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Antimafia Duemila – Quella strage di via d’Amelio, madre di tutti i depistaggi

Antimafia Duemila – Quella strage di via d’Amelio, madre di tutti i depistaggi.

di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza – 9 giugno 2010
La scoperta ha lasciato letteralmente di stucco i pm di Caltanissetta quando, negli uffici dell’Aisi, hanno potuto finalmente sfogliare gli album fotografici e gli elenchi degli agenti segreti che tra gli anni Ottanta e Novanta hanno agito in Sicilia sotto copertura. Tra gli 007 regolarmente stipendiati dal Sisde c’era anche lui: Arnaldo La Barbera. L’ex capo della Squadra Mobile e poi questore di Palermo, il poliziotto che il 26 maggio dell’89 arrestò in una villa di San Nicola l’Arena il pentito Totuccio Contorno, tornato clandestinamente in Sicilia, l’ex responsabile della sicurezza personale di Giovanni Falcone dal fallito attentato dell’Addaura in poi, il superpoliziotto dell’antimafia che con un decreto ad hoc fu nominato al vertice della squadra investigativa “Falcone-Borsellino” per seguire esclusivamente le indagini sulle stragi di Capaci e via D’Amelio. Il carismatico “Arnold” più volte fu indicato come bersaglio delle cosche mafiose, proprio lui, era un agente segreto sotto copertura che, con il nome in codice di “Catullo”, tra l’86 e l’87, subito prima di sbarcare a Palermo, figurava sul libro paga del Sisde, da cui veniva regolarmente stipendiato con un “gettone” mensile di circa un milione di lire. Il fascicolo di “Catullo” è saltato fuori a sorpresa dalle indagini svolte dai pm di Caltanissetta nell’ambito dell’inchiesta sul depistaggio di via D’Amelio, la falsa pista confezionata tra il ‘92 e il ‘94 attorno al balordo della Guadagna
Vincenzo Scarantino. Per il depistaggio, che oggi costringe gli inquirenti a riscrivere da capo la dinamica del delitto Borsellino, i pm hanno iscritto nel registro degli indagati i nomi di tre funzionari di Polizia che all’epoca erano stretti collaboratori di La Barbera, nel gruppo “Falcone-Borsellino”: Vincenzo Ricciardi, oggi questore di Novara, Salvatore La Barbera, oggi funzionario della Criminalpol, e Mario Bo, dirigente della Ps nel Friuli. I tre sono indagati per concorso in calunnia, per aver cioè consegnato alla magistratura una ricostruzione della strage che oggi si rivela clamorosamente falsa. Sono sospettati di aver indotto, con metodi che i pm definiscono genericamente “forti”, l’artigiano Scarantino, il suo complice Salvatore Candura e il suo vicino di cella Francesco Andriotta a fingersi pentiti rendendo dichiarazioni fasulle. Quanto furono “forti” quei metodi? Si trattò di persuasione, di violenze psicologiche, di torture fisiche? I pm di Caltanissetta oggi concordano nel ritenere che i tre poliziotti sospettati del depistaggio agirono in base alle direttive di Arnaldo La Barbera, l’unico vero “dominus” delle indagini di via D’Amelio. Soprattutto nella prima fase, quando con la sua competenza nel campo della lotta alla mafia condusse letteralmente l’inchiesta, mentre i pm scontavano una fragile esperienza sulla mafia di Palermo, visto che il Csm aveva deciso di spedire nella procura nissena magistrati “non palermitani”, affinché non fossero emotiva-mente coinvolti nella scomparsa del collega Borsellino. Oggi a Caltanissetta gli inquirenti si muovono con la massima cautela. Si rendono conto che è facile addossare ogni responsabilità dell’ideazione del depistaggio ad un uomo che non può più difendersi, col rischio di offuscare la memoria di un valido investigatore. Ma il fascicolo su “Catullo” non può non riaprire nuovi interrogativi. Perché un dirigente della Polizia, che ha il compito istituzionale di indagare sulla criminalità organizzata, viene arruolato dal Sisde? Con quali obiettivi? La Barbera mantiene ancora rapporti con il servizio segreto civile nell’estate dell’89, quando una borsa con 58 candelotti di dinamite indirizzati a Falcone viene ritrovata sulla scogliera dell’Addaura? E qual è il suo ruolo nelle indagini sull’uccisione di Nino Agostino e di Emanuele Piazza, ritenuti due “collaboratori” del Sisde a caccia di latitanti? I pm di Palermo hanno iniziato a rileggere le mosse del superpoliziotto proprio nell’inchiesta sulla morte dell’agente Agostino, ucciso il 5 agosto del 1989, poche settimane dopo il fallito attentato all’Addaura e l’arresto del pentito Contorno a Palermo. La stessa sera dell’omicidio, la polizia effettuò la perquisizione in casa Agostino, su mandato di La Barbera che era titolare delle indagini in assenza del capo della sezione omicidi (carica in quel momento vacante). La perquisizione fu poi descritta in un verbale che porta la data dell’11 agosto. Ufficialmente, quella sera furono ritrovati alcuni appunti dell’ucciso che indirizzavano le indagini sulla pista passionale. Ma era, anche quello, un depistaggio. Lo dice senza mezzi termini Vincenzo Agostino, padre dell’agente assassinato, che da ventun anni denuncia la scomparsa di altri appunti del figlio, “quelli autentici”, mai più ritrovati. “La chiave di tutto il mistero – dice oggi Agostino – è in quei fogli. Mi dispiace che La Barbera è morto. Lui la sapeva la verità. E me la doveva dire”. In un’intervista a Radio Cento Passi, l’anziano padre ha raccontato un incontro inedito con l’investigatore nel ’91 poche ore prima di partecipare alla trasmissione tv Samarcanda. “Quella sera – ha detto – La Barbera – mi trattenne un’ora alla Squadra mobile, minacciando di arrestarmi. Voleva sapere quello che io dovevo dire in televisione, voleva sapere se avevo appunti che avrebbero potuto danneggiarlo. La Barbera oggi non c’è più, ma ci sono altre persone che sanno la verità. Chi sa, parli”.

Tratto da:
Il Fatto Quotidiano

La Polizia pronta a cacciare Genchi. Ma la sospensione e’ illegittima

Secondo me dietro a questa storia c’è chiaramente la P2…

Fonte: La Polizia pronta a cacciare Genchi. Ma la sospensione e’ illegittima.

