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Qualcuno lo deve pur dire

Fonte: Qualcuno lo deve pur dire.

Come spesso accade, nell’Italietta degli ultimi 10-15 anni spessissimo, emergono fatti di tale gravità da documentare l’annichilimento dello Stato di Diritto. Ci era stato dato di assistere, nei primi di dicembre dell’A.D. 2008, all’operato di alcuni magistrati deviati che si erano sottratti al sequestro probatorio in un procedimento penale che li vedeva indagati semplicemente sequestrando a loro volta. Cioè abusando dei poteri loro conferiti perché difendessero e applicassero la Legge, li avevano usati per difendere il loro privato interesse. Qualsiasi altro cittadino, pubblico ufficiale, avvocato, parlamentare o vattelapesca, sottraendo cose e documenti sequestrati dall’Autorità Giudiziaria, se individuato, sarebbe stato arrestato. Loro no, per loro la Legge è più uguale, per loro la Legge coincide con un’opinione: la propria. Sono in molti a condividere siffatto convincimento anticostituzionale, tutti coloro che avendone la responsabilità ed i poteri nulla hanno fatto per interrompere le condotte criminose di LOMBARDI Mariano, MURONE Salvatore, FAVI Dolcino, IANNELLI Enzo, GARBATI Alfredo, DE LORENZO Domenico, CURCIO Salvatore Maria (Magistrati).

Nemmeno quei magistrati di Salerno che oggi hanno stigmatizzato condotte criminose di tale gravità da postulare immediate esigenze cautelari. Quelle che la Legge impone quando vi è il rischio dell’inquinamento probatorio e della reiterazione del reato. Dicono, i dottori Maria Chiara Minerva, Rocco Alfano e Antonio Cantarella, Sost.ti Procuratore della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Salerno, che i nominati “magistrati” si sono associati per delinquere e precisamente per addomesticare le indagini penali a carico di loro stessi e di sodali da cui ricevevano ora denari ora altre utilità. Dicono che lo hanno fatto arrampicandosi sugli specchi, eludendo scientemente il sistema normativo dettato a presidio della competenza per reati nei quali un Magistrato assume la qualità di persona sottoposta ad indagini ovvero di persona offesa o danneggiata, evocando a più riprese istituti processuali diversi ed incoerenti rispetto alla situazione venutasi a determinare e reiteratamente prospettata dall’A.G. funzionalmente competente. Non dicono i salernitani che tutte le massime autorità dello Stato poste a presidio delle garanzie costituzionali hanno taciuto (a volte) oppure hanno parlato difendendo siffatti magistrati e favorendone l’operato criminoso e criminogeno (più spesso). Non dicono, i salernitani, che ancora oggi, per il procedimento penale “Toghe Lucane” è stata intrapresa da subito un’opera di parcellizzazione dell’unitario contesto investigativo senza una piena cognizione degli atti del procedimento. Non dicono che molti degli indagati citati sono attualmente all’opera dove erano allora, con i metodi di allora che sono quelli di oggi. Non dicono i dottori Rocco Alfano eccetera, che hanno archiviato l’indagine a carico di Vincenzo Capomolla, erede di De Magistris in Toghe Lucane, e complice di Curcio, Iannelli, Murone, Favi e chissà quanti altri. Non dicono che l’hanno fatto mentendo su dati documentali presenti in atti e per i quali dovranno rispondere alla Procura di Napoli. Non dicono che i loro colleghi Gabriella Nuzzi, Dionigio Verasani e Luigi Apicella hanno pagato un prezzo professionale altissimo ed oggi si scopre che i “cattivi magistrati” (ma anche cattivi Presidenti della Repubblica, cattivi membri del CSM, cattivi ministri della Giustizia, cattivi Ispettori Ministeriali, cattivi e infedeli avvocati) che li hanno condannati hanno errato, sapendo di sbagliare, volendo sbagliare.

