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Contro la mafia. Nonostante il governo | Pietro Orsatti

Contro la mafia. Nonostante il governo | Pietro Orsatti.

Criminalità – Il ministro Maroni si vanta degli arresti eccellenti degli ultimi 14 mesi. Meriti condivisi anche dallo scrittore Roberto Saviano. In realtà magistrati e forze dell’ordine hanno lavorato a corto di mezzi visti i tagli ai fondi. Per Anna Garavini, capogruppo Pd nella commissione Antimafia: «Questo esecutivo, al di là della propaganda, sotto il piano legislativo sta facendo dei favori alla criminalità organizzata». Con lo scudo fiscale probabilmente ci sono molti miliardi appartenenti alle mafie che rientrano “ripuliti” con un costo inferiore a quello usuale : il 5% invece che il 15-20%.


di Pietro Orsatti su
Terra

Un anno particolare per la lotta alla mafia quello appena trascorso. Un anno di grandi successi della magistratura e delle forze di polizia e dei carabinieri che hanno condotto, in particolare in Sicilia negli ultimi mesi, a un numero impressionante di arresti “eccellenti” di latitanti di rango quali Baglisi, Raccuglia, Nicchi e Fidanzati. Alcuni di loro boss locali di peso, altri capi in ascesa ai vertici di Cosa nostra come Domenico Raccuglia, detto il “veterinario”. «La migliore stagione di contrasto alla mafia che sia stata vissuta in Italia – ha dichiarato prima di Natale il ministro dell’Interno Maroni -. A indicarlo sono in numeri: in questi ultimi 14 mesi sono state svolte 309 operazioni di polizia giudiziaria contro i clan (+35% rispetto ai 14 mesi precedenti), sono state arrestate 3.315 persone (+32%) e 235 latitanti (+78%)». Successi, però, non tanto per l’azione del governo, quanto per la cocciutaggine di magistrati e forze di polizia che hanno proseguito l’azione di contrasto alla criminalità nonostante le difficoltà. Anche se poi il governo ha rivendicato un proprio ruolo di «guida e indirizzo», di «antimafia dei fatti» in contrapposizione all’«antimafia delle parole ». «Non scherziamo, siamo davanti a successi ottenuti nonostante i tagli sulle risorse alle forze di polizia, gli straordinari non pagati da anni, i continui attacchi mirati a criminalizzare i magistrati, e nonostante i tanti provvedimenti che ne hanno limitato gravemente l’efficienza come nel caso delle intercettazioni telefoniche, delle nuove regole per lo scioglimento dei Comuni, e non ultimo il provvedimento inserito in Finanziaria sulla vendita dei beni confiscati», dichiara a Terra Anna Garavini, capogruppo del Pd nella commissione parlamentare Antimafia. «Il nostro giudizio politico è molto severo – prosegue la parlamentare -. Perché questo governo, al di là di quelle che sono state le dichiarazioni propagandistiche, sotto il piano legislativo sta facendo dei grossissimi favori alla mafia. Sta cercando di smantellare da un lato le forze dell’ordine e dall’altro la magistratura che sono invece i veri protagonisti degli ultimi successi. Sappiamo molto bene che la lotta alla mafia non si può fare solo con la repressione del fenomeno, ed è un errore clamoroso limitarsi a questo. E per di più gli attacchi continui alla magistratura a lungo andare ne depotenzieranno la capacità di far fronte anche soltanto all’ala cosiddetta militare della criminalità organizzata. Ormai le mafie si sono infiltrate e hanno investito in ambiti paralegali e legali dell’economia e della finanza, condizionano politiche e appalti, determino spesso la sopravvivenza o meno di un’azienda».

E mentre si festeggiano i 95 miliardi di euro rientrati grazie allo scudo fiscale, pochi dicono che fra quell’enorme quantità di denaro probabilmente ci sono molti miliardi di soldi appartenenti alle mafie che rientrano “ripuliti” con un costo ben inferiore di quello usuale per riciclarli (il 5% invece che il solito 15-20%). Insomma, anche lo scudo è stato un bell’aiuto all’impresa mafia che, nonostante un’evidente crisi militare, continua a rappresentare un terzo del Pil grazie alle imprese infiltrate o direttamente collegate alla crimine spa e che detiene circa il 30 cento della liquidità nel nostro Paese.

