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Antimafia Duemila – Greenpeace svela come l’uranio di Areva sta uccidendo il Niger

Fonte: Antimafia Duemila – Greenpeace svela come l’uranio di Areva sta uccidendo il Niger.

Greenpeace diffonde oggi un’inchiesta in cui rivela come l’estrazione di uranio dalle miniere di Areva, il gigante dell’energia nucleare (società che possiede la tecnologia dell’EPR le centrali che il governo vuole costruire in Italia) sta mettendo in serio pericolo la popolazione del Niger, uno dei paesi più poveri dell’Africa.

Greenpeace – in collaborazione con il laboratorio francese indipendente CRIIRAD e la rete di ONG ROTAB – ha realizzato un monitoraggio della radioattività di acqua, aria e terra intorno alle cittadine di Arlit and Akokan, a pochi chilometri dalle miniere di Areva, accertando che i livelli di contaminazione sono altissimi.

«La radioattività crea più povertà perché causa molte vittime. Ogni giorno che passa siamo esposti alle radiazioni e continuiamo a essere circondati da aria avvelenata, terra e acqua inquinate, mentre Areva fattura centinaia di milioni di dollari grazie alle nostre risorse naturali» testimonia Almoustapha Alhacen, Presidente della Ong locale Aghir in’Man.

Le analisi di Greenpeace mostrano che in quattro casi su cinque la radioattività nell’acqua supera i limiti ammessi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Nonostante questo, l’acqua viene distribuita alla popolazione. L’esposizione alla
radioattività causa anche problemi delle vie respiratorie e non a caso nella regione delle miniere di Areva i tassi di mortalità legati a problemi respiratori sono il doppio che del resto del Paese.

Inoltre, le ONG locali accusano gli ospedali, controllati da Areva, di aver nascosto molti casi di cancro. «Sono paesi come il Niger a scontare la follia nucleare dell’occidente. – Spiega Andrea Lepore, responsabile della campagna nucleare di Greenpeace – Anche l’Italia si appresta a costruire le sue centrali con Areva e questo è l’ennesimo drammatico risvolto dell’atomo».

La metà dell’uranio di Areva proviene da due miniere del Niger, paese che rimane poverissimo nonostante da oltre quarant’anni sia il terzo produttore di uranio al mondo. Areva ha firmato un accordo per iniziare a scavare una terza miniera tra il 2013 e il 2014.

Areva si presenta come una società attenta all’ambiente, ma il Niger ci rivela una verità ben diversa. Greenpeace chiede che venga svolto uno studio indipendente in Niger, sulle miniere e le città circostanti, seguito da una completa bonifica e decontaminazione.

Devono essere attivati i  controlli necessari per garantire che Areva rispetti le normative internazionali di sicurezza nelle sue operazioni, tenendo conto del benessere dei lavoratori, dell’ambiente e delle popolazioni.

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Tratto da: greenpeace.org

ComeDonChisciotte – I GRANDI CAPITALISTI ALLA CONQUISTA DELLE TERRE COLTIVABILI DEI PAESI POVERI

Fonte: ComeDonChisciotte – I GRANDI CAPITALISTI ALLA CONQUISTA DELLE TERRE COLTIVABILI DEI PAESI POVERI.

DI RÓMULO PARDO SILVA
Argenpress

Si impadroniscono delle risorse naturali sempre più scarse attraverso la guerra delle armi o il danaro. La scomparsa delle popolazioni in via di sviluppo a loro non importa.

Lo sfruttamento delle terre coltivabili ha raggiunto il suo limite ma, non contenti, adesso distruggono le foreste. I cambiamenti climatici non garantiscono nessuna sicurezza alimentare per il futuro; i paesi industrializzati e dipendenti aspirano ad una crescita economica permanente e quindi allo sfruttamento irrazionale dell’ambiente; nel 2050, 3 miliardi di persone in più avranno bisogno di interventi di sostegno alimentare; il petrolio si esaurisce e le terre vengono occupate per la produzione di biocombustibili; i prezzi alimentari sono saliti provocando fame ed instabilità sociale.

