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Borsellino: ”Mafia e Stato hanno ucciso mio fratello”

Borsellino: ”Mafia e Stato hanno ucciso mio fratello”.

Salvatore Borsellino racconta al Corriere Canadese tutte le nuove scoperte sulla strage di via D’Amelio
Dopo tanti anni, un po’ di verità sta venendo a galla sulla strage di via D’Amelio. Una strage che già allora era apparsa molto più complessa da capire rispetto a quella di Capaci dove perse la vita Giovanni Falcone assieme alla sua scorta. Ora, per spiegare la morte di Paolo Borsellino si parla di servizi segreti deviati, dello Stato italiano che non solo cerca di scendere a patti con Cosa Nostra comandata da Totò Riina ma lascia anche da solo il magistrato che con Falcone più aveva contribuito alla lotta contro la mafia, emettendo così la sua definitiva condanna a morte. Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, dopo anni di silenzio ha deciso di parlare e ora ci racconta la sua verità.

Dottor Borsellino dopo strage di Capaci, suo fratello Paolo capì di avere le ore contate. Che cosa stava accadendo intorno a lui?
«In quel periodo non era soltanto Paolo ad aver capito di avere le ore contate. Uccidere Falcone senza uccidere Paolo equivaleva a fare un lavoro a metà. Paolo, infatti, se lasciato vivo, avrebbe continuato a fare quello che aveva fatto insieme con Falcone: ovvero combattere in tutte le maniere la criminalità organizzata. Lo avrebbe fatto da solo o contando sull’aiuto di pochi perché in fondo lo Stato ha sempre delegato ai magistrati certi compiti e certe responsabilità che, invece, avrebbe dovuto assumersi in prima persona».

La strage, però, arrivò a neanche sessanta giorni da quella di Capaci. Come mai una così brusca accelerata per liberarsi di un uomo che sarebbe dovuto morire comunque?
«Quello che nessuno si aspettava, e forse nemmeno Paolo se non negli ultimi giorni, era che la strage di via D’Amelio avrebbe seguito a così breve distanza di tempo quella di Capaci. Del resto, numerosi mafiosi avevano giudicato troppo prematuro questo passo e lo avevano fatto presente direttamente a Riina. Ma Riina rispose che la strage si doveva fare subito perché era stata promessa a qualcuno».

Il capo dell’ufficio istruzione di Palermo, Antonino Caponnetto, disse che Falcone morì nel gennaio del 1988 quando nominarono Antonino Meli come suo sostituto. Mi dica quando cominciò a morire Paolo Borsellino?
«Mio fratello iniziò a morire il primo luglio del 1992 dopo l’incontro che ebbe con il ministro della Giustizia di allora Nicola Mancino. Nonostante quest’ultimo continui a negare pervicacemente, lì deve essere stata proposta quella trattativa tra lo Stato e la mafia alla quale Paolo si deve essere opposto nella maniera più assoluta. E a questo punto non restava che quella soluzione e cioè uccidere Paolo ed eliminarlo in fretta».

Che cosa avrebbe potuto fare un magistrato sia pur influente come lui, per fermare una trattativa tra Stato e mafia?
«Poco. Ma di sicuro avrebbe portato quella trattativa agli occhi dell’opinione pubblica come aveva fatto dopo che si era trasferito a Marsala e aveva denunciato il colpo di spugna dello Stato nei confronti della mafia. In quell’occasione affermò che si stava distruggendo il pool antimafia. A seguito dell’intervista a L’Unità e a La Repubblica venne deferito al Csm che però non ebbe il coraggio di prendere dei provvedimenti disciplinari».

Suo fratello capiva molto bene i giochi sotterranei della mafia e della politica. Come spiega allora i tentativi di nominarlo capo della Superprocura antimafia e la candidatura a presidente della Repubblica? Non crede che esporre la sua figura servisse soltanto ad indebolirlo fino a renderlo un bersaglio da eliminare?
«L’idea è che certi coinvolgimenti non servissero altro che ad aumentare il rischio intorno alla sua persona. Non tanto per la candidatura alla presidenza della Repubblica che poteva lusingarlo. Ma per la nomina a capo della Superprocura antimafia. Era chiaro, infatti, che questo portava la mafia a vendicarsi. Mio fratello rimproverò all’allora ministro Scotti di non avergli preannunciato nulla di quello che stava accadendo. Ricordo anche che gli telefonai e che mi rispose confermandomi la sua disponibilità ad accettare quella carica a patto però che le misure di sicurezza intorno alla sua persona cambiassero radicalmente».

A distanza di anni ci può spiegare perché alcuni magistrati di allora hanno denigrato due eroi come Falcone e Borsellino?
«Ricordo che Paolo chiamò giuda un esponente del Csm. Questo giudice era Vincenzo Geraci, che aveva fatto credere a Caponnetto e Falcone che fossero stati raggiunti i voti necessari per poter nominare Falcone come successore di Caponnetto. In seguito le cose andarono diversamente e lo stesso Geraci votò contro Falcone, favorendo l’elezione di Meli che ostacolò l’attività di Giovanni e portò allo smembramento del pool. Falcone decise allora di andare a lavorare al ministero di Giustizia. Cosa che si rivelò positiva perché riuscì a sfruttare anche questo campo di battaglia e fece applicare il meccanismo di rotazione anche all’interno della Cassazione. Ciò significò l’esclusione dell'”l’ammazzasentenze” Corrado Carnevale dal maxiprocesso, che venne affidato a un’altra sezione. E le condanne emesse in primo grado vennero confermate. Questo provocò la reazione selvaggia della mafia con l’uccisione di Salvo Lima, di uno dei cugini Salvo».

La congiura di certi giudici in quale misura spaventava suo fratello? Di cosa aveva paura?
«Quello che Paolo poteva temere sta venendo fuori adesso in maniera lampante con la deposizione fatta da due magistrati che facevano parte del suo staff a Marsala. Questi colleghi nel ’92 lo andarono a trovare e lo trovarono distrutto. Mio fratello piangendo gli disse di essere stato tradito da un amico. Questi erano i reali pericoli all’interno della magistratura. Probabilmente un amico, forse un magistrato, ha causato direttamente l’accelerazione della strage di via D’Amelio».

Su questo ci sono anche delle deposizioni di alcuni pentiti. Giusto?
«Un collaboratore di giustizia, che si chiama Pulci, ha anche raccontato che all’interno delle cosche tutti sapevano che mio fratello si era confidato con un uomo delle istituzioni. Era l’uomo sbagliato perché avvertì le cosche mafiose e, come disse testualmente Pulci, la mafia “fu avvisata di fare la strage”».

Le stragi di mafia sono sempre state piene di misteri. Quando fu ucciso il generale Dalla Chiesa fu aperta la cassaforte nel suo appartamento. A Falcone fu manomesso e cancellato il suo diario sul computer. E a suo fratello sparì l’agenda rossa. Quale legame accomuna tutti questi fatti?
«Mio fratello aveva segnato sull’agenda rossa tutte le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e tutte le valutazioni e le indagini sulla strage di Capaci della quale sosteneva a ragione di essere un testimone. Per questo motivo si aspettava di essere sentito dai magistrati. Ma non fu mai sentito da nessuno e venne ucciso prima che potesse farlo».

Anche qui tante prove, tante indizi, addirittura un uomo che viene visto allontanarsi con la borsa. Ma alla fine non è rimasto nulla, soltanto misteri e domande alle quali non è stata ancora data una risposta. Perché?
«La cosa terribile di tutta questa storia è che nonostante esistano le prove fotografiche della persona che ha sottratto la borsa dalla macchina, non si è mai riusciti ad arrivare alla fase dibattimentale di un processo. Questi processi, evidentemente, non dovevano andare avanti».

Paolo Borsellino a un certo punto disse anche alle persone più care «di aver capito tutto». Che cosa aveva capito?
«Quello che aveva capito lo ha lasciato detto nell’intervista a Fabrizio Calvi e a Jean Pierre Moscardo, un video mai trasmesso in Italia e che ora è possibile trovare su Internet. Mio fratello disse che erano in atto dei contatti tra la mafia e la politica e tra Cosa Nostra e alcuni imprenditori del Nord per portare avanti certe strategie per entrare nel mondo finanziario e in quello della politica. Lui lo lasciò detto in una frase che disse anche mia madre. “Sto vedendo la mafia in diretta”. È chiaro che non parlava della mafia che aveva sempre combattuto, ma di qualche altra cosa: cioè la commistione tra mafia, politica, istituzioni e servizi segreti. Stava vedendo qualcosa di nuovo e lo aveva capito dopo le dichiarazioni di Gaspare Mutolo, che gli stava parlando di Signorino e di Contrada. Deve essere stato terribile per lui incontrare Contrada e Parisi proprio pochi minuti dopo che Mutolo gli aveva raccontato tutto questo».

Ora si parla di Castel Utveggio come del luogo dove materialmente è partito il comando per far esplodere l’auto parcheggiata in via D’Amelio. Lì c’era un ente che fungeva da copertura per i servizi segreti e da dove sono partite delle telefonate durante i giorni precedenti alla strage e forse anche subito dopo. Dopo tanti anni è questa la pista giusta?
«Sono tre anni che continuo a parlare del Castel Utveggio. Ora finalmente ci sono dei giudici seri a Caltanisetta e a Palermo e poi ci sono le rivelazioni di Massimo Ciancimino, il figlio di Vito. Il fatto che parli solo ora non deve sorprendere perché più volte ha sostenuto che certe domande prima nessuno gliele aveva mai fatte. E oggi tutto questo è finito anche sui giornali e finalmente si comincia a parlare di quello che avvenne a Castell Utveggio in quei giorni».

Lei però non ha mai avuto dubbi e ha sempre confidato su quella pista seguendo le intuizioni di Gioacchino Genchi, che per primo indicò quel posto come il punto cardine di tutta la strage di via D’Amelio.
«Oggi tutti parlano e ricordano, come ha fatto Ayala su Mancino. E i giudici ex colleghi di Paolo dopo tanti anni di silenzi vanno a deporre a Caltanisetta. Da mesi si parla di trattativa tra lo Stato e la mafia e si dà per scontato che ci sia stata. Si parla di Castel Utveggio in cui c’era un centro del Sisde. Da lì, come ha dimostrato Gioacchino Genchi    , ci fu una telefonata che raggiunse una barca nel golfo di Palermo dove c’era Bruno Contrada con altri funzionari del Sisde. Poi lo stesso Contrada fece una telefonata, forse al Castello Utveggio o forse al centro dei servizi di via Roma, per chiedere che cosa era successo. Lì gli venne comunicato che era morto Paolo Borsellino. Tutto questo accadde 140 secondi dopo la strage. Ed è davvero strano perché io, che ero suo fratello, ebbi la certezza della sua morte soltanto cinque ore dopo».

