Archivi tag: agricoltura

ComeDonChisciotte – APOCALISSE AGRICOLA 2010

Fonte: ComeDonChisciotte – APOCALISSE AGRICOLA 2010.

DI DWAYNE ANDREAS
Agriculture News

Il business del cibo è di gran lunga il business più importante del mondo. Tutto il resto è un lusso. Il cibo è ciò di cui hai bisogno per mantenerti in vita ogni giorno.

Quando una gran parte della popolazione affronta un drastico taglio dei redditi a dispetto dell’aumento dei prezzi del cibo abbiamo in atto un problema catastrofico. Abbiamo a che fare, oggi, con due situazioni in contemporanea: la deflazione dei redditi e l’inflazione del cibo; due treni ad alta velocità che viaggiano lungo i binari l’uno verso l’altro, una crisi finanziaria che si scontra con le perdite sbalorditive del raccolto, che incide pesantemente le riserve di cibo disponibili nel pianeta. I prezzi del cibo hanno ricominciato a salire di nuovo, proprio mentre milioni stanno perdendo la possibilità di permettersi una dieta ragionevole, sebbene poco di tutto ciò sia stato osservato e riportato. Ma presto anche il cieco comincerà a vedere.

Dal grano al greggio, i prezzi di una vasta gamma di beni sono in crescita in tutto il mondo. Negli ultimi mesi, i prezzi del cibo di tutto il mondo sono cresciuti a una velocità che può competere con i mesi più selvaggi del 2008, quando i disordini a causa del cibo esplosero tra i Paesi in via di sviluppo. 9 Gennaio, Wall Street Journal

Il freddo sta ancora congelando le arance della Florida. La temperatura a Miami è precipitata a 2°C, battendo il record di 3°C raggiunto nel 1938. I funzionari dicono che centinaia di milioni di dollari di cibo sono periti. Gli ortaggi sono stati quelli colpiti più duramente. Almeno un importante coltivatore di pomodori, Ag-Mart Produce, ha già dichiarato che la maggior parte delle sue coltivazioni in Florida sono “inutilizzabili a causa del gelo”. E’ stato previsto che altre aziende a coltivazione di ortaggi perderanno il loro intero raccolto, e i prezzi all’ingrosso sono già saliti. “I pomodori erano scesi a 14 dollari per ogni cassetta da 11kg ca.; ora sono saliti oltre i 20 dollari”, ha dichiarato Gene McAvoy, un esperto in agricoltura dell’Università della Florida, che ha previsto 100 milioni di dollari di perdita in ortaggi. “I peperoni che subito dopo il nuovo anno erano a 8 dollari a cassetta ora sono saliti a 18 dollari”.

Lo zucchero raffinato, a Londra, ha raggiunto il suo prezzo più alto da almeno due decenni in base all’ipotesi che India, Pakistan e altri paesi importatori acquisteranno più dolcificante come minaccia di una carenza di offerta. Le piogge eccessive n Brasile e il debole monsone in India hanno colpito il raccolto di zucchero di canna dei due più grandi coltivatori al mondo. 20 Gennaio 2010.

Il mondo sta affrontando “questa morte di fame di massa” in seguito al successivo maggior fallimento del raccolto nel Nord America. E potrebbe succedere prima della fine dell’anno. Così dice Don Coxe da Chicago, uno dei massimi esperti al mondo di prodotti agricoli, tale che il rinomato gruppo finanziario BMO del Canada ha dato il suo nome a un fondo. Un fallimento del raccolto in Nord America avrebbe terribili conseguenze sui maggiori mercati d’oltreoceano che sono altamente dipendenti dalle importazioni dei raccolti statunitensi.

“Gli scienziati in Inghilterra stanno mettendo in guardia in quanto una ‘tempesta perfetta’ di scarsità di cibo e acqua minacci, ora, di scatenare malcontento e conflitti”, ha avvisato il capo dei consulenti scientifici del governo, il professor John Beddington [1]. “Le persone non riescono a rendersi conto dell’entità del problema”, ha detto il professor Mike Bevan. “Questo è uno dei più seri problemi che la scienza abbia mai affrontato”. In Gran Bretagna le vite di centinaia di migliaia di persone saranno minacciate dalla scarsità di cibo. Le ripercussioni di questa scarsità, per tutte le società, sono devastanti. Il mondo è di fronte a una “morte di fame di massa” in seguito a un ulteriore fallimento del raccolto negli Stati Uniti e in altri luoghi del globo. Secondo Don Coxe, uno dei massimi esperti al mondo di prodotti agricoli, tale che il rinomato gruppo finanziario BMO del Canada ha dato il suo nome a un fondo, questo incredibile fatto potrebbe succedere prima della fine dell’anno.

Siamo di fronte a un problema che, letteralmente, non è mai stato affrontato nella storia umana. La popolazione in aumento e la domanda di cibo, l’inflazione dei prezzi, la diminuzione delle riserve di cibo mondiali, siccità, allagamenti, freddo, crediti ridotti, infestazioni, erosione del suolo, agricoltura industriale, l’inquinamento delle imprese agricole, falde acquifere/pozzi che si seccano, il trasferimento dei prodotti per la produzione di energia stanno tutti portando a sbattere contro una crisi economica e finanziaria globale. E in alcuni luoghi come gli Stati Uniti non ci sono sufficienti agricoltori. In cima a tutto, poi, abbiamo la desertificazione, una delle questioni ambientali più urgenti al momento. I nuovi deserti stanno crescendo a un ritmo di 20000 miglia quadrate (51800 km quadrati) all’anno. La desertificazione porta alla carestia, alla morte per fame e alle migrazioni.

Secondo Eric de Carbonnel “ci sono delle prove schiaccianti e innegabili che il mondo il prossimo anno rimarrà senza cibo. La Crisi del Cibo del 2010 sarà diversa. E’ la crisi che renderà lo scenario da giorno del giudizio reale. All’inizio del 2009, la domanda e l’offerta nei mercati agricoli si sono gravemente sbilanciate. Il mondo ha sperimentato una caduta catastrofica nella produzione di cibo come risultato della crisi finanziaria (prezzi bassi dei beni, mancanza di credito) e un tempo avverso a livello mondiale. Di norma i prezzi del cibo sarebbero dovuti salire già mesi fa, comportando un abbassamento del consumo di cibo e portando la situazione di domanda/offerta di nuovo in equilibrio. Questo non è mai successo perché il ministero dell’agricoltura degli Stati Uniti (USDA) invece di adattare le stime di produzione più in basso per rispecchiare la diminuzione della produzione stessa, ha modificato le stime di modo da alzarle per andare incontro alla domanda della Cina. In questo modo, il ministero ha riportato la domanda/offerta in equilibrio (sulla carta) e ha temporaneamente ritardato l’aumento dei prezzi del cibo assicurando però una catastrofe per il 2010” [2].

