence nostrana. Semplicemente reclutato di volta in volta, per fare il lavoro sporco, assumendosi il rischio conseguente, in caso di fallimento, dell’abbandono da parte della struttura dalla quale ha accettato l’incarico. Un cane sciolto a busta paga del Sisde, uno che poteva essere bruciato in qualunque momento ma anche messo lì, come uno specchietto per le allodole, per depistare, per mischiare le carte. Nei mesi scorsi le procure di Palermo e Caltanissetta hanno rivolto dal Dipartimento per le informazioni e la sicurezza, che oggi è guidato dall’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, un’istanza di accesso ai documenti ufficiali relativi alle attività svolte in Sicilia, in particolare a Palermo, dal Sisde e dal Sismi, nel periodo delle stragi. Compreso l’organico degli 007 impiegati nelle operazioni. Il Dis, a quanto risulta a Il Punto, ha prontamente risposto alle sollecitazioni congiunte delle due procure. «Ma – hanno spiegato gli investigatori – si tratta di una risposta completa da un punto di vista formale». Facile comprendere la diffidenza verso tanta efficienza burocratica. Se è vero, come è vero, che i Servizi di sicurezza hanno carta bianca nella scelta di collaboratori e consulenti individuati con modalità e tecniche “borderline”, il fatto che gli stessi non compaiano in alcun elenco previsto dalla legge, è una naturale conseguenza. Massimo Ciancimino ha riferito di una “faccia da mostro” che con il padre Vito si occupava di tenere saldo il controllo di alcuni settori strategici all’interno della burocrazia regionale. Ciancimino Jr. sostiene di avere riconosciuto, davanti ai magistrati di Caltanissetta, proprio quel funzionario del dipartimento regionale alla sanità, che – secondo più fonti – sarebbe passato a miglior vita. Ma c’è una pista che porta in Calabria. Il mostro a libro paga del Sisde non poteva più esporsi perché l’aspetto, considerata l’impressione generata in chi incrociava il suo sguardo, non gli consentiva più l’operatività che, con le sue capacità, gli aveva permesso fino a quel momento di essere un utile strumento. Così, bruciato il fronte siciliano, quel biondo col viso sfigurato avrebbe deciso di trascorrere gli anni della sua vecchiaia nel continente. In Calabria. In un paesino collinare della provincia di Catanzaro. Ma anche questo resta un sospetto. A Palermo, davanti al pm Nino Di Matteo, Ciancimino avrebbe recentemente fornito ulteriori elementi per risalire all’identità del “Signor Franco”, ma non lo avrebbe riconosciuto in nessuna delle foto che gli sono state mostrate. Tuttavia tra quelle foto Ciancimino Jr. pare abbia individuato solo alcuni collaboratori dello 007. In procura a Palermo, dove le bocche sono cucite, è difficile trovare qualcuno disposto a raccontare cosa è venuto fuori dai riscontri alle dichiarazioni che, lentamente, Massimo Ciancimino sta mettendo a verbale. Specialmente quando si parla di “barbefinte” . Concentrarsi solo sulle “facce da mostro”, dicono gli inquirenti palermitani, è fuorviante. È verso l’alto che la verità va ricercata, verso chi muoveva i fili e le pedine sullo scacchiere siciliano perché il rischio che le varie “facce da mostro” servono a sviare, a depistare, è altissimo. Secondo quanto è riuscito a ricostruire Il Punto (vedi n. 10/2010 su http://www.ilpuntontc.it) una delle due “facce da mostro” sarebbe stato un sottufficiale della polizia di Stato, di origini siciliane. Per anni, almeno così pare, in servizio presso l’Ufficio affari riservati del Ministero dell’Interno, alle dipendenze