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L’Anello della Repubblica

L’Anello della Repubblica.

“La storia di un servizio segreto di cui per più di mezzo secolo non è emersa pubblicamente nessuna informazione”
Giuseppe De Lutiis

“Il Noto servizio o Anello ha svolto un ruolo che non avrebbe mai potuto garantire alla luce del sole: indirizzare scandali, campagne di stampa, corruzione, sparizione di documenti, ricatti, arruolamenti di delinquenti.”
Dalla postfazione di Paolo Cucchiarelli.

Una scoperta per caso.
Un servizio segreto di cui nessuno ha mai saputo nulla venuto fuori dagli archivi del Viminale. Una storia tutta italiana, quasi incredibile. Il “noto servizio” o “Anello” è una struttura occulta che ha avuto un ruolo decisivo nella storia della Repubblica. Compito principale: ostacolare le sinistre e condizionare il sistema politico con mezzi illegali, senza sovvertirlo. Non è stata una meteora: ha operato dal 1945 fino agli inizi degli anni Ottanta, alle “informali” dipendenze del capo del governo.

Creato per volontà dell’ex capo dei servizi segreti fascisti(!), il generale Mario Roatta, e poi gestito da Adalberto Titta, un ex repubblichino, fu promosso dalla Cia e costituito da ex ufficiali badogliani, imprenditori, faccendieri, giornalisti. Tutto in collaborazione con la malavita e la mafia.

Seguendo le tracce del “noto servizio”, il libro rivela il coinvolgimento di questa struttura in tre episodi fondamentali: la fuga del nazista Kappler dal Celio, frutto di un accordo tra governo italiano e tedesco; la trattativa del Vaticano con le Brigate Rosse per la liberazione di Aldo Moro; l’accordo con la camorra per la liberazione dell’assessore democristiano, Ciro Cirillo.

Testimoni e preziosi riscontri sui documenti che Aldo Giannuli ha scoperto nel 1996 indagando sullo stragismo nero confermano quello che fino a ieri era solo un’ipotesi: la “sicurezza” della nostra Repubblica nasce in continuità con il fascismo, è controllata dagli americani, e affidata a personaggi senza scrupolo e spesso coinvolti con la criminalità. Complice la Democrazia cristiana. Andreotti sapeva, ma anche Moro e Craxi. Noi no. Ecco le prove.

Radio France: Politica, mafia e l’omertà tv di Porta a Porta

Radio France: Politica, mafia e l’omertà tv di Porta a Porta.

Eric Valmir è il corrispondente, per l’Italia, di Radio France, la radio pubblica francese. Di ritorno da un incontro col giudice Roberto Scarpinato -autore, con Lodato Saverio, de “Il ritorno del principe” (Chiare Lettere)- ha pubblicato sul suo blog questo post, che traduco.

La prima frase mi disorienta: “Non parliamo di Berlusconi, d’accordo?”. Mi disorienta perché due ore prima, davanti al teatro Massimo di Palermo, uno degli attori, sul fronte economico, della lotta contro la mafia mi ha posto la stessa condizione. Io non sono lì per parlare di Berlusconi, ma dei meccanismi di Cosa Nostra.

E con un sorriso d’intesa lo dico pure al mio ospite: “Sono venuto per parlare del suo libro, Il ritorno del principe”. E’ vero… l’entourage di Berlusconi è spesso sospettato di collusione con la Mafia, il suo braccio destro, Marcello Dell’Utri, è stato peraltro condannato nel corso della precedente legislatura, ma nessuna prova ha mai implicato formalmente il Presidente del Consiglio.

Roberto Scarpinato è l’ultimo dei giudici di Palermo. L’ultimo della generazione di Falcone e Borsellino, i due magistrati assassinati nel 1992 e nel 1993. Una memoria storica della giustizia palermitana che ha rifiutato di trasferirsi a Milano o a Verona. Vive sotto scorta. E’ stato lui ad istruire il processo contro Giulio Andreotti per complicità mafiosa. Giulio Andreotti, oggi senatore a vita – e sette volte presidente del Consiglio.

La sentenza di primo grado l’aveva assolto per insufficienza di prove, ma la Corte d’Appello, tre anni più tardi, rovesciò il verdetto. Andreotti colpevole. Il delitto di “associazione a delinquere” venne riconosciuto, ma i fatti, nel frattempo, erano caduti in prescrizione.

Il ritorno del principe non è una descrizione dell’inchiesta Andreotti. Per Roberto Scarpinato, che si esprime con voce lieve, Andreotti non è che il prodotto di un sistema pronto ad ogni prova, e protetto, oggi, da una cornice mediatica. Le conclusioni dell’inchiesta Andreotti non sono mai state riportate troppo chiaramente dalla stampa italiana. Il giudice Scarpinato cita nel suo libro un esempio della copertura mediatica televisiva: Porta a Porta, il talk di successo di Bruno Vespa, su Rai Uno.

Quando Andreotti viene assolto, Bruno Vespa gli consacra una trasmissione trionfale.
Quando viene dichiarato colpevole, non una parola.

Quando il braccio destro di Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, si becca nove anni di reclusione per collusione con la Mafia, Porta a Porta propone un’edizione speciale sulla sessualità degli anziani. Stessa cosa in occasione della condanna di Bruno Contrada, numero tre dei servizi segreti italiani, vicino agli ambienti mafiosi.

Questi esempi sono citati quasi a titolo d’ironia nel libro. Il resto dell’intervista scompone tutto un meccanismo che prende avvio da un sistema di tipo feudale. Una minoranza di potenti che mantiene il proprio potere ed i propri interessi ricorrendo ad ogni mezzo. Fino alla violenza e all’omicidio politico.

La Mafia non è un’organizzazione criminale, è una cultura clientelare. La sola che esista, quella di chi dirige. Quella di cui è sempre stata negata l’esistenza fino agli anni 70. La borghesia mafiosa palermitana utilizzava gruppi per imporre un regno di terrore, ma al riparo da ogni sguardo. La Mafia era una leggenda. Tutto cambia con Totò Riina e Bernardo Provenzano, i due leggendari padrini di Corleone, che mettono a segno una strage dopo l’altra. La Mafia diviene un fatto mediatico. Il cinema se ne impadronisce. E il Principe si adatta. La Mafia… sono loro. Il Principe finisce per liquidarli. In galera. Cosa Nostra è finita. Basta crederci!

Il Principe è una classe dirigente fatta di notabili, imprenditori ed eletti. Un corpo a se’ stante che risale al XVI secolo. Nel libro, Scarpinato scrive: “Dapprima sono apparsi i metodi mafiosi, poi la Mafia. Nel 1861, al momento dell’unità d’Italia, il 90% della popolazione era analfabeta; nel 1848, il 60%. Non per colpa sua: essa era stata tenuta nell’ignoranza e non aveva mai potuto conoscere i princìpi di una democrazia. E non sono sufficienti cinquant’anni di Repubblica per modificare il corso delle cose, soprattutto quando il Principe sta nel cuore della vita pubblica”.

Il Principe ha tremato nel 1992. Il Muro di Berlino italiano. I due terzi della classe politica decimati dall’inchiesta Mani Pulite, i comunisti risparmiati, i giudici al potere – ed allora il Principe decide di usare i metodi forti. Riina e Provenzano uccidono, massacrano. Falcone e Borsellino vengono assassinati. Per vendetta, si dice.

“Non credo”, risponde Roberto Scarpinato. “In quel momento, in cui tutto era destabilizzato, il Principe doveva conservare il potere. Un colpo di Stato non era possibile. Dopo il crollo del sistema politico, era stato progettato un attentato mostruoso alla Stadio Olimpico di Roma. La bomba non ha funzionato. Quella carneficina sarebbe rimasta nella Storia. Per l’onda emotiva si sarebbe portato al potere una nuova generazione scelta dal Principe. Falcone e Borsellino avevano scoperto simili manipolazioni politico-mafiose, che avrebbero portato ad una riorganizzazione dello Stato, ed un progetto comparabile ad una sorta di balcanizzazione dell’Italia. Abbiamo ripreso l’inchiesta, ma mai ci è riuscito di produrre le prove necessarie. Tuttavia il Principe voleva dividere l’Italia in tre, affinché ognuno potesse conservare i propri privilegi. Il Nord agganciato alla locomotiva europea, il Centro tecnocratico, e il Sud una sorta di Singapore italiana con tutte e quattro le Mafie al comando.