Nell’Italia de “la legge è uguale per tutti “ ci sono i poliziotti condannati per le violenze alla Diaz. E c’è Gioacchino Genchi.

I primi a collezionare consensi e promozioni a dispetto delle manganellate, dei calci, delle torture inflitte a inermi manifestanti del G8 di Genova. Il secondo a accumulare sospensioni dalla Polizia nonostate i 25 anni di onorato servizio, il prezioso lavoro svolto insieme a Giovanni Falcone, le indagini sulle stragi del ’92 e la collaborazione alle inchieste più delicate sui rapporti tra mafia, politica e istituzioni. Nonostante. O forse proprio per tutto questo.

Lo scorso 22 marzo, mentre il Pdl subissava di insulti la Polizia di Stato di Roma che aveva smentito il dato sul milione di sostenitori del partito berlusconiano in Piazza San Giovanni, Genchi si vedeva recapitare la terza di quelle sospensioni. Forse l’ultima, perché se il Tar non dovesse accogliere i suoi ricorsi, la destituzione sarebbe automatica.

Nell’occasione le solite voci maligne avevano ipotizzato che quella decisione fosse in fondo “la cosa migliore” per non sollevare un altro vespaio con la riammissione in servizio del vicequestore, attesa per il giorno successivo. Il 23 marzo, a quasi due mesi di distanza dai fatti contestati.
Ma a leggere oggi il provvedimento firmato dal funzionario istruttore del procedimento disciplinare, Mario Caggegi, il sospetto si infittisce.
Non solo per le accuse mosse contro Genchi, che si sarebbe macchiato della grave colpa di aver espresso le proprie opinioni nel corso di ben due convegni: uno a Cervignano del Friuli, il secondo a Vasto, al Congresso Nazionale dell’Idv.
Ma, dato ancor più preoccupante, perché il provvedimento stesso, sulla base del quale il capo della Polizia Antonio Manganelli si dichiara pronto a dare il ben servito a Gioacchino Genchi, sarebbe illegittimo. O almeno non applicabile al caso in questione.

Il problema, squisitamente giuridico, ruota attorno ad un articolo (il 92 del D.P.R. n. 3/57) intitolato “sospensione cautelare facoltativa” e destinato agli impiegati civili dello Stato “in servizio”. La norma infatti ha lo scopo di prevenire danni alla pubblica amministrazione da parte di soggetti che hanno commesso illeciti e che, rimanendo al loro posto, continuerebbero a commetterli. Per cui è necessario fermarli.
Niente a che vedere con Genchi, che al momento della notifica del provvedimento non si trovava affatto in servizio, perché già sospeso dal 23 marzo 2009 con un’altra “infamante accusa”: aver risposto su Facebook alle critiche di un giornalista di Panorama che gli dava del “bugiardo”.

E anche volendo, per assurdo, accettare l’applicazione di quella norma non può sfuggire che la stessa non prevede punizioni per la libera manifestazione del proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione, garantiti dall’art. 21 della Costituzione. Quindi la partecipazione del vicequestore ai due convegni non sarebbe comunque da considerare illegittima.

Morale della favola: i presupposti per sospendere non ci sono ma la Polizia lo fa lo stesso.
E sarà un caso che ad anticipare la decisione siano le dichiarazioni del senatore Maurizio Gasparri (“Se il capo della Polizia si avvalesse ancora di un personaggio del genere, la cosa sarebbe sconcertante e non priva di conseguenze…”) seguito a ruota da Il Velino e Panorama. Che manifestando straordinarie doti profetiche già il 12 febbraio si chiedevano se le esternazioni di Genchi al congresso dell’Idv potrebbero “costare care” al vicequestore. Sottolineando: “Un’altra sanzione parrebbe inevitabile. Solo che alla terza sospensione dalla Polizia si viene destituiti. Per sempre”.

Tutto come un anno fa, quando la prima delle sospensioni era stata annunciata dallo stesso Gasparri che si interrogava sul perché “il capo della polizia e direttore del dipartimento per la pubblica sicurezza, prefetto Manganelli” non avesse ancora pensato a frenare l’operato di Gioacchino Genchi (23 marzo 2009). Mentre il Presidente del Consiglio lo aveva definito “il più grande scandalo della storia della Repubblica”.
Curiosa combinazione: le dichiarazioni arrivavano a pochi giorni dal decreto di sequestro emesso dai magistrati di Salerno nell’ambito di indagini alle quali Genchi aveva partecipato. E che avevano riguardato diversi esponenti del Pdl, tra cui i parlamentari Giancarlo Pittelli e Giuseppe Galati e l’ex presidente della Regione Calabria Giuseppe Chiaravalloti.
Solo l’ultima, in realtà, di una serie di indagini condotte con procure diverse e che avevano additato le responsabilità di esponenti del centrodestra: dal senatore Dell’Utri al senatore Cuffaro, dal defunto Gaspare Giudice agli onorevoli Mastella, Castiglione, Borzacchelli, Piccione, Lo Giudice.
Anche lo stesso Berlusconi era emerso diverse volte nelle consulenze di Gioacchino Genchi: nel processo Dell’Utri in merito alle origini del partito di Forza Italia e ai collegamenti mafiosi con i fondatori del movimento Sicilia Libera; nel corso delle indagini sulle stragi del ’92; nel processo Mills. Mentre Gasparri sarebbe forse finito nel calderone se le indagini di Luigi de Magistris non fossero state bruscamente interrotte dalla revoca “immotivata” del procedimento Poseidone. Per la quale i vertici della procura di Catanzaro sono indagati insieme ai soliti Pittelli e Galati.
Anche qui, guarda caso, il consulente del pm era proprio Gioacchino Genchi, che sul senatore Gasparri ha specificato: “Per ragioni di riservo investigativo non posso palesare quanto era emerso dalle indagini del Pubblico Ministero”.