Sono imminenti le elezioni dei membri togati del CSM. Saranno eletti dei magistrati votati da altri magistrati. Mettiamo che un Procuratore titolare di indagini a carico di colleghi si voglia candidare. Peseranno di più i voti degli indagati o quelli dei coraggiosi che hanno subito pur di rispettare la Costituzione? Siamo ad una svolta delicatissima nella storia repubblicana, occorre un grande senso dello Stato ed una enorme stima della propria dignità personale per venirne fuori. Doti di cui riconosciamo alcuni “portatori sani” e che, auspichiamo, risveglino in tanti il fascino umano della libertà, della verità, della bellezza e della giustizia. Qualcuno lo deve pur dire, visto che i più guardano lontano quanto la punta delle proprie scarpe, rimandando sempre al raggiungimento del “gradino successivo” il momento di smettere con i compromessi e le neghittosità.

Salerno un anno dopo: contro de Magistris fu complotto

Fonte: Salerno un anno dopo: contro de Magistris fu complotto.

Dodici indagati in tutto. Tra cui sette magistrati, un senatore, un sottosegretario al Ministero delle Attività Produttive. Tutti insieme appassionatamente per fermare le indagini dell’allora pm a Catanzaro Luigi de Magistris e salvaguardare i propri interessi.

A poco più di un anno di distanza dal trasferimento disciplinare dei pm Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani e del procuratore capo Apicella (sospeso anche dallo stipendio) a Salerno il tempo sembra essersi fermato. E nell’avviso di conclusione indagini emesso qualche giorno fa dai pm Maria Chiara Minerva, Rocco Alfano e Antonio Cantarella, guidati dal procuratore capo Franco Roberti, quel sistema affaristico-criminale che lega a foppio filo politica, imprenditoria e magistratura riemerge così come i primi giudici lo avevano evidenziato. Guadagnandosi gli attacchi di buona parte dei vertici della classe politica e le sanzioni del Csm con la  benedizione dell’Associazione Nazionale Magistrati.

La vicenda in questione, si ricorderà, è quella che parte dalle ormai note inchieste Why Not e Poseidone, strappate dalle mani di Luigi de Magistris mentre l’allora magistrato additava le responsabilità di politici e imprenditori impegnati nella distrazione di fondi pubblici, destinati allo sviluppo di quella terra martoriata che è la Calabria, a tutto vantaggio di interessi privati. E alle successive e complesse indagini dei magistrati Nuzzi e Verasani, che dalla procura di Salerno, competente su quella di Catanzaro, avevano scoperto un vero e proprio complotto ordito ai danni dello stesso de Magistris con il preciso intento di fermare il suo lavoro.
Principali artefici della cospirazione: alcuni indagati e i vertici della stessa procura di Catanzaro, sulla quale i magistrati di Salerno stavano svolgendo accertamenti quando, con un pretesto, furono cacciati dal Consiglio Superiore della Magistratura. Costretti a lasciare l’inchiesta nelle mani di altri giudici, che oggi però, a un anno di distanza, sono giunti alle loro stesse conclusioni.

E così, nelle maglie della giustizia, sono finiti nuovamente l’ex procuratore capo a Catanzaro Mariano Lombardi, l’aggiunto Salvatore Murone, l’ex procuratore generale Enzo Iannelli, il procuratore facente funzioni Dolcino Favi, i sostituti pg Alfredo Garbati e Domenico De Lorenzo, il pm Salvatore Curcio. E ancora la moglie di Lombardi, Maria Grazia Muzzi, il figlio Pierpaolo Greco e tre indagati di de Magistris: Antonio Saladino, Giancarlo Pittelli, Giuseppe Galati.
Tutti accusati, a vario titolo, di corruzione in atti giudiziari, falso ideologico e omissione d’atti d’ufficio. Tutti parte del complesso ingranaggio messo a punto per fermare le inchieste del magistrato: ognuno con un proprio ruolo, tutti uniti dalla logica del do ut des.

Mariano Lombardi e Salvatore Murone, recita infatti la prima parte dell’avviso di conclusione indagini, “creavano i presupposti quantomeno per una prevedibile e inevitabile stagnazione delle attività istruttorie in corso”, “così da favorire … le persone implicate nelle indagini preliminari”. Tra queste, in particolare, Antonio Saladino, vero deus ex machina del sistema corruttivo emerso in Why Not, nonché “l’avvocato senatore Giancarlo Pittelli e l’on. Sottosegretario Giuseppe Galati”. Che in cambio, si legge, si erano adoperati per far ricevere “denaro o altre utilità” sia al dott. Lombardi che all’avvocato civilista Pierpaolo Greco, figlio della seconda moglie del procuratore.
Il Greco avrebbe difatti trovato lavoro presso il rinomato studio penale Pittelli; sarebbe diventato socio,  insieme al Pittelli stesso, della Roma 9 srl, con notevoli agevolazioni economiche; avrebbe ricevuto dal sottosegretario alle Attività Produttive Galati diverse nomine di Commissario Liquidatore di società e consorzi.
Mentre Murone avrebbe sistemato “parenti e conoscenti” con le assunzioni ottenute grazie al “rapporto sinallagmatico” e al “patto corruttivo” stretto con Antonio Saladino.