“Ovviamente -prosegue il giudice- mi si dirà che la mia immaginazione è fertile, e che la Mafia appartiene al passato. Ma io non cerco che la verità: non per altro sono minacciato di morte e non ho più una vita privata. Lo trova normale”?

Abbiamo parlato per due ore, ma il tempo m’è sembrato scorrere molto più in fretta. Tornato nel frastuono della strada palermitana, osservo le facciate color ocra di via Roma. Il sole è dolce, una coppia si bacia, i primi odori dell’estate… L’Italia.

Eric Valmir, 16.04.2009
traduzione di Daniele Sensi

Antimafia Duemila – Ciancimino: ecco chi erano i soci di mio padre

Antimafia Duemila – Ciancimino: ecco chi erano i soci di mio padre.

di Silvia Cordella – 25 marzo 2009
Sono nomi eccellenti quelli che lunedì sono stati snocciolati in aula da Massimo Ciancimino: “Salvo Lima, Calogero Pumilia, Enzo Zanghì, Pino Blanda, Enzo Cirà  e Carlo Vizzini”, tutti “personaggi – ha detto – legati alla società del gas di mio padre da vincoli societari” più o meno occulti.

Le rivelazioni di Ciancimino stanno portando dunque a galla una serie di inquietanti retroscena, dalla Trattativa del ’92 alle cointeressenze occulte con don Vito Ciancimino di isospettabili (o quasi) personaggi. Argomenti destinati a turbare i vecchi salotti di Palermo e minare forzieri mai aperti. Ma il figlio dell’ex sindaco di Palermo va ancora oltre, aprendo la porte a una probabilità drammatica. “Qualcuno potrebbe aver ucciso mio padre” ha detto. “Ho sempre avuto mille dubbi. Io ero in Sicilia quando lui morì a Roma… era uscito quella mattina da una clinica per check-up. Aveva visto il suo medico personale. Non c’era niente, era tutto a posto. Cosa accadde nel pomeriggio e la sera nessuno lo sa”. Giovanni Falcone, quando era ancora in vita, aveva cercato di farlo collaborare. Don Vito si rifiutò. Tempo dopo erano tornati alla carica i magistrati della Procura guidata da Giancarlo Caselli, della risposta vi è traccia in un verbale del ’93: “Quando Andreotti sarà condannato anche a un solo giorno, non disperate, verrò io a trovarvi”. Andreotti fu condannato a Perugia per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli il 17 novembre 2002 ma don Vito Ciancimino muore alle 5 di due giorni dopo.
Da quel giorno sono passati molti anni e Massimo Ciancimino muove i suoi primi passi in una tappa processuale che è solo all’inizio.

Processi di cui e’ meglio non parlare

http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=13736&Itemid=78

di Nicola Tranfaglia* – 10 marzo 2009
Processi di cui è meglio non parlare Quello che sta avvenendo in Italia da alcuni anni a questa parte è un processo di cui sarebbe sbagliato negare la complessità e la gradualità. Riguarda, da una parte, l’oscuramento di fatti ed episodi sgraditi a chi controlla il potere politico e, dall’altra, l’affondamento di quello che era rimasto dello stato di diritto nel nostro paese.

Si tratta, nell’uno come nell’altro caso, di un attacco frontale a quell’idea di “democrazia moderna” che, negli anni migliori del sessantennio, era apparsa come un obbiettivo raggiungibile.
Un esempio calzante di questo duplice obbiettivo che si sta ormai realizzando in maniera rovinosa è costituito dal processo in corso a Palermo dal luglio 2007 (IV sezione del Tribunale penale) contro il generale e prefetto Mario Mori, ex capo del Sismi ed ex comandante del Ros dei carabinieri, per un complesso di vicende ancora oscure.
Vicende che riguardano le stragi politico-mafiose del 1992-93, la mancata cattura di Provenzano nel ’95-96, la nascita di Forza Italia nel 1993-94, infine alla cattura dello stesso Provenzano nel 2006.
Di un simile processo non parla nessuno in Italia come se si trattasse di una vicenda di assai scarso interesse e le sole notizie riguardo al generale Mori sono la sua presenza a Roma e le sue imprese come attuale responsabile del dipartimento di sicurezza della capitale per diretta nomina del sindaco di Alleanza Nazionale, Gianni Alemanno.
Attraverso una rivista bimestrale, Micromega (numero 1 – 2009), che ha scelto l’attualità politica come centro della sua battaglia periodica, possiamo leggere gli elementi essenziali di un dibattimento processuale che ha un particolare interesse dal punto di vista storico e riporta la testimonianza (che appare più di altre attendibile) del colonnello dei carabinieri Michele Riccio che riferisce notizie di prima mano sui fatti presi in considerazione.
In particolare Riccio accusa – con circostanze precise – il generale Mori e il suo strettissimo collaboratore colonnello Obinu di avergli impedito di trovare Provenzano 14 anni fa quando, grazie alla collaborazione processuale del mafioso Luigi Ilardo, ucciso da Cosa Nostra il 10 maggio 1996, era giunto al rifugio segreto del capomafia e stava per catturarlo.
Riccio rivela anche che proprio Mori gli aveva chiesto di non includere nomi di politici (o almeno di alcuni politici) nei rapporti che stendeva per il Ros durante la collaborazione di Ilardo precedente alla sua morte sicchè all’on. Andò, socialista, e all’on. Mannino, democristiano, si poteva anche accennare ma, in nessun caso, all’onorevole Marcello dell’Utri, (legato a Silvio Berlusconi come presidente di Pubblitalia) di cui pure Riccio aveva sentito parlare dal collaborante nel momento in cui, dopo le stragi del ’92, si stava dipanando la trattativa segreta del Ros Carabinieri con i capi di Cosa Nostra in vista di una tregua, che avrebbe dovuto seguire all’esaurirsi della strategia terroristica di attacco diretto allo Stato da parte dei corleonesi, e in particolare di Salvatore Riina, catturato provvidenzialmente nel gennaio 1993.
Ricorda che Ilardo, subito dopo aver annunciato ai magistrati Tenebra e Caselli di volersi costituire e collaborare con la giustizia, era stato ucciso da due sicari grazie al fatto che proprio dagli investigatori era stata diffusa la notizia della sua decisione e si era perduta una voce preziosa che molto poteva dire sugli ultimi anni dei delitti e delle imprese di Cosa Nostra non soltanto in Sicilia.
Le obiezioni della difesa alla testimonianza di Riccio non sono riuscite fino ad oggi a metterla in crisi e nel dibattimento si profila il delinearsi di una versione dei fatti che mette in luce come, durante la crisi politica del ’93-‘94, si sia realizzata un’alleanza di fondo tra la nascente Forza Italia e alcuni esponenti del Ros Carabinieri come il generale Mori e il tentativo di un accordo con la mafia siciliana che vede la sostituzione di Provenzano a Riina e il cambiamento radicale della strategia politica di Cosa Nostra.
Se il processo si concluderà recependo simili risultati, bisognerà tenerne conto in maniera adeguata nella ricostruzione storica dei rapporti tra la mafia e la politica nell’Italia contemporanea.