Coincidenze? Chi può dirlo.
Certo è che le accuse mosse dai vertici della Polizia al vicequestore fanno un po’ sorridere.
“Ha arrecato un grave danno all’immagine della Polizia”, si legge nel documento, e ha screditato “il Capo del Governo in carica” con “un comportamento eticamente scorretto e non ammissibile per un Funzionario dello Stato”. A seguire le prove:
Genchi avrebbe definito una “pantomima” il rinvenimento di una microspia nello studio privato di Berlusconi nel 1996;
avrebbe osato evidenziare una coincidenza temporale tra la famosa aggressione subita a Milano dal premier e lo scontro interno al Pdl con le prese di posizione di Gianfranco Fini oltre alle gravi carenze del servizio di scorta del Presidente e la prognosi un tantino esagerata per le lesioni riportate;
avrebbe “cercato di sminuire l’importanza delle operazioni di Polizia che hanno portato all’arresto dei latitanti Gianni Nicchi e Gaetano Fidanzati, facendole apparire come una messinscena per oscurare il ‘No Berlusconi day’ e le dichiarazioni di Spatuzza;
in riferimento all’attività investigativa sulla strage di Capaci avrebbe parlato di “blocco delle indagini da parte di Arnaldo La Barbera”.
Pazienza se il primo ad attaccare Berlusconi sul rinvenimento della fantomatica cimice era stato l’on. Roberto Maroni, all’epoca leader della Lega, che sull’accaduto aveva commentato: “Secondo me la microspia nello studio di Berlusconi è stata messa o da Berlusconi stesso o da qualcuno dei suoi per fargli fare la figura della vittima” (vedi Ansa 11 ottobre ’96);
pazienza se le carenze nel servizio di scorta sono state assodate in diverse sedi;
pazienza se il medico della Procura di Milano ha ridimensionato la prognosi di “almeno 90 giorni” prognosticata dal medico personale del premier a “20, massimo 40 giorni”;
e pazienza ancora se le dichiarazioni su La Barbera erano più che note, visto che Genchi ne aveva ampiamente parlato al processo d’appello sulla strage di Via D’Amelio. Denunciando carenze investigative e probabili depistaggi sui quali forse faranno luce i magistrati che di recente hanno riaperto quelle indagini.
In quanto alle catture di Nicchi e Fidanzati le accuse di Gioacchino Genchi erano rivolte ad una certa stampa. A quel mainstreaming che ha parlato dei successi del Governo – come se a catturare i latitanti fosse il Governo e non le forze dell’ordine (alle quali nemmeno vengono forniti i mezzi) –  mentre in secondo o terzo piano passavano le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza che avevano portato alla riapertura, a Firenze, delle indagini sui mandanti esterni delle stragi del ’93. Con il possibile coinvolgimento di Berlusconi e Dell’Utri.
Tanto più che a insospettire il vicequestore, e non solo lui, era stato anche il ruolo accertato dei servizi nell’arresto di Nicchi, che il Presidente Berlusconi definiva “il numero due di Cosa Nostra” nonostante i suoi 29 anni e  nemmeno un’incriminazione per omicidio alle spalle.

Tutte cose denunciate da più parti. E chissà se ne terrà conto il Primo dirigente della Polizia di Stato Caggegi a cui Genchi ha inviato una lunga lettera di difesa nella quale, tra le altre cose, ha chiesto di “assumere pure le informazioni testimoniali dell’on. Roberto Maroni – oggi Ministro dell’Interno – per sapere se conferma e se può aggiungere ulteriori elementi alle dichiarazioni rese all’Ansa l’11 ottobre 1996, mai smentite e riportate su tutte le principali testate giornalistiche italiane”.
Era lo scorso 19 aprile. Il giorno in cui scadevano i termini per rispondere alla terza sospensione cautelare. Quella sospensione che, ancora, era seguita ad una serie di attacchi mediatici provenienti da una ben precisa parte politica. E proprio mentre si diffondeva la notizia della collaborazione del consulente con la Procura di Crotone nelle indagini che hanno portato all’arresto dell’ex capo della Security Wind Salvatore Cirafici e in quelle della Procura di Roma che hanno aperto le porte del carcere, fra gli altri, all’ex senatore del Pdl Nicola Di Girolamo nell’ambito dell’inchiesta sulla mega truffa Fastweb-Telecom Italia Sparkle.

Ad un primo sguardo sembrerebbe di trovarsi di fronte ad una persecuzione politica.
Ma questa, si dirà, è roba da dietrologi.


Monica Centofante (
ANTIMAFIADuemila.com, 23 aprile 2010)

Quella ‘trattativa’ per salvare 7 politici

Fonte: Quella ‘trattativa’ per salvare 7 politici.

Nel 1991 la mafia è pronta a uccidere su indicazione di Riina. Ma qualcuno le fa cambiare strategia

Questa è una storia inconfessabile. Fatta di sangue, polvere da sparo e paura. Non prendetela per la verità. Perché per ora è solo una verità possibile. Una ricostruzione verosimile che si è affacciata nelle menti degli investigatori dopo la deposizione dell’ex Guardasigilli, Claudio Martelli, davanti ai giudici che stanno processando per favoreggiamento aggravato l’ex comandante del Ros, generale Mario Mori. Ridotta a una frase – ma come si sa, quando si parla di mafia le cose sono molto più complicate – suona più o meno così. Nel 1992 lo Stato trattò con Cosa Nostra per salvare la vita a un lungo elenco di politici: i ministri o ex ministri Calogero Mannino, Salvo Andò, Martelli, Giulio Andreotti e Carlo Vizzini, il deputato regionale Sebastiano Purpura e il presidente della regione Rino Nicolosi. Sette nomi eccellenti, considerati a torto o ragione dai clan dei traditori, ai quali si deve aggiungere la lista, compilata come la prima in più fasi, dei nemici a tutto tondo: i magistrati Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Piero Grasso e i poliziotti Arnaldo La Barbera, Gianni De Gennaro e Rino Germanà. Per capire come si giunge a questa ipotesi, bisogna però cominciare dai fatti certi.

Vediamoli. A partire dal febbraio del 1991, mese in cui Falcone, osteggiato dai colleghi, lascia Palermo per diventare di fatto il braccio destro di Martelli, la situazione per Cosa Nostra precipita. Da una parte arriva nelle mani dei magistrati (ma subito dopo degli uomini d’onore e dei politici) un rapporto, redatto proprio dai carabinieri di Mori, su mafia e appalti in Sicilia che rischia di far saltare affari per mille miliardi di lire. Dall’altra, con Falcone al ministero, le cosche capiscono che la musica è cambiata. Subito il governo (presidente del Consiglio Andreotti) vara un decreto per rimettere in prigione 16 importanti boss scarcerati per decorrenza termini. Poi Martelli si muove per evitare che in Cassazione i processi per mafia finiscano sempre alla prima sezione presieduta da Corrado Carnevale, il giudice allora soprannominato ammazzasentenze.

