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Antimafia Duemila – L’Addaura. ”Tra” le ombre… luci.

Fonte: Antimafia Duemila – L’Addaura. ”Tra” le ombre… luci..

di Carlo Palermo – 11 maggio 2010
I recentii articoli di Attilio Bolzoni su Repubblica e di Alfio Caruso sul Corriere della Sera relativi all’attentato all’Addaura contro Giovanni Falcone del giugno del 1989 offrono spunti di riflessione sullo stato delle indagini attualmente svolte in particolare da taluni magistrati in Sicilia, che tentano oggi di decifrare e comprendere alcuni episodi che solo apparentemente riguardano “affari” di Sicilia, ma che forse costituiscono chiavi di lettura di attività più complesse, trovanti origine e motivazione in centri di potere più complessi.
Esponendosi gli esiti delle nuove attività investigative, si evidenzia oggi che l’episodio dell’Addaura può essere considerato come punto di inizio e chiave di lettura delle stragi del ’92, rilevandosi così che siamo in ritardo di 20 anni con le indagini in conseguenza degli occultamenti e dei depistaggi intenzionali che avrebbero oscurato così a lungo la ricostruzione della verità.
In merito non posso che concordare con tale attuale impostazione dei magistrati, anche se ritengo che il connubio tra poteri occulti, mafia e terrorismo risalga a molto tempo prima, e come tale vada esaminato nella sua globalità storica per essere poi individuato e decifrato in ogni singolo episodio che ne ha costituito espressione.
Per comprendere a fondo la genesi e le più complesse responsabilità delle stragi del ’92 è forse opportuno ricordare che poco dopo i due attentati di Capaci e di via d’Amelio, a Milano, vennero sequestrati armi e plastico per attentati: dietro l’organizzazione sembra esservi stato il clan mafioso della famiglia Fidanzati, operante da un ventennio sull’asse Palermo – Milano, in connessione con le organizzazioni della mafia turca e con i terroristi libanesi.
In questo ricorrente asse – forse poco approfondito nel comune convincimento che la mafia operi solo in Sicilia – possono rinvenirsi indizi che riconducono a fatti vecchi e nuovi (al caso Calvi, alla P2, al sistema delle corruzioni politiche, ecc.), tutti ruotanti attorno a rilevanti operazioni bancarie e finanziarie, che – come noto – costituisce il necessario sistematico legante di tutte le attività illecite.
La riflessione ci riporta (come ho da tanti anni ricordato in miei scritti) a vicende in qualche modo collegate a due conti bancari “famosi” per Giovanni Falcone, come anche per i magistrati di Milano: il “Conto Protezione, rif. Martelli per conto Craxi”, sulla banca Ubs di Lugano (che risaliva ai lontani anni 1979-80), e il meno noto Conto “rif. Roberto”, sul Banco di Roma, sede di Lugano.
Su questi nomi e su questi conti si incentrarono e poi si bloccarono le ricerche di Giovanni Falcone quando era giudice istruttore a Palermo.
Sul Conto Protezione per tanto tempo (e sino al ’93) si bloccarono a Milano le indagini della magistratura sul Banco Ambrosiano.
Sul Conto rif. Roberto si fermarono Falcone e Borsellino nelle loro inchieste di mafia.
Su entrambi i conti, in Svizzera iniziò a indagare, su richiesta di Falcone, il magistrato elvetico Carla Del Ponte, che si trovava a Palermo all’Addaura insieme a Falcone nel giorno dell’attentato del 1989 all’Addaura.
Io incontrai Carla Del Ponte il giorno prima che costei partisse per la Sicilia, per vedersi con Falcone a Palermo.
Sui conti elvetici poi, dopo l’eliminazione di Falcone e Borsellino, si sono nuovamente imbattuti, dal ’92 i magistrati di Milano e inquirenti siciliani (di Palermo, Caltanisetta e Catania) in varie inchieste sulla corruzione e sui fondi occulti all’estero.
Per Falcone e Borsellino, quei conti rimasero però un mistero.
Per dipanare la matassa, andiamo ancora più indietro e spostiamo l’attenzione su personaggi a lungo trascurati, Florio Fiorini e Giancarlo Parretti, recentemente al centro di scandali finanziari internazionali; in passato, legati alle vecchie storie del Banco Ambrosiano, della P2, delle forniture di petrolio Eni-Petromin: si potranno notare le strette connessioni di questi fatti (tipicamente “economici” e bancari) con altri piú propriamente “mafiosi”.
Agli inizi degli anni Settanta, Parretti arrivò a Siracusa e il suo cammino si incrociò con quello di un uomo politico che contava nella Sicilia dell’epoca, il senatore democristiano Graziano Verzotto.
Nativo del nord, Verzotto, ancora nel 1953, aveva svolto in Sicilia il doppio ruolo di funzionario dell’Agip (antenata dell’Eni) e di commissario provinciale della Dc. Divenne rapidamente padrone incontestato di Siracusa, poi di tutta l’isola, anche se i suoi rapporti con il leggendario presidente dell’Agip-Eni, Enrico Mattei, presto si raffreddarono.
Verzotto fu l’ultimo a salutare Mattei quando, la sera del 27 ottobre 1962, questi prese a Catania l’aereo privato che si sarebbe schiantato poco dopo a Bescape, a qualche decina di chilometri dall’aeroporto di Milano-Linate: fu forse il primo episodio terroristico in cui si mescolarono insieme gli emergenti interessi di Stato, legati ai commerci internazionali di petrolio, e la mafia.
Lo stesso Verzotto nel 1967 divenne segretario generale della Dc siciliana e poi presidente dell’Ente minerario siciliano (Ems), organismo che raggruppava diciotto società, con disponibilità sugli enormi fondi del Mezzogiorno.
I suoi intrecci con la mafia furono molteplici: fu amico di Frank Coppola e di Giuseppe de Cristina, uno dei principali protagonisti della seconda guerra di mafia. La posta principale, in quel momento, era il controllo del mercato immobiliare dell’isola attraverso il triunvirato Stefano Bontade, Gaetano Badalamenti, Salvatore Riina, uomo di fiducia di Luciano Liggio, allora capo dei corleonesi.
De Cristina venne assassinato a Palermo il 30 maggio 1978.
L’omicidio scatenò quella che poi venne chiamata la «mattanza»: una strage totale che raggiunse il culmine negli anni 1981-82.
Frattanto, Fiorini – alleato di Parretti – come direttore finanziario dell’Eni (diresse l’ente dal 1975 al 1982, data della sua forzata separazione dall’Eni, conseguente agli scandali dell’epoca), guidava allora le finanze della compagnia petrolifera in collegamento con i socialisti di Craxi, piduisti e il leader libico Gheddafi.
In quel periodo si infittirono gli investimenti e le partecipazioni internazionali: Parretti (socio di Verzotto) e Fiorini, attraverso il gruppo finanziario spagnolo Melia International, acquisirono il controllo sulla società belga Bebel, che possedeva a sua volta oltre il 7% della Banque Bruxelles Lambert. Questa banca – negli ultimi anni Settanta – comparve nelle trattative tra Fiorini e Antony Gabriel Tannoury, graccio destro di Gheddafy, nella cessione delle azioni delle Assicurazioni Generali in relazione ai tentativi del leader libico di acquisire tecnologie nucleari. E, sempre alla stessa banca, si ricollegarono altri commerci di armi (come ad esempio quelli relativi alle forniture al Belgio degli elicotteri Agusta) in connessione con altri personaggi operanti nel settore finanziario internazionale al massimo livello.
Nel 1978 venne anche aperto, a Lugano, presso l’Union Banques Suisses, il Conto Protezione intestato a Silvano Larini: “I dirigenti dell’Ubs erano degli amici”, disse Fiorini, con riferimento ai rapporti tra la banca svizzera e l’Ambrosiano. Sui conti dell’istituto elvetico – che custodí i segreti di Craxi una quindicina di anni – a piú riprese si svolsero operazioni finanziarie del piú vario genere: versamenti di tangenti connesse a transazioni petrolifere (Eni-Petromin), pagamenti di partite di droga (in particolare per il clan mafioso dei Cuntrera-Caruana), finanziamenti illeciti dei partiti, creazioni di fondi occulti, operazioni di riciclaggio.
L’Ubs, inoltre, tramite banche controllate – in particolare la Banque de Commerce et de Placements (la Bcp) – fu in stretti rapporti con il pachistano Abedi e la Bcci.
Sempre nel 1978, il 17 aprile, iniziò un’importante ispezione della Banca d’Italia sul Banco Ambrosiano in conseguenza della gravissima situazione debitoria in cui questa versava per le spericolate operazioni del suo presidente Roberto Calvi.
Nel novembre, il dossier passò al giudice di Milano, Emilio Alessandrini, che conduceva le indagini su Calvi. Dopo circa tre anni, il 29 gennaio 1979, egli fu ucciso da un commando di Prima linea.
Dopo il sequestro Moro e lo scandalo Lockheed, gli anni 1979-80 trascorsero tra i tentativi trasversali di occupazione di potere incentrati nelle operazioni Rizzoli-Corriere della Sera, commesse petrolifere Eni-Petromin, finanziamenti al Psi di Craxi, nonché tra i misteri legati alla strage di Bologna e a quella di Ustica: tutti questi episodi evidenziarono depistaggi, connessioni occulte con il terrorismo, collegamenti tra i servizi segreti italiani e quelli americani, in una situazione politica condizionata dalla guerra fredda tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, e tra gli Stati Uniti e l’Iran rivoluzionario di Khomeyni con un equivoco ruolo svolto dal leader libico Gheddafi.
