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Ingroia ad Alfano: ”Fondamentale parlare con la gente”

Fonte: Ingroia ad Alfano: ”Fondamentale parlare con la gente”.

Roma. “La lotta alla mafia si vince creando un forte contatto con la gente, ecco perché i magistrati partecipano a convegni e trasmissioni televisive. Ce l’hanno insegnato i nostri maestri, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino“. Il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia risponde così al guardasigilli Alfano, che ieri ha invitato i magistrati a stare meno in tv e più in Procura per combattere la mafia. Intervistato dalla Repubblica, Ingroia spiega che “in televisione, come nelle scuole, i magistrati parlano del difficile percorso della lotta alla mafia. Negli ultimi tempi – denuncia – abbiamo assistito a pericolosi cali di tensione sulla questione legalità. Del problema mafia non si parla mai abbastanza. E poi – aggiunge – in tv vanno gli imputati a parlare dei loro processi e non possono andare i magistrati a parlare di legalità?”. Ingroia chiede ad Alfano di “fronteggiare la pesante carenza degli organici e porre dei rimedi alla riforma delle intercettazioni”. Sulla recente apertura delle assemblee della magistratura ai movimenti della società civile, “l’Anm sta facendo un percorso per far comprendere a tutti che la giustizia é patrimonio della collettività”, afferma. “E deve essere preoccupazione di tutti se non funziona”.

Fonte: Ansa.it (10 Dicembre 2009)

Alfano che dice le bugie – Peter Gomez – Voglio Scendere

Fonte: Alfano che dice le bugie – Peter Gomez – Voglio Scendere.

di Peter Gomez e Marco Travaglio
Il Fatto Quotidiano, 24 novembre 2009

Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, minacciato di sfratto da Silvio Berlusconi tre giorni fa in caso di mancata approvazione della legge che ammazza i suoi processi, comunica: “Nessuno è riuscito a rispondere alla domanda su come mai tutte le inchieste si sono concentrate su Berlusconi soltanto dal 1994 in poi, mai per fatti funzionali alla sua attività politica, ma per fatti che vanno dal 1994 a ritroso”. Caro ministro, le rispondiamo noi. Primo: le inchieste su Berlusconi e le sue aziende sono iniziate ben prima del ‘94. Secondo: i processi attualmente in corso per la corruzione di Mills e per i fondi neri Mediaset riguardano reati successivi al ‘94, dunque nemmeno volendo i magistrati avrebbero potuto scoprirli e perseguirli prima che fossero commessi. Piccolo promemoria, a beneficio del cosiddetto Guardasigilli.

1979, 12 novembre
Massimo Maria Berruti, maggiore della Guardia di finanza, guida un’ispezione all’Edilnord Centri Residenziali e interroga Silvio Berlusconi su presunte irregolarità tributarie. Berlusconi, mentendo, sostiene di essere un “semplice consulente” Edilnord per la “progettazione e della direzione generale di Milano 2”. Invece è il proprietario della società. Berruti si beve tutto, e chiude l’ispezione. Nel 1980 si congeda e poi diventa un consulente Fininvest.

1983
La Guardia di Finanza di Milano mette sotto controllo i telefoni di Berlusconi per un presunto traffico di droga. L’indagine sarà poi archiviata.

1984, 24 maggio
Il vicecapo dell’Ufficio Istruzione di Roma, Renato Squillante, interroga Berlusconi, assistito dall’avvocato Previti e imputato “ai sensi dell’articolo 1 della legge 15/12/69 n. 932” (interruzione di pubblico servizio) per antenne abusive sul Monte Cavo che interferiscono con le frequenze radio della Protezione civile e dell’aeroporto di Fiumicino. Gli imputati sono un centinaio. Ma Berlusconi nel 1985 è subito archiviato, gli altri nel ‘92: non potevano sapere che Squillante, Fininvest e Previti avevano conti comunicanti in Svizzera.

1984,16 ottobre
Tre pretori sequestrano gli impianti che consentono a Canale5, Italia 1 e Rete4 di trasmettere in contemporanea in tutt’Italia in spregio alla legge. Craxi interviene con due “decreti Berlusconi”.

1988, 27 settembre
Berlusconi viene sentito dal pretore di Verona come parte offesa in un processo per diffamazione contro due giornalisti: “Non ricordo la data esatta della mia iscrizione alla P2, ricordo comunque che è di poco anteriore allo scandalo. Mai pagato la quota di iscrizione”. Doppia bugia: si iscrisse nel 1978 (lo scandalo è del 1981) e pagò la quota. La Corte d’appello di Venezia spiega che è colpevole di falsa testimonianza, ma che il reato è coperto dall’amnistia del 1990.

1992, 4 maggio
Il pm Antonio Di Pietro firma un decreto di “acquisizione di documenti” sugli appalti della Coge di Parma, partecipata da Paolo Berlusconi. Il fascicolo è il 6380/91 su Mario Chiesa che il 17 febbraio ha dato il via a Mani Pulite. In Tangentopoli la famiglia Berlusconi entra subito.

1992, 21 maggio
Paolo Borsellino parla a due cronisti francesi di un’indagine in corso sui rapporti fra il boss Mangano, Dell’Utri e Berlusconi.

1992, 9 giugno
I giornali svelano che il dc Maurizio Prada accusa la Fininvest di una tangente da 150 milioni alla Dc. Fininvest “smentisce categoricamente”: solo sconti sugli spot. Anche il dc Gianstefano Frigerio parla di 150 milioni dati da Paolo Berlusconi per la discarica di Cerro. 1992, 15 settembre. Augusto Rezzonico, ex presidente delle Ferrovie Nord, racconta ai pm che in febbraio Dc e Psi hanno   inserito nella legge sul codice della strada un emendamento per favorire la “Fininvest, unica depositaria del know how tecnico necessario” per il sistema di segnalazione elettronico “Auxilium” per le autostrade, “un business da 1.000 miliardi”. Poi aggiunge che il manager del gruppo Sergio Roncucci “ringraziò per l’emendamento e mi confermò l’impegno della Fininvest a contribuzioni alla Dc per il piacere ricevuto”.

1992, dicembre
Paolo Berlusconi indagato a Roma: avrebbe venduto immobili Edilnord a enti previdenziali a prezzi gonfiati in cambio di mazzette all’Ufficio tecnico erariale. Pagamenti per cui sarà poi considerato vittima di concussione. 1993, 15 gennaio. Paolo Berlusconi rinviato a giudizio con 34 persone i finanziamenti illeciti ai partiti legati alle discariche. 1993, 8 aprile. Gianni Letta, interrogato da Di Pietro, ammette di aver finanziato illegalmente   con 70 milioni il segretario Psdi Antonio Cariglia: “La somma fu da me introdotta in una busta e consegnata tramite fattorino”. Lo salva l’amnistia del 1990.

1993, 18 maggio
Arrestato per corruzione Davide Giacalone,consulente del ministro delle Poste Oscar Mammì per la legge sulle tv, e poi consulente Fininvest per 600 milioni. Verrà assolto e in parte prescritto.

1993, 18 giugno
Arrestato Aldo Brancher, assistente di Fedele Confalonieri, per 300 milioni dati al Psi e 300 a Giovanni Marone, segretario del ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, in cambio di spot anti-Aids sulle reti Fininvest. Resterà tre mesi a San Vittore senz’aprire bocca. Poi diventerà deputato e viceministro.

1993, 23 giugno
Confalonieri e Brancher indagati a Milano per 300 milioni al Psi. I due usciranno indenni dall’inchiesta.