Totò Riina, all’epoca capo incontrastato di Cosa Nostra, diventa una belva. All’improvviso capisce che le garanzie ricevute sul buon esisto del maxi-processo, istruito negli anni ‘80 da Falcone e Paolo Borsellino, in cui lui stesso è stato condannato all’ergastolo non valgono niente. Anche in terzo grado il verdetto sarà sfavorevole. Nella seconda parte dell’anno, raccontano le sentenze, si svolgono così una serie di vertici tra capi-mafia in cui Riina annuncia la decisione di “pulirsi i piedi”. Cioè di ammazzare, non solo i nemici, ma anche chi nei partiti aveva fatto promesse e non le manteneva. Si discute dei nomi dei personaggi da eliminare e intanto parla di fare guerra allo Stato con attentati a poste, questure, tralicci dell’Enel, caserme dei carabinieri e alle sedi della Democrazia cristiana (quattro verranno colpite in Sicilia).

“Si fa la guerra per fare la pace”, spiega a tutti il boss corleonese, in quel momento già alla ricerca di una nuova sponda politica con cui stringere un nuovo accordo. Poi, il 31 gennaio del ‘92, come pronosticato, la Cassazione priva di Carnevale, conferma le condanne del maxi. E così il 12 marzo, a campagna elettorale appena iniziata, l’eurodeputato Salvo Lima, da anni proconsole di Andreotti, in Sicilia muore sotto i colpi dei killer. E’ un messaggio diretto al divo Giulio che sarebbe dovuto giungere nell’isola l’indomani. Falcone intuisce quanto sta accadendo. E, come scriverà La Stampa, commenta: “Il rapporto si è invertito: ora è la mafia che vuole comandare. E se la politica non obbedisce, la mafia si apre la strada da sola”.

I politici siciliani cominciano davvero a tremare. Il 20 febbraio, ma questo lo si scoprirà solo molti anni dopo, in casa di Girolamo Guddo (un amico dell’ex fattore di Arcore, Vittorio Mangano) si è tenuta un riunione operativa in previsione della “pulizia dei piedi”: si è parlato della morte di Lima, di quella di Ignazio Salvo (18 settembre ‘92), dell’attentato a Falcone e di molte delle altre persone da eliminare. Il programma prevede che a essere colpito, dopo Falcone, sia l’ex ministro dell’Agricoltura e leader siciliano della sinistra Dc, Mannino. Quale sia la forza della mafia gli italiani se ne rendono conto il 23 maggio osservando le centinaia di metri asfalto divelti dal tritolo a Capaci.

Morto Falcone, tutto sembra perduto. Mentre nel nord infuria Tangentopoli, gli apparati investigativi antimafia appaiono in ginocchio. È a quel punto che, secondo l’accusa, Mori e il suo braccio destro, Giuseppe De Donno, decidono di battere la strada che porta a don Vito Ciancimino, l’ex sindaco mafioso di Palermo, legato a doppio filo all’alter ego (apparente) di Riina: Bernardo Provenzano. A giugno, ha sostenuto due giorni fa Martelli, De Donno contatta un’importante funzionaria del ministero, Liliana Ferraro. L’ufficiale le spiega di essere in procinto di vedere don Vito “per fermare le stragi”. E, secondo l’ex ministro, chiede una sorta di “supporto politico”. Ferraro avverte di quanto sta accadendo Borsellino, amico fraterno di Falcone e favorito nella corsa alla poltrona di procuratore nazionale antimafia. Intanto Giovanni Brusca, il boss oggi pentito che ha azionato il telecomando di Capaci, si sta già muovendo con pedinamenti e sopralluoghi per far fuori Mannino. Ai primi di giugno il ministro Dc viene però avvertito da un colonnello dell’Arma (chi?) dei rischi che sta correndo. Visibilmente teso lo racconterà lui stesso in un colloquio dell’8 luglio con Antonio Padellaro, allora vicedirettore de L’Espresso (il settimanale lo pubblicherà in parte a fine luglio e integralmente nel 1995). Mannino dice: “Secondo i carabinieri c’è un commando pronto ad ammazzarmi”. L’ufficiale gli ha consegnato un rapporto di sette pagine con sopra stampigliata la parola “segreto” in cui è riassunta tutta la strategia di morte di Cosa Nostra. Mannino – che oltretutto annovera nella sua corrente molti esponenti legati ai clan – sa dunque perfettamente cosa sta accadendo. E nella conversazione spiega pure che Lima è stato ucciso per non aver potuto rispettare i patti sul maxi-processo.

Le paure di Mannino sono però destinate a rientrare. Salvatore Biondino, un colonnello di Riina, sempre a giugno comunica a Brusca che il progetto di omicidio è sfumato. La mafia ha cambiato strategia. Nel mirino all’ultimo momento è stato messo Borsellino che morirà il 19 luglio in via D’Amelio. Perché? Oggi gli investigatori riflettono su due episodi. I presunti incontri precedenti alla bomba di via D’Amelio tra Mori e don Vito Ciancimino in cui vennero avanzate le prime richieste allo Stato. E la nascita del governo Amato del 28 giugno. A sorpresa il ministro dell’Interno Vincenzo Scotti (durissimo con Cosa Nostra), viene sostituito da Nicola Mancino (sinistra Dc come Mannino). Mentre pure Martelli (contrario a ogni ipotesi di trattativa) per qualche giorno, su proposta di Bettino Craxi, rischia di perdere la poltrona di guardasigilli. “Ero preoccupato”, ha spiegato l’ex ministro, “era come si fosse esagerato con la lotta alla mafia…Il messaggio pareva essere: ‘Troviamo una forma più blanda di contrasto, ci abbiamo vissuto per 50 anni’”. Il risultato è comunque che Cosa Nostra lascia perdere i politici (tranne Martelli, intorno alla cui casa ancora il 4 dicembre si aggirano boss impegnati in sopralluoghi) e si dedica invece a Borsellino, notoriamente contrario ad ogni ipotesi di patto. La trattativa aveva dunque come obiettivo la loro sopravvivenza? O semplicemente i politici si sono salvati in conseguenza della trattativa? Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, lo scorso dicembre, sembrava propendere per la seconda ipotesi: “Probabilmente”, diceva, “i mafiosi cambiarono obiettivo perché capirono che non potevano colpire chi avrebbe dovuto esaudire le loro richieste”. Oggi però sappiamo che quell’elenco di politici da ammazzare, già a giugno, era in gran parte noto. E la storia potrebbe cambiare. Di molto.