di Federico Umberto D’Amato (tessera P2 n. 554). Poi sarebbe transitato nella sezione “criminalità organizzata” del centro Sisde di Palermo, quella di via Notarbartolo (vedi sotto) diretta da Contrada e Narracci. “Faccia da mostro” sarebbe rimasto in servizio a Palermo fino al ‘96 e tutta la sua carriera si sarebbe svolta lì, poi la pensione e una collaborazione fino al ‘99. Scompare, a causa del tumore che nel frattempo gli ha aggredito il volto, nel 2004. Parla di lui Luigi Ilardo, il mafioso, vice capo mandamento a Caltanissetta, cugino del boss Giuseppe “Piddu” Madonia, che nel ‘95 aveva messo sulle tracce di Bernardo Provenzano i carabinieri del Ros, poi la copertura saltò e fu ucciso. Ilardo disse che a Palermo c’era un agente segreto con la faccia da mostro che frequentava strani ambienti, un uomo dello Stato che stava dalla parte sbagliata. Nell’89 parla di lui una donna che, poco prima del ritrovamento di un ordigno vicino la villa di Giovanni Falcone, all’Addaura, lo notò da quelle parti. Poi ci sono i delitti coperti dalla stessa ombra. L’omicidio dell’agente di polizia Antonino Agostino e di sua moglie Ida Castellucci, avvenuto il 5 agosto ‘89 a Villagrazia di Carini. Agostino, segugio sulle tracce dei latitanti anche per conto dei Servizi, aveva saputo qualcosa che non doveva sull’Addaura. Il padre racconta che un giorno notò vicino l’abitazione del figlio due persone. Uno di questi era «biondo con la faccia butterata e per me era faccia di mostro». Una “faccia da mostro” c’è anche dietro l’omicidio dell’agente di polizia Emanuele Piazza, ucciso e sciolto nell’acido in uno scantinato di Capaci il 15 marzo ‘90. «La Dia, incaricata dalla procura, – scrive Salvo Palazzolo nel libro “I pezzi mancanti” (Editori Laterza, 2010) – individua un dipendente regionale, già interrogato dopo il delitto Piazza, perché il suo nome era contenuto nell’agendina della vittima. È affetto da “cisti lipomatosa” nella parte destra del viso, risulta deceduto nel 2002». E ancora, secondo Ilardo, “faccia da mostro” sarebbe coinvolto nell’omicidio dell’11enne Claudio Domino, ucciso a Palermo il 7 ottobre ‘86 mentre stava rientrando a casa. Secondo gli inquirenti il bambino vide l’amante di sua madre, che era legato a un clan mafioso, e per questo fu giustiziato. «Quel giorno, dove fu assassinato il piccolo Claudio, c’era anche “faccia da mostro”», disse la “gola profonda” del Ros. Un uomo del “signor Franco”. E’ il sospetto dei magistrati che indagano sul nuovo filone delle stragi e della presunta trattativa “Stato-mafia” di quegli anni. La caccia agli uomini che hanno “deviato” l’apparato di intelligence. Raccogliere le prove che possano inchiodare pupi e pupari di ogni grado. Un uomo dello Stato, con la potenza descritta da Ciancimino, non poteva di certo agire per conto proprio ed è forte il sospetto che a garantire “politicamente” certe operazioni non convenzionali non si muovesse solo un fronte interno, ma che a tirare il filo ci fosse una manina d’oltreoceano. A stelle e strisce. Del resto la storia racconta che quelli della “compagnia”, della Cia, erano in Sicilia già dal ‘43. Tommaso Buscetta non voleva parlare del “terzo livello”, negli interrogatori con Giovanni Falcone, e così anche Massimo Ciancimino si ferma un attimo prima, quel nome non lo fa, fa finta di non ricordare o, forse, neanche lo conosce, dice solo che non era uno qualunque. «Vedi Massimo “- gli disse Don Vito – Buscetta aveva paura di fare i nomi del “terzo livello”. Il Signor Franco rappresenta il quarto».