Ma torniamo agli ultimi successi nella lotta all’ala militare, in questo caso di Cosa nostra. La cattura di Bernardo Provenzano a Montagna dei Cavalli, condotta dalla squadra Catturandi della mobile di Palermo, ha rappresentato uno spartiacque. Sia per la rilevanza del personaggio criminale sia per il numero e l’importanza dei documenti (i famosi “pizzini”) che furono trovati in seguito al suo arresto. Ma questa cattura non è, ovviamente, uno spartiacque solo per Cosa nostra. Succede qualcosa anche all’interno delle forze dello Stato che in pochi mesi, fra l’operazione “Gotha”, la cattura dei Lo Piccolo e quella di Provenzano, avevano messo a segno un’impressionante serie di successi, impedendo di fatto anche l’esplosione di una guerra di mafia causata dalle ambizioni egemoniche del clan Lo Piccolo. Succede che si interrompe l’azione in particolare della Catturandi, che a partire dall’arresto di Giovanni Brusca dieci anni prima, aveva avuto un ruolo fondamentale nella lotta alla mafia e nella cattura dei latitanti. Il modello Catturandi, ormai, era rodato. Veniva perfino esportato in altre regioni d’Italia, in particolare in Calabria e Campania, ma la Cat- Pietro Orsatti U turandi originale veniva messa da parte, le indagini sugli altri latitanti di peso nel palermitano affidate ai carabinieri. Per tre anni. Perché l’azione di indagine viene delegata ad altri, perché non vi sono più soldi. Se si pensa che un latitante “medio” spende alcune decine di migliaia di euro a settimana per garantirsi la latitanza, è ovvio che per prenderlo bisogna quantomeno mettere in campo risorse uguali se non maggiori. Agli uomini della Catturandi, invece, non sono stati pagati, se non parzialmente, gli straordinari e le missioni della cattura dei Lo Piccolo del 2006. Da questa constatazione è facile capire che le catture dei tre latitanti di spicco nel palermitano negli ultimi mesi, Domenico Raccuglia, Gianni Nicchi e Gaetano Fidanzati, non sono state il frutto di uno sforzo estremo del governo, ma di una sorta di scatto morale di alcuni magistrati e di alcuni reparti della polizia, Catturandi in primis.

Successivamente, proprio alla vigilia del nuovo anno e dopo la battuta del premier Silvio Berlusconi su una promessa di sconfiggere la mafia entro la fine del suo mandato, arriva la dichiarazione di guerra di Roberto Maroni, con tanto di un programma speciale di lotta ala crimine organizzato per «debellarlo» definitivamente dal nostro Paese e dalla nostra società. Con tanto di benedizione di Roberto Saviano che ha dichiarato: «Roberto Maroni? Sul fronte antimafia è uno dei migliori ministri dell’Interno di sempre». Dimenticando, Saviano, dei tagli ai fondi della polizia, dimenticando lo spostamento (centinaia di milioni di euro) di risorse alle cosiddette “ronde”, dimenticando anche la devastante politica di gestione sia dei testimoni di giustizia che, oggi, anche dei pentiti da parte del suo sottosegretario Alfredo Mantovano. Ormai le vicende dei testimoni quali Ulisse, Pino Masciari e Piera Aiello, in pratica abbandonati dallo Stato o in fuga da esso vista l’assenza di una politica di protezione coerente con le necessità umane, affettive e lavorative dei teste a rischio, sono sulla bocca di tutti.