Peter Gomez (il Fatto Quotidiano, 8 aprile 2010)

Tabulati, appunti, lacrime: ecco l’archivio di tutti i misteri

Tabulati, appunti, lacrime: ecco l’archivio di tutti i misteri.

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Nel libro di Edoardo Montolli, il consulente delle procure, Gioacchino Genchi, svela nuovi particolari, dalle stragi del ‘92 all’inchiesta Why Not

VIA D’AMELIO: LA PISTA SCOTTO

CIÒ CHE GLI ERA DA SUBITO sembrato strano era stato il perfetto disegno dell’attentato, preparato nei minimi dettagli, dall’intercettazione volutamente rudimentale della linea telefonica della sorella di Borsellino, all’esplosivo di tipo bellico utilizzato (…). E un’altra cosa, soprattutto, non capiva. Da dove potessero aver azionato il telecomando dell’autobomba i mafiosi, in un luogo chiuso come via D’Amelio. (…). C’era un solo punto da cui la visuale sul posto sarebbe stata perfetta: il Monte Pellegrino. In cima c’era un castello, il castello Utveggio. E dentro, un centro studi. (…). Nei pressi del castello c’erano apparecchiature della Sielte, la stessa ditta per cui lavorava Pietro Scotto, il telefonista che aveva individuato come possibile autore dell’intercettazione a casa Borsellino (…). E che da via D’Amelio fino a dove cominciava a salire il Monte Pellegrino faceva avanti e indietro spessissimo. Pietro Scotto, fratello del boss Gaetano, che sarà condannato per la strage di via D’Amelio. Poi (…) aveva scoperto come in questo centro studi, il Cerisdi, ufficialmente una scuola per manager, si celasse, al tempo della strage di via D’Amelio, una base coperta del Sisde, smobilitata pochi giorni prima che l’indagine arrivasse lì, a dicembre ’92 (…).

LE RIVELAZIONI SU LA BARBERA

“Dopo le accuse di Candura e la confessione di Scarantino”, racconta Genchi, “decisero di arrestare Pietro Scotto, l’uomo che avevo individuato come possibile telefonista per via D’Amelio. Mi parve una cosa assurda. Stava a due passi dal nostro ufficio, era intercettato, avrebbe potuto forse portarci ben più avanti. Perché faceva avanti e indietro da via D’Amelio a sotto il Monte Pellegrino, su cui avevo focalizzato l’analisi dei tabulati. Ci fu una discussione durissima, di fuoco. Continuavo a spiegargli che si doveva aspettare, che non potevamo agire. Glielo ripetevo alla nausea: non arrestarlo, non arrestarlo (…). Litigammo tutta la sera e per buona parte della notte. Ero infuriato: il mancato riscontro sul viaggio di Falcone, l’abbaglio su Maira, e ora l’arresto di Scotto per le confessioni di due personaggi improbabili come Candura e Scarantino che rischiavano di far naufragare l’inchiesta. (…). Fu allora che La Barbera scoppiò a piangere. Pianse per tre ore. Mi disse che lui sarebbe diventato questore e che per me era prevista una promozione per meriti straordinari. Non volevo e non potevo credere a quello che mi stava dicendo. Ma lo ripeté ancora. E ancora. E furono le ultime parole che decisi di ascoltare. Me ne andai sbattendo la porta. L’indomani mattina abbandonai per sempre il gruppo Falcone-Borsellino. E le indagini sulle stragi”.

ROMANO, IL MEDICO CHIAMATO DA SCOTTO

I tabulati scivolano verso gli ultimi giorni di vita di Borsellino. Il 17 e il 18 luglio 1992. “Se davvero le linee del telefono di casa della sorella di Borsellino furono intercettate”, dice Genchi, “c’era da capire (…) se Borsellino avesse accennato al telefono che avrebbe spostato l’appuntamento della visita della madre nello studio del cardiologo dal sabato alla domenica (…) del 19 luglio. Perché se qualcuno ascoltò, allora forse fu davvero così che si seppe dell’arrivo non previsto del giudice in via D’Amelio. (…).L’autobomba non poteva essere portata in via D’Amelio troppo tempo prima. Era stata rubata, c’era il rischio che fosse controllata. E Gaetano Scotto probabilmente necessitava di avvertire, o di essere avvertito da qualcuno, sull’arrivo esatto di Borsellino”.

Ci sono due telefonate dal cellulare del magistrato a casa della sorella, dove stava la madre per andare dal dottore e in cui Borsellino poteva comunicare i suoi spostamenti. Le ultime due: il 17 luglio alle 15,37 e il 18 luglio alle 16,54. “Rilevo alcune telefonate, in orari successivi alle 16,54 del 18 luglio, il pomeriggio prima della strage, dai telefoni di Gaetano Scotto al telefono di casa di un medico. Nell’ipotesi che si era fatta che il telefono di casa della sorella di Borsellino fosse stato intercettato, l’accertamento della natura di queste chiamate, da parte dello stragista Gaetano Scotto, mi sembrava una cosa piuttosto importante. (…). Soprattutto in virtù di quanto aveva iniziato a dichiarare Gaspare Mutolo”.

Già dal 17 luglio 1992, nell’interrogatorio che gli fece Borsellino nel palazzo della Dia, (…) Mutolo (…) aveva accusato una schiera di notabili (…). L’operazione si era diretta contro i capi della Cupola, i Graviano, Gaspare Spatuzza e un dottore in particolare, accusato addirittura di essere un boss di Brancaccio (…), Giuseppe Guttadauro (…), che sarebbe stato il punto di snodo dell’inchiesta su mafia e sanità (…). Ma non fu l’unico medico a essere trascinato a processo. (…) Un altro fu assolto, e non fu nemmeno proposto appello, perché non ci fu una prova di una condotta criminale. (…).

“Il professor Maurizio Romano”, racconta Genchi, “fu a lui che il pomeriggio del 18 luglio 1992 Gaetano Scotto telefonò a casa, dopo che Borsellino aveva chiamato dalla sorella. E la natura di quella chiamata credo fosse assolutamente da accertare. (…)”.