Secondo il ministero dell’agricoltura degli Stati Uniti gli agricoltori statunitensi, nel 2009, hanno avuto il più grande raccolto di grano e semi di soia. E c’è gente che pensa che chiunque creda ai dati del governo su tutto ciò che concerne l’economia o altro sia un deficiente totale.

Sono veramente poche le persone negli Stati Uniti che hanno preso in seria considerazione la questione della sicurezza del cibo. Questo articolo dovrebbe convincere la gente che è ora di agire. Per la maggior parte noi non ci rendiamo conto del problema, ma se guardiamo attentamente alle notizie “nascoste” vediamo un presagio chiaro di una crisi inimmaginabile che si abbatterà su di noi già quest’anno.

“Nel 2009 più di 2.1 milioni di ettari di cereali sono stati distrutti dalla siccità in Russia”, ha dichiarato Yelena Skynnik, ministro dell’agricoltura. Un totale di 616000 ettari sono stati distrutti nella regione, il 70% della quantità totale coltivata. [3]

“Il mondo è beatamente inconsapevole che solo pochi mesi ci separano dalla più grande crisi economica, finanziaria e politica. Basta solo un minimo di ricerca per rendersi conto che qualcosa nel mercato agricolo sta per andare seriamente storto. Tutto quello di cui uno ha bisogno per sapere che il mondo è diretto verso una crisi del cibo è che smetta di leggere i rapporti sui raccolti del ministero dell’agricoltura che prevede un raccolto di soia e grano da record e cominci ad ascoltare cos’altro invece il ministero sta dicendo. In modo più specifico, il ministero ha dichiarato che metà delle contee del Midwest sono le principali aree del disastro, includendo altre 274 contee solo negli ultimi 30 giorni. Queste nomine sono basate su dei criteri di perdita di un 30% minimo sul valore di almeno un raccolto nella contea”, ha continuato Carbonnel.

NOTE

[1] http://www.guardian.co.uk/science/2009/dec/13/britain-faces-food-shortage

[2] http://www.marketskeptics.com/2009/12/2010-food-crisis-for-dummies.html

[3] http://www.kyivpost.com/news/world/detail/44653/

Titolo originale: “Agricultural Apocalypse 2010 “

Fonte: http://agriculture.imva.info/
Link
29.03.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di MARICA ROBIBARO

ComeDonChisciotte – TATTICHE E STRATEGIE DEL WTO

Fonte: ComeDonChisciotte – TATTICHE E STRATEGIE DEL WTO.

DI UMBERTO MAZZEI
globalresearch.ca

Il WTO (o OMC, Organizzazione mondiale per il commercio) è un forum multilaterale importante perché tenta di negoziare il futuro. Lo scopo non dichiarato della creazione del WTO era perpetuare, attraverso accordi internazionali, il modello di squilibri commerciali dell’economia internazionale. Lo stratagemma consiste nel convocare un forum per negoziare un emendamento fondato su principi di equità. La tattica consiste nello sfiancare la resistenza mediante un’immobilità evidentemente ripetitiva. Di conseguenza, il Doha Round, definito “ciclo dello sviluppo” e volto alla graduale eliminazione dei sussidi agricoli – che sono aumentati – ora riguarda solo la liberalizzazione del mercato, mentre la parola “sviluppo” è totalmente scomparsa.

L’ironia dei negoziati sta nel fatto che tutti i Paesi rivendicano il perseguimento di una maggiore apertura dei mercati mentre chiedono “flessibilità” per tenere chiuso il proprio.

I Paesi sviluppati – quelli che traggono i maggiori vantaggi dagli attuali squilibri – non vogliono rinunciare a nulla di tangibile, ma continuano a richiedere un maggiore spazio per i propri prodotti industriali (NAMA) e per l’esportazione dei propri prodotti agricoli sovvenzionati. Questo chiedere senza dare ha dato origine ad un’escalation, un imbroglio tecnico di complessità tale da non poter essere gestito dai Paesi che non dispongono del supporto di team specialistici. Il logoramento della resistenza è visibile; questioni che in passato erano state respinte con decisione dai Paesi in via di sviluppo sono ora nei testi negoziali. La retorica degli accordi “win-win” è svanita, lasciando spazio solamente alla volgare ambizione di vincere a spese altrui.

Gli obiettivi della negoziazione

C’è molta retorica, ma il fine originale e segreto delle negoziazioni è aprire i mercati alla produzione e al marketing dei cartelli internazionali. I cartelli non hanno Stato, ma controllano i governi dei Paesi sviluppati che parlano a loro nome; se avete dei dubbi, date un’occhiata alla gestione della crisi finanziaria. Il controllo dei cartelli internazionali incontra resistenze politiche in alcuni Paesi in via di sviluppo, nei quali il sostentamento delle industrie e di gran parte della popolazione dipende dall’agricoltura. Questo è il caso, con diverse sfumature, di Argentina, Brasile, Cina, India e Sudafrica.

L’agricoltura è essenziale alla sovranità politica, come sanno tutti coloro che hanno sofferto o soffrono – come Gaza e Cuba – fame e privazioni dovute a blocchi che sono atti di guerra genocida. Questa è la ragione per cui l’asse della negoziazione è costituito dai beni agricoli. Nel commercio agricolo c’è un’evidente iniquità e il problema principale è rappresentato dalle distorsioni di prezzo dovute alle sovvenzioni all’agricoltura, che in realtà finiscono più agli intermediari che ai produttori.

Per ragioni geografiche e per l’abbondanza di manodopera, i Paesi tropicali e subtropicali dovrebbero essere i principali esportatori di prodotti agricoli. L’Europa e l’America non sono efficienti nella produzione agricola, ma la sovvenzionano, e la proteggono elevando le tariffe. Fino a qui, si tratterebbe di una logica basata sui criteri della sovranità alimentare. Il fatto irrazionale è che l’Europa e l’America, grazie a tali sovvenzioni, sono i principali esportatori di prodotti agricoli con prezzi sottocosto nei Paesi in via di sviluppo: una pratica di dumping che sta rovinando i coltivatori e le economie locali.

Alcuni Paesi – Argentina, Australia, Brasile, Nuova Zelanda – sono molto efficienti e riescono ancora a competere ma con profitti inferiori, perché il mondo sviluppato abbassa i prezzi mondiali mediante le sovvenzioni. Ciò rende le sovvenzioni ai coltivatori uno strumento che previene la creazione di capitale nei Paesi agricoli. Queste pratiche sono etichettate come libera concorrenza, eliminazione degli handicap, o altri termini del gergo neoliberista.

Divide et Impera

Il “divide et impera” (dividi e conquista) è un principio romano, ma è ben messo in pratica dagli Anglosassoni e da altri colonialisti. La mappa dell’Africa mostra antiche comunità nazionali separate da linee artificiali che ora dobbiamo rispettare. L’America spagnola fu frammentata dal sostegno dato ai signori della guerra regionali. Gli Inglesi e i Brasiliani divisero Rio de la Plata tra Argentina, Uruguay [1] e Paraguay. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna incoraggiarono il separatismo nella Great Columbia e intervennero per atomizzare l’istmo centroamericano.

