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Antimafia Duemila – Processo Dell’Utri: Il senatore contribui’ alla trattativa

Fonte: Antimafia Duemila – Processo Dell’Utri: Il senatore contribui’ alla trattativa.

di Monica Centofante – 19 marzo 2010
Palermo.
“Marcello Dell’Utri contribuì alle trattative del ’93-’94 tra lo Stato e Cosa Nostra, come già risultava prima delle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza”.

E’ la ricostruzione presentata in aula questa mattina dal procuratore generale Antonino Gatto, che dopo l’interruzione sopraggiunta per consentire l’audizione dello stesso Spatuzza e dei boss Giuseppe e Filippo Graviano, ha ripreso la requisitoria al processo contro il senatore del Pdl. Accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e condannato in primo grado a nove anni di reclusione.
Nel corso dell’udienza, durata oltre quattro ore, il pg ha illustrato alla Corte, presieduta dal giudice Claudio Dell’Acqua, le “prove tangibili dei rapporti tra l’imputato e importanti elementi di spicco legati a Cosa Nostra”. Partendo dal boss Stefano Bontade e da contatti avvenuti a cavallo tra il 1974 e il 1975 per poi concentrarsi sui primi anni Novanta. Più precisamente tra il 1992 e il 1994, gli anni bui delle stragi, quando Marcello Dell’Utri “intratteneva saldi rapporti con i fratelli Graviano”. Che tra le altre cose “gli raccomandarono il calciatore Giuseppe D’Agostino, figlio di un loro uomo, perche’ venisse fatto giocare nel Milan” e “che trascorrevano la latitanza a Milano”.
Una cosa, quest’ultima, anomalissima, come aveva sottolineato il pentito Gaspare Spatuzza, che dei Graviano era un uomo di fiducia e che da loro avrebbe poi ereditato la guida del mandamento di Brancaccio.
In quegli anni, ha spiegato Gatto ripercorrendo le dichiarazioni del pentito e di altri prima di lui, “i Graviano erano interessati a Sicilia Libera”. Un movimento di tipo separatista, o almeno autonomista, che aveva l’obiettivo di costruire una nuova forza politica tutta siciliana e tutta mafiosa. E che avrebbe dovuto sopperire alla mancanza di referenti politici che in quel periodo caratterizzava Cosa Nostra, alla disperata ricerca di agganci affidabili dopo la fine dello storico legame con la Democrazia Cristiana e il fallimento dei rapporti con il Psi.
L’esperimento Sicilia Libera, come hanno dichiarato diversi collaboratori di giustizia, fu poi accantonato e lasciato alla deriva perché l’associazione mafiosa siciliana aveva spostato la sua attenzione verso un’altra formazione politica, e precisamente verso Forza Italia. Come spiega in particolare Antonino Giuffré, al tempo braccio destro di Bernardo Provenzano. Lo stesso Provenzano, ha proseguito Gatto ricordando le parole del Giuffré già riportate nella sentenza di primo grado, che “uscì allo scoperto” e per la prima volta si assunse la responsabilità in prima persona e disse: “Ci possiamo fidare”.
Una ricostruzione che si sposa perfettamente con il racconto di Spatuzza, che dalle parole del boss Giuseppe Graviano aveva dedotto l’esistenza in quegli anni di una trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato che avrebbe portato benefici per tutti, carcerati compresi. E che sarebbe poi andata a buon fine. Almeno secondo quanto gli avrebbe riferito lo stesso boss di Brancaccio nel corso di un incontro a due al Bar Doney di Via Veneto, a Roma. “In quell’occasione – ha detto il pg – col petto gonfio di gioia il capomafia disse di avere trovato ‘persone serie’ che gli avrebbero consentito di mettersi il Paese nelle mani”: ossia “Berlusconi e un nostro compaesano Dell’Utri”. Un soggetto, aveva dichiarato a verbale Spatuzza, “vicinissimo a Cosa Nostra”.
Sull’attendibilità del pentito, Gatto ha poi incentrato la parte centrale della sua requisitoria, che si protrarrà almeno per un’altra udienza prima di cedere il passo all’arringa dei difensori.
Anche se “nessun organo giudicante si è ancora pronunciato sulla sua attendibilita’” ha sottolineato, “l’origine della sua collaborazione costituisce un criterio ineludibile di verifica”: per la genesi del pentimento, che trae origine da un percorso spirituale, confermato da esponenti ecclesiastici che l’hanno seguito, nel “camminino di fede”; per il grado di certezza che accompagna le sue rivelazioni; per il parere positivo espresso dalle procure di Firenze, Palermo e Caltanissetta alla sua ammissione al programma di protezione.  “Dopo che le sue nuove dichiarazioni, come quelle relative alla strage di Via D’Amelio, hanno indotto la procura di Caltanissetta a riaprire le indagini”.
La nuova udienza del processo è aggiornata al 26 marzo prossimo con la prosecuzione della requisitoria che, salvo imprevisti, dovrebbe concludersi il 9 aprile.