Teme che la morte di suo fratello possa essere strumentalizzata per portare a compimento progetti di tutt’altro genere anziché per ristabilire la verità storica e fare veramente giustizia sul ruolo dei colpevoli e dei mandanti?
«Spesso mi chiedo da cosa nasca tutto questo interesse. Prima c’era gente che non ricordava e che ora ricorda e altri che prima non parlavano che adesso parlano. Sicuramente è in atto la fine di un ciclo di equilibri nati dopo la fine del ’92. Questo forse porterà a un equilibrio nuovo. Che stia cambiando qualcosa lo dimostra anche quello che sta accadendo al presidente del Consiglio. Improvvisamente spuntano registrazioni, foto e sembra quasi che qualcuno abbia deciso che si deve cambiare qualcosa. Genchi dice sempre “chi di servizi ferisce, di servizi perisce”. E mi trova pienamente d’accordo. Qualcuno sta mettendo sul tappeto degli elementi per destabilizzare questo equilibrio e crearne uno nuovo. Purtroppo non mi aspetto che le cose migliorino. Dopo Andreotti alla guida dell’Italia è arrivato Berlusconi e dopo Berlusconi non può arrivare che qualcosa di peggio».

Paolo Borselino in un discorso definì la lotta alla mafia come un movimento culturale e morale che deve abituare tutti «a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità». Che cosa manca all’Italia per sentire il fresco profumo di libertà?

«La gente, in Italia, si trova meglio a stare nel puzzo del compromesso e della indifferenza piuttosto che sentire il fresco profumo di libertà. Forse siamo una Paese fatto di gente abituata a tenere la testa per terra con qualcuno sopra che ce la schiaccia. Siamo un Paese schiavo di un potere che facendo strage della nostra Costituzione, che sta distruggendo l’indipendenza dei poteri e che sta togliendo ai magistrati e alle forze dell’ordine i mezzi per poter esercitare le loro funzioni. Siamo uno Stato che con lo scudo fiscale sta facendo del puro e semplice riciclaggio di Stato con la garanzia dell’anonimità. Che cos’altro le devo dire?».

Mi dica come vede il futuro…
«Dobbiamo aspettarci che gli avvenimenti precipitino. Spero che almeno all’interno di questi avvenimenti si riuscirà ad avere un barlume di verità. Perché solo così si guadagnerà qualcosa. E magari verrà fatta giustizia di tutti questi morti, compreso mio fratello sul quale da troppi anni è calato un silenzio davvero insopportabile».

17 agosto 2009
Fonte:
corriere.com

Bocca della verità – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Bocca della verità – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Meno male che c’è Giorgio Bocca, ultimo grande vecchio del giornalismo italiano, che a quasi novant’anni ha avuto il coraggio di scrivere sull’ultimo numero dell’Espresso ciò che tutti sanno, ma nessuno osa dire: e cioè che anche insigni esponenti dell’Arma dei Carabinieri hanno avuto (e probabilmente hanno ancora) una parte importante nella connivenza-convivenza fra Stato e mafia. Bocca non ha scritto, naturalmente, ciò che qualche furbastro tenta di attribuirgli per squalificare il suo pensiero: e cioè che “i Carabinieri”, nel senso di tutti e di sempre, hanno convissuto e convivono con Cosa Nostra. Ha scritto invece che: “il problema numero uno della nazione non è il conflitto fra il legale e l’illegale, fra guardie e ladri, fra capi bastone e le loro vittime inermi, ma il loro indissolubile patto di coesistenza. L’essere la mafia la mazza ferrata, la violenza che regola economia e rapporti sociali in province dove la legge è priva di forza o di consenso. Eppure la maggioranza degli italiani non se ne vuol convincere, si rifiuta di crederlo e quando il capo della mafia Totò Riina fa sapere che l’assassinio del giudice Paolo Borsellino è stato voluto o vi hanno partecipato i tutori dell’ordine, ufficiali dei carabinieri o servizi speciali, il buon italiano si dice: è l’ultima scellerataggine di Riina, mette male nel nostro virtuoso sistema sociale… Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco mafioso di Palermo, ha detto o lasciato capire che i carabinieri ‘nei secoli fedeli’ si attennero nelle operazioni di mafia ad attenzioni speciali, clamorosa quanto rimasta senza spiegazioni credibili la mancata perquisizione nella villetta in cui Riina aveva abitato e guidato per anni la ‘onorata società’… Una ragione del ‘comportamento speciale’ della più efficiente polizia italiana verso la mafia c’è ed è evidente: i Carabinieri, come la mafia, non sono qualcosa di estraneo e di ostile alla società siciliana, fanno parte e parte fondamentale del patto di coesistenza sul territorio, di controllo del territorio condiviso con la Chiesa e con la mafia”.

Apriti cielo: una raffica di Gasparri, Cicchitto, Latorre, Minniti, La Russa, Casini, Maroni – insomma tutti i partiti tranne Leoluca Orlando (Idv) – ha investito il grande giornalista. Casini ha osato persino dargli dell’”infame”: lui, il leader del partito di Totò Cuffaro, con una densità di imputati di mafia che nemmeno a Corleone. Anche i soliti impuniti del Giornale berlusconiano, tradizionali protettori dell’ala deviata dell’Arma, hanno sparato a palle incatenate contro Bocca. Il gioco è semplice e spudorato: far dire a Bocca che tutti i carabinieri sono mafiosi. Il che, oltrechè una palese falsità, è anche una sciocchezza e un sintomo di ignoranza storica: nel 1982, poco prima di morire nei suoi 100 giorni a Palermo, il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa (promosso superprefetto senza poteri dal governo dell’epoca) chiamò proprio Bocca per dettargli la sua ultima intervista-testamento sulla mafia.

Da grande giornalista e storico antimafia, Bocca sa benissimo che Cosa Nostra ha eliminato nella sua storia anche 33 carabinieri, oltre a centinaia fra magistrati, giornalisti, poliziotti, sindacalisti, politici, cittadini comuni. Ma sa anche che erano carabinieri coloro che inscenarono la pantomima dell’omicidio di Salvatore Giuliano per coprire i mandanti di Portella della Ginestra; che sono carabinieri il generale Mori e il colonnello De Donno che trattavano con il mafioso Vito Ciancimino durante le stragi del 1992 e che, secondo Ciancimino jr., ricevettero il celebre “papello” di Totò Riina, ma si guardarono bene dal denunciare alla magistratura quell’estorsione mafiosa allo Stato; che erano carabinieri gli ufficiali filmati per ultimi in via d’Amelio mentre portavano via la borsa di Paolo Borsellino appena assassinato, borsa contenente (secondo la vedova del giudice) la famosa “agenda rossa” scomparsa; erano carabinieri gli uomini del Ros che arrestarono Riina il 15 gennaio ’93, ma “dimenticarono” di perquisirne il covo, lasciandolo svuotare con tutte le sue carte compromettenti dai mafiosi rimasti a piede libero e ingannando la Procura di Palermo; che sono carabinieri il generale Mori e il colonnello Obinu, imputati a Palermo per favoreggiamento alla mafia con l’accusa di aver lasciato scappare Provenzano nel 1995; che sono carabinieri il generale Ganzer (nientemeno che comandante del Ros) e alcuni suoi uomini imputati a Milano per traffico di droga; e che sono ancora carabinieri quelli che nel 2005 perquisirono la casa di Ciancimino jr., ma si scordarono di aprire la sua cassaforte, in cui secondo il padrone di casa era all’epoca custodito il papello di Riina; e potremmo andare avanti ancora. Su queste vicende gravissime, i vertici dell’Arma sono rimasti “nei secoli silenti”: mai una parola, mai un provvedimento per censurare certe condotte indecenti e per allontanarne o almeno sospenderne i responsabili (l’assoluzione di Mori per il covo di Riina, per esempio, parla di pesanti responsabilità disciplinari, rimaste ovviamente impunite). Silenzio di tomba, copertura totale (esattamente come fa la Polizia di Stato con i torturatori e i picchiatori del G8 di Genova 2001, vedi Diaz e Bolzaneto).

Invece, rompendo una lunga tradizione di silenzio stampa, il comando generale dell’Arma ha deciso di replicare a Bocca con un comunicato del generale Leonardo Gallitelli che “respinge con fermezza e con indignazione” le “ingiustificate e infamanti accuse che si risolvono nella delegittimazione dell’operato di fedeli servitori dello Stato”. Il generale fa il furbo, scrivendo che Bocca “sorprendentemente accosta Dalla Chiesa a figure come Totò Riina e Massimo Ciancimino, entrambi arrestati dai Carabinieri”. Già, peccato che quegli stessi carabinieri del Ros (Mori e De Donno) stessero trattando col mafioso Riina tramite il mafioso Ciancimino, come hanno essi stessi ammesso dinanzi alla magistratura, ma solo quando non potevano più negarlo (ne aveva parlato Giovanni Brusca, persino lui più pronto di loro a raccontare la verità). Profittando dell’improvvisa loquacità del Comando Generale, sarebbe interessante sapere se i vertici dell’Arma erano informati di quella trattativa; e chi l’aveva autorizzata; e perché uomini in divisa negoziavano con noti mafiosi mentre Falcone, Borsellino e gli uomini delle scorte saltavano in aria a Capaci e in via d’Amelio; e perché sono ancora al loro posto, anzi hanno fatto carriera.

Finchè il generale Gallitelli o chi per lui non risponderà a queste domande, è meglio che lasci in pace Giorgio Bocca. Anche perché ciò che il grande giornalista ha scritto sull’Espresso è ampiamente confermato dalle sentenze definitive sulla strage di via d’Amelio: per esempio quella emessa il 18 marzo 2002 dalla Corte d’assise d’appello di Caltanissetta nel processo Borsellino-bis, confermata dalla Cassazione il 3 luglio 2003, a carico dei mandanti diretti (ma non di quelli occulti, esterni a Cosa Nostra). Chi volesse darci un’occhiata, trova le sentenze sul sito della rivista Antimafia 2000 e su quello di Salvatore Borsellino (19luglio1992.org). Al capitolo V (pagina 732 e seguenti), i giudici esaminano la possibile convergenza di interessi palesi e occulti nella strage, individuando tre moventi che portarono all’accelerazione della fase esecutiva dell’omicidio Borsellino. Questi:
1) L’intervista rilasciata il 21 maggio 1992 da Borsellino ai giornalisti francesi Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo, in cui si parla del riciclaggio del denaro mafioso al Nord e di un’indagine ancora aperta sui rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e lo “stalliere di Arcore” Vittorio Mangano, “testa di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia per il traffico di eroina”. “Non è detto – scrivono i giudici di appello a pagina 756 – che i contenuti di quell’intervista non siano circolati tra i diversi interessati, che qualcuno non ne abbia informato Salvatore Riina e che questi ne abbia tratto autonomamente le dovute conseguenze, visto che, come abbiamo detto in precedenza, questa Corte ritiene, come Brusca e non come Cancemi, che il Riina possa aver tenuto presente nel decidere la strage gli interessi di persone che intendeva ‘garantire per ora e per il futuro, senza per questo eseguire un loro ordine o prendere formali accordi o intese o dover mantenere promesse’…”.
2) “La seconda ‘anomalia’ o ‘patologia’ che spiega l’anticipazione della strage – aggiunge la Corte a pagina 758 – attiene alla vicenda della ‘trattativa’ con Cosa nostra di cui ha parlato Giovanni Brusca. Le indicazioni che offre il Brusca sono illuminanti. Per Brusca, Borsellino muore il 19 luglio 1992 per la trattativa che era stata avviata fra i boss corleonesi e pezzi delle istituzioni. Il magistrato era venuto a conoscenza della trattativa e si era rifiutato di assecondarla e di starsene zitto. Nel giro di pochi giorni dall’avvio della trattativa Borsellino viene massacrato”. E’ la trattativa di Mori e De Donno con i vertici di Cosa Nostra tramite Ciancimino: “Non disponiamo di riscontri al se, come e quando Borsellino abbia saputo della trattativa che era stata avviata. Che la trattativa vi sia stata è stato confermato dal generale Mori e dal capitano De Donno. E che Riina legasse la strage eseguita e quelle pianificate dopo Capaci a questa trattativa ci è dichiarato a chiare lettere da Brusca… L’ufficiale (Giuseppe De Donno) precisava che l’obiettivo ultimo era di arrivare ad una collaborazione formale del Ciancimino ma che la proposta iniziale era stata di farsi tramite, per conto dei carabinieri, di una presa di contatto con gli esponenti dell’organizzazione mafiosa per un dialogo finalizzato all’immediata cessazione della strategia stragista (…). In tutti i casi, questa vicenda rappresenta un fattore che ha interferito con i processi decisionali della strage. Al di là delle buone intenzioni dei carabinieri che vi hanno preso parte, chi decise la strage dovette porsi il problema del significato da attribuire a quella mossa di rappresentanti dello Stato; il significato che vi venne attribuito, nella complessa partita che si era avviata, fu che il gioco al rialzo poteva essere pagante” (pagine 765-766). In parole povere: anziché fermare le stragi, la trattativa del Ros le incentivò e le moltiplicò. Infatti, dopo Capaci, vi fu subito via d’Amelio e, visto che i due alti ufficiali dell’Arma continuavano a trattare, venne pianificata la strategia terroristica del 1993 (che sfociò nelle bombe di Roma, Milano e Firenze fra il maggio e il luglio del 1993).
3) “La terza chiave interpretativa dell’‘anomalia’ e ‘patologia’ nella tempistica della strage si aggancia alla proposta (da parte del governo dell’epoca, ndr) di Paolo Borsellino quale candidato al posto di Procuratore nazionale antimafia dopo la morte di Giovanni Falcone” (pagina 767).