Ma Mantovano, che gestisce da anni il settore testimoni e pentiti (praticamente in tutti i governi Berlusconi) e presiede la commissione che gestisce i programmi di protezione, ha raggiunto l’apice durante e dopo le dichiarazioni del collaboratore Gaspare Spatuzza nel processo Dell’Utri, mettendo in dubbio pubblicamente la sua testimonianza e la correttezza della magistratura (entrambi giudizi che non spettano a lui e soprattutto che paventano un suo parere negativo alla richiesta dell’applicazione di un programma di protezione per il pentito). «Una posizione e dichiarazioni gravissime – spiega Anna Garavini -. Per questo in commissione Antimafia abbiamo chiesto e ottenuto con urgenza una sua audizione a gennaio. Sia per i toni sia per le implicazioni che avrebbero, e forse hanno già avuto, le sue dichiarazioni». Saviano dimentica molto e cerca la battuta a effetto anche in questo caso. Mantovano è uomo (e di fiducia) di Maroni, sul contrasto alle mafie ha un ruolo determinante. E quindi Saviano, alla luce dei fatti e non delle ipotesi, ha di nuovo sottovalutato il peso che, dopo il grande successo mediatico del suo libro e della sua figura, ottiene ogni sua battuta. Anche per le molte cose dette con leggerezza e superficialità quest’anno di lotta alla mafia è stato un anno particolare.

«Mantovano pensi alla tutela dei testimoni e non li minacci» : Pietro Orsatti

«Mantovano pensi alla tutela dei testimoni e non li minacci» : Pietro Orsatti.

Il caso – Ieri Piera Aiello denunciava l’abbandono dello verso chi, come lei, si è ribellata alla criminalità organizzata.
Alla reazione scomposta del ministero dell’Interno risponde Giuseppe Lumia, membro della commissione antimafia

di Pietro Orsatti su Terra

«Parlare, come arrivano a fare oggi taluni parlamentari, di testimoni di giustizia ‘abbandonati dallo , e farlo a margine di un caso come quello della signora Piera Aiello equivale a sostenere ricostruzioni e tesi totalmente difformi dalla realtà». L’accusa è pesante, soprattutto se a formularla è Alfredo Mantovano, sottosegretario all’Interno e presidente della Commissione sui Programmi di Protezione. Pesante è anche la conclusione del comunicato dell’esponente del Pdl che, testualmente e con tono minaccioso, si riserva «ogni azione a tutela degli organi del ministero dell’Interno, eventualmente necessaria a seguito di dichiarazioni false che, su questa come su altre posizioni, fossero rese da chiunque».

Obiettivo di questa dichiarazione sono Giuseppe Lumia, senatore Pd e membro della Commissione Antimafia, e Rita Borsellino, europarlamentare. Rei, i due, di aver espresso solidarietà alla testimone di giustizia Piera Aiello, impegnata in una solitaria lotta proprio con l’amministrazione che la dovrebbe proteggere, e di aver criticato, chiedendone la modifica e soprattutto la riorganizzazione dell’organismo presieduto da Mantovano. Ed è il rappresentante del Pd in commissione antimafia a rispondere alle ultime dichiarazioni del sottosegretario.

Senatore Lumia, si aspettava una reazione del genere dal sottosegretario, in particolare i toni da censura?

Da un certo punto di vista mi fa sorridere, perché una minaccia del sottosegretario non mi fa un baffo. Sono un parlamentare, una persona seria, lo testimonia la mia storia e penso di aver detto delle parole vere, denunciando fatti fondati, avanzando proposte competenti. Da un altro punto di vista, al di là del sorriso, penso che sia squalificante per un sottosegretario usare quelle parole, non bisogna mai usarle sui testimoni di giustizia. Bisogna semmai usare un altro linguaggio e in generale sulla lotta alla mafia bisogna avere quella capacità di cooperare che fa della politica un momento serio e non un momento per insultare e minacciare chi la pensa diversamente.

Da tempo alcuni esponenti politici e le associazioni avanzano la richiesta di mettere mano alla legge. In particolare lei, già dalla scorsa legislatura, ne ha parlato più volte.

Si, lo sto proponendo da mesi e continuerò a farlo. Perché i testimoni di giustizia, al contrario dei collaboratori, sono subito una risorsa, sono subito una forza da valorizzare, ed è per questo che a loro vengano garantiti due aspetti che oggi non sono tali. Sto parlando dell’inserimento lavorativo e della sicurezza. Sono due elementi che non possono mancare e l’uno nutre l’altro. È questo che rafforzerebbe, darebbe credibilità allo , e da lì possono arrivare nuove testimonianze di chi punta il dito, di chi denuncia, di quegli onesti cittadini che si schierano contro la mafia.

