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Antimafia Duemila – Atomo d’Arabia

Fonte: Antimafia Duemila – Atomo d’Arabia.

di Annalena Di Giovanni – 29 aprile 2010
Riyadh ha lanciato l’allarme: il petrolio ci non basta più. Nell’era del panico dei mercati energetici, fra minacce di picchi e bolle petrolifere, ci si è messa anche l’Arabia Saudita a piangere miseria. Proprio così, il primo paese al mondo per le esportazioni petrolifere ha ufficialmente annunciato di non poter più reggere il ritmo: o la Saudi ARAMCO, la compagnia della corona, riduce le esportazioni, o il paese si ritroverà presto al buio.
Colpa delle città costruite nel deserto, degli impianti di desalinizzazione delle acque, delle migliaia di apparecchi d’aria condizionata che i contractors venuti da fuori per estrarre il petrolio azionano ogni giorno in un paese che, recentemente, ha dovuto alzare le estrazioni a 12 milioni di barili al giorno per mantenere inalterate le cifre d’esportazione – ma anche sopperire a una domanda interna che per ora è ferma a 3 milioni di barili giornalieri, ma che gli esperti prevedono presto sfiorare i sette milioni. Ed ecco allora l’asso nella manica del re saudita: il nucleare. Lo scorso 17 aprila pè stata annunciata la costruzione di un nuova zona urbana, la King Abdullah City per l’energia Atomica e Rinnovabile, subito ridotta all’acronimo K.A.K.A.R.E. Il Re ha fatto capire che questo ennesimo scintillante progetto ra le sabbie è di fatto il primo passo verso l’Arabia nucleare. Si tratterebbe, insomma, di far entrare l’industria dell’atomo e dei reattori all’interno della GCC, la zona di libero scambio dei paesi del Golfo. Un passo azzardato, visto che Qatar, Emirati Arabi, Kuwait e Omar potrebbero presto rivendicare lo stesso diritto. Per la verità gli Emirati avevano già esplorato soluzioni alternative agli idrocarburi, fondando vicino ad Abu Dhabi la cittadella di Masdhar, il primo centro abitato a emissioni zero e a fonti esclusivamente rinnovabili, destinata ad ospitare i centri di ricerca più all’avanguardia per la produzione di energie rinnovabili, la sanitazione delle acque grige, e lo smaltimento dei rifiuti. Niente di tutto questo per l’Arabia Saudita: Riyadh sogna in grande, rivendica il bisogno immediato di sopperire alla domanda interna col nucleare civile per poter continuare a mantenere i ritmi di esportazione. In pratica si tratta della stessa identica retorica adoperata da Tehran per spiegare ai propri cittadini la corsa al nucleare civile: il petrolio va conservato per le esportazioni, se vogliamo l’università pr mandare avanti i nostri elettrodomestici e le nostre fabbriche dobbiamo darci alla ricerca atomica. Con la differenza che, mentre il petrolio iraniano è nazionalizzato, quello che l’Arabia Saudita vende all’occidente è di esclusiva proprietà di sua maestà Abdallah. Se per Tehran il passo dal nucleare civile a quello militare è considerato breve, allora anche l’Arabia Saudita – terra instabile, contesa fra un regime teocratico altamente repressivo ed una fronda interna di fanatici religiosi – dovrebbe fare paura. E invece no. Non fa paura il fondamentalismo religioso saudita, non inquieta l’idea che i numerosi attentati da parte dei jihadisti sauditi contro gli impianti petroliferi si potrebbero un giorno estendere ad una eventuale centrale atomica, non preoccupa il pessimo record sui diritti umani di un paese in cui le donne non possono guidare, una ragazza stuprata può venire condannata a morte, un ladro rischia la mano e un bicchiere di vino vale la decapitazione. Dettagli. Il patto è già sul tavolo dal 2008, firmato da George Bush Junior e dal Re, e offre il pieno supporto Usa ai progetti nucleari di Riyadh. E  così dalle testate statunitensi K.A.K.A.R.E. è già celebrata come il salto di un paese islamico nella modernità e nel rispetto dell’ambiente, che si prende la responsabilità di progredire nel nucleare pur di conservare inalterate le esportazioni del petrolio verso gli alleati a ovest. Congratulazioni.

Fonte: annalenadigiovanni.wordpress.com

Tratto da: gliitaliani.it

ComeDonChisciotte – YEMEN: LA GUERRA DEL PENTAGONO NELLA PENISOLA ARABA

Questo articolo è stato scritto dieci giorni prima che il fallito attentato di Umar Farouk Abdulmutallab contro il volo Delta 253 americano fornisse agli USA un felice pretesto per intervenire nella guerra civile in corso nello Yemen. L’autore aveva già capito quali fossero gli obiettivi e gli interessi in campo e li aveva illustrati con una certa accuratezza. Ci ha poi pensato la solita Al Qaeda, con il consueto petardo fatto esplodere in una locazione a caso, a creare la giustificazione per l’intervento. Al Qaeda è preziosa per la politica estera degli Stati Uniti: consente di giustificare qualsiasi invasione o aggressione, comparendo sempre nel luogo opportuno – quello in cui gli USA desiderano intervenire – al momento opportuno. Se non ci fosse bisognerebbe inventarla. E naturalmente è per questo che gli Stati Uniti l’hanno inventata. Qui sotto ho sottotitolato l’intervista rilasciata da Webster Tarpley a Russia Today, in cui vengono forniti alcuni retroscena del finto attentato …

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