Stampa e bugie

di Ferdinando Imposimato

Moro si poteva liberare senza cedere al ricatto. Quanto a Pieczenik, egli disse cosa ben diversa da quella evocata da Cazzullo: egli disse ad Emanuel Amara, grande giornalista francese: «Cossiga ha approvato la quasi totalita’ delle mie scelte. Moro era disperato e doveva senza dubbio fare ai suoi carcerieri rivelazioni importanti su uomini politici come Andreotti. E’ stato allora che Cossiga e io ci siamo detti che era arrivato il momento di mettere le Br con le spalle al muro. Abbandonare Moro e lasciare che morisse con le sue rivelazioni. Sono stato io a preparare la manipolazione strategica che ha portato alla morte di Moro allo scopo di stabilizzare la situazione italiana». Esattamente la filosofia che ispiro’ la strategia della tensione. In realta’ non c’e’ stata alcuna fermezza da parte di Cossiga, c’e’ stata una vergognosa messa in scena: il falso comunicato concorse ad accelerare la uccisione di Moro. Il piano fu attuato da uomini della P2 al vertice dei servizi militari, attraverso mafiosi della Magliana. Lo ammise non solo Pieczenik, ma anche Danilo Abbruciati: «per Moro abbiamo fatto tutto e subito». Questa verita’ indiscutibile Cossiga finge di ignorare nelle risposte a Cazzullo.

Perche’ Cossiga, su sollecitazione di Gelli, inseri’, nel comitato di crisi del Viminale, che gesti’ il caso Moro in senso contrario alla sua salvezza, uno stuolo di affiliati alla P2 ? Come Federico Umberto D’Amato, gia’ capo del disciolto ufficio affari riservati del ministero dell’Interno (tessera 554); Giulio Grassini, capo del Sisde (tessera 1620); Giuseppe Santovito, al vertice del Sismi (tessera 1630); Walter Pelosi numero uno del Cesis (754); il generale Raffaele Giudice, comandante generale della Guardia di finanza (535); l’altro generale delle Fiamme gialle Donato Lo Prete (1600); il Capo di Stato Maggiore della Marina Giovanni Torrisi (631); il colonnello Giuseppe Siracusano (1607); il Prefetto Mario Semprini (1637); il gia’ citato Ferracuti (2137); il vice capo del Sismi Pietro Musumeci (487), che sara’ poi implicato nella torbida vicenda del riscatto Cirillo.
Perche’ Cossiga partecipo’ alle riunioni del Comitato di crisi al Ministero della Marina assieme a Gelli, con il patrocinio dell’ammiraglio Torrisi? E cosa pensa Cossiga delle relazioni preparate nel comitato di crisi da Stefano Silvestri e Pieczenik (di cui aveva sempre negato l’esistenza davanti alla Corte di Assise e alla Commissione Moro), che vollero «una strategia difficile e crudele» contro Moro, per «togliere valore all’ostaggio Moro, spingendo le Br ad ucciderlo?

Il problema in Italia non sono le intercettazioni illegali. Ma quelle legali…

Da http://bananabis.splinder.com/post/19756318/EPPURE:

Zorro di Marco Travaglio, l’Unità del 27/01/2009
Andreotti tiene un archivio segreto, e fa sapere che «qualche mistero me lo porterò nella tomba». Eppure viene celebrato da tutti i politici, o forse proprio per questo. Cossiga ogni tanto tira fuori una rivelazione o un’allusione sulla strategia della tensione anni 70-80, lasciando intendere di sapere molto di più. Eppure nessuno gliene chiede mai conto, o forse proprio per questo. Craxi, da Hammamet, distillava fax per fulminare questo o quel politico ostile («potrei ricordarmi qualcosa di lui») e conservava dossier, «poker d’assi» e intercettazioni su colleghi e magistrati. Eppure la Casta lo beatifica ogni giorno, o forse proprio per questo. Tre anni fa, in un ufficio di via Nazionale a Roma, fu rinvenuto l’archivio segreto di Pio Pompa, braccio destro del capo del Sismi Niccolò Pollari, con migliaia di dossier su cronisti, pm e politici sgraditi a Berlusconi, da «neutralizzare e disarticolare anche con azioni traumatiche». Pompa e Pollari sono imputati per quell’archivio illegale, eppure i governi di destra e sinistra li coprono, o forse proprio per questo. All’ombra della Telecom di Tronchetti Provera, il capo della security Giuliano Tavaroli è imputato per aver accumulato migliaia di dossier su giornalisti, politici, imprenditori spiati illegalmente. Eppure nessuno ne parla, o forse proprio per questo. Gioacchino Genchi lavora su intercettazioni e tabulati legalmente acquisiti da giudici in indagini su gravi reati. Eppure dicono che il delinquente è lui, o forse proprio per questo. Il problema in Italia non sono le intercettazioni illegali. Ma quelle legali.

Borsellino: omicidio di Stato?

Da http://www.beppegrillo.it/2009/01/passaparola_lun_13.html:

Buongiorno a tutti,
oggi parliamo di un processo scomparso, un processo dimenticato. Anzi, per nulla dimenticato. Proprio perché chi di dovere lo sa che non ne parla. E dopo capirete il perché.
A Palermo, in un’aula della quarta sezione penale del Tribunale, si sta processando l’ex capo dei servizi segreti civili, cioè l’ex capo del SISDE. Che è un prefetto, ma è anche un generale dei Carabinieri e si chiama Mario Mori. Un omino piccolo, un valoroso ufficiale dell’Arma, che ha lavorato con Dalla Chiesa ai tempi del terrorismo, che ha lavorato al R.O.S. – il Reparto Operazioni Speciali dei Carabinieri – ha guidato il R.O.S.
E’ un pluridecorato e plurimedagliato per la cattura di Riina e altri latitanti mafiosi, eppure pare nasconda dei segreti. Pare. Nessuno è in grado di affermarlo con certezza. Il processo è in corso. Ma io ne sarei abbastanza certo in quanto penso che questo sia una delle massime eccellenze investigative che abbiamo avuto in Italia. E che evidentemente nella stagione delle stragi di mafia è stato investito da un qualche potere che non conosciamo – ecco perché dico ‘pare’ che nasconda dei segreti – del compito, dell’ingrato compito, del terribile compito di trattare con la mafia mentre l’Italia veniva messa a ferro e fuoco dalle bombe, in Sicilia nel ’92 e addirittura nel continente, a Milano, Roma e Firenze, nel ’93.
Il mancato arresto di Provenzano nel 1995

Ora però non è imputato per quello, è imputato per una questione che potrebbe spiegare quella trattativa e potrebbe spiegare quel misterioso episodio che è stato oggetto di un altro processo che immediatamente precede l’episodio per il quale Mori adesso è imputato, la mancata perquisizione del covo di Riina dopo la sua cattura. Questo processo si riferisce a un altro episodio, che segue di due anni la mancata perquisizione del covo di Riina e risale al 1995 e precisamente al 31 ottobre 1995. Che cosa accade il 31 ottobre del 1995? Un colonnello dello stesso R.O.S. dei Carabinieri, grazie a un mafioso suo confidente sotto copertura – infiltrato nella mafia, ma confidente dei Carabinieri – riesce a scoprire dove è nascosto Provenzano. Provenzano nel 1995, due anni dopo la cattura di Riina, due anni dopo le ultime stragi, è il capo indiscusso di Cosa Nostra. Il confidente avverte il colonnello dei Carabinieri, che si chiama Michele Riccio, il consulente si chiama Luigi Ilardo. Il Carabiniere riesce a scoprire dove è nascosto Provenzano. Di più, incontra Provenzano. Ha un appuntamento con Provenzano in questo capanno di Mezzojuso. È un centro di campagna, una trentina di chilometri a sud di Palermo. Quindi dice: “Sto per incontrare Provenzano, venitemi dietro che vi faccio catturare Provenzano!”. Il colonnello Riccio entusiasta parla con i vertici del R.O.S., che sono i generali – c’è il colonnello Mori che è il capo operativo – c’è il braccio destro di Mori che è l’allora maggiore Mario Obinu, i quali decidono di non catturare Provenzano, ma semplicemente di far pedinare il confidente a distanza per vedere dove va, e poi cercare di catturare Provenzano quando saranno tutti pronti. Purtroppo passata quella occasione, Provenzano non ne consentirà un’altra. Fino a quando, undici anni dopo, all’indomani delle elezioni vinte dal centro-sinista quasi tre anni fa, Provenzano verrà catturato, o verrà consegnato, o si consegnerà, o si lascerà prendere. Perché sapete che le catture dei boss in Sicilia destano sempre degli interrogativi, dubbi, interpretazioni pirandelliane, come quel gioco di specchi, dove non si riesce mai a capire chi ha fatto che cosa. Esattamente come la cattura di Totò Riina nel ’93.
Lo Stato era compatto nella lotta alla mafia?