Nel WTO i Paesi in via di sviluppo hanno una maggioranza schiacciante e è dunque necessario dividerli. La prima divisione avvenne al di fuori del WTO, quando i cartelli internazionali ottennero tutto ciò che poterono attraverso gli accordi di libero mercato (FTA) che gli Stati Uniti e l’Europa firmarono con Paesi di cui controllavano le classi governanti. I negoziati WTO si limitano quindi a quei Paesi in via di sviluppo fuori del controllo USA ed europeo.

Al WTO, un efficace strumento di divisione è il principio del “trattamento speciale e differenziale”, una sorta di “pagami poi”. Sulla base di questo principio esistono distinzioni arbitrarie quali i “Paesi meno avanzati” (PMA) e le “piccole economie”, che sono esenti – per ora – dal fare concessioni e quindi dalle questioni da negoziare. Quando vediamo che le PMA sono ex-colonie ancora dipendenti e che il concetto di piccole economie fu promosso (con alla testa il Guatemala) da Paesi che avevano firmato FTA con gli USA, sappiamo chi c’è dietro. Ci sono divisioni che risultano dal processo negoziale. Esistono cinque gruppi di Paesi legati solo al commercio agricolo: il Gruppo di Cairns, il G-20, il G-33, il G-10 e l’ACP [2]. Il Gruppo di Cairns (Paesi agricoli efficienti) [3] richiede l’eliminazione di tutte le sovvenzioni e l’apertura dei mercati. Il G-20 chiede la stessa cosa, con qualche riserva. I G-33 (prodotti speciali e salvaguardie) è composto da 45 Paesi in via di sviluppo che difendono settori di sussistenza vulnerabili, ma solo 8 sono ancora attivi, perché a 37 è stato somministrato l’oppio delle piccole economie. I G-10 sono Paesi industriali (prodotti sensibili) che proteggono i propri settori agricoli strategici. I Paesi ACP difendono le loro preferenze agricole europee dall’erosione dovuta alla liberalizzazione del commercio.
Nel NAMA – “Non-agricultural Market Access” (prodotti industriali), il gruppo NAMA 11 è l’unico a sostenere il diritto di proteggere la propria industria domestica. Di questi 11 Paesi, solo Argentina e Sudafrica sono molto attivi. Il Brasile sta cedendo.

L’America Latina nel WTO

L’America Latina non è una forza nel WTO. Alle negoziazioni sull’agricoltura non ci sono gruppi come il GRULAC o la Comunità Andina o il MERCOSUR, che risaltino accanto al profilo del Gruppo Africano e del Gruppo ACP. L’immagine è caotica, e alcuni Paesi latinoamericani appartengono contemporaneamente a gruppi in conflitto. Vediamo la loro coerenza:

– Gruppo di Cairns: Colombia e Costa Rica appartengono solo a questo gruppo.
– G-20: L’Ecuador appartiene solo a questo gruppo.
– G-33: Honduras e Nicaragua appartengono solo a questo gruppo.
– Gruppo di Cairns e G-20: MERCOSUR e Cile sono in entrambi.
– G-20 e G-33: Venezuela e Cuba sono in entrambi.
– Gruppo di Cairns, G-20 e G-33: Bolivia e Guatemala sono in tutti e tre.
– Piccole economie: Qui troviamo tutto il Centro America ad eccezione di Costa Rica, gli interi Caraibi, Ecuador, Paraguay, Bolivia e… il Venezuela richiede un simile trattamento nel NAMA!

Le politiche negoziali sono evidentemente assenti quando un Paese, nonostante le contraddizioni, appartiene a tutti i gruppi di Paesi in via di sviluppo, come ad esempio il Guatemala. Il vantaggio può essere solo la possibilità di raccogliere un sacco di informazioni.

Ci sono alcune strutture latinoamericane che potrebbero essere più utili. Un esempio è l’ALADI perché beneficia della “clausola di abilitazione” del WTO [4]”. Il GRULAC ha politiche miste, ma ci sono forum in cui ha una posizione distintiva. Alla Commissione Codex Alimentarius, il GRULAC, in quanto Comitato Codex dell’America Latina e dei Caraibi, è riuscito a neutralizzare le iniziative europee volte all’introduzione di standard sanitari sfavorevoli alle esportazioni latinoamericane.

Un gruppo latinoamericano che inizia a dimostrare un coordinamento efficace è l’ALBA [5]. Qualche giorno fa, in occasione di una proposta indiana sulla riforma e sulla trasparenza del WTO che conteneva una pericolosa ambiguità in riferimento alla volontà multilaterale, il gruppo ALBA ha imposto una clausola che afferma la necessità dell’unanimità [6] nelle decisioni. Nella stampa statunitense stanno già comparendo editoriali critici rispetto al requisito dell’unanimità nel WTO…

Ragioni per rifiutare i testi proposti.

Il WTO si è concentrato su riduzione di tariffe, apertura dei servizi e protezione della proprietà intellettuale, invece che sulla diminuzione delle distorsioni economiche. Tali priorità hanno lo scopo di mantenere e peggiorare le distorsioni esistenti. Vedendo che i Paesi più colpiti dalla crisi finanziaria sono quelli maggiormente coinvolti nei mercati finanziari globali, è evidente che tale crisi ha mostrato i pericoli posti da rapide liberalizzazioni e azioni di deregulation. La crisi ha anche evidenziato la vulnerabilità dei Paesi che dipendono dal mercato mondiale per i bisogni primari, come il cibo.

I leader dei G-20 tenutisi a Washington, Londra e Pittsburgh, sembrano impantanati in una foschia irreale e ripetono, come un mantra, che dobbiamo concludere il Doha Round entro il 2010. All’interno degli stessi Paesi esistono chiare linee politiche che si stanno muovendo in direzione opposta: le decisioni di Argentina, Cina e India di frenare le esportazioni agricole affinché gli alimenti siano a disposizione del consumo domestico; l‘inflessibilità della posizione negoziale degli USA e l’urgente priorità della sua agenda interna; la proliferazione di misure per stimolare le industrie domestiche e conservare l’occupazione. Tutti questi segnali non sono lì per caso.

Sembra che il direttore del WTO, Pascal Lamy, non ne sia consapevole, ma molti governi ritengono che una crisi generalizzata e di durata incerta non sia il momento migliore per rinunciare agli elementari strumenti di politica economica. I più recalcitranti nelle negoziazioni sono stati, di certo, i grandi giocatori del mondo sviluppato. È assurdo cercare accordi multilaterali statici mentre le dinamiche globali suggeriscono importanti cambiamenti internazionali.

I Paesi in via di sviluppo che controllano le proprie politiche nazionali dispongono di una valida opzione di crescita in termini di sviluppo regionale e domestico, mentre attendono mutamenti geopolitici che renderanno il commercio internazionale uno scambio più equo, pagato in una valuta più solida.