1993, settembre
La Procura di Torino indaga su un giro di false fatture nelle sponsorizzazioni sportive, che porterà al coinvolgimento di Publitalia e nel ‘95 all’arresto e alla condanna di Dell’Utri. Anche a Milano si scoprono fondi neri di Publitalia. Dell’Utri patteggerà la pena

1993, 29 ottobre
Il pm romano Maria Cordova, che indaga su tangenti al ministero delle Poste, chiede al gip Augusta Iannini (moglie di Bruno Vespa) l’arresto di De Benedetti, Galliani e Letta. Ma la Iannini arresta solo De Benedetti e si spoglia delle altre due posizioni perché relative a amici di famiglia. I due, poi assolti, restano a piede libero.   1993, 25 novembre. Craxi trasmette un memoriale ai pm: “Gruppi economici (…) hanno certamente finanziato o agevolato i partiti politici e, anche personalmente, esponenti della classe politica. Da Fiat a Olivetti, da Montedison a Fininvest”.

1993, 4 dicembre
La Procura di Torino raccoglie le confessioni del presidente del Torino Calcio, Gianmauro Borsano, deputato Psi, travolto da un crac finanziario. Borsano dice che nel marzo ‘92 il vicepresidente del Milan, Galliani, gli versò 18 miliardi e mezzo più 10 miliardi in nero per il calciatore Lentini. La Procura trasmette il fascicolo a Milano per falso in bilancio e il 22 febbraio ‘94 ascolta Borsano e altri protagonisti. Il pool mette così il naso nei conti esteri Fininvest.

1993, 14 dicembre
Arrestati a Torino il sindaco Pds e quattro assessori di Grugliasco per tangenti sul megacentro commerciale Le Gru, costruito dalle coop rosse e gestito dalla francese Trema e da Standa (Fininvest). La Procura indaga Brancher (poi archiviato) e convoca come teste Berlusconi, che si presenterà solo il 19 aprile ‘94, dopo aver vinto le elezioni.

1993, dicembre
Salvatore Cancemi, primo boss pentito della Cupola,comincia a parlare al pm di Caltanissetta Ilda Boccassini dei rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri, mafia e stragi. 1993, 20 dicembre. Il procuratore Borrelli dice al Corriere: “Sappiamo che certe coincidenze possono provocare sconquassi, ma che possiamo farci? Quelli che si vogliono candidare si guardino dentro. Se sono puliti, vadano avanti tranquilli. Ma chi sa di avere scheletri nell’armadio, vergogne del passato, apra l’armadio e si tiri da parte prima che arriviamo noi”.

1994, 26 gennaio
Silvio Berlusconi annuncia in tv, con un videomessaggio, il suo ingresso in politica perché “questo è il paese che amo”. In privato, confida a Montanelli e a Biagi: “Se non entro in politica, finisco in galera e fallisco per debiti”.

Antonio Di Pietro: Il Partito del Sud non s’ha da fare

Antonio Di Pietro: Il Partito del Sud non s’ha da fare.

Il partito di Forza Italia e’ nato su commissione di Cosa Nostra, e’ scritto nella sentenza di condanna a nove anni di Marcello Dell’Utri, e la riprova inequivocabile di cio’ furono quei 61 seggi su 61 assegnati dall’isola al partito di Arcore alle politiche del 2001.
Oggi senza i voti della circoscrizione Sud, e della Sicilia in particolare, il Pdl non sarebbe mai andato al governo per ben quattro volte e l’Udc di Totò Cuffaro avrebbe gli iscritti di un circolo Acli.

La minaccia del Partito del Sud è un chiaro monito rivolto a Silvio Berlusconi che non sta facendo, evidentemente, quanto promesso in quell’antico patto di cui Marcello Dell’Utri è stato garante per quasi un ventennio.

Il Partito del Sud è il segnale che gli accordi politici alla base di Forza Italia in Sicilia sono in discussione. A questo segnale se ne aggiungono altri che potrebbero comunque far parte dello stesso puzzle: la monnezza di Palermo, l’agitazione della Giunta, Lombardo, i messaggi di Riina su mandanti di Stato per le stragi di Capaci e via D’Amelio, le dichiarazioni di Ciancimino jr, la recente condanna a 10 anni e 8 mesi per associazione mafiosa di Mercadante, ex deputato di FI, definito dal pentito Giuffrè “la creatura di Provenzano”.

I messaggi lanciati in questi mesi dall’isola parlano chiaro: i 140 milioni di euro a Scapagnini per il fallimento del comune di Catania e gli 80 milioni all’amico Cammarata per scongiurare quello di Palermo non bastano più. E così il Premier promette nuovi soldi alla Sicilia e lo fa ancor prima di spiegare come verranno utilizzati e con quali coperture finanziarie. Evidentemente l’importante è porre l’accento sulla cifra, prima che sulla destinazione e sulla reale disponibilità. Evidentemente le persone a cui è rivolto il messaggio ne conoscono la destinazione.

Venerdì al Cipe saranno sbloccati quattro miliardi per la Sicilia. Lo hanno deciso a palazzo Grazioli durante uno dei tanti vertici privati in cui si dispone di soldi pubblici.
I commensali del vertice erano: il ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli, per cui la Giunta della Camera martedì ha negato l’autorizzazione a procedere per l’accusa di favoreggiamento; il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, che istituì nel 2002 il volo Alitalia Albenga-Fiumicino per arrivare prima da casa al Parlamento; Raffaele Fitto ministro per i Rapporti con le Regioni, indagato dalla Procura di Bari per corruzione, falso e illecito finanziamento ai partiti; il fido ministro della Giustizia Angelino Alfano, quello del Lodo e del bavaglio alle intercettazioni, per intenderci; e, “dulcis in fundo”, il deus ex-machina, ringalluzzito da questa nuova aureola con cui ha deciso di reinventarsi a metà tra una rockstar e un attore di B-Movie: Silvio Berlusconi che non necessita di presentazioni poiché è ben noto alle procure di mezza Italia. Ecco, ad una compagine del genere non affiderei neanche il budget per un buffet matrimoniale, figuriamoci quattro miliardi per la Sicilia.

Per il meridione d’Italia non si è fatto mai abbastanza”: in termini di lotta alla criminalità è vero, ma in quanto a soldi nel meridione d’Italia si sono spesi interi Pil nazionali senza risultati apprezzabili: perché? Nelle mani di chi finiscono questi immensi finanziamenti? E come vengono gestiti? La risposta la sappiamo, basti pensare alle indagini Why Not e Poseidon dell’ex pm Luigi de Magistris, e a centinaia di altre simili, che questo sistema politico non poteva permettersi ed ha ostacolato con ogni sua energia.

La verità è che i soldi in questi decenni non sono stati destinati ai cittadini, né ad opere utili allo sviluppo reale del meridione, né all’imprenditoria giovanile.

Il Sud ha bisogno di investimenti, esteri e nazionali, ma prima bisogna riportarvi la cultura dello Stato, anzi lo Stato, di cui Falcone e Borsellino si erano fatti interpreti. Senza lo Stato e le sue garanzie, i capitali esteri, che spesso costituiscono la risorsa principale per lo sviluppo di importanti aree turistiche, non confluiranno mai nel meridione e quelli statali finiranno sempre nelle mani sbagliate.

Verrà un giorno: L’hanno ammazzato loro

Verrà un giorno: L’hanno ammazzato loro.

Innanzitutto i miei più vivi complimenti a David Parenzo, giornalista di Telelombardia e conduttore ieri sera di una memorabile puntata di Iceberg, intitolata “Mafia: le verità nascoste” [si può vedere l’intera puntata  qui (Vi verrà chiesto di installare un componente aggiuntivo dvx)]. Presenti in studio il figlio di Vito Ciancimino, l’avvocato Gaetano Pecorella, Nando Dalla Chiesa, Gianluigi Nuzzi di Panorama, autore di “Vaticano S.P.A.” e in collegamento da Roma Luigi Li Gotti e Giuseppe lo Bianco, autore de “L’agenda rossa di Paolo Borsellino“. Ne è emersa una discussione pacata e profonda tra personaggi competenti che ha sviscerato senza alcuna titubanza e in un colpo solo tutti quegli argomenti rigorosamente tabù che sono accuratamente evitati dalla televisione nazionale pubblica e privata.