E’ Mafiagate (inchiesta integrale) | Pietro Orsatti

Fonte: E’ Mafiagate (inchiesta integrale) | Pietro Orsatti.

Tutta la difesa di Marcello Dell’Utri, e di conseguenza di Silvio Berlusconi, dalle accuse di Spatuzza è nel negare la credibilità del teste. Ma a raccontare di rapporti con Cosa nostra sono tanti, e da decenni
di Pietro Orsatti su
left/Avvenimenti

Se Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi (il non imputato ma comunque convitato di pietra) si trovassero di colpo a essere al centro delle dichiarazioni di un solo pentito, Gaspare Spatuzza, e tirati dentro un presunto intreccio di interessi innominabili con Cosa nostra, si potrebbe sospettare che ci troviamo davanti a un possibile complotto. Ma non è così, non è solo Spatuzza che parla, anzi, a parlare sono in parecchi e da parecchio tempo. Perché emerge dalle carte di quel processo in primo grado a Marcello Dell’Utri, con tanto di condanna a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, un rapporto consolidato, continuo, fin dai primi anni Settanta, cioè da quando Silvio Berlusconi, affiancato dai suoi più fidi collaboratori Marcello Dell’Utri e Fedele Confalonieri, è solo un costruttore milanese che non si sogna ancora di buttarsi nel grande mondo delle televisioni e dell’editoria, e ancor meno della politica. Silvio è un giovane imprenditore di successo, in una Milano dove era approdata Cosa nostra, dove gli imprenditori erano diventati “vacche da mungere”, dove i rapimenti e le estorsioni erano cose di tutti i giorni, anche grazie alla consolidata presenza di Luciano Liggio e di gruppi di catanesi e messinesi. Dobbiamo, quindi, andare indietro nel tempo di almeno 35 anni per ricostruire una vicenda che da lì, dalla paura dei rapimenti, ci porterà all’oggi, alle accuse di Spatuzza e ai sospetti (già emersi negli anni Novanta sia a Firenze che a Caltanissetta) di un coinvolgimento di Berlusconi in una presunta trattativa. Con le stragi del 1992-93 a fare da “facilitatori” di un possibile accordo fra mafia e pezzi della politica e dello Stato. Si tratterebbe, perciò, di andare a vedere quale sarebbe stato, secondo le ricostruzioni fornite da numerosi pentiti e uomini d’onore, il primo incontro diretto fra uomini di Cosa nostra e l’allora costruttore lombardo Silvio Berlusconi.

Comincia a raccontare Gaspare Mutolo, amico di Liggio e Riina e boss dei quartieri Partanna e Mondello di Palermo, del clima che avrebbe portato Marcello Dell’Utri per conto di Silvio Berlusconi a contattare qualcuno in Sicilia, qualcuno che lo proteggesse dai rapimenti che in quel periodo (siamo negli anni Settanta) erano un fatto quasi quotidiano a Milano. L’obiettivo era diventato «l’uomo che aveva fatto la Milano 2», racconta Mutolo e spiega che «eravamo pronti diciamo… già c’era un gruppo di persone pronte per sequestrarlo. Non è che sono state parole così… eravamo là a Milano perché eravamo pronti da un momento all’altro che davano il via per sequestrare questa persona, che dopo io ho capito che era Berlusconi perché molto spesso la sera andava negli uffici che ci sono nella Milano 2 e questi battuti li aveva presi un certo Antonino Grado, un «uomo d’onore» della famiglia di Stefano Bontade, una persona che abitava là a Milano. Tutta assieme non se ne fece più niente, ma addirittura siamo rientrati tutti e mi ricordo che io non ho partito più per alcuni sequestri e dopo ho saputo così, insomma, che quell’impresario che aveva fatto la Milano 2 era Silvio Berlusconi, che era entrato in contatto con alcuni personaggi importanti in cui i mafiosi avevano il compito che investivano e questo Berlusconi era tranquillo, pacifico che non veniva più né minacciato e né… cioè che non correva più la minaccia che potesse essere sequestrato o lui o qualcuno dei suoi familiari».