Umberto Mazzei
Fonte: http://www.globalresearch.ca
Link: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=16065
13.11.2009

Traduzione per http://www.comedonchisciottre.org a cura di ORIANA BONAN

Note

1. L’Uruguay rappresenta un caso curioso. Non dichiarò l’indipendenza dalla Spagna come gli altri Paesi ispanoamericani. Esso dichiarò l’indipendenza dal Brasile che lo invase nel 1816 mentre era governato dal principe ereditario portoghese.
2. Ex colonie europee in Africa, nei Caraibi e nel Pacifico; comprende Cuba e la Repubblica Dominicana.
3. Argentina, Australia, Bolivia, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Filippine, Guatemala, Indonesia, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Tailandia; in totale erano 16. Il Pakistan ha aderito di recente.
4. Decisione del GATT del 28/11/1979 (doc. GATT L/4903), che esenta da compensazione ogni trattamento tariffario preferenziale tra Paesi Membri in via di sviluppo.
5. ALBA è un gruppo di Paesi in via di sviluppo composto da Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Cuba, Dominica, Saint Vincent e Grenadine, Antigua & Barbuda e Honduras.
6. Significa che non c’è opposizione. È una regola fondamentale per il rispetto della volontà sovrana nell’ambito delle coalizioni tra Paesi. L’opposizione deve essere formale perché nel WTO il silenzio è considerato assenso. Unanimità significa che un solo voto contrario può fermare l’approvazione.

ComeDonChisciotte – PERCHÉ LA FAME DEVE ESSERE ANCORA COSÌ INCALZANTE NEL XXI SECOLO?

ComeDonChisciotte – PERCHÉ LA FAME DEVE ESSERE ANCORA COSÌ INCALZANTE NEL XXI SECOLO?.

DI ÉRIC TOUSSAINT E DAMIEN MILLET
Réseau Voltaire

Mentre i paesi ricchi si preoccupano delle conseguenze della crisi finanziaria, la fame continua indisturbata a mietere vittime nei paesi poveri. Gli obiettivi di sviluppo del millennio programmati dall’ONU dovevano sconfiggerla, ma in realtà, la carestia progredisce.

Le cause di questo dramma vanno cercate nelle politiche pubbliche ispirate dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dalla Banca Mondiale, nella speculazione e, ovviamente, nel fenomeno del debito, fanno notare Damien Millet e Éric Toussaint del CADTM (Comité pour l’Annulation de la Dette du Tiers Monde).

Come giustificare che ci si debba ancora confrontare con la problematica della fame nel 21esimo secolo? Al mondo, un abitante su sette soffre costantemente di fame.

Le cause sono conosciute: la profonda ingiustizia nella distribuzione delle ricchezze e il possesso delle terre coltivabili da parte di una piccola minoranza di grandi proprietari. Secondo la FAO[1], 963 milioni di persone hanno sofferto la fame nel 2008. Paradossalmente, queste persone, dal punto di vista strutturale, appartengono alla popolazione rurale. Sono per la maggior parte contadini che non posseggono la terra che lavorano, o non ne hanno abbastanza, o ancora non hanno accesso ai mezzi necessari per valorizzarla.

Quali le ragioni della crisi alimentare del 2007-2008?

Va sottolineato il fatto che durante il biennio 2007-2008 il numero delle persone che soffrono la fame è aumentato di 140 milioni. Questo netto aumento è dovuto all’impennata improvvisa dei prezzi dei prodotti alimentari[2]. In molti paesi, questo aumento nei prezzi al dettaglio degli alimenti si aggira intorno al 50%, a volte più.

A cosa è dovuto un tale aumento? Per rispondere a questa domanda, è necessario comprendere cosa sia successo durante gli ultimi tre anni e, in seguito, pensare e attuare politiche alternative adeguate.

Da una parte, i governi del nord del mondo hanno aumentato i loro aiuti e le loro sovvenzioni per gli agro-carburanti (chiamati a torto “biocarburanti”, quando non hanno assolutamente niente di biologico). All’improvviso, è diventato redditizio sostituire le colture alimentari con delle colture foraggiere e oleaginose, o convertire una parte della produzione di grano (mais, frumento…) in produzione di agro-carburanti.

D’altro canto, dopo lo scoppio della bolla immobiliare negli Stati Uniti (poi nel resto del mondo, di riflesso), la speculazione dei grandi investitori si è spostata verso i mercati della borsa in cui si negoziano i contratti delle derrate alimentari (principalmente tre borse statunitensi specializzate nella contrattazione a termine del grano: Chicago, Kansas City e Minneapolis). Ecco perché è così urgente che i cittadini agiscano in via legale per vietare la speculazione sugli alimenti…Anche se la speculazione al rialzo è finita verso la metà del 2008, e i prezzi sui mercati a termine siano di conseguenza scesi clamorosamente, i prezzi al dettaglio non hanno subito gli stessi andamenti. La schiacciante maggioranza della popolazione mondiale dispone di redditi molto bassi e subisce ancora oggi le conseguenze drammatiche dell’aumento del prezzo degli alimenti del biennio 2007-2008. Su scala mondiale si preannunciano, per il biennio 2008-2009, decine di milioni di licenziamenti, il che non fa che aggravare la situazione. Per contrastare tutto ciò, bisogna che le autorità pubbliche esercitino un controllo sui prezzi degli alimenti.

Attualmente, il cambiamento climatico non è la causa dell’aumento della fame nel mondo, ma questo fattore avrà certamente un ruolo chiave, in futuro, nella produzione agricola in certe parti del mondo. Se le zone temperate non subiranno troppo le conseguenze negative, le zone tropicali e subtropicali invece saranno particolarmente danneggiate.

È possibile sradicare la fame?

Estirpare la fame è assolutamente possibile. Le soluzioni fondamentali per raggiungere questo obiettivo vitale passano per una politica di sovranità alimentare e una riforma agraria. Il che implicherebbe nutrire la popolazione con le produzioni locali, limitando al massimo importazioni ed esportazioni.

La sovranità alimentare dovrebbe essere un punto chiave nelle decisioni politiche dei governi. Ci si dovrebbe basare su attività agricole a gestione familiare che producano alimenti detti bio (o organici). Questo inoltre, ci permetterebbe di accedere ad una alimentazione di qualità, priva di OGM, pesticidi, erbicidi e fertilizzanti chimici. Per raggiungere un tale obiettivo, più di 3 miliardi di contadini dovrebbero avere accesso a una quantità di terra sufficiente al loro sostentamento e ai mezzi per coltivarla senza impoverirla e senza arricchire i grandi proprietari, le multinazionali dell’agrobusiness e i commercianti, e questo può avvenire solo tramite l’intervento delle istituzioni pubbliche.

Per fare ciò, serve una riforma agraria. Riforma di cui necessitano imperativamente Brasile, Bolivia, Paraguay, Perù, o certi paesi dell’Asia e dell’Africa: dovrebbe essere organizzata la ridistribuzione delle terre, dovrebbe essere fornito un sostegno pubblico al lavoro degli agricoltori e vietati i grandi proprietari terrieri privati.