Ce n’è abbastanza per dare ragione a Giorgio Bocca e torto ai suoi infami detrattori. E per dimostrare ancora una volta, semmai ve ne fosse bisogno, che non è più questione di destra o di sinistra. Oggi la scelta è fra il partito della menzogna, dell’impunità e dell’oblio, e quello della verità, della giustizia e della memoria.

Via D’Amelio. le verità supposte

Via D’Amelio. le verità supposte.

A 17 anni dalla strage di via D’Amelio, si riaprono per la terza volta i fascicoli del processo contro gli assassini del giudice Paolo Borsellino. I nuovi elementi arrivano dalle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza, picciotto corleonese, fedelissimo del boss Leoluca Bagarella e assassino di padre Puglisi, il celeberrimo parroco anti-mafia. Spatuzza si sarebbe autoaccusato di aver procurato la Fiat 126 imbottita di tritolo parcheggiata davanti alla casa della madre del magistrato, smentendo uno dei testimoni chiave dei processi precedenti, quel Vincenzo Scarantino il cui verbale d’interrogatorio datato 2 giugno 1994 fu modificato con note a margine prima smentite, poi ritratte, poi di nuovo smentite.
Questo è solo un piccolo tassello nello sconfinato mosaico di personaggi, luoghi e istituzioni che fanno dell’omicidio Borsellino uno dei nodi chiave della storia della seconda Repubblica. Dentro il calderone giudiziario c’è praticamente di tutto: mafiosi, agenti di Sismi e Sisde, politici, magistrati. Ci sono sparizioni misteriose di elementi fondamentali per le indagini – come l’importantissima agenda rossa del magistrato, ribattezzata “la scatola nera della seconda Repubblica” – o la più recente scomparsa nelle stanze della Corte di Appello di Palermo di una carta sim contente il numero dell’agente del Sismi che trattò con l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, prima e dopo l’estate di sangue del 1992.

Ci sono attori come Mario Mori, direttore del Sisde dal 2001 al 2006, che coordinò l’arresto di Totò Riina nel 1993 ma che, per aver fallito la cattura di Provenzano solo due anni dopo, è attualmente indagato dalla procura di Palermo per favoreggiamento mafioso. Ci sono poi personaggi secondari, come l’attuale vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Nicola Mancino, che negano l’evidenza di documenti autografi di Borsellino: uno in particolare annotava un appuntamento per il 1° luglio 1992 proprio con l’allora ministro dell’Interno, ma il diretto interessato pare non ricordare.

Il problema di questa vicenda è che a mano a mano che si scava, si scoprono continuamente nuovi personaggi, nuove collusioni, nuovi reati. Venire fuori da questa infinita matrioska con una verità incontrovertibile, per giunta dopo ben 17 anni, pare praticamente impossibile, per cui è bene limitarsi ai fatti, o meglio alla loro successione. Tutti sappiamo cosa accadde quel terribile 19 luglio a Paolo Borsellino e ai cinque agenti della sua scorta; sappiamo anche che ci sono stati due processi e che gli esecutori della strage sono stati individuati e puniti con svariati ergastoli. Tralasciando l’immensa mole di dati relativi a nomi come Contrada, Ayala, Arcangioli – e sono solo una minima parte – sarebbe bello poter fare un piccolo esercizio di fantapolitica, o fantamafia che dir si voglia, provando a leggere gli avvenimenti dell’ultimo periodo in chiave un po’ più maliziosa.

Partiamo da febbraio e da Gioacchino Genchi, il superconsulente giudiziario che per primo riscontrò in Castel Utveggio, il luogo da cui partì il comando d’innesco dell’autobomba di via D’Amelio. Lo scorso febbraio Genchi è stato sottoposto a procedimento penale dopo che la stampa e lo stesso Berlusconi avevano indicato il suo archivio come prova palese di violazione della privacy di ben 350.000 persone. Nonostante il perito assicurasse che quei tabulati erano atti pubblici consegnati direttamente dagli inquirenti, il 13 marzo i carabinieri del Ros su mandato della procura di Roma, sequestrano tutti i suoi computer. Sebbene sia stato ufficialmente scagionato il 26 giugno, i giudici di Roma non hanno ancora restituito a Genchi il suo “archivio segreto”.

A marzo il figlio dell’ex sindaco di Palermo don Vito Ciancimino, dopo essere stato arrestato per riciclaggio, decide di collaborare con la giustizia promettendo di rivelare documenti segreti del padre, tra cui un importante “papello” che confermerebbe il patto tra mafia e Stato imposto da Riina per fermare la campagna stragista, sia nell’isola che in continente. E’ notizia di ieri che lo stesso Massimo Ciancimino ha rinunciato a collaborare con la magistratura a seguito delle dichiarazioni poco carine, oltre che poco intelligenti, del procuratore capo di Caltanissetta, Giuseppe Barcellona, sul Giornale di Sicilia. Definendo Ciancimino jr “equivoco e di modesto spessore culturale, probabilmente strumentalizzato da qualcuno”, il procuratore Barcellona si è giocato uno dei superteste della maxi-indagine aperta all’interno della sua procura dal pm Sergio Lari, ed ora rischia di mandare in fumo l’operato di chi pare finalmente deciso a fare chiarezza sulla morte del giudice Borsellino e del collega Falcone.

Proprio il 19 luglio, dopo ben 16 anni di silenzio, torna a parlare il “capo dei capi”, quel Totò Riina individuato come mandante mafioso delle stragi del 92-93. “L’ammazzarono loro. Non guardate sempre e solo a me, guardatevi dentro anche voi”, questo il messaggio che Riina ha voluto affidare dal carcere al suo avvocato Luca Cianferoni: singolare che questo sia solo il primo avvertimento dal gennaio del ’93, ancor più strano che Riina parli proprio ora.

A questo punto bisogna necessariamente oltrepassare il confine giudiziario per entrare in quello politico. Il 28 luglio viene condannato a 10 anni e 8 mesi l’ex forzista, ora Pdl, Giovanni Mercandante, reo di associazione mafiosa secondo la seconda sezione del tribunale di Palermo. Lo stesso Ciancimino millanta di avere le prove di una comunicazione scritta da Provenzano direttamente a Berlusconi. Negli stessi giorni Raffele Lombardo e Gianfranco Miccichè, entrambi militanti nel Pdl, minacciano di fondare una specie di Lega Sud, in quanto la regione è stata economicamente ed istituzionalmente abbandonata a sé stessa.

Berlusconi convoca immediatamente un vertice a Palazzo Grazioli in cui colloquia con tutti i senatori siciliani, ribadendo che al Sud basta il Pdl e promettendo interventi per 4 miliardi di euro. Come mai per trovare i fondi da stanziare all’Abruzzo si è faticato così tanto, se è bastata una chiacchierata a reperire cotanta cifra per il Sud? O meglio, alle amministrazioni del Sud, che ne faranno l’uso che preferiscono.

Il quadro, parziale e sicuramente azzardato, che traspare da questa serie di avvenimenti apparentemente lontani tra loro, sembra indicare in tre istituzioni la chiave di volta della stagione stragista del ’92: mafia, politica e magistratura hanno lavorato assieme per dare un nuovo assetto istituzionale alla seconda Repubblica, un nuovo imprinting basato su collusioni, corruzione, peculato e sostanziale impunità. Ancora una volta, una semplice sequenza di fatti, fa affiorare un grande interrogativo: chi comanda in Italia? Chi decide? Siamo proprio sicuri che il governo Berlusconi abbia potere e volontà propri?

Mariavittoria Orsolato
da www.altrenotizie.org

Verrà un giorno: Uomini in stato confusionale

Verrà un giorno: Uomini in stato confusionale.

La Seconda Repubblica è agli sgoccioli. Si vedono le crepe, si sentono gli scricchiolii. Per coloro che vogliono vedere e sentire, si intende. Le indagini riaperte dalle procure di Milano, Roma, Caltanissetta e Palermo sulle stragi del ’92-’93 avranno la stessa portata devastante dell’inchiesta di Mani Pulite, che mise fine alla Prima Repubblica.

In televisione non trapela ancora nulla. Gli Italiani se ne stanno per andare al mare, se non ci sono già, e la Cesara Buonamici dagli studi di Canale5 tenta di sedarli raccontando loro del caldo torrido, dell’ultimo caso di cronaca nera e delle vacanze dei vip. Sotto sotto, la gente che conta trema. Sono per ora ancora movimenti sotterranei, poco visibili. Segugi che fiutano il pericolo imminente e si preparano al peggio. C’è chi già si sta riorganizzando, crollano vecchie alleanze, si instaurano nuovi legami. Per conferma, chiedere a Lombardo, Dell’Utri e Miccichè, alle prese col neonato partito del Sud . Sono segnali, piccole scosse telluriche, premonitrici del terremoto imminente.

Osserviamoli. Riina ha parlato. Ha parlato dopo sedici anni di sostanziale silenzio. E l’ha fatto il giorno del diciassettesimo anniversario della strage di via D’Amelio. Ha lanciato un messaggio chiaro, anzi chiarissimo. Chi voleva intendere, ha capito perfettamente. Quella frase (“L’hanno ammazzato loro“) ha insinuato il panico. Lungi dal voler essere un modo maldestro per scaricare le proprie colpe su altri (come è stato ingenuamente interpretato da molti, in primis il nostro presidente Napolitano), quel messaggio è un avvertimento ben preciso: se inizio a parlare vi distruggo, quindi cercate di venire incontro agli interessi di Cosa Nostra.