E l’incontro, a quanto spiega un altro pentito, Antonino Galliano, la cui testimonianza è inserita anche lei nelle motivazioni della sentenza Dell’Utri, è diretto fra Silvio Berlusconi e Stefano Bontade che all’epoca era a capo della Commissione di Cosa nostra, ovvero a capo della mafia siciliana. «Quindi con Stefano Bontade fissano l’appuntamento a Milano e si… si recano a Milano il Tanino Cinà con Stefano Bontade e con Mimmo Teresi. A questo appuntamento vanno a trovare il Dell’Utri e il Berlusconi e mi dicono che c’erano anche altre persone; lo Stefano Bontade aveva ascoltato, diciamo, il problema e li rassicurò che non sarebbe successo più nulla e che per maggiore sicurezza avrebbe mandato un suo uomo nella…diciamo, per guardare le spalle alla famiglia Berlusconi, cioè nella villa di Arcore e gli manda, dicevano, il Vittorio Mangano, che era un esperto, diciamo, molto pratico di animali. Fece anche una precisazione il Tanino Cinà, disse che il signor Berlusconi rimase, diciamo, affascinato dalla figura di Stefano Bontade, che non si immaginava di avere a che fare con una persona così intelligente e così, diciamo, affascinevole, diciamo. Cioè… s’immaginava di avere a che fare con un uomo rozzo, cioè un mafioso tipico che… che si leggeva nei libri o si vedevano nei film a quei tempi. Quindi, quando poi, il Mangano prende servizio alla villa di Arcore, dopo poco tempo, per, diciamo, accattivarsi maggiormente la fiducia del Dottor Berlusconi, organizza un finto se, diciamo… un finto furto di quadri all’interno della villa e lui fa finta di adoperarsi per il recupero di questo maltolto». Così racconta Galliano, uomo d’onore del clan della Noce, in relazione a un incontro avvenuto nel 1975 nella sede della Edilnord, la società di Silvio Berlusconi costituita per edificare Milano 2. E poi prosegue: «Il Berlusconi, diciamo… dice allo Stefano Bontade che vuole fare un regalo… un regalo, diciamo, alla… diciamo a loro. E per questo, diciamo, incarica lo Stefano Bontade il Tanino Cinà. Il Tanino Cinà si reca, sin da quel momento, ogni… due volte l’anno per ritirare dei soldi nello studio di Marcello Dell’Utri. A quei tempi questi erano venticinque milioni a volta e quindi cinquanta milioni l’anno. Questi soldi poi lui, diciamo, lo Stefano… il Tanino Cinà li faceva avere allo Stefano Bontade; però questi soldi, quando succede la guerra di mafia e quindi lo Stefano Bontade viene ucciso, questi soldi il Tanino Cinà li consegna a Pippo Di Napoli, che a sua volta li faceva avere ad un uomo d’onore della famiglia di Santa Maria di Gesù, che è anche nipote di Tanino Cinà, Pippo Contorno».

Poi è la volta di Salvatore Cuccuzza, membro del mandamento di Porta Nuova retto proprio da Mangano “lo stalliere”, che spiega che «Mangano Vittorio aveva rapporti molto intimi con Stefano Bontade e con Rosario Riccobono che in quel periodo diciamo che erano molto in auge interno a “cosa nostra”, però il suo diretto capo era Pippo Calò. Avevano un rapporto buono, ma diciamo che Mangano essendo un tipo un po’ egocentrico preferiva l’amicizia anche di queste persone che andavano alla grande in quel periodo, quindi erano molto intimi con Bontade, con Inzerillo, con Riccobono». Amico quindi di quello che era, all’epoca, il Gotha di Cosa nostra prima della mattanza avviata da Totò Riina.
E poteva mancare il pentito Antonino Giuffrè, uno degli accusatori principali di Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi? Certo che no. Anche lui ricorda perfettamente la circostanza che portò Dell’Utri a organizzare l’incontro fra Berlusconi e Bontade. « Sì, signor Presidente, vado un pochino a stento, perché sono discorsi molto vecchi e se ricordo bene, addirittura di questi discorsi ne ha parlato Michele Greco, cioè come le dicevo siamo nella metà degli anni Settanta e a Milano e nei dintorni vengono fatti molti sequestri da parte della mafia siciliana ed uno degli obiettivi cioè… ed appositamente il signor Berlusconi», racconta Giuffrè.