Si è parlato in piena libertà della trattativa tra stato e mafia a cavallo delle stragi di Capaci e Via D’Amelio, si è parlato del ruolo dei servizi segreti, si è parlato del Castel Utveggio da cui probabilmente è stato azionato il comando che ha fatto saltare in aria Borsellino e la sua scorta, si è parlato di infiltrazioni mafiose nella politica, si è parlato di Salvo Lima e Ignazio Salvo esponenti mafiosi della corrente andreottiana in Sicilia, si è parlato di pezzi deviati dello stato, si è parlato della copertura offerta alla latitanza di Provenzano, del ruolo poco chiaro dei Ros, del generale Mori e del colonnello Obinu, si è parlato dell’agenda rossa, del capitano dei carabinieri Arcangioli con la borsa in mano e dell’indagine archiviata, si è parlato di Nicola Mancino e del suo incontro del 1 luglio con Paolo Borsellino, si è parlato delle confessioni di Brusca e Mutolo, si è parlato degli intrecci pericolosi tra mafia e Vaticano, del ruolo dello Ior nel riciclaggio di denaro sporco, della protezione offerta dal Vaticano a Vito Ciancimino, dei conti segreti cifrati di Andreotti, si è parlato dei banchieri di Dio, Calvi e Sindona, si è parlato dell’omicidio Ambrosoli, si è parlato dell’arcivescovo Marcinkus, si è parlato perfino dei memoriali del pentito Vincenzo Calcara diffusi sul suo sito da Salvatore Borsellino.

Mi verrebbe da dire: Parenzo è impazzito. Come mai, tutto d’un colpo, una piccola emittente privata (in realtà, nemmeno troppo piccola) trova la forza di affrontare argomenti che in tutti questi anni sono sempre stati appositamente nascosti dai media di massa? Sfido chiunque si cibi solo di televisione a dirsi al corrente anche solo di uno dei temi sopra citati. Solo la rete e alcuni libri di inchiesta contengono informazioni in proposito. Per chi già conosceva i fatti deve essere stata una bella boccata d’ossigeno di informazione libera. Per chi ne era all’oscuro, una bella doccia ghiacciata da far rabbrividire. Ancora complimenti vivissimi.

Il punto è che, per la prima volta dopo diciassette lunghissimi anni, qualcosa sembra smuoversi. Quelli che erano stati solo sospetti cominciano ad assumere contorni ben definiti. Le denunce lanciate dai soliti noti, gli eroi dell’antimafia militante, tacciati di protagonismo e di “complottismo acuto”, cominciano a risultare assolutamente credibili e a poggiare su basi ben solide. Una concomitanza di avvenimenti ha cominciato a smuovere le acque, anzi la melma che ricopre quei lontani mesi del ’92-’93 che alcuni vorrebbero subdolamente dimenticare e relegare all’oblio.

E’ successo che a Caltanissetta si è insediato come procuratore generale Sergio Lari e come per incanto sono ripartite le indagini sulle stragi, insabbiate e abbandonate da tempo. E’ successo che da qualche mese si è messo a cantare Massimo Ciancimino, il figlioccio dell’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, che parla della trattativa tra mafia e stato mediata da suo padre, facendo nomi e cognomi. E’ successo che da qualche mese è in corso il processo a carico del generale Mori e del colonnello Obinu, indicati come coloro che materialmente portarono avanti la trattativa tra Riina e lo stato e sono accusati di aver coperto la latitanza di Bernardo Provenzano. E’ successo che da qualche mese ha iniziato a parlare un nuovo pentito, Gaspare Spatuzza, che, ribaltando le verità processuali confermate dalla Cassazione, si autoaccusa e dice di aver rubato lui (e non Vincenzo Scarantino) la macchina riempita di tritolo con cui si è sventrato il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta. Succede che Spatuzza è ritenuto assolutamente attendibile dai magistrati (Ingroia e Di Matteo) che lo stanno ascoltando e quindi si profila la revisione di tutti i processi che avevano messo una pietra sopra la strage di Via D’Amelio (Borsellino uno, bis e ter). Succede che Totò Riina, dopo sedici anni e mezzo dalla cattura, torna a parlare in via ufficiale facendo pervenire ai giornali un messaggio inquietante per tramite del suo avvocato Luca Cianferoni: “L’hanno ammazzato loro“. Dove per “lo” si intende Paolo Borsellino e per “loro” si intende lo Stato.

E lo fa il giorno della diciassettesima commemorazione della strage di Via d’Amelio.

Basterebbe quest’ultima (evidentemente voluta) coincidenza per far tremare i polsi e far capire come si stia giocando, nel silenzio totale dell’informazione nazionale, una partita delicatissima tra mafia e istituzioni, in un rincorrersi di confessioni, minacce, intimidazioni, smentite di facciata, messaggi più o meno criptici, ora che la verità sulle stragi di quegli anni sembra quanto mai vicina. Una verità che rischierebbe di stravolgere dalle fondamenta lo stato democratico in cui viviamo e che per questo fa una paura tremenda.

Sarebbe curioso se, come la Prima Repubblica crollò sotto l’inchiesta di Mani Pulite e la Seconda nacque nel sangue delle stragi, così quest’ultima crollasse sotto le indagini su quelle stesse stragi e desse il via ad una Terza Repubblica, quella che sognava Paolo Borsellino, ripulita del “puzzo del compromesso morale” e delle stantie collusioni mafiose. Una specie di legge universale del contrappasso.

Ciò che crea sconcerto sono le reazioni del mondo istituzionale ad un tale susseguirsi di avvenimenti e dichiarazioni.

Partiamo dalla manifestazione di tre giorni indetta da Salvatore Borsellino e dal comitato cittadino 19luglio1992 tenutasi a Palermo dal 18 al 20 luglio. Sono giunte centinaia di persone da tutta Italia. Persone comuni della società civile, che si sono pagate di tasca propria il biglietto dell’areo, del treno o del pullman per essere presenti di persona in Via D’Amelio, armate solo di una simbolica agenda rossa e di tanta tanta rabbia. Hanno percorso sotto il sole feroce di un luglio siciliano i quattro chilometri in salita che congiungono Via D’Amelio al Castel Utveggio che domina Palermo. Hanno presidato per ore via D’Amelio ascoltando ed applaudendo gli interventi di Salvatore e Rita Borsellino, Luigi De Magistris, Sonia Alfano, Giulio Cavalli, Gioacchino Genchi e tanti altri ragazzi provenienti da varie regioni d’Italia. Hanno appeso striscioni, hanno camminato in processione, hanno vegliato sul teatro della strage. Il tutto da soli. Lasciati incredibilmente soli. Traditi perfino dalle cosiddette associazioni antimafia, che hanno preferito disertare l’appello di Salvatore e commemorare (chissà perchè: forse per invidie meschine, forse per concorrenza) in altre sedi e in altri luoghi. Traditi dai Palermitani che, come ha denunciato dal palco Salvatore, hanno preferito andare al mare, tradendo quella promessa fatta diciassette anni prima, quando cacciarono a calci dalla cattedrale di Palermo i rappresentanti delle istituzioni presenti ai funerali del fratello.

Ma soprattutto è stata sconcertante l’assenza dello Stato. Ed è stata una vittoria grandiosa di Salvatore. Nessun uomo politico ha osato avvicinarsi quest’anno, ed è la prima volta da diciassette anni a questa parte, all’ulivo piantato in Via D’Amelio “per celebrare i loro riti di morte e assicurarsi che Paolo sia veramente defunto“. Non ha osato metterci piede il ministro della giustizia Angelino Alfano, forse ricordandosi di essere stato sorpreso a presenziare al matrimonio della figlia del boss mafioso Santacroce: ha mandato solo un messaggio di circostanza. Non ha osato metterci piede il presidente del senato Renato Schifani, forse ricordandosi di aver messo su una società con il noto mafioso Nino Mandalà e aver fatto parte del consiglio comunale di Villabate sciolto due volte per infiltrazioni mafiose: ha mandato solo un messaggio di circostanza. Ma non ha osato metterci piede nemmeno il capo dello stato Giorgio Napolitano. Eppure lui non aveva scuse: ha mandato solo un messaggio di circostanza. Per la prima volta nemmeno una corona di fori è stata posta in via D’Amelio. “Le corone di fiori andate a metterle sulle tombe dei vostri eroi“, così recitava uno striscione legato ad una lapide posticcia di Vittorio Mangano.