E’ in questo quadro che rientrano la revoca dell’indagine Poseidone, avvenuta in seguito all’iscrizione del Pittelli nel registro degli indagati, e la rocambolesca avocazione dell’indagine Why Not. Per la quale erano entrati in gioco il Procuratore generale facente funzioni Dolcino Favi e l’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella.
All’epoca riprendono i giudici di Salerno, il dott. Favi – “in concorso psicologico con agli altri indagati”, aveva parlato di “conflitto di interessi” tra il Mastella, appena iscritto nel registro degli indagati di Why Not e il magistrato titolare di quell’inchiesta. Inquisito disciplinarmente dallo stesso Ministro della Giustizia, che nel suo ufficio aveva più volte inviato gli ispettori ministeriali. Nell’ambito però, e questo dal Procuratore generale non veniva specificato, di altre vicende processuali estranee a Why Not.
“Una falsa rappresentazione di una situazione di conflitto di interessi”, sottolinea quindi il documento, che avrebbe avuto come effetto quello di frenare l’attività investigativa prima di procedere ad una “parcellizzazione dei vari filoni d’inchiesta” assegnati a magistrati già impegnati su altri fronti e “del tutto estranei alle logiche d’indagine fino a quel momento seguite”.
A questo sarebbe seguito l’allontamento dalle inchieste del Capitano dei Carabinieri Pasquale Zacheo e dal consulente della Procura Gioacchino Genchi. Mentre “si andava a concretizzare, di fatto, una illecita attività di interferenza sull’iter del procedimento penale in questione e comunque si determinava almeno un suo rallentamento tale da favorire, di per sé ed almeno per un iniziale periodo di tempo, le persone implicate nelle indagini preliminari”.

Già nel 2008 i pm Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani avevano scoperto il “piano”. Ma erano stati cacciati dal Consiglio Superiore della Magistratura nell’ambito della fantomatica “guerra tra procure”. Un assurdo giuridico con il quale si era giustificata l’ennesima azione illecita commessa dalla procura di Catanzaro che aveva operato un inedito controsequestro degli atti appena sequestrati dalla stessa procura di Salerno che per competenza stava indagando su di lei.
E a nulla era servito il provvedimento emesso dal Tribunale del Riesame, che aveva giudicato corretto l’operato di quei magistrati, così come più tardi avrebbe fatto il Tribunale di Perugia archiviando le denunce sporte contro di loro dai pm catanzaresi.

Quell’azione, è evidente, era necessaria per chiudere per sempre una vicenda troppo scomoda.
Ma come tramanda la saggezza popolare: il tempo è galantuomo e i nodi, prima o poi, vengono sempre al pettine. A Salerno ci sono arrivati. E a quei magistrati che hanno perso il lavoro e subito l’onta delle sanzioni disciplinari e del linciaggio mediatico chi chiederà scusa?

Monica Centofante (
ANTIMAFIADuemila, 19 aprile 2010)

Retroscena sull’archivio Genchi Come bloccarono De Magistris | Pietro Orsatti

Fonte: Retroscena sull’archivio Genchi Come bloccarono De Magistris | Pietro Orsatti.