Se Riina inizia a parlare, salta tutto. Come minimo, mezzo stato democratico crolla. Se Riina inizia a parlare, saltano politici, magistrati, forze dell’ordine. Saltano Berlusconi e Dell’Utri (ma per davvero questa volta), esplode il Pdl, salta Andreotti dagli scranni del senato, salta Mancino dagli scranni del Csm, salta Carnevale con mezza Corte di Cassazione, saltano Gelli e i suoi seguaci sparsi nelle istituzioni, a destra come a sinistra. Ed è notizia di oggi che i magistrati di Caltanissetta sono saliti al nord ad interrogare Riina. Tre ore di domande incalzanti. Non trapela ancora nulla. Secondo prime indiscrezione il capo dei capi avrebbe dichiarato che per la strage di Via D’Amelio ci sono innocenti in galera e colpevoli in libertà. Ma questo dice poco e niente. Bisogna attendere.

Intanto, ieri, Luciano Violante si è consegnato spontaneamente ai magistrati di Palermo. Ha detto che aveva qualcosa da riferire. Una cosina così, da poco. Che gli è venuta in mente giusto l’altra notte, mentre faceva fatica ad addormentarsi. Gli è venuto in mente che un bel giorno di diciassette anni fa, settembre 1992, l’allora colonnello (poi divenuto generale) Mario Mori lo contattò in qualità di Presidente della Commissione Antimafia (era appena stato eletto) per una richiesta inedita. Vito Ciancimino, sindaco mafioso di Palermo legato al clan dei corleonesi di Totò Riina, aveva richiesto espressamente di poter incontrare Violante a tu per tu. Per fare cosa? Evidentemente per metterlo al corrente della trattativa in corso e delle richieste di Cosa Nostra. Violante afferma di aver risposto picche: o un incontro ufficiale in Commissione o niente. Niente incontri privati.

Ma perchè Violante se ne è uscito solo ora con questa rivelazione? C’è già stato nel 2005, ed è terminato con una discutibile assoluzione, un processo a carico del generale Mori e del capitano Sergio De Caprio (il leggendario Capitano Ultimo) per favoreggiamento a Cosa Nostra per non aver perquisito il covo di Riina dopo la cattura avvenuta il 15 gennaio del 1993. Una sbadata “dimenticanza” che ha permesso ai picciotti di ripulire il covo di tutti i documenti compromettenti e che avrebbero testimoniato in modo inequivocabile la trattativa in corso tra mafia e istituzioni. Ma soprattutto è da mesi che è in corso un altro processo, in cui sono imputati ancora una volta il generale Mori e il colonnello Obinu, questa volta per aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano. Evitarono di arrestarlo nel lontano 1995 boicottando il blitz nel casolare di Mezzojuso, col risultato che Provenzano rimarrà latitante per altri 11 lunghissimi anni. Dov’è stato Violante in tutto questo tempo? Non gli è passato per la testa che forse quell’episodio che oggi racconta sarebbe potuto servire ai magistrati inquirenti per farsi un’idea migliore delle varie vicende?

Non risulta per lo meno sospetto il fatto che Violante inizi a ricordare qualcosa solo dopo che Massimo Ciancimino ha fatto espressamente il suo nome come persona informata della trattativa in corso tra stato e mafia?

Ma non c’è da stupirsi. Violante appare sempre più come un uomo in grave stato confusionale. Nato comunista, giudice, ha passato la sua gioventù politica a difendere i magistrati e ad attaccare pesantemente Berlusconi e il suo partito. Sentitelo quattordici anni fa, sembra il Di Pietro di oggi: “Il partito dei giudici non esiste, esiste invece quello degli imputati eccellenti, capeggiato da Craxi e composto da un pezzo di classe politica abituata all’impunità“. Oppure: “Un manipolo di piduisti e del peggio vecchio regime… ripete le parole d’ordine del fascismo e del nazismo quando morivano nei lager i comunisti, i socialisti e gli ebrei. E con questa parola d’ordine la mafia uccideva i sindacalisti. E’ una chiamata alla mafia, quella che Berlusconi ha fatto“. Oppure: “Le proposte di Berlusconi rispondono alle richieste dei grandi mafiosi“. O ancora: “C’era un giro di mafia intorno al premier, e non so se c’è ancora“.

Poi qualcosa è cambiato. Berlusconi ha vinto e Violante è diventato adulto. Si è messo ad inciuciare con Silvio. Sono diventati grandi amici. Con un famoso discorso alla camera del 2003 ha svelato che ci fu un patto scellerato tra la sinistra e Berlusconi affinchè al Cavaliere non venissero portate via le concessioni televisive, in cambio ovviamente di favori politici. E’ oggi apprezzato da Ignazio La Russa per la sua moderazione e da Angelino Alfano per le sue idee sulla giustizia (che ricalcano il Piano di Rinascita di Gelli). Ha riabilitato Almirante, Fini e Craxi (da “latitante” a “capro espiatorio dal formidabile spirito innovativo“). Non perde occasione di bacchettare i magistrati (“Ci sono magistrati pericolosi che hanno costruito le loro carriere sul consenso popolare“). Appare regolarmente come ospite, unico del partito Democratico, alle feste del Pdl. I complimenti per la coerenza sono d’obbligo.

Intanto, un’altra notiziucola è passata inosservata. Giuseppe Ayala, famoso magistrato del pool antimafia, che non perde occasione per ribadire la propria amicizia con Falcone e Borsellino, autore del libro “Chi ha paura muore ogni giorno. I miei anni con Falcone e Borsellinoedito da Mondandori, già parlamentare e di nuovo magistrato, ha rilasciato, con nonchalance, un’intervista ad Affaritaliani.it in cui spazia dai misteri delle stragi al proprio rapporto personale con i due giudici morti ammazzati. E ad un certo punto, alla domanda del giornalista sulle dichiarazioni di Nicola Mancino che nega categoricamente di aver mai incontrato Paolo Borsellino, lascia cadere la bomba: “Io ho parlato con Nicola Mancino, per diversi anni mio collega al Senato. Lui ha avuto un incontro con Borsellino, del tutto casuale, il giorno in cui andò in Viminale a prendere possesso della sua carica al Ministero“. Il giornalista, esterrefatto, obietta: “Ma lui ha sempre negato l’incontro“. Ayala non fa una piega: “Ma lui mi ha detto che lo ha avuto. Mi ha fatto vedere anche l’agenda con l’annotazione. Anche se francamente non ho elementi per leggere la dietrologia di questo incontro. C’era Borsellino al Viminale che parlava con il capo della polizia di allora che era Parisi. Parisi gli disse che c’era Borsellino e se voleva salutarlo. Mancino rispose “Si figuri”. Così lo accompagnò nella sua stanza, in mezzo ad altre persone. Lì ci fu una stretta di mano. Ma non ho alcun elemento per pensare che il ruolo di Mancino fu un altro.”

Dunque, per il principio del terzo escluso, una cosa sembra certa. O Ayala mente. O Mancino mente.

Ma soprattutto, cosa ha spinto Ayala a fornire questo “assist” (come l’ha prontamente definito Salvatore Borsellino) a Mancino? E che sia un tentativo di aiuto all’amico, verso cui dichiara di nutrire profonda stima, non c’è dubbio. Lo si capisce dal modo tendenzioso in cui ripropone la ricostruzione della vicenda. Che bisogno c’era di sottolineare che l’incontro è stato “del tutto casuale“? E poi: come fa a riportare le esatte parole che Mancino e Borsellino si sarebbero detti (o non detti)? Come fa ad essere sicuro che c’è stata solo una stretta di mano? Lui non era certamente presente e quindi la versione che lui spaccia per vera non può essere nient’altro che quella raccontatagli da Mancino. Certamente non una fonte imparziale. E perchè tutta questa foga nel cercare di sminuire la portata di quell’incontro, il che, secondo la formula dell’excusatio non petita, non fa altro che inguaiare ancora di più la posizione di Mancino?

Sì, perchè il nostro vicepresidente del Csm, intervistato non più di qualche mese fa per La7 dalla giornalista Silvia Resta, aveva tirato fuori da un cassetto del suo studio un calendarietto che avrebbe dovuto dimostrare che il 1 luglio non ci fu alcun incontro con Paolo Borsellino. In effetti, l’agendina mostrata da Mancino alle telecamere per qualche secondo, risultava praticamente vuota alla data 1 luglio 1992. Il problema è che tutta la settimana precedente al 1 luglio appariva vuota. Difficile pensare dunque che quella fosse l’agenda ufficiale di Mancino. Era evidentemente un tentativo maldestro per proclamarsi estraneo alla vicenda. Ora, grazie alle parole altrettanto maldestre di Ayala, sappiamo che di agendine Mancino ne ha almeno due. Una da mostrare alla stampa e una da mostrare negli incontri privati. In cui a quanto pare c’è la prova che quell’incontro effettivamente c’è stato.

Nicola Mancino è un’altra persona in grave stato confusionale. Tutte le bugie da lui raccontate in questi mesi stanno crollando miseramente e lo stanno mettendo all’angolo. E dimostrano come quell’incontro fu tutt’altro che casuale, tutt’altro che di poco conto. Che bisogno ci sarebbe stato di mentire spudoratamente per tutto questo tempo, se non ci fosse qualcosa di grosso e di inconfessabile da coprire?

Resta da capire l’uscita alquanto inaspettata di Ayala. E’ chiaro che non stiamo parlando di uno sprovveduto. E’ stato forse imboccato da Mancino, che prima o poi dovrà confessare ai magistrati l’avvenuto incontro del 1 luglio e quindi si sta preparando a spianare il terreno? Molto probabile. Oppure l’ha fatto sinceramente per cercare di tirar fuori dai guai l’amico, che Vito Ciancimino ha indicato espressamente come il terminale istituzionale della trattativa tra stato e mafia? Senza accorgersi, per altro, di mettere Mancino in una situazione ancora più imbarazzante? Ne dubito.

Pochi minuti fa è arrivata puntuale la risposta all’assist di Ayala. Dichiara Mancino: “Ayala afferma ciò che io non ho mai escluso e, cioè, che è stato possibile avere stretto, fra le tantissime mani, anche quella del giudice Borsellino, il giorno del mio insediamento al Viminale. Ma tra avergli stretto la mano in mezzo ad altre persone senza avergli parlato e avere incontrato e parlato con il giudice Borsellino, c’è una bella differenza. Ayala, però, fa confusione sulle agende. Sulla mia, che molti testimoni hanno visto e che è stata mostrata anche in TV, il primo luglio 1992 c’è una pagina bianca senza alcuna annotazione di incontri“.

Per la serie: mi son confuso confondendomi.

Nutro forti perplessità sulla figura di Giuseppe Ayala. E quest’ultima esternazione non fa altro che aumentare i miei dubbi. Ayala è colui che arrivò per primo sul luogo della strage di Via D’Amelio. Alloggiava infatti al Residence Marbella a 150 metri di distanza. Ancora in mezzo alle fiamme e circondato dai pezzi carbonizzati di Paolo e della sua scorta, riuscì a scorgere all’interno della Croma blindata una valigetta. Da qui in poi la ricostruzione diviene confusa. Ayala ha dato successivamente varie versioni differenti dell’accaduto. Prima ha dichiarato che un carabiniere in divisa aprì la macchina, estrasse la valigetta e gliela consegnò, ma lui, non essendo più a quel tempo un magistrato, si rifiutò di prenderla in consegna. Poi, dopo le dichiarazioni (per altro confuse e contraddittorie) di Arcangioli che ribaltavano questa versione, Ayala ritratta e dice che in realtà non esisteva nessun carabiniere e che vide lo sportello della macchina già aperto e che fu lui materialmente a estrarre la valigetta, senza però mai aprirla. Poi ritratta ancora. Fu una persona in borghese, e non lui, ad estrarre la valigetta dall’auto. Lui la prese in consegna e poi la consegnò ad un carabiniere in divisa. Dice anche di non aver riconosciuto Arcangioli nei personaggi in divisa che si sono occupati della borsa.