Fabrizio Colarieti e Antonino Monteleone

SPY STORY – Alessio e Svetonio, l’agente e il boss, a scuola di doppio gioco

Svetonio” e “Alessio”. C’era una spia dietro uno di questi due pseudonimi, ma c’era anche un mafioso, Matteo Messina Denaro, “Alessio”, il nuovo capo di Cosa nostra, il ricercato numero uno. Tra i due c’era un’intensa corrispondenza: decine di pizzini, finiti nelle mani della Dda di Palermo che nel 2007 si è trovata davanti anche a una inconsueta conferma da parte del Sisde: «Svetonio è un nostro uomo». E così la verità è venuta fuori: “Svetonio”, al secolo Antonino Vaccarino da Castelvetrano, insegnante di lettere, poi consigliere comunale per la Dc, assessore e sindaco, era un uomo del Servizio segreto civile. Ma, giusto per non smentirsi, faceva il doppio gioco: al Sisde prometteva informazioni per catturare Messina Denaro, al boss prometteva aiuti politici.

Fabrizio Colarieti


Le sedi “coperte” dei Servizi siciliani Misteri palermitani sotto copertura

Palermo, via Emanuele Notarbartolo. Le sedi “coperte” dei Servizi sono più o meno tutte uguali. Centrali, nascoste tra mille altre attività e tra le mura di edifici anonimi, che di solito sorgono vicino a importanti sedi governative. Uffici facilmente accessibili, spesso protetti da un portiere che sa tutto e che fa finta di nulla. Solitamente si nascondono dietro le insegne di finte agenzie assicurative oppure di inesistenti centri studio, associazioni culturali, istituti di cooperazione o di import- export. Sul campanello c’è scritto semplicemente “agenzia”, “studio”, “istituto” o la sigla di una delle tante Srl che le “barbefinte” utilizzano per coprire l’attività di spionaggio. Non indossano divise, non hanno auto blu né armi, hanno delle segretarie, anch’esse arruolate nella “ditta”, e provano a non dare nell’occhio sembrando semplici impiegati che ogni giorno vanno in ufficio. Anche a Palermo è così. I Servizi negli anni delle stragi – e anche dopo – avevano il loro “centro operativo” in via Nortarbartolo, una delle strade principali del capoluogo siciliano, proprio sopra il “Bar Collica”, all’incrocio con via della Libertà e a due passi dalla sede palermitana della Corte dei Conti. L’esistenza di quell’ufficio è nota da anni: in particolare da quando finì in manette il numero tre del Sisde, Bruno Contrada. Era lì che l’alto funzionario del Servizio segreto civile – condannato definitivamente nel 2007 a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa – aveva il suo ufficio. Dal portone di quel palazzo, che si trova a pochi metri dal punto dove nell’82 fu ucciso con tre colpi di pistola l’agente della Mobile Calogero Zucchetto, sono entrati e usciti decine di 007 su cui ancora oggi le procure di Palermo e Caltanissetta indagano per capire che ruolo ebbero nelle stragi di mafia. A via Notarbartolo aveva la sua “agenzia” anche il Sismi. Lo hanno confermato due funzionari, per un periodo capicentro dei due Servizi a Palermo, durante il processo al maresciallo del Ros ed ex deputato regionale dell’Udc, Antonio Borzacchelli, indagato nell’inchiesta sulle talpe alla Dda palermitana e condannato in primo grado, nel 2008, a 10 anni per concussione, favoreggiamento aggravato e rivelazione di segreti d’indagine. Ciononostante quando finì in manette un’altra talpa, il maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro, che al telefono si lasciò sfuggire «quelli di via Notarbartolo» alludendo pare al Sismi, gli allora vertici del Servizio militare si affrettarono a smentire l’esistenza di una sede coperta a Palermo. Anche le “facce da mostro” e il famigerato Signor Franco o Carlo, l’alto funzionario in contatto con Massimo Ciancimino fino al 2006, è assai probabile che frequentasse quella sede, ma anche quella precedente, in via Roma. Ma ancora: partirono sempre da via Notarbartolo, tra il 2001 e il 2002, le telefonate verso una delle venti sim in uso all’ex Governatore Salvatore Cuffaro, anch’egli condannato, in appello, a 7 anni per aver agevolato la mafia e rivelato segreti istruttori sempre nell’ambito dell’inchiesta sulle talpe alla Dda. Gli inquirenti, proprio analizzando il traffico in entrata di uno di quei cellulari, hanno scovato 54 chiamate partite, nell’arco di diciotto mesi, dall’utenza fissa in uso in quella sede del Sisde. Puntualmente, scavando tra fantasmi e telefoni coperti, alla ricerca di mafiosi e talpe, spunta regolarmente via Notarbartolo. È il crocevia di tanti misteri, un rompicapo su cui si cimentano da anni i magistrati palermitani e nisseni per dare un volto agli agenti segreti e ai loro collaboratori che per un ventennio hanno frequentato il capoluogo siciliano e il suo sottobosco criminale.

Fabrizio Colarieti

FONTE: Il Punto

La doppia pista su faccia da mostro

La doppia pista su faccia da mostro.

Un discusso agente segreto, con un piede nello Stato e uno nelle cosche, e un dipendente regionale vicino a Ciancimino

Le “facce da mostro” che giravano in Sicilia negli anni delle stragi erano due: un discusso agente segreto, con un piede nello Stato e l’altro nelle cosche, e un dipendente regionale vicino all’ex sindaco Ciancimino, che suo figlio Massimo avrebbe già identificato. Entrambi sarebbero morti: il primo nel 2004, il secondo due anni prima. Due ombre, tanti sospetti e solo poche certezze, in quanto solo uno di loro, il dipendente regionale, è stato recentemente identificato, attraverso una foto. A dare un nome a quel volto, con quella vistosa cicatrice sulla guancia destra, è stato, per l’appunto, Massimo Ciancimino, il figlio del boss don Vito, quello del “papello” e della trattativa tra Stato e mafia. Due volti sfigurati, inguardabili e indimenticabili, rimasti impressi nella memoria di decine di testimoni e di cui – a distanza di vent’anni da quella stagione di sangue – si sa davvero ancora poco.

La spia

La prima misteriosa figura, che entra ed esce dalle oscure vicende siciliane apparterrebbe a un agente del Sisde, il servizio segreto civile (oggi Aisi). Secondo i racconti di alcuni testimoni – che lo chiamano in causa in almeno quattro vicende (tre delitti ed almeno un fallito attentato) – aveva un volto sfigurato, paragonabile solo a quello di un mostro, ma nulla a che fare con il dipendente regionale. Nelle storie di mafia, “faccia da mostro”, c’è dentro fino al collo. Gli inquirenti pare non lo abbiano ancora identificato e pare che non sia servito a nulla il tentativo, compiuto il 18 novembre dai magistrati di Palermo e Caltanissetta, di ottenere nuove informazioni dal Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, attraverso un ordine di esibizione di atti del Sisde e del Sismi, finora rimasti riservati.