Alla fine di quell’anno (1980), mentre a Trento iniziava l’inchiesta sulle connessioni tra mafia siciliana e mafia turca, e sui rapporti tra Trento e Trapani, il turco Ali Agka ebbe, verso il 20 dicembre, misteriosi contatti attorno a Palermo, forse proprio a Trapani.
All’inizio del 1981 (il 17 marzo) venne scoperto dagli inquirenti l’elenco degli appartenenti alla loggia P2. Il successivo 8 maggio, a Trapani, venne creata la loggia coperta C.
Qualche giorno dopo (il 13 maggio), Ali Agka tentò, in piazza San Pietro, di uccidere il Papa: sulla base di connessioni bancarie, il killer turco apparve in qualche modo collegato con il massone di rito scozzese Thurn und Taxis e con sette integraliste ispirate al culto di Fatima.
Esattamente un anno dopo (il 13 maggio 1982) e sempre con connessioni massoniche, un secondo attentato al Papa veniva consumato a Fatima, in Portogallo, mentre infuriava la guerra tra l’Argentina e l’Inghilterra per le isole Falkland.
Un mese dopo, a Londra, Calvi si “suicidava”.
Nella lista degli iscritti alla P2 stranamente non comparvero i nomi dei partner di Gelli presenti nel governo di Washington.
Numerosissimi, invece – quasi seguendo un piano prestabilito –, furono quelli di generali e militari argentini compresi nell’elenco.
In Argentina, a Buenos Aires, in via Cerrito 1136, il capo della P2 – si ricorderà – disponeva di un appartamento, al nono piano: vi si trovavano gli uffici di una ditta, Las Acacias. In quello stesso edificio aveva avuto sede il Banco Ambrosiano.
La società Acacias (panamense e con sede a Lugano) risultò al centro di operazioni di riciclaggio di denaro proveniente da traffici di stupefacenti, tra il Brasile, gli Usa, l’Italia e la Svizzera. Fondata da Vito Palazzolo, venne utilizzata per il trasferimento di milioni di dollari manovrati dal clan Bonanno tra gli Usa e la Svizzera.
Questi fatti riguardavano le connessioni “argentine” del clan Fidanzati, sulle quali indagò, negli anni Ottanta, Giovanni Falcone.
Per una strana ricorrenza, solo un anno prima di essere ucciso a Capaci, lo stesso Falcone si recò a Buenos Aires per una rogatoria: in un burrascoso incontro con il boss Gaetano Fidanzati – arrestato in quel paese –, questo ultimo minacciò di farlo saltare in aria.
Ritornando al 1982, nella settimana di Pasqua – e cioè poco prima della uccisione di Calvi, avvenuta il 17 giugno – davanti agli uffici di una società collegata alla Acacias (la Traex), avvennero incontri tra importanti operatori finanziari internazionali, il fornitore turco di droga Yasar Musullulu e, con ogni probabilità, Pippo Calò.
Yasar Musullulu, capo della mafia turca, era probabilmente il fornitore della morfina base della raffineria di Alcamo, scoperta nell’aprile del 1985, trenta giorni dopo l’attentato di Pizzolungo, non molto lontano dai luoghi ove era stato ucciso, due anni prima, il sostituto procuratore Giacomo Ciaccio Montalto.
Negli stessi giorni erano state eseguite indagini sui rapporti di mafia esistenti tra Trapani e Trento.
In America, il principale destinatario delle forniture di droga dalla Sicilia era allora il clan mafioso agrigentino dei Cuntrera e Caruana.
Uno dei loro soci piú importanti, Francesco di Carlo, venne in seguito indicato come uno dei killer di Roberto Calvi. Probabilmente la somma per pagare i killer venne ricavata dal tesoro segreto della P2, occultato in una banca sconosciuta e forse transitato sull’istituto Rothschild.
Mentre magistrati e investigatori siciliani indagavano sui Cuntrera, sul Musullulu e sulle operazioni bancarie che li collegavano in Svizzera, alla fine del mese di luglio del 1985, venne ucciso il commissario Giuseppe Montana, della squadra della Questura di Palermo, preposta alla cattura dei latitanti.
Frattanto Francesco di Carlo veniva arrestato in Inghilterra, dove lo raggiungeva immediatamente il vice questore Cassarà. Pochi giorni dopo, il 6 di agosto, al suo ritorno a Palermo, Cassarà venne ucciso.
Minacce di morte costringevano Falcone e Borsellino a nascondersi in un’isoletta per scrivere l’ordinanza di rinvio a giudizio del primo maxiprocesso di mafia.
Nell’aprile del 1986, veniva intanto scoperto a Trapani il Centro studi Scontrino, le sue logge massoniche, i legami filoarabi con Gheddafi.
Nel 1987, nel corso di indagini svolte a Palermo da Giovanni Falcone, a seguito di accertamenti in Svizzera sui rapporti presso istituti elvetici, emersero tracce di versamenti di centinaia di migliaia di dollari su un conto chiamato “Rif. Roberto” del Banco di Roma, sede di Lugano, i cui beneficiari non vennero mai individuati con certezza.
Quel denaro – come risultò in seguito – costituiva un diretto provento di forniture di stupefacenti effettuate al clan Cuntrera-Caruana. Il Banco di Roma di Lugano, ovvero la Svirobank, era di proprietà al 51% dello Ior, la banca del Vaticano, di cui era presidente Marcinkus, che era stato in stretto rapporto con Roberto Calvi .
A Trapani, nel settembre dello stesso anno 1987, in apparente controtendenza rispetto alla chiusura delle strutture Gladio, veniva creato il Centro Scorpione, dalla VII divisione del Sismi: avrebbe dovuto essere una propaggine di Stay Behind. Doveva probabilmente servire per ingrandire e potenziare alcune unità clandestine operanti sul territorio: le Rac e le Udg (Rete agenti coperti e Unità di guerriglia). Questo centro era dotato di un aereo di piccole dimensioni.
La mafia, in quella zona (Castellammare del Golfo), si serví proprio di un velivolo di quelle caratteristiche, per un enorme trasferimento di droga (565 kg di eroina) eseguito con una nave, la Big John.
Sempre in quell’anno, a fronte di aiuti a paesi sottosviluppati, il Perú ricevette dall’Italia mezzi sofisticatissimi: ponti radio, sensori a raggi infrarossi, giubbotti antiproiettile e una quantità imprecisata di pistole Beretta imbarcati su un aereo partito da Roma, coperto dal segreto militare. Si trattò dell’operazione “Lima”, un piano di aiuti, deciso nel 1987, a sostegno del governo peruviano del presidente García, allora impegnatissimo nella caccia al professor Guzmán, il leader di Sendero luminoso, già condannato all’ergastolo.
L’ammiraglio Fulvio Martini, direttore dei nostri servizi segreti, raccontò ai magistrati che l’operazione era stata organizzata dall’allora presidente del Consiglio Craxi. Era previsto l’addestramento della guardia peruviana con personale della VII divisione del Sismi, la stessa che aveva creato a Trapani, sempre nel 1987, il Centro Scorpione.
L’anno seguente, il 1988, dopo aver forse assistito nelle campagne di Trapani a un trasbordo di armi dirette alla Somalia su un aereo militare operante per conto dei nostri servizi segreti, veniva ucciso, in prossimità della comunità di Saman, Mauro Rostagno, sulle tracce delle piste massoniche della Loggia “C”, delle sacerdotesse sufi “Arcobaleno” e forse di alcuni traffici… anche più vicini a lui.
Era sui fatti finanziari sopraindicati che indagava il giudice Falcone nel giugno del 1989, mentre inutilmente cercava di capire cosa fosse il Centro Scorpione di Trapani. In quei giorni, sugli scogli vicini alla sua abitazione vennero rinvenuti due sacchi di esplosivo: un segno minaccioso cui subito non parvero estranee presenze di cellule deviate dei servizi segreti. Lo stesso Giovanni Falcone, parlando di questi fatti, non esternò sospetti sulla mafia, ma su “menti raffinatissime”.
Vennero trovati i candelotti sugli scogli della sua villa all’Addaura, mentre si occupava delle connessioni bancarie svizzere dei narcotrafficanti siculo-americani.
Lo stesso magistrato, nel 1991, prima di lasciare Palermo per i suoi incarichi ministeriali a Roma, svolse indagini su un ultimo processo riguardante rapporti tra mafiosi, società svizzere (in particolare di Chiasso) e istituti bancari elvetici, nodi di smistamento di narcodollari. Il processo, noto come Big John, prendeva il nome della nave sulla quale era stato sequestrato l’enorme carico di eroina vicino Trapani nel 1987.
Nel giugno 1992, anche l’ultimo fascicolo passato per le mani di Giovanni Falcone al ministero, per una rogatoria all’estero, era siglato “Big John”.
Dopo la morte di Falcone, un imputato di quel processo, legato al ruolo centrale del riciclaggio del denaro sporco, fu in contatto dalla Svizzera con il giudice Borsellino, poco prima che questi saltasse in aria a Palermo: forse intendeva “parlare”… Poi non parlò piú!
Dopo il 1992 apparirono cessate le stragi mafiose, forse per le reazioni investigative della magistratura che, per la prima volta, riuscì a identificare esecutori e mandanti mafiosi, forse per le concomitanti indagini di Mani pulite che, scavando nelle corruzioni degli appalti e dei finanziamenti illeciti ai partiti, travolgevano personaggi politici di primo piano, ma non “toccavano” gli aspetti occulti.
Poi vi furono gli attentati del ’93-‘94 (accomunati ai precedenti dalla identica tipica tipologia – di provenienza militare – degli esplosivi utilizzati), i quali, tramite “utili” indicazioni di collaboratori di giustizia mafiosi, vennero definite e qualificate anch’esse, pur se avvenute fuori dalla Sicilia, “di matrice mafiosa”.
Ecco, è in questo contesto storico, che ritengo vadano ricomposte … le giuste luci.
Dal passato al presente.
Passando per l’Addaura: “tra” le ombre… LUCI.