DUE CHIAMATE MAI INDIVIDUATE

“Quello che già rilevai allora”, racconta Genchi, “sono tre chiamate davvero importanti. E riguardano il primo luglio del 1992”. Il pomeriggio del primo luglio è quello dell’incontro tra Mutolo e Borsellino al palazzo della Dia di Roma. Della telefonata intorno alle tre, dopo la quale il magistrato gli avrebbe detto la famosa frase: “Sai Gaspare, devo smettere perché mi ha telefonato il ministro… manco una mezz’oretta e ritorno”. E poi, dice Mutolo, era tornato agitato e disse di aver visto, invece del ministro Nicola Mancino, insediatosi proprio quel giorno, Vincenzo Parisi e Bruno Contrada. Il ministro con cui aveva appuntamento, secondo la sua agenda grigia, alle 19,30. L’episodio di cui l’attuale vicepresidente del Csm ricorda poco o nulla. “Il traffico telefonico di quella giornata di Borsellino”, dice Genchi, “l’avevo analizzato per intero (…). Al pomeriggio, due telefonate ricevute da un cellulare del ministero dell’Interno, alle 14,37 e alle 14,38 della durata di 24 e 9 secondi. Poi, una telefonata da un altro cellulare, alle 19,08, cellulare intestato al ministero dell’Interno, direzione centrale della polizia criminale. Cellulari che mai lo avevano contattato prima. E dei quali, pur essendo intestati al ministero degli Interni, non sono mai riuscito a sapere chi fossero gli usuari. Ora, siccome Mutolo riferisce che Borsellino sostenne che gli aveva telefonato il ministro in persona, non è difficile, se si vuole, capire se fosse vero, trovando l’effettivo usuario. Perché è chiaro che se era stato davvero chiamato dal ministro, poi è difficile immaginare che il ministro non se lo ricordi. (…) Così come utile sarebbe individuare l’usuario del cellulare che chiamò il giudice alle 19,08, dato che alle 19,30 sull’agenda, c’era scritto dell’incontro con Mancino. A questi devono aggiungersi le eventuali chiamate eseguite da utenze fisse e dai centralini, come quello del ministero dell’Interno, che, all’epoca non venivano registrate nei tabulati dei cellulari Etacs. Dubito che il ministro Mancino (…) potesse aver chiamato Borsellino con il proprio cellulare. Le chiamate provenienti dai cellulari, semmai, possono ricondurre all’identificazione dei funzionari di polizia e delle personalità dello Stato e della magistratura, che hanno avuto in quei giorni contatti con Borsellino. Questo, con le agende che sono state recuperate, può essere di grande aiuto alle indagini”.

I TABULATI DI CIANCIMINO

Le telefonate di Massimo Ciancimino: Genchi se n’è occupato recuperandone i tabulati fin dal 1991. Isolando(…) tre telefonate a numeri riservati dei ministeri della Giustizia e dell’Interno, del 9 luglio 1991 e del 3 settembre, quando era cominciato il processo a carico del padre (…). Un’altra telefonata, sempre a un numero riservato del ministero dell’Interno, il 19 gennaio 1992, due giorni dopo la condanna in primo grado di don Vito (…). Come dire che i suoi contatti, lui o suo padre, li aveva ancora. (…) Ed erano contatti, quelli di Massimo Ciancimino, che partivano dalle primavere del ’92 e del ’93 (…) con numerose utenze di interesse che, si dice convinto, (…) potrebbero ancora fornire riscontri alla famigerata trattativa tra Stato e mafia di cui il figlio dell’ex sindaco di Palermo sta parlando ai magistrati(…) C’è un sacco di gente cui chiedere spiegazioni. Specie dopo che Agnese Borsellino è tornata a parlare (…) raccontando ciò che a Genchi aveva detto troppi anni fa: che qualche giorno prima della strage, suo marito le aveva raccomandato di non alzare la serranda della camera da letto, perché avrebbero potuto spiarli dal castello Utveggio. (…).

“Ho delle rivelazioni cruciali da fare su via D’Amelio”, dice Genchi, “Se questa volta a Caltanissetta mi permetteranno di farle, ne sarò felice”.

DALLE STRAGI A WHY NOT

Genchi racconta di aver ritrovato, nell’inchiesta Why Not, gli stessi personaggi sui quali aveva centrato le sue indagini, per la strage di via D’Amelio, intorno al Cerisdi del castello Utveggio, quello dove compariva Gaetano Scotto. “Tutto mi sarei immaginato”, racconta Genchi, “tranne che, dopo aver ritrovato in quest’inchiesta (Why Not, ndr) le telefonate del professor Sandro Musco (professore che aveva un circolo all’interno del Cerisdi, mai indagato, ndr) e senza sapere che (il Ros, dopo il sequestro dell’archivio, ndr) mi avrebbe pure contestato la richiesta dei tabulati dell’avvocato di Bruno Contrada, Pietro Milio, avrei ritrovato anche il terzo soggetto su cui, assieme appunto a Contrada e Musco, si erano concentrate le mie indagini, mai concluse, per le ragioni che ora sa, sulla strage di via D’Amelio: si tratta di Vincenzo Paradiso (la sua persona compare nelle intercettazioni di Saladino, leader CdO Calabria, principale indagato di Why Not, ndr). L’uomo, in futuro leader della Compagnia delle Opere in Sicilia, che stava al Cerisdi, le cui utenze risultarono in contatto con il boss stragista Gaetano Scotto, nel 1992. Ed è qui che l’indagine (Why Not, ndr) è stata bloccata senza che sapessi dove portava. (…) O quasi. Perché quando la revoca è giunta, in realtà, come il Ros di Roma sa bene, io avevo già scritto una parte della relazione”.

OMBRE SULLE TOGHE DI WHY NOT

Questa è la e-mail scritta da Genchi al pm di Salerno, Gabriella Nuzzi, subito dopo la perquisizione, disposta dalla Procura di Salerno, ai colleghi di Catanzaro, che avevano ereditato l’inchiesta Why Not avocata a De Magistris. Di lì a poco, anche la Nuzzi sarebbe stata punita dal Csm, proprio per quella perquisizione, insieme con il suo capo Luigi Apicella e il pm Dionigio Verasani quando ancora era titolare dell’inchiesta sul “caso de Magistris”. Genchi scrive di quanto ha scoperto sul nuovo titolare di Why Not, il sostituto procuratore Alfredo Garbati.