Why not Magistrati con relazioni pericolose, uomini politici che fanno e disfanno nomine e affari. Le carte del consulente fotografano intrecci non narrabili, dove chi indaga spesso lo fa su se stesso o sui propri amici e parenti
di Pietro Orsatti su Terra

Nei palazzi di giustizia di Roma e Catanzaro e in altri uffici e palazzi del potere politico e giudiziario staranno maledicendo il momento in cui è stata aperta l’inchiesta a carico di Gioacchino Genchi, chiamato a rispondere di violazione della privacy, abuso d’ufficio e “costituzione illecita di archivio”. Perché la legge, in caso di un’accusa formale, consente all’imputato di poter accedere pubblicamente, consentendo, in quanto materiale “pubblico”, la divulgazione delle proprie memorie difensive e quindi la possibilità di pubblicare i contenuti del cosiddetto “archivio”. Cosa che Genchi ha prontamente fatto nel libro Il caso Genchi, edito da Aliberti e curato da Ettore Montolli.
Tutto ruota attorno all’archivio sequestrato dai Ros lo scorso anno (e fino ad allora sottoposto al segreto istruttorio) e a quella inchiesta, “Why not”, che ha provocato sia il sequestro delle carte e dei supporti informatici che l’inchiesta da parte della Procura di Roma sul consulente di DeMagistris. Poco prima che a De Magistris fosse avocata l’indagine “Why not”, si racconta nel libro, erano state acquisite dalla Procura di Crotone alcune intercettazioni telefoniche sui numeri di Marilina Intrieri, successivamente diventata presidente del consiglio nazionale dell’Udeur, registrate dai carabinieri durante la campagna elettorale politica del 2006. Nelle intercettazioni si alludeva a raccomandazioni, a possibili collusioni politico-mafiose anche nel delitto Fortugno, a possibili ricatti sulle nomine e sulle gestioni delle Asl. Si parlava di servizi segreti, finanziamenti pubblici da centinaia di milioni di euro. Ed emergerebbe, sempre dalla lettura del libro, il ruolo predominante in Calabria svolto in particolare da Marco Minniti in praticamente quasi tutte le nomine dell’epoca, mentre la Intrieri sarebbe risultata invece imposta da Anna Serafini, moglie di Fassino. Questi dissidi emergevano in alcuni brogliacci in maniera inquietante: «La nota persona ha riferito a Marilina che la cosa non è stupida, è una cosa molto seria, perché se lei si candida può essere uccisa, in quanto a Crotone Adamo e Minniti hanno interessi precisi e chiari e non la vogliono tra i piedi».
Su questo e altro si apprestava a lavorare Genchi per conto di De Magistris, ma con la revoca dell’incarico e il passaggio di “Why not” nelle mani del sostituto procuratore generale Alfredo Garbati l’incaricò venne sospeso. Ma da quanto risultato al vicequestore, Garbati e Minniti erano in strettissimi rapporti: nell’ordine di centinaia le telefonate tra i due. E non ci si ferma qui. Il libro, infatti, analizza anche il rapporto del Ros di Roma che contestava a Genchi il lavoro svolto per De Magistris, svelando che in realtà di rapporti ne esisterebbero due, e diversi fra loro. Il primo fu inviato a Catanzaro. Il secondo, mandato alla Procura di Roma (lo stesso acquisito dal Copasir), e che invece gli fu consegnato al momento dell’avviso di garanzia, conteneva contestazioni assai diverse dal primo. E da qui Genchi si sarebbe accorto di alcune “sparizioni”, fra cui la contestazione di un numero de La Margherita, che Genchi stesso indica riconducibile a Francesco Rutelli, così come era annotato in quattro agende di Saladino, principale imputato di “Why not”. Grazie a questo rapporto Ros, Rutelli riuscì a presiedere al Comitato sui servizi sostenendo come le sue utenze non fossero state trattate e facendo quindi intendere di non avere nulla a che fare con Saladino. Genchi oggi rileva che Rutelli di Saladino avrebbe avuto sia i numeri cellulari personali sia il numero di casa e anche altri nove riferimenti diretti di vari segretari e capi di gabinetto e numerosi indirizzi email.

Tabulati, appunti, lacrime: ecco l’archivio di tutti i misteri

Tabulati, appunti, lacrime: ecco l’archivio di tutti i misteri.