Tratto da: facebook.com

Antimafia Duemila – Gaza, le armi proibite

Fonte: Antimafia Duemila – Gaza, le armi proibite.

di Luca Galassi – 12 maggio 2010
Studio del New Weapons Research Group rivela che la presenza di metalli tossici nei tessuti e’ prova dell’utilizzo di armi sconosciute nelle offensive israeliane nella Striscia.
Un nuovo studio del New Weapons Research Group (Nwrg) ha rivelato che a Gaza gli israeliani hanno utilizzato armi contenenti metalli tossici e sostanze carcinogene. Per la prima volta sono stati analizzati tessuti di persone ferite nella Striscia durante le operazioni militari del 2006 e del 2009.

La commissione di scienziati del Nwrg ha coordinato tre universita’ (La Sapienza di Roma, l’universita’ di Chalmer in Svezia e quella di Beirut in Libano) nella raccolta e nell’analisi dei dati. La ricerca, che ha messo a confronto il contenuto di 32 elementi rilevati dalle biopsie, mostra come nelle offensive siano state utilizzate armi sconosciute, che non lasciano schegge o frammenti nel corpo, ma metalli e sostanze i cui effetti possono provocare anche mutazioni genetiche.

Sono stati analizzati 16 campioni di tessuto appartenenti a 13 vittime, prelevati dall’ospedale Shifa di Gaza, e individuati quattro tipi di ferite: carbonizzazione, bruciature superficiali, bruciature da fosforo bianco e amputazioni. Elementi chimici come alluminio, rame, bario, mercurio e vanadio sono stati individuati nelle persone amputate; sempre alluminio, rame, cobalto, e mercurio nelle ferite da fosforo bianco; piombo e uranio in tutte le ferite; arsenico, manganese, cadmio e cromo in tutte le ferite eccetto quelle da fosforo bianco; nichel solo nelle amputazioni. Alcuni di questi elementi sono carcinogeni, altri potenzialmente carcinogeni, altri tossici per il feto. Mercurio, arsenico, cadmio, cromo, nichel e uranio possono portare a mutazioni genetiche. Cobalto e vanadio producono mutazioni genetiche negli animali ma non e’ dimostrato che facciano altrettanto nell’uomo. Alluminio, mercurio, rame, bario, piombo, manganese hanno effetti tossici e provocano danni per il nascituro, nel caso di donne incinte, essendo in grado di oltrepassare la placenta e danneggiare embrione o feto. Tutti i metalli possono determinare patologie croniche ai danni dell’apparato respiratorio, renale, riproduttivo e della pelle.

“Nessuno – spiega Paola Manduca, docente di genetica all’università di Genova e portavoce del New Weapons Research Group – aveva mai condotto questo tipo di analisi bioptica su campioni di tessuto appartenenti a feriti. Noi abbiamo focalizzato lo studio su ferite prodotte da armi che non lasciano schegge e frammenti perché ferite di questo tipo sono state riportate ripetutamente dai medici a Gaza e perché esistono armi sviluppate negli ultimi anni con il criterio di non lasciare frammenti nel corpo. Abbiamo deciso di usare questo tipo di analisi per verificare la presenza, nelle armi che producono ferite amputanti e carbonizzanti, di metalli che si depositano sulla pelle e dentro il derma nella sede della ferita”.

“La presenza – prosegue – di metalli in queste armi che non lasciano frammenti era stata ipotizzata, ma mai provata prima. Con nostra sorpresa, oltre a identificare i metalli presenti nelle armi amputanti, anche le bruciature da fosforo bianco contengono metalli in quantità elevate. La presenza di metalli in tutte queste armi implica anche la loro diffusione nell’ambiente in quantità ed in un’area di dimensioni a noi ignote, variabili secondo il tipo di arma. Questi metalli sono dunque anche inalati dalla persona ferita e da chi si trovava nelle adiacenze anche dopo l’attacco militare. La presenza di questi metalli comporta così un rischio sia per le persone coinvolte direttamente, che per quelle che invece non sono state colpite”.

Tratto da: it.peacereporter.net

Antimafia Duemila – La strage di Pizzolungo voluta dai forti intrecci criminali internazionali

Antimafia Duemila – La strage di Pizzolungo voluta dai forti intrecci criminali internazionali.