Quindi, Berlusconi era preoccupato di un possibile rapimento suo o di un suo familiare. Marcello Dell’Utri perciò si fa tramite, grazie a Gaetano Cinà, di un incontro con Stefano Bontade, incontro che sarebbe avvenuto nella sede della Edilnord. Qui si trova un accordo e Cosa nostra offre protezione, addirittura si parla di affari, di possibili costruzioni in Sicilia. A fare da “garante” della protezione di Silvio Berlusconi sarebbe stato individuato Vittorio Mangano. Questo il primo “approccio”. Poi la questione si fa ancora più complessa. Mangano è amico dei Graviano, in particolare c’è un patto fra il mandamento di Porta Nuova retto dallo “stalliere” e quello di Brancaccio retto dai Fratelli Giuseppe e Filippo Graviano. Spatuzza oggi racconta che addirittura i Graviano gli ordinarono di andare a dare “una controllata” al territorio di Mangano mentre questi era in carcere. Insomma i Graviano erano legati a Mangano, erano latitanti a Milano e non solo, si erano dimostrati interessati precedentemente anche a un altro affare che interessava Berlusconi, quello di Euromercato/Standa a Palermo. Si legge nella sentenza in primo grado a Dell’Utri che anche i Graviano intervenissero nell’affare. Quindi è improbabile che Dell’Utri non fosse a conoscenza di questa circostanza, come concludono i giudici.

C’è un passaggio, oggi, nel confronto fra Gaspare Spatuzza e il “ragioniere” Filippo Graviano avvenuto il 20 agosto scorso, un passaggio che forse anticipa se non un pentimento almeno una dissociazione da parte del più giovane dei due fratelli. Spatuzza si rivolge al suo ex capo: «Nessuno mi può dire (incompr.) perché non mi sto (incompr.) e non mi sto inventando niente». E Graviano gli risponde: «Assolutamente, vedi che io, dal primo momento, l’ho detto ai magistrati, oggi te l’ho detto davanti. Io non ho nulla contro le tue scelte». E Spatuzza insiste: «Nessuno mi può dire infame perché non sto infamando nessuno». E ancora Graviano: «Ma assolutamente». E visto che uno dei possibili “infamati” è proprio Filippo, è facile trarre delle conclusioni.

Stragi e trattativa, ora si riscrive la storia : Pietro Orsatti

Fonte: Stragi e trattativa, ora si riscrive la storia : Pietro Orsatti.

Lo scenario Nuovi dettagli emergono dalle carte consegnate ai pm da Ciancimino. Dove nascono gli attentati e il tentativo di accordo con la operato dai boss

di Pietro Orsatti su Terra

La trattativa fra Cosa nostra e lo Stato è in quel foglio, il famoso o famigerato papello, redatto da Riina, o da qualcuno per lui, e consegnato a Vito Ciancimino da Nino Cinà, già condannato per mafia e oggi sotto processo insieme a Marcello Dell’Utri a . Dodici richieste secche, scritte a stampatello. Consegnate al generale Mario Mori, come riportato in un appunto autografo dell’ex sindaco di , e destinate a due ministri: Mancino, titolare dell’Interno, Rognoni, ex ministro della Difesa. Mori ha sempre negato, come il suo collaboratore Di Donno. Ma anche le recenti dichiarazioni di Violante e di Martelli sembrano smentire i due alti ufficiali. Capiamo, perciò, cosa successe in quel periodo – siamo nella prima metà del ’92 – per comprendere per quali ragioni la mafia decise di colpo di alzare ulteriormente il tiro e attaccare frontalmente lo Stato. All’inizio dell’anno vennero confermate dalla Cassazione le condanne del maxi processo di , e il 12 marzo dello stesso anno venne ucciso l’uomo di riferimento di Giulio Andreotti nell’isola, Salvo Lima.
Il collaboratore Antonino Giuffré dichiara ai pm che con quell’omicidio «si è chiusa un’epoca». E, poi, spiega meglio: «Con quell’omicidio si è chiuso un rapporto che, come ho detto, non era più ritenuto affidabile. Si chiude un capitolo e se ne incomincia ad aprire un altro». All’interno di Cosa nostra si apre uno scontro non solo fra l’ala militare capeggiata da Riina e Bagarella e quella della “sommersione” che faceva riferimento a Provenzano sulle strategie di gestione, ma anche sulle scelte politiche dopo che si è spezzato il rapporto con la Dc. «Da un lato c’è un discorso di creare all’interno di Cosa nostra un movimento politico nuovo (d’ispirazione autonomista, ndr), cioè portato avanti direttamente da Cosa nostra», spiega il collaboratore, mentre dall’altro «si vede all’orizzonte un nuova formazione che dà delle garanzie che la Democrazia cristiana o, per meglio dire, parte di questa non dava più. Questa formazione , per essere io preciso, è Forza ».
Sul movimento “autonomista”, da quel poco che si è saputo, vi sono tracce anche negli appunti di Vito Ciancimino consegnati assieme alla fotocopia del papello ai pm palermitani. In questo scenario si inserisce la strage di Capaci, la necessità del morto eclatante e della sfida, per poi andare a patti, trovare altri soggetti con cui dialogare e ricominciare a tessere il potere nell’isola e a livello nazionale.
Poi, i 57 giorni che intercorrono fino alla strage di via D’Amelio. È qui che si inserirebbe, grazie ai racconti di Martelli e della Ferraro, l’inizio dei primi contatti fra Ciancimino e i Ros per avviare una trattativa. Sempre secondo la Ferraro, sapeva della trattativa, e la sua morte è quindi motivabile dal suo rifiuto a percorrerla. Questa è anche una delle ipotesi che sta portando la Procura di Caltanissetta a riaprire il processo sulla strage di via D’Amelio.
Negli appunti di Ciancimino emergerebbe la necessità di mettere a conoscenza della trattativa esponenti di alto livello del governo e delle istituzioni, compreso l’appena nominato ministro dell’Interno Nicola Mancino. Ma Mancino nega, come del resto anche l’ex ministro della Difesa Rognoni. L’attuale vicepresidente del Csm è stato categorico, «né Mori né alcun altro», mi ha «consegnato» il papello, «né me ne ha mai parlato». Ma secondo le carte di Ciancimino le cose sarebbero andate diversamente. Ma forse c’è dell’altro, anche alla luce dei ricordi dell’ex guardasigilli Martelli – che avrebbe confermato ai pm di essere stato a conoscenza di una possibile trattativa – siamo davanti non solo alla necessità di riaprire i processi sui fatti del ’92 e del ’93, ma anche di riscriverne la storia.