Negli scorsi mesi lei stesso segnalò come il ministro Maroni, al contrario di Mantovano, avesse espresso interesse sulla questione testimoni. Un gioco delle parti o due posizioni davvero differenti?

Sembra quasi che uno faccia il buono e l’altro il cattivo. Maroni si cala nel ruolo del buono, Mantovano in quello del cattivo. E ogni tanto si invertono il copione. In realtà dopo alcuni segnali positivi in commissione, devo registrare un arretramento. Noto una chiusura. L’ho verificata anche sulla vicenda dello scioglimento di Fondi, con un gioco delle parti fra i due che ora si ripete anche sui testimoni. Allora è bene che ognuno si assuma la propria responsabilità. Il ministro sa che i testimoni sono una risorsa anche se sono pochi, e che essendo pochi noi come non abbiamo fatto abbastanza, non abbiamo fatto fino in fondo il nostro dovere. Le proposte invece ci sono, la commissione parlamentare antimafia aveva approvato un documento all’unanimità però non è recepito. Ripartiamo da quel documento.

Antimafia Duemila – ‘Ndrangheta: Pino Masciari da solo in Calabria dove tutto e’ cominciato

Antimafia Duemila – ‘Ndrangheta: Pino Masciari da solo in Calabria dove tutto e’ cominciato.

Pino Masciari scende da solo in Calabria, e da venerdì 2 Ottobre 2009 sarà davanti al tribunale di Vibo Valentia, per denunciare che gli impegni presi dalle Istituzioni a Giugno, dopo aver concordato la fuoriuscita dal programma di protezione, sono ad oggi disattesi, condannando con ciò la famiglia Masciari a vivere in una condizione di totale e gravissima precarietà sia sul piano della sicurezza sia sul piano economico.

Masciari si sente in pericolo di vita in seguito alle ultime vicende subite e ai fatti degli ultimi giorni: perchè si è creato un vuoto delle Istituzioni competenti che non garantisce sicurezza effettiva a lui e alla sua famiglia.

Antimafia Duemila – In silenzio, fino in fondo

Antimafia Duemila – In silenzio, fino in fondo.

di Lorenzo Baldo e Anna Petrozzi – 23 settembre 2009
Caltanissetta.
Certo non è affatto facile. Da una parte dover gestire la responsabilità di un’inchiesta delicatissima legata al periodo più buio della storia recente della Repubblica: le stragi del ‘92 e del ’93.