di Rino Giacalone – 2 aprile 2010
Non sono elementi che restano sullo sfondo dell’attentato, non sono delle ombre, dietro il botto del 2 aprile 1985 si vede benissimo che c’è la mafia potente, quella che sopravvive con gli intrecci storici e le alleanze con pezzi dello Stato, i servizi e la massoneria deviati, le banche e i banchieri spregiudicati, i traffici di droga e di armi, le rotte internazionali del crimine.
E’ la mafia che lega le organizzazioni criminali italiane con quelle turche per esempio, o ancora la mafia che gestisce le «casseforti» del riciclaggio, dei denari di Cosa Nostra e una serie di investimenti illeciti. Le sentenze di condanna sono vaghe sulle motivazioni ma ugualmente i giudici sono riusciti ad infliggere l’ergastolo a Totò Riina, al capo mafia di Trapani Vincenzo Virga, ai loro gregari Balduccio Di Maggio e Nino Madonia, una condanna per ricettazione per il castellamarese Gino Calabrò, dalla sua officina passò una delle auto usate per la strage, lui poi si è dimostrato esperto di esplosivi e di strategie terroristiche, è a scontare l’ergastolo anche per gli attentati del 1993. Ma dentro i fascicoli giudiziari ci sono nomi che tornano in altre inchieste, quelle sul crimine internazionale, sulle alleanze tra mafia e borghesia.
Le indagini di Carlo Palermo insomma per le quali venne rimosso da  pm di Trento e nel 1985 arrivò a Trapani. «Nell’85 scelsi di venire a Trapani per proseguire un’attività avviata 5 anni prima a Trento. L’attentato ritengo sia da inquadrare in un progetto preventivo». Palermo ha poi ricordato: «Nonostante la chiedessi in continuazione, non vi era alcuna vigilanza sulla mia abitazione (una villetta al Villaggio Solare, in territorio di Valderice), nè fu mai eseguita un’attività di bonifica lungo il percorso che facevo ogni mattina». Per l’ex magistrato, «l’assenza di un controllo preventivo ha concorso nell’attentato».Venticinque anni dopo riaffiorano nella memoria di Palermo «l’isolamento, sia da parte delle istituzioni che della popolazione che mi pesò veramente molto. Oggi la situazione è cambiata, margherita asta ne ha molti meriti».Parlando delle indagini, Carlo Palermo, ha rimarcato la «contraddizione» legata al fatto che il processo a carico dei presunti esecutori materiali, «svoltosi a poca distanza dai fatti, sfociò nelle assoluzioni» e che «la condanna dei presunti mandanti avvenne molti anni dopo e solo per le dichiarazioni rese da collaboratori di giustizia, questi ultimi neppure ascoltati organicamente».
«Pensare – dice Palermo – che la mafia si sconfigga con l’arresto di qualche referente locale di Cosa nostra significa avere una visione parziale del fenomeno. Ancor’oggi combattiamo contro le ombre del passato: chi ha fornito l’esplosivo per gli attentati a Chinnici, Falcone e Borsellino? Chi ha fornito e l’esplosivo utilizzato a Pizzolungo? L’ex magistrato ricorda che «in tutti i delitti eccellenti c’è sempre l’agenda che scompare, come in via D’Amelio, o la cassetta che non si trova più, come nel delitto Rostagno, avvenuto a Trapani».
«Pizzolungo fa parte della strategia mafiosa e terroristica condotta da Cosa Nostra e dall’ala cosiddetta corleonese di Totò Riina». Ma non solo. Lo scenario ricostruito dalla sentenze di condanna, per i mandanti, Totò Riina, Vincenzo Virga, e i loro «gregari» Balduccio Di Maggio, Nino Madonia, è quello che vede coinvolti gli uomini della mafia, come il castellammarese Gino Calabrò, condannato solo per la ricettazione dell’ auto rubata usata per la strage, o l’alcamese Vincenzo Milazzo, morto ammazzato nell’ estate del ’92, che più di altri hanno avuto stretti contatti con la massoneria e quei soggetti facenti parte dell’area «oscura» dello Stato, servizi deviati e quant’ altro la storia d’ Italia ci ha nel tempo rassegnato. Riina e Calabrò sono oggi nelle patrie galere, riconosciuti uomini e assassini della cupola, mai hanno fatto un passo indietro, sono rimasti pure dietro le sbarre rispettati «mammasantissima». Milazzo fu ucciso nel luglio del 1992, qualche settimana prima della strage Borsellino: Milazzo fu ucciso assieme alla sua convivente, Antonella Bonomo, forse perchè testimoni scomodi della strategia stragista di Cosa Nostra, i pentiti parlarono dei contatti «sotto banco» che la donna in particolare avrebbe avuto con agenti dei servizi segreti.
«Pizzolungo – continuano a dire i giudici che si sono occupati di Pizzolungo mandando all’ergastolo per la strage del 2 aprile Totò Riina, Vincenzo Virga, Balduccio Di Maggio e Nino Madonia – fa parte di un elenco di fatti e attentati eclatanti che furono deliberati dalla “cupola” guidata da Totò Riina». È però una strage della quale non si ha contezza del movente.Ed è attorno a Gino Calabrò, lattoniere e capo mafia di Castellammare, l’uomo che affiancò Messina Denaro nelle stragi del ’93, e per questo sconta l’ ergastolo, che si ha la forte sensazione che si celi il «movente» sull’ attentato di Pizzolungo. Il l lattoniere di Castellammare è uno che risulta avere stretto mani importanti, massoni come quelli della Iside 2 di Trapani, non tutti andati «ancora in sonno», alcuni ancora «in sella»; e di massoni e servizi deviati nell’attentato di Pizzolungo si ha percezione della presenza.
Cosa Nostra certamente c’ entra e lo raccontano i pentiti. L’1 aprile del 1985 il capo del mandamento Vincenzo Virga incontrò Francesco Milazzo (che lo ha riferito dopo il pentimento) e Vito Parisi, uomini d’ onore di Paceco: li avvertì che per l’ indomani era meglio che a Trapani non si facessero vedere, «ci sarà un attentato» disse loro; quel giorno stesso Virga fu fermato ad un posto di blocco, la relazione di servizio è saltata fuori anni dopo, era assieme ad un imprenditore Francesco Genna, tutti e due erano all’epoca degli insospettati e degli insospettabili, nella relazione venne annotato che tra le mani avevano uno stradario della frazione di Pizzolungo.
Per Francesco Di Carlo, altro pentito, palermitano, «la mafia doveva dimostrare di essere più forte dello Stato, si era fatto un gran parlare di questo magistrato che arrivava da Trento a Trapani, divenne obiettivo per questa ragione». Giovan Battista Ferrante, altro ex «picciotto» di Palermo, ha ricordato quando qualche giorno dopo la strage fu testimone di un incontro tra il capo mandamento di San Lorenzo, Pippo Gambino, con il mazarese Calcedonio Bruno, l’ architetto affiliato alla potente cosca di Mazara: «Gambino lo accolse facendogli un gesto, del genere per chiedergli “che cosa avete fatto”, Calcedonio aprì le braccia per dire “è successo”, per quella donna e quei bimbi morti. Nino Cascio, pentito alcamese, ha detto di avere appreso dal capo cosca Vincenzo Milazzo della strage, «mi disse che se l’avesse avuto lui in mano il telecomando non lo avrebbe premuto». A premere il timer per Cascio fu Nino Melodia, altro boss di Alcamo, in carcere, condannato per altri reati.
Esecutori non più processabili, Milazzo è morto, gli altri sono stati assolti in forma definitiva dalla Cassazione quando ancora non c’erano state le confessioni dei pentiti e a conclusione di un primo troncone di processo «offuscato», quando divenne immodificabile, da una rivelazione di Giovanni Brusca che disse (durante il Borsellino ter) di sapere che il nisseno «Piddu» Madonia doveva «avvicinare» chi si occupava negli anni ’80 del processo ai killer stragisti di Pizzolungo.
Sono un centinaio le pagine della sentenza che ricostruiscono quello che è stato possibile ricostruire su quanto accadde quel giorno a Pizzolungo, si fa cenno ai «segnali» premonitori dei giorni antecedenti, le telefonate minacciose, quelle giunte anche alla base di Birgi, quando il pm Palermo vi alloggiava, con la quale gli si preannunziava la consegna di un «regalo». Quel giorno, il 2 aprile, col giudice Palermo c’ era la scorta composta da Raffaele Di Mercurio, Salvatore “Totò” La Porta e Antonino Ruggirello; Ruggirello e Di Mercurio seguivano su di una normalissima Ritmo l’ auto, una Fiat 132 blindata sulla quale sitrovava il magistrato, l’autista Rosario Maggio, l’altro agente, La Porta:per un caso fortuito Palermo sedeva nel sedile posteriore alle spalle dell’autista, dunque sul lato sinistro, la deflagrazione devastò il lato destro della vettura e spinse Palermo fuori dall’auto. Tra i detriti e i resti delle vittime.
Quegli attimi della mattina del 2 aprile 1985 furono raccontati in Tribunale dal magistrato, Carlo Palermo, e dalla sua scorta, Raffaele Di Mercurio (morto da qualche anno per una malattia cardiaca), Totò La Porta, Antonino Ruggirello. Carlo Palermo: «Giunti in località Pizzolungo nell’affiancare altra autovettura in fase di sorpasso, è avvenuta la deflagrazione. Ebbi l’impressione che provenisse dal motore. Fui sbalzato al di fuori dell’auto dal lato sinistro in quanto lo sportello si aprì perché non avevo inserito la sicura. Immediatamente mi sono reso conto che vi erano tracce di un’ altra autovettura che doveva essersi disintegrata. Quindi insieme all’autista abbiamo estratto il corpo dell’agente di tutela che si presentava quasi esanime».
Rosario Maggio: «Avvenuta l’esplosione la Fiat 132 si bloccò quasi impuntandosi, infatti il motore è finito a terra ed i copertoni si sono dilaniati. Io ho sentito una botta violenta ma non ho visto la fiamma che invece hanno visto gli uomini che erano di scorta». Raffaele Di Mercurio: «Ad un tratto proveniente dalla destra vidi un bagliore con una fiammata di colore arancione e sentii un violento boato, mi sentii come una morsa tutta intorno. Vidi alzarsi anche una massa oscura, era l’ asfalto. La Ritmo si bloccò quasi su se stessa. Trovai Ruggirello a terra davanti la Ritmo. Aveva il braccio sinistro all’altezza delle spalle, spezzato, aveva un buco alla guancia destra e sinistra, al collo destro e gli occhi ricoperti di sangue. Aveva addosso molto ferro frantumato».
«Ci guardavamo attorno – ricorda Palermo – e cercavo quell’ altra auto che avevo visto mentre la sorpassavamo. Era sparita, in alto su di una casa una macchia rossa, appena sotto per terra la scarpa di un bambino».

Antimafia Duemila – In ricordo di una strage ignorata

Fonte: Antimafia Duemila – In ricordo di una strage ignorata.

di Antonella Randazzo – 30 marzo 2010
Barbara Rizzo Asta e i suoi due bimbi gemellini di sei anni Salvatore e Giuseppe morivano il 2 aprile 1985. Non erano loro il bersaglio dell’ordigno di potenza micidiale attivato da mani mafiose. La persona che si voleva colpire si salvò miracolosamente.