Antonio Di Pietro: Processo Dell’Utri: votate Forza Italia

Fonte: Antonio Di Pietro: Processo Dell’Utri: votate Forza Italia.

Riporto il servizio girato dell’ultima udienza del processo d’appello a Marcello Dell’Utri di venerdi 16 ottobre.

Ritengo ci sia poco da aggiungere alle parole pronunciate in aula dagli avvocati dell’accusa, parole pesantissime che riporto di seguito.

Vincenzo Garraffa presumibilmente nei primi mesi del ’92 e comunque prima della sua elezione al Senato in forza al Partito Repubblicano, ricevette la visita dei mafiosi Michele Buffa e Vincenzo Virga, capo mandamento di Trapani, i quali lo sollecitarono a risolvere la controversia sorta con PUBLITALIA. Quando Garraffa chiese loro per conto di chi si fossero presentati in ospedale a trovarlo questi risposero “degli amici”. Garraffa insistette per sapere quali fossero questi “amici” e fu fatto il nome di Marcello Dell’Utri. Al suo ennesimo rifiuto Virga andò via lasciando Garraffa con un “riferirò e se ci sono novità la verrò a trovare”. In altra occasione, invece, è stato proprio Marcello Dell’Utri a rivolgersi al Garraffa in questi termini: “Abbiamo uomini e mezzi per convincerla a pagare”.”
“Fu Bernardo Provenzano a dirci di votare Forza Italia con queste parole: Ci possiamo fidare, siamo in buone mani, ho avuto garanzie” – ha detto Giuffré.

Riporto di seguito il testo del video servizio.

Nel giorno in cui alcuni tra i più importanti quotidiani italiani pubblicano il contenuto del “papello”, con il quale la mafia a cavallo tra il 92 ed il 93 chiede allo Stato una contropartita in cambio di una tregua alle stragi che insanguinavano il Paese, si è svolta a Palermo un’altra udienza del Processo d’Appello a carico del Senatore del Popolo della Libertà Marcello Dell’Utri che si difende dalla condanna in primo grado a nove anni e sei mesi di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.

Il Procuratore Generale Nino Gatto davanti ai Giudici della seconda sezione penale ha proseguito la propria requisitoria trattando un’altra serie di vicende che dimostrerebbero la chiara collusione di Dell’Utri con l’organizzazione mafiosa.

E’ stata ripercorsa, in aula, la vicenda del tentativo di estorsione consumato ai danni del titolare della Pallacanestro Trapani, Vincenzo Garraffa, e commesso da Marcello Dell’Utri attraverso la pretesa restituzione della metà di una somma di denaro frutto di una sponsorizzazione da parte di Birra Messina, un marchio all’epoca di proprietà del gruppo Heineken-Dreher, a beneficio della squadra di pallacanestro di Trapani che nella stagione 1990-91 militava nel campionato di A2 Maschile.

Fu grazie alla mediazione di Publitalia – evidenzia il PG – che Birra Messina sponsorizza la squadra che in quell’anno guadagnerà la promozione alla categoria superiore.