Di fronte a questa prospettiva crepuscolare, la borghesia cerca la propria sicurezza. Il metodo chiamato agro-colonialismo consiste nel lanciarsi, a livello internazionale, in una valanga di acquisti di terreni appartenenti a popolazioni povere.[1] I loro governi e gli imprenditori legati alla corrotta borghesia locale acquistano queste terre oppure le prendono in affitto per lunghi periodi.

Bahrein, Omán, Qatar, Cina, Corea del Sud, Kuwait, Malesia, India, Svezia, Libia, Brasile, Russia ed Ucraina hanno comprato terre in Africa. Nel 2008 l’Arabia Saudita ha concordato con il governo della Tanzania l’affitto di 500.000 ettari per la produzione di riso e frumento, imprenditori del Kuwait hanno affittato terreni in Cambogia e il governo del Qatar ha creato una società agricola in Sudan insieme ai cittadini del luogo. Nello stesso anno, il Ghana, l’Etiopia, il Mali ed il Kenia hanno concesso loro in locazione milioni di ettari per la produzione agricola o di biocarburanti. In Sud America sono state vendute decine di migliaia di ettari in Argentina, Uruguay e Paraguay. Associazioni indiane stanno comprando intere piantagioni di palma da olio indonesiane e cercano in Uruguay, Paraguay e Brasile terre per coltivare lenticchie e soia.

Secondo l’Istituto Internazionale di Ricerca sulle Politiche Alimentari che ha sede a Washington DC, nei paesi poveri di Africa, Cambogia, Pakistan e Filippine sono stati ceduti tra i 15 e i 20 milioni di ettari di terreni coltivabili. Per quanto riguarda il denaro utilizzato non c’è chiarezza alcuna ma per avere un’idea è sufficiente pensare che in cinque paesi subsahariani, per la vendita o l’affitto di 2,5 milioni di ettari di terreno, negli ultimi anni sono stati spesi 920 miliardi di dollari.

Solo un sistema predatore di essere umani e di terre, insieme ai governi locali indifferenti al futuro delle loro popolazioni, può concepire l’idea che persone denutrite possano essere private delle loro terre a favore di paesi ricchi in cui l’obesità rappresenta un grave problema di salute.

La macchina di propaganda giustifica tale conquista coloniale affermando che si tratta di un’azione conveniente per entrambe le parti perché i paesi ricchi apportano tecnologie, capitale, affari e conoscenze. Nascondono che il problema della fame è cronico e, senza ombra di dubbio, nessuno ha mai apportato alcun contributo. Si parla anche del libero commercio, della necessità di concorrenza per sradicare i produttori inefficienti. Principi che non possono essere considerati validi nell’economia dei paesi industrializzati che sovvenzionano i propri agricoltori portando alla rovina quelli dei paesi più poveri.

In realtà gli investitori stranieri sanno perfettamente di pregiudicare gravemente gli sfruttati di sempre. Provocano danni alla terra con le coltivazioni intensive che rompono i ritmi naturali, esauriscono le riserve d’acqua sotterranee, inquinano con prodotti chimici. Sanno che i coltivatori locali saranno allontanati, che si truffano i piccoli proprietari con il pagamento delle loro terre, che le loro coltivazioni di biocarburanti significano minor quantità di prodotti locali e prezzi irraggiungibili. Sanno che il cambiamento di proprietà e l’occupazione hanno aumentato il tasso di suicidio degli agricoltori in paesi come Sri Lanka, Cina e Corea del Sud. In India tra il 1997 al 2007 si sono tolte la vita 182.936 persone. Non conosciamo la cifra in Africa.

I capitalisti si sono impadroniti del mondo. Il loro modo violento di farlo viene condannato ma le loro subdole tecniche di conquista attraverso l’acquisto della natura (petrolio, coltan, diamanti, rame, ferro)…sì, anche se significa privarci del nostro futuro.

La risposta popolare a tale privazione è indispensabile. Quando il Madagascar raggiunse l’accordo con la Daewoo Logistics per la concessione di 1,3 milioni di ettari di terreno per 99 anni e consentì la coltivazione ed esportazione di mais e di olio di palma alla Corea del Sud per 6 mila miliardi di dollari, gli agricoltori impedirono l’operazione fecendo cadere il governo.