Si tratta di un giovane giudice, Carlo Palermo, che quel giorno transitava con la sua vettura tra Pizzolungo e Trapani e avvicinandosi ad una curva vede esplodere l’ordigno che avrebbe dovuto ucciderlo.
La solita regia simile a quella di Capaci e di altri terribili attentati. Ma questa strage ha qualcosa di particolare: è stata pressoché ignorata o “dimenticata” dai politici, dai media e persino negli ambienti giudiziari. Un’altra particolarità è che il magistrato condannato a morte non stava affatto conducendo indagini nel Sud Italia e si trovava a Trapani soltanto da poche settimane.
Chi è Carlo Palermo? E’ un magistrato che dopo l’attentato ha perso il senso dell’olfatto e ha avuto due infarti. Già negli anni Settanta si occupava di indagini molto scottanti, che toccavano tasti che di solito si cerca di tralasciare: i legami fra mafia e massoneria nei traffici di droga, armi, e nel riciclaggio del denaro sporco.
Palermo lavorò come giudice istruttore a Trento nel periodo che va dal 1975 al 1984, e all’inizio degli anni Ottanta si occupò di un’inchiesta sui traffici di droga, sulla mafia e sulla corruzione politica. A quel punto si attivarono diverse autorità nell’intento di bloccare l’indagine, e il giudice fu trasferito a Trapani. Quaranta giorni dopo subirà l’attentato e dopo qualche mese si trasferirà a Roma. Nel 1989 lascia la magistratura e diventa deputato.
Ma Palermo porterà sempre con sé la consapevolezza della realtà che aveva scoperto e che tutti dovrebbero capire perché sta alla base del sistema attuale, creando problemi e sofferenze nel nostro paese e non soltanto.
Per capire qual è questa realtà leggiamo le parole del giudice, dette in un’intervista a Rai Educational:
“Purtroppo certe situazioni si possono spiegare solo rendendosi conto del fatto che in Italia esistono dei segreti. Nella storia di quasi tutti gli episodi criminali più micidiali della nostra storia – quelli che hanno visto la soppressione di investigatori, di magistrati e anche di politici – vi è sempre un aspetto ‘preventivo’ che non è mai stato sufficientemente approfondito, proprio perché viene eliminato colui che è il custode dei segreti. Colui che viene ucciso è portatore e custode di carte, di documenti, di conoscenze, e solo attraverso la ricostruzione di tutto quello che si nasconde dietro l’individuo è possibile risalire agli avversari che lo hanno eliminato.
Certo si può solo constatare il dato di fatto che, ad esempio, quando venne ucciso il generale Dalla Chiesa sparirono dei documenti dalla sua cassaforte. Anche nel caso della strage di Capaci sono avvenute alterazioni, successive alla morte, di agende che erano in possesso del magistrato. Lo stesso è stato per l’agenda rossa di Borsellino, sparita dal luogo dell’attentato. Vi è sempre questo strano effetto concomitante, accanto alla eliminazione di bersagli scomodi: l’occultamento e la sparizione di carte, documenti. A distanza di trent’anni continuiamo a parlare dei documenti Moro. Dopo tanto tempo la verità su questi fatti , le verità racchiuse in qualche cassaforte, non sono ancora conosciute… La mia convinzione è che vi sia una ricorrenza periodica di fatti legati alla massoneria, dalla Seconda guerra mondiale in poi, fino alla P2 ma anche oltre. Questo dimostra che la massoneria ha costituito un punto di raccordo e di incontro di soggetti eterogenei, legati prevalentemente alla destra, i quali hanno operato per acquisire il controllo della società italiana… La massoneria è tutt’altro che una cosa nazionale, bensì una rete di rapporti internazionali. La italiana ha una sua peculiarità – legata alla presenza storica della mafia – ma la massoneria è qualcosa di molto più ampio. Aspetti come il traffico di armi e di droga, il petrolio e le guerre trovano nella massoneria un canale di comunicazione ‘naturale’… Delle operazioni in cui si mescolano insieme forniture di armi, traffici di droga, fondi occulti, finanziamenti illeciti, tangenti o ‘lecite’ intermediazioni, una traccia rimane spesso in quei sacri santuari, le banche, ove tutto per necessità transita. Al di là degli specifici episodi e delle responsabilità penali, esistono alcune possibili chiavi di lettura, utili per decifrare il significato che legami presenti in quel torbido intreccio di interessi che più volte ha visto uniti mafia, terrorismo, massoneria, integralismo, poteri trasversali nazionali e internazionali.”13

Chi cerca di far ricordare la strage di Pizzolungo è la signora Margherita Asta, figlia della donna uccisa e sorella dei gemellini. Questa giovane donna chiede che si faccia luce sui mandanti della strage. Spiega il suo avvocato Giuseppe Gandolfo: “i processi hanno chiarito il ruolo avuto dalla mafia, ma non la commistione tra massoneria e politica”. Aggiunge la signora Asta: “Per la nostra drammatica vicenda sono state emesse dopo molti anni delle condanne. Ma queste non ricostruiscono appieno la verità. Non sono ‘tutta’ la verità purtroppo… Secondo me è così: massoneria, politica collusa, servizi segreti deviati… Nella strage di Pizzolungo c’è una miscela di tutto questo. Carlo Palermo, se si osserva su un piano storico la vicenda delle sue indagini su complesse vicende di criminalità, è stato sicuramente oggetto di una strategia omicida che andava oltre il puro fatto mafioso. Gran parte delle sue indagini il giudice Palermo le ha condotte nel Nord Italia, da Trento, toccando la vasta area grigia che si colloca tra la politica, la finanza e la mafia. Queste sono le ragioni che decretano la sua morte. Il giudice Palermo rimase a Trapani solo quaranta giorni. E in quei quaranta giorni tutto questo gran fastidio alla mafia non lo poteva dare, oggettivamente… La fase storica in cui avviene la strage di Pizzolungo è il momento in cui Carlo Palermo chiede di procedere contro il presidente del consiglio (all’epoca Bettino Craxi N.d.A.) e in cui contemporaneamente riceve violente intimidazioni. Forse è troppo scomodo parlare di questa strage; parlare di quello che Carlo Palermo stava facendo. Secondo me è questa la ragione della rimozione. Perché se si parlasse di quello che stava facendo Carlo Palermo secondo me si capirebbe la vera storia del nostro Paese. E si capirebbe anche quello che sta succedendo attualmente… Dietro la strage dei miei familiari, c’è un intreccio terribile di mafia, massoneria e politica che purtroppo è stato e resta esplosivo. Vogliamo parlare del Centro Scontrino di Trapani dove le logge coperte si mischiavano alla malavita? Del suo presidente, il gran maestro Giovanni Grimaudo, sotto posto a numerosi procedimenti penali? In Italia si processano solo i criminali di basso livello, delle connivenze di alto livello i giornali non parlano. Recentemente ho rivisto Carlo Palermo, e alla mia domanda se non fosse possibile fare qualcosa, riaprire le indagini, mi ha detto: ‘Sono ancora troppo potenti le persone che volevano la mia morte. Sono lì, in posizioni di enorme forza’”.14

Nel suo libro dal titolo Il Quarto livello, Palermo spiega che non si permette di indagare sul “quarto livello” ovvero sui rapporti fra politica, massoneria e mafia, che potrebbero svelare la vera natura su cui si basa il sistema attuale, e che personaggi di primo piano della vita politica, economica e finanziaria sono strettamente legati agli affari criminali della mafia e della massoneria.
Dietro la strage di Pizzolungo c’è questa realtà, ma si è voluto che essa fosse collegata soltanto alla mafia, per questo un magistrato che conduceva le sue indagini al Nord Italia è stato trasferito in Sicilia: la sua condanna a morte era stata decisa ma soltanto i mafiosi dovevano risultare responsabili.
Come in altre stragi, i mandanti coincidono con alcune autorità che ufficialmente alzano la propria voce per condannare i colpevoli.

13 Il grillo, Rai Educational, “Un giudice in prima linea”, 16 dicembre 1997.

14 Pinotti Ferruccio, Fratelli d’Italia, Bur, Milano 2007, pp. 595- 598.

Tratto da: NUOVA ENERGIA NUMERO 14 – 30 MARZO 2010

VISITA: lanuovaenergia.blogspot.com

Casa della Legalita’ e della Cultura – Onlus – Affari di scorie nucleari tra Emilia e Liguria… spuntano i Mamone

Fonte: Casa della Legalita’ e della Cultura – Onlus – Affari di scorie nucleari tra Emilia e Liguria… spuntano i Mamone.