Fatto sta che quella valigetta dopo pochi secondi compare proprio nelle mani di Arcangioli, immortalato mentre si dirige con passo sicuro e sguardo tutt’altro che disorientato verso la fine di Via D’Amelio, all’incrocio con Via Autonomia Siciliana (e non sul lato opposto della strada, come dichiarato dallo stesso Arcangioli). La borsa ricomparirà dopo un’ora e mezza sul sedile posteriore della macchina del giudice, priva dell’agenda rossa.

Ayala ha sempre giustificato le varie versioni con la scusa (comprensibile) di essere stato talmente sconvolto dall’accaduto da non avere un ricordo lucido di quegli istanti. Sarà. Ma lo stato di confusione mentale, se ci mettiamo pure le dichiarazioni di Arcangioli, è grande e sicuramente non ha contribuito all’accertamento della verità. Ma come fa un uomo, evidentemente in stato di shock emotivo, ad avere la prontezza e la freddezza di notare una valigetta all’interno della Croma ancora in fiamme? E perchè l’attenzione di Ayala si concentra subito su quel particolare e non sul putiferio di fumo, sangue e fuoco che lo circonda? Perchè tanto interesse?

Domande che per ora non hanno una risposta. Per ora. Quattro procure hanno riaperto ufficialmente le indagini sulle stragi. Qualcuno trema. Qualcuno si arrende. Qualcuno se la fa sotto. Si sente già l’odore.

Verrà un giorno: L’hanno ammazzato loro

Verrà un giorno: L’hanno ammazzato loro.

Innanzitutto i miei più vivi complimenti a David Parenzo, giornalista di Telelombardia e conduttore ieri sera di una memorabile puntata di Iceberg, intitolata “Mafia: le verità nascoste” [si può vedere l’intera puntata  qui (Vi verrà chiesto di installare un componente aggiuntivo dvx)]. Presenti in studio il figlio di Vito Ciancimino, l’avvocato Gaetano Pecorella, Nando Dalla Chiesa, Gianluigi Nuzzi di Panorama, autore di “Vaticano S.P.A.” e in collegamento da Roma Luigi Li Gotti e Giuseppe lo Bianco, autore de “L’agenda rossa di Paolo Borsellino“. Ne è emersa una discussione pacata e profonda tra personaggi competenti che ha sviscerato senza alcuna titubanza e in un colpo solo tutti quegli argomenti rigorosamente tabù che sono accuratamente evitati dalla televisione nazionale pubblica e privata.

Si è parlato in piena libertà della trattativa tra stato e mafia a cavallo delle stragi di Capaci e Via D’Amelio, si è parlato del ruolo dei servizi segreti, si è parlato del Castel Utveggio da cui probabilmente è stato azionato il comando che ha fatto saltare in aria Borsellino e la sua scorta, si è parlato di infiltrazioni mafiose nella politica, si è parlato di Salvo Lima e Ignazio Salvo esponenti mafiosi della corrente andreottiana in Sicilia, si è parlato di pezzi deviati dello stato, si è parlato della copertura offerta alla latitanza di Provenzano, del ruolo poco chiaro dei Ros, del generale Mori e del colonnello Obinu, si è parlato dell’agenda rossa, del capitano dei carabinieri Arcangioli con la borsa in mano e dell’indagine archiviata, si è parlato di Nicola Mancino e del suo incontro del 1 luglio con Paolo Borsellino, si è parlato delle confessioni di Brusca e Mutolo, si è parlato degli intrecci pericolosi tra mafia e Vaticano, del ruolo dello Ior nel riciclaggio di denaro sporco, della protezione offerta dal Vaticano a Vito Ciancimino, dei conti segreti cifrati di Andreotti, si è parlato dei banchieri di Dio, Calvi e Sindona, si è parlato dell’omicidio Ambrosoli, si è parlato dell’arcivescovo Marcinkus, si è parlato perfino dei memoriali del pentito Vincenzo Calcara diffusi sul suo sito da Salvatore Borsellino.

Mi verrebbe da dire: Parenzo è impazzito. Come mai, tutto d’un colpo, una piccola emittente privata (in realtà, nemmeno troppo piccola) trova la forza di affrontare argomenti che in tutti questi anni sono sempre stati appositamente nascosti dai media di massa? Sfido chiunque si cibi solo di televisione a dirsi al corrente anche solo di uno dei temi sopra citati. Solo la rete e alcuni libri di inchiesta contengono informazioni in proposito. Per chi già conosceva i fatti deve essere stata una bella boccata d’ossigeno di informazione libera. Per chi ne era all’oscuro, una bella doccia ghiacciata da far rabbrividire. Ancora complimenti vivissimi.

Il punto è che, per la prima volta dopo diciassette lunghissimi anni, qualcosa sembra smuoversi. Quelli che erano stati solo sospetti cominciano ad assumere contorni ben definiti. Le denunce lanciate dai soliti noti, gli eroi dell’antimafia militante, tacciati di protagonismo e di “complottismo acuto”, cominciano a risultare assolutamente credibili e a poggiare su basi ben solide. Una concomitanza di avvenimenti ha cominciato a smuovere le acque, anzi la melma che ricopre quei lontani mesi del ’92-’93 che alcuni vorrebbero subdolamente dimenticare e relegare all’oblio.

E’ successo che a Caltanissetta si è insediato come procuratore generale Sergio Lari e come per incanto sono ripartite le indagini sulle stragi, insabbiate e abbandonate da tempo. E’ successo che da qualche mese si è messo a cantare Massimo Ciancimino, il figlioccio dell’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, che parla della trattativa tra mafia e stato mediata da suo padre, facendo nomi e cognomi. E’ successo che da qualche mese è in corso il processo a carico del generale Mori e del colonnello Obinu, indicati come coloro che materialmente portarono avanti la trattativa tra Riina e lo stato e sono accusati di aver coperto la latitanza di Bernardo Provenzano. E’ successo che da qualche mese ha iniziato a parlare un nuovo pentito, Gaspare Spatuzza, che, ribaltando le verità processuali confermate dalla Cassazione, si autoaccusa e dice di aver rubato lui (e non Vincenzo Scarantino) la macchina riempita di tritolo con cui si è sventrato il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta. Succede che Spatuzza è ritenuto assolutamente attendibile dai magistrati (Ingroia e Di Matteo) che lo stanno ascoltando e quindi si profila la revisione di tutti i processi che avevano messo una pietra sopra la strage di Via D’Amelio (Borsellino uno, bis e ter). Succede che Totò Riina, dopo sedici anni e mezzo dalla cattura, torna a parlare in via ufficiale facendo pervenire ai giornali un messaggio inquietante per tramite del suo avvocato Luca Cianferoni: “L’hanno ammazzato loro“. Dove per “lo” si intende Paolo Borsellino e per “loro” si intende lo Stato.

E lo fa il giorno della diciassettesima commemorazione della strage di Via d’Amelio.

Basterebbe quest’ultima (evidentemente voluta) coincidenza per far tremare i polsi e far capire come si stia giocando, nel silenzio totale dell’informazione nazionale, una partita delicatissima tra mafia e istituzioni, in un rincorrersi di confessioni, minacce, intimidazioni, smentite di facciata, messaggi più o meno criptici, ora che la verità sulle stragi di quegli anni sembra quanto mai vicina. Una verità che rischierebbe di stravolgere dalle fondamenta lo stato democratico in cui viviamo e che per questo fa una paura tremenda.

Sarebbe curioso se, come la Prima Repubblica crollò sotto l’inchiesta di Mani Pulite e la Seconda nacque nel sangue delle stragi, così quest’ultima crollasse sotto le indagini su quelle stesse stragi e desse il via ad una Terza Repubblica, quella che sognava Paolo Borsellino, ripulita del “puzzo del compromesso morale” e delle stantie collusioni mafiose. Una specie di legge universale del contrappasso.

Ciò che crea sconcerto sono le reazioni del mondo istituzionale ad un tale susseguirsi di avvenimenti e dichiarazioni.

Partiamo dalla manifestazione di tre giorni indetta da Salvatore Borsellino e dal comitato cittadino 19luglio1992 tenutasi a Palermo dal 18 al 20 luglio. Sono giunte centinaia di persone da tutta Italia. Persone comuni della società civile, che si sono pagate di tasca propria il biglietto dell’areo, del treno o del pullman per essere presenti di persona in Via D’Amelio, armate solo di una simbolica agenda rossa e di tanta tanta rabbia. Hanno percorso sotto il sole feroce di un luglio siciliano i quattro chilometri in salita che congiungono Via D’Amelio al Castel Utveggio che domina Palermo. Hanno presidato per ore via D’Amelio ascoltando ed applaudendo gli interventi di Salvatore e Rita Borsellino, Luigi De Magistris, Sonia Alfano, Giulio Cavalli, Gioacchino Genchi e tanti altri ragazzi provenienti da varie regioni d’Italia. Hanno appeso striscioni, hanno camminato in processione, hanno vegliato sul teatro della strage. Il tutto da soli. Lasciati incredibilmente soli. Traditi perfino dalle cosiddette associazioni antimafia, che hanno preferito disertare l’appello di Salvatore e commemorare (chissà perchè: forse per invidie meschine, forse per concorrenza) in altre sedi e in altri luoghi. Traditi dai Palermitani che, come ha denunciato dal palco Salvatore, hanno preferito andare al mare, tradendo quella promessa fatta diciassette anni prima, quando cacciarono a calci dalla cattedrale di Palermo i rappresentanti delle istituzioni presenti ai funerali del fratello.

Ma soprattutto è stata sconcertante l’assenza dello Stato. Ed è stata una vittoria grandiosa di Salvatore. Nessun uomo politico ha osato avvicinarsi quest’anno, ed è la prima volta da diciassette anni a questa parte, all’ulivo piantato in Via D’Amelio “per celebrare i loro riti di morte e assicurarsi che Paolo sia veramente defunto“. Non ha osato metterci piede il ministro della giustizia Angelino Alfano, forse ricordandosi di essere stato sorpreso a presenziare al matrimonio della figlia del boss mafioso Santacroce: ha mandato solo un messaggio di circostanza. Non ha osato metterci piede il presidente del senato Renato Schifani, forse ricordandosi di aver messo su una società con il noto mafioso Nino Mandalà e aver fatto parte del consiglio comunale di Villabate sciolto due volte per infiltrazioni mafiose: ha mandato solo un messaggio di circostanza. Ma non ha osato metterci piede nemmeno il capo dello stato Giorgio Napolitano. Eppure lui non aveva scuse: ha mandato solo un messaggio di circostanza. Per la prima volta nemmeno una corona di fori è stata posta in via D’Amelio. “Le corone di fiori andate a metterle sulle tombe dei vostri eroi“, così recitava uno striscione legato ad una lapide posticcia di Vittorio Mangano.