È importante precisare che sia Banca Mondiale che FMI hanno responsabilità enormi nella crisi alimentare, poiché sono stati loro a consigliare ai governi del sud del mondo di rinunciare, in caso di insufficienza dell’offerta e/o di esplosione dei prezzi, ai silos di grano che servivano al sostentamento del mercato nazionale. Sempre Banca Mondiale e FMI hanno spinto i governi del Sud a sopprimere i finanziatori pubblici di credito agli agricoltori, gettando i contadini nelle grinfie di creditori privati (spesso grandi commercianti) o di banche private che praticano tassi usurari. Questo ha provocato un indebitamento di massa dei piccoli contadini in India, Nicaragua, Messico, Egitto e di numerosi paesi dell’Africa Sub-sahariana. Secondo le indagini ufficiali, l’indebitamento dei contadini che affligge i paesi dell’area indiana è la principale causa di suicidio di 150 000 contadini nel corso degli ultimi 10 anni. L’India è un paese in cui la Banca Mondiale ha promosso con successo presso le autorità locali una politica di soppressione delle agenzie di credito pubblico agli agricoltori.

E questo non è tutto: nel corso degli ultimi 40 anni, Banca Mondiale e FMI hanno spinto i peasi tropicali a ridurre la produzione di grano, riso o mais, sostituendola con colture da esportazione, quali cacao, caffé, thé, banane, arachidi o fiori. Infine, per perfezionare il loro servizio nei confronti delle grandi società dell’agrobusiness e dei grandi paesi esportatori di cereali (a cominciare da Stati Uniti, Canada e Europa Occidentale), hanno convinto i governi della positività dell’apertura incondizionata delle frontiere all’importazione di alimenti prodotti tramite sovvenzioni massiccie da parte dei governi del Nord, provocando così un inevitabile fallimento di numerosi produttori del Sud e una drastica riduzione della produzione alimentare locale.

Riassumendo, è davvero necessario applicare la sovranità alimentare e la riforma agraria. Serve abbandonare la produzione degli agrocarburanti industriali e tagliare le sovvenzioni pubbliche a coloro che li producono. Bisogna inoltre ricreare al Sud delle riserve pubbliche di alimenti (in particolare di grano: riso, frumento, mais…), degli organismi di credito pubblico agli agricoltori e ristabilire una regolamentazione dei prezzi degli alimenti. Serve garantire che anche i redditi più bassi possano permettersi alimenti di qualità a prezzi accessibili. Lo Stato deve garantire ai piccoli produttori agricoli dei prezzi di vendita sufficientemente elevati da consentire loro un miglioramento delle condizioni di vita. Lo Stato deve ugualmente sviluppare i servizi pubblici nelle zone rurali (sanità, educazione, comunicazioni, cultura, “banche” delle sementi…). Le istituzioni pubbliche sono tenute a garantire sia prezzi al dettaglio accessibili ai consumatori, che prezzi di vendita sufficientemente alti per il sostentamento dei piccoli produttori agricoli.

Questa lotta contro la fame non è solo un tassello di un mosaico molto più ampio?

Non si può intraprendere una seria lotta contro la fame senza ricollegarsi alle cause che forgiano la situazione attuale. Il debito internazionale dei paesi del Sud è sicuramente una fra queste e tutti gli effetti d’annuncio su questo tema frequenti negli ultimi anni, come i summit G8 o G20, hanno maldestramente cercato di celare quanto questo problema giaccia intoccato.

La crisi globale che sta interessando il mondo intero aggrava la situazione dei paesi in via di sviluppo e li mette di fronte ai costi e alle nuove crisi del debito. Ora, questo debito ha portato i popoli del Sud, spesso ricchi in termini di risorse umane e materie prime, a un impoverimento generale. Il debito è un saccheggio organizzato al quale è urgente mettere fine.

In effetti, il meccanismo infernale del debito pubblico è un ostacolo insormontabile alla soddisfazione dei bisogni umani fondamentali, tra i quali un’alimentazione decente. Sicuramente, il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo dovrebbe primeggiare su tutte le considerazoni di merito geopolitico o finanziario. Sul piano morale, i diritti di creditori, redditieri o speculatori non hanno alcun peso se confrontati ai diritti fondamentali di 6 miliardi di cittadini, afflitti da questo meccanismo implacabile rappresentato dal debito.

È immorale chiedere a paesi impoveriti da una crisi globale di cui non sono per nulla responsabili di consacrare una buona parte delle loro risorse al rimborso di creditori agiati (che siano del Nord o del Sud, poco cambia) piuttosto che al soddisfacimento di questi bisogni fondamentali. L’immoralità del debito deriva ugualmente dal fatto che, in molti casi, questo è stato contratto da regimi autoritari che non hanno utilizzato le somme prese in prestito nell’interesse dei loro popoli, ma che hanno invece organizzato imponenti traffici di denaro, con il tacito accordo, o peggio la collaborazione, degli stati del Nord, della Banca Mondiale e del FMI. I creditori dei paesi industrializzati hanno effettuato i prestiti a regimi corrotti con piena cognizione di causa e ora non hanno affatto il diritto di esigere dai popoli il rimborso di un debito talmente immorale e illegittimo.

In sostanza, il debito è un nuovo meccanismo attraverso il quale si è può attuare una nuova forma di colonizzazione (sempre a scapito dei popoli) e va semplicemente ad aggiungersi ad altri traguardi storici, raggiunti sempre dai paesi più ricchi, quali la schiavitù, lo sterminio dei popoli indigeni, il giogo coloniale, l’irreversibile alterazione della biodiversità, il saccheggio delle materie prime (a partire dalle capacità professionali specifiche sottratte ai contadini e dal subdolo sistema di brevetti che ha visto l’appropriazione di un prodotto agricolo del Sud quale il riso basmati indiano a favore delle multinazionali dell’agro-business del Nord) e dei beni culturali, la fuga dei cervelli, etc… È decisamente venuta l’ora di sostituire la logica di dominazione delle ricchezze con una logica di ridistribuzione delle ricchezze, unica via verso la giustizia.

Il G8, il FMI, la Banca Mondiale e il Club di Parigi impongono la loro verità, la loro giustizia, e si autoproclamano giudice e parte in causa. Di fronte alla crisi, il G20 ha dato il cambio e ha cercato di rimettere il FMI, ormai discreditato e delegittimato, al centro del gioco politico ed economico. È venuta ora di mettere fine a questo sistema ingiusto, di profitto per i soli oppressori, siano essi del Nord o del Sud.

NOTE

[1] Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura

[2] « Retour sur les causes de la crise alimentaire mondiale », di Damien Millet e Éric Toussaint, Réseau Voltaire, 7 settembre 2008.

Éric Toussaint è il presidente del CADTM Belgio (Comitato per l’Annullazione del Debito del Terzo Mondo). Ultimo libro pubblicato: “Banque du Sud et nouvelle crise internationale”, CADTM/Syllepse, 2008.