Non per niente però Napolitano ha prontamente commentato le esternazioni di Totò Riina e ha liquidato il tutto con una battuta: “Le rivelazioni rese note nei giorni scorsi a proposito di una pista che porterebbe al coinvolgimento di apparati dello Stato nelle stragi di mafia del 1992 in cui persero la vita, fra gli altri, i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sono più o meno senzazionalistiche e provengono da soggetti, diciamo così, piuttosto discutibili“. Io non so se il nostro presidente della repubblica si rende conto che “queste rivelazioni sensazionalistiche” sono state confermate dai principali procuratori che stanno in questi giorni indagando sulle stragi. Di trattativa tra stato e mafia e di interessi collimanti tra Cosa Nostra e pezzi delle istituzioni nelle stragi del ’92 hanno parlato esplicitamente sia Antonio Ingoria, procuratore a Palermo, che Sergio Lari, procuratore a Caltanissetta. Ma soprattutto esiste una sentenza col timbro della Cassazione, relativa al processo Borsellino Bis, in cui si parla chiaramente di “mandanti occulti ed esterni a Cosa Nostra”, su cui ancora non si è riusciti a far luce. Napolitano sembra ignorare tutto questo. Ma non è una sorpresa. Il 13 dicembre 2008, con beata impudenza, ebbe già a dichiarare che “non esistono nè fascicoli segreti nè misteri al Viminale“.

A che gioco sta giocando Napolitano? Chi sta cercando di coprire?

Probabilmente sta cercando di coprire il suo vice, Nicola Mancino, vicepresidente del CSM. Un altro che farebbe meglio a tacere piuttosto che perdersi in ridicole quanto patetiche giustificazioni. Esiste un pentito, Gaspare Mutolo, che racconta come Paolo Borsellino, che lo stava interrogando il 1 luglio del 1992, ricevette una chiamata dal ministro Nicola Mancino. Esiste un testimone oculare, l’allora procuratore di Palermo Antonio Aliquò, che accompagnò Borsellino fin sulla porta del Viminale. Ma soprattutto esiste l’agenda grigia dello stesso Paolo Borsellino su cui è segnata distintamente l’ora esatta dell’incontro col ministro: ore 19:30. Quell’incontro è lo snodo fondamentale di tutta la vicenda. In quell’incontro, verosimilmente venne prospettata a Borsellino la possibilità di scendere a patti con Cosa Nostra per fermare le stragi. Il suo ovvio rifiuto avrebbe coinciso con la sua condanna a morte.

Mancino non ricorda quell’incontro, ma mai l’ha negato. Si è sempre nascosto dietro risibili giustificazioni: “non sapevo che faccia avesse Borsellino”, “era il mio primo giorno di insediamento al Viminale”, “perchè dovrei nascondere l’incontro?”, “cosa ci saremmo dovuti dire?” e via dicendo. Ripeto: più adduce simili motivazioni, più la sua posizione appare a dir poco opaca. Allo stesso modo, fino a poco tempo fa, aveva sempre negato categoricamente che fosse esistita una trattativa con la mafia. Il 16 gennaio 2009 così dichiarava: “Escludo in maniera netta e categorica che lo Stato abbia trattato con esponenti della mafia. Ignoro le ‘assunte trattative’ che comunque avrei fermamente osteggiato, tra gli uomini del Ros e il signor Ciancimino tese a far accantonare da parte della mafia l’offensiva contro lo Stato“. Per la serie: io non c’ero e, se c’ero, dormivo. Oggi, a distanza di pochi mesi, Mancino invece conferma che la trattativa c’è stata e il governo ha detto immediatamente no: “Noi l’abbiamo sempre respinta. L’abbiamo respinta anche come semplice ipotesi di alleggerimento dello scontro con lo Stato portato avanti dalla mafia“.

E’ confortante vedere che, piano piano, incalzato dalle scoperte delle varie procure d’Italia, Mancino recuperi un po’ della sua memoria e lasci trapelare cose di cui, si capisce, sa molto di più di quanto vorrebbe far credere. Tra un po’, molto probabilmente, Mancino verrà chiamato da una delle quattro procure che stanno indagando ancora sulle stragi (Palermo, Caltanissetta, Roma e Firenze) come persona informata sui fatti e a quel punto dovrà parlare, non potrà continuare a cincischiare. Massimo Ciancimino l’ha tirato in ballo esplicitamente come terminale istituzionale della trattativa. Riina l’ha tirato in ballo, chiedendo come facesse a sapere della sua cattura quattro giorni prima dell’arresto. Mutolo l’ha tirato in ballo, come abbiamo visto.

Una cosa è certa, ormai. La trattativa c’è stata, è iniziata prima della strage di Via D’Amelio ed è continuata almeno fino alla cattura di Riina (15 gennaio 1993). Fino a prova contraria, Mancino, per tutto quel lasso di tempo, è stato il ministro dell’interno. Vuole davvero farci credere che il generale Mori, incaricato di trattare con Riina per tramite di Vito Ciancimino, operasse all’insaputa del Ministero dell’Interno? E, se davvero è così, per conto di chi e di quali pezzi deviati dello Stato operava Mori?

I casi sono due: o Mancino mente spudoratamente ed è quindi colluso, o dice la verità ed è quindi un allegro sprovveduto che non dovrebbe ricoprire incarichi tanto delicati. In entrambi i casi, avrebbe solo una cosa da fare: dimettersi dal Csm e dire tutto quello che sa.

Le rivelazioni di Massimo Ciancimino sono delle bombe a orologeria pronte a scoppiare. C’è solo da attendere chi innesterà la miccia. A partire dalle parole che il padre gli rivolse il giorno della strage di Via D’Amelio per annunciargli la morte di Paolo Borsellino. Disse Vito Ciancimino: “Mi sento un po’ responsabile“.

Ecco, io non vorrei che tra un po’, a pronunciare quelle esatte parole, siano uomini che ora siedono nei piani più alti della nostra disgraziata repubblica.

Ghedini e Alfano chiavi in mano – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Ghedini e Alfano chiavi in mano – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Signornò
da l’Espresso in edicola

A furia di sentir ripetere dal cosiddetto ministro della Giustizia, Angelino Alfano, e dal vero Guardasigilli, on. avv. Niccolò Ghedini, che “per la mafia la legge sulle intercettazioni non cambia nulla”, un gruppo di delinquenti comuni di Palermo si sono lasciati travolgere dall’entusiasmo. Si son portati avanti col lavoro, senz’attendere il voto finale del Parlamento. E uno si è tradito. Così sono finiti tutti e cinque in galera il 22 giugno per associazione a delinquere finalizzata a varie truffe aggravate: “Spendevano nomi di persone defunte” per ottenere contratti di finanziamento da società finanziarie per la bellezza di 554 mila euro. Il 18 dicembre erano riuniti per organizzare i piani di battaglia, ignari di essere ascoltati. Uno, in verità, qualche dubbio l’aveva: “Allora possiamo parlare qua, giusto?”. Un altro, che aveva colto al volo il senso della legge Alfano, ma aveva anticipato un po’ i tempi, gli ha risposto: “Le microspie ci stanno per situazioni di mafia, qui noi stiamo parlando di truffe, quindi possiamo parlare“. Ed è esploso in una sonora risata. Ma c’era poco da ridere.