L’Associazione degli Agricoltori Asiatici e la Lega Internazionale Panasiatica degli Agricoltori hanno realizzato, in dieci paesi del continente, una campagna il cui motto è: “fermiamo l’occupazione della terra! Lottiamo per una vera riforma agraria e per la sovranità alimentare dei popoli”.

E’ necessario conoscere il presente e i pericoli del futuro per intraprendere attraverso la lotta, l’unica via d’uscita possibile: il socialismo post capitalista solidale, sostenibile, programmato, di decrescita dei paesi industrializzati.

Nota: [1] Vedi Ama Binev http://www.rebelion.org/noticia.php?id=94638

Titolo originale: “Los grandes capitalistas a la conquista de tierras de cultivo de países pobres”

Fonte: http://www.argenpress.info/
Link
02.03.2009

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di SILVIA DAMMACCO

Scorie a perdere

Fonte: Scorie a perdere.

Questa è una storia particolare. Questa è una storia di uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà, come diceva Leonardo Sciascia. Questa è una storia di nebbie. Nebbie che avvolgono tutto. Avvolgono uomini che scavano nella verità e avvolgono uomini che quella verità tentano di occultarla. Ed avvolgono navi.

Per iniziare questa storia partiamo dalla provincia del Guangdong, Cina. Ogni anno 150 milioni di televisori, lavatrici, frigoriferi ed altra immondizia “tecnologicamente avanzata” viene portata in queste terre, note non certo per la ferrea normativa ambientale. Più del 90% di questi rifiuti però non viene portato in qualche azienda per il riutilizzo o per il definitivo smaltimento. Finisce invece nei garage delle abitazioni, in strada, negli orti e viene trattato senza la minima precauzione. Da dove viene quell’immondizia? Alcuni di quei rottami… partono da Aiello del Friuli, Udine, dove confluiscono i rottami di ditte friulane, liguri, venete e lombarde allocate in un sito di stoccaggio non autorizzato e dove arriva quello stesso materiale di scarto che le “grandi ditte” del Nord (quelle che portano sulle loro spalle – a detta loro – il peso economico dell’azienda Italia) spesso imbarcano su carrette del mare per mandarle in qualche altra zona lontana dall’aura di magnificenza con la quale vengono dipinti dai nostri quotidiani. Le mandano così lontane che spesso queste carrette si perdono nel mar Tirreno. Italia.

Cetraro (Cosenza) – Un mezzo telecomandato sottomarino messo a disposizione dalla Regione Calabria ha ritrovato a 500 metri di profondità nel mare antistante le coste cosentine il relitto di una nave. Cosa che di per sé non dovrebbe destare dubbi o far porre troppe domande, tant’è vero che la notizia è passata praticamente inosservata sui media del circuito mainstream. Ma una nave dai cui oblò si vedono due scheletri (o almeno questo è quel che sembra vedersi…) e dalla quale si potrebbero prelevare ben 120 fusti pieni di materiale non identificato si può considerare “normalità”?
Cosa contengano quei fusti è irrilevante ai fini ambientali. Che contengano vernici, solventi, acidi o materiale di altro tipo la cosa certa è che quel materiale non fa bene alle nostre acque, visto che dai rilevamenti effettuati in passato sono stati accertati eccessivi livelli di piombo. La prua della Cunski, questo il nome della motonave affondata, è squarciata. Che qualcuno abbia voluto portar via quei fusti prima che potessero essere ritrovati? Cosa contenevano di tanto “importante” da avere tutta questa premura di portarsi dietro 120 fusti non certo occultabili in un paio di tasche?
E, cosa forse anche più importante: quante altre “Cunski” ci sono disseminate nei nostri mari?