Damien Millet è segretario generale del CADTM Francia (Comitato per l’Annullazione del Debito del Terzo Mondo). Ultimo libro pubblicato: “Dette odieuse” (con Frédédric Chauvreau), CADTM/Syllepse, 2006.

Titolo originale: “Pourquoi une faim galopante au XXIe siècle et comment l’éradiquer ? “

Fonte: http://www.voltairenet.org
Link

La mafia è servita

La mafia è servita.

Scritto da Paolo Biondani

Estorsioni, lavoro nero, tangenti. Così la criminalità controlla l’agroalimentare. E i prezzi volano alle stelle.

La mafia è in tavola, tra la verdura e la frutta. Il mercato agroalimentare italiano è strangolato da una catena di vincoli commerciali, squilibri economici e dazi illegali che danneggiano la massa dei piccoli produttori. Favorendo la nascita di nuovi sistemi, poco visibili ma molto insidiosi, di condizionamento mafioso.

Per misurare l’assurdità dei meccanismi di funzionamento di questo settore-vetrina del made in Italy, uno dei pochi che in teoria sarebbero in grado di resistere alla crisi, basta entrare in uno a caso dei grandi supermercati all’ingresso di Vittoria, capitale siciliana del pomodoro ciliegino (la versione senza marchio del più celebre Pachino). Sulla vaschetta-standard da mezzo chilo, l’etichetta documenta che il produttore è un agricoltore locale. Il contenitore in plastica con l’ortaggio fresco, però, risulta confezionato da un grossista di Fondi, in provincia di Latina. Per passare dai campi di Vittoria ai supermercati di Vittoria, insomma… questi pomodorini tondi hanno percorso un viaggio di andata e ritorno di 1.636 chilometri. Un nonsenso finanziario, ambientale ed energetico. Che però non sorprende gli addetti ai lavori, prime vittime di questa e altre distorsioni della filiera alimentare. Che spesso nascondono forme di parassitismo criminale, cresciute fra speculazioni affaristiche e corruzioni.

Per capire chi sta mettendo le mani nel piatto degli italiani, ‘L’espresso’ ha ripercorso l’intero cammino degli ortaggi più venduti, dalla raccolta nelle campagne del Sud alla vendita finale negli ipermercati del Centro-nord. Scoprendo nuovi casi di infiltrazione mafiosa. Buchi e truffe nei controlli. Frodi all’ombra del clientelismo politico. E situazioni incontrollabili di rischio per l’ambiente e la salute.
La chimica in serra Per sei mesi all’anno, il primo anello della catena alimentare degli italiani sono gli ortaggi freschi coltivati in 4 mila ettari di serre tra Licata, Gela e Pachino. Oggi quei teloni di plastica alti tre metri coprono quasi tutta la piana fino al mare. Dentro non vola una mosca: le piante di pomodoro, selezionate fino a raggiungere una lunghezza di 14 metri, crescono attorcigliate come liane su filari asettici. Il verde è cosparso di polveri bianche: gli antiparassitari, che sfumano all’avvicinarsi del raccolto.
Al centro della rete produttiva c’è il mercato ortofrutticolo di Vittoria, che è il più grande del Sud: un alveare di box che nell’ultima annata agraria, chiusa al novembre 2008, ha smerciato 2 milioni e 441 mila quintali di verdura (e 144 mila di frutta). I soldi si fanno tra ottobre e maggio, quando il resto d’Europa è improduttivo. Pomodori e peperoni, melanzane e zucchine sono coltivati da 3.500 piccole imprese, che per la Sicilia sono una specie di Fiat. Un’agroindustria fondata sulla chimica.
“Se vogliono vendervi pomodori biologici in dicembre , significa che vi stanno truffando”, riassume il responsabile tecnico di una delle maggiori imprese di Vittoria, che esporta ciliegini anche in Gran Bretagna per mezzo milione di euro al mese. “La nostra è una chimica sicura, se non controllassimo la scadenza di tutti pesticidi non potremmo vendere nei supermercati inglesi o tedeschi, che sono sorvegliatissimi”. La prima lezione, dunque, è che il biologico vero è solo di stagione. La seconda è niente nomi: siamo in Sicilia. La terza è che in alcune serre modernissime (per ora, una su cento) le piante poggiano adddirittura su tappeti in fibra di cocco, che dosano i fertilizzanti “come in Olanda”. La visione ha un che d’irreale: le radici ormai non toccano più il terreno salino che ha reso famoso nel mondo il sapore dei pomodorini siciliani. Ma per i professionisti dell’agroindustria, il sole senza plastica è una nostalgia fuori dal tempo. “Qui è tutto controllato, c’è molta più chimica sporca nelle colture all’aria aperta”.

Un salariato ultrasessantenne taglia corto: “Io me li ricordo gli anni in cui mio padre proteggeva i pomodori dal vento con le pale dei fichi d’india. Allora la chimica non c’era e noi contadini pativamo la fame”. È soprattutto la massa dei produttori minori, quelli da un ettaro e mezzo di serre a testa, a scagliarsi contro i “troppi controlli e registri”: “Le ispezioni sui pesticidi bisognerebbe farle nei supermercati, sugli ortaggi coltivati chissà come e dove”. Gli agricoltori alludono così alle falsificazioni alimentari più pericolose: prodotti al veleno venduti nelle confezioni dei pomodori sani. Alla base di queste truffe di stampo mafioso c’è un’incapacità politica, nella migliore delle ipotesi, di controllare gli anelli più ricchi della catena alimentare.

La legge del più forte Al mercato di Vittoria i produttori scaricano le cassette e trattano con gli intermediari ogni pomeriggio, a partire dalle 16, in un fantastico caos di cifre, profumi, rumori e colori. I prezzi cambiano da un giorno all’altro. Nella seconda settimana di maggio un carico di ciliegini viene venduto a 1 euro e 60. Il 10 per cento tocca al commissionario, titolare del box, che in Sicilia paga anche i facchini e il primo imballaggio (ma a Milano no). Quindi il produttore incassa 1,44. “Quest’anno va bene”, commenta l’agricoltore: “Nel maggio 2008 dovevamo accontentarci di 40 o 50 centesimi”.

All’alba del giorno dopo, in un frastuono nervoso, i pomodori ripartono per Catania con un camion, che prosegue via nave per Napoli, da dove ritorna su strada, per arrivare al mercato ortofrutticolo (Mof) di Fondi, il più grande d’Italia. Qui la stessa ‘pedana’, come conferma l’etichettatura, viene rivenduta dal grossista direttamente ai magazzini dei supermercati, chiamati ‘piattaforme’: il prezzo sale a 2,40 e già comprende il confezionamento finale nelle vaschette da 500 grammi. Nei supermercati, sia a Roma che a Milano, il cliente paga 3,98 euro al chilo (1, 99 alla vaschetta, con punte superiori in un caso su sei). A conti fatti, la grande distribuzione incamera con un solo passaggio almeno il 40 per cento del valore: più del produttore e di tutta la sua manodopera.