Le microspie erano in agguato, la nuova legge non era ancora attiva. Se lo fosse stata, avrebbe avuto ragione lui. Non perché, in teoria, i giudici non possano più intercettare i truffatori (com’era nella prima versione della norma, che escludeva gli ascolti per tutti i reati con pene inferiori ai 10 anni, truffe incluse). Ma perché per tutti i reati, salvo mafia, terrorismo e sequestro di persona, per disporre le intercettazioni la nuova legge richiede “evidenti indizi di colpevolezza” su qualcuno: il giudice, in pratica, dovrà già conoscere il nome del colpevole. Nel qual caso, fra l’altro, non avrà più bisogno di intercettarlo. Di solito infatti si intercetta per scoprire il colpevole, non viceversa. Per le microspie, poi, il limite imposto dalla nuova legge è ancor più demenziale: l’intercettazione ambientale è consentita solo nei luoghi dove si sta commettendo un reato. E siccome la cimice serve proprio a scoprire se si sta commettendo un reato, è impossibile saperlo prima di averla piazzata.

Si dirà: se i truffatori fossero mafiosi, sarebbero intercettabili anche con la nuova legge.
Eh no, qui casca l’asino: nessuno può dire in partenza, inseguendo una truffa, se i suoi autori sono mafiosi o no. “Lo scopriremo solo vivendo”, cantava Battisti. Nel nostro caso, intercettando. Ma la geniale coppia Ghedini-Alfano ha stabilito che il pm debba scoprirlo per scienza infusa, prima di intercettare. Mission impossible. Il nostro presunto truffatore, che ora è in carcere per troppa fiducia nel governo, va comunque ringraziato. Con quella frase lapidaria (“Stiamo parlando di truffe, quindi possiamo parlare”) ha riassunto come meglio non si poteva l’assurdità psichedelica della legge, quasi immolandosi per fornircene una prova preventiva su strada. The future is now.

I tagli alle risorse e alle intercettazioni costringono alla fretta – Pietro Orsatti

I tagli alle risorse e alle intercettazioni costringono alla fretta – Pietro Orsatti.

– Mentre entra in fibrillazione Tremonti e immobilizzano l’Antimafia
di Pietro Orsatti su Terra

l caldo, l’avvicinarsi delle ferie, non cancellano la cappa di tensione e incertezza che domina da mesi. La sensazione impalpabile che possa da un lato frantumarsi un equilibrio consolidato – la presunta tregua armata fra i clan di , che almeno impedisce ulteriori spargimenti di sangue – e dall’altro, sul piano politico, che si stia verificando una vera e propria resa dei conti con obiettivo l’intero impianto giudiziario dell’Antimafia. I recenti omicidi nel palermitano, un’ondata di atti intimidatori in tutta la provincia, il ritrovamento poche settimane fa di un arsenale e di un “tesoretto” di una decina di milioni di dollari falsi: tutti che svelano una situazione che il procuratore aggiunto Ingroia ha definito «di fibrillazione». Poi due giorni fa, diretta conseguenza delle dichiarazioni rilasciate da Massimo Ciancimino e dal coimputato Gianni Lapis sulla vicenda del cosiddetto “tesoro” messo in piedi da don Vito – il sindaco del sacco di -, è arrivata la notizia che la procura ha inviato avvisi di garanzia a quattro senatori siciliani perché ritenuti coinvolti. Sono Carlo Vizzini (Pdl), Saverio Romano, Salvatore Cuffaro e Salvatore Cintola (Udc). Un terremoto, non solo in .
Vizzini si è dimesso dalla commissione parlamentare Antimafia (ma non dalla presidenza di quella sugli Affari costituzionali). Da tempo si era a conoscenza che il figlio di don Vito, Massimo, stava coinvolgendo alcuni esponenti politici siciliani già attivi all’epoca e contemporaneamente stava svelando alcuni retroscena, confermando i sospetti di molti, della presunta trattativa fra e tra il 1992 e il ’93. E non solo, il dichiarante Ciancimino continua a parlare a ma anche a , davanti al pm Tescaroli, sulla vicenda Ior nell’ambito dell’ sulla morte di Roberto Calvi. Tornando a , la situazione in cui versano le forze dell’ordine, anche i reparti cosiddetti di punta come la “Catturandi” e la mobile impegnati direttamente nella lotta alle cosche, è drammatica: hanno risorse limitatissime per effetto dei tagli operati da Tremonti la scorsa estate e dello stornamento di fondi indirizzati prima a reparti dell’esercito nelle città e poi alle cosiddette ronde volontarie.
Stiamo parlando, per fare un esempio, delle tante difficoltà, di gran parte del parco macchine in dotazione fermo nei garage perché senza manutenzione o la possibilità di riparazioni o di recuperare pezzi di ricambio.
Inoltre, con l’avvicinarsi della delle proroghe e di nuove (se non in caso, ricordiamo, di conclamata appartenenza alla criminalità organizzata dell’intercettato) molte indagini importanti rischiano la chiusura, comprese quelle sull’individuazione delle reti di protezione di pericolosi come , reti ovviamente costituite da soggetti non riconducibili direttamente a e quindi non indagabili attraverso il modulo previsto dal ddl del ministro . Una situazione che spinge magistratura e forze dell’ordine ad agire in fretta, con le poche risorse che i tagli e il ddl hanno lasciato.
E questa la chiamano .

Blog di Beppe Grillo – Paese ad mafiam

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Sommario della puntata:
Brusca: so chi è l’uomo delle istituzioni
Panico a Matrix
La mafia a Lodi e Milano
Vietato parlare di Dell’Utri
“Il Fatto”, il nostro giornale

Testo:
“Buongiorno a tutti, la settimana scorsa si è celebrato a Palermo l’anniversario della strage di Capaci (23 maggio 1992), solita sfilata di politici, c’era persino Schifani, c’era persino il Ministro Alfano, tutti impegnati a parole, a cominciare dal capo dello Stato, a non abbassare la guardia, a promettere lotta dura senza paura a Cosa Nostra. Curiosamente qualche giorno prima due giornali, La Stampa e Il Corriere, avevano riportato le dichiarazioni di Giovanni Brusca, che è l’uomo che azionò il telecomando nella strage di Capaci che poi confessò, che poi aiutò i magistrati a scoprire i responsabili diretti e mandanti diretti di quella strage insieme a altri pentiti. Quindi è stato sempre ritenuto estremamente credibile sulle vicende di mafia.
Brusca è stato sentito nel processo a carico del generale Mori e di un suo collaboratore, il maggiore Obinu, per la storia che conoscete perché l’abbiamo già raccontata in passaparola, la storia della mancata cattura di Provenzano nel 1995, cioè 11 anni prima di quando poi Provenzano fu catturato. Lasciamo perdere quella storia, Brusca viene sentito in quel processo dove si parla naturalmente delle trattative tra esponenti dello Stato e della politica e esponenti della mafia negli anni delle stragi, cioè dopo Capaci, prima di via d’Amelio, dopo via d’Amelio e nel periodo poi delle stragi del 93 a Milano, Firenze e Roma.