Ecco, questo processo, se uno lo conosce, consente alla gente di capire – non solo gli esperti, ma la gente comune – cosa è successo tra lo Stato e la mafia negli ultimi quindici anni. Potrebbe riscrivere, questo processo, la storia della mafia e dell’antimafia degli ultimi quindici, vent’anni. E infatti i pubblici ministeri – il pubblico ministero principale (sono in tre che lavorano: sono Nico Gozzo, Antonio Ingroia e Nino Di Matteo), quello che si è occupato fin dall’inizio di questa indagine è Nino Di Matteo, il 15 luglio dell’anno scorso quando è iniziato il processo, dopo il rinvio a giudizio di Mori e di Obinu, ha tracciato davanti ai magistrati la sua ipotesi accusatoria. Dicendo: “in questo processo intendiamo dimostrare questo, questo e quest’altro, con le seguenti prove e le seguenti testimonianze ecc.” Naturalmente è intervenuto l’avvocato Pietro Miglio, in rappresentanza della difesa dei due ufficiali, il quale invece ha detto: “noi dimostreremo che i nostri due clienti, Mori e Obinu, sono innocenti, che non c’è nessun mistero, che Provenzano non si faceva catturare.”
Qual è l’ipotesi accusatoria che a noi interessa? Non è tanto interessante sapere se Mori e Obinu hanno commesso dei reati, quelli sono fatti loro, dei magistrati, degli avvocati. Quel è il processo nel suo aspetto giuridico. Poi c’è l’aspetto pubblico e cioè quello che interessa a noi, o dovrebbe interessare a noi se qualcuno ce li raccontasse, e cioè sapere chi ha fatto che cosa e perché. Sapere poi se quello è un reato o no, poco importa. Importa sapere se lo Stato era tutto compatto nel combattere la mafia, se lo Stato aveva una sola strategia per combattere la mafia, se è vero che la mafia e lo Stato si sono sempre contrapposti in questi ultimi vent’anni e se è vero quello che ci veniva raccontato mentre esplodevano le bombe che uccidevano Falcone, la scorta e la moglie, poi Borsellino e la scorta e tanti innocenti cittadini comuni presi per caso dalle bombe di via Palestro a Milano o di via dei Georgofili a Firenze, e delle basiliche di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano a Roma, per non parlare dell’attentato di via Fauro contro Maurizio Costanzo. Se quello che ci veniva detto, e cioè “non abbasseremo la guardia!”, “nessuna pietà” era vero o era solo una declamazione retorica. Qui sembrerebbe che dietro le quinte, mentre lo Stato faceva la faccia feroce davanti alle telecamere, dietro le quinte fosse in realtà affaccendato a trattare con in mafiosi evidentemente perché l’aveva sempre fatto in passo, ed evidentemente perché l’ha sempre fatto in futuro. Ed è interessante quindi questa storia per capire un po’ tutto. Perché se fosse vera l’ipotesi accusatoria – il reato che viene contestato a Mori e a Obinu è piuttosto grave: favoreggiamento aggravato e continuato a Cosa Nostra, in particolare a Provenzano. Qual è questa tesi accusatoria? La tesi accusatoria è che, nel 1992, mentre a Milano esplode Tangentopoli, la Corte di Cassazione conferma le condanne dei mafiosi che Falcone e Borsellino con grande fatica sono riusciti a far condannare nel maxiprocesso nato dalle dichiarazioni di Buscetta e di altri due pentiti, Contorno e Calderone. La mafia si aspetta che la Cassazione con il solito Carnevale annullerà tutto e rimanderà liberi e belli i boss nelle loro case, e invece Carnevale non presiede il Collegio quella volta, perché è stato istituito una sorta di principio di rotazione, e lo stesso Carnevale ha preferito per opportunità, nel pieno della polemica, cedere il passo a un altro presidente. Basta il cambio di un presidente per far sì che quasi tutte le condanne vengano confermate in Cassazione. Per la mafia è uno shock bestiale, la fine della sua impunità storica ed è anche un problema materiale: i boss invece di uscire restano dentro con la prospettiva di non uscire più, o quasi. Anche perché sono piuttosto agees i boss mafiosi quando vengono presi, di solito.
La strategia delle stragi dopo il maxiprocesso

C’è quindi una reazione della mafia che è per metà una vendetta nei confronti dei referenti politici istituzionali perché evidentemente non hanno mantenuto le promesse o non sono riusciti a mantenere l’immunità, che sempre avevano garantito a Cosa Nostra, e quindi c’è l’eliminazione di Salvo Lima il 12 marzo 1992 a Palermo, c’è l’eliminazione di uno dei due cugini Salvo, Ignazio l’altro, Nino, era già morto per conto suo. E poi c’è l’omicidio Falcone che è un salto di qualità. Non è la vendetta verso un vecchio amico della mafia che ha tradito, ci mancherebbe altro, è semplicemente un attentato preventivo per impedire a Falcone di continuare a fare ciò che stava già facendo. È grazie a Falcone se si era acceso un faro sulla prima sezione penale della Cassazione e sul ruolo di Carnevale e se Carnevale non aveva presieduto quel Collegio al maxiprocesso perché Falcone, dirigente del Ministero della Giustizia sotto il ministro Martelli, aveva metto sotto il mirino Carnevale, che era considerato da lui, e non solo da lui, il tappo che impediva le condanne definitive ai mafiosi. Viene ucciso Falcone, viene ucciso Borsellino perché? Perché nel frattempo si è avviata una trattativa. Tra chi? Tra l’allora colonnello Mori e il suo collaboratore del momento più fedele, il capitano De Donno, e Vito Ciancimino, un sindaco mafioso di Palermo che in quel momento stava agli arresti domiciliari a Roma, per motivi di salute. Cioè questi due alti ufficiali dei Carabinieri vanno da un noto mafioso, condannato per mafia, e gli chiedono di fare da tramite coi vertici di Cosa Nostra. In quel momento, siamo nel 1992, c’è ancora la diarchia Riina – Provenzano. Ciancimino è più uomo di Provenzano che non di Riina, in ogni caso fa da tramite – i Carabinieri diranno di aver voluto avviare quella trattativa nella speranza di avere un aiuto per arrestare dei latitanti mafiosi e di iniziare in qualche modo le stragi che erano iniziate con quella di Capaci. Il risultato è che Riina capisce esattamente a rovescio, e cioè vede i Carabinieri, lo Stato, col cappello in mano dopo la strage di Capaci, e si felicita per aver avuto quella brillante idea di ricattare lo Stato con una strage dopo l’altra.
Il patto tra mafia e Stato