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Nel libro di Edoardo Montolli, il consulente delle procure, Gioacchino Genchi, svela nuovi particolari, dalle stragi del ‘92 all’inchiesta Why Not

VIA D’AMELIO: LA PISTA SCOTTO

CIÒ CHE GLI ERA DA SUBITO sembrato strano era stato il perfetto disegno dell’attentato, preparato nei minimi dettagli, dall’intercettazione volutamente rudimentale della linea telefonica della sorella di Borsellino, all’esplosivo di tipo bellico utilizzato (…). E un’altra cosa, soprattutto, non capiva. Da dove potessero aver azionato il telecomando dell’autobomba i mafiosi, in un luogo chiuso come via D’Amelio. (…). C’era un solo punto da cui la visuale sul posto sarebbe stata perfetta: il Monte Pellegrino. In cima c’era un castello, il castello Utveggio. E dentro, un centro studi. (…). Nei pressi del castello c’erano apparecchiature della Sielte, la stessa ditta per cui lavorava Pietro Scotto, il telefonista che aveva individuato come possibile autore dell’intercettazione a casa Borsellino (…). E che da via D’Amelio fino a dove cominciava a salire il Monte Pellegrino faceva avanti e indietro spessissimo. Pietro Scotto, fratello del boss Gaetano, che sarà condannato per la strage di via D’Amelio. Poi (…) aveva scoperto come in questo centro studi, il Cerisdi, ufficialmente una scuola per manager, si celasse, al tempo della strage di via D’Amelio, una base coperta del Sisde, smobilitata pochi giorni prima che l’indagine arrivasse lì, a dicembre ’92 (…).

LE RIVELAZIONI SU LA BARBERA

“Dopo le accuse di Candura e la confessione di Scarantino”, racconta Genchi, “decisero di arrestare Pietro Scotto, l’uomo che avevo individuato come possibile telefonista per via D’Amelio. Mi parve una cosa assurda. Stava a due passi dal nostro ufficio, era intercettato, avrebbe potuto forse portarci ben più avanti. Perché faceva avanti e indietro da via D’Amelio a sotto il Monte Pellegrino, su cui avevo focalizzato l’analisi dei tabulati. Ci fu una discussione durissima, di fuoco. Continuavo a spiegargli che si doveva aspettare, che non potevamo agire. Glielo ripetevo alla nausea: non arrestarlo, non arrestarlo (…). Litigammo tutta la sera e per buona parte della notte. Ero infuriato: il mancato riscontro sul viaggio di Falcone, l’abbaglio su Maira, e ora l’arresto di Scotto per le confessioni di due personaggi improbabili come Candura e Scarantino che rischiavano di far naufragare l’inchiesta. (…). Fu allora che La Barbera scoppiò a piangere. Pianse per tre ore. Mi disse che lui sarebbe diventato questore e che per me era prevista una promozione per meriti straordinari. Non volevo e non potevo credere a quello che mi stava dicendo. Ma lo ripeté ancora. E ancora. E furono le ultime parole che decisi di ascoltare. Me ne andai sbattendo la porta. L’indomani mattina abbandonai per sempre il gruppo Falcone-Borsellino. E le indagini sulle stragi”.

ROMANO, IL MEDICO CHIAMATO DA SCOTTO

I tabulati scivolano verso gli ultimi giorni di vita di Borsellino. Il 17 e il 18 luglio 1992. “Se davvero le linee del telefono di casa della sorella di Borsellino furono intercettate”, dice Genchi, “c’era da capire (…) se Borsellino avesse accennato al telefono che avrebbe spostato l’appuntamento della visita della madre nello studio del cardiologo dal sabato alla domenica (…) del 19 luglio. Perché se qualcuno ascoltò, allora forse fu davvero così che si seppe dell’arrivo non previsto del giudice in via D’Amelio. (…).L’autobomba non poteva essere portata in via D’Amelio troppo tempo prima. Era stata rubata, c’era il rischio che fosse controllata. E Gaetano Scotto probabilmente necessitava di avvertire, o di essere avvertito da qualcuno, sull’arrivo esatto di Borsellino”.

Ci sono due telefonate dal cellulare del magistrato a casa della sorella, dove stava la madre per andare dal dottore e in cui Borsellino poteva comunicare i suoi spostamenti. Le ultime due: il 17 luglio alle 15,37 e il 18 luglio alle 16,54. “Rilevo alcune telefonate, in orari successivi alle 16,54 del 18 luglio, il pomeriggio prima della strage, dai telefoni di Gaetano Scotto al telefono di casa di un medico. Nell’ipotesi che si era fatta che il telefono di casa della sorella di Borsellino fosse stato intercettato, l’accertamento della natura di queste chiamate, da parte dello stragista Gaetano Scotto, mi sembrava una cosa piuttosto importante. (…). Soprattutto in virtù di quanto aveva iniziato a dichiarare Gaspare Mutolo”.