Si aggiungono tasselli a quanto stiamo seguendo da tempo.
La notizia resa nota dal giornalista Gianni Lannes ad un convegno è inquietante e, comunque, non ci stupisce.
Al centro via sarebbe di nuovo la ECO.GE dei Mamone, famiglia della ‘ndrangheta, indicata come tale sin dal 2002 dalla DIA, che da anni denunciamo per i suoi legami, le sue entrature politiche, i suoi disastri ambientali, gli appalti pubblici ed il legame solido con il mondo delle cooperative emiliane, e che è entrata in molteplici inchieste giudiziarie, tra cui l’Operazione Pandora, false fatturazioni per costituzione di fondi neri, episodi di corruzione e smaltimenti illeciti di rifiuti pericolosi.

I mezzi della ECO.GE ha dichiaro il giornalista Lannes sono stati fotografati da lui stesso al lavoro nella centrale nucleare di Caorso, in provincia di Piacenza, per gli smaltimenti connessi allo smantellamento della più grande centrale nucleare italiana. Il giornalista ha seguito poi quei mezzi marchiati ECO.GE ed ha evidenziato che ripartivano per Genova per poi giungere a La Spezia. Fatto curioso questo, da Caorso a Genova e poi La Spezia… quando La Spezia è vicinissima a Piacenza, capire il perché di questo assurdo girovagare sui camion sarebbe utile, anche considerando che a Genova non esistono aree per lo stoccaggio di scorie radioattive.
Questo lavoro relativo allo smantellamento degli impianti ed al conseguente smaltimento delle scorie è seguito dalla SOGIM, la struttura affidataria dell’incarico dal Governo, che, quindi, a quanto si apprende, ha affidato in subappaltato l’opera alla società dei Mamone, la nota ECO.GE…
I traffici di rifiuti nucleari e non, in ed attraverso la Liguria non sono una novità.
Non lo sono rispetto al confine con la Francia e non lo sono considerando che il più grande porto turistico del mediterraneo – prima del faraonico “porticciolo” di Imperia, dove lavorava sempre la ‘ndrangheta-, quello di Lavagna, è in mano ad un noto personaggio il cui nome ricorre in atti relativi a fatti inquietanti di traffici internazionali di rifiuti, tra Servizi ed ‘ndrangheta, ovvero Jack Roc Mazreku. Il nome di Mazreku lo si è trovato in molteplici filoni delle inchieste sulle navi dei veleni, lungo le rotte delle scorie e di armi, a partire da quelli per via delle navi dei Messina con, su tutte, la Jolly Rosso, per arrivare ai porti dell’Africa, dove la Comerio company era di casa, in mezzo agli “aiuti umanitari” del nostro Paese. Ora costui è a Lavagna, dove controlla quel porto mai collaudato con una diga dove il “sapore” dei veleni sembra celarsi alle terre di riempimento per l’ampliamento effettuato violando le prescrizioni più elementari… mentre i pescatori parlano di decine e decine di imbarcazioni affondate al largo di Lavagna, direzione Corsica.

Rifiuti ed armi, scorie e morte sono rotte che dalla Liguria sono sempre partite e dove le diverse province hanno giocato ruoli determinanti per gli smaltimenti illeciti di rifiuti tossici. Province dove sono accertati i “locali” della ‘ndrangheta, da Ventimiglia a Savona, da Genova a Lavagna…

Un capitolo mai pienamente chiuso è quello, ad esempio, della Rifiuti Connection dei primi anni Novanta, che vedeva noti “imprenditori” al fianco di pericolosi soggetti legati alla ‘ndrangheta, come i Fazzari – Gullace. Una cava nella ridente località turistica di Borghetto Santo Spirito, nel savonese, venne scoperta con oltre 12 mila fusti tossici. Altri 40 mila fusti vennero indicati, agli inquirenti, occultati nel levante genovese, nell’altra ridente terra di turismo e massoneria, il Tigullio, non sono mai stati cercati e potrebbero essere sepolti in quella che è divenuta una bomba ecologica innescata ed ancora inesplosa, tra le gallerie dell’immane ex Miniera di Libiola, sulle alture di Sestri Levante.

A La Spezia è tenuto in sordina e ignorato uno dei processi cardine dei traffici illeciti, quello che fa riferimento alla discarica di Pitelli, dove erano coinvolti uomini di primo piano della sinistra e dove la prescrizione per i reati principali è giunta salvifica praticamente per tutti… e dove i politici sono riusciti ad uscire di scena in fretta. Prima era un ostacolo dopo l’altro che veniva posto sulla strada dell’inchiesta coordinata dal pm Franz e poi, quando questi abbandonò il Palazzo di Giustizia spezzino, tutto cadde nel silenzio.
Ed è qui a La Spezia, dove si stava recando il capitano De Grazia prima di morire, che vi è un impatto devastante, da un lato, quella intorno alla discarica dei veleni di Pitelli dove i tumori infantili sono un record (negativo) nazionale, mentre dall’altro, quello del Porto, con l’Arsenale militare, vi è un’incidenza devastante di malattie autoimmunizzanti come la sclerosi multipla.

E’ a La Spezia che operava il boss Iamonte per riempire le navi da affondare… è qui che è pesante ed accertata, ancora una volta, la presenza di Cosa Nostra proprio nel settore portuale… e sempre da qui passava la rotta dei rifiuti derivanti dalle bonifiche di Seveso, che paiono ancora stoccate tra capannoni nella zona di Garlasco ed in alcuni lungo le banchine di La Spezia. E’ qui che vennero provati i missili “penetretor” della banda di Comerio per sparare nei fondali marini le scorie tossiche. E’ qui che recentemente un Gabriele Volpi, campione dello sport, anche lui con notevoli affari e traffici lungo le rotte con l’Africa, ed al centro di molteplici inchieste giudiziarie, ha avuto qualche banchina in concessione proprio in questo porto dell’estremo levante ligure.

Un panorama devastante dove le società di famiglie di mafia da quelle dei Fazzari-Gullace, su tutti la Sa.Mo.Ter. a quelle dei Fotia con la Scavo-Ter – entrambe già in rapporto con le società Mamone -, vedono assecondare le loro iniziative per adibire le cave a “discarica” da parte della dirigenza del settore ambiente della Regione Liguria, sempre il settore cave, sempre quella dott.ssa Minervini che era già stata indicata dalla Guardia di Finanza alla Procura di Genova tra i soggetti che, sulla partita dell’ex stabilimento “killer” della Stoppani, hanno operato per agevolare i Mamone, amici, ad esempio, del potente presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando. Fatti le cui responsabilità delle Pubbliche Amministrazioni sono pesanti e che vedono reggere il ruolo di assessore all’ambiente della Regione Liguria quell’uomo che pare un perenne distratto, ovvero Franco Zunino, già responsabile del procedimento – nella veste di funzionario comunale di Celle Ligure – relativo all’appalto irregolare alla società Co.For. dei fratelli Guarnaccia (colpiti da arresto e sequestro, da parte della DDA di Reggio Calabria, dei beni in quanto esponenti della ‘ndrangheta impegnata nell’infiltrazione negli appalti pubblici, con l’operazione Arca).

Questa è la Liguria che ora, grazie anche alla linea del Governo Berlusconi, su impulso del “sovrano” imperiese e ministro della Repubblica, Claudio Scajola, sempre in tandem con Claudio Burlando, punta sul business del nucleare, pronta, sul nastro di partenza, per divorare la sua buona fetta di affari.

ComeDonChisciotte – I PIANI MILITARI DEGLI STATI UNITI IN AMERICA LATINA

Fonte: ComeDonChisciotte – I PIANI MILITARI DEGLI STATI UNITI IN AMERICA LATINA.

DI DECIO MACHADO
Diagonal

La strategia degli USA in America Latina incontra nella Colombia un forte alleato. Le sette nuove basi assicurano all’esercito statunitense una totale operatività militare nella regione.

Lo scorso 18 agosto, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti inviava un rapporto informativo al gruppo di cancellieri della UNASUR (Unione delle Nazioni Sudamericane): “Il 14 agosto 2009, i governi di Stati Uniti e Colombia sono arrivati ad un ‘intesa provvisoria sul referendum sull’Accordo di Cooperazione in Materia di Difesa (DCA). L’accordo ora dovrà essere revisionato per la firma definitiva”.

Questo episodio ha risvegliato in tutta l’America Latina molte voci critiche provenienti tanto dagli organi istituzionali quanto dalla società civile e dal suo tessuto sociale. Questa questione ha implicato che si organizzasse alla fine di agosto il Vertice Straordinario dei Capi di Stato della UNASUR nella turistica città di Bariloche (Argentina) , così come il successivo Vertice dei Cancellieri e dei Ministri della Difesa a Quito a metà di Settembre. In entrambi gli appuntamenti, il governo colombiano si trovò solo dinanzi al resto dei paesi membri, difendendo una posizione di segretezza e di mancanza di compromesso per assumere le misure di fiducia che vengono richieste dal resto degli Stati membri della UNASUR, presieduta in questo momento temporaneamente dal presidente ecuadoriano Rafael Correa.