Riina voleva naturalmente non lo scontro con lo Stato, lui voleva punire chi aveva tradito per conto dello Stato gli accordi con Cosa Nostra e voleva fare un nuovo accordo con persone che fossero in grado di rispettarlo. Voleva un nuovo trattato di reciproca non belligeranza, convenienza, convivenza, connivenza. E dato che la classe politica se ne stava praticamente andando con l’indagine di Mani Pulite, bisognava attrarre qualche nuovo soggetto politico in grado di prendersi la responsabilità di fare questo nuovo accordo con la mafia. Per questo Riina mette le bombe, per questo si felicita che siano arrivati subito i Carabinieri col cappello in mano. E allora Riina dice: “perché cedere subito per un piatto di lenticchie? Possiamo rilanciare alzando il tiro con altre stragi e alzando quindi la posta della trattativa, così lo Stato ci darà molto di più”. La trattativa prosegue, parte subito dopo la strage di Capaci, e produce – questo è molto probabile – la strage di via D’Amelio, perché Borsellino è il simbolo vivente del partito della non trattativa. Adesso c’è tutta una polemica nata dalle rivelazioni dei figlio di Ciancimino e ripresa giustamente da Salvatore Borsellino a proposito di un incontro che ci sarebbe stato al Viminale il 2 luglio del 1992 tra Borsellino e l’allora ministro dell’Interno Mancino, dove secondo alcuni avrebbe fatto capolino anche Bruno Contrada e dopo il quale incontro Borsellino sarebbe rientrato agitatissimo nell’interrogatorio che stava facendo con Gaspare Mutolo che guarda caso era uno dei primi pentiti che parlavano di Andreotti, di Contrada e di Carnevale. Agitatissimo perché, così sostiene il figlio di Ciancimino, Borsellino era stato in qualche modo informato al Viminale che c’era in corso una trattativa e si chiedeva il suo consenso. E immaginate se Borsellino avrebbe acconsentito a trattare con la mafia che il mese precedente gli aveva ammazzato il migliore amico. È evidente che Borsellino diventa l’ostacolo numero uno sulla strada della trattativa e Riina lo intende così tant’è che lo elimina da quella strada, per spianare la strada della trattativa. Dopodiché vengono pianificati gli attentati del ’93 ai monumenti e ai simboli dell’arte, della religione, ai simboli dell’Italia praticamente, ma Riina il 14 gennaio del 1993 viene arrestato dagli stessi uomini del R.O.S. che stanno trattando con Cosa Nostra. E lì succede quel fatto increscioso: il R.O.S. arresta Riina promette che sorveglierà giorno e notte la casa dove Riina era latitante per vedere se arrivavano altri mafiosi, perché i mafiosi non sapevano che era stato scoperto il covo, Riina era stato arrestato lontano da casa, dopodiché ingannando la procura di Caselli, gli uomini del R.O.S. abbandonano il covo, lo lasciano incustodito e lo lasciano perquisire a Cosa Nostra. Che l’abbiano fatto apposta, che non l’abbiano fatto apposta, che si siano dimenticati, che si siano sbagliati, non lo sappiamo. Il processo che si è tenuto fino a due anni fa a Palermo, non ha appurato il dolo, non poteva del resto appurare che Mori e l’allora capitano Ultimo avessero fatto apposta queste omissioni per favorire la mafia, questa era l’accusa, da questa sono stati assolti, ma il processo ha appurato che il covo non è stato sorvegliato e non è stato perquisito e quindi chi lo ha perquisito? Cosa Nostra, capeggiata da chi? Dopo l’arresto di Riina, da Provenzano. C’erano i segreti, le carte della trattativa? C’era il famoso ‘papello’ che il figlio di Ciancimino assicura essere stato passato da suo padre al generale Mori, con le l’elenco delle richieste che la mafia faceva allo Stato per interrompere le stragi? Fine dei pentiti, fine del 41bis, fine dell’ergastolo, revisione del maxiprocesso e fine del sequestro dei beni. Non lo sappiamo. Sappiamo che lo Stato rinuncia a perquisire il covo di Riina. Cosa succede subito dopo? Succede che due anni dopo c’è la possibilità di prendere Provenzano. C’è la possibilità di prendere Provenzano perché il confidente Ilardo porta praticamente a casa di Provenzano i Carabinieri. Ma, dice il colonnello Riccio che gestisce il confidente Ilardo, il R.O.S. dei Carabinieri Provenzano non lo voleva prendere.
Per chi vuole entrare nel dettaglio di questo processo, non dimenticatevi che alla fine di questo mese, il 30 gennaio, uscirà un piccolo librino che ho curato io, un fascicoletto insieme alla rivista Micromega. Lì troverete tutti i dettagli con le parole, la versione dell’accusa, la versione della difesa e tutto il racconto del colonnello Riccio, che è spaventoso. Le parti più spaventose sono due. La prima è quando Riccio racconta che Ilardo, che nel frattempo stava decidendo di diventare un collaboratore di giustizia, di uscire da quella veste ambigua e rischiosa dell’infiltrato dentro la mafia confidente dei Carabinieri – col rischio di essere ammazzato da un giorno all’altro – e quindi di entrare con la sua famiglia nel programma di protezione dello Stato. Fanno una riunione a Roma per stabilire i termini della sua collaborazione con i magistrati interessati: Caselli, procuratore di Palermo; Tinebra, procuratore di Caltanissetta; il generale Mori, che nel frattempo ha fatto carriera. Ilardo, appena vede Mori, gli va incontro, nemmeno lo saluta, gli dice subito: “guardi, colonnello, che le stragi che abbiamo dovuto fare noi le avete commissionate voi dello Stato. Questo è il concetto. Immaginate un ufficiale dei Carabinieri che ha combattuto il terrorismo, che ha combattuto la mafia, si sente dire da un mafioso che le stragi le ha fatte lo Stato. Che fa? Gli mette le mani addosso, gli dice “ne racconti un’altra, come si permette?”. Che ne so. Il racconto di Riccio è agghiacciante perché sostiene che Mori rimase irrigidito per qualche secondo: silenzio, paralisi, tensione. Poi gira i tacchi e se ne va.
Il secondo episodio agghiacciante è quello che succede subito dopo quella maledetta riunione che si tiene il 2 maggio del ’96 a Roma nella quale viene deciso che Ilardo diventerà un collaboratore di giustizia. Ilardo torna in Sicilia perché ha chiesto una settimana per avvertire i suoi parenti di quello che sta per succedere, perché dovrà andar via poi per sempre dalla Sicilia, insomma quello che succede con in pentiti e con i testimoni di giustizia. E appena arriva in Sicilia, qualcuno fa sapere a Cosa Nostra che lui in realtà è un mafioso che sta tradendo Cosa Nostra che sta per cominciare a parlare e a mettere a verbale e quindi viene ucciso da un killer di Cosa Nostra a Catania. La collaborazione viene soffocata nella culla. Il giorno prima che lui entrasse nel programma di protezione, la mafia lo elimina perché qualcuno dei pochissimi esponenti delle istituzioni che sapevano del suo imminente pentimento ha fatto la fuga di notizie. Deve essere qualcuno che partecipava a quella riunione a Roma o che ha parlato con qualcuno che aveva partecipato a quella riunione.
Ilardo quindi muore. Il colonnello Riccio pagherà un prezzo altissimo perché due anni dopo essersi scontrato coi vertici del R.O.S. che non avevano voluto catturare Provenzano viene arrestato a sua volta dal R.O.S., cioè da suoi colleghi, per delle operazioni antidroga a Genova, molto controverse. Secondo alcuni erano delle operazioni brillantissime – la DEA gli aveva anche dato degli encomi solenni (la DEA è l’anti droga americana) – secondo altri erano operazioni disinvolte. Viene arrestato con dei suoi collaboratori per traffico di droga e viene condannato in primo grado a nove anni. Secondo alcuni potrebbe essere una manovra per delegittimare il suo racconto. Perché il colonnello Riccio aveva un’agenda dove aveva segnato tutte le confidenze che Ilardo gli faceva sui rapporti mafia-politica. E gli aveva parlato di Dell’Utri, e gli aveva parlato di Andreotti, e gli aveva parlato di Mannino, e gli aveva parlato di Salvo Andò e gli aveva parlato di altri politici che secondo lui avevano rapporti con la mafia. E gli aveva parlato anche con quel Dolcino Favi che all’epoca era in servizio a Siracusa nella magistratura e che poi arriverà a fare il procuratore generale reggente di Catanzaro e troveremo due anni fa a togliere l’inchiesta ‘Why Not’ dalle mani di De Magistris. Tutte cosa naturalmente da verificare. Resta il fatto che alla vigilia della verbalizzazione delle rivelazioni, Ilardo viene con precisione cronometrica assassinato e quindi quello che ha detto assume una discreta importanza.
Gente di ‘casa nostra’