Già dal 17 luglio 1992, nell’interrogatorio che gli fece Borsellino nel palazzo della Dia, (…) Mutolo (…) aveva accusato una schiera di notabili (…). L’operazione si era diretta contro i capi della Cupola, i Graviano, Gaspare Spatuzza e un dottore in particolare, accusato addirittura di essere un boss di Brancaccio (…), Giuseppe Guttadauro (…), che sarebbe stato il punto di snodo dell’inchiesta su mafia e sanità (…). Ma non fu l’unico medico a essere trascinato a processo. (…) Un altro fu assolto, e non fu nemmeno proposto appello, perché non ci fu una prova di una condotta criminale. (…).

“Il professor Maurizio Romano”, racconta Genchi, “fu a lui che il pomeriggio del 18 luglio 1992 Gaetano Scotto telefonò a casa, dopo che Borsellino aveva chiamato dalla sorella. E la natura di quella chiamata credo fosse assolutamente da accertare. (…)”.

DUE CHIAMATE MAI INDIVIDUATE

“Quello che già rilevai allora”, racconta Genchi, “sono tre chiamate davvero importanti. E riguardano il primo luglio del 1992”. Il pomeriggio del primo luglio è quello dell’incontro tra Mutolo e Borsellino al palazzo della Dia di Roma. Della telefonata intorno alle tre, dopo la quale il magistrato gli avrebbe detto la famosa frase: “Sai Gaspare, devo smettere perché mi ha telefonato il ministro… manco una mezz’oretta e ritorno”. E poi, dice Mutolo, era tornato agitato e disse di aver visto, invece del ministro Nicola Mancino, insediatosi proprio quel giorno, Vincenzo Parisi e Bruno Contrada. Il ministro con cui aveva appuntamento, secondo la sua agenda grigia, alle 19,30. L’episodio di cui l’attuale vicepresidente del Csm ricorda poco o nulla. “Il traffico telefonico di quella giornata di Borsellino”, dice Genchi, “l’avevo analizzato per intero (…). Al pomeriggio, due telefonate ricevute da un cellulare del ministero dell’Interno, alle 14,37 e alle 14,38 della durata di 24 e 9 secondi. Poi, una telefonata da un altro cellulare, alle 19,08, cellulare intestato al ministero dell’Interno, direzione centrale della polizia criminale. Cellulari che mai lo avevano contattato prima. E dei quali, pur essendo intestati al ministero degli Interni, non sono mai riuscito a sapere chi fossero gli usuari. Ora, siccome Mutolo riferisce che Borsellino sostenne che gli aveva telefonato il ministro in persona, non è difficile, se si vuole, capire se fosse vero, trovando l’effettivo usuario. Perché è chiaro che se era stato davvero chiamato dal ministro, poi è difficile immaginare che il ministro non se lo ricordi. (…) Così come utile sarebbe individuare l’usuario del cellulare che chiamò il giudice alle 19,08, dato che alle 19,30 sull’agenda, c’era scritto dell’incontro con Mancino. A questi devono aggiungersi le eventuali chiamate eseguite da utenze fisse e dai centralini, come quello del ministero dell’Interno, che, all’epoca non venivano registrate nei tabulati dei cellulari Etacs. Dubito che il ministro Mancino (…) potesse aver chiamato Borsellino con il proprio cellulare. Le chiamate provenienti dai cellulari, semmai, possono ricondurre all’identificazione dei funzionari di polizia e delle personalità dello Stato e della magistratura, che hanno avuto in quei giorni contatti con Borsellino. Questo, con le agende che sono state recuperate, può essere di grande aiuto alle indagini”.