Brusca: so chi è l’uomo delle istituzioni

E Brusca ha detto una cosa nuova rispetto a quello che aveva sempre detto e cioè che intanto gli risulta che ci fossero esponenti dello Stato italiano che trattavano con la mafia dopo la strage di Capaci e anche dopo la strage di via d’Amelio, ma che una trattativa avviata dopo la strage di Capaci e prima di via d’Amelio, quindi in quei 56 giorni che separano il 23 maggio dal 19 luglio, fu portata avanti da un uomo politico, da un uomo delle istituzioni, all’epoca c’era nell’estate del 92 il governo Amato che era appena nato, da un uomo politico al quale lui aveva sempre detto di essere giunto, per identificarlo e per individuarlo, tramite sue deduzioni. Invece nel processo ha detto che quel nome glielo fece esplicitamente il capo della mafia dell’epoca Toto Riina, dice testualmente Brusca “Riina mi fece il nome dell’uomo delle istituzioni con il quale venne avviata, attraverso uomini delle forze dell’ ordine, la trattativa con Cosa Nostra dopo la strage di Capaci”. Gli uomini delle forze dell’ ordine sono presumibilmente il generale Mori e il capitano Dedonno che avviarono, tramite Ciancimino, la trattativa con Riina e Provenzano che poi finì il 15 gennaio 93 quando Riina fu arrestato e chi è questo uomo politico? Anzi delle istituzioni? Delle istituzioni vuole dire che era un membro del governo o comunque un rappresentante delle istituzioni nell’estate del 92.
Brusca si avvale della facoltà di non rispondere sostenendo che su questo nome è in corso una indagine nuova, perché nessuno ne ha mai parlato e saputo nulla, alla Procura di Caltanissetta che è competente sulle indagini per i mandanti come per gli esecutori delle stragi avvenute a Palermo a carico di magistrati, per questa ragione se ne occupa Caltanissetta.
È piuttosto interessante che l’uomo che aziona materialmente l’ordigno che fa esplodere l’autostrada con Falcone, la moglie e gli uomini della scorta dentro alle macchine riveli in un pubblico dibattimento che il capo della mafia che gli aveva dato l’ordine di eseguire la strage di Capaci gli aveva anche detto dopo la strage di Capaci che si era avviata una trattativa con gli uomini delle forze dell’ ordine, ma per ordine di un esponente delle istituzioni più alto in grado rispetto a questi ufficiali dei Carabinieri.
Curiosamente questa domanda rimane con un bel punto interrogativo perché Brusca in questo momento non lo dice, ma immediatamente si è fatto silenzio su questo interrogativo, nessuno ci ha fatto trasmissioni televisive, nessuno ha avviato dibattiti, nessuno è andato a vedere chi potrebbe essere questo uomo politico, ripeto non stiamo ancora parlando della Seconda Repubblica e quindi non stiamo ancora parlando della pista che poi è stata archiviata durante la quale per un certo periodo erano stati indagati anche Berlusconi e Dell’Utri, stiamo parlando dell’ultimo governo della Prima Repubblica e cioè del governo Amato, a cui seguì poi il governo tecnico di Ciampi.
È interessante in quelle istituzioni Brusca dice c’è l’uomo che autorizzò quelle trattative all’indomani all’eccidio sull’autostrada di Capaci. È curioso che in questo paese dove si fa sempre scandalo su tutto anche sulle sciocchezze l’individuazione di questo uomo non sia stata oggetto di articoli di approfondimento, di trasmissioni televisive o forse non è affatto curioso. Ed è curioso, o forse non è affatto curioso, che nelle celebrazioni avvenute due giorni dopo a Palermo per la strage di Capaci nessuno di quelli che si sono alternati sui palchi a fare retorica antimafia abbia detto “vogliamo sapere il nome dell’uomo delle istituzioni che autorizzò la trattativa di questi ufficiali del Ros dei Carabinieri con la mafia, cioè lo Stato che tratta con la mafia all’indomani della strage”. Lo Stato che come al solito in pubblico si presenta con la faccia antimafia e in privato tratta con la mafia, il famoso doppio Stato, quello che non piace a certi giornalisti e a certe alte istituzioni di oggi, ma anche di questo ci siamo occupati recentemente.
Tenete presente dunque che c’è un nome di un esponente della Prima Repubblica e chi lo sa, visto che tanti della Prima Repubblica sono transitati immediatamente nella Seconda, se non sia ancora presente nelle istituzioni della Seconda, lo vedremo prossimamente quando si saprà qualcosa di più di queste indagini di Caltanissetta, c’è un signore che sa che Brusca sa. E nessuno pone nessuna domanda su chi sia, su che cosa faccia e soprattutto su che cosa abbia fatto.
Questa è una occasione forse per fare un po’ il punto sulla lotta alla mafia, vi dico soltanto una cosa incidentalmente, tenete a portata di mano una penna e un foglietto di carta perché poi alla fine del passaparola vi chiederò di segnarvi un indirizzo mail ma ci arriviamo. Questo politico, pare, abbia ricevuto anche lui, così come il figlio di Ciancimino dice lo abbia ricevuto anche il generale Mori, il famoso papello che Riina consegnava ai trattativisti dello Stato per dire queste sono le nostre condizioni per interrompere la strategia delle stragi. E se è vero quello che dice Brusca è curioso perché chiunque esso sia questo uomo delle istituzioni non è mai venuto fuori, non ha mai detto sì sono io, non ha mai detto “ecco qua il papello che ho ricevuto”, evidentemente l’ha tenuto in qualche cassaforte a doppia mandata.

Panico a Matrix

L’altra sera, fingendo di celebrare l’anniversario della morte di Falcone e Borsellino, Matrix ha messo in piedi la solita trasmissione dell’antimafia dei pupi e delle fiction dove naturalmente si faceva grande retorica, i cento passi, il film di Peppino Impastato, i film su Riina, i film su Falcone, i film su Borsellino, il procuratore Grasso con il libro da presentare, l’ex  procuratore Aiala con il libro da presentare. A un certo punto in questo idillio dove non si facevano nomi di politici – per carità – questo idillio viene rotto da un magistrato collegato da Palermo, Gaetano Paci, Gaetano Paci che sta tra l’altro seguendo insieme a un’altra magistrata, Anna Maria Picozzi, il processo Addio pizzo, processo nel quale il comune di Palermo aveva annunciato di costituirsi Parte Civile e poi il giorno della costituzione si era dimenticato di costituirsi Parte Civile e poi ha avuto i tempi supplementari per farlo, perché altrimenti sarebbe rimasto escluso. Bene, Gaetano Paci, Presidente di una fondazione che ricorda le stragi, ha interrotto l’idillio dei presenti in studio e ha detto “vorrei dire una cosa, un anno fa si sentì dire che Vittorio Mangano era un eroe” sapete chi lo ha detto, lo ha detto l’editore di Canale 5 su cui andava in onda il Matrix di Alessio Vinci per la strage di Capaci. Dice Gaetano Paci “volevo fare presente che Vittorio Mangano non era un eroe, gli eroi sono Falcone e Borsellino e Vittorio Mangano  era un mafioso sanguinario condannato per traffico di droga, per mafia e poi in primo grado per tre omicidi, all’ergastolo, ergastolo che poi non divenne definitivo anche perché Mangano morì prima che si arrivasse alla fase di appello”.
Chi di voi ha visto quella scena ha visto il gelo che in quel momento si è dipinto sul volto degli ospiti, tutti impietriti perché? Perché si stava parlando di corda in casa dell’impiccato, si stava parlando dell’amichetto di Berlusconi nella televisione di Berlusconi in una trasmissione che avrebbe dovuto occuparsi di mafia ma che naturalmente aveva tenuto fuori tutti i rapporti che la mafia ha al di sopra del suo livello militare. Questi si sono detti “oddio adesso questo magistrato dirà anche il nome di Berlusconi che si è tenuto Mangano in casa per due anni!” invece chiunque volesse intendere ha inteso e chiunque volesse vedere in quelle facce impietrite ha potuto vedere, Vinci naturalmente cuor di leone ha immediatamente mandato un servizio sui cento passi e su Peppino Impastato, in modo da tornare all’antimafia delle figurine e con ciò non voglio minimamente sminuire la figura di Peppino Impastato intendiamoci. È semplicemente che la creazione di queste icone dell’antimafia come Impastato, Falcone e Borsellino diventa spesso un alibi per fermarsi lì e non andare ai livelli superiori, al famoso doppio Stato che tanto poco piace a certi giornalisti e a certe alte cariche dello Stato.
Non mi risulta che la Commissione parlamentare antimafia abbia avviato accertamenti sulle dichiarazioni di Brusca, come non mi risulta che ci sia una grande mobilitazione, eppure quella era l’occasione le celebrazioni per la strage di Capaci, rispetto a una denuncia drammatica fatta dal procuratore aggiunto di Palermo Roberto Scarpinato, coordinatore del pool che si occupa dei reati finanziari legati alla mafia, il quale ha detto a Il Sole 24 ore anche lui alla vigilia delle celebrazioni per il 23 maggio, che il governo nelle persone del  Ministero della Giustizia e del Ministero dell’economia, Ministeri retti da Angelino Alfano presente alle celebrazioni e dal Ministro Tremonti, avevano deciso di togliere, per motivi burocratici chissà quali, l’accesso alla Procura di Palermo e a tutte le procure all’anagrafe dei conti correnti bancari, prima le procure avevano la password e poi gliela hanno tolta, non possono più entrate nella anagrafe dei conti correnti bancari e naturalmente entrare in questa anagrafe significa riuscire a recuperare enormi patrimoni di mafiosi, a dare nomi e cognomi agli intestatari di questi patrimoni per poterglieli portare via.
Casualmente è sparita la password e quindi i magistrati sono disarmati sul fronte della lotta ai patrimoni mafiosi e al riciclaggio, naturalmente per pura coincidenza questa denuncia è arrivata nel giorno dell’anniversario della strage di Capaci e nessuno ne ha parlato, proprio perché non si può andare al di là del teatrino dei pupi.