Ma la vera sorpresa è un’altra. “Il prezzo cala solo per noi”, spiegano a Vittoria e ripetono a Fondi. Vale a dire: da ottobre ad aprile il prezzo nei supermercati tende a restare implacabilmente fermo a quota 1,99 alla vaschetta. Il cliente paga questi 4 euro al chilo anche quando i produttori incassano solo 0,50. Se invece una gelata fa alzare i costi, il supermarket rincara. La ruota dei prezzi gira solo in una direzione.

Seguendo il viaggio di altri quattro carichi di ortaggi, da Vittoria a Fondi, fino ai centri commerciali di Roma e Milano (vedi tabella), si scoprono altre assurdità. Per i cetrioli raccolti in Sicilia il 7 maggio, l’agricoltore ha incassato appena 15 centesimi: meno di un decimo del valore finale (1 euro e 99) preteso dai due supermercati di Roma che hanno liquidato fatture di 0,30 al loro grossista laziale.

Una parte del ricarico di spesa imposto ai consumatori ha giustificazioni opache se non inesistenti. Due dozzine di grossisti, sia a Fondi che a Vittoria, sostengono che sarebbe “normale” dover pagare “una percentuale ai buyers”, cioè ai responsabili degli acquisti di alcune catene di supermercati. Una tangente privata, insomma, che in Italia non è reato. E che sarebbe cresciuta insieme all’avidità dei manager: “Dal 4 all’8 per cento”. Per assicurare più trasparenza basterebbe varare, dopo tante leggi inutili, un’etichetta obbligatoria con il “prezzo all’origine”, come chiedono i sindaci di Vittoria e Niscemi. Di certo la giungla dei listini favorisce non solo i rincari speculativi, ma anche le mediazioni illegali.

Violenze e minacce “Nel sud Italia migliaia di produttori agricoli sono soggetti a pressioni, minacce e soprusi realizzati dalla criminalità organizzata con furti di macchinari, abigeato, racket del pizzo, estorsioni indirette, imposizione di manodopera o guardiania, danneggiamenti alle colture, aggressioni, usura, macellazioni clandestine, truffe all’Unione europea, caporalato mafioso”. Il magistrato Francesco Paolo Giordano riassume così, nella relazione 2008 della Direzione nazionale antimafia, i sistemi con cui “Cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta controllano il settore agricolo”. Negli ultimi anni “l’ingerenza mafiosa emerge anche nella fissazione dei prezzi sui mercati ortofrutticoli: quotazioni sui campi stracciate, listini all’ingrosso gonfiati da fortissimi e ingiustificati rincari”.

Al parassitismo criminale si affianca così “una mafia che è impresa”, scrive sempre la superprocura: “Nei mercati di Fondi, Vittoria e Niscemi si va affermando un nuovo modello di infiltrazione: l’estorsione indiretta”. Agguati e attentati restano un mezzo estremo per imporre una normalità del pizzo, che ormai si riscuote privilegiando certe “imprese di trasporto”, “cooperative di pulizia” o “ditte di imballaggi”. E se le procure non provano che il beneficiario è “un imprenditore mafioso, prestanome, riciclatore, connivente o ricattato”, il racket scompare. Resta solo la strana scelta, antieconomica ma in apparenza lecita, di pagare dieci centesimi in più per ogni cassetta. I magistrati sospettano che almeno una parte degli inutili esodi e controesodi dei pomodori tra Vittoria e Fondi nasconda “la necessità di riempire comunque i camion per finanziare il monopolio delle ditte di trasporti controllate dai casalesi”.

La tappa finale è la gestione diretta dei supermercati. Il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, disegna questo quadro: “Le indagini documentano il crescente interesse di Cosa Nostra a infiltrarsi nella grande distribuzione e in particolare nel settore agroalimentare. Da anni le infiltrazioni si realizzano attraverso il controllo mafioso di imprese che gestiscono attività economiche in apparenza lecite”.

Dove comandano i clan A Vittoria, dopo gli arresti che hanno colpito i trasportatori di Cosa nostra, i clan gelesi sembrano inabissati. Ma bastano 30 chilometri per sentire un’altra aria. Niscemi è la capitale del carciofo. Qui per sei mesi si raccoglie un terzo di tutta la produzione italiana, eppure nel mercato, inaugurato nel 2006, funzionano solo tre box. Il Comune è reduce da due scioglimenti per mafia. Dal 2007, sull’onda di Gela, c’è un sindaco di sinistra, Giovanni Di Martino, 48 anni, che non nega il problema: “Purtroppo viviamo in un contesto ad alta infiltrazione mafiosa. Ma i produttori subiscono anche strozzature economiche. La distribuzione è nelle mani di pochi grandi intermediari, mentre la proprietà agricola è polverizzata. Se non riusciamo ad associarci e presentarci all’estero con un marchio di qualità, siamo perduti”. Maggio è il mese dei carciofini destinati all’industria (surgelati o sott’olio), ma non si vedono contadini nei campi attorno a questo povero paese con le cisterne sui tetti. Al mercato c’è un solo produttore, Saverio Di Simone, a trattare il prezzo: “Sette centesimi a carciofo. Io non ce la faccio più. Così sopravvivono solo i contadini dell’Egitto o del Marocco”.

A Fondi comanda la camorra. Domenica notte il settimo attentato in due mesi (capannoni incendiati, spari contro ditte e negozi) ha spinto il titolare della Cobal ad annunciare: “Basta, ora me ne vado”. Per Elvio Di Cesare, anima dell’antimafia laziale con l’associazione Caponnetto, “la situazione è inquietante: dopo gli arresti dei capi, i clan casertani sembrano decisi a imporre con la violenza nuovi equilibri. E i grossisti sono le prime vittime”.

Il prefetto di Latina ha chiesto fin dall’8 settembre il commissariamento per mafia del Comune di Fondi, guidato da una giunta forzista vicinissima al senatore Fazzone. Il 2 aprile il ministro leghista Maroni ha annunciato in Parlamento di aver sottoscritto il decreto. “Manca solo la delibera del Consiglio del ministri: è uno scandalo che Berlusconi tenga in carica un’amministrazione infiltrata dalla camorra”, tuona Di Cesare. L’opposizione teme che lo scioglimento slitti a dopo le elezioni, quando il sindaco di Fondi potrà riciclarsi in Provincia. Al Mof i grossisti, che smerciano 12 milioni di quintali all’anno, si sentono criminalizzati e giurano di non pagare il pizzo. Ma l’attentato al collega ha spaventato anche i più forti.