I TABULATI DI CIANCIMINO

Le telefonate di Massimo Ciancimino: Genchi se n’è occupato recuperandone i tabulati fin dal 1991. Isolando(…) tre telefonate a numeri riservati dei ministeri della Giustizia e dell’Interno, del 9 luglio 1991 e del 3 settembre, quando era cominciato il processo a carico del padre (…). Un’altra telefonata, sempre a un numero riservato del ministero dell’Interno, il 19 gennaio 1992, due giorni dopo la condanna in primo grado di don Vito (…). Come dire che i suoi contatti, lui o suo padre, li aveva ancora. (…) Ed erano contatti, quelli di Massimo Ciancimino, che partivano dalle primavere del ’92 e del ’93 (…) con numerose utenze di interesse che, si dice convinto, (…) potrebbero ancora fornire riscontri alla famigerata trattativa tra Stato e mafia di cui il figlio dell’ex sindaco di Palermo sta parlando ai magistrati(…) C’è un sacco di gente cui chiedere spiegazioni. Specie dopo che Agnese Borsellino è tornata a parlare (…) raccontando ciò che a Genchi aveva detto troppi anni fa: che qualche giorno prima della strage, suo marito le aveva raccomandato di non alzare la serranda della camera da letto, perché avrebbero potuto spiarli dal castello Utveggio. (…).

“Ho delle rivelazioni cruciali da fare su via D’Amelio”, dice Genchi, “Se questa volta a Caltanissetta mi permetteranno di farle, ne sarò felice”.

DALLE STRAGI A WHY NOT

Genchi racconta di aver ritrovato, nell’inchiesta Why Not, gli stessi personaggi sui quali aveva centrato le sue indagini, per la strage di via D’Amelio, intorno al Cerisdi del castello Utveggio, quello dove compariva Gaetano Scotto. “Tutto mi sarei immaginato”, racconta Genchi, “tranne che, dopo aver ritrovato in quest’inchiesta (Why Not, ndr) le telefonate del professor Sandro Musco (professore che aveva un circolo all’interno del Cerisdi, mai indagato, ndr) e senza sapere che (il Ros, dopo il sequestro dell’archivio, ndr) mi avrebbe pure contestato la richiesta dei tabulati dell’avvocato di Bruno Contrada, Pietro Milio, avrei ritrovato anche il terzo soggetto su cui, assieme appunto a Contrada e Musco, si erano concentrate le mie indagini, mai concluse, per le ragioni che ora sa, sulla strage di via D’Amelio: si tratta di Vincenzo Paradiso (la sua persona compare nelle intercettazioni di Saladino, leader CdO Calabria, principale indagato di Why Not, ndr). L’uomo, in futuro leader della Compagnia delle Opere in Sicilia, che stava al Cerisdi, le cui utenze risultarono in contatto con il boss stragista Gaetano Scotto, nel 1992. Ed è qui che l’indagine (Why Not, ndr) è stata bloccata senza che sapessi dove portava. (…) O quasi. Perché quando la revoca è giunta, in realtà, come il Ros di Roma sa bene, io avevo già scritto una parte della relazione”.

OMBRE SULLE TOGHE DI WHY NOT

Questa è la e-mail scritta da Genchi al pm di Salerno, Gabriella Nuzzi, subito dopo la perquisizione, disposta dalla Procura di Salerno, ai colleghi di Catanzaro, che avevano ereditato l’inchiesta Why Not avocata a De Magistris. Di lì a poco, anche la Nuzzi sarebbe stata punita dal Csm, proprio per quella perquisizione, insieme con il suo capo Luigi Apicella e il pm Dionigio Verasani quando ancora era titolare dell’inchiesta sul “caso de Magistris”. Genchi scrive di quanto ha scoperto sul nuovo titolare di Why Not, il sostituto procuratore Alfredo Garbati.

“Come dicevo (…) mi sono accorto dell’esistenza e del riferimento, nei dati da me già elaborati, del cellulare del dr. Alfredo Garbati quando ho letto alcuni stralci del decreto di sequestro del Suo Ufficio. Mai avrei rilevato quello che mi accingo a riferirle, se non fossi stato direttamente chiamato in causa, proprio in relazione all’operato posto in essere contro di me e contro il dr. Luigi de Magistris. Ritengo doveroso portare a conoscenza del Suo Ufficio la significatività dei contatti telefonici del cellulare del dr. Alfredo Garbati con il cellulare di Nicola Adamo (tra i principali indagati in Why Not, ndr) dei giorni (…) contestuali e prossimi alla spedizione dell’avviso di garanzia e alle perquisizioni del febbraio-marzo2007 ad Antonio Saladino e alle audizioni di Caterina Merante. (…)”.