Gli affari riservati

Tuttavia, secondo quanto è riuscito a ricostruire Il Punto, “faccia da mostro” sarebbe stato un sottoufficiale della polizia di Stato, di origini siciliane. Per anni, almeno così pare, in servizio presso l’ufficio affari riservati del Ministero dell’Interno, alle dipendenze di Federico Umberto D’Amato (tessera P2 n. 554). Poi, intorno al ’84, il misterioso agente segreto sarebbe transitato nella sezione “criminalità organizzata” del centro Sisde di Palermo (via Notarbartolo). Tra l’89 ed il ’92 era alle dirette dipendenze di Bruno Contrada, il numero tre del Servizio condannato nel 2007 a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. “Faccia da mostro” sarebbe rimasto in servizio a Palermo fino al ’96 e tutta la sua carriera si sarebbe svolta lì, poi la pensione e una collaborazione esterna con il Sisde che si sarebbe definitivamente conclusa nel ’99. Scompare, a causa del tumore che nel frattempo gli ha aggredito il volto, nel 2004.


Il pentito

Ne parla anche la “gola profonda” Luigi Ilardo, il mafioso, vicerappresentante provinciale di Caltanissetta, cugino e braccio destro del boss Giuseppe “Piddu” Madonia, che nel ’95 aveva messo sulle tracce di Bernardo Provenzano i carabinieri, ma un anno dopo gli tapparono per sempre la bocca. Ilardo confidò al colonnello Michele Riccio del Ros che a Palermo c’era un agente segreto con la faccia da mostro che frequentava strani ambienti, uno chiaccherato: insomma un uomo dello Stato che stava dalla parte sbagliata, antipatico ai mafiosi solo per via di quella faccia. Il confidente, parlando dello strano agente segreto, disse agli inquirenti: “Di certo questo agente girava imperterrito per le strade di Palermo. Stava in posti strani e faceva cose strane”.


Il fallito attentato

Il suo nome, anzi il suo soprannome, comincia a saltare fuori nell’89, quando a parlare di lui è una donna che poco prima del ritrovamento di un ordigno vicino la villa di Giovanni Falcone, all’Addaura, lo notò da quelle parti, dentro un’auto, insieme a un altro individuo. La donna se lo ricorda proprio perché il suo volto era inguardabile. Era il 21 giugno 1989, Falcone aveva affittato per il periodo estivo quella villa sulla costa palermitana. Introno alle 7.30 tre agenti di scorta trovano sugli scogli, a pochi metri dall’abitazione, una muta subacquea, un paio di pinne, una maschera ed una borsa sportiva blu contenente una cassetta metallica. Dentro c’è un congegno a elevata potenzialità distruttiva. La bomba non esplode, l’attentato fallisce.


Delitto 1

“Faccia da mostro” è legato anche a una lunga scia di sangue e strane morti, come l’omicidio dell’agente di polizia Antonino Agostino e di sua moglie Ida Castellucci, avvenuto il 5 agosto 1989 a Villagrazia di Carini. Agostino dava la caccia ai latitanti, pare anche per conto del Sisde, e sembra avesse informazioni sul fallito attentato all’Addaura. Le indagini non hanno mai chiarito, fino in fondo, come sono andate le cose, però sembra che l’agente, poco prima di morire, avesse ricevuto in casa una strana visita, quella di un collega con la faccia deforme. A dirlo è suo padre, Vincenzo, che riferì agli inquirenti che un giorno notò “faccia da mostro”, uno “con il viso deforme che prendeva o gli dava notizie”, vicino l’abitazione del figlio. Per lui, quell’uomo, era inguardabile: “Quell’uomo è venuto a casa mia, voleva mio figlio. Quel tizio non è soltanto implicato nei fatti di Capaci e via D’Amelio, ha fatto la strage in casa mia, quella in cui sono morti – disse ai magistrati il padre di Agostino – mio figlio Nino, mia nuora e mia nipote. Due persone vennero a cercare mio figlio al villino. Accanto al cancello, su una moto, c’era un uomo biondo con la faccia butterata. Per me era faccia da mostro”.


Delitto 2

Un altro pesante sospetto lega “faccia da mostro” a un altro delitto, quello dell’ex agente di polizia Emanuele Piazza. Il suo nome in codice era “topo”, collaborava anche lui con il Sisde, era amico di Nino Agostino, ma non era ancora un effettivo. Figlio di un noto avvocato palermitano, era un infiltrato e dava la caccia ai latitanti quando, il 15 marzo 1990, scompare nel nulla. Molti anni dopo si saprà che fu “prelevato” con un tranello dalla sua abitazione da un ex pugile, vecchio compagno di palestra, portato in uno scantinato di Capaci, ucciso e sciolto nell’acido. Cercava la verità sulla morte del suo amico Antonino Agostino, forse l’aveva anche trovata, e anche lui sapeva qualcosa dell’Addaura.