“Come dicevo (…) mi sono accorto dell’esistenza e del riferimento, nei dati da me già elaborati, del cellulare del dr. Alfredo Garbati quando ho letto alcuni stralci del decreto di sequestro del Suo Ufficio. Mai avrei rilevato quello che mi accingo a riferirle, se non fossi stato direttamente chiamato in causa, proprio in relazione all’operato posto in essere contro di me e contro il dr. Luigi de Magistris. Ritengo doveroso portare a conoscenza del Suo Ufficio la significatività dei contatti telefonici del cellulare del dr. Alfredo Garbati con il cellulare di Nicola Adamo (tra i principali indagati in Why Not, ndr) dei giorni (…) contestuali e prossimi alla spedizione dell’avviso di garanzia e alle perquisizioni del febbraio-marzo2007 ad Antonio Saladino e alle audizioni di Caterina Merante. (…)”.

“E allora”,scrive Montolli, “l’uomo che coordina le indagini Why Not a Catanzaro è il più vicino di tutti agli indagati. Nell’inchiesta‘eversiva’. Perché quelli di Genchi sono numeri. E non importa se gli indagati abbiano commesso o meno reato. Importa che quei contatti telefonici tra pm e il suo stesso indagato non possono esistere. Ma c’è ancora di più. Il dottor Garbati era risultato in strettissimi rapporti con l’onorevole Marco Minniti, nell’ordine di diverse centinaia di telefonate. Un dato fondamentale, se si considera l’arrivo delle scottanti intercettazioni su Marilina Intrieri, giunte da Crotone per essere inglobate in Why Not e in cui molto si parlava di Minniti. Ma tutto questo ancora non basta. Perché il 17 febbraio del 2009 si presenta da Gioacchino Genchi un giornalista calabrese, collaboratore de L’Espresso, Paolo Orofino. Gli porta un cartaceo, un doppio cartaceo (…). Si tratta della prima relazione di Alfredo Garbati a Jannelli su cosa farà di Why Not. Documento straordinario. Per prima cosa, spiega Garbati che su Mastella sono già tutti d’accordo e che bisogna muoversi a stabilire cosa fare anche con Pittelli, perché Pittelli, con cui Garbati risulta addirittura in contatto, si deve presentare alle elezioni e non può portarsi dietro una ‘macchia’. Bisogna muoversi a dargli una risposta: in un’Italia dove la gente crepa in prigione mentre i magistrati di sorveglianza sono in vacanza, c’è anche qualcuno che si preoccupa prima di ogni altra cosa di non far cosa sgradita ai suoi indagati. Si vede che la giustizia, finalmente, sta cambiando”.

AFFARI, POLITICA, GIUSTIZIA

Achille Toro è il procuratore aggiunto di Roma che ha sequestrato l’archivio Genchi. Scrive Montolli: “I contatti sospetti di Toro (…) all’interno dell’archivio non sono solo con Giancarlo Elia Valori, imputato nello stesso ufficio che lui codirige; Elia Valori socio di Caltagirone, nel consorzio Blu, e coimputato nel relativo processo, istruito dallo stesso ufficio che lui codirige; Elia Valori legato allo stesso Caltagirone e a Ricucci, nelle stesse scalate su cui lui indagava (…); Elia Valori legato al banchiere Geronzi, su cui Achille Toro stesso indagava; (…) No. I contatti sospetti di Achille Toro sono pure altri. (…) Toro potrà avere l’ardire di raccontare che quando ha preso l’archivio Genchi non ricordava le sue telefonate con Elia Valori, indicato da De Magistris come presunto capo della massoneria contemporanea e di cui avevano parlato alcuni giornali italiani (…). Magari (…) Toro non ha ricevuto le intercettazioni di Ricucci, che lui stesso indagava, con Elia Valori (…), può dire di non avere riconosciuto il numero di Elia Valori, che lui componeva spessissimo, nello stesso periodo in cui Ricucci lo chiamava.(…) Potrà dire di non averlo manco aperto, l’archivio, e di non sapere che c’era una cartelletta a suo nome (…). Potrà dire che un conto è che suo figlio Stefano abbia avuto un incarico dal ministro Mastella, nello stesso momento in cui Mastella stava per essere indagato nell’inchiesta fatta da Genchi, un conto è che lui stesso fosse capo di gabinetto nel ministero dei Trasporti di quel governo, e un conto è che lui possa sequestrare tutto a Genchi”.

(…) “Ciò che Achille Toro non potrà mai dire è che ignorava che nell’archivio Genchi ci fosse un altro numero ancora. (…) Il numero di una persona che il telefono di Achille Toro, di sua moglie e di suo figlio Stefano, componevano spessissimo, addirittura dal lontano 2003: il numero dell’onorevole avvocato senatore Giancarlo Pittelli (…). Le cose cominciano a essere più chiare. Giancarlo Elia Valori, su cui si stava incentrando l’inchiesta di De Magistris, (…) è legato a doppio filo all’avvocato Giancarlo Pittelli, parlamentare di Forza Italia, tra i principali inquisiti dal magistrato. Entrambi sono amici (…) del procuratore aggiunto di Roma Achille Toro (…)”.

in Il Fatto Quotiano, 8 dicembre 2009

Mafia: Genchi, Ciancimino in rapporti con altissimi livelli delle Istituzioni

Mafia: Genchi, Ciancimino in rapporti con altissimi livelli delle Istituzioni.

Roma – 20 ott. (Adnkronos)“Sono testimone vivente dei riscontri originali sui rapporti fra Ciancimino, il Ministero degli Interni e il Ministero della Giustizia. Ero nel team investigativo di un’indagine a Palermo su mafia e appalti, un’indagine importante che secondo me rappresenta un punto di riferimento importante anche nella causale della strage di via d’Amelio”. Lo ha affermato il consulente informatico Gioacchino Genchi nel corso dell’intervista rilasciata a Klaus Davi per il programma KlausCondicio, visibile su YouTube. “Segnalai alla procura di Palermo l’acquisizione e lo sviluppo di un cellulare di Ciancimino, quindi – ha aggiunto Genchi – sono testimone vivente di quei riscontri originali sui rapporti di Ciancimino con altissimi livelli delle istituzioni. Non solo della politica, ma anche dello Stato e io trovai contatti con utenze del Ministero dell’Interno, con utenze della Giustizia, incontri a Roma, contatti telefonici romani che, purtroppo, non sono mai stati chiariti e che, secondo me, costituiscono uno dei riscontri piu’ importanti alle dichiarazioni di Ciancimino per quanto riguarda le entrature negli apparati dello Stato”