A quest’ultima domanda stava tentando di rispondere il Capitano di vascello Natale De Grazia, 39 anni, una di quelle persone che la divisa che indossano la onorano sul serio. In quel periodo (siamo nel 1995) faceva il consulente tecnico del pm Francesco Neri. De Grazia stava indagando non solo – e forse non tanto – sugli affondamenti. Ma sulle rotte; quelle stesse rotte che lo avevano portato a girare in lungo e in largo l’Italia e l’Africa. Seguendo una di quelle rotte aveva scoperto un cimitero ambulante che partendo dal Nord Italia – nell’area dei c.d. “porti delle nebbie” come La Spezia e Livorno – finiva nei mari del sud o, più facilmente, lungo le coste africane. Conoscere certe cose però, in un paese che convive ed accetta i fenomeni mafiosi, può portarti a fare conoscenze indesiderate. O può portarti alla morte com’è successo a De Grazia, stroncato da un infarto il 13 dicembre del 1995 mentre da Amantea – dove si era recato per indagare sullo spiaggiamento della “Jolly Rosso”- si stava dirigendo proprio al porto di La Spezia. Si dice che ad Amantea abbia parlato con qualcuno, ma non esistono riscontri (verbali e quant’altro…) che ne possano dare l’ufficialità. Con chi ha parlato il Capitano De Grazia? Cosa gli ha detto di tanto “importante” da non permettere che quella storia fosse conosciuta da tutti? Perché il Capitano a La Spezia non ci arriverà mai. Colto da infarto o da avvelenamento? Anche questa – per ora – rimane una domanda avvolta nella nebbia, in quanto i risultati dell’autopsia fatta sul cadavere non confermerebbero l’infarto.

Se il capitano avesse potuto portare a termine le indagini, probabilmente si sarebbe imbattuto in personaggi particolari. Degni delle migliori storie di spie e controspionaggi. Come Giorgio Comerio. Di mestiere fa l’imprenditore. Settore antenne ed apparecchiature di indagine geognostica. Insomma: uno che spesso aveva a che fare con affondamenti e carichi “particolari”. Come particolari erano le sue frequentazioni, che andavano dai servizi argentini ed iracheni fino a trafficanti di armi o ad alcuni clan della costa jonica, come si evince dai libri contabili dell’azienda di cui era titolare: la O.d.m. (acronimo di Oceanic Disposal Management) con sede a Lugano che dal proprio sito internet offriva i suoi servigi di affondamento navi a chiunque ne avesse bisogno – una specie di mercenario dell’affondamento, insomma – sostenendo di non commettere reato (la Convenzione di Londra del 1972 vieta espressamente lo scarico di rifiuti radioattivi in mare) perché lui i rifiuti non li buttava “in” mare, ma “sotto” il mare in quanto – tramite l’utilizzo di una sorta di siluri d’acciaio – li spediva a 40-50 metri di profondità.

Molto prolifico per Comerio doveva essere il mercato africano, visti i frequenti contatti con i governi della Sierra Leone, del Sudafrica e con le milizie che in quegli anni lottavano in Somalia per definire chi tra Ali Mahdi e Aidid (appoggiato in un primo momento dagli U.S.A. che poi – come al solito – gli danno la caccia…) dovesse prendere il posto che fu di Siad Barre, una sorta di Gheddafi d’antan, considerato amico dell’Italia all’epoca del governo Craxi. Al governo somalo Comerio propone 5 milioni di $ per poter inabissare rifiuti radioattivi di fronte alla costa e 10.000€ di tangente al capo della fazione vincente dell’epoca (Ali Mahdi, appunto) per ogni missile inabissato. Pagamento estero su estero, ovviamente.

Come se non bastasse, in tutta questa storia c’è un giallo. Giallo come il colore della cartellina che è stata rinvenuta a casa dell’imprenditore identificata con il numero 31 ed intitolata “Somalia”. Uno potrà dire: magari ci saranno i resoconti e le carte dei suoi affari. Può anche essere. Ma che tra queste carte sia stato rinvenuto il certificato di morte di Ilaria Alpi dovrebbe quantomeno far riflettere. Interessanti poi sono anche gli appunti trovati a casa di un socio di Comerio, Gabriele Molaschi, nei quali vi sono annotati carri armati Leopard, Mig, mitragliatrici “Breda”, artiglieria pesante e leggera. Insomma, qualcuno aveva fatto la lista della spesa (probabilmente rappresentava il prezzo da pagare per lo sversamento davanti alle coste somale dei rifiuti radioattivi).