Nella foto: Obama col presidente colombiano Uribe.

Nuova dottrina militare

Secondo il rapporto “Un continente sotto minaccia”, emesso in agosto dall’Osservatorio Latinoamericano di Geopolitica, la politica militare statunitense ha preparato “scenari tra coalizioni relativamente simili o equilibrate a guerre assimetriche in due modi: a) guerre tra Stati con enormi differenze di potenzialità bellica, di mobilità e gestione di un insieme di meccanismi di pressione economica e politica; b) guerre contro non Stati, con regole di gioco incerte che non sono circoscritte a quelle stabilite dai codici internazionali e senza restrizioni equivalenti a quelle degli Stati”.

Un funzionario della Difesa brasiliano, il comandante di fregata Nelson Morantes, accomunato da una visione simile indica: “ La logica militare statunitense sviluppata dopo l’11-S solleva la possibilità del conflitto bellico da parte degli USA con i cosiddetti ‘Stati Falliti’. Il nostro esempio nel continente sarebbe Haiti, anche se gli statunitensi considerano di più il Venezuela e la Bolivia e incluso l’Ecuador; così come la possibilità di conflitti con organizzazioni tipo Al Qaeda, che nel nostro continente si tradurrebbero in organizzazioni popolari, ecologiste o indigene. Per fare una correlazione, quelle di Al Qaeda in Afganistan sarebbero le organizzazioni Mapuche del sud del Cile.”

In contrapposizione ai rischi indicati, la politica militare degli USA per l’America Latina contempla quattro modelli di posizionamento militare differenziati nel continente. Per primo ci sono le basi grandi, modello Guantanamo, con installazioni militari complete, equipaggiamento e un corpo di militari effettivi accompagnati da nuclei familiari permanenti.

Il secondo modello sono le basi di formato medio, modello Soto Cano (Palmerola) in Honduras, con installazioni che permettono missioni lunghe, ma con personale che si rinnova ogni sei mesi.

Il terzo sono le basi piccole, quelle chiamate FOL (Foreign Operating Locations), ribattezzate politicamente come Cooperative Security Locations (CLS). Si tratta di basi come Manta, Curacao o Comolapa, con molto poco personale ma con molto sviluppo in materia di comunicazioni, tanto per monitorare come per garantire le connessioni e l’invio di informazioni ai centri di raccolta e trasformazione che esistono nel territorio statunitense (Network, Centric Warfare). Sono basi di risposta rapida e strutturazione regionale soprattutto diretta alle basi più piccole.

E, per ultimo, le basi piccole: postazioni che consentono l’appoggio ed il decollo rapidi come dei “salti di rana” – spostandosi per approvvigionarsi ed avere maggiore raggio di azione – permettendo che con una sequenza ben programmata da queste basi si possa controllare un’area molto ampia, snodo per operazioni di rapida risposta con costi inferiori rispetto alle precedenti. Un esempio sarebbe la base Iquitos nel Perù.

Secondo gli analisti Ana Esther Cecena e Rodrigo Yedra, “ il cambio nelle caratteristiche delle basi in America Latina inizia nel 1999 con l’installazione delle tre FOL (Manta, Curacao e Comalapa) che sostituiscono la base di Howard a Panama”. E proseguono: “Non si tratta di basi USA, ma di basi dei paesi in questione in cui si approva l’uso delle installazioni per il personale statunitense.

Ma, al di sopra della figura giuridica con cui si legalizza l’occupazione, sono basi amministrate da personale locale, che non sa quello che succede dentro e nemmeno le operazioni effettuate dal personale situato nelle basi dei territori circostanti.”

In questo senso, lo stesso Presidente Correa avvertì pubblicamente in varie occasioni rispetto alla possibilità che qualche aereo statunitense che operava dal FOL di Manta facesse parte della operazione di attacco ad Angostura, il 1 marzo dell’anno scorso, in cui morì l’allora numero due delle FARC, Raul Reyes, il tutto sotto la totale ed assoluta inconsapevolezza delle autorità locali ecuadoriane.

Basi in Colombia

Secondo la nota informativa emessa dagli USA, l’Acuerdo de Cooperacion en Materia de Defensa (l’ Accordo di Cooperazione in Materia di Difesa ) approfondirà la cooperazione bilaterale in materia di sicurezza sui temi di produzione e traffico di droghe illegali, terrorismo, contrabbando di ogni tipologia, disastri umanitari e naturali.

Comunque, secondo fonti del coordinatore della Sicurezza Interna ed Esterna dell’Ecuador, questo è una mancanza: “ Basi con le caratteristiche richieste che si vogliono organizzare in Colombia mancano di efficacia per gli obiettivi indicati. Prima che l’Ecuador recuperasse la sovranità sulla base di Manta, fatto accaduto il mese passato, negli ultimi cinque anni di controllo statunitense si produsse un incremento del traffico di droghe nel Pacifico, nonostante la vigilanza che giornalmente si realizzava”.

L’analista e professore universitario argentino Gilberto Bermudez spiega a DIAGONAL: “ Le navi, aeromobili ed equipaggi superano lungamente le vere necessità di controllo a gruppi illegali armati e narcotrafficanti. Riguardo gli obiettivi reali di queste basi ci sono varie interpretazioni. La mia è che, nonostante il presidente Uribe lo neghi, esistono velate intenzioni ad organizzarsi in basi per un controllo extraterritoriale.”

“Il problema reale è Palanquero, madre della basi colombiane, visto che attualmente è il centro operativo delle Forze Armate colombiane e diventerà fondamentale per il controllo statunitense in Sudamerica”, indica a questo giornale Armando Acosta, membro del Polo Democratico Alternativo e militante dei movimenti per la pace in Colombia.

Secondo Acosta: ”Palanquero ha una pista di più di tre chilometri di lunghezza, dalla quale possono decollare tre aerei da combattimento insieme ogni due minuti, ha un’infrastruttura con centinaia di hangar e aerei e può alloggiare 2.000 militari effettivi.”

Per gli esperti militari dei 12 paesi che compongono la UNASUR (Unione delle Nazioni Sudamericane), eccetto la Colombia, Palanquero è una “base adatta alle spedizioni, ha la capacità di contenere C-17, aerei di trasporto, e per il 2025 si prevede che questa base avrà la capacità di mobilitare 175.000 militari con i loro equipaggiamenti in sole 72 ore”. Come dire, una base per mobilitare interi eserciti in qualsiasi punto del continente. Secondo Emilio Lopetegui, militante sociale cileno affiliato alla rete antimilitarista del continente, la situazione è la seguente: “Assistiamo ad una escalation del dispendio militare nella regione. Il Brasile ha comprato nel 2007 e nel 2008 un numero importante di aerei da caccia, barche ed elicotteri, la sua stima di spesa militare quest’anno è di 24.000 milioni di dollari, approssimativamente 1,47% del suo PIL. In questo momento i brasiliani stanno sviluppando un importante programma militare con i francesi. Il programma include la fabbricazione di un sottomarino a propulsione nucleare e quattro convenzionali. Allo stesso modo, gli altri paesi della zona, incrementano la spesa militare. La Colombia è quattro o cinque volte più piccola del Brasile, ma presenta una stima di spesa quest’anno di 10.000 milioni di dollari, il 2,82% del suo PIL, ineguagliabile da nessun paese latinoamericano”. Il professor Bermudez spiega: “La Colombia è un Israele nel nostro continente. Con le sette nuove basi, più gli operativi già esistenti attualmente da parte delle forze militari nordamericane in questo territorio, stiamo parlando del fatto che da qua a pochi anni la Colombia potrà avere una capacità operativa simile o anche maggiore a quella di Israele nel Medio Oriente.”

Le basi dell’accordo

L’accordo militare tra USA e Colombia assicura nello specifico l’accesso continuo degli Stati Uniti alle installazioni colombiane: tre basi della Forza Aerea (Palanquero, Apiay e Malambo), due basi navali (Cartagena e Malaga) e due installazioni dell’esercito (Tolemaica e Larandia). Allo stesso tempo, l’accordo contempla l’utilizzazione delle altre installazioni militari colombiane previo comune accordo.