La mafia a Lodi e Milano

L’altra sera a Anno Zero abbiamo raccontato a quali livelli sono arrivate le infiltrazioni mafiose nel nord, abbiamo raccontato le possibili penetrazioni della mafia che sicuramente insieme alla ‘ndrangheta e alla camorra si avventerà su quei 15 miliardi di Euro che arriveranno per l’Expo a Milano e dintorni, Letizia Moratti ha risposto come rispondevano i sindaci di Palermo negli anni 50/60/70 e cioè “non bisogna infangare il buon nome della Sicilia parlando di mafia” e lei ha detto “non bisogna infangare il buon nome di Milano parlando di mafia”. Il giorno prima c’era stato un delitto mafioso proprio alle porte di Milano e il Consiglio Comunale di Milano aveva pensato bene di bocciare, di chiudere appena aperta la Commissione consiliare antimafia, anche lì per motivi burocratici o forse per non infangare il buon nome di Milano perché infangare il buon nome di Milano non significa aprire Milano alle infiltrazioni mafiose ma, nell’ottica di questa signora , significa parlare delle infiltrazioni e evidentemente combatterle. Chi di voi vuole un esempio di quello che sta succedendo in Lombardia con la mafia in grande spolvero può leggere una intervista a un giovane regista e attore del lodigiano pubblicata questa settimana da L’Espresso. È un ragazzo che praticamente vive sotto scorta da qualche mese perché ha osato mettere in scena uno spettacolo sui pizzini di Provenzano, uno spettacolo satirico e evidentemente mettere in scena uno spettacolo satirico sui pizzini di Provenzano a Lodi, è altrettanto pericoloso come farlo a Corleone. Tant’è che questo ragazzo ha avuto le gomme della macchina tagliate, ha avuto delle bare disegnate sulla porta di casa e adesso vive sotto scorta: a Lodi, non a Corleone!
Ma non bisogna parlarne perché altrimenti poi oltre a infangare il buon nome di Milano si infanga anche il buon nome di Lodi e non sia mai: lodi a Lodi bisognerebbe dire così!
Un’altra notizia scomparsa, questa veramente non l’ha data nessuno, riguarda una indagine aperta dalla Procura di Palermo e che ha portato addirittura l’altro giorno a una raffica di arresti (una ventina) di persone, diciamo manovalanza, capetti e capoccia della mafia che si dedicavano naturalmente alle loro attività preferite: da un lato il pizzo, dall’altro il sostegno ai detenuti mafiosi perché non parlino e dall’altro ancora alla compravendita di voti con politici. Abbiamo sfiorato l’argomento nel passaparola della settimana scorsa quando abbiamo parlato dell’assessore regionale Antonello Antinoro, candidato dell’Udc alle europee, assessore regionale alla cultura nella giunta Lombardo, il quale è indagato per voto di scambio mafioso in quanto avrebbe comprato, secondo l’accusa, proprio in cambio di soldi i voti o una parte dei voti ottenuti per essere eletto. Adesso lo mandiamo al Parlamento europeo: Udc.
In questa operazione c’è ovviamente un voluminosissimo ordine di custodia per questi mafiosi e tra i tanti che vengono catturati per il 416 bis, cioè per associazione a delinquere di stampo mafioso, per partecipazione e non per concorso esterno, sono proprio mafiosi membri interni, si leggono alcune intercettazioni telefoniche che ne riguardano due, uno si chiama Antonino Caruso, è stato arrestato perché è accusato di essere un membro del clan mafioso dell’Arenella a Palermo, di essere in affari illeciti con il clan del quartiere di Resottana, impegnatissimo nel pizzo e cioè nelle estorsioni, nel sostegno ai detenuti mafiosi e nel voto di scambio.

Vietato parlare di Dell’Utri

Questo signore dentro la sua macchina non sapendo che c’è una cimice nascosta sotto il sedile, il 4 novembre 2007 – stiamo parlando di un anno e mezzo fa, roba freschissima – parla, ripeto dentro la sua autovettura, con un certo Letterio Ruvolo che è il suo braccio destra e anche lui membro, così dice l’accusa, del clan della Arenella molto esperto nella riscossione del pizzo. I due parlano di tante cose e parlano anche di politica, è il 4 novembre 2007, cosa succede il 4 novembre 2007? Siamo ancora sotto il governo Prodi che sta per cadere nel gennaio poi del 2008, “il Caruso –  scrive il giudice nell’ordinanza di custodia – iniziava l’esposizione del problema – è un problema che riguardava la famiglia mafiosa – a un certo punto il Ruvolo – cioè il suo braccio destro – lo interrompeva per impartire un ordine perentorio, ovvero di non pronunciare mai il nominativo di Dell’Utri, bisogna proteggere   Dell’Utri”, non bisogna mai nominarlo nelle conversazioni perché c’è il rischio di essere intercettati e questi non sapevano che erano intercettati nel momento in cui progettavano di non nominarlo per non essere intercettati e quindi ce l’hanno ficcato dentro anche senza volerlo e questo naturalmente è molto interessante, perché è una intercettazione assolutamente spontanea.
Caruso dice “allora Tonino si è perso in un bicchiere d’acqua, ieri sera d’istante non li ha voluti mortificare” stanno parlando dei fatti loro e Ruvolo dice “no no niente quello che ti voglio dire pure a te – quindi sta passando la voce a tutti – il nome di là non lo dobbiamo nominare” che cos’è il nome di là? L’altro dice “qual è?” e l’altro dice “Dell’Utri, capisti!” è evidente che stavano già parlandone prima da un’altra parte non intercettati e infatti dice “il nome di là” e infatti lui gli vuole dire noi non dobbiamo parlare più. “Dell’Utri, capisti!” e Caruso dice “no” e allora Ettore Ruvolo gli dice “completamente non deve esistere, non deve esistere, Ni’ – cioè Nino – non deve esistere”.
Caruso poi va e dice “noi siamo portati che abbiamo e ci dobbiamo capire, abbiamo un governo regionale e un governo nazionale, basta. Noi qui siamo, ha a che fare con il governo regionale, hai capito. Il governo regionale è qua, il governo nazionale è là, ma lui dice guarda me governo nazionale, Talia – cioè guarda – puoi essere tu il governo nazionale, io quello non si sa. E l’altro cioè Ettore gli dice me ne sono andato io, quel nome non deve esistere completamente, l’ordine scrivono i giudici di non nominare mai Dell’Utri era riferito evidentemente a un precedente dialogo afferente a un argomento riguardante la sfera politica, infatti Caruso poi dice non esiste non esiste e vanno avanti. Insomma di Dell’Utri non si deve parlare più, perché? Perché già se ne è parlato troppo in tante conversazioni che poi sono confluite nelle intercettazioni acquisite agli atti del processo Dell’Utri che hanno portato questo sant’uomo a una condanna a nove anni in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa e come vedete Dell’Utri è sempre in cima ai pensieri di questi mafiosi, tant’è che o per parlarne o per dire di non parlarne ce l’hanno sempre presente davanti agli occhi come un santino.
Non mi pare che questa notizia l’abbiate letta da qualche parte, non mi pare nemmeno che durante le celebrazioni per il 23 maggio qualcuno abbia detto ai compagni di partito di Dell’Utri se avessero qualche dichiarazione da fare, qualcosa da dire, non so per esempio il Presidente del Senato così proiettato verso la lotta alla mafia, almeno a parole, per non parlare del Ministro Alfano che è proprio una specie di scalmanato dell’antimafia, perlomeno naturalmente a parole.
E poi vedete come a furia di fare scomparire i fatti poi ci si riduce a fare celebrazioni oleografiche, celebrazioni retoriche, declamazioni che poi non vanno nel profondo, pensate se dovesse mai succedere che si presenta una volta uno il 23 maggio in piazza e invece di fare le solite giaculatorie, l’amico Giovanni, l’amico Paolo, non abbassiamo la guardia, il bacio alla vedova, il bacio all’orfano etc. dicesse “io voglio sapere chi è l’uomo delle istituzioni che all’epoca del governo Amato avviò la trattativa tra lo Stato e la mafia, ricevette il papello, autorizzò i Carabinieri a andare a negoziare con un mafioso come Ciancimino, cioè con coloro che avevano appena fatto ammazzare Falcone”. Pensate che rivoluzione? Purtroppo dal 92 sono passati 17 anni, sarà perché il 17 porta sfiga, ma nemmeno quest’anno abbiamo avuto la fortuna di sentirne uno solo che facesse questo discorso o che magari sventolasse questa telefonata di due mafiosi che parlano di Dell’Utri e anzi dicono di non parlare di Dell’Utri, per dire ma possibile che noi ci teniamo in Parlamento uno così? O magari aggiungano che nella Giunta Regionale, quel giorno era ancora piedi Lombardo non l’aveva ancora sciolta, sedeva un altro indagato per compravendita di voti con i mafiosi e prossimamente spedito in Parlamento europeo.