E dall’altra barcamenarsi tra computer che non funzionano, macchine insufficienti e senza carburante, organico ridotto all’osso e una lotta per il controllo del territorio che non può conoscere distrazione o allentamenti. Perché appena si distoglie l’attenzione le cosche, Cosa Nostra e Stidda in questo angolo tormentato di Sicilia, rialzano la testa per dimostrare che lo Stato non c’è ma loro sì.
Poi, come se non bastasse, arriva la delegittimazione istituzionale.
Un ex magistrato come Alfredo Mantovano, oggi sottosegretario al Ministero dell’Interno, che fa finta di non sapere che l’azione penale nel nostro Paese è ancora obbligatoria quando emergono nuovi indizi di reato. Pochi giorni fa nell’ambito di un convegno a Salemi in compagnia del pregiudicato Sgarbi, il giudice in aspettativa si chiedeva quali fossero le ragioni per “riaprire le indagini relative agli anni 92 e 93 dopo un’archiviazione adottata per la friabilità degli indizi”. Forse prima di parlare avrebbe fatto meglio ad informarsi.
La procura di Caltanissetta guidata da Sergio Lari infatti, non curante degli attacchi e delle polemiche e soprattutto a discapito di tutte le difficoltà sopraelencate, sta facendo del suo meglio per verificare fino all’ultimo dettaglio proprio le novità emerse in modo particolare dalle dichiarazioni del neo collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza. Che sembrano essere assolutamente valide.
Uomo d’onore della famiglia di Brancaccio, dopo 17 anni, ha deciso di parlare e di autoaccusarsi di aver rubato la 126 che imbottita di tritolo ha trucidato Paolo Borsellino e i suoi ragazzi della scorta. La sua confessione ha smentito la ricostruzione finora accertata anche da sentenze passate in giudicato aprendo la possibilità, ad alcuni dei mafiosi condannati, della revisione del processo e soprattutto sollevando quesiti piuttosto inquietanti.
Il pool di magistrati incaricato di seguire le indagini, tra cui l’aggiunto  Domenico Gozzo e il sostituto Nicolò Marino, ha voluto sentire uno per uno i protagonisti di quelle vicende: i criminali che si erano falsamente accusati, i politici protagonisti di quel tempo, tra cui l’allora Ministro Mancino, e i poliziotti che svolsero le prime investigazioni.
Salvatore Candura, uno dei falsi testimoni, reo confesso, ha infatti accusato gli uomini del cosiddetto gruppo investigativo Falcone e Borsellino, al tempo al comando del questore Arnaldo La Barbera, scomparso poi nel 2002, di averlo costretto a mentire sotto minaccia.
Su alcuni di questi uomini quindi, fino ad oggi considerati degli eroi antimafia, ora aleggia il tremendo sospetto di depistaggio, un’accusa gravissima e infamante che i magistrati stanno appurando con estrema cautela.
Per il momento è certo soltanto che vi siano state delle lacune nelle prime indagini, ma dimostrarne le finalità appare molto difficile, soprattutto a causa del lungo tempo trascorso.
“L’errore Scarantino” è stato voluto? Oppure si è trattato di superficialità nell’ansia di dare una risposta immediata allo sgomento della gente dopo la morte dei due magistrati?
Non si fanno illusioni Lari e i suoi, 17 anni sono tanti per riuscire a trovare riscontri inconfutabili, ma la battaglia è solo all’inizio. Fino a che la legge è uguale per tutti continueranno ad esaminare ogni singolo dettaglio e ogni possibile risvolto.
Sarebbe l’ideale se dietro la propaganda di regime sui “super risultati” contro la mafia, il “super governo” si ricordasse di dotare questi uomini almeno dei mezzi necessari e sufficienti per accertare la verità su quegli anni bui. A meno che, per qualche ragione a loro nota, è meglio che non si scopra.


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Benny Calasanzio Borsellino: Incontri ravvicinati del terzo tipo in casa Masciari

Benny Calasanzio Borsellino: Incontri ravvicinati del terzo tipo in casa Masciari.