Un miliardo e cinquecento milioni di lire complessivi la cui metà, l’imputato Marcello Dell’Utri, pretendeva di avere restituita in nero.

Garraffa si oppose chiedendo, come condizione necessaria per la restituzione di qualunque somma, la produzione di una pezza giustificativa.

La vicenda, giudiziariamente accertata dal Tribunale di Milano la cui condanna a carico di Dell’Utri ha superato il vaglio della Cassazione divenendo definitiva, è utile per dimostrare gli stretti legami tra Dell’Utri ed alcuni mafiosi.

Vincenzo Garraffa presumibilmente nei primi mesi del ’92 e comunque prima della sua elezione al Senato in forza al Partito Repubblicano, ricevette la visita dei mafiosi Michele Buffa e Vincenzo Virga, capo mandamento di Trapani, i quali lo sollecitarono a risolvere la controversia sorta con PUBLITALIA. Quando Garraffa chiese loro per conto di chi si fossero presentati in ospedale a trovarlo questi risposero “degli amici”. Garraffa insistette per sapere quali fossero questi “amici” e fu fatto il nome di Marcello Dell’Utri. Al suo ennesimo rifiuto Virga andò via lasciando Garraffa con un “riferirò e se ci sono novità la verrò a trovare”.

In altra occasione, invece, è stato proprio Marcello Dell’Utri a rivolgersi al Garraffa in questi termini: “Abbiamo uomini e mezzi per convincerla a pagare”.

Il secondo, e più importante capitolo dell’odierna parte di requisitoria svolta dal Procuratore Gatto davanti alla Corte presieduta da Claudio dall’Acqua, riguarda il rilievo delle implicazioni politiche alla luce dei rapporti tra Marcello Dell’Utri e soggetti organici a Cosa Nostra rispetto alla nascita di Forza Italia.

Dopo le stragi Cosa Nostra cambia strategìa. Falliti – forse solo in parte stando alle notizie di queste settimane – i tentativi di disporre ad esclusivo uso e consumo di personaggi politici di rilievo comincia a fermentare l’idea di costituire un movimento, un partito politico, diretta espressione della borghesia mafiosa siciliana.

Nasce da qui l’idea di “Sicilia Libera” movimento di ispirazione conservatrice e separatista promossa in origine da Leoluca Bagarella, con aspirazioni da leader, che poi vi avrebbe rinunciato sostanzialmente per due motivi. Da un lato la scarsa disponibilità di Bagarella ad investire grosse somme di denaro e dall’altra la creazione delle premesse perché Cosa Nostra spostasse voti su un soggetto politico di respiro nazionale.

Entrano in gioco le dichiarazioni del pentito Giuffrè.

“Fu Bernardo Provenzano a dirci di votare Forza Italia con queste parole: Ci possiamo fidare, siamo in buone mani, ho avuto garanzie” – ha detto Giuffré.

E Dell’Utri entra nella vicenda perché indicato, da più testimonianze, come uno dei canali privilegiati da Cosa Nostra per intavolare accordi di natura elettorale. Direttamente o tramite Vittorio Mangano.

E’ vero – ha detto il Procuratore Generale – che Cosa Nostra è un’organizzazione opportunista che tende sempre a saltare sul carro del vincitore, avallando, in questo senso, una delle argomentazioni della difesa. Ma – si domanda retoricamente Gatto – si tratta solo di opportunismo oppure c’era un interesse diretto e concreto?

In serata proprio Marcello Dell’Utri, che non era presente in aula, ha affidato alle agenzie il suo disappunto rispetto al tenore della requisitoria del Procuratore Generale:”Stupefacente” – ha detto – “che il Procuratore sostenga che Garraffa abbia detto la verità sulla vicenda della Pallacanestro Trapani. Una ricostruzione “sganciata dalla realtà”.

Sull’apprezzamento di Bernardo Provenzano per Forza Italia, invece, nessun commento.

Questo sì che è davvero stupefacente.

Al processo contro Mori nuove ombre su Forza Italia : Pietro Orsatti

Al processo contro Mori nuove ombre su Forza Italia : Pietro Orsatti.

Misteri –  Nell’udienza romana nuove rivelazioni di Antonino Giuffrè. Il collaboratore racconta delle missioni di don Vito nella Capitale e come “Binnu”, nel periodo di sommersione, fosse impegnato a riformare l’organizzazione

di Pietro Orsatti su Terra

È in trasferta a Roma, nell’aula bunker di Rebibbia, il processo al generale Mori e al colonnello Obinu, per ascoltare il collaboratore Nino Giuffré. Il processo è relativo alla fuga di Bernardo Provenzano, come denunciato dal colonnello dei Michele Riccio, il 31 ottobre 1995 in una cascina a Mezzojuso. Secondo Riccio l’ex capo dei Ros avrebbe in qualche modo consentito che il boss si allontanasse indisturbato. Informai il colonnello Mori – ha dichiarato al processo Riccio -. Lo chiamai subito a casa per riferirgli dell’incontro e rimasi sorpreso, perché non me lo dimenticherei mai, non vidi nessun cenno di interesse dall’altra parte».