“Il Fatto”, il nostro giornale

Vi ho detto prima di tenere a portata una biro e un foglio di carta perché devo darvi una notizia che mi auguro molti di voi gradiranno, è una notizia che riguarda un nuovo giornale, un nuovo giornale che faremo on line e faremo su carta e che dovrebbe essere pronto noi confidiamo a settembre, dovrebbe chiamarsi il Fatto, il Fatto nuovo, il Fatto quotidiano, adesso stiamo decidendo la testata ma comunque il fatto sarà centrale perché lo vogliamo dedicare a un grande come Enzo Biagi. Sarà diretto da Antonio Padellaro e sarà scritto da una piccola e agguerrita redazione di giovani appena usciti dalle scuole di giornalismo, gente che vuole fare con grande entusiasmo questo lavoro e poi avrà dei collaboratori, per esempio ci sarò pure io, ma ci saranno tanti altri che in questi anni avete imparato a conoscere nelle battaglie per la libertà di informazione contro questo regime berlusconiano e contro questa opposizione tra l’inesistente e il complice, decidete voi.
Non è un giornale di partito, non è un giornale di Stato, è un giornale che non ha padroni, è un giornale che non ha un editore, è un giornale molto strano per molti motivi, intanto quello di non avere un padrone ma di avere una società editoriale nella quale ci siamo messi in gioco e abbiamo investito anche qualche soldo noi che lo scriveremo, una società che non ha una figura dominante che ha diversi azionisti con piccole quote, chi lo vorrà diventare naturalmente lo potrà fare. E quindi questa è la prima anomalia.
La seconda anomalia è che sarà un giornale che dà le notizie, a cominciare dalle notizie che gli altri giornali non danno, le analisi che gli altri non fanno, tratterà gli argomenti che gli altri non trattano, insomma cercherà di riempire quel grande vuoto che molti di noi, e spero anche molti di voi, avvertono da diversi anni nel mondo dell’informazione ufficiale.
Non chiederà soldi pubblici e quindi non farà finta di essere organo di un partito o di un finto partito per acchiappare denaro pubblico, abbiamo fatto il V-day per denunciare quello sconcio e quindi mai ci saremmo sognati di ricorrere a un escamotage come quello, altra anomalia è un giornale che crede nel libero mercato, quello vero però non quello finto che abbiamo in Italia e anche in altri paesi dell’occidente. Cioè il libero mercato in questo senso, se ci sono dei lettori interessati a questo giornale noi questo giornale cercheremo di farlo, anzi siamo ormai sicuri di farlo, con le nostre forze, se non ci saranno lettori interessati a questo giornale noi il giornale non lo faremo, se ci sarà domanda ci sarà anche offerta, ecco noi mettiamo l’offerta, la domanda dipende naturalmente da tutti voi e da tutti quelli che voi conoscete.
Abbiamo deciso di fare così, come si fa a sapere se ci sono i lettori prima che esca il giornale? Abbiamo deciso di lanciare una grande campagna abbonamenti, grande nel senso che cercheremo di occupare tutta la rete perché non abbiamo i mezzi per fare spot televisivi o per comprare spazi sui giornali e quindi in rete sui social network, sui blog,  a cominciare da Voglio Scendere, da oggi il blog di Beppe e tutti i blog e i siti amici e chiunque di voi abbia blog o abbia pagine su Face Book è invitato naturalmente a passare parola anche su questo, una campagna abbonamenti preventiva per sapere chi si vuole prenotare per questo abbonamento o addirittura chi lo vuole sottoscrivere sulla fiducia, nel qual  caso naturalmente faremo dei prezzi superscontati per chi lo vuole acquisire prima fidandosi di noi. Chi invece lo vuole sottoscrivere l’abbonamento quando uscirà il giornale è ovvio che la tariffa sarà un’altra e sarà quella più o meno relativa al costo di un giornale.
Come fare per prenotarsi o per informarsi o per abbonarsi? Avevamo messo in piedi un service con un numero di telefono e un fax ma appena abbiamo annunciato la campagna abbonamenti il telefono e il fax sono andati in tilt, perché il service non era preparato a questa ondata di entusiasmo e quindi per il momento vi darei una mail che vi prego di segnare, la mail è dettofatto@ilfatto.info , vi do anche i numeri di telefono ma sarà difficile trovarli liberi, tra qualche giorno li troverete liberi perché metteremo in piedi proprio un call-center che non vi facciano attendere in linea e quindi se volete segnare c’è anche lo 02-66506795 e un fax 02-66505712. Se raggiungeremo un certo numero di abbonamenti, vi dico soltanto che nella prima giornata quando abbiamo dato l’annuncio abbiamo già avuto oltre 2.500 prenotazioni e quindi adesso nel week-end non lo sappiamo ma lo sapremo di nuovo da questa sera e da domani e vi terremo informati. Vi terremo informati anche su una pagina apposita che apriremo sul blog Voglio scendere che si chiamerà l’antefatto e sarà un po’ l’antipasto sul quale ogni giorno daremo delle informazioni su come sta andando la campagna abbonamenti, su quali saranno i collaboratori del giornale, cominceremo anche a dare delle notizie, dei commenti e delle analisi sulle notizie del giorno in modo da coprire l’estate e così da fare capire che genere di informazione vogliamo fare, una informazione molto interattiva per cui potrete anche ovviamente farla voi e segnalarla voi.
Il giornale uscirà su carta e uscirà anche su web, su web sarà gratuito naturalmente mentre su carta costerà l’Euro e venti che costano ormai i giornali, niente se volete prenotarvi per l’abbonamento o addirittura per diventare soci utilizzate quella mail oppure quei numeri di telefono che vi ho dato e passate parola a tutti quanti. Grazie.”