In questo processo, tramite il colonnello Riccio, Ilardo dall’aldilà parla tramite le agende del colonnello Riccio. E il colonnello Riccio conclude i tre giorni, lettura e udienza, dedicati al suo esame, alla sua deposizione ricordando che il generale Mori gli ordinò di non scrivere nei rapporti investigativi nessun nome politico tra quelli fattigli da Ilardo, nemmeno quello di Dell’Utri.
Mori e altri spiegarono al colonnello Riccio che Dell’Utri e Berlusconi stavano facendo le stesse battaglie contro i giudici che interessavano al R.O.S. e che insomma, questa fu l’espressione, ‘Berlusconi e Dell’Utri sono di ‘casa nostra’. Cioè noi dei R.O.S. dei Carabinieri, apparteniamo alla stessa casa di Berlusconi e di Dell’Utri’. Nel processo vedremo se questa mancata cattura di Provenzano è reato, se è stata fatta per favorire la mafia oppure no, già sappiamo, per quello che dice Riccio, che Provenzano poteva essere catturato undici anni prima, quando era ancora un po’ più in carne, un po’ più in forze e soprattutto un po’ più potente, un po’ più importante. Soprattutto sappiamo che di questo processo non si deve parlare. Non si deve parlare perché ci riporta alle stragi e alle trattative tra Stato e mafia. E quello è un tema che non può essere affrontato dall’informazione italiana perché è un tema che riguarda la nascita della Seconda Repubblica. Una Seconda Repubblica che non è purtroppo nata dal sangue della Resistenza, ma è nata dal sangue delle stragi e quindi chi ne parla o chi ne vuole parlare, letteralmente, muore. Passate parola!”

Andreotti, auguri ma ricordiamo quelle sentenze

http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=12192&Itemid=48

di Claudio Fava – 14 gennaio 2008

Auguri, senatore Andreotti. Detto senza celia, come si deve a chi arriva ai novant’anni.

Dispiace solo che delle infinite vicende accadute durante questi suoi anni, alcune resteranno orfane di verità, archiviate tra le cose superflue di cui è bene smarrire ogni memoria.
Per cui non se ne dolga se qui riannoderò qualche filo di quella memoria. Il 15 ottobre 2004 l’hanno definitivamente scagionata da un’accusa assai grave: essere mafioso. Scagionata, non assolta. La corte ha deciso di non doversi procedere nei suoi confronti perché alcuni fatti e alcune colpe appartenevano a un passato non sufficientemente prossimo. Insomma, erano trascorsi più di vent’anni e il reato di associazione a delinquere era caduto in prescrizione. Buon per lei, senatore. Ma per il paese? Per le istituzioni che lei ha rappresentato? Quel tempo non è poi così remoto, senatore. Racconta la guerra che Cosa Nostra scatenò contro lo Stato: il nostro e il suo. Facciamo l’elenco degli ammazzati? Il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, il capo della squadra mobile Boris Giuliano, Peppino Impastato, il giornalista Mario Francese, il segretario della DC Giuseppe Riina, il capo dell’ufficio istruzione Cesare Terranova, il maresciallo Lenin Mancuso, il presidente della Regione siciliana Piersanti Matarella: macelleria mafiosa.
Alcuni di quei morti sono bottino di guerra dei Bontate e dei Badalamenti, la vecchia aristocrazia di Cosa Nostra: gli stessi capi mafia che la sentenza indica come amici suoi, senatore Andreotti. Leggiamo insieme? “La Corte ritiene che un’autentica, stabile e amichevole disponibilità dell’imputato verso i mafiosi si sia protratta fino alla primavera del 1980… anche (attraverso) dirette relazioni del senatore Andreotti con gli esponenti di spicco della cosiddetta ala moderata di Cosa Nostra, Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti”, amichevoli relazioni che “hanno determinato il solerte attivarsi dei mafiosi per soddisfare, ricorrendo ai loro metodi, talora anche cruenti, possibili esigenze dell’imputato o di amici del medesimo…”.
Metodi talora anche cruenti, senatore. Per soddisfare possibili sue esigenze. Non accadeva sulla luna ma in Sicilia, una trentina di anni fa, quando lei era già stato cinque volte capo del governo e sedici volte ministro. Perché dovremmo far finta che tutto ciò non sia accaduto? Che due sentenze pronunciate in nome del popolo italiano siano solo cialtronerie? Cosa infiamma gli adulatori d’ogni parrocchia politica che oggi si prostreranno e le rivolgeranno i loro benevoli auguri, senza trovare il coraggio di chiederle conto e verità, almeno per una volta, di ciò che sta scritto su quelle sentenze?

Processo Mori-Obinu: ”Dell’Utri tolto dal rapporto”

Da http://www.antimafiaduemila.com/content/view/12080/48/:

“Il generale Mario Mori mi disse di non inserire nel rapporto ‘Grande Oriente’ i nomi di tutti i politici citati dal confidente Luigi Ilardo.

Tra questi c’era anche Marcello Dell’Utri: una persona importante, molto vicina ai nostri ambienti.
Io allora ritenni l’inserimento del suo nome un pericolo. Se lo metto, pensai, succede il finimondo”. Lo ha detto oggi, rispondendo alle domande del pm Nino Di Matteo, il colonnello dell’Arma Michele Riccio, che ha concluso la sua deposizione nel processo per favoreggiamento aggravato a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu. Riccio, sentito come testimone assistito, ha specificato che Dell’Utri faceva parte dell’ “area di riferimento nostra, dell’Arma”, area di cui avrebbe fatto parte pure Silvio Berlusconi, e per chiarire il concetto ha sostenuto che entrambi “erano di casa nostra”. Al presidente della IV sezione del Tribunale, Mario Fontana, che gli ha chiesto di essere più chiaro, il colonnello ha risposto citando le parole che gli avrebbe detto Mori: “Le ‘guerre’, loro (Berlusconi e Dell’Utri, ndr) le fanno per noi. Portate più pentiti e vedrete che i pentiti cadranno”. Il senso sarebbe stato “combattere i pentiti” per agevolare Giulio Andreotti, sottoposto a un processo per mafia, lo scopo ultimo aiutare tutti gli altri imputati dello stesso reato, come Dell’Utri.

ANSA

Un patto tra Berlusconi e la mafia?

Un articolo di Radio France Internationale che parla delle rivelazioni del pentito di mafia Antonino Giuffré, sul patto che sarebbe stato stato siglato tra Cosa Nostra e Forza Italia.

La traduzione in italiano si trova su:
http://liberautopia.ilcannocchiale.it/post/2124030.html

Un patto tra Berlusconi e la mafia?
Pubblicato Mercoledì 4 Dicembre 2002 in Francia

Il “numero due” della mafia siciliana, Antonino Giuffré, oggi pentito, ha rivelato che un patto è stato siglato tra Cosa Nostra e Forza Italia, nel 1993, quando Berlusconi ha deciso di creare tale partito sulle ceneri della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista, che fino ad allora erano stati i “referenti politici” dell’organizzazione mafiosa.

Gennaio 1993. Neanche qualche mese dopo gli eclatanti omicidi dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, “colpevoli” agli occhi di Cosa Nostra d’aver fatto condannare all’ergastolo quasi tutti i boss della mafia siciliana, il “numero uno” di Cosa Nostra viene a sua volta arrestato. Totò Riina ed il suo sostituto Bernardo Provenzano (latitante da quasi trent’anni) si rendono conto che la loro organizzazione è più che mai in pericolo di estinzione. Dal momento che i loro due “referenti politici” – la Democrazia Cristiana di Andreotti ed il Partito Socialista di Craxi – sono molto indeboliti dall’operazione “mani pulite” dei giudici milanesi e, più grave, sono incapaci di “rispettare i patti” siglati con Cosa Nostra.
A causa di ciò, due capi democristiani vicini ad Andreotti ed alla mafia, vengno assassinati.