Questo dovrebbe far quantomeno riflettere, dicevo. Come dovrebbe far riflettere quello che è successo nei giorni in cui la giornalista del Tg3 e Miran Hrovatin – il suo operatore – venivano uccisi a Mogadiscio il 20 marzo del 1994. O sarebbe meglio dire venivano giustiziati. Spariscono tre block notes di appunti, sparisce l’agendina con i numeri telefonici e c’è una Commissione d’inchiesta – presieduta dall’onnipresente Carlo Taormina – che predilige una fantomatica pista “islamica”, tanto da arrivare a dire che l’uccisione dei due giornalisti sia da attribuire ad un rapimento finito male.

“1.400 miliardi di lire (che erano poi i soldi della cooperazione italiana, ndr): che fine ha fatto questa ingente mole di denaro?” Era questa la domanda che aveva spinto Ilaria Alpi a tornare di nuovo in quella terra che tanto amava: la Somalia. La stessa domanda che aveva posto al “sultano di Bosaaso” (al secolo Abdullahi Mussa Bogor, ex Ministro della Giustizia ai tempi di Siad Barre). «Stia attenta, signorina. Da noi, chi ha parlato del trasporto di armi, chi ha detto di aver visto qualcosa, poi è scomparso. In un modo o nell’altro, è morto» era stata la risposta.

Mai affermazione fu più profetica, verrebbe da dire guardando a questi 15 anni di depistaggi, imbrogli, verità parziali e verità fittizie. Quel che è certo, però, è che armi e tangenti erano i mezzi di pagamento per il disturbo dei rifiuti tossici nelle acque somale.
Ilaria Alpi era partita – anzi, ri-partita visto che era già il suo settimo od ottavo viaggio in Somalia – sulle tracce di una nave della compagnia Shifco, discussa società somala che spesso trasportava rifiuti tossici provenienti dalla Trisaia di Rotondella (MT) una sorta di immenso outlet (come nella scena iniziale di Canadian Bacon di Michael Moore) per chi aveva necessità “atomiche” come l’acquisto di uranio depleto, che ritrattato serve a costruire bombe. Mi chiedo quanto di questo uranio sia oggi tra quello con cui gli americani vorrebbero far costruire la bomba atomica all’Iran…

L’omicidio Alpi smuove un po’ la situazione, visto che dagli anni Novanta questo via vai sulla rotta dei rifiuti sembra quantomeno calmarsi. Quel che non si calma, invece, è lo sdegno della società civile.

Francesco Gangemi è sindaco di Reggio Calabria nel 1992 (anche se solo per tre settimane). Quel che interessa in questa sede, però, è il fatto che Gangemi sia anche direttore del mensile calabrese “Il Dibattito”, dalla linea spesso aggressiva verso politici e magistrati. Firma un’inchiesta a puntate dal titolo quanto mai eloquente: “Chi ha ucciso Ilaria Alpi?” che inizia così:

«Fin dai primi passi di questa mia lunga strada, che immagino irta di ostacoli e contraccolpi, voglio informare i nostri lettori e le autorità che eventuali rappresaglie che dovessi subire non sarebbero certo riconducibili alla ‘ndrangheta o ad altre organizzazioni criminali, ma ai servizi segreti deviati e assoggettati a taluni magistrati inadempienti ai loro doveri d’uffico e al governo, che rimane il fulcro delle operazioni sporche che stanno inginocchiando l’umanità intera a fronte di vantaggi di varia natura».

Questa è una storia di nebbie.
Nebbie che avvolgono cose, avvolgono luoghi e persone.
Come le nebbie che avvolgono un altro dei grandi misteri d’Italia.
Il 27 giugno 1980 un Douglas DC-9 appartenente alla compagnia aerea Itavia si squarcia in volo, nel cielo tra le isole di Ustica e Ponza. E’ questo il “mistero di Ustica”. Ma c’è un mistero anche più “misterioso” che succede quella notte. Il 18 luglio, infatti, sui monti della Sila (Calabria) viene trovato un Mig 23 libico abbattuto la notte della strage di Ustica. Il maresciallo Mario Alberto Dettori, radarista della base di Poggio Ballone (Grosseto) confessa alla moglie: «Quella notte è successo un casino, per poco non scoppia la guerra». Dettori morirà suicida nel marzo dell”87, ossessionato da una scritta che – dice – non lo abbandona mai: “il silenzio è d’oro e uccide”. Cos’è successo “quella notte” di così grave da aver sfiorato una guerra?