Faccia da mostro-bis

“La Dia, incaricata dalla procura, – scrive Salvo Palazzolo nel libro “I pezzi mancanti” (Editori Laterza, 2010), – individua un dipendente regionale, già interrogato dopo il delitto Piazza, perché il suo nome era contenuto nell’agendina della vittima. E’ affetto da “cisti lipomatosa” nella parte destra del viso, risulta deceduto nel 2002. Le indagini – prosegue Palazzolo nella sua ricostruzione – dicono pure che ha fatto parte del comitato di gestione di un’unità sanitaria locale, su indicazione dell’ex sindaco condannato per mafia Vito Ciancimino”.


Delitto 3

Una traccia che lega l’agente segreto con la faccia da mostro a un’altra vicenda di sangue arriva addirittura dal lontano ’86 ed è ancora il pentito Luigi Ilardo a chiamarlo in causa. Siamo a Palermo, quartiere di San Lorenzo, è il 7 ottobre ’86, un bambino di 11 anni, Claudio Domino, viene ucciso mentre sta rientrando a casa. Lo freddano su un marciapiede, a colpi di pistola. Suo padre è il titolare di un’impresa di pulizie che lavora anche nell’aula bunker, ma non è un mafioso. Due pentiti raccontano che ad uccidere il bambino sarebbe stato l’amante di sua madre (poi giustiziato da Cosa Nostra) perché li avrebbe visti insieme. Secondo un altro boss, il piccolo Claudio Domino sarebbe stato ucciso (da un altro killer poi eliminato) perché, sbirciando in un magazzino, avrebbe visto confezionare alcune dosi di eroina. I giudici, tuttavia, crederanno ai primi due pentiti, accreditando la versione che il bambino vide l’amante di sua madre e per questo fu giustiziato. Ilardo, tuttavia, riferisce agli inquirenti che quel giorno, nel quartiere San Lorenzo, mentre veniva assassinato quel bambino, c’era anche “faccia da mostro”.


Fabrizio Colarieti (
www.ilpuntontc.it, 11 marzo 2010)

Mafia, Salvino Madonia indagato per l’attentato a Falcone all’Addaura

Dunque con l’attentato dell’Addaura volevano colpire anche i giudici svizzeri Del Ponte e Lehman. Questo conferma a mio parere che i mandanti non erano solo mafiosi.

Fonte: Mafia, Salvino Madonia indagato per l’attentato a Falcone all’Addaura.

Il 21 giugno del 1989 un ordigno fu piazzato vicino alla villa del giudice. Già condannati Riina come mandante, Salvatore Biondino e Antonino Madonia come esecutori

PALERMO – Oltre vent’anni dopo il fallito attentato dell’Addaura al giudice Giovanni Falcone c’è un nuovo indagato. La Procura di Caltanissetta ha iscritto nel registro degli indagati il boss mafioso Salvino Madonia, ritenuto tra i responsabili del fallito attentato del 21 giugno 1989, da cui il magistrato si salvò solo grazie al rinvenimento dell’ordigno piazzato a pochi passi dalla sua villa sul mare. La notizia è stata data dall’agenzia AdnKronos.

Salvino Madonia, 53 anni, è stato condannato come esecutore materiale dell’omicidio di Libero Grassi, l’imprenditore palermitano che si era ribellato al racket del pizzo ucciso nell’agosto del 1990. Il procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari, che interpellato non smentisce, ha disposto alla Direzione investigativa antimafia degli accertamenti tecnici da effettuare sulla muta da sub utilizzata per sistemare i 58 candelotti di esplosivo sugli scogli vicino alla villa del giudice poi ucciso nella strage di Capaci. I magistrati stanno chiarendo “alcuni passaggi importanti senza tralasciare nulla”.

A portare i pm di Caltanissetta sulla pista di Salvino Madonia sarebbe stato un nuovo collaboratore di giustizia. Falcone non era però l’unico obiettivo di Cosa nostra: secondo le rivelazioni fatte dal pentito di mafia Antonino Giuffrè, quel giorno avrebbero dovuto morire anche altri due giudici: gli svizzeri Carla Dal Ponte e Claudio Lehman. Secondo il collaboratore di giustizia, i boss avrebbero appreso da un infiltrato che i due magistrati elvetici sarebbero stati ospiti quel giorno nella villa di Falcone che li aveva invitati a fare un bagno.

Al processo d’appello per l’attentato, terminato solo nel 2003 davanti alla Corte d’Appello di Caltanissetta, il boss Totò Riina è stato condannato come mandante, Salvatore Biondino e Antonino Madonia come esecutori. La sentenza definitiva è stata emessa dalla Corte di Cassazione nel 2004.

Fonte: la Repubblica, 18 dicembre 2009

Falcone non deve parlare « Pietro Orsatti

Falcone non deve parlare « Pietro Orsatti.