“E allora”,scrive Montolli, “l’uomo che coordina le indagini Why Not a Catanzaro è il più vicino di tutti agli indagati. Nell’inchiesta‘eversiva’. Perché quelli di Genchi sono numeri. E non importa se gli indagati abbiano commesso o meno reato. Importa che quei contatti telefonici tra pm e il suo stesso indagato non possono esistere. Ma c’è ancora di più. Il dottor Garbati era risultato in strettissimi rapporti con l’onorevole Marco Minniti, nell’ordine di diverse centinaia di telefonate. Un dato fondamentale, se si considera l’arrivo delle scottanti intercettazioni su Marilina Intrieri, giunte da Crotone per essere inglobate in Why Not e in cui molto si parlava di Minniti. Ma tutto questo ancora non basta. Perché il 17 febbraio del 2009 si presenta da Gioacchino Genchi un giornalista calabrese, collaboratore de L’Espresso, Paolo Orofino. Gli porta un cartaceo, un doppio cartaceo (…). Si tratta della prima relazione di Alfredo Garbati a Jannelli su cosa farà di Why Not. Documento straordinario. Per prima cosa, spiega Garbati che su Mastella sono già tutti d’accordo e che bisogna muoversi a stabilire cosa fare anche con Pittelli, perché Pittelli, con cui Garbati risulta addirittura in contatto, si deve presentare alle elezioni e non può portarsi dietro una ‘macchia’. Bisogna muoversi a dargli una risposta: in un’Italia dove la gente crepa in prigione mentre i magistrati di sorveglianza sono in vacanza, c’è anche qualcuno che si preoccupa prima di ogni altra cosa di non far cosa sgradita ai suoi indagati. Si vede che la giustizia, finalmente, sta cambiando”.

AFFARI, POLITICA, GIUSTIZIA

Achille Toro è il procuratore aggiunto di Roma che ha sequestrato l’archivio Genchi. Scrive Montolli: “I contatti sospetti di Toro (…) all’interno dell’archivio non sono solo con Giancarlo Elia Valori, imputato nello stesso ufficio che lui codirige; Elia Valori socio di Caltagirone, nel consorzio Blu, e coimputato nel relativo processo, istruito dallo stesso ufficio che lui codirige; Elia Valori legato allo stesso Caltagirone e a Ricucci, nelle stesse scalate su cui lui indagava (…); Elia Valori legato al banchiere Geronzi, su cui Achille Toro stesso indagava; (…) No. I contatti sospetti di Achille Toro sono pure altri. (…) Toro potrà avere l’ardire di raccontare che quando ha preso l’archivio Genchi non ricordava le sue telefonate con Elia Valori, indicato da De Magistris come presunto capo della massoneria contemporanea e di cui avevano parlato alcuni giornali italiani (…). Magari (…) Toro non ha ricevuto le intercettazioni di Ricucci, che lui stesso indagava, con Elia Valori (…), può dire di non avere riconosciuto il numero di Elia Valori, che lui componeva spessissimo, nello stesso periodo in cui Ricucci lo chiamava.(…) Potrà dire di non averlo manco aperto, l’archivio, e di non sapere che c’era una cartelletta a suo nome (…). Potrà dire che un conto è che suo figlio Stefano abbia avuto un incarico dal ministro Mastella, nello stesso momento in cui Mastella stava per essere indagato nell’inchiesta fatta da Genchi, un conto è che lui stesso fosse capo di gabinetto nel ministero dei Trasporti di quel governo, e un conto è che lui possa sequestrare tutto a Genchi”.

(…) “Ciò che Achille Toro non potrà mai dire è che ignorava che nell’archivio Genchi ci fosse un altro numero ancora. (…) Il numero di una persona che il telefono di Achille Toro, di sua moglie e di suo figlio Stefano, componevano spessissimo, addirittura dal lontano 2003: il numero dell’onorevole avvocato senatore Giancarlo Pittelli (…). Le cose cominciano a essere più chiare. Giancarlo Elia Valori, su cui si stava incentrando l’inchiesta di De Magistris, (…) è legato a doppio filo all’avvocato Giancarlo Pittelli, parlamentare di Forza Italia, tra i principali inquisiti dal magistrato. Entrambi sono amici (…) del procuratore aggiunto di Roma Achille Toro (…)”.

in Il Fatto Quotiano, 8 dicembre 2009