‘Ndrangheta a Milano Mafia e incendi però non fermano gli affari. Da Fondi un carico di ciliegini parte puntualmente per l’Ortomercato di Milano. Il presidente della società comunale di gestione (Sogemi), Roberto Predolin, ex assessore di An, ammette che “questo mercato è in crisi da anni: la grande distribuzione ci sta distruggendo, il nuovo polo logistico serve ma non basta”. Nei vecchi padiglioni resistono 125 grossisti che riforniscono i negozi e gli ambulanti dei 93 mercati settimanali. I supermercati ormai comprano al Sud, l’Ortomercato serve solo a completare i magazzini. Ma il prezzo più basso coincide con la filiera più corta. All’Ortomercato, al sabato mattina, circa 10 mila consumatori italiani e stranieri, in una babele di lingue, dialetti, veli e carrelli, possono comprare frutta e verdura all’ingrosso. Una cassa di ciliegini? “Un euro e 80 al chilo”.

Vent’anni fa l’Ortomercato era infiltrato dai narcofinanzieri di Cosa nostra. Nel 2007 nel palazzo della Sogemi è stato arrestato un presunto prestanome del clan calabrese dei Morabito. Due mesi fa la Procura ha smascherato l’ennesima cosca della ‘ndrangheta, che schiavizzava i facchini di un’enorme piattaforma milanese della grande distribuzione. Particolare istruttivo: i boss facevano lavorare in nero per i supermercati decine di immigrati, facilmente ricattabili perché clandestini, che risultano sbarcati in Italia proprio sulle coste calabresi controllate da quei clan. Ora, tra Milano e Busto, le cosche gelesi e la cupola della ‘ndrangheta stanno già prenotandosi, tra omicidi ed estorsioni, per gli appalti miliardari dell’Expo. I politici che governano l’ex capitale morale sono contrari a qualsiasi commissione antimafia. Nella Milano di oggi la prima preoccupazione è spartirsi affari e poltrone della grande kermesse del 2015, che avrà un tema sconosciuto ai più: ‘Qualità e sicurezza alimentare’.

Rifiuti, San Francisco chiama Parma

Rifiuti, San Francisco chiama Parma.

Scritto da Federico Valerio

In anteprima assoluta, allego la lettera che il sindaco di San Francisco ha inviato al sindaco di Parma, in merito alla scelta della città del prosciutto di incenerire i propri rifiuti. Questa lettera è stata sollecitata da un gruppo di cittadini parmensi in visita alla città di San Francisco che, grazie ad un porta a porta diffuso su tutta la città, ha raggiunto il 70% di raccolta differenziata e non ha inceneritori.

“Caro sindaco di Parma

sono profondamente preoccupato nell’apprendere che Parma sta valutando di incenerire gli scarti dei suoi concittadini, come sistema per la gestione dei materiali post consumo.

Come sindaco di una grande città, complessa dal punto di vista geografico e difficile dal punto di vista fisico, desidero portare alla Sua attenzione il successo raggiunto da San Francisco: noi ricicliamo e compostiamo il 70% dei materiali post consumo che produciamo.

Dai nostri scarti vegetali e dai nostri scarti di cibo produciamo un compost organico che ha una grande richiesta. Questo compost arricchisce i nostri terreni, ci fa risparmiare acqua per l’irrigazione, riduce l’uso di pesticidi e fertilizzanti e nel contempo sottrae carbonio dall’atmosfera e fa crescere grandi raccolti! Tutto questo è ottenuto con scarti che in precedenza erano mandati a discarica.

Mentre l’incenerimento ha un grave impatto negativo sull’atmosfera.

Parma è il centro della Emilia Romagna, una importante regione italiana, patria di cibi deliziosi, famosi in tutto il mondo. Questo ben di Dio, prodotto dai vostri agricoltori è un patrimonio per i vostri campi e le vostre aziende agricole.

Analogamente, San Francisco è il centro della produzione agricola ed alimentare degli USA. E proprio qui, i nostri scarti organici, oggi producono uno dei più ricchi compost biologici, utilizzato per i nostri ortaggi, la nostra frutta, i nostri vini, tutti prodotti della più alta qualità biologica.

Sollecito il sindaco di Parma a venire a visitare San Francisco, come più di 100 altri sindaci hanno già fatto nel 2005, in occasione della Giornata Mondiale per l’Ambiente. Gli mostrerò personalmente in che modo recuperiamo, per fini utili, il 70% dei nostri materiali post consumo.

Ciao

Gavin Newsom”

Segue la versione originale in inglese. Ovviamente siete invitati a dare la massima pubblicità a questa lettera.

Dear Parma Mayor
I am deeply concerned to learn that Parma is considering incinerating your citizens discards as a means of waste management. As the mayor of a large, geographically challenging and physically constrained city, I want to bring to your attention San Francisco success: we recycle and compost 70% of our waste stream.
We create an organic compost that is in high demand from our green and food waste stream. This compost enriches our soil, saves on water usage, reduces pesticide and fertilizer use, while fixing carbon out of the atmosphere -and grows great produce! All from what was previously landfilled.
Incineration has even greater negative impacts on the atmosphere.

Parma is the center of Emilio-Romangnola region of Italy, home to some of the world’s most famous and delicious foods. This agricultural bonanza is a legacy from your local soils and farms.
SF is similarly a center of the US food and agriculture. Here our waste stream is now providing the richest organic compost for our highest quality organic vegetables, fruits and wines.

I urge the mayor of Parma to come visit SF, as over 100 mayors did for World Environment Day in 2005. I will personally show you how we recover over 70% of our waste for beneficial use.

Ciao,

Gavin Newsom

divulgata da Federico Valerio

Agricoltura sostenibile o industriale?

Ecco il link a una puntata del programma Report che spiega la differenza in termini di impatto ambientale e qualità alimentare tra agricoltura biologica e agricoltura “industriale”

Siamo ciò che mangiamo, questo vuol dire che il cibo oltre ad essere una merce, deve avere anche un senso. L’agricoltura, riportano i testi scolastici , è alla base dell’economia e della vita. Il ciclo completo dell’agricoltura oggi, secondo gli studi della Fao incide per il 30% sul riscaldamento del pianeta, tanto per avere un raffronto, i trasporti non legati al settore dell’alimentazione incidono per il 17%. Il settore zootecnico, invece produce gas serra 296 volte più dannosi del COo2, questo è il letame. L’aumento degli allevamenti è dovuto all’aumento del benessere quindi all’aumento del consumo di carne, questo nonostante tutti gli studi medici dicano, che mangiare troppa carne fa male. Un americano ogni anno ne mangiano 122 chili , un italiano 87, un cinese 50, un indiano 4. Bisognerebbe ridistribuirla meglio, ma se il modello è la nostra ingordigia si può rischiare di arrivare alla rovina del pianeta. Un hamburger di 150 grammi, prima di arrivare sulla nostra tavola ha consumato 2500 litri di acqua, tutta quella che serve per irrigare il terreno che cresce mais o il foraggio che serve ad alimentare l’animale. Ma la carne è poca cosa rispetto ad un sistema di produrre e consumare che sfugge alle ogni logica minime di tutela, della salute, del pianeta, del portafogli. Possiamo continuare a fregarcene, oppure vedere di cambiare abitudini.