Una delle tesi più accreditate – e ritenute più verosimili persino dagli “esperti”- è che il Dc9 sia stato “buttato giù” da missili americani, i quali evidentemente non accettavano che il centro Enea di Rotondella fosse un “outlet aperto a tutti”, in particolare a paesi allora nemici come la Libia. Nel marzo del 1993, ad avvalorare questa tesi ci pensa Alexj Pavlov, ex colonnello del KGB il quale sostiene che il Dc9 fu abbattuto da missili americani, i sovietici videro tutto dalla base militare segreta in Libia, ma furono costretti a non rivelare quanto sapevano per non scoprire il loro punto di osservazione. Quella notte furono fatte allontanare tutte le unità sovietiche della zona perché si sapeva che ci sarebbe stata un’esercitazione a fuoco delle forze americane. Se lo sapevano i sovietici, come mai noi non ne eravamo a conoscenza? O forse lo sapevamo e – volutamente – abbiamo deciso di lasciare andare il Dc9 che, dunque, più che un aereo quella notte fu utilizzato come “tiro a segno” per i caccia americani?

Il fenomeno dello smaltimento dei rifiuti tossici è uno di quelli sui quali chi riesce a metterci le mani prende la tanto agognata “galline dalle uova d’oro”. Per capire la grandezza di questo fenomeno basti pensare che la quantità di rifiuti da smaltire prodotti nel nostro paese crea per le organizzazioni criminali (in questo caso Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Camorra non si fanno certo la guerra…) un giro d’affari tra i 1.000 ed i 3.000 miliardi circa di euro annui. E in queste cifre è presente solo il 15% dei rifiuti da smaltire, cioè la quantità che viene smaltita legalmente.

C’è poi un altro mistero nella faccenda delle navi a perdere.
Il 20 Giugno 1991 sulla Gazzetta del Sud compare questo articolo a firma Gaetano Vena: “Quasi completata l’operazione di demolizione della Rosso. Nessun materiale nocivo rinvenuto all’interno dei container che trasportava la nave della società Ignazio Messina S.p.A. di Genova che proveniente da Malta e diretta a La Spezia si arenò il 14 dicembre 1990 per una violenta tempesta di mare”. La “Jolly Rosso” (chiamata così perché riportò in Italia le diossine di Seveso sparse per il globo e in attesa di smaltimento…) stava tornando da Beirut, dove aveva caricato 2.200 tonnellate di rifiuti tossici da trasportare in Italia, al porto di La Spezia. C’è però una particolarità in questa storia, e i “vecchi lupi di mare” me ne daranno probabilmente ragione. Dopo questo viaggio, infatti, la Jolly Rosso diventa semplicemente la “Rosso”. E cambiare il nome di un’imbarcazione è considerato un elemento foriero di cattiva sorte (come poi succederà di lì a poco…) Quando la “Rosso” affonda, viene chiamata per il ripescaggio una società olandese, la Smit Tak: una delle società più competenti nel recupero navi e salvataggi marini. Passano 17 giorni, poi la S.T. rescinde il contratto con tanti saluti ed abbandona l’affare. Incompetenza? Non sembra, visto che la stessa Smit Tak si è occupata del recupero del Kursk, il sottomarino nucleare russo affondato nel mare di Barents balzato agli onori della cronaca qualche anno fa. Gli inquirenti sono incuriositi da due aspetti di questa società:
Così come oggi, anche agli inizi degli anni ‘90 la Smit Tak era un’impresa molto grossa, forse la più grande a livello internazionale, forse troppo grossa per un affare da poco come il recupero di una imbarcazione tutto sommato piccola come la “Rosso”; e poi è nota principalmente per il ramo di società legato alla bonifica di incidenti che hanno a che fare con materiale radioattivo.