Dove sono i diari elettronici del magistrato morto a Capaci? Qualcuno potrebbe averli distrutti per cancellare le prove dell’esistenza di apparati deviati dello

di Pietro Orsatti su Left-Avvenimenti

La riapertura dell’inchiesta a e Caltanissetta sulla trattativa fra e Cosa nostra e sulle stragi del ’92 costringe a un esercizio della . Tornando, appunto, a quell’anno terribile. «Questa sera debbo astenermi rigidamente – e mi dispiace, se deluderò qualcuno di voi – dal riferire circostanze che probabilmente molti di voi si aspettano che io riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate sui giornali e che riguardano i cosiddetti diari di Giovanni . Per prima cosa ne parlerò all’autorità giudiziaria, poi – se è il caso – ne parlerò in pubblico. Posso dire soltanto, e qui mi fermo affrontando l’argomento, e per evitare che si possano anche su questo punto innestare speculazioni fuorvianti, che questi appunti che sono stati pubblicati dalla , sul Sole 24 Ore dalla giornalista Milella, li avevo letti in vita da Giovanni . Sono proprio appunti di Giovanni , perché non vorrei che su questo un giorno potessero essere avanzati dei dubbi». Così parlò Paolo nel corso di una manifestazione promossa da MicroMega presso la biblioteca di il 25 giugno 1992, poche settimane prima della sua morte. I diari di . Anche Giuseppe Ayala, altro pm del maxi processo, parla di questi scritti sempre nel giugno del 1992. «Aveva un diario, sul quale scriveva tutto. Tutto era riportato in un dischetto, perché scriveva sul computer. Che io sappia, soltanto io, forse una volta Paolo , e probabilmente la moglie di , Francesca, eravamo stati messi a conoscenza dell’esistenza del diario. Non so se il dischetto è trovato e, se è trovato, naturalmente sarà letto e conosciuto. Nel caso in cui, invece, non sia trovato o sia smarrito, si è perduta l’occasione per ricostruire dalla fonte più autorevole quel che è accaduto intorno a Giovanni , dentro e fuori il palazzo di Giustizia di ».

Il procuratore di Caltanissetta dell’epoca, Salvatore Celesti (diventato in seguito procuratore generale a ), che indagava per competenza sulla strage di Capaci, in prima battuta negò l’esistenza dei dischetti, poi ammise in parte l’esistenza dei file: «Sono stati acquisiti alcuni dischetti nell’abitazione e negli uffici di , ora affidati a tecnici per la trascrizione. Il non è completo, ed è segreto. Se nei dischetti ci sono episodi privati non saranno da noi resi pubblici». Talmente segreti che vennero addirittura cancellati, cosa che in qualche modo già temeva Ayala, come si intuisce rileggendo con attenzione le sue parole. Cancellati da un portatile Toshiba, da un’agenda elettronica Casio in via Notarbartolo a , dai computer del ministero di Giustizia in via Arenula a . Da chi? Della vicenda si occupò anche che testimoniò in seguito. Ecco cosa dice: «Dopo l’accettazione di questo incarico, in effetti, ho dovuto rilevare una serie di atteggiamenti estremamente diversi da parte del ministero dell’Interno – afferma Genchi -. (…) Tenga conto che io allora rivestivo l’incarico di direttore della Zona telecomunicazioni (…) e proprio dopo la strage mi era dato l’incarico, per coordinare meglio alcune attività anticrimine, presso la Criminalpol della occidentale di dirigente del Nucleo anticrimine. Il dirigente dell’epoca, che sicuramente non agiva da solo perché si vedeva che era portavoce di volontà e decisioni ben più alte, in effetti non mi ha certamente agevolato in questo (…); siamo ritornati con la decodifica dell’agenda, ho ricevuto varie pressioni (…) fui trasferito, per esigenze di servizio con provvedimento immediato, (…) dalla Zona telecomunicazioni all’Undicesimo reparto mobile». Tornando al procuratore Salvatore Celesti, c’è da dire che la storia, nonostante la sua carriera, lo smentì clamorosamente. Il 23 giugno 1992 il procuratore si lasciò sfuggire una dichiarazione che all’epoca fece scalpore. Affermò, infatti, che secondo lui sulla strage di Capaci «non c’è più mistero per quanto riguarda il diario». E contemporaneamente c’era chi cancellava la del Toshiba, alterava i dati sui computer al ministero e sottraeva la scheda di dell’agendina Casio. Il sospetto emerse subito, la conferma, anche grazie alla perizia di Genchi, arrivò qualche anno dopo. Ma intanto qualcuno, L’espresso, aveva rivelato parte del contenuto di questi diari, in particolare i 39 punti di conflitto e di dissidio fra Giovanni e il procuratore capo Pietro Giammanco che mise il magistrato morto a Capaci nella condizione di abbandonare la Procura e . Si andava, questo raccontava il settimanale, dalla decisione di togliere al giudice assassinato la delega per le inchieste di mafia fino alla controversia che coinvolse dopo che il nucleo speciale dei carabinieri consegnò in Procura il sulla mafia degli appalti e che il procuratore capo sottovalutò e sminuì pubblicamente.