Non per niente però Napolitano ha prontamente commentato le esternazioni di Totò Riina e ha liquidato il tutto con una battuta: “Le rivelazioni rese note nei giorni scorsi a proposito di una pista che porterebbe al coinvolgimento di apparati dello Stato nelle stragi di mafia del 1992 in cui persero la vita, fra gli altri, i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sono più o meno senzazionalistiche e provengono da soggetti, diciamo così, piuttosto discutibili“. Io non so se il nostro presidente della repubblica si rende conto che “queste rivelazioni sensazionalistiche” sono state confermate dai principali procuratori che stanno in questi giorni indagando sulle stragi. Di trattativa tra stato e mafia e di interessi collimanti tra Cosa Nostra e pezzi delle istituzioni nelle stragi del ’92 hanno parlato esplicitamente sia Antonio Ingoria, procuratore a Palermo, che Sergio Lari, procuratore a Caltanissetta. Ma soprattutto esiste una sentenza col timbro della Cassazione, relativa al processo Borsellino Bis, in cui si parla chiaramente di “mandanti occulti ed esterni a Cosa Nostra”, su cui ancora non si è riusciti a far luce. Napolitano sembra ignorare tutto questo. Ma non è una sorpresa. Il 13 dicembre 2008, con beata impudenza, ebbe già a dichiarare che “non esistono nè fascicoli segreti nè misteri al Viminale“.

A che gioco sta giocando Napolitano? Chi sta cercando di coprire?

Probabilmente sta cercando di coprire il suo vice, Nicola Mancino, vicepresidente del CSM. Un altro che farebbe meglio a tacere piuttosto che perdersi in ridicole quanto patetiche giustificazioni. Esiste un pentito, Gaspare Mutolo, che racconta come Paolo Borsellino, che lo stava interrogando il 1 luglio del 1992, ricevette una chiamata dal ministro Nicola Mancino. Esiste un testimone oculare, l’allora procuratore di Palermo Antonio Aliquò, che accompagnò Borsellino fin sulla porta del Viminale. Ma soprattutto esiste l’agenda grigia dello stesso Paolo Borsellino su cui è segnata distintamente l’ora esatta dell’incontro col ministro: ore 19:30. Quell’incontro è lo snodo fondamentale di tutta la vicenda. In quell’incontro, verosimilmente venne prospettata a Borsellino la possibilità di scendere a patti con Cosa Nostra per fermare le stragi. Il suo ovvio rifiuto avrebbe coinciso con la sua condanna a morte.

Mancino non ricorda quell’incontro, ma mai l’ha negato. Si è sempre nascosto dietro risibili giustificazioni: “non sapevo che faccia avesse Borsellino”, “era il mio primo giorno di insediamento al Viminale”, “perchè dovrei nascondere l’incontro?”, “cosa ci saremmo dovuti dire?” e via dicendo. Ripeto: più adduce simili motivazioni, più la sua posizione appare a dir poco opaca. Allo stesso modo, fino a poco tempo fa, aveva sempre negato categoricamente che fosse esistita una trattativa con la mafia. Il 16 gennaio 2009 così dichiarava: “Escludo in maniera netta e categorica che lo Stato abbia trattato con esponenti della mafia. Ignoro le ‘assunte trattative’ che comunque avrei fermamente osteggiato, tra gli uomini del Ros e il signor Ciancimino tese a far accantonare da parte della mafia l’offensiva contro lo Stato“. Per la serie: io non c’ero e, se c’ero, dormivo. Oggi, a distanza di pochi mesi, Mancino invece conferma che la trattativa c’è stata e il governo ha detto immediatamente no: “Noi l’abbiamo sempre respinta. L’abbiamo respinta anche come semplice ipotesi di alleggerimento dello scontro con lo Stato portato avanti dalla mafia“.

E’ confortante vedere che, piano piano, incalzato dalle scoperte delle varie procure d’Italia, Mancino recuperi un po’ della sua memoria e lasci trapelare cose di cui, si capisce, sa molto di più di quanto vorrebbe far credere. Tra un po’, molto probabilmente, Mancino verrà chiamato da una delle quattro procure che stanno indagando ancora sulle stragi (Palermo, Caltanissetta, Roma e Firenze) come persona informata sui fatti e a quel punto dovrà parlare, non potrà continuare a cincischiare. Massimo Ciancimino l’ha tirato in ballo esplicitamente come terminale istituzionale della trattativa. Riina l’ha tirato in ballo, chiedendo come facesse a sapere della sua cattura quattro giorni prima dell’arresto. Mutolo l’ha tirato in ballo, come abbiamo visto.

Una cosa è certa, ormai. La trattativa c’è stata, è iniziata prima della strage di Via D’Amelio ed è continuata almeno fino alla cattura di Riina (15 gennaio 1993). Fino a prova contraria, Mancino, per tutto quel lasso di tempo, è stato il ministro dell’interno. Vuole davvero farci credere che il generale Mori, incaricato di trattare con Riina per tramite di Vito Ciancimino, operasse all’insaputa del Ministero dell’Interno? E, se davvero è così, per conto di chi e di quali pezzi deviati dello Stato operava Mori?

I casi sono due: o Mancino mente spudoratamente ed è quindi colluso, o dice la verità ed è quindi un allegro sprovveduto che non dovrebbe ricoprire incarichi tanto delicati. In entrambi i casi, avrebbe solo una cosa da fare: dimettersi dal Csm e dire tutto quello che sa.

Le rivelazioni di Massimo Ciancimino sono delle bombe a orologeria pronte a scoppiare. C’è solo da attendere chi innesterà la miccia. A partire dalle parole che il padre gli rivolse il giorno della strage di Via D’Amelio per annunciargli la morte di Paolo Borsellino. Disse Vito Ciancimino: “Mi sento un po’ responsabile“.

Ecco, io non vorrei che tra un po’, a pronunciare quelle esatte parole, siano uomini che ora siedono nei piani più alti della nostra disgraziata repubblica.

Salvatore Borsellino: ”Via D’Amelio strage di Stato”

http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=17912&Itemid=78

LA RABBIA – Impressionante la somiglianza dell’ingegnere Salvatore Borsellino con il fratello giudice antimafia. Sembrano due gocce d’acqua. Anche la voce sembra uguale. Salvatore, trasferitosi a Milano 27 anni fa, parla per «rabbia» dal suo studio in un ufficio alla periferia della città. Siede alla scrivania sotto la famosa foto di Toni Gentile dove Paolo e Giovanni Falcone si parlano sottovoce e sorridono. Dopo un silenzio mantenuto per sette lunghi anni, fino a quando la madre era in vita, Salvatore adesso parla. Anzi urla: «Mio fratello sapeva della trattativa tra la mafia e lo Stato. Era stato informato. E per questo è stato ucciso. La strage di via D’Amelio è una strage di Stato. Pezzi delle istituzioni hanno lavorato per prepararla ed eseguirla. Adesso che la verità sulla strage si avvicina, spero solo che non siano gli storici a doverla scrivere. Bensì i giornalisti. Io tra non molti anni raggiungerò mio fratello Paolo e non so se riuscirò a leggerla sui giornali».

LO SCENARIO – E disegna lo scenario di quel maledetto 19 luglio 1992. E inizia a sciorinare i dubbi e gli indizi. Tutto quanto è venuto a galla dai vari processi sparsi in giro per l’Italia di cui i giornali «parlano poco», dice lui. Innanzitutto le omissioni: la richiesta di negare l’autorizzazione alle auto a posteggiare in via D’Amelio è rimasta inevasa. Poi la telefonata del giudice alla madre che annunciava il suo arrivo in via D’Amelio intercettata dalla mafia. Il ruolo di Bruno Contrada e dei servizi segreti civili presenti a Palermo al momento del botto. L’incredibile sparizione dell’agenda rossa e il ruolo del capitano Arcangioli. Il castello Utveggio che domina il ruolo dell’esplosione. E, infine l’attacco all’onorevole Nicola Mancino che dice di non aver incontrato l’1 luglio del 1992 il giudice Borsellino: «Una menzogna – incalza Salvatore-. Mancino dice addirittura che non conosceva mio fratello. Come faceva il neo ministro dell’interno a non conoscere il giudice presente ai funerali di Falcone e che appariva in tutti i tg nazionali? La verità è che da quell’incontro mio fratello uscì sconvolto come testimonia il pentito Gaspare Mutolo». Ma l’onorevole Mancino smentisce la ricostruzione di Salvatore Borsellino e precisa la sua posizione attraverso una lettera al Corriere nella quale respinge le accuse e dice che Borsellino spaccia sempre come vera «una citazione monca».

IL PAPELLO – Intanto documenti inediti sono stati depositati giovedì da Massimo Ciancimino (figlio di Vito, ex sindaco di Palermo in odore di mafia morto alcuni anni fa) ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Palermo. Il dichiarante ha consegnato al procuratore aggiunto Antonio Ingroia e al sostituto Nino Di Matteo carte che sarebbero state di suo padre Vito Ciancimino, morto nel 2002. Il verbale di interrogatorio e di acquisizione atti è stato secretato. Nei giorni scorsi Ciancimino jr aveva annunciato che avrebbe consegnato ai magistrati il «papello», il foglio sul quale Totò Riina avrebbe stilato la lista di richieste in favore di Cosa nostra, che sarebbe stata girata ad alcuni uomini delle istituzioni fra le stragi del 1992 di Falcone e Borsellino. Questo documento potrebbe provare l’esistenza di una «trattativa» fra la mafia e una parte delle istituzioni sui quali ha avviato un’inchiesta da diverso tempo la Dda di Palermo e sulla quale ha fornito molte dichiarazioni lo stesso Massimo Ciancimino.

NUOVE INCHIESTE – Sulla stessa vicenda sarebbero state avviate altre inchieste dalle procure di Milano e Firenze, legate alle stragi del 1993. Titolari di una di questa indagine sono il procuratore aggiunto di Milano, Ilda Boccassini, e il sostituto di Firenze Giuseppe Nicolosi che hanno già interrogato più volte il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza. Lo stesso hanno fatto i magistrati di Caltanissetta sull’attentato a Falcone nella villa dell’Addaura. Ma, come sottolinea all’Adnkronos il procuratore capo di Caltanissetta, Sergio Lari, «è una vicenda troppo delicata», quindi «no comment». Lari insieme con i procuratori aggiunti Domenico Gozzo e Amedeo Bertone hanno ascoltato l’ex ministro Vincenzo Scotti e l’ex premier Giuliano Amato per avere informazioni su alcuni agenti dei servizi segreti, ma su uno in particolare. Un uomo sfregiato, con una «faccia da mostro». Non si conosce il suo nome ma si sa che ha il viso deformato. A parlare di lui è stato, di recente, anche Massimo Ciancimino. Ciancimino junior ha spiegato ai magistrati che lo 007 sarebbe stato in contatto con il padre Vito da alcuni anni, fino alla cosiddetta «trattativa» che avrebbe voluto firmare il boss mafioso Totò Riina con lo Stato in cambio dell’abolizione del carcere duro. E proprio a pochi giorni dal 17° anniversario della strage di via D’Amelio il mistero sulla morte di Borsellino si infittisce sempre di più.