Genchi, nell’intervista, ha affermato anche che “fu il Ministero degli Interni a ‘trasferire’ Arnaldo La Barbera, stoppandone difatti le indagini, dopo che le stesse individuarono coinvolgimenti dei servizi. Di questo sono testimone vivente”. “Parlo da testimone e non per sentito dire – ha proseguito Genchi – Ero un giovane funzionario di Polizia molto valorizzato da Parisi all’epoca. Ricordo che a La Barbera furono affidate le indagini su Capaci e via D’Amelio”. “Ho toccato con mano quello che e’ avvenuto, ovviamente non pensavo che si trattasse di una trattativa – ha sottolineato Genchi – notai qualcosa di strano quando prima fui trasferito io ad ottobre dopo aver decodificato il databank Casio cancellato di Falcone da cui emersero una serie di elementi importantissimi e, a distanza di qualche mese, quando abbiamo imboccato proprio la pista sui servizi segreti, sulle collusioni interne alle istituzioni, ai rapporti con la magistratura di cui aveva parlato Mutolo e poi, infine, con le ultime verbalizzazioni di Paolo Borsellino su Mutolo, su cui molti temevano e che in molti cercarono di bloccare”. “Quando si imbocco’ questa strada La Barbera fu immediatamente trasferito, stranamente trasferito dal Ministero dell’Interno, eravamo sotto Natale. Il trasferimento fu ordinato dal Ministero degli Interni, certo sicuramente non da Parisi, perche’ Parisi ci aveva dato tutta la solidarieta’ e tutto l’aiuto possibile ed immaginabile”, ha concluso Genchi.

Depistaggi su via D’Amelio: coinvolti 4 poliziotti – l’Unità.it

Depistaggi su via D’Amelio: coinvolti 4 poliziotti – l’Unità.it.

È stata definita la strage più dannosa per Cosa nostra. Ma, a distanza di 17 anni, quella di via D’Amelio, dove hanno perso la vita il giudice Borsellino e i cinque ragazzi della scorta, sta mandano in pezzi un mito dell’antimafia, il gruppo investigativo diretto dal questore Arnaldo La Barbera e nato per dare la caccia agli esecutori delle stragi del ’92. Risultano indagati quattro poliziotti sospettati di aver indirizzato le deposizioni di due ex-collaboratori di giustizia sulla strage di via D’Amelio: Salvatore Candura e Enzo Scarantino che si autoaccusarono del furto di una macchina, una 126 rossa che, secondo una perizia, era stata usata per compiere la strage. Una ricostruzione sancita da una sentenza di Cassazione che oggi viene messa in discussione dalle indagini scaturite daun altro pentito, Gaspare Spatuzza. Che incredibilmente si autoaccusa dopo 11 anni di carcere duro del furto della stessa auto. Le pressioni su Candura sarebbero state di natura fisica e psicologiche. Lo stesso teste lo ha più volte denunciato in passato. Mentre sui verbali di Scarantino sono visibili una serie di aggiustamenti operati da agenti di polizia. Entrambi quindi sarebbero secondo le nuove indagini due falsi collaboratori. Tutto questo porterebbe quindi ad una revisione del processo Borsellino: sia per gli esecutori che per una parte dei mandanti. Stabilito questo la domanda è perché sarebbe avvenuto il depistaggio.

Perché i poliziotti agli ordini di La Barbera, che se fosse vivo, sarebbe tra gli indagati, si sono prestati a questo gioco? Ci furono ordini precisi dal vertice del Viminale di cui La Barbera si fece esecutore? C’è un nesso tra questa ipotesi di depistaggio e le domande senza risposta che ancora avvolgono il teatro della strage? Chi ha condotto le indagini per scoprire dove si sono appostati i killer di via D’Amelio? La pista del Castello Utveggio, dove operava il «Cerisdi», una scuola per manager, e trovano appoggio alcuni uomini dei Servizi, viene battuta da Gioacchino Genchi e Arnaldo La Barbera.Ma finisce “bruciata” proprio da un’iniziativa di La Barbera. Arivelarlo è lo stesso Genchi in un verbale del 2003alla Dia di Caltanissetta: «Nell’ambito delle indagini curate fra il ’92 ed i primi mesi del ‘93 ricordo che fu accertata la presenza al castello Utveggio di alcuni soggetti provenienti dall’ex ufficio dell’Alto Commissario per la lotta alla mafia… Con mio disappunto il dr. La Barbera convocò in ufficio il Prefetto Verga (Direttore del CERISDI) palesandogli sostanzialmente l’oggetto dell’indagine tanto che, per come mi fu riferito tali soggetti da lì a poco smobilitarono dal castello».

Due confessioni, una macchina e un mistero. Tutto ruota intorno ad una utilitaria: la 126 rossa che viene indicata dalle prime indagini come l’autobomba. Scarantino dice, «sono io ad aver commissionato il furto », poi ritratta e rivela di essersi inventato tutto su pressione degli inquirenti. Nel 2008 arriva Spatuzza e dice: «Vi dimostro che l’ho rubata io» e indica il luogo esatto del furto. Tutto risolto? Per nulla perché le foto i video girati sul teatro della strage dimostrano che quel blocco motore della 126 rossa a via d’Amelio compare solo alle 13 del giorno dopo, il 20 luglio. La pista dell’auto che porterà fino a Scarantino è prefabbricata? Ci sono sicuramente delle anomalie. La prima, come abbiamo visto è la macchina. Come fa Scarantino a rivelare per primo marca, tipologia e nomedella proprietaria dell’auto rubata se è un pentito fasullo?O è stato istruito da qualcuno, oppure ha avuto effettivamente un ruolo nel furto. Ma, in tal caso, sarebbero le rivelazioni di Spatuzza ad avere tutt’altro significato e risulterebbero oscure e depistanti. La seconda anomalia è che la polizia dopo aver rinvenuto il blocco motore della 126 mette sotto intercettazione la proprietaria della stessa. Perché? Da quella intercettazione la polizia arriva fino Candura che secondo le indagini odierne viene minacciato perché confessi il furto indicando in Scarantino il mandante. Terza anomalia: nei giorni seguenti alla strage arriva una telefonata anonima che segnala un pezzo di carta in un cestino di rifiuti vicino a via D’Amelio. Gli trovano il disegno di un uomo con la barba e un saio. Lì per lì nessuno ci fa caso ma quando Scarantino viene arrestato qualcuno si accorge che quell’identikit si attaglia perfettamente al suo: è infatti tra i frequentatori di una comunità religiosa che durante le cerimonie indossa proprio il saio.