Il 19 agosto il Corriere della Sera dedica un ampio servizio alla notizia che il bispregiudicato Vittorio Sgarbi beneficerà della tutela armata da parte del Ministero degli Interni per via di alcune intimidazioni e telefonate anonime ricevute in quest’ultimo periodo, istigate, niente di meno, che dal mandante Beppe Grillo. Altre fonti parlano di una scorta affibbiata al critico d’arte copiatore per evitare pericoli di suicidio, essendo molto probabilmente l’unico vero rischio corrente per il pregiudicato biondo che fa impazzire il mondo. Nessuno spazio invece, nemmeno una schizinosissima breve, per una notiziola che sta circolando clandestinamente se si eccettuano una paio di quotidiani e una decina di siti internet: nella notte in cui il Corsera dava alle stampe la terribile notizia del pericolo di morte imminente corso da Sgarbi, due sconosciuti si sono introdotti nell’abitazione del super testimone di giustizia Pino Masciari, che seppur uscito dal programma dopo indecenti peripezie, tra le quali la scorta al singhiozzo e lo sputtanamento dei suoi dati personali e dei dettagli riservati da parte del responsabile della sua sicurezza, il sottosegretario Alfredo Mantovano (celebre l’intervento sul Corsera in cui snocciolava i dettagli economici offerti a Masciari per abbandonare il servizio di protezione), ha ricevuto per iscritto garanzie di protezione fino alla cessazione totale dei rischi a suo carico. Parliamo non del piccolo commerciante che denuncia i suoi esattori, altra specie a rischio estinzione, ma dell’allora settimo imprenditore della Calabria che ha fatto saltare un sistema mafioso mandando alla sbarra il clan ‘ndranghetista degli Arena e facendo condannare pure un alto magistrato per corruzione. Come ci racconta la moglie di Pino, Marisa, «erano le tre della notte, e noi stavamo dormendo nella nostra camera, mentre i bambini nelle loro camerette che danno sul corridoio. Sono stata svegliata da dei passi tonfi, che venivano verso la camera da letto. Ho pensato fosse mio figlio, e allora ho sollevato la testa chiamandolo per nome». Marisa apre gli occhi e vede un’ombra imponente ai piedi del letto che, scoperto dalla donna, si lancia verso il balcone e si butta giù dal primo piano nel giardino dei Masciari. «Ho iniziato ad urlare e quando Pino è saltato in piedi ed è andato verso il giardino nell’ingenuo tentativo di inseguirli, di scoprire chi fossero, ha visto anche un altro uomo che probabilmente si era appena lanciato dall’altro balcone di casa e stava raggiungendo a piedi l’auto a fari spenti che li aspettava, una Opel Astra station wagon grigia, abbastanza nuova». Ora, tutto ciò traumatizzerebbe ognuno di noi, dal metalmeccanico di Buccinasco all’architetto di Platì, che nonostante alcuni «abitanti» comuni, sono due città diverse. Ma se sei un testimone di giustizia tra i più efficaci e se sai di essere in costante pericolo di vita, non credo debba fare un gran bell’effetto trovarsi un omone grande e grosso ai piedi del letto, nella camera più intima di un matrimonio, dove nessuno, a parte i figli insonni, dovrebbe avere accesso. Se siano stati dei balordi o uomini mandati come avvertimento, o peggio ancora killer interrotti a metà del lavoro, questo né Pino né Marisa lo sanno. Il dato certo è che due uomini, peggio ancora se semplici balordi, sono riusciti in tutta tranquillità ad introdursi nella casa di un testimone di giustizia ufficialmente protetto dallo Stato e a gironzolare, fino a quando la coppia non li ha messi in fuga. Farebbe piacere sentire il parere di Mantovano, e del Sistema centrale di protezione, chiedere se è questo che offrono agli imprenditori cui chiedono di denunciare. Ma purtroppo, anche dopo l’intervento della Polizia, chiamata dai Masciari, nessuno ha ritenuto di dover contattare la famiglia. «E’ facilmente immaginabile lo stato d’animo di mio marito. La notte ha definitivamente smesso di dormire e passa le ore da una finestra all’altra dell’appartamento a controllare, un po’ quello che dovrebbe fare il servizio di tutela. Se fossero stati dei killer avrebbero fatto una strage, ci avrebbero ammazzati nel sonno assieme ai bambini. Siamo arrivati davvero al limite». E nel caso non fossero stati uomini dei clan, beh, ora i galantuomini calabresi sanno che l’accesso alla dimora di uno dei più importanti testimoni di giustizia italiani, citato come esempio dalla penultima commissione Antimafia, è un porto di mare. Basta non fare rumore.

Benny Calasanzio Borsellino: La bomba a Pino Masciari, un messaggio d’affetto: “Noi ci siamo”

Solidarietà a Pino Masciari in seguito al fallito attentato e ancora  una volta vergogna al sottosegretario (dis-?)onorevole Mantovano. La ricostruzione di Benny Calasanzio: Benny Calasanzio Borsellino: La bomba a Pino Masciari, un messaggio d’affetto: “Noi ci siamo”.

Ciò che è inquietante è l’incredibile tempismo di questo ordigno. Di solito, quando un ente, una commissione parlamentare o un sottosegretario ti dice: “Non sei più in pericolo”, e poi ti piazzano una bomba, l’audace veggente dovrebbe quanto meno dimettersi, chiedere scusa e chiedere di triplicare le misure di protezione per il testimone di giustizia nel mirino, prima di tornare a casa e dedicarsi al pascolo dei greggi. In Uzbekistan forse. Qui no. Anzi, io credo in fondo che Masciari se la sia messa da sola la bomba, copiando Falcone che per diventare famoso rischiò di far saltare mezza spiaggia all’Addaura. Non trova Mantovano?

Il pubblico da casa può televotare chiamando il Ministero dell’Interno e urlare alla cornetta di mandare qualcuno a proteggere Masciari. Il Grande Fratello sei tu.