Radio Mafiopoli: Intervista a Salvatore Borsellino, di Giulio Cavalli

http://www.radiomafiopoli.org/?p=466

Salvatore Borsellino è uno di quei fiori rari di memoria attiva, di quelli per cui una perdita è soprattutto il dovere di un inizio. Lo incontro che è mattina già matura, nel suo ufficio, dove sorridono in foto suo fratello Paolo insieme a Giovanni Falcone.

– Salvatore, in uno stato civile i famigliari delle vittime che sono morte per servire lo stato non dovrebbero avere l’obbligo e l’emergenza di continuare a lottare ma dovrebbero avere il diritto semplicemente di preservarne la memoria. Invece questo con tuo fratello Paolo Borsellino non è successo…

– Non è successo anche perché, purtroppo, quello che si tenta di fare in Italia è di limitare la commemorazione di Paolo, facendola diventare proprio commemorazione, cioè pensando a Paolo come una persona morta. Invece la verità è tutt’altra: io vado tanto in giro in Italia e mi accorgo che la figura di Paolo è una figura ancora estremamente attuale, una figura estremamente viva. La gente la sente proprio come qualcosa che gli manca e che vorrebbe. E allora noi ci siamo dovuti prendere questo compito soprattutto per un fatto: per il fatto che di quella strage non è stata fatta giustizia, cioè non si sa ancora nulla, i processi vengono bloccati e le indagini su alcuni punti chiave come quello dell’agenda rossa [l’agenda su cui Paolo Borsellino segnava gli sviluppi e le ipotesi sulle sue indagini, misteriosamente sparita dalla borsa del giudice prelevata subito dopo l’attentato di via D’Amelio ndr]o del Castello Utveggio non vanno avanti. E c’è proprio un patto a qualche livello che sancisce che queste cose devono essere dimenticate dall’opinione pubblica. Di queste cose non si deve parlare, le deve coprire il silenzio. A fronte di questo atteggiamento è nostro dovere, dei famigliari di Paolo, cercare di tenere viva nelle persone la memoria che qualcuno invece cerca di occultare.

– Secondo te, perché c’è questa sonnolenza di gran parte della società civile, per cui ogni tanto, anche andando in giro parlandone, facendo incontri, ci si accorge che, inconsciamente, la gente sembra che dia per chiuso o per risolto il problema dei colpevoli della morte di Paolo?

– Perché quello che è stato fatto è proprio cercare di fare passare l’assassinio di Paolo e di quei ragazzi che sono morti in via D’Amelio come una strage di mafia. E purtroppo credo che a livello di opinione pubblica si sia abbastanza riusciti in questo intento. Hanno messo in galera un po’ di persone – tra l’altro condannate per altri motivi e per altre stragi – e in questa maniera ritengono di avere messo una pietra tombale sull’argomento. Devo dire che purtroppo una buona parte dell’opinione pubblica, cioè quella parte che assume le proprie informazioni semplicemente dai canali di massa – televisione e giornali – è caduta in questa chiamiamola “trappola” ed è stata, potremmo dire, partecipe inconsapevole di questo disegno. Quello che noi invece cerchiamo in tutti i modi di far capire alla gente – e un certo numero di persone, cioè quelle che assumono informazioni anche dai libri e dalla rete, questa cosa la capiscono sicuramente e c’è anche una forte attività sul voler dire la verità – è che questa è una strage di stato, nient’altro che una strage di stato. E vogliamo far capire anche che esiste un disegno ben preciso che non fa andare avanti certe indagini, non fa andare avanti questi processi, che mira a coprire di oblio agli occhi dell’opinione pubblica questa verità, una verità tragica perché mina i fondamenti di questa nostra repubblica. Oggi questa nostra seconda repubblica è una diretta conseguenza delle stragi del ‘92.

– Al di là degli esiti processuali (che in realtà non ci sono nemmeno poiché qui si procede per archiviazione) ci sono degli elementi incontrovertibili che fanno credere che ci sia una relazione tra la strage di via d’Amelio e una certa parte di Stato in quel tempo?

– È vero che si procede per archiviazione, ma la gente si dovrebbe rendere conto che archiviazione non vuol dire che una persona o delle persone sono state assolte, ma semplicemente che le indagini non hanno potuto nei tempi necessari arrivare al punto in cui avrebbero dovuto arrivare. E se la gente si andasse a leggere tutti i procedimenti di archiviazione, per esempio di Caltanissetta, che tra l’altro spesso sono archiviazioni magari forzate dal capo della procura – come per esempio nel caso dei Tescaroli come ben si legge nel recente libro “I colletti sporchi” di Tescaroli e di Ferruccio Pinotti – si capirebbe che l’archiviazione non è un’assoluzione e nemmeno significa che le indagini ad un certo punto si sono fermate perché non c’erano elementi. Spesso gli elementi ci sono ma non hanno potuto essere sviluppati a sufficienza oppure addirittura qualcuno ha fatto sì che il processo ad un certo punto venisse bloccato. Quindi gli elementi ci sono sicuramente: basta andare per esempio a leggere negli atti del Processo ‘Borsellino Bis’ la relazione di Gioacchino Genchi quando scrive quale può essere stato l’unico punto da cui può essere stato attivato il telecomando che ha fatto esplodere l’esplosivo preparato in via D’Amelio, basta andare a vedere – sempre nella stessa relazione – quali telefonate sono partite in un senso e nell’altro da Castel Utveggio verso numeri intestati a componenti dei Servizi Segreti, per capire come gli elementi ci sono e sono fortissimi. Basta andare a vedere le fotografie dell’Arcangioli [colonnello dei carabinieri ndr ] che si allontana dalla macchina esplosa con la borsa dell’agenda rossa in mano e chiedere come davanti ad una prova incontrovertibile come questa le indagini siano state nuovamente bloccate per capire come sia evidente come non è che non ci siano elementi sui quali avviare dei procedimenti, ma c’è la precisa volontà di bloccarli nel momento in cui arrivano a toccare certi fili che non devono essere toccati, quando arrivano a certe persone che sono – adesso anche per legge dello Stato, anche se è una legge incostituzionale – intoccabili.

– Ho letto quello che hai scritto sul procedimento di archiviazione legato alla vicenda della sottrazione della borsa e mi sono chiesto qual è stata la tua sensazione da famigliare nel vedere la borsa contenente la famosa agenda rossa (una delle memorie più importanti di Paolo) in mano ad una persona che nella fotografia è ritratta con piglio molto sicuro in una situazione assolutamente tragica, in mezzo a cadaveri, con tutto quello che stava succedendo in quel momento: ti ha scoraggiato o ti ha dato nuova linfa per continuare a pretendere la verità?

– In un primo tempo – l’ho anche scritto sul mio sito – è stata di scoraggiamento. Addirittura, scrissi: “non so se riuscirò a resistere a questo ulteriore colpo”. Poi purtroppo mi sono accorto di non potermi permettere questi atteggiamenti, anche se momentanei, perché la gente che mi segue e che segue la mia lotta è rimasta un po’ smarrita rispetto a questa mia affermazione e ha pensato che allora non ci fosse più niente da fare. Io mi sono ripreso immediatamente e ho preso anzi da questa vicenda ulteriore linfa come faccio da sempre. Ormai mi sono imposto un’operazione mentale quasi cosciente: a fronte di questi scoraggiamenti ne adopero i motivi per buttarli dentro la fornace e far sì che producano ulteriore rabbia. Ed è quello che mi è successo anche in questo caso: a fronte di questo ennesimo insabbiamento addirittura in questo caso di una prova assolutamente evidente. Prima tu dicevi che basta guardare la fotografia per vedere con che faccia sicura si muove. È proprio questo che mi fa rabbia, che mi ha provocato prima scoraggiamento e adesso ha aumentato la mia rabbia: l’ambiente in cui si trovava e il fatto che l’Arcangioli si muovesse calpestando cadaveri, camminando in mezzo a pozzanghere di sangue. Questo al contrario è stato adoperato nella sentenza di archiviazione del GUP proprio per giustificare il fatto che si assolveva l’Arcangioli che ha giustificato le dieci versioni diverse sui suoi movimenti e sulle persone a cui avrebbe consegnato la borsa, dicendo proprio che era così sconvolto dall’aver dovuto calpestare pezzi degli agenti della scorta di Paolo e dello stesso Paolo, che in quella condizione non può ricordare. E io credo che basti che una qualsiasi persona guardi l’atteggiamento dell’ Arcangioli che si allontana con passo sicuro guardandosi intorno tranquillamente – forse per verificare se qualcuno lo stesse osservando – per capire che questa motivazione della sentenza è addirittura assurda e che in base a quella motivazione Arcangioli non può essere assolto e non si può bloccare il processo. Io questa motivazione – benché non l’accetto neanche da lui trattandosi di un magistrato – la posso accettare da Ayala, il quale dice di non ricordare se effettivamente quella borsa gli è stata consegnata e se l’ha presa o non l’ha presa. Ma Ayala era anche amico di Paolo e quindi aver dovuto – come ha detto lui – “scavalcare il troncone di Paolo” penso che possa avergli provocato uno shock. Arcangioli in quel caso, guardando le riprese, mi sembra una persona che sta compiendo un’operazione di guerra. In guerra di cadaveri se ne vedono e se ne calpestano, tant’è vero che Arcangioli sembra proprio che stia compiendo una missione che qualcuno gli ha affidato.

– Tornando su quell’appunto sull’agenda di Paolo in riferimento all. On. Mancino (secondo cui Paolo Borsellino sarebbe rimasto sconvolto da un incontro con Mancino proprio alcuni giorni prima dell’attentato), tu che idea ti sei fatto? Sapendo che lì è terreno minato…

– Di quell’incontro io ritengo che sia evidente – anche davanti alle giustificazioni puerili di Mancino – il fatto che ci sia stato e che in quell’incontro deve essere successo qualcosa di importante. Mancino adduce delle giustificazioni così puerili, che io chiamerei vergognose più che puerili, dicendo “io non conoscevo fisicamente Paolo Borsellino e quindi non posso ricordare se tra le altre mani che ho stretto ci fosse anche la sua”. Queste sono le frasi ignobili che adopera, come se la mano di Paolo Borsellino fosse una mano qualsiasi quando Paolo Borsellino in quei giorni era una persona della quale tutti erano sicuri che la morte fosse vicina. Che un ministro dell’interno possa non essersi interessato di chi era Paolo Borsellino e possa non aver visto neanche quel giudice che trasportava la bara di Falcone vestito della sua toga e che quindi possa affermare di non conoscerlo fisicamente è veramente una cosa che si può definire puerile, direi anche che si possa definire ignobile che un allora ministro della Repubblica parli in questa maniera nei confronti di un giudice come Paolo Borsellino. Anche le sue giustificazioni addotte tirando fuori quell’agendina in cui non c’è scritto assolutamente nulla per cercare con quella di contrastare l’agenda che io gli avevo presentato dove di pugno di Paolo c’è scritto “ore 19.30 Mancino”. A fronte di una testimonianza autografa di Paolo lui tira fuori da un cassetto un planning qualsiasi dicendo: ecco qui non c’è scritto l’appuntamento quindi io non ho avuto nessun appuntamento con Paolo. In quell’agendina non c’è scritto, e io l’ho vista molto velocemente nella ripresa televisiva, ma ci sono scritte tre righe in tre giorni diversi. Se quella è l’attività di un ministro della Repubblica, che si può concentrare in tre righe scritte in fondo all’agenda per un’intera settimana, penso che tutti devono capire che questa sia una giustificazione di una persona forse in difficoltà e che quindi cerca in qualche maniera di trovare delle prove. Io sono convinto, e tante cose me lo fanno pensare, che in quell’incontro a Paolo abbiano prospettato quella trattativa tra mafia e Stato che adesso sta emergendo in tutta la sua evidenza dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino. E se ne sta parlando in quel processo nascosto che si sta svolgendo a Palermo, proprio sulla trattativa in cui sono imputati il colonnello Mori e tutti i componenti del Ros, che hanno portato avanti questa trattativa per conto dello Stato.