Ma non basta: sono necessari altri “referenti” ed altri “garanti”, a Roma come a Milano o Torino; ma è anche necessario aprire un’altra “stagione”, cambiando metodo: abbandonare la “strategia degli attentati” a 360 gradi contro lo Stato ed i suoi rappresentanti a vantaggio di un ritorno alla “strategia del silenzio” e dell’omertà. Per continuare a controllare i traffici ed i mercati più redditizi dell’isola del mediterraneo.

Nel frattempo, alcuni democristiani e socialisti, letteralmente decimati dai giudici milanesi che indagano sui casi di corruzione, pensano dal canto loro di creare un nuovo partito centrista, incentrato sul ricchissimo imprenditore Silvio Berlusconi, che non può ormai più contare né su Bettino Craxi (in esilio ad Hammamet) né su Giulio Andreotti (inquisito a Palermo dai magistrati che indagano su Cosa Nostra).

Una coincidenza molto preoccupante

Tale coincidenza, piuttosto inquietante, non era sfuggita agli specialisti della mafia, ma costoro non disponevano dell’anello mancante. Apparentemente è cosa fatta dall’8 novembre scorso, quando Antonino Giuffré, il “numero due” di Cosa Nostra arrestato lo scorso aprile grazie ad una denuncia anonima, vuota il sacco e racconta, con dovizia di dettagli, come Bernardo Provenzano abbia stabilito un nuovo “patto”, questa volta con Forza Italia.

Tramite una persona molto vicina a Berlusconi: Marcello Dell’Utri, palermitano oggi senatore di Forza Italia, dopo essere stato il creatore ed il presidente della compagnia più redditizia di Berlusconi, Publitalia, che controlla più della metà della pubblicità televisiva italiana. Dell’Utri è attualmente inquisito, a Palermo, per “associazione mafiosa”, ed in tale processo i giudici avrebbero avuto piacere ad interrogare anche lo stesso Silvio Berlusconi, ma il capo del governo italiano ha rifiutato di rispondere alle loro domande – come permesso dalla legge – il 26 novembre scorso.

Sempre secondo il pentito Giuffré, Cosa Nostra, prima di siglare un patto con Forza Italia, aveva considerato l’idea di creare un proprio partito: Sicilia libera, una sorta di Lega del Sud, ricalcata sulla Lega Nord diretta da Umberto Bossi.

Ma Cosa Nostra alla fine ha abbandonato tale progetto, per non essere costretta ad ingaggiare politici siciliani già “in odore di mafia” e quindi poco credibili, nel momento in cui optava per un ritorno alla strategia del silenzio e “dell’immersione negli affari”, ed evitava ormai ogni attentato troppo clamoroso.
Per questo Cosa Nostra ha preferito stabilire tre canali differenti tra i suoi affiliati e Silvio Berlusconi per mettere a punto – ma anche far rispettare – una patto da onorare in dieci anni e incentrato su questioni essenziali: revisione di tutti i grandi processi antimafia, abolizione della legge che confisca i beni dei mafiosi, considerevole ammorbidimento del regime carcerario dei boss in cella.

Dal canto loro Provenzano ed i suoi seguaci hanno preso l’impegno formale di far eleggere i candidati di Forza Italia, chiedendo al contempo ai propri uomini d’evitare di mostrarsi accanto ai candidati della coalizione di Berlusconi, per “non sporcarli” agli occhi degli elettori e per non attirare l’attenzione dei giudici nei loro confronti.
“D’ora in poi siamo in buone mani”, ha detto Provenzano agli altri membri della “cupola” di Cosa Nostra.

Apparentemente le consegne di Provenzano sono state rispettate alla lettera, durante le ultime elezioni, nel maggio del 1999: i 61 candidati presentati dalla coalizione di Berlusconi nelle liste proporzionali sono stati tutti eletti! Un successo al 100% che nemmeno la Democrazia Cristiana era stata capace di ottenere in quasi cinquant’anni di “collaborazione” con Cosa Nostra.
Al contrario, se si crede a certi boss, la coalizione al comando non ha rispettato i patti. Dall’anno scorso tre dei principali detenuti mafiosi – Riina, Bagarella e Aglieri – hanno manifestato in più occasioni il loro disappunto. Secondo un documento ufficiale dei servizi segreti italiani reso pubblico quest’estate, gli rinfacciano di fare nuove leggi a suo vantaggio che “proteggono” solo i suoi principali collaboratori. “Iddu pensa solo a iddu” (”Pensa solo a sè stesso”) hanno fatto sapere, secondo questo documento. Nella stessa occasione, questi boss hanno chiaramente lasciato capire di poter rilasciare dichiarazioni compromettenti per Silvio Berlusconi.

Significa forse che le rivelazioni di Giuffré, in occasione dell’ennesimo processo che riguarda persone vicine a Berlusconi, sono state “programmate” dalla stessa Cosa Nostra, lo scorso aprile, quando ha apparentemente deciso di far arrestare il proprio “numero due”, nell’intento di ringiovanirsi ed imporre più che mai la “legge dell’omertà”?

La nuova P2 e le vecchie BR

Da http://www.beppegrillo.it/2008/11/la_nuova_p2_e_le_vecchie_br.html

Licio Gelli: ”Se tornassero le Brigate Rosse ci sarebbero ancora piu’ stragi: il terreno e’ molto fertile perche’ le BR potrebbero trovare molti fiancheggiatori a causa della poverta’ che c’e’ nel Paese”. E’ un avviso ai naviganti? A P2, PDL, PDmenoelle e criminalità organizzata?
Gelli ha ragione, il terreno è MOLTO fertile. Le cause sono due: l’economia che farà a pezzi il nostro Paese nel 2009 con milioni di nuovi disoccupati. L’impossibilità di controllare l’informazione rispetto agli anni di piombo. Allora si uccideva Pecorelli e si stava tranquilli per un decennio. Oggi si dovrebbe mettere la mordacchia alla Rete. Ci proveranno, ma forse è troppo tardi, forse è troppo difficile.
Tanta gente, un fiume di giovani, sa tutto di Dell’Utri e di Andreotti, il condannato e il prescritto, senatori della Repubblica (una volta un titolo d’onore, oggi fa ribrezzo). La coppia ospite della trasmissione “Venerabile Italia” condotta da Gelli su Odeon TV. I ragazzi sanno chi è Gelli, sanno delle infiltrazioni dei servizi segreti nelle stragi di Stato. Sanno del depistaggio operato da Gelli nella strage di Bologna, 85 morti e 200 feriti, sentenza definitiva della Cassazione.
La pagliacciata del camion bianco di Piazza Navona e le parole di Cossiga sono i segnali di una nuova strategia della tensione. Nuova perchè non ci sono più partiti contro partiti. Ma cittadini contro politici. Basteranno gli stadi? Si dovrà interrompere il campionato per rinchiudere i manifestanti. Le BR non torneranno, i cittadini incazzati e senza futuro invece sono pronti. Quando si accorgeranno di non avere più niente da perdere, chi potrà fermarli? Gelli lo sa. I suoi migliori allievi, dallo psiconano a Cicchitto, sono al Governo. E’ come se ci fosse lui. Infatti ha chiesto il copyright sul Piano di Rinascita Democratica. Gli altri si prendono i meriti mentre lui sta rinchiuso a Villa Wanda con il grembiulino liso.
Prevenire è meglio che curare. L’esercito nelle strade sta diventando un’abitudine, come in Colombia. L’Italia del resto è la portaerei mondiale della cocaina. Il cittadino informato è un cittadino incazzato. Il cittadino informato e disoccupato può diventare un terrorista della libertà. Disinformare e occupare allo stesso tempo è un’equazione difficile da risolvere. La P2 al governo ci sta lavorando giorno e notte. Il tempo fugge e forse, tra poco, anche i piduisti. Loro non molleranno mai, noi neppure.