Secondo il collaboratore di giustizia ascoltato invece in questi giorni, il capo della nuova durante il cosiddetto periodo di sommersione, Bernardo Provenzano,  avrebbe portato avanti una trattativa per risolvere i gravi problemi che stava attraversando la mafia a causati dalla forte pressione dello in seguito alle stragi del ’92. I temi erano la confisca dei beni, gli ergastoli, i collaboratori di giustizia, i benefici carcerari. La trattativa in una prima fase avvenne tramite Vito Ciancimino. Giuffré, in relazione alla trattativa, ricorda come Provenzano dicesse di Ciancimino, quando questi si recava a Roma, che era «andato in missione», e poi in seguito come si consolidasse il contatto che avrebbe consentito l’aggancio con un nuovo interlocutore politico: Marcello Dell’Utri. I rapporti con il senatore Dell’Utri, sempre secondo Giuffrè, sarebbero stati intrattenuti tramite diversi intermediari, in particolare il costruttore Ienna e i fratelli Graviano. A conclusione dell’udienza il colleggio giudicante ha deciso di ascoltare in aula, questa volta a Palermo, Luciano Violante e Giovanni Ciancimino, l’altro figlio di Vito Ciancimino che ha iniziato a rilasciare dichiarazioni solo di recente.

Ma ritorniamo alla vicenda che ha dato il via a questo processo, e quindi all’incontro di boss a Mezzojuso dal quale fuggì indisturbato il capo di . Il colonnello Riccio era sul posto, avrebbe potuto intervenire immediatamente appena avuto il via libera dal capo dei Ros in . «Mi disse che preferiva impegnare i propri strumenti, dei quali al momento era sprovvisto – prosegue Riccio nel suo racconto -. Noi eravamo pronti e non ci voleva una grande scienza per intervenire». L’ ufficiale ha parlato anche di un incontro a Roma fra Luigi Ilardo, vice del capo mafia di Caltanissetta “Piddu” Madonia e ffidato direttamente a Riccio del quale diventa confidente, il colonnello e Mori. «Quando lo portai da Mori, Ilardo gli disse: “In certi fatti la mafia non c’entra, la responsabilità è delle istituzioni e voi lo sapete”. Io raggelai». Dopo qualche mese Ilardo venne ucciso a Catania pochi giorni prima del suo ingresso “ufficiale” nel programma di protezione per i collaboratori. Ilardo aveva parlato esplicitamente anche di un contatto tra Provenzano e Dell’Utri, «l’uomo dell’entourage di Berlusconi», e di un «progetto politico», la nascita di Forza Italia, che interessava ai vertici della Cupola mafiosa. E motore di quel nuovo progetto politico, non a caso, era proprio l’allora capo di Publitalia Dell’Utri. Riccio ha raccontato in aula nel 2002 di un incontro con l’avvocato Taormina e Marcello Dell’Utri: «Nello studio del professor Taormina mi venne detto che sarebbe positivo per il senatore Dell’Utri se nella mia deposizione avessi escluso che era emerso il suo nome nel corso della mia indagine siciliana».

Giuffre’: il nuovo referente era Dell’Utri

Fonte: Giuffre’: il nuovo referente era Dell’Utri.

di Anna Petrozzi e Lorenzo Baldo – 7 ottobre 2009
Roma. E’ ripreso oggi nell’aula bunker di Rebibbia il processo a carico del generale Mori e del colonnello Obinu per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano nel 1995.