– Secondo te il fatto che dalle bombe si sia passati invece ad un’azione mafiosa fatta di decreti o di comunicazione “di distrazione” vuol dire che Loro hanno meno paura? si sentono più impuniti? o noi siamo meno efficaci nella nostra opera di pretesa di legalità e giustizia reale?

– Io penso che faccia parte tutto della stessa strategia, per cui da un lato la cupola mafiosa ha deciso di inabissarsi e quindi di essere meno evidente all’opinione pubblica per tornare allo status quo precedente agli anni Ottanta, quando c’era una connivenza tra stato e mafia che non balzava agli occhi, poi c’è stata la stagione stragista dei corleonesi e a questo punto si è ritornati – ed è stata una scelta ben precisa – alla situazione precedente. In più le persone che oggi detengono il potere sono molto esperte dal punto di vista della comunicazione e dell’impatto sulle persone, perché sono dei maestri a gestire la loro immagine attraverso gli organi di comunicazione che tra l’altro hanno in mano. Sono dei maestri a gestire l’impatto sull’opinione pubblica. La strategia ben precisa è stata – a fronte del fatto che la reazione della coscienza civile rispetto alle stragi di Capaci o di via D’Amelio e a fronte dell’uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa e di tutte le altre innumerevoli stragi di Stato che l’hanno preceduta è tale da costringere lo Stato a simulare una reazione e da rendere necessario il prendere, almeno di fronte all’opinione pubblica, dei provvedimenti che poi a poco a poco nei tempi successivi vengono rimangiati – quella di non adoperare più il tritolo per eliminare i giudici ma di eliminarli in maniera ancora peggiore come è stato fatto con De Magistris e come è stato fatto con la Forleo e con Apicella. Proprio perché questo tipo di azione comporta in ogni caso la messa a tacere, l’eliminazione di quella persona che deve essere eliminata. Però non provoca per contro quella reazione dell’opinione pubblica che costringe lo stato a simulare una reazione nei confronti della criminalità organizzata, visto che in effetti una reazione autonoma e una lotta autonoma dello stato nei confronti della criminalità organizzata in Italia possiamo dire a voce alta che non c’è mai stata.

– Ti faccio una domanda un po’ scomoda. Falcone diceva che “per combattere la mafia serve non l’impegno straordinario di pochi ma l’impegno ordinario di tutti”. Questo fronte comune dell’antimafia sembra impossibile da realizzare: l’antimafia diventa in qualche caso uno strumento politico, magari per un’opposizione che manca di altri contenuti, e comunque sconta al suo interno alcuni dissapori per questa presunzione di qualcuno di essere il detentore unico dell’antimafia . Tu hai trovato, hai vissuto dinamiche di questo tipo? credi che ci possa essere un momento per cui l’urgenza riesca veramente ad unire tutti?

– Io non so perché mi dici che è una domanda scomoda: questo è quello che io ho sempre pensato. Il fatto è che nelle organizzazioni antimafia da un lato si insinua della gente che cerca di sfruttare questo filone anche per le proprie mire personali e dall’altro ci sono delle vere e proprie infiltrazioni nell’organizzazione antimafia di gente che arriva esattamente dall’altro lato. Faccio l’esempio del consigliere di Francesco Messina Denaro – il signor Vaccarino – che nonostante sia stato condannato a nove anni per traffico di droga sta cercando di rifarsi una verginità e addirittura di infiltrarsi, di porsi come una persona che fa parte di organismi antimafia e che promuove delle organizzazioni antimafia. Questa persona l’ho addirittura querelata perché ha cercato di infangare la memoria di mio fratello dicendo addirittura che Paolo si era presentato in carcere tre giorni prima di morire dicendo che su di lui si era sbagliato e che quindi l’avrebbe fatto mettere in libertà, cosa assolutamente assurda per un giudice come Paolo fare un’azione del genere, tant’è vero che poi ho cercato di documentarmi andando a cercare proprio nell’unica sua agenda che ci è rimasta, l’agenda grigia, e ho visto come nei movimenti di Paolo in quei giorni non sia assolutamente menzionata una visita alle carceri dove era detenuto questo personaggio. In più io ritengo che ci siano delle organizzazioni antimafia di grandi dimensioni e, io non ho paura di parlare, faccio riferimento a Libera, che potrebbero fare molto di più. Libera si presenta come l’associazione di tutte le associazioni antimafia. Io dico: non sono neanche stato invitato l’anno scorso a Bari alla manifestazione nazionale antimafia. Probabilmente non ci sarei andato proprio perché quando queste organizzazioni assumono queste dimensioni forse non fanno abbastanza attenzione a guardare chi viene invitato e se le persone invitate sono degne di stare lì dove si manifesta contro la mafia. Le posizioni che assumo da un po’ di tempo necessariamente devono andare non contro le istituzioni, ma contro chi le occupa, perché io ritengo che il più grosso vilipendio alle istituzioni sia il fatto che certe persone non degne di occupare quelle istituzioni, le occupano. Allora il fatto che io debba necessariamente, per forza di cose, per quelle che sono le mie convinzioni sulla strage del ‘92, andare ad attaccare delle persone che occupano le istituzioni viene visto da certe organizzazioni come qualche cosa di dirompente, qualcosa che non può essere mostrato. E di conseguenza io non sono stato invitato a quella manifestazione ed è successo un caso quest’anno quando dopo essere stato invitato a Crema – non mi ricordo se Crema o Cremona – a parlare nell’ambito della Carovana Antimafia è arrivato il volantino senza il mio nome. Probabilmente perché non ero abbastanza presentabile, proprio per questo mio atteggiamento. Io credo che queste cose fanno veramente pensare: forse ad un certo punto le organizzazioni antimafia quando crescono troppo devono salvaguardare certi equilibri e io queste cose le ho dette anche recentemente ad un incontro che ho avuto con Nando Dalla Chiesa, e l’ho detto in maniera franca. Io mi aspetterei da Libera che assuma certi atteggiamenti molto più forti in certe situazioni a fronte di certi fatti che accadono in Italia, invece siamo sempre i soliti: io, Sonia Alfano, Benny Calasanzio, l’organizzazione Dei Georgofili, che assumono atteggiamenti netti e decisi. Non voglio dimenticare anche mia sorella, tant’è vero che non mi risulta che mia sorella attualmente sia in rapporti idilliaci con Libera.

– Non ti capita mai di sentirti solo in questa battaglia?

– Ma io, probabilmente per il fatto che vado tanto in giro e incontro tanti giovani e tante persone che della lotta alla mafia hanno fatto un loro impegno ben preciso e costante – e io vengo invitato in tutta Italia non sicuramente dalle istituzioni ma da gruppi autonomi di ragazzi, da ragazzi dei licei, ragazzi delle scuole, dai meet up di Grillo – mi sento meno solo, cosa che forse se non avessi questi incontri costanti con questo tipo di persone probabilmente mi potrebbe succedere.

– Quale potrebbe essere il consiglio che ti sentiresti di dare alla gente che vive di televisione , alla gente che ogni 19 luglio prova una commozione autentica nel vedere al TG, se lo faranno quest’anno, il servizio sulla morte di Paolo? Qual è lo scatto che manca per avere veramente una nuova partigianeria, nel senso di prendere in modo deciso e netto e intellettualmente onesto una parte?

– Guarda, quando faccio questi incontri con i giovani e anche con gli adulti alla fine qualcuno mi viene a dire: “mi sono commosso”. Io forse in maniera troppo brusca gli dico che se si è commosso allora io non sono riuscito a fare quello che intendevo fare. Perché io in questi incontri con la gente intendo far indignare le persone, intendo fargli suscitare una rabbia contro quello che è lo stato del nostro paese. Quello che invece qualcun altro vuole fare è proprio di limitare le memorie di Paolo alla commozione una tantum in occasione delle cerimonie di commemorazione o altro. Questo è quello contro cui mi ribello, questa è una ben precisa strategia e proprio a fronte di questo io ho organizzato questa manifestazione quest’anno in via D’Amelio il 19 luglio per impedire che la gente vada lì a commuoversi, per impedire che i soliti avvoltoi vengano lì a celebrare la morte di Paolo Borsellino. Il consiglio che posso dare alla gente è quello di spegnere la televisione e di non leggere i giornali e invece di informarsi in maniera autonoma come infatti per fortuna fanno oggi tanti giovani. È vero che esiste anche la massa di giovani che guarda il Grande Fratello e purtroppo questo mi viene detto da quei giovani impegnati che incontro, dicono di sentirsi certe volte un po’ isolati perché cercano di diffondere queste cose e si sentono rispondere: “no guarda che devo registrare il Grande Fratello”. Purtroppo è vero che questo problema esiste, però io dico che nelle nuove generazioni soprattutto c’è una tendenza a non accettare questa informazione così come viene propinata per cercare di addormentare l’opinione pubblica, per addormentare le menti, e a cercare invece di informarsi direttamente. Il consiglio che posso dare alla gente è proprio questo: leggere, leggere il più possibile, informarsi in maniera autonoma e quindi in questa maniera conoscere quella che è la verità. Poi certe cose verranno autonomamente, verranno come diretta conseguenza del fatto che la gente sa, che la gente conosce. Io mi accorgo che c’è una grossa ignoranza in giro, c’è la strategia di fare dimenticare, addirittura di cancellare le nostre memorie, che è quello che viene fatto: si cerca di cancellare la memoria della Resistenza, si cerca di cancellare la stessa Costituzione o per lo meno di stravolgerla. La strategia, purtroppo, è una strategia che sta dando i suoi frutti e che in questo momento purtroppo è vincente. Bisogna incitare la gente a reagire a questa strategia, a non perdere la propria memoria, a informarsi. Quando vado in giro a parlare oggi di agenda rossa e di Castel Utveggio spesso la gente rimane stupita. Mi confessa di non conoscere assolutamente queste cose. Se la gente conoscesse che cosa c’è dietro la strage del ‘92 forse reagirebbe in maniera diversa. E forse oggi non saremmo nel terribile stato in cui siamo.

– Ma tu sei ottimista?

– Io non mi posso definire ottimista, nel senso che se non altro penso che della mia lotta per la giustizia e per la verità credo che non riuscirò a vedere i risultati. Io credo che me ne andrò da questo mondo ancora continuando a lottare, e lo farò fino all’ultimo giorno, per la verità e per la giustizia. Ma credo che non riuscirò a vedere i risultati di questa mia piccola lotta che spero non sia solo mia. Però se continuo a farlo vuol dire che credo – e lo credo fermamente – che le nuove generazioni, le generazioni che verranno, riusciranno a sentire quel fresco profumo di libertà di cui Paolo parlava e per cui Paolo è morto.