Licio Gelli

Da http://www.pieroricca.org/2008/11/01/licio-gelli/:

… giunge la notizia che Licio Gelli (il capo della loggia massonica deviata Propaganda 2) sarà protagonista di una trasmissione televisiva di carattere storico. Uno spazietto pure a lui andava assegnato. Nel Paese delle beatificazioni facili è buona cosa portarsi avanti. La prima puntata – in onda su Odeon Tv – sarà dedicata al fascismo: “epoca ed epica”. Ospiti: Marcello dell’Utri, Marcello Veneziani e il Divo Giulio. Dell’Utri illustrerà i suoi falsi diari di Mussolini; Andreotti racconterà la sua esperienza di antifascista, consumata nelle stanze ovattate della biblioteca vaticana; Gelli ricorderà i giorni della sua adesione alla Repubblica di Salò. Non è un caso di omonimia: è il protagonista di decenni di trame nere e affari loschi; il medesimo personaggio che pochi anni fa donò parte delle sue carte all’Archivio di Stato di Pistoia, nelle mani della professoressa Linda Giuva, moglie di Massimo D’Alema.

I principali organi di stampa nazionale hanno diffuso la notizia a mo’ del già battuto “Cossiga’s style”: poveri vecchietti, lasciamoli parlare! Libertà d’espressione, che sarà mai. Poco importa la storia politica, penale e civile dei personaggi in questione. Poco importa della memoria e della decenza. Poco importa che in una democrazia seria certa gente sarebbe in galera o provorebbe vergogna a uscire di casa. Qui da noi l’importante è garantire a tutti i vecchi eversori di potersi esprimere.

La fedina penale di Licio Gelli – trascurando quelle di Marcello Dell’Utri (9 anni in primo grado per concorso esterno in Cosa nostra, due anni in primo grado per estorsione, una condanna definitiva per reati finanziari) e del Divo Andreotti (prescritto per mafia) – potrebbe essere il canovaccio di una serie tv di successo: condannato con sentenza definitiva per procacciamento di notizie contenenti segreti di Stato, calunnia nei confronti dei magistrati milanesi Turone, Colombo e Viola, tentativi di depistaggio delle indagini sulla strage alla stazione di Bologna e bancarotta fraudolenta per il fallimento del Banco Ambrosiano.
Ricordate Giorgio Ambrosoli, fatto fuori da Sindona, piduista come Berlusconi? Gelli lo ricorderà benissimo. L’Italia un pò meno.

Alla conferenza stampa di presentazione della trasmissione, il “Venerabile Maestro” ha detto che solo Berlusconi è in grado di portare a compimento il programma della sua “mai morta” loggia P2 (Piano di Rinascita Democratica), un programma per il quale dovrebbe chiedere i diritti d’autore. Il presidente del Consiglio, tessera P2 1816, preferisce non commentare.

Propongo di fare due cose:
1) scrivere, telefonare, intervenire, presso Odeon Tv
2) stampare e distribuire il cursus giudiziario e politico di Gelli, Dell’Utri e Andreotti

Se la Memoria ce l’ammazzano a colpi di teleschermo, allora val la pena rianimarla per strada.

La sentenza del processo Andreotti

http://damianorama.wordpress.com/2008/05/19/il-processo-andreotti-la-sentenza/


“In definitiva, la Corte ritiene che sia ravvisabile il reato di partecipazione alla associazione per delinquere nella condotta di un eminentissimo personaggio politico nazionale, di spiccatissima influenza nella politica generale del Paese ed estraneo all’ambiente siciliano, il quale, nell’arco di un congruo lasso di tempo, anche al di fuori di una esplicitata negoziazione di appoggi elettorali in cambio di propri interventi in favore di una organizzazione mafiosa di rilevantissimo radicamento territoriale nell’Isola:
a) chieda ed ottenga, per conto di suoi sodali, ad esponenti di spicco della associazione interventi para-legali, ancorché per finalità non riprovevoli;
b) incontri ripetutamente esponenti di vertice della stessa associazione;
c) intrattenga con gli stessi relazioni amichevoli, rafforzandone la influenza anche rispetto ad altre componenti dello stesso sodalizio tagliate fuori da tali rapporti;
d) appalesi autentico interessamento in relazione a vicende particolarmente delicate per la vita del sodalizio mafioso;
e) indichi ai mafiosi, in relazione a tali vicende, le strade da seguire e discuta con i medesimi anche di fatti criminali gravissimi da loro perpetrati in connessione con le medesime vicende, senza destare in essi la preoccupazione di venire denunciati;
f) ometta di denunciare elementi utili a far luce su fatti di particolarissima gravità, di cui sia venuto a conoscenza in dipendenza di diretti contatti
con i mafiosi;
g) dia, in buona sostanza, a detti esponenti mafiosi segni autentici – e non meramente fittizi – di amichevole disponibilità, idonei, anche al di fuori della messa in atto di specifici ed effettivi interventi agevolativi, a contribuire al rafforzamento della organizzazione criminale, inducendo negli affiliati, anche per la sua autorevolezza politica, il sentimento di essere protetti al più alto livello del potere legale.
Alla stregua dell’esposto convincimento, si deve concludere che ricorrono le condizioni per ribaltare, sia pure nei limiti del periodo in considerazione, il giudizio negativo espresso dal Tribunale in ordine alla sussistenza del reato e che, conseguentemente, siano nel merito fondate le censure dei PM appellanti.
Non resta, allora, che confermare, anche sotto il profilo considerato, il già precisato orientamento ed emettere, pertanto, la statuizione di non luogo a procedere per essere il reato concretamente ravvisabile a carico del sen. Andreotti estinto per prescrizione.
PER QUESTI MOTIVI
La Corte, visti gli artt. 416, 416bis, 157 e ss., c.p.; 531 e 605 c.p.p.; in parziale riforma della sentenza resa il 23 ottobre 1999 dal Tribunale di Palermo nei confronti di Andreotti Giulio ed appellata dal Procuratore della Repubblica e dal Procuratore Generale, dichiara non doversi procedere nei confronti dello stesso Andreotti in ordine al reato di associazione per delinquere a lui ascritto al capo A) della rubrica, commesso fino alla primavera deI 1980, per essere Io stesso reato estinto per prescrizione; conferma, nel resto, la appellata sentenza.
Visto l’art. 544, comma 3, c.p.p.; indica in giorni novanta il termine entro il quale verranno depositate le motivazioni della sentenza.
Palermo, lì 2 maggio 2003.
IL CONSIGLIERE est. IL PRESIDENTE
(Dr. Mario Fontana) (Dr. Salvatore Scaduti)

Andreotti colpevole di associazione mafiosa

Giulio Andreotti e Licio Gelli

Mentre TV e giornali hanno riportato che Andreotti è stato assolto dall’accusa di associazione a delinquere per aver avuto rapporti, incontri e contatti con i boss di Cosa nostra, in realtà è che il tribunale l’ha trovato colpevole, ma non è condannabile perchè il reato è prescritto.

Ecco un’estratto dalla sentenza che si pò trovare analizzata anche sul sito di Società Civile:

Secondo la Corte d’appello, Andreotti, «con la sua condotta (…) (non meramente fittizia) ha, non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione con il sodalizio criminale ed arrecato, comunque, allo stesso un contributo rafforzativo manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi».

E ancora dallo stesso sito:

“Ecco gli eventi accertati. Incontrò due volte il capo di Cosa nostra, Stefano Bontate. Coltivò rapporti con Salvo Lima, Vito Ciancimino, i cugini Salvo. Parlò con il boss Manciaracina”