509298151_3365b74418_oTorniamo a e a ciò che disse in quello che è il suo ultimo intervento pubblico prima della strage del a . «Ecco perché forse ripensandoci, quando Caponnetto diceva “cominciò a morire nel gennaio del 1988” aveva proprio ragione anche con riferimento all’esito di questa lotta che egli fece soprattutto per poter continuare a lavorare». Sembra quasi che oggi si presenti il conto di quanto avvenuto 17 anni fa. «Quando si parla di trattative, di presenza in di uomini dei servizi, di servitori dello infedeli, di agende rosse e di uffici del Sisde a Castel Utveggio – spiega , fratello di Paolo – in realtà si raccontano cose che già allora erano emerse ma che poi forse sono state fatte cadere». Come avvenne nel caso delle dichiarazioni del tenente Carmelo Canale, ex maresciallo dei carabinieri promosso tenente per meriti speciali e collaboratore di Paolo . Nel 1994 rilasciò dichiarazioni esplosive. Fra le tante, ecco alcune battute indicative del e del personaggio: «Il dottor era molto agitato, aveva gli occhi di fuori, parlava con . “Caro Paolo, il responsabile del fallito all’Addaura era Bruno Contrada” (…) Io rimasi sconvolto e mentre scendevamo le scale chiesi a chi fosse Bruno Contrada. mi pregò di non parlare con nessuno di quell’episodio (…). Nel corso di una conversazione telefonica mi disse che aveva appreso da dell’intenzione di Gaspare Mutolo di iniziare a collaborare. Fra le prime cose che aveva rivelato, Mutolo aveva parlato di episodi di corruzione inerenti il giudice Domenico Signorino e Bruno Contrada».

Successivamente, nel 1997, Canale, accusato da due pentiti di mafia, venne processato per associazione esterna, e poi in seguito assolto (nel 2008 la conferma). Anche sulle sue rivelazioni, e sulla sua vicenda, ci sono tante ombre, e come tante altre dichiarazioni dell’epoca tornano attuali. È sempre più evidente che, all’epoca, a due uffici dello molto particolari, i Ros del generale Mario Mori e il Sisde di Bruno Contrada, agissero al limite della legalità e, a volte – è il caso di Contrada condannato – sfociassero in vera e propria collaborazione con la criminalità, in una sorta di continuità. La domanda è, oggi, se i due uffici agissero in concorrenza e all’oscuro ciascuno di cosa stesse facendo l’altro, oppure se su distinti punti si muovessero in convergenza. È certo, però, che senza la loro azione oggi si saprebbe molto di più di quello che avvenne fra il 1992 e il 1993, anno degli attentati a Firenze, Milano e : i due anni delle stragi.

Strage Borsellino, il processo si rifarà

Strage Borsellino, il processo si rifarà.

Il giudice disse: “Mi ha tradito un amico”

Una raffica di richieste ai capi dei servizi segreti per identificare una dozzina di agenti

Nelle nuove inchieste nomi di mafiosi mai coinvolti nelle stragi e di funzionari dello Stato

CALTANISSETTA – Il processo per l’uccisione di Paolo Borsellino è oramai da rifare. Il primo pezzo sta già andando verso la revisione: usciranno di scena i falsi attentatori, entreranno nel nuovo dibattimento gli ultimi sospettati, resteranno sospesi sui loro ergastoli i mandanti mafiosi e resteranno coperti nel segreto ancora per un po’ di tempo quei “mandanti altri” – gli occulti – che avrebbero deciso la strage insieme ai boss. Si ricomincia daccapo per tutti i massacri siciliani dell’estate 1992.
I pubblici ministeri di Caltanissetta studiano in questi giorni le carte per inviare alla Corte di Appello di Catania, competente per territorio, una tranche del primo processo Borsellino. E intanto hanno spedito una raffica di richieste ai capi dei servizi segreti, il vecchio Sisde e il vecchio Sismi, per “l’identificazione” di almeno una dozzina di agenti segreti coinvolti in “operazioni sporche” in Sicilia. Sono investigazioni ad incastro. Ogni giorno, a Caltanissetta, sfilano testimoni eccellenti che ricostruiscono vicende di 17 anni fa. Come due magistrati che, a metà mese, si sono presentati al procuratore capo Sergio Lari e al suo vice Domenico Gozzo. Due giovani colleghi di Paolo Borsellino a Marsala, un uomo e una donna. Hanno messo a verbale: “Un giorno di quell’estate siamo andati a trovare Paolo nel suo ufficio a Palermo, era stravolto. Si è alzato dalla sedia, si è disteso sul divano, si è coperto il volto con le mani ed è scoppiato a piangere. Era distrutto e ripeteva: “Un amico mi ha tradito, un amico mi ha tradito…””.