La trasferta è dovuta all’audizione del collaboratore di giustizia Antonino Giuffré, l’ultimo dei pentiti più importanti ad aver avuto accesso a Provenzano dopo la cattura di Riina.
Sentito dai pubblici ministeri, Giuffré ha ripercorso gli esordi della sua carriera fino al cambio di strategia di Cosa Nostra, dall’ “attacco frontale” allo Stato fino alla “sommersione”. Vale a dire dal cambio di direzione dell’organizzazione da Riina a Provenzano.
In risposta alle domande dei pm  ha dichiarato che fu abbastanza chiaro, all’interno di Cosa Nostra, che la cattura di Riina e la mancata perquisizione del covo non erano stati accadimenti casuali, ma da inserire in una precisa volontà. Un progetto della cui portata Giuffré si sarebbe però reso conto solo con il passare degli anni, in seguito ai molti arresti di tutti gli uomini più importanti della cupola e alle conversazioni con Provenzano.
Secondo il collaboratore di giustizia, il capo della nuova Cosa Nostra della sommersione avrebbe portato avanti una trattativa per risolvere i gravi problemi dell’associazione criminale (confisca dei beni, ergastoli, collaboratori di giustizia, benefici carcerari) prima tramite Vito Ciancimino, che Provenzano gli disse: “E’ andato in missione”, e poi tramite il contatto che avrebbe consentito l’aggancio con un nuovo interlocutore politico: Marcello Dell’Utri.
I rapporti con il senatore Dell’Utri sarebbero stati intrattenuti tramite diversi intermediari: il costruttore Ienna e i fratelli Graviano.
Al termine dell’udienza il pubblico ministero ha chiesto di sentire, già dalla prossima volta, l’on. Luciano Violante e Giovanni Ciancimino, l’altro figlio di Vito Ciancimino che ha iniziato a rilasciare dichiarazioni solo di recente.
La riserva sarà sciolta nel corso dell’udienza di domani.

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Quando la Cupola voleva fondare un partito : Pietro Orsatti.

di Pietro Orsatti su Left/Avvenimenti

È in uno degli interrogatori condotti dal pm Antonio Ingroia al pentito Antonino Giuffrè che si trova lo scenario della mafia che si trasforma direttamente in soggetto politico. Chiede Ingroia se «nel 1993 alla scelta se proseguire o meno la strategia stragista, vi è anche una differenza, fra i due schieramenti (i “pacifisti” con riferimento Provenzano contrapposti agli “stragisti” guidati da Riina e poi Bagarella) per i progetti di ristrutturazione dei rapporti con la politica?». Giuffrè risponde spiegando che «da un lato c’è un discorso di creare all’interno di un movimento politico nuovo, cioè portare avanti direttamente da , eh… questo discorso, portato avanti da Bagarella e compagni, il cui esponente, uno degli esponenti principali era il Tullio Cannella». Si tratta di un movimento autonomista, Sicilia Libera, mai compiutamente decollato, quello di cui parla il pentito. « Noi eravamo perfettamente convinti che questo discorso non poteva avere un futuro – racconta il pentito – perché circa dieci anni prima, siamo attorno agli anni ’82-’83, un progetto simile, addirittura, più vasto assai, era stato presentato sia da Michele Greco, ma in modo particolare, era stato pensato da Piddu Madonia. Però non si è fatto, non si è presa in grandissima considerazione perché si capiva che, nel momento in cui si muovevano all’interno di un partito politico persone legate a , ben presto il tutto sarebbe stato messo sotto i riflettori delle forze dell’ordine e della magistratura». E allora? Ecco che Giuffrè racconta a Ingroia dell’interessamento da parte di nei confronti della nascente Forza Italia. «Si parlava, come avevo detto, di esponenti delle aziende di Berlusconi – racconta – che si stavano, se ricordo bene, per essere chiamati, sempre ripeto, se ricordo bene, si parlava di persone della Fininvest che si stavano interessando per creare questo nuovo movimento politico e in modo particolare un esponente di spicco di queste, che si interessava in questo periodo, era il… il signor Dell’Utri». Si intuisce dalla trascrizione che Giuffrè tentenna, ma Ingroia lo incalza: « In che misura, insomma, era interessata rispetto a questo movimento politico che si costituiva? Non so se la mia domanda è chiara». È a questo punto che Giuffrè si sbilancia, ed espone con chiarezza il progetto. « Chiarissima – dichiara il teste -. A interessava che il vertice di questo movimento assumesse delle responsabilità ben precise per fare fronte a quei problemi, come enunciato in precedenza, e poi, successivamente, l’andare a mettere degli uomini puliti all’interno di questo movimento che facessero, in modo particolare, gli interessi di in Sicilia, mi sono spiegato?» E in particolare riguardo Marcello Dell’Utri, Giuffrè spiega di aver appreso che essendo questi «una persona molto vicina a e nello stesso tempo un ottimo referente per Berlusconi, era stato reputato come una delle persone affidabili». Questa testimonianza, agli atti del processo e della sentenza in primo grado nei confronti di Marcello Dell’Utri, sarebbe stata considerata finora, anche grazie ad altri riscontri, credibile, e il pentito, secondo i giudici del processo riportano in sentenza, «deve ritenersi fuori discussione» in quanto «il quadro d’insieme delineato dal Giuffrè sul tema della politica è stato pienamente riscontrato dalle altre acquisizioni dibattimentali».