Ad un giorno dallo spiaggiamento, a bordo del relitto della Rosso si presentano agenti dei servizi segreti che rinvengono documenti siglati O.d.m. (la società di Comerio che abbiamo visto in precedenza…). Una volta visionati, i documenti vengono restituiti alla Messina S.p.A. Perché i documenti vengono restituiti? Non servono forse come “prova” in un’eventuale indagine sui motivi che hanno portato allo spiaggiamento della Rosso? E perché questi uomini si presentano lì e – apparentemente senza alcuna autorità e senza che nessuno vi si opponga – rinvengono tali documenti, magari anche trafugando quelli che potevano essere “sconvenienti”? E per quale motivo si smuovono i servizi segreti se – ufficialmente – la Rosso trasportava “sostanze alimentari e generi di consumo”?

Servizi segreti deviati, organizzazioni criminali, l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin e la strage di Ustica. Cosa c’è davvero dietro all’affondamento della Cunski e delle altre “navi a perdere”? E soprattutto chi?

Blog di Beppe Grillo – Mal d’Africa

Blog di Beppe Grillo – Mal d’Africa.

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In dieci anni nel sistema bancario mondiale tutto è cambiato. Tranne l’Africa. Nel 1999 dominavano le banche americane e inglesi. Quattro nei primi quattro posti per capitalizzazione. Le banche americane valevano in borsa circa la metà delle banche esistenti.

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Oggi al primo, secondo e terzo posto vi sono banche cinesi: Industrial & Commercial Bank of China, China Construction Bank e Bank of China. Le banche statunitensi e inglesi hanno perso due terzi del loro valore. Sono nati nuovi poli bancari, prima quasi inesistenti: il Brasile, il Canada, la Russia. l’India, l’Australia. Le banche si sono espanse in ogni continente (tranne uno), da fenomeno in prevalenza occidentale e anglosassone a una distribuzione planetaria.

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Il capitale è arrivato ovunque, ma non in Africa. Un continente senza capitali e con enormi risorse. Chi ha il capitale compra le risorse, ma chi le vende rimane senza capitale e senza risorse. Dov’è il trucco? L’Africa ha subito il colonialismo, poi lo sfruttamento delle sue materie prime e oggi l’esproprio del suo territorio. La Corea e la Cina fanno shopping di immensi terreni agricoli africani, equivalenti a Stati europei. Il governo del Madagascar è saltato dopo una tentata vendita di parte del suo territorio alla Daewoo.
I soldi non si mangiano. sono un bene immateriale, metafisico, che si può creare dal nulla. Il denaro si crea, le risorse si distruggono e l’Africa è un bene di consumo. Si ipotizza che il 30% delle riserve minerarie e metallifere del pianeta siano in Africa. Se fino ad ora dal continente africano sono stati depredati oro, diamanti, uranio, manganese, nichel e cobalto, in futuro si prenderanno mais, soia, grano per sfamare il mondo e lasciar morire di fame gli africani. Si compra la terra o la si affitta grazie a un governo corrotto, gli indigeni la lavorano, gli stranieri mangiano i suo i prodotti. Chi ha la terra e l’acqua vivrà solo se ci sarà una banca nazionale nei paraggi. Il capitale non si può mangiare ma è ottimo per affamare il prossimo.
Alle frontiere non è più necessario schierare gli eserciti, basta la capitalizzazione delle banche nazionali. Per combattere la guerra mondiale i titoli tossici di esportazione valgono più delle bombe atomiche. Li immetti nelle banche estere e lo Stato fallisce come è successo in Islanda, come sta per succedere in Ucraina. Solo il capitale può difenderci dal capitale in un sistema capitalista. Forse è il caso di cambiare sistema. In Italia mangeremo cemento, stiamo distruggendo la nostra agricoltura. in compenso non abbiamo capitali, ma debiti. Moriremo di fame, ma con le centrali nucleari, il Ponte di Messina e una stanza in più. Vuoi mettere la soddisfazione?

> Immagini di confronto concentrazione bancaria 1999-2009 dal Financial Times.

Ps. Giovedì 26 Marzo ci sarò l’inaugurazione dell’ inceneritore di Acerra alla presenza del premier Silvio Berlusconi. I movimenti campani in difesa dell’ambiente e del territorio effettueranno un presidio in Piazza Castello ad Acerra a partire dalle ore 9.00.