I pubblici ministeri di Caltanissetta ora stanno provando a scoprire il nome di quell'”amico” e provando a capire se il “tradimento” sia legato alla trattativa fra Mafia e Stato forse proprio all’origine della morte di Borsellino. S’interrogano testimoni e s’indagano nuovi protagonisti dei misteri e dei crimini siciliani. Mafiosi e funzionari di polizia che al tempo seguirono l’inchiesta, uomini dei “servizi”, picciotti che trasportarono auto e esplosivi. Cambia anche l'”epicentro” mafioso delle indagini. Si sposta dalla “famiglia” della Guadagna (quella del pentito fasullo, Vincenzo Scarantino, che si autoaccusò della strage) a quella di Brancaccio (quella di Gaspare Spatuzza, il pentito che ha smentito Scarantino ammettendo di essere stato lui a portare l’autobomba in via D’Amelio), cambiano gli scenari mafiosi e non solo quelli.

La caccia è anche agli altri, agli “esterni” a Cosa Nostra, quelli che insieme ai boss avrebbero “ideato e organizzato” la strage. Si cerca ancora il misterioso agente segreto con “la faccia da mostro”, l’uomo che sarebbe stato visto sia “nei pressi dell’Addaura” – quando mafiosi e “servizi” volevano far saltare in aria Falcone nel giugno dell’89 – e l’uomo – secondo le rivelazioni di Massimo Ciancimino – che complottava con suo padre, don Vito. Nelle ultime ore si è diffusa la voce che “faccia da mostro” era stato identificato. Falso. Poi, ieri, un foglio locale ha riportato la notizia che l’agente con quel volto deformato è stato avvistato anche in via D’Amelio il giorno della strage. Falso.

Nella convulsa nuova fase d’indagine sulle stragi siciliane si rincorrono notizie vere e taroccate, come se qualcuno avesse ricominciato ancora con manovre e depistaggi. In questo clima i pm di Caltanissetta si preparano a trasmettere gli atti del primo processo Borsellino alla procura generale, che poi li invierà alla Corte di Appello di Catania per la revisione.
In tutto sono 47 gli imputati condannati nei tre processi contro sicari e mandanti della strage. La revisione coinvolgerà sicuramente i protagonisti del primo dibattimento. E cioè il falso pentito Vincenzo Scarantino e il suo compare Salvatore Candura, poi Salvatore Profeta che era indicato da Scarantino come il “committente” del furto della Fiat 126. E infine Giuseppe Orofino, il proprietario del garage dove fu “preparata” l’autobomba. Molti degli imputati del processo bis e ter non saranno trascinati in un nuovo processo. Soprattutto quelli della Cupola, già condannati come mandanti. Al contrario, alcuni dei loro vice potrebbero vedersi annullato l’ergastolo. Ma c’è già un primo ostacolo “tecnico” per la revisione: a Catania, dove dovrebbe rifarsi il processo, procuratore generale è oggi Giovanni Tinebra che era procuratore capo a Caltanissetta quando si avviarono le indagini sulla strage Borsellino. C’è il rischio serio che il processo venga trasferito in un’altra Corte di Appello ancora: quella di Messina. In attesa di nuovi riscontri su via D’Amelio i magistrati raccolgono informazioni anche su Capaci. Il pentito Gaspare Spatuzza ha raccontato che “una parte dell’esplosivo per uccidere Falcone viene dal mare”. L’hanno pescato nel Tirreno, polveri di bombe della seconda guerra.

Sarà classificato top secret il famigerato “papello” che dovrebbe consegnare Massimo Ciancimino. Oggi i magistrati lo aspettano a Palermo. Chissà se il figlio prediletto di don Vito questa volta porterà il suo “tesoro” di carte.

ATTILIO BOLZONI (la Repubblica, 30 luglio 2009)

Antimafia Duemila – Stragi ’92 e attentato Addaura, spuntano nuovi indagati

Antimafia Duemila – Stragi ’92 e attentato Addaura, spuntano nuovi indagati.

Spuntano nuovi nomi nelle inchieste dei magistrati di Caltanissetta sulle stragi di Capaci e via D’Amelio e sul fallito attentato a Falcone all’Addaura.
La notizia è stata confermata dagli inquirenti. A dare nuovi input alle inchieste del pool nisseno – come riportato dal Giornale di Sicilia – sono due collaboratori di giustizia: Angelo Fontana, ex boss dell’Acquasanta, e Gaspare Spatuzza, reggente del mandamento mafioso di Brancaccio . Nel registro degli indagati sarebbero stati iscritti alcuni mafiosi, ma anche uomini dei servizi segreti. Circostanza su cui i pm, però, non vogliono fare commenti. A indicare la presenza di esponenti di apparati dello Stato in via D’Amelio è stato Fontana: avrebbe detto ai magistrati di averli riconosciuti nelle immagini girate dalle tv sul luogo dell’eccidio. L’ex boss li conosceva perché avevano rapporti con la mafia. Una presenza oscura, quella di presunti 007, che torna anche nel fallito attentato a Falcone del 1989 all’Addaura, località che fa parte dello stesso mandamento a cui il pentito apparteneva. In tutto le nuove iscrizioni sarebbero una decina.