Escalation militare nella regione

Secondo il rapporto Military Balance 2009 dell’Istituto Internazionale di Studi Strategici di Londra, la spesa totale per la difesa dell’America Latina è aumentata del 91% negli ultimi cinque anni. Tutte le previsioni indicano che il 2009 verrà chiuso con una spesa decisamente maggiore. Uno dei paesi con spese maggiori è il Brasile. Il gigante latinoamericano mantiene una linea geopolitica orientata a consolidare la sua posizione di prima potenza regionale. Questo, unito alla sua volontà di formare parte dei membri del Consiglio di Sicurezza della ONU, così come il suo ruolo di protagonista nella missione dei Caschi Blu nell’isola di Haiti, spiegano questo incremento della spesa militare. Un altro paese con un enorme potenziale militare è il Cile. Recentemente, la presidente Michelle Bachelet ha inviato un progetto al Congresso per modificare la Ley Reservada del Cobre* che destina il 10% delle entrate dalla vendita della spesa alle Forze Armate, che ha permesso negli anni una forte inversione tecnologica ed un rinnovamento permanente dell’armamento. Il Cile ha confermato quest’anno l’acquisto di aerei antisottomarini e di otto elicotteri di fabbricazione francese, inoltre la acquisizione di 18 aerei F-16 dall’Olanda, per un valore di 270 milioni di dollari. Allo stesso modo, il presidente del Venezuela, Hugo Chavez, ha annunciato l’acquisto di carrarmati russi per contrastare la presenza statunitense in Colombia. Tra il 2007 ed il 2008, il Venezuela ha comprato armi del valore di 1.531 milioni di dollari dalla Russia.

51.000 MILIONI DI DOLLARI IN ARMI

Nel 1994, L’America Latina ha speso 17.600 milioni di dollari. Nel 2003, la cifra era salita a 21.800 milioni di dollari, in corrispondenza delle tensioni provocate dall’11-S. Secondo il rapporto pubblicato dal centro di studi argentino Nueva Mayoria, questa cifra si è innalzata nel 2008 a 51.100 milioni di dollari.

IL CILE GUIDA LA SPESA PRO CAPITE

Il Cile guida la spesa militare per abitante, che è salita a 290 dollari pro capite nel 2008, mentre la Colombia ne ha spesi 115, l’Ecuador 89 e il Brasile 80. I militari cileni si finanziano con una tassa del 10% sopra le vendite lorde dell’ente statale Corporacion del Cobre, stabilita dalla dittatura militare (1972-1990) denominata Ley Reservada del Cobre.

IL RACKET LATINOAMERICANO IN SPESE MILITARI

Il Brasile ha speso l’anno scorso 27.540 milioni di dollari in spese militari (55%), seguito dalla Colombia con 6.746 milioni (14%) e il Cile, con 5.395 milioni (6,5%). Il Venezuela, d’altro canto, è il quarto paese sudamericano nelle spese militari e il secondo in acquisizione, con 5.000 milioni di dollari spesi in acquisti nell’ultimo anno, costituiti da aerei da caccia Sukhoi, di origine russa, elicotteri, sistemi di difesa aerea e fucili di assalto.

* (la legge 13.196 per cui il 10% delle entrate dovute alla vendita di rame sono destinate all’acquisto di nuovi armamenti per le forze armate).

Titolo originale: ” Los planes militares de Estados Unidos en Latinoamérica “

Fonte: http://www.diagonalperiodico.net
Link
22.10.2009

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di MATHILDA

ComeDonChisciotte – IL COMMERCIO DELLE CLUSTER BOMBS E’ FINANZIATO DALLE PIU’ GRANDI BANCHE MONDIALI

ComeDonChisciotte – IL COMMERCIO DELLE CLUSTER BOMBS E’ FINANZIATO DALLE PIU’ GRANDI BANCHE MONDIALI.

DI NICK MATHIASON
guardian.co.uk/

Il commercio mortale delle bombe a grappolo è finanziato dalle più grandi banche mondiali che hanno prestato o concordato il finanziamento per un valore di 20 miliardi di dollari (12.5 miliardi di sterline [12.6 miliardi di euro, ndt]) ad imprese che producono le controverse armi, nonostante i crescenti sforzi internazionali per bandirle.

La HSBC [uno dei più grandi istituti di credito del mondo con sede a Londra,ndt], guidata dal prete ordinato Anglicano Stephen Green, ha fatto profitti più di ogni altro istituto con compagnie che producono bombe a grappolo. La banca britannica, con sede nell’importante distretto finanziario londinese Canary Wharf, ha guadagnato un totale di 657.3 milioni di sterline in parcelle stipulando obbligazioni e offerte di titoli per la Textron, che realizza munizioni a grappolo descritte dall’azienda statunitense come “quelle che lasciano un campo di battaglia pulito”.

Gli attivisti affermano che le armi mortali possono esplodere anni dopo i combattimenti, uccidendo o mutilando gente innocente.

La HSBC oggi dovrà vedersela con proteste davanti la sua sede centrale a Londra [29 ottobre 2009, ndt]. La Goldman Sanchs, la Bank of America, la JP Morgan e la banca con sede in Gran Bretagna Barclays sono state menzionate fra le peggiori banche in un dettagliato rapporto di 126 pagine realizzato dai gruppi di attivisti olandese e belga IKV Pax Christi e Netwerk Vlaanderen.

La Goldman Sachs, la banca statunitense che ha fatto 3.19 miliardi di sterline di profitti in appena tre mesi, ha guadanato 588.82 milioni di dollari per servizi bancari e ha prestato 250 milioni di dollari alla Alliant Techsystems e alla Textron.

Delle banche menzionate solo la Barclays era disposta a replicare. Questa ha detto: “Il gruppo Barclays fornisce servizi finanziari al settore della difesa all’interno di una specifica e circoscritta linea di condotta. E’ nostra politica non finanziare il commercio in armi nucleari, chimiche, biologiche o altre armi di distruzione di massa.

“La nostra politica proibisce esplicitamente anche di finanziare il commercio di mine terestri, bombe a grappolo o qualunque altro armamento designato per essere usato come uno strumento di tortura.” Un portavoce ha aggiunto che la Barclays ha stanziato soldi per la Textron, che realizza bombe a grappolo, ma che l’azienda statunitense era un produttore di armi diversificate fra loro.

Lo scorso dicembre 90 nazioni, inclusa la Gran Bretagna, si sono impegnate a mettere al bando le bombe a grappolo entro il prossimo anno. Ma gli Stati Uniti non erano una di quelle. Fino ad ora 23 nazioni hanno ratificato la convezione. La Gran Bretagna deve ancora farlo, ma il ministero degli esteri ha confermato che farebbe parte del programma legislativo del governo prima delle prossime elezioni.

Un portavoce del ministero degli esteri ha detto che è stato disposto ordine del più stretto controllo sull’esportazione di bombe a grappolo, il quale si estende alle banche che forniscono soldi ai produttori. Il governo era consapevole che l’ordine di controllo non stava funzionando e “sta lavorando su questo”.

Esther Vandenbroucke, della Netwerk Vlaanderen e uno degli autori del rapporto, ha detto: “La responsabilità di bandire le munizioni a grappolo è un responsabilità comune. Richiede coraggio, e richiede uno sforzo. Siamo a distanza di pochi mesi dall’entrata in vigore di un trattato internazionale ed è tempo che gli stati firmatari della Convenzione sulle Munizioni a Grappolo agiscano nei confronti degli stati non firmatari e delle istituzioni finanziarie.”

Lo scorso dicembre, il fondo pensionistico del governo della Nuova Zelanda ha venduto azioni della Lockheed Martin a causa del suo legame con la costruzione delle bombe a grappolo. Simili azioni sono state intraprese dai governi irlandese e olandese.

Milioni di persone saranno in pericolo a causa di fino a dieci milioni di bombe a grappolo che non sono ancora esplose, cosa che è causa di un danno economico e sociale alle collettività in più di 20 nazioni nelle prossime decadi, hanno avvertito gli attivisti. La grande maggioranza di perdite di vite umane a causa delle bombe a grappolo avvengono mentre le vittime stanno portando avanti le loro vite quotidiane.

Lunedi, ad un libanese di 20 ani gli è stata amputata la gamba dopo che una bomba a grappolo è esplosa ad Houla un villaggio del sud del Libano. Una fonte del servizio di sicurezza ha detto che stava raccogliendo legna nel suo villaggio di confine quando è avvenuta l’esplosione.

L’esercito Israeliano ha fatto un uso intensivo delle bombe a grappolo durante la guerra nel sud del Libano tre anni fa. Le bombe a grappolo sono state usate più recentemente sia dai georgiani che dai russi nella controversia sull’Ossezia del Sud. Sono state usate anche nelle invasioni dell’Iraq e dell’Afghanistan.

Nick Mathiason
Fonte: http://www.guardian.co.uk/
Link: http://www.guardian.co.uk/business/2009/oct/29/banks-fund-cluster-bomb-trade
29.